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ebbr. 1702 proscrisse anche l'ossequioso silenzio e tre anni dopo ( 16 luglio 1705) confermò con la bolla Vimena Desniai (Denz-U, 1350) le condanne dei suoi predecessori. Le monache di Port-Royal, rimasto come centrale di propaganda e "foyer d'agitation frondeuse", le quali si opposero alla bolla pontiflcia, furono disperse e il monastero per decreto reale fu raso al suolo (1710). Ma le Réflexions di Quesnell per decenni tennero vive le questioni gianseniste presso i Parlamenti, i vescovi, gli Ordini religiosi e il clero secolare, soprattutto per l'atteggiamento equivoco del card. Noailles che, dopo averlo approvato, aveva preso le difese del libro di Quesnell. Rechiesto un intervento diretto e decisivo della S. Sede questo venne l'8 sett. 1713 con la bolla Unigenitus (Denz-U, 1351-1451) che condannava 101 proposizioni di Quesnell, cioè tutta la dottrina teologica, ascetica, morale, ecclesiastica del giansenismo. Si appellò da parte di alcuni giansenisti ad un Concilio ecumenico (1717) creando cosi il partito degli appellanti scomunicat i da Clemente XI con la bolla Pastoralis officii (1718). Dopo la morte del reggente Filippo d'Orléans (1723) e del Noailles (1729) i giansenisti ebbero l'unico appoggio nel Parlamento e cosi ribelli, faziosi divennero una sorta politica-filosofico-religiosa con un accento sempre più aggressivo contro la teologia, la morale e la pietà della Compagnia di Gesù, in modo particolare contro il probabilismo e la devozione al S.

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Cuore di Gesù. Organo del partito diventano dal 1727 le Nouvelles ecclesiastiques e punto di riferimento morale la Chiesa scismatica di Utrecht (v.). Il movimento dei convulsionari di S. Medardo (v.) e il figurismo (v.) contribuirono a separare piuttosto che ad unire gli animi (degenerando la dottrina in fatti e credenze superstiziose) nella controversia religiosa che perdurò per tutto il Settecento e nella quale s'immischiarono i Parlamenti finché Benedetto XIV nel 1738 non rinnovò le proibizioni della bolla Unigenitiv. Durante la Rivoluzione Francese, Grégoire, Mouton ed altri pochi preti giacobini ripeteranno nomi e fatti giansenistici, ma il vero giansenismo è ormai sopraffatto dalle nuove teorie illuministiche.
VI. Giansenismo italiano. - La diaspora giansenistica, se è vasta individualmente, socialmente presenta solo due comparse territoriali : a Utrecht, e più propriamente a Pistoia. Ma in Utrecht i giansenisti riconoscono solo un rifugio morale e ricevono un incitamento nella lotta con Roma. Sommersi dalle condanne essi si volgono ai vescovi scismatici slandesi per simpatia di persecuzione, come sogliono dire, identità di martirio per la verità, contro la tirannide romana. In Italia invece l'eresia giansenistica sembra assumere un aspetto di continuità. Insieme al pensiero filosofico e scientifico entrano per vie parallele alla fine del Sricento, ma soprattutto nel Settecento, le questioni religioac. Port-Royal è conosciuto attraverso Les precinciules di Pascal, e il giansenismo viene preparato dalle polemiche antigesutiche, dalla politica gallicana delle corti, dalle controversie sulla Grazia e sulla morale. Le figure cuclesiastiche più notevoli alle quali si deve un orientamento giansenistico, sebbene nessuno dei tre si professasse e fosse giansenista, sono il card. Norte, Fulgenzio Dolelli, Lorenzo Berti, agostiniani, detti semigiansenisti perché affermavano la necessità della Grazia non ex necessitate, ma solo ex decentia. Difendevano cioè il sistema agostiniano rifiutando però l'interpretazione di Gianscnio. Accusati di baianismo e di giansenismo energicamente si difesero contro queste accuse. Era loro intenzione insistere sulla distinzione dei due stati prima e dopo la caduta. Prima della caduta, dicevano, Adamo, sotto l'influenza di una grazia versatile poteva liberamente determinarsi al bene o al male; dopo la caduta, la scelta non è possibile che sotto l'influenza di una Grazia efficace ab intrinseco, tale cioè che dia possibilità e atto. L'efficacia di questa Grazia consiste nella dilettazione, non già relativa ossia per superiorità di gradi, ma assolutamente vittoriosa, per cui Dio muove infallibilmente la volontà al libero consenso. Vi è una Grazia sufficente (ansilium sine qua) cui si può resistere e che rimane senza effetto se non sopravviene l'aiuto medicinale della Grazia efficace (ansilium qua). Il Berti tiene a rilevare costantemente le differenze che separano, secondo la sua opinione, il suo dal sistema di Giansenio. La dilettazione - egli afferma - non viene necessariamente, ma infallibilmente senza offendere la libertà dell'uomo. Non solo presso gli Agostiniani, ma anche presso prelati come Giovanni Bottari e Francesco Foggini e presso cardinali come il Passionei trovano simpatia gli antigesuiti, i rigoristi, gli appellanti francesi; e in genere presso i Filippini. A Roma infatti all'Archetto e all'Oratorio nel Settecento si incontrano, allacciano relazioni e amicizie i principali giansenisti italiani: Tamburini, Zola, Scipione de' Ricci, Serrao, G. Capecelatro. Roma rappresenta nella prima metà del Settecento la fase formativa, anche se sotterranea, timida e incerta, del giansenismo italiano che troverà poi nella seconda metà del secolo la generazione dei ribelli nei due cenacoli principali di Pavia e di Pistoia. Pavia centro di dispersione di idee con Pietro Tamburini, Pistoia campo di esperienza con Scipione de' Ricci. Ma giansenisti si trovano pure a Genova; per citare solo alcuni nomi: Palmieri, Degola, Solari; a Napoli: Serrao, Capecelatro, Simioli, Natale; a Torino, a Milano, a Venezia. Il giansenismo italiano è infatti un fenomeno aristocratico di piccoli gruppi, non un largo movimento come in Francia penetrato quasi in tutti gli strati sociali; non ha carattere unitario e originale ma varia da regione a regione, e spesso da persona a persona; non possiede che scarsi fondamenti teologici e mo-
tivi dottrinali. Alle dottrine primitive di Giansenio, di Saint-Cyran, di Arnauld preferisce lo spirito quale si rivela in Quesnell e Duguet, derivando immediatamente dagli appellanti francesi tramite il conte Dupac de Bellegarde e i missionari dalla Chiesa scismatica di Utrecht, e accogliendo elementi fehroniani, richeriani e illuministi. Si ha così un giansenismo regalistico a Milano e a Pavia, un giansenismo rivoluzionario e repubblicano a Genova e un giansenismo ecclesiastico e liturgico a Pistoia. Unisce cioè un problema religioso (religione e Chiesa da riformare) ad uno sociale e politico (aspetto non giansenistico dell'eresia, ma pietra d'appoggio). Gli Annali ecclesiastici, sul tipo dell'omonima rivista francese, testimoniano come la teologia e la morale fossero travalte da preoccupazioni politiche e giurisdizionali. Diritto e teologia cambiano con gli avvenimenti, pur rimanendo negli opigoni la fede nelle teorie dei tre padri del giansenismo tradizionale.

In Austria e in Lombardia il punto di appoggio del giansenismo fu Giuseppe II, a Napoli il Tanucci, in Toscana Pietro Leopoldo (1763-90). Scipione de' Ricci ne divenne il fedele ministro di Grazia e di giustizia. Collaborano insieme, seppure con fine diverso: Leopoldo per scopi politici, Ricci per illusione religiosa. Nascono così le riforme ecclesiastiche, che, per opera del vescovo, ebbero Pistoia per centro sperimentale. Ma non mancarono altri vescovi, come mons. Sciarelli vescovo di Colla e mons. Pannilini vescovo di Chiusi e Piacenza, a dare alle riforme un aspetto regionale. Vi contribuivano, oltre alle due tipografie vescovili Bracoli in Pistoia e Vescri a Prato, altri centri di propaganda editoriale a Torino, Venezia, Lugano, Firenze, Napoli, Pavia. Riforme in parte lodevoli, ma minate da un sottile veleno scismatico ed ereticale che ebbe la sua concreta attuazione nel Sinodo di Pistoia, nel 1786, alla presenza di 234 preti detti padri del Con-cilio -. Il Sinodo doveva preparare l'assemblea dei vescovi e degli artivescovi della Toscana per sfociare in un Concilio nazionale e forse in una Chiesa separata, sul tipo di quella di Utrecht, alla quale il Ricci e gli altri giansenisti italiani erano devoti. L'Assemblea tenuta in Firenze nel 1787 fece fallire il piano scismatico per l'opposizione dei vescovi. Il popolo che non capiva le questioni teologiche ed era infastidito dalle riforme liturgiche, si ribellò in una serie di tumulti che obbligarono il Ricci e gli altri riformatori a ritirarsi, e il governo granducale a prendere provvedimenti. Ma il Sinodo in Francia, in Spagna, in Austria, in Olanda aveva riacceso speranze nei giansenisti. La S. Sede, richiesta di un giudizio definitivo, il 28 ag. 1794 promulgò la bolla Auctorem Fidei, redatta dal card. Gerdil che condannava in $8_{3}$ proposizioni, esposte in 44 titoli a seconda della diversità delle materie tutti gli errori ereditari e avventizi del giansenismo (Denz-L', 1501-99). Ad evitare la malignità dei giansenisti con una condanna in globo, come nella bolla Chigemitus, si condannò ciascuna asserzione con le proprie qualifiche e con i molteplici sensi che essa poteva presentare. Sette proposizioni furono condannate come erotiche, le altre proscritte con diverse attribuzioni. Fu la pietra tombale del giansenismo. Quel carattere spiccatamente illuministico che il giansenismo ebbe fra noi, unito ad un desiderio di riforma dottrinale e disciplinare, interiore e morale, sopravvive in Eustachio Degola (v.), il quale sulla fine del Settecento e all'inizio dell'Ottocento si sentiva solo, per «l'estrema penuria dei successi dei maccabei porsorealisti $\%$. A Parigi Saint-Severin, la Chiesa parigina degli ultimi giansenisti, si fa sempre più deserta. I dispersi giansenisti s'affidano al clero costituzionale della Rivoluzione. Anche Rievi pensa ad una possibile restaurazione, ma è solo un vano miraggio. Quando il 29 ott. 1809 «gli amici della verità indirono un pellegrinaggio sulle rovine di Port-Royal, Degola ne tesse un panegirico, ma ormai si vive di memorie, di ricordi. Su quelle rovine sostera il generese dal 180: al 1810 malinconicamente tra rovi, pietre e ruderi, misurando il terreno, rilevando disegni, scoprendo pietre tombali, prendendo appunti, scrivendo anche poesie. Morro il Ricci, con Eustachio Degola si spegne il giansenismo congiungendo nella stessa memoria le rovine materiali di Port-Royal con quelle spirituali e simboliche del Sinodo di Pistoia. Se nel Risorgimento italiano affiorano

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ancora nomi, carteggi e dottrine di alcuni giansenisti, il legame può riconoscersi nel carattere non giansenistico del giansenismo italiano, cioè nella comune seppure non univoca concezione del potere temporale del papa. Vi influirono senza dubbio altre cause come un sistema democratico della vita e della politica, un nuovo indirizzo della filosofia e del problemi religiosi, e soprattutto un'acre antigatia verso la Curia Romana. I liberali vedevano infatti nel potere temporale un impedimento all'unità politica nazionale, il giansenismo ad una riforma religiosa. Così si spiega la storiografia pregiudiziale che esaltò ed esalta tutti i ribelli a Roma come fossero puri spiriti e martiri della libertà. Qualche traccia giansenistica restò anche nel rigorismo sacramentale di alcune diocesi, nella concezione tragica della natura umana in alcune opere letterarie, nello spirito anticurialistico dei politicanti, nel criticismo religioso dei liberi pensatori, ma come germi respirati nell'aria e germogliati in un clima e in un terreno già preparato da altre dottrine e da altre rivoluzioni.
VII. Giudizio sul giansenismo. - Com'era nato e preparato alla macchia nella redazione e nella stampa dell'Augustinus, così rimase nella Chiesa nemico invisibile e indefinibile, anche se partecipò alle rivoluzioni politico-religiose degli Stati. Indivisibile e indefinibile, ma non un "fantôme" come insinuerà Arnauld, non una "hérésie imaginaire", come ripeterà Nicole. Dovranno sperimentarlo il card. Richelieu quando tenterà di stroncarlo incarcerando l'abate di Saint-Cyran, e Luigi XIV quando sopprimerà prima e distruggerà poi il monastero di PortRoyal. Tutto un vocabolario, tutto un frasario di luoghi comuni è da rivedere sul giansenismo presso storici e letterati antichi e moderni. Il giansenismo non è moto politico, una scuola di filosofia e di vita religiosa, una accademia di eruditi, la lotta contro il barocco e la retorica, il ritorno al senso misurato e storico dei Greci, l'illuminata ribellione ad una fastosità morale e razionale o un tema suggestivo d'amore nella cultura; è una eresia o meglio un complesso di errori teologici, una deviazione dal dogma, dalla morale e dalla disciplina ecclesiastica. La sua spina dorsale è formata dalla teologia della Grazia (Giansenio), dalla morale sacramentaria (Arnauld), dalla prassi disciplinare e spirituale (Saint-Cyran) e dalla polemica diplomatica che la regge e difende (Quennell). Ma uno non esclude l'altro, lo include. Condannato, il giansenismo assume aspetti scientifici a Port-Royal, a Utrecht, a Pistoia. Per necessità di vita s'accompagna ora al gallicanesimo, ora al giurisdizionalismo, ora ad un ibridismo filosofico e religioso, ora a revisioni illuministiche, a motivi cioè esteriori, ma l'anima ne è il desiderio di una riforma, un atto di conciliazione tra calvinismo e cattolicesimo, una sopravvivenza larvata del protestantesimo, e le questioni fondamentali sono la predestinazione, la corruzione della natura umana, la dottrina sull'efficacia della Redenzione, il ritorno alla disciplina della Chiesa primitiva, un rigorismo morale e sacramentale. Movente : l'odio alla Compagnia di Gesù. Ma sarebbe un grosso abbaglio credere col Gazier, per antitesi, il giansenismo un mostro creato dai Gesuiti e comparabile agli ippogrifi e ai liocorni. I Gesuiti furono i nemici più intolleranti dei giansenisti per la stessa ragione che i giansenisti erano i loro accesi avversari : non per un motivo personale o di casta e neppure solo per una controversia disciplinare o morale, ma per una ragione teologica, la stessa ragione teologica della Riforma cattolica. L'Augustinus sopravvive infatti nel clima del protestantesimo : nella stessa sfiducia della ragione filosofica circa l'esposizione dei dogmi, nel positivo sen-
timento di aver le chiavi della tradizione, nello spirito critico del libero pensiero circa la fede nel reputarsi direttamente illuminati da Dio e depositari della verità, nell'assurdo religioso che mescola per opportunità teologia e politica, nell'affermazione di un assenso interiore e invisibile, nel credersi di rappresentare la parte migliore di un cristianesimo decadente, nella ribellione ad ogni forma di autorità ecclesiastica come norma della fede e dell'imposizione del proprio personale giudizio, nella accusa di casistica quando si parla di volontarista morale, e di tirannide quando si parla di disciplina. Ma più appare la duplex delectatio in certe durezze spirituali della letteratura moderna, comeneí romansi del Bernance e del Mauriac; la letteratura psicanalistica sembra chiudere il ciclo della delectatio terrestris nel sesso divinizzato, come quella autonoma e angelica fissare la delectatio caelestis, nel verbo umano elevato a divinità. Presenza antiumanistica che rese sempre il giansenismo una eresia individuale, mai sociale. La sua storia è storia dei singoli giansenisti, una silloge di biografie annotate da una cronaca di avvenimenti avvolti in una psicologia religiosa nella quale prendon forma, nei vari incontri e nelle varie comparse territoriali, errori teologici e morali, sociali e ecclesiologici. Nelle riforme che il giansenismo desiderò ed attuò specialmente in Italia non tutto è condannabile, né tutto fu condannato. Anzi in alcune riforme prevenne i tempi, ma lo spirito che le animava pretendeva un rinnovamento della Chiesa fuori della Chiesa. Da Baio al Sinodo di Pistoia c'è infatti una continuità segreta di dottrina e di metodo, e chi voglia comprendere la natura e la storia del giansenismo piuttosto che alla biografia dei suoi protagonisti, che vivono d'equivoci e di raggiri, deve fissarsi nello studio dei testi, opere incriminate e documenti di condanna. Di queste soprattutto è da consigliarsi la lettura a quanti desiderano una conoscenza dottrinale dell'eresia giansenista.

Bibl.: I. Carreyre, Jansénisme, in DThC, VIII, coll. 318229; id., Pistore (Synode de), ibid., XII, coll. 2176-99; A. de Beudelièrec, Jansénisme, in DFC, II, coll. 1123-92; Pastor, XIII-XVI; L. Mozzi, Storia delle rivoluzioni dello Chiesa di Utrecht, 3 voll., Venezia 1788; E. Picot, Mémoires pour savoir à l'histoire ecclésiastique pendant le XVIllr siècle, 7 voll., Parigi 1833-57; R. Rapin, Mémoires sur l'Eglise et la société, la Cour, la ville et le jansénisme, 5 voll., ivi 1863; G. Ingold, L'oratoire et le jansénisme, ivi 1880; id., Rome et la France. La seconde phase du jansénisme, ivi 1901; M. Paquier, Le jansénisme, étude doctrinale, ivi 1909; H. Bremond, Histoire littéraire du sentiment religieux en France, IV, ivi 1920; J. Laporte, La doctrine de PortRoyal, ivi 1923; A. Brou, Le dia-lucideue siècle littéraire, 3 voll., ivi 1923-27; A. Gazier, Histoire générale du mouvement janséniste, 2 voll., ivi 1924; A. C. Jemolo, Il giansenismo in Italia prima della rivoluzione, Bari 1928; E. Prèclin, Les jansénistes du XVIllr siècle et la Constitution du Clergé, Parigi 1929; M. Deinhard, Der Jansenismus in deutschen Ländern, Monaco 1920; P. Savio, La devozione di mgr. A. Torchi alla S. Sede. Testo e DCLXXVII documenti sul giansenismo italiano ed estero, Roma 1938; B. Matteucci, Scipione de' Ricci. Saggio storico teologico sul giansenismo italiano, Brescia 1941 (contiene ampia bibliografia sul giansenismo italiano); G. Cacciatore, S. Alfonso de' Liquori e il giansenismo, Firenze 1944; E. Codignola, Carteggi di giansenisti liguri, 3 voll., Firenze 1941; id., Il giansenismo costano, 2 voll., ivi 1944; id., Illuministi, giasskini e giansenisti nell'Italia del '700, Firenze 1947; E. Dammig, Il movimento giansenista a Roma nella seconda metà del sec. XVIII, Città del Vaticano 1945; Ir. De Lubac, Surnaturel. Etudes historiques, Parigi 1946; J. Orcibal, Les origines du jansénisme, 5 voll., Lovanio-Parigi 1947.... (in corso di pubblicazione, contengono completa bibliografia); P. Alatri, Profilo storico del cattoliciomo liberale in Italia; I, Il Settecento: giansenismo, filogiansenismo e illuminismo cattolico, Palermo 1950.

Benvenuto Matteucci
GIANSENISTI, PEDAGOGIA dei: v. PORTOREALE.
GIAPPONE. - Il G. (dal cinese Jih pên, localmente pronunciato Nippon, o Nihon) è costituito da

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GiAPPONE - Cartina delle circoscrizioni ecclesiastiche. 1) Confini delle circoscrizioni. 2) Ferrovie.
un arcipelago di oltre 400 isole, situato al largo delle estreme coste orientali dell'Asia e disteso dal $30^{\circ}$ (Stretto di Togora) al $46^{\circ} \mathrm{N}$. (Stretto di La Pérouse). Queste isole si dispongono ad arco intorno alle quattro maggiori: Hondo, o Honshū (223.520 kmq., quanto la Gran Bretagna), Yezo, o Hokkaidō (kmq. 77.993, un po' meno dell'Irlanda), Kyūshū ( 35.657 kmq.) e Shikoku ( 17.756 ).
I. Geografia. - Il territorio ha un carattere spiccatamente montuoso e vulcanico : le pianure sono poche, e per lo più di modeste dimensioni. Più di tre quarti del paese sono costituiti da brevi fasce rilevate di media altezza. Le vette più elevate corrispondono a vulcani recenti (Fujayama, m. 3776); su 165 di questi, 60 sono attivi, e le loro colate coprono da sole $1 / 5$ della superfice del G. Intensa è l'attività sismica (in media più di un terremoto al giorno), con triste frequenza di catastrofi (anche per la
concomitante azione di maremoti ed eruzioni). Il ${ }^{\text {P }}$ perimetro costiero è più accidentato e portuoso di quello della Grecia. L'incontro delle due correnti marine del Kura e dell'Oya shivo (calda l'una, fredda l'altra), al largo della costa orientale, rende pescosissime le regioni rivierasche. Il clima è piuttosto vario: a pari latitudine, vi fa più freddo d'inverno e più caldo d'estate che in Europa, come conseguenza del regime monsonico (venti continentali freddi, d'inverno; marini caldi, d'estate). In complesso si tratta di climi temperati o subtropicali caldoumidi, sani. Le piogge sono dovunque copiose e distribuite in tutte le stagioni, ma i fiumi, date le condizioni del rilievo, sono brevi ed a carattere torrentizio. Il terreno è rivestito di magnifiche foreste di conifere e di latifoglie (nelle zone più elevate) a N. e nel centro, mentre a S. si sviluppa una rigogliosa vegetazione subtropicale, con boschi di cedri e di bambù, e macchie di sempreverdi.

La popolazione dell'arcipelago, etnicamente com-

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Giappone - Cartina delle circoscrizioni ecclesiastiche delle Isole Ryū-Kyū e Curili.
patta (i Giapponesi sono mongoloidi, e perciò di bassa statura, con occhi obliqui, capelli lisci e neri, scarsa barba e colorito giallognolo, alquanto diversi, però, fisicamente e spiritualmente, dai Cinesi ed ancora più dai 17 mila Ainu, dai caratteri forse europoidi, che vivono in Yeso) è più che raddoppiata negli ultimi 80 anni : dai 30 milioni del 1868 , epoca in cui il paese si aprì all'influenza europea, passò a 60 milioni nel 1925, a 72 nel 1940, ad 83 nel 1950. L'incremento medio annuo fu del $17 \%$ tra il 1937 ed il 1940; il suo ritmo è tornato del pari fortissimo dopo la guerra. L'uhissima densità media ( 220 ab. a kmq.) denuncia una forte pressione demografica, cui non soccorre un adeguato movimento migratorio (i Giapponesi viventi all'estero erano, nel 1935, meno di un milione). Il $36 \%$ della popolazione giapponese viveva nel 1937 in centri urbani, dei quali 4 con più di 1 milione, 30 con più di 100 mila e 54 con più di 50 mila ab.

L'economia del paese è imperniata sull'agricoltura. Il riso, che occupa da solo la metà del suolo coltivato, è alla base dell'alimentazione locale. Sulle altre colture (cereali, tabacco, canna da zucchero) prevalgono quelle della soja e del the. La scarsa importanza dell'allevamento trova compenso nella bachicoltura, che ha un enorme sviluppo in tutto il paese, e nella pesca, cui spetta il primato mondiale della quantità del prodotto ( $3-4$ milioni di tonnellate annue) e che alimenta anche fiorenti industrie (scatolatura, concimi, farine e oli di pesce). Grande è il beneficio che si trae dalle cospicue risorse forestali (legname, canfora, celluloide, essenze).

Nonostante la inadeguata disponibilità di materie prime d'origine minerale (eccetto che per il rame, ed, in misura assai minore, per alcuni metalli, non però per il ferro), il G. era riuscito, prima del 1940, a crearsi una attrezzatura formidabile non meno per la varietà e capacità dei suoi rami (specie il tessile, il meccanico, il chimico), che per la convenienza dei prodotti e l'organizzazione commerciale destinata a smerciarli. D'altra parte, la grande industria moderna non è riuscita a soffocare un artigianato del pari attivo e messo in evidenza dallo squisito senso artistico di una produzione rispettosa delle migliori forme tradizionali. La guerra ha dimezzato, all'incirca, la capacità delle industrie, e chiuso loro molte prospettive: una efficente ripresa dipenderà anche dalla possibilità di equilibrare il cresciuto deficit della bilancia commerciale.

Le comunicazioni interne, più che dalla rete stradale ( 8550 km .) e ferroviaria ( 24.400 km .), sono favorite dai
facili trasporti marittimi. La flotta mercantile giapponese, che prima della guerra era la terza del mondo, è ora ridotta ad un posto di second'ordine ( 1,5 milioni di tonnellate).

Come conseguenza della disfatta subita nella seconda guerra mondiale, il G. ha perduto tutto il suo impero coloniale, che nel 1941 ne faceva uno Stato di 690 mila kmq. con 110 milioni di ab.: la Corea è divenuta indipendente, la parte meridionale dell'isola di Sakhalin e le Curili sono passate all'U.R.S.S., Formosa è tornata alla Cina, i territori oceanici di mandato (Caroline, Marianne, Marshall) presi in amministrazione fiduciaria dagli U.S.A., e le Ryū-Kyū ancora d'incerto destino.

I dati relativi alle isole maggiori sono riassunti nella seguente tabella:

| Isola maggiori (isole adiacenti) | Superfice in kmq. | ![img-37.jpeg](img-37.jpeg) | Popolazione (censimento 1935) | ![img-38.jpeg](img-38.jpeg) | Centri urbani principali (popolazione in 1000 ab . nel 1940) |
| :--: | :--: | :--: | :--: | :--: | :--: |
| Hokkaido | 88.775 | 13 | 3.063 .883 | 34 | Hakodate (207), Sapporo (197) |
| Hondo | 230.533 | 34 | 52.713 .877 | 221 | Osaka (3252), Nagoya (1328), Kioto (1089) Yok o h a ma (968), Köbe (967) |
| Shikoku | 18.772 | 4 | 3.357 .282 | 179 | Kôchi (105) |
| Kyūshū | 41.800 | 6 | 9.520 .005 | 227 | Hukuoka (291), Nagasaki (212), Kumamoto (187), Kagoshima (182) |
| Giappone | 379.880 | 57 | 68.655 .047 | 186 | Capitale : <br> Tôkyō |
| Valutazione 1950 |  |  | 80.697 .000 | 219 | $(6789)$ |

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In base alla nuova costituzione (1947), lo Stato giapponese è una monarchia costituzionale ereditaria. Il governo democratico poggia su una rappresentanza bicamerale elettiva. In attesa del trattato di pace con le potenze vittoriose, perdura l'occupazione militare statunitense.

Bon... J. Sion, Asie des Mousions, Parigi 1928; K. Haushofer, Le Japon et les Japonais, ivi 1937; Rynichi Kaji, Le Japon. Comment s'est formés sa civilisation moderne, Tokyo 1939; G. H. Smith, Japans: a geographical siren, Washington 1943; C. D. Carus - C. L. Mc Nichols, Japan: its resources and industries, Nuova York 1944; J. F. Embree, The japanese Nation: a social surcey, mi 1945; G. T. Trewartha, Japan: a physical, cultural and regional geography, Madison-Londra 1945; E. O. Reischaur, Japan: past and present, Londra 1947.
II. Storia civile. - i. Primordi. - Il primo nucleo del popolo giapponese fu costituito da successive immigrazioni di genti provenienti dal continente asiatico e dalle isole dei Mari del Sud. Un gruppo di tribù, identificabili in base ai resti archeologici del tipo detto yayai (età neolitica), si stabili nella parte meridionale dell'isola di Kyushu. Le più antiche fonti letterarie, il Kojiki (712) e il Nihon-shohi (720), accennano ad un estendersi progressivo di queste tribù lungo le coste del mare interno e assegnano al sec. vir a. C. la fondazione dell'Impero a Yamato, ad opera di Jimmu Tenno, mentre gli storici spostano questa data al sec. I d. C. Testimonianze letterarie e archeologiche attestano che, sin dai primi secoli dell'Impero, i rapporti con la Cina e la Corea crano frequenti. Cronache cinesi del sec. III indicano i Giapponesi con il nome di Wa. Il merito di aver creato una prima unità territoriale del G., è generalmente attribuito all'imperatrice Jingö, che avrebbe anche intensificato i rapporti con il continente. La cultura cinese penetrò in G. soprattutto nel sec. iv, quando ne vennero adottati ufficialmente i caratteri ideografici. La sua assimilazione, già da tempo favorita dalle numerose immigrazioni di intellettuali e di artigiani cinesi, modificò lentamente ma sicuramente la vita nipponica, favorendovi il sorgere di una filosofia che preparava il terreno alla futura diffusione del buddhismo. La società del tempo, di tipo patriarcale, era costituita da comunità familiari ( $n j i$ ) aventi la stessa origine e da gruppi di famiglie esercitanti lo stesso mestiere (be o tomo). Ogni comunità era retta da un capo ereditario ed i suoi membri creditavano la posizione sociale della comunità stessa. Durante il periodo di Yamato, la storia politica fu determinata dalle lotte dei grandi clan (Otom, Mononobe, Soga) per la conquista del predominio. Tali lotte, iniziate nel sec. v, condussero, con il prevalere di alcune famiglie (sec. vi), all'esautoramento della dinastia imperiale. Durante la supremazia dei Soga (536-645) si verificò l'introduzione del buddhismo, caldeggiato dal principe Shôtoku.
2. Epoca Nara e Heian (710-1191). - La caduta dei Soga portò alla riforma Taikwa (648) che si proponeva di rinforzare l'autorità imperiale e di creare un ordinamento politico e sociale sul tipo di quello attuato in Cina dai T'ang. La riforma comportò la creazione di una capitale (Nara), la nomina di governatori nelle province orientali, l'abolizione delle cariche ereditarie. Le terre, dichiarate proprietà dello Stato, furono date in usufrutto ai contadini che, sottratti all'autorità degli anziani, divennero contribuenti dello Stato. In questo periodo, essendo il governo impegnato nella lotta contro le tribù non controllate dall'autorità centrale (fra cui quelle degli Ainu, fra i più antichi abitanti del G. di origine protocaucasica), i rapporti con il continente si affievolirono. Ciò diede ai Giapponesi il tempo di assimilare e di "giapponesizzare ", per cosí dire, gli elementi importati
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(per cortesia dei dott. B. Degenhart)
Giapproie - Dame in conversazione. Silografa a colori di Utamaro Kitagawa (1754-1806).
della cultura cinese. Nel 794, la capitale fu trasferita a Heian (Kyôto). I Fujiwara, che avevano contribuito alla caduta dei Soga, imparentandosi con la famiglia reale, consolidarono il loro potere (sec. IX e x) con l'istituzione della carica di reggente durante la minore età dell'Imperatore, e conservarono questa carica sino alla loro caduta avvenuta nel sec. xir. Intanto l'economia terriera statale era sopraffatta dal progressivo estendersi del latifondo. I latifondisti crearono milizie per difendere le loro proprietà, stabilendo cosi le premesse di un vero e proprio regime feudale. Proseguiva la lotta contro gli Ainu mentre, contro il potere dei Fujiwara, si ribellava l'imperatore Sirakawa, che abdicò rifugiandosi in un convento (ro81), da cui diresse un'organizzazione politica in opposizione all'autorità di Kyôto.

I capi militari della famiglia Minamoto consacravano il prestigio della classe dei samurai spodestando i Fujiwara. Un altro clan guerriero, quello dei Taira, riusci a imporsi

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cosicché un suo discendente fu nominato primo ministro. (1167). L'urto fra i vari gruppi rivali portò alla sconfitta dei Minamoto e al predominio dei Taïra durato sino al 1185 , dopo di che ricomparvero sulla scena i Minamoto. Yoritomo Minamoto ebbe dall'Imperatore il titolo di shogun (generalissimo) e trasferì la sua sede a Kamakura (1191) ritenendo deleteria l'influenza dei grandi centri urbani.
3. Epoca di Kamakura (1192-1337). - Yoritomo seppe amministrare egregiamente la cosa pubblica ma, dopo la sua morte, il potere passò agli Hōjō. Gli spodestati capi militari tentarono la rivolta ma la supremazia degli Hōjō durò più di un secolo.

Il buddhismo si era intanto diffuso anche fra il popolo e la sua più ascetica setta, detta Zen, gradita alla classe dei samurai, costituì, con la sua mescolanza di principi morali buddhisti e confucianisti, il fondamento del Bushidō (la via dei guerrieri).

Due tentativi d'invasione (del 1274 e del 1281) da parte dei Mongoli furono valorosamente respinti e valsero a creare un nuovo senso di solidarietà nazionale. Ma i dissensi tra la corte e gli Hōjō condussero al conflitto aperto conclusosi nel 1333 con la sconfitta degli Hōjō.
4. Epoca di Muromaci (1338-1602). - Poco tempo dopo, il capo militare Ashikaga Takauji, ribellatosi, occupò la capitale, stabilendosi nel quartiere Muromaci, da cui il nome dell'ora.

La guerra delle dinastie, determinata dall'esistenza contemporanea di due imperatori, Go-Daigo a Yoshino e Kōmyo a Kyōto, sostenute quest'ultimo da Ashikaga, durò sino al 1392 e si concluse con l'abdicazione dell'imperatore di Yoshino a favore dell'altro. La pace fu breve; nuove lotte intertine (guerre di Onin, 1467-77) segnarono la progressiva decadenza degli shogun e l'affermazione dei capi feudali sempre in lotta fra loro. Tuttavia, in questo turbido periodo (in cui, fra l'altro, scorrerie di pirati giapponesi [Wahō] organizzate dagli scontenti samurai, si susseguivano sulle coste cinesi) cominciavano a fiorire le arti e il commercio, cui erano interessati gli stessi feudatari, nei vari centri locali. Nel 1542, l'introduzione delle armi da fuoco, ad opera di marinai portoghesi, segnò una svolta dell'arte militare. Nel 1549, s. Francesco Saverio portava al G. la fede di Cristo.

Tra i feudatari (dainyo), Nabunaga Oda, tra il 1560 e il 1568 , aveva occupato varie province e la stessa capitale. La sua saggia opera di consolidamento dell'autorità imperiale e di riordinamento amministrativo fu interrotta dalla sua morte ( 1582 ) e fu ripresa da Hideyoshi Toyotomi che, riuscito a sconfiggere i feudatari ribelli, ebbe dall'imperatore Goyōsei il titolo di Kwampaku (1588). Hideyoshi, incoraggiando il commercio con l'estero, sognava la fondazione di un'impero asistico comprendente la Cina, la Corea, Formosa e le Filippine, sotto l'egemonia nipponica. Le due spedizioni contro la Cina dei Ming non ebbero risultati definitivi, in quanto la morte di Hideyoshi ( 1598 ) segnò l'abbandono dell'impresa.
5. Epoca di Edo (1602-1867). - Ieyasu Tokugawa ottenne allora il titolo di Shōgun, stabili la capitale a Edo (Tōkyō) e curò l'ordinamento interno del paese rinforzando l'autorità centrale. Il controllo sulla dinastia
e sui daimyō fu esercitato con tanta abilità ed energia che ogni rivolta divenne impossibile.

I suoi successori iniziarono una politica isolazionistica che, con il pretesto d'impedire la diffusione del cristianesimo, mirava a stroncare l'attività politica ed economica dei feudatari in rapporti con gli stranieri. Fu decretata quindi l'espulsione degli stranieri e si pradd ai Giapponesi l'uscita dal G. La pace fu ristabilita, ma il malcontento dei contadini, congiunto alla nuova autorità della borghesia, minava il prestigio dei daimyō. In questo periodo di forzata calma, vi fu una sola rivolta, quella dei cristiani di Shimabara, soffocata nel sangue (1637). Nonostante il benessere economico e il fiorire delle arti, si manifestavano i prodromi di un risveglio politico e sociale, mentre si delineava un vasto movimento ideologico, scaturito dagli studi storici e inteso a ripristinare i valori morali del confucianesimo e dello shintoismo.
6. Epoca di Meiji (1868-1912). - L'invia da parte degli Stati Uniti di una squadra navale agli ordini del comandante Perry per costringere il G. a riallacciare i rapporti con l'Occidente, fu la causa esterna della
caduta del regime feudale. Nonostante le violente opposizioni interne, il G. diventava una nozione moderna. Nel 1867, lo Shōgun Keiki rendeva i poteri all'imperatore Meiji e la capitale veniva trasferita a Tokio. Dopo vari trattati con le potenze occidentali, l'11 febbr. 1889 fu promulgata la Costituzione che adeguava l'ordinamento politico a quello occidentale, mediante l'istituzione delle due camere e l'adozione del sistema economico capitalista. Mentre rifioriva il commercio, il G. raggiungeva, in pochi anni, il livello industriale e tecnico dell'Occidente ed entrava nel novero delle grandi potenze mondiali, mediante tutta una serie d'imprese fortunate : con la guerra contro la Cina (1884) scoppiata per il possesso della Corea, con la vittoriosa guerra contro la Russia (1904) che assicurava al G. l'influenza sulla Manciuria e sulla Corea nonché il possesso delle parte meridionale di Sakhalin, e con l'annessione della Corea (1910). In virtù del trattato stipulato con l'Inghilterra (1902-21), il G. partecipava alla prima guerra mondiale, ottenendone, fra l'altro, il possesso delle isole già appartenenti alla Germania nel Pacifico. Ma la sua crescente influenza ne .Pacifico e l'efficenza della sua marina accesero i primi contrasti con le potenze anglosassoni. Si susseguirono allora gli eventi determinati dalla politica espansionista dei militaristi: l'intervento in Manciuria (1931), il ritiro dalla Società delle Nazioni (1933), la denuncia del Trattato di Washington (1934), il Patto anticomintern con la Germania e l'Italia, poi trasformato in alleanza militare, la campagna di Cina (1937), l'occupazione dell'Indocina (1940) e infine l'attacco a Pearl Harbour (1941) che vide il G. in guerra a fianco delle potenze dell'Asse. Nonostante le strepitose vittorie iniziali, lo sviluppo industriale giapponese non era all'altezza dell'enorme sforzo richiesto. La distruzione della flotta decise la situazione. Mentre il G. chiedeva i buoni uffici della Russia, cui era legato da un trattato di amicizia e di neutralità (1941), l'URSS dichiarò la guerra una settimana prima della capitolazione giapponese avvenuta il 15 ag. 1945. La nuova Costituzione del 1946 proclamava la rinuncia definitiva alla guerra e alle forze armate.

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Bibl.: F. Brinkley, A history of the japanese people, Nuova York 1912; N. Koda, Kajihi, Tokio 1934; S. Shirayanagi, Mizuoka Nipon rehishi (Storia del popolo giapponese), ivi 1938; G. R. Sansom, Le Japon, histoire de la civilisation japonaise Parigi 1938; K. Nakamura, Shin Kohu-shi hon, Tokio 1949. Agostino M. Kanayama
III. Evangelizzazione del G. - Probabilmente il cristianesimo entrò nel G. nel sec. viII, per opera dei nestoriani. Il b. Odorico da Pordenone O.F.M. non toccò il G., scoperto solo nel 1543 dai Portoghesi. La storia delle sue missioni incomincia con loro e si può dividere in due periodi: i secc. xVI e XVII e il sec. XIX e seguente.

1. Le missioni nel G. nel secc. XVI e XVII. - Mercanti portoghesi e s. Francesco Saverio convertirono Anjirò di Kagoshima, un suo amico e un suo servo. Battezzati a Goa nella Pentecoste ( 20 maggio 1548) dal vescovo francescano Giovanni de Albuquerque, partirono assieme a due altri servi, al Saverio e ai gesuiti p. Cosma de Torres e
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Giappone - Luoghi colpiti dalla bomba atomica - Nagasaki.
fratel Giovanni Fernández, e il 15 ag. 1549 arrivarono a Kagoshima, accoltivi favorevolmente dal suo principe che poi osteggiò il cristianesimo. Il Saverio passò, con due compagni, nell'isola di Hirado, poi a Yamaguchi. Dopo due anni ritornò a Goa, lasciando nel G. 1500 cristiani, che nel 1555 erano saliti a ca. 2000. Nel 1561 vi erano otto cristianità: Kunai, Kutami, Hirado, Hakata, Kagoshima, Yamaguchi, Miyako e Sakai, curate da sei Gesuiti. Nel 1563 si aggiunse quella del Kyūshū occidentale, essendosi convertito il suo feudatario Ōmura Sumitada (1532-87), e della penisola Shimabara; e, nel 1566, le isole di Amakusa e di Gotō. Nel 1571 vi erano in G. ca. 30.000 cristiani. Da 17 a 18.000 se ne convertirono a Omura nel 1575; nel 1583 erano oltre 30.000 a Nagasaki, e oltre 4000 ebbero a Shimabara il Battesimo assieme al feudatario Arima Harunobu. Nel 1587 oltrepassavano i 60.000 nella regione di Bungo, il cui feudatario era stato battezzato il 28 ag. 1578. Nel 1587 i 205.000 cristiani giapponesi erano curati da 43 sacerdoti, coadiuvati da altri 73 tra chierici e fratelli, 47 dei quali erano giapponesi. Ma il 24 luglio di quell'anno Toyotomi Hideyoshi (1535-98), fino allora favorevole ai missionari, emise un editto di proscrizione contro i Gesuiti che non avevano voluto mettere a sua disposizione una nave per la sua spedizione contro la Cina. La persecuzione portò alla crocifissione ( 5 febbr. 1597), in Nagasaki, di sei Francescani, tre Gesuiti e diciassette Giapponesi, i quali furono canonizzati da Pio IX nel 1862.

Accanto ai Gesuiti lavoravano, dal 1598, di nuovo i Francescani (il p. Girolamo De Castro fondò nel 1599 la missione di Edo, ora Tokio); dal 1602 i Domenicani e gli Agostiniani : quelli iniziarono la loro attività nella provincia di Satsuma, e questi in quella di Bungo. Nagasaki, per opera dei Gesuiti, era tutta
cristiana; anche i tre Ordini mendicanti vi eressero case e fondarono cristianità nelle province settentrionali di Nambu, Oshu e Dewa. Il sangue dei martiri fruttificava davvero, e il G. contava nel 1613 oltre 300.000 cristiani.

Verso il 1611 i protestanti olandesi ed inglesi sussurrarono negli orecchi di Tokugawa Ieyasu, fino allora benevolo ai missionari, che questi preparavano il terreno agli Spagnoli per la conquista del G., e i bonzi gli parlarono della minacciosa vendetta degli dèi nazionali se non venisse distrutta la religione cristiana. Ieyasu emanò difatti un decreto di proscrizione e di persecuzione (Miyako 27 genn. 1614): tutti i missionari dovevano esser portati a Nagasaki, le chiese abbattute, i cristiani costretti all'apostasia, e, alcuni di loro, di nobile condizione, esiliati. A nulla riuscirono i tentativi per la revoca di tale editto, e il 7 ed 8 nov. salparono le navi con il carico dei proscritti. I pochi missionari rimasti nascosti e i pochi rientrati poi clandestinamente incoraggiavano i cristiani alla perseve-
ranza, e, con loro, attendevano a nuove conversioni. E si ebbero dei martiri durante tutto il sec. xvir. Ce ne furono già il 22 nov. dello stesso 1614. Memorando il "grande martirio" del 10 sett. 1622 nel quale furono bruciati vivi o decapitati a Nagasaki 9 sacerdoti, 13 tra chierici e laici, appartenenti a diversi Ordini religiosi, e 34 cristiani. Il 4 dic. 1623 a Shiba, presso Edo, s'ebbe un'ecatombe di bruciati vivi. Per tutto il secolo vi furono dei martiri, ma per la raffinatezza dei tormenti, per il prolungarsi della persecuzione e per lo scarsissimo numero dei missionari si dovettero piangere non poche apostasie. Inoltre nessun vescovo arrivò nel G. dopo la morte di Lodovico Cerqueira ( 16 febbr. 1614). Fu eroismo l'entrata in G. del secolare siciliano Giov. Batt. Sidotti (1708). Vi fu prestissimo catturato e rinchiuso nelle carceri di Edo, ove morì nel 1715 .
2. Le missioni del sec. XIX e seguente. - Così il G. si chiuse quasi ermeticamente in se stesso. Solo pochi Olandesi e Cinesi vi ebbero una limitata relazione commerciale. Il cristianesimo, secondo i sospetti dei missionari della Cina e Corea, vi doveva essere estinto assolutamente. Nel 1844 poté sbarcare a Naha, nelle isole Ryū-Kiū, Teodoro Augusto Forcade, delle Missioni Estere di Parigi; ma non poté né predicarvi né penetrar oltre. Fu necessaria la forza dell'ammiraglio americano Perry (1854) a spezzare l'ermetismo del G. I missionari vi rimisero piede nel 1856. Vi vigeva ancora la pena di morte contro i cristiani, di cui ancora vi era un piccolo gruppo. Fu scoperto a Nagasaki ( 17 marzo 1865) dal p. Bernardo Taddeo Petitjean, pure delle Missioni Estere di Parigi. Anche a Kyūshū e nelle isole circostanti vivevano oltre 25.000 cristiani. Nel 1867 si ebbero nuovi martiri. I missionari continuarono in silenzio la loro eroica opera. I manifesti contro i cristiani furono rimossi solo nel 1873. Le leggi persecutorie furono abrogate nel 1876, dopo le rimostranze dello statista Iwakura Tomoni (1825-

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(da Beram a Societate Iesu in Oriente gestarum, Napoli 1273, pp. 275-276)
Giappans - Scrittura giapponese stampata in Occidente. Biblioteca Vaticana, Barb. H. II-16.
1880) che viaggiando in America ed in Europa s'era vergognato di sentirsi rimproverare che in G. vigessero ancora.

L'èra moderna della Chiesa in G. incomincia nel 1874. Ritornarono i cristiani esiliati, e, pentiti, anche gli apostati, formando nuclei considerevoli per nuove fondazioni. Nonostante l'incertezza delle clausole della Costituzione dell' 11 febbr. 1889, che assicurava la libertà religiosa, la fede cristiana si diffuse in modo assai promettente, e Propaganda poté erigere in G. (za maggio 1876) i due vicariati: di Tokio per le province orientali e settentrionali, e di Osaka per le altre. Vicario apostolico a Osaka fu mons. Petitjean e a Tokio Pietro Maria Osouf, direttore del Seminario di Parigi. Nel 1878 l'attività missionaria dalle coste penetrò nei territori dell'interno. Il movimento verso il cristianesimo, manifestatosi nel 1889, decise Leone XIII ( 15 giugno 1891) a istituire in G. la gerarchia ecclesiastica, erigendo l'arcidiocesi di Tokio, con le diocesi suffraganee di Nagasaki, Osaka e Hakodate.

Ai missionari delle Missioni Estere di Parigi s'aggiunsero (1895) i Domenicani spagnoli provenienti da Formosa (in seguito alla cessione di quest'isola al G.) ove lavoravano già dal 1859 ; e nel 1904 entrarono anche in Shikoku. I Francescani giunsero a Hokkaido nel 1907 e i missionari della Società del Verbo Divino nell'isola di Hondo; e nel 1908 vennero a Tokio i Gesuiti per fondarvi una Universita. Le due guerre mondiali ostacolarono, e quasi fecero cessare in G. ogni attività dei missionari nominati, e quella dei Salesiani venuti nel 1926 e dei Conventuali nel 1930, e dei missionari americani di Maryknoll venuti nel 1935.

In G. v'erano, nel 1884, 31.230 cattolici; 64.099 nel 1910; e oggi ca. 127.000 , i quali - degno di nota - ricevono la S. Comunione, in media, 17 volte all'anno, garanzia questa di perseveranza e promessa d'ulteriore sviluppo.

Il cristianesimo, che nei secc. XVI-xVII aveva trovato i massimi ostacoli nei signori feudatari e nel buddhismo, dal sec. xix in poi li ebbe ancora nel buddhismo, ma più ancora nello shintoismo, specialmente dopo che lo shintoismo, nel 1870 e 1884 , fu dichiarata religione ufficiale dello Stato. La religione cattolica, nonostante tutto, assai apprezzata in G. per la sua morale di rispetto e obbedienza alle autorità costituite, fu ancora più stimata dopo che la S. Congregazione di Propaganda Fide, con l'Istruzione del 26 maggio 1939, approvava e raccomandava gli atti d'ossequio civile all'imperatore e ad altri. Il riconoscimento ufficiale del cattolicesimo da parte dello Stato, alla pari dello shintoismo e del buddhismo, si ebbe il 3 maggio 1941. Intanto negli aa. 1940-41 vescovi e amministratori ecclesiastici indigeni avevano assunto la
direzione ed amministrazione di tutte le opere ecclesiastiche (v. RITI GIAPPONESI).

Il 6. dic. 1919 fu eretta una delegazione apostolica a Tokio, e il governo giapponese costituì una delegazione presso il Vaticano a conclusione dell'opera diplomatica dei papi Leone XIII e successori. Anche le suore svolgono l'opera loro in G. fin dal 1873 negli orfanotrofi, ospedali, lebbrosari che vanno sempre moltiplicandosi e modernizzandosi; e in scuole di cultura media e di lavoro. Gli Istituti femminili sono 28 , con 11.000 alunne, e 17 scuole professionali, con 2500 alunne loro affidate e dirette, per legge, da personale religioso indigeno.

I Marianisti aprirono a Tokio (i febbr. 1888) una prima scuola, oggi istituto medio, frequentato da oltre 1500 alunni, cui seguirono le loro scuole a Nagasaki (1892), Osaka (1898), Yokohama (1901). La Società del Verbo Divino aprì una scuola media a Nagoya (1932); una i Francescani a Sopporonel (1934),
e una a Hōbr (1938) i Gesuiti, i quali già nel 1913 avevano aperta a Tokio l'Università "Sophia ". Anche i Salesiani hanno aperto recentemente una scuola industriale nelle vicinanze di Tokio.

La fine della seconda guerra mondiale ha segnato per il G. una nuova èra della sua storia. Per la prima volta il suo suolo fu invaso da truppe straniere e molte delle sue antiche tradizioni stanno subendo una vera trasformazione. L'attività missionaria può svolgersi in un'atmosfera di maggiore comprensione, tanto più che tutta la gerarchia ecclesiastica è indigena e i missionari esteri, che in questi ultimi anni sono accessituti di parecchio, esercitano un ministero di collaborazione.

La situazione al 30 luglio 1950 è indicata dallo specchietto seguente, in cui si dice che tre prefetture apostoliche e un vicariato apostolico sono affidati a missionari stranieri. Giuridicamente ciò è vero ma in pratica essi sono retti da amministratori apostolici locali. E stata esclusa la prefettura apostolica di Karafuto, nell'Isola di Sakalio, dove in seguito all'occupazione del territorio da parte della Russia non è possibile una ulteriore attività missionaria.
3. Missioni protestanti. - Nonostante che Olandesi e Inglesi avessero avuto relazioni commerciali con il G. fin dagli inizi del sec. xvir, le missioni protestanti cominciarono verso la metà del sec. xix. Riusciti vani i tentativi di penetrarvi dalle Isole Ryūkiū (1844-55), il protestantesimo vi entrò nel 1859 con i missionari della Chiesa episcopale americana G. Giovanni Liggius e C. M. Williams, seguiti più tardi da missionari di altre sète. Il primo battesimo protestante in G. si ebbe nel 1864; però altri Giapponesi s'erano fatti protestanti all'estero. La prima comunità protestante, la "Chiesa di Cristo in G.", fu costituita a Yokohama il 10 marzo 1872, con soli 9 membri. La rimozione dei manifesti murali contro i cristiani (1873) favorì anche il protestantesimo. Si diffuse rapidamente e nel 1882 contava 4367 adulti, cresciuti a 25.514 nel 1888, grazie agli aiuti finanziari dei protestanti americani, che resero possibile una imponente attività di scuole, di stampa e d'opere di beneficenza.

Le grandi Conferenze missionarie (p. es., di Yokohama nel 1872, di Osaka nel 1883, di Tokio nel 1900) e i Congressi estivi annuali di Karuizawa affrontarono i vari problemi missionari, fino a quello di poter riunire tutte le varie sètte in un'unica "Chiesa cristiana in G.", effettuata solo in questi ultimi tempi su d'una formola di confessione redatta in base ai Simboli apostolico e ni-

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| Missione | Grado | Affidata a | Cattolici | Catecu- <br> menti | Sacerdoti |  | Fratelli |  | Suore |  | Catechisti | Maestri | Semina- <br> risti maggiari |
| :--: | :--: | :--: | :--: | :--: | :--: | :--: | :--: | :--: | :--: | :--: | :--: | :--: | :--: |
|  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |  |
| 1. Fukuoka | D | clero sec. | 12.995 | 910 | 9 | 35 | 5 | 1 | 138 | 39 | 54 | 171 | 27 |
| 2. Hiroshima | VA | S. J. | 3.888 | 914 | 4 | 19 | 6 | 2 | 30 | 34 | II | - | 5 |
| 3. Kagoshima | PA | clero sec. | 577 | 360 | 3 | - | - | - | 7 | - | 5 | 15 | 6 |
| 4. Kyoto | PA | clero sec. | 3.017 | 1.900 | 6 | 23 | - | 4 | 16 | 23 | 46 | - | 7 |
| 5. Miyazaki | PA | S. S. | 2.619 | 378 | 3 | 15 | 2 | 1 | 29 | 8 | 1 | 25 | 7 |
| 6. Nagasaki | D | clero sec. | 62.142 | 213 | 47 | 10 | 30 | 10 | 402 | 12 | 375 | 125 | 29 |
| 7. Nagoya | PA | S. V. D. | 2.236 | 1.449 | 6 | 38 | 6 | 3 | 35 | 23 | 8 | 97 | 4 |
| 8. Niigata | PA | S. V. D. | 2.236 | 1.837 | 4 | 14 | - | - | 6 | 46 |