a 1930; M.-J.queeze, L. tratta to da 1931, pp. 104-24; A. Momigliano, Prime linee di storia nella stagione marzabaira, Roma 1930; M.-J.queeze, L. tratta to da 1931, pp. 104-24; A. Momigliano, Prime linee di storia nella stagione marzabaira, Roma 1930; M.-J.queeze, L. tratta to da 1931, pp. 104-24; A. Momigliano, Prime linee di storia nella stagione marzabaira, Roma 1930; M.-J.queeze, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.strate, L.
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Bim.: M. Remondini, I soutuari e le tomogini di Maria nello ritió di Growen, Genova 1865, p. 69; U. Bonzi da Genove, 9 de: 1746: la testimoniansa giarata del p. C. G., in Raccoglitore ligure, ott. 1934, pp. 2-3.
Umile Bonzi da Genova
## GIAVA: v. INDONESIA.
GIAVARINO (Győr), diocesi di. - In Ungheria, suffraganza di Strigonia. Fu fondata da s. Stefano ( $997-1038$ ), primo re degli Ungheresi, da lui conver. titi alla fede di Cristo. La diocesi si estendeva allora su tutto il territorio delle contee di Sopron e di Mison, e sulla maggior parte del territorio delle conteo di Győr, Komaron, Veszprém e Vas, nell'angolo nord-occidentale dell'Ungheria attuale.
La tradizione indica, già nel roor, l'esistenza del vescovato. Il primo vescovo fu il monaco benedettino Radla, amico e discepolo di s. Adalberto, vescovo di Praga. Il successore fu Modesto, il cui nome viene commemorato sui ricordi dell'incoronazione di re Andrea I (1046-60). Il vescovo Bartvik, incaricato dal re Colomanno (10931114), scrisse ca. il 1111 , in base a fonti storiche, la vita del santo re, la celebre - leggenda di s. Stefano s. Il vescovo Ugrin Csak (1188-1204) fu un celebre guerriero, poi anche arcivescovo di Strigonia (Eastergott). Il vescovo Gregorio (1223-41), il $18^{\circ}$ tra i vescovi di G., fu invisto ripetutamente come legato del re al papa Gregorio IX; morì sul campo di Mobi (nell'Ungheria nordorientale) nella tragica battaglia dell'esercito ungherese contro i Mongoli. Il vescovo Amedeo II (1254-63) consacez la chiesa di Jak, una delle più belle del periodo romano-gotico in Ungheria. Il grande consigliere del re Mattia Corvino (1458-90), il card. 'Tomaso Bakocz, prima di diventare arcivescovo di Strigonia e cancelliere del re Vladislao II (1490-1516), fu vescovo di G. (1486-94). Il vescovo Biagio Paksi (1525-26) fu ucciso nella fatale battaglia di Mohacs (nell'Ungheria del sud), che iniziò da parte dei Turchi l'invasione e l'occupazione della maggior parte dell'Ungheria, protratta per ca. 150 anni. I vescovi Zacaria Delphine (1566-72) e Gregorio Draskovich ( $1578-87$ ) furono elevati alla porpora. L'ultimo di. ventó poi vescovo di Zagabria e luogotemente della Croazia. Georgio Szechenyi ( $1658-85$ ) poi arcivescovo di Strigonia, una delle figure più significanti della storia della Chiesa ungherese, fondò il Seminario diocesano, un collegio di Gesuiti e diverse altre scuole. Leopoldo Kolonich (1685-95) fece costruire varie chiese, scuole, ospedali e ospizi di vecchi, e come vescovo di G. fu elevato alla dignità cardinalizia. Agostino Keresztely (1695-1723) prima di cominciare la carriera ecclesiastica, come ufficiale partecipò alla riconquista di Buda contro i Turchi. Durante il vescovato del conte Francesco Zichy (1743-83) il territorio della diocesi fu sensibilmente ridotto; le parrocchie nella contea di Veszprem furono aggregate all'antica diocesi di Veszprem; quelle invece della contea di Vas formarono con altri territori la nuova diocesi di Sabaria (Szombathely). Lo Zichy fece anche grandi sacrifici per i lavori di restauro della Cattedrale, la quale fu allora ornata da affreschi e quadri dal pittore barocco Maulpertsch. Anche il tesoro della Cattedrale fu arricchito da lui di preziosi doni. Il card. Giovanni Simor, arcivescovo di Strigonia, per un certo tempo fu anche vescovo di G. (1857-64). Il vescovo Giovanni Zalka (1867-1901) fu uno scrittore ecclesiastico e spiegò anche un'attività considerevole in favore della Chiesa, della società e della nazione. Il fondatore del nuovo Seminario diocesano fu il vescovo conte Nicola Szechenyi (1901-11). Il successore Arpad Varady (1911-14), eccellente canonista, merita considerazione, quale presidente della società di S. Ladislao per la cura spirituale degli Ungheresi emigrati. Durante la prima guerra mondiale il vescovo della diocesi fu Antonio Fester. La seconda guerra mondiale donò alla diocesi un vescovo martire, il barone Guglielmo Apor, che fu ucciso da un soldato russo, perché difese energicamente la vita e l'onore dei suoi fedeli, rifugiati nel ricovero del Palazzo vescovile durante l'avanzata dell'esercito rosso, nel marzo del 1945.
Oggi nelle 180 parrocchie della diocesi ca. 350
sacerdoti secolari e ca. 60 sacerdoti religiosi svolgono la loro attività. Il numero dei fedeli arriva ai 400.000 . Nel 1948 si contavano ancora 280 scuole cattoliche elementari e medie, nelle quali ca. 400.000 bambini e giovani ricevevano una educazione religiosa e civile. Purtroppo in quell'anno tutte le scuole cattoliche furono nazionalizzate. Il capoluogo della diocesi è G. (Győr). Tra i suoi bei monumenti i più importanti sono quelli religiosi. Quali insigni monumenti dello stile gotico ungherese si citano le cappelle di Hedervari (1404) e di Doczy (1498). Un bel esemplare barocco è la chiesa dei Benedettini, già dei Gesuiti (1641).
A G. si trovano anche le istituzioni religiose più importanti della diocesi: il Capitolo dei canonici, il quale durante l'occupazione turca per un certo tempo fu trasferito a Sopron; il Seminario diocesano; varie case di religiosi (Benedettini, Carmelitani) e religiose (Orsoline); il ginnasio-liceo dei Benedettini per ragazzi e delle Orsoline per le femmine e una grande scuola magistrale diocesana, istituti caduti nel giugno 1948 sotto la legge della nazionalizzazione. G. è così non solo un centro dell'industria e del commercio dell'Ungheria, di nordovest, un anello di congiunzione tra Budapest e Vienna, ma anche un importante centro religioso e culturale nella vita ungherese. Gerardo Bóvis
GIBAIL, diocesi di. - L'antica Byblos in Fenicia, la Giblet dei Crociati, oggi un villaggio di 1.500 ab., a 30 km . a nord di Beirut sul Mediterraneo. G. è insieme con Botri la diocesi patriarcale del patriarca maronita che risiede a Bekorki.
Fedeli: 22.774; sacerdoti: 93; case religiose maschili: 6; parrocchie: 70; opere d'azione cattolica: 5 ; confraternite: 145 ; scuole ed istituti: 30.
La diocesi G. dei melkiti è stata unita con quella di Beirut mediante la bolla del 16 ag. 1881 sotto Leone XIII.
Bim.: P. Dib, Maronite (Eglise), in DThC, X, col. 122; Statistica della gerarchia e dei fedeli di rito or., Città del Vaticano 1932, pp. 59-60, 306; Annuario paulificio, 1949, p. 191. Guglielmo de Vries
GIBBON, Edward. - Storico inglese, n. a Putney-on-Thames 18 maggio 1737, m. a Londra il 16 genn. 1794. Entrato ad Oxford per compiervi gli studi nel 1752, si converte al cattolicesimo, ma, inviato dal padre a Losanna (1753), torna ben presto al protestantesimo. Nel 1758 è a Londra, dove continua gli studi.
Nel 1763 parte per un viaggio di istruzione, si ferma a Parigi, dove si lega con D'Alembert e Diderot, poi a Losanna, indi si reca a Roma, dove sembra abbia concepito il disegno della sua grande opera, la History of the decline and fall of the Roman Empire. Tornato in Inghilterra (1765) attende ad essa, oltre che a studi letterari di scarso rilievo. Eletto deputato nel 1774, pubblica nel 1776 il primo volume della History, accolto da grande plauso ma anche da vivaci opposizioni per la sua svalutazione del cristianesimo. Nel 1779 scrive, su incarico del ministero, un Memoire justificatif di polemica antifrancese, ottenendone in compenso per breve tempo un posto al Board of Trade. Nel 1781 pubblica il II e III vol. della sua History. Nel 1783 è di nuovo a Losanna, donde tornerà in Inghilterra nel 1788 per la pubblicazione degli ultimi tre volumi dell'opera.
La sua History è divisa in due parti, la prima (180641 d. C.) ricco di documentazione, è condotta con rigore scientifico, mentre la seconda ( $641-1453$ ) è un sommario nel quale svaluta del tutto la storia dell'Impero bizantino. Nell'insieme l'opera è animata da spirito razionalistico e mira a spogliare i fatti da ogni elemento extraumano (fu messa all'Indice nel 1783).
Bim.: Opere: ed. crit. a cura di J. B. Bury, 7 voll., Londra 1909-13, con ampia introd.; D. M. Low, E. G., in 1940; C. Fueter, St. d. storiografia mod., Napoli 1944, v. indice (con bibl.).
Sergio Cotta
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(da Allen S. Wille, Life of James Cardinal Gibbons, Baltimore (VII, frantcspicio)
Gibbons, James - Ritratto.
GIBBONS, JAMES. - Cardinale statunitense, n. a Baltimora da genitori irlandesi il 23 luglio 1834, m. ivi il 24 marzo 1921. Sacerdote il 30 giugno 1861, segretario e cancelliere di mons. Spalding, arcivescovo di Baltimora; nel 1868 fu consacrato vescovo, quale primo vicario apostolico della Carolina del nord. Nel 1869 prese parte al Concilio Vaticano. Nel 1872 fu trasferito a Richmond, nel 1877 divenne coadiutore di B. J. Roosevelt, arcivescovo di Baltimora, cui successe nello stesso anno. Nel nov. 1884 presiedette il III Concilio plenario americano. Il 7 giugno 1886 fu creato cardinale del titolo di S. Mario in Trastevere e nel 1887 divenne gran cancelliere dell'Università cattolica di Washington, alla cui fondazione aveva contribuito. Nel 1903 venne a Roma per l'elezione di Pio X : primo cardinale americano che partecipasse a un conclave. Durante la prima guerra mondiale (1915-18) varcò due volte l'oceano per visitare i combattenti al fronte, familiarizzando con soldati di ogni confessione, facendo così cadere molti pregiudizi anticattolici tra i protestanti angloamericani.
Seppe comprendere il carattere ed i bisogni del popolo americano, acquistandosi cosi grande popolarità ed influenza, riuscendo col suo tatto a facilitare i rapporti fra il cattolicesimo ed i pubblici poteri sul fondamento delle libertà. Si adoperò molto per gli immigranti cattolici, gli umili ed i poveri e per l'abolizione della schiavitù. Tante benemerenze pratiche poterono indicarlo come il più illustre rappresentante dell'americanismo (v.), ma il fatto stesso che egli accettò senza tergiversare il breve di Leone XIII a lui indirizzato a proposito delle polemiche sorte sull'argomento, dimostra che il suo pensiero non intendeva allontanarsi dalla tradizione cattolica.
Larga eco ebbero le sue opere di apologetica popolare: The Faith of our Fathers (Baltimora 1876), di cui
si ebbero oltre 280 edizioni e traduzioni nelle principal i lingue del mondo; Our Christian Heritage (ivi 1889); The Ambassador of Christ (ivi 1897); A Retrospect of Fifty Years (ivi 1917).
Bibl.: A. S. Will, Life of card. G., Nuova York 1911, $2^{\circ}$ ed., ivi 1922; W. T. Russell, Baltimore. Archdiocese of, in The Cuth. Enc., II, pp. 234-35 e ibid., suppl., I, p. 341; mon., s. v. in Enc. Eur.-Am., XXV, p. 1555; G. Schuhmann, s. v. in LThK, IV, col. 490; A. S. W., s. v. in Dictionary of american biography, VII (1946), pp. 238-42. Vito Zollini
GIBERTI, Giam Matteo. - N. a Palermo il 20 sett. 1495, m. a Verona il 30 dic. 1543. Governatore di Tivoli a vent'anni. A Roma è intimo del card. Giulio de' Medici, il quale, eletto pontefice col nome di Clemente VII, lo nomina suo datario. Nel 1524 è vescovo di Verona. La sua attività politica è legata al tentativo di alleanza della S. Sede con Francesco I. E il G. che spinge il Papa all'alleanza col re di Francia del genn. 1525. Pautore della lega di Cognac (1526), durante il sacco di Roma rimane chiuso col Papa in Castel S. Angelo (1527). Solo dopo il crollo delle sue speranze politiche passa alla diocesi veronese (febbr. 1528). Nel 1537 cerca di trattare la tregua tra Carlo V e Francesco I: tentativo che falli per l'impossibilità per Francesco I di parlar di pace, se Carlo V non avesse ceduto il ducato di Milano o non lo avesse affidato in pegno al Papa; come pure falli l'altro tentativo del G. di spingere Enrico VIII a rinunziare allo scisma.
Delusioni complete dunque per il G. nella vita politica, una vita alla quale d'altronde non si sentiva intimamente attratto. La sua attività caritativa e le sue stesse amicizie romane (Jacopo Sadoleto, Gaspare Contarini, Gian Pietro Carafa, Reginaldo Pole, Girolamo Alcandro, Pietro Bembo, Vittoria Colonna) mostrano le sue propensioni e le sue affinità più spirituali e culturali che politiche. E difatti se la sua attività politica fu un fallimento, non fu un fallimento la sua opera pastorale. Dal suo passaggio alla sede vescovile fino alla morte lavorò con accanimento ed entusiasmo al rinnovamento etico-religioso della sua diocesi : qui è la sua opera più ricca e duratura di riformatore, di attuatore di quella renovatio auspicata da vari anni dagli spiriti più pensosi delle sorti del cattolicesimo. Le Constitutiones, da lui compilate per i bisogni della diocesi, furono poi prese a modello da molti in Italia e fuori.
Parsimonioso, facile all'ira ma pure al dominio di se stesso e alla condiscendenza verso gli altri, di rapida immaginazione, veloce nella pratica degli affari, ricco di fervore, è tra le figure più suggestive della riforma catrdica.
Bibl.: T. Pandolfi, G. M. G. e l'ultima difesa della liberid d'Italia negli anni 1511-13, in Archivio della R. Società romana di storia patria, 34 (1911), pp. 131-237; G. B. Pighi, G. M. G., $2^{\circ}$ ed., Verona 1924; P. Poschini, S. Gaetano Thiene, Gion Pietro Carafa e le origini dei Chierici Regolari Teatini, Roma 1926, passim; G. M. Monti, La legazione del Polo e del G. in Francia e in Finndra nel 1337, in Archivio storico italiano, 87 (1929), pp. 293-309; Pastor, IV, V, passim; L. Simconi, Un volume manoscritto di prediche attribuite al vescovo G., in Atti dell' Arcademia di Verona, 1932, $5^{\circ}$ serie, vol. X, pp. 123-30; F. Pellegrini, Un contulto di Gerolamo Fracastoro per G. M. G. vescovo di Verona, Verona 1934; A. Grazioli, Nel centenario della morte di G. M. G. vescovo di Verona. La sua opera di riforma, in La scuola cattolica, 73 (1945), pp. 85-101; A. Cistellini, Figure della Riforma pretridentina, Brescia 1948 (v. indici); G. Barbieri, Aspetti sociali nell'opera riformatrice di G. M. G., in Saggi di storia economica italiana, Bari 1948, p. 73-88; H. Jedin, Il tipo ideale di vescovo secondo la Riforma cattolica, Brescia 1950, pp. 38-48.
Massimo Petrocchi
GIBIER, Chables-Célestin. - Vescovo di Versailles, n. in Artenay il 25 dic. 1849, m. a Versailles il 3 apr. 1931. Figlio di contadini, entrò quattordicenne nel Seminario di Orléans e fu ordinato nel 1873. Parroco di S. Paterno in Orléans nel 1888, si rese noto per singolari prove di zelo nel ministero pastorale, dando vita ed impulso a moltissime opere,
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talché lo si può considerare un precursore dell'Azione Cattolica.
Eletto nel 1906 vescovo di Versailles all'epoca delle leggi Combes e della rottura delle relazioni fra la S. Sede e la Francia, fu uno dei vescovi francesi consacrati in Roma da Pio X. Da presule intensificò la sua attività religiosa e sociale con imponenti risultati : 34 nuove chiese, 4 seminari fondati e restaurati, sale parrocchiali, patronati, scuole; una cura speciale ebbe in favore degli agricolton, fondando: l'Union catholique de la France agricole (1917), l'Grouve de l'adoption des petites paroisses rurales(1920); e il granale La Croix de Seine et Oise (1927). Specialmente dimostro premure tutte particolari per l'opera delle vocazioni sacerdotali, raccogliendo ottimi risultati.
Pubblicò varie serie fortunatissime di conferenze : Conférences aux hommes ( 16 voll., Parigi 19071911) intorno alla religione, Dio, Gesù Cristo, la Chiesa, la famiglia e la societa; Les devoirs de l'heure présente ( 10 voll., ivi 1912-17); Les temps nouveaux ( 9 voll., ivi 1918-22).
Bibl.: G. Millot, Mgr G., précurseur de l'Action catholique, Parigi 1939.
Renzo U. Montini

GIBILTERRA (Gibraltar). - Penisoletta rocciosa che chiude da E. la baia di Algeciras, all'estremità meridionale della Spagna, sbarrando l'ingresso del Mediterraneo.
Cosiddetta (Gebel at-Tāriq, «Monte di Tāriq») in memoria del condottiero che nel 711 guido gli Arabi in Spagna, fu conquistata nel 1704 dagli Inglesi, che ne fecero una munita fortezza. Come colonia militare è retta dal comandante della guarnigione (governatore), assistito da un consiglio esecutivo di 7 membri. La zona istmica fra G. e la Spagna ( $0,8 \mathrm{I} \mathrm{kmq}$.) è territorio neutro. Su 5 kmq . vive una popolazione civile di 22.532 ab. (1948), di lingua spagnola e di religione cattolica. Il porto è scalo assai frequentato delle navi mercantili.
Bibl.: O. Jessen, Die Strasse von Gibraltar, Berlino 1929; G. T. Garrat, Gibraltar and the Mediterranean, Londra 1930; H. W. Howes, Short history of Gibraltar, ivi 1946.
Giuseppe Caraci
La diocesi di G. - La penisola di G. ebbe la grima evangelizzazione con la conquista spagnola (1492). In breve tempo la religione cattolica fece numerosi pro-
seliti e poté fondarsi la parrocchia di S. Maria Coronata, posta sotto la giurisdizione del vescovo di Cadice. Avvenuta l'occupazione inglese (1704), gli abitanti abbandonarono, quasi in massa, il territorio, il culto cattolico fu proibito ed i beni ecclesiastici passarono ai protestanti.
L'Inchilterra nel 1771 vi instaurò, per il governo religioso, una commissione di seniores che rimase in carica parecchi anni impedendo ogni iniziativa cattolica. Nel 1806 la S. Congregazione di Propaganda Fide, non potendo il vescovo di Cadice provvedere alla cura dei fedeli della penisola, nomino direttamente parroco del territorio il sac. Isidorn Dominguez, il quale attese ai bisogni spirituali dei nuovi coloni, in maggior parte generosi, chiamati dagli Inglesi. Nel 1817 fu eretto il vicariato apostolico di G., divenuto diocesi il 19 nov. 1910 e affidato ai Padri benefettini della Primitiva Osservanza. Il territorio di questo ordinariato comprende tutta la penisola con una superficie di kmq. 5,62. Vi sono 20.246 cattolici, la maggior parte di origine italiana; altri spagnoli ed altri di origine inglese e irlandese. La popolazione totale è di 27.868 ab., dei quali 886 sono ebrei, ca. 5082 protestanti e un centinaio musulmani. Il governo inglese si mostra tollerante verso i cattolici. Il clero è formato da 6 sacerdoti del luogo e 13 etranivri. Vi sono inoltre alcuni Fratelli delle Scuole cristione e le Suore di Loreto. La diocesi ha due parrocchie, 5 stazioni primarie, con tre chiese e tre cappelle. Le scuole cattoliche sono ripartite in 8 elementari, 3 medie e 2 professionali. Esistono 2 orfanotrofi e 2 ricoveri per vecchi.
Bibl.: AAS, 2 (1910), pp. 942-43; Arch. Prop. Fide, Relazione quinquennale 1933, pos. prot. 4231/27 e 3033/07; MC, 1940, p. 68 . Antonio Mazza
GIBUTI, PREFETTURA APOSTOLICA di. - I Cappuccini iniziarono l'evangelizzazione della Somalia francese. Il 28 apr. 1914, con territorio del vicariato apostolico dei Galla, fu eretta la prefettura aposto-
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lica, che abbracciava anche un vasto territorio dell'Etiopia, cioè l'Ogaden. Nel 1937 si ebbe un riordinamento generale delle missioni dell'Etiopia e con decreto del 25 marzo dello stesso anno il territorio fu limitato al possedimento francese.
Esso è situato in piena zona tropicale ed ha una superfice di kmq. 23.000 con clima torrido. Ha ca. 100.000 ab. di cui, secondo i dati del 1950 , i cattolici sono complessivamente 2445 , tra indigeni, stranieri e di razza mista. I catecumeni sono 111, protestanti 35 , ebrei 50 , musulmani 78.000 . Gli abitanti appartengono a due razze principali: i Danachili nel circolo di Tagiura fino alla frontiera con l'Eritrea e i Somali, o meglio gli Issa, che sono una sottotribù della razza somala, nel restante territorio: essi sono musulmani. Vi sono anche Arabi, Indiani e Malgasci. L'apostolato è quindi assai difficile, anche perché i Somali menano una vita nomade tra la colonia francese e la vicina Somalia inglese. Vi sono: i quasi parrocchia, 3 stazioni primarie, 9 secondarie; 1 chiesa e 3 cappelle; 3 orfanotrofi con 112 bambini; 4 scuole elementari con 391 alunni. Nei due ospedali civili e nel dispensario vi sono le suore. Vi si pubblica in 450 copie il periodico Le semeur en Terre Somalie.
BibL.: Archivio di Prop. Fide, Prospectus status missionis, pos. n. 9001, 3791/49; AAS, 6 (1914), p. 233; 29 (1937), pp. 361 362; MC (1950), p. 29. Saverio Paventi
GIELEMANS, Johannes. - N. nel 1427, entrò nel 1447 al priorato dei Canonici regolari di S. Agostino di Rubea Valle (Rooklooster) presso Bruxelles e fu ordinato sacerdote nel 1464. Per molti anni, fino alla morte, nel 1487 , fu sottopriore.
E noto come amanuense e soprattutto come agiografo: Sanctilogium (4 voll., 1470-80); Novale Sanctorum (2 voll., 1483-85); Hagiokogium Brabantinorum (2 voll., 1476-84). Non dimostra però gran senso critico.
BibL.: Bollandisti, De codicibus hagiographicis 7. G., Canonici Regularis in Rubea Valle prope Brucellus (Subsidia agiographica, 5), Bruxelles 1895; id., Anecdotes ex codicibus hagiographicis 7. G. (ibid., 3, 2), ivi 1895 .
Pietro Grootens
GIEZI (Gēbāzf; Settanta $=\Gamma \iota \varsigma \zeta$ ). - Servo del profeta Eliseo (v.).
Quando questi vuol premiare la generosa ospitalità della buona sunamita, G. gli suggerisce che il miglior dono è di ottenerle un figlio (II Reg. 4, 11-17). Quando la sunamita corre dal profeta per la morte improvvisa del suo insperato figliolo, Eliseo manda il premuroso G. a risuscitarlo, ponendo sul volto del fanciullo il bastone che gli affida. Ma la risurrezione non avviene e G., deluso, riferisce l'insuccesso al suo padrone che veniva con la sunamita e che compirà il prodigio (II Reg. 4, 18-37).
La cupidigia e la menzogna, in occasione della miracolosa guarigione del generale siro Nazman, rovinarono G., che per punizione finì lebbroso (II Reg. 5, 20-27). L'episodio, in cui G. narra a Ioram, re di Giuda, i prodigi compiuti da Eliseo (II Reg. 8, 1-6), è anteriore al precedente, ché il Re non avrebbe mai ammesso un lebbroso a conversare con lui.
BibL.: E. Mangenot, s. v. in DB, III, coll. 236-38. Francesco Spadafora
GIGANTI nella Bibbia. - Gen. 6, 4 ricorda i nēphlīlm, antidiluviani, forse distinti dagli «eroi» nati da Sethiti e Cainiti. In Bar. 3, 26-28; Eccli. 16, 7; Sap. 14, 6 ( $\gamma^{\prime} \gamma \alpha v \tau \varepsilon \varsigma$ ) viene descritta la loro superba violenza e l'iniqua prudenza terrena. E quel che esprime l'ebraico nēphlīlm, da näphal, nel senso di "cadere su qualcuno", aggredire con impeto (cf. Aquila énonlctovtec, Sicumaco $\beta$ i $\alpha \tilde{\omega} \alpha$ ).
La versione greca (Settanta) ha $\gamma i \gamma \alpha v \tau \varepsilon \varsigma$, che significa appunto "forte, gagliardo, violento" (Eschilo, Agam., 692). Le antiche cosmogonie ponevano ai primordi dell'umanità una razza di g., di statura e forza straordinarie, costruttori di città, inventori di armi, nati
da esseri celesti unitisi ai mortali. Il loro ricordo rimase nell'immaginazione popolare. Cosi gli esploratori, nella loro relazione esagerata e disfattista, parleranno dei nēphlīlm visti in Canaan (Num. 13, 33), al cui confronto essi erano delle locuste (cf. l'ironia di Deut. 9, 2 su tale relazione).
La tradizione ebraica considera razza di "g.": 1) gli Enacim (Num. 13, 13.28; Deut. 1, 28; 2, 10 sg. 21; 9, 25), che abitavano le montagne di Giuda, Hebron, Dabir, Anab, sconfitti e distrutti da Giouè e ridotti quindi a Gaza, Geth, Azoto (Ios. 11, 21 sg.). Forse Golia era un loro discendente (I Sam. 17, 4; cf. II Sam. 21, 15-22). Il termine 'dndq = uomo dalla lunga cervice" (Moore) divenne nome della loro stirpe (Fernandez). 2) I Rephaim, abitanti prevalentemente della Transgiordania: gli Emim di Moab, i Zueim e Zomzommim di Ammon (Deut. 2, 10 sg., 20 sg.). Erano uomini bellicosi e feroci, di statura più alta di quella degli Ebrei. In Deut. 3, 11 la grandiosità del sarcofago di basalto (ca. m. 4,50 x 2) di Og, re di Basen, non del suo "letto di ferro" (Volg.), nulla dice dell'effettiva statura di Og. I moderni concordano nell'attribuire in gran parte all'immaginazione popolare questi riferimenti biblici circa i "g." abitatori di Canaan. Certo i monumenti megalitici : dolmen, eromlech... testimoniano l'esistenza di una razza dotata di forza straordinaria; sono le tribù della età neolitica incontrate in Canaan delle invasioni semitiche, i cui residui gli Ebrei sconfissero e distrussero.
BibL.: M.-J. Lagrange, Etudes sur les religionn sionitiques, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1005, p. 405 sg.: H. Lesche, Geour, in DB, III, coll. 135-38; A. Barrois, Canaan, in DBs. I, col. 999; L. Desnoyers, Histoire du peuple hdore, II, Parigi 1930, p. 238 sg.: F.-M. Abel, Géographie de la Poitetine, I, ivi 1933, pp. 325-29, con riferimenti e bibl.; A. Fernandez, Comm. in 7 oune, ivi 1938, pp. 118-202 sg.; A. Clamer, La Ste Bible, ed. L. Pirot, II, ivi 1249, pp. 319, 323 sg., 519 sg., 532, 572. Francesco Spadafora
GIGANTISMO. - La denominazione indica un particolare sviluppo delle proporzioni corporee e specialmente dell'altezza che siano al disopra dei limiti della normale variabilità fluttuante individuale.
La statura dell'uomo è un elemento variabile entro termini fissi legati a fattori climatici ed ereditari, particolarmente di razza. Eliminate le misure estreme proprie di alcuni popoli, Pigmei dell'Africa (Aecca) con statura media di 138 cm ., Scozzesi di Galloway e del nord con statura media di $178-79 \mathrm{~cm}$., può dirsi che le variazioni normali dell'altezza dell'umanità oacillino tra 154 e 175 cm . con la media di 165 cm . Spostandosi notevolmente da tale media si passa nelle condizioni anormali nel nanismo (v.), con stature al disotto di 125 cm ., e nel g. al disopra dei 199 cm .
Nel g. la statura può raggiungere e sorpassare i due metri e mezzo, conservandosi armoniche le proporzioni sugli altri diametri del corpo o assumendo questo particolari disarmonie per l'aggiungersi di note di acromegalia (v. endochina, GLANDole). Esso di rado è famigliare; nella sua forma pura è esclusiva del sesso maschile e rappresenta per l'individuo una vera nota di minorazione; il soggetto, infatti, in un terzo dei casi, è affetto da diabete, muscolarmente astenico, presenta particolare fragilità organica; malamente resiste alle malattie, è di scarso valore psichico ("homo longus raro sapiens") e di fiacca volontà. A tale quadro, spesso si trovano associati segni d'infantillismo e ipogenitalismo con impotenza (v.). La vita dei giganti è breve, di rado sorpassano i 30-40 anni; tutto ciò in contrasto con la credenza e le descrizioni mitologiche ed eroiche, che facevano dei giganti esseri di particolare forza fisica e di valore supernormale.
Il g. è attualmente attribuito esclusivamente all'iperfunzione della porzione anteriore dell'ipofisi con iperformazione dell'armone di crescenza (somatotrophic hormone $S T H$ ) che fa sentire la sua azione stimolante sullo sviluppo scheletrico.
BibL.: L. Luciani, Fisiologia dell'uomo, V, 6* ed., Milano 1924, pp. 245-47; A. Ceconi, Medicina interna, VI, Torino 1937, pp. 851-55; C. Pelosio, Nuove conoscenze sulla fisiopatologia e clinica dell'ipofisi anteriore, in Recenti progressi di medicina, 6 (1949), p. 333 sgg. Giuseppe de Ninno
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GIGLI, Alessandro. - Teologo dei Minori conventuali, detto da Figline, ma n. a Montepulciano nella $2^{\text {a }}$ metà del ' 500 , m. a Modena nel 1631.
Dottore in teologia (1618), fu soprattutto direttore di coscienze e scrittore ascetico, lasciando piissimi opuscoli, come Congregazione spirituale del divino amore (Bologna 1624), i dialoghi del Regno del divino amore e parodiso delle unime spirituali (Modena 1626-27, 2 parti); Via della Croce... in quindici stazioni (Bologna 1628), per la pratica e la diffusione del pio esercizio; importante per il tempo in cui usciva. Il G. mori di peste, in esercizio caritativo, a Modena, in grande fama di santità.
Bbbl.: G. Franchini, Bibliografia di scrittori francescani conventuali, Modena 1693, p. 28; Sberales, I, p. 21; F. A. Benoffi, Memorie minoritiche, in Misc. Franc., 33 (1933), pp. 355-56. Lorenzo Di Fonso
GIGLI, Gibolamo. - Scrittore, n. a Siena il 14 ott. 1660 , m. il 4 genn. 1722 a Roma, dove aveva preso dimora nel 1708 per sfuggire all'ostilità dell'ambiente culturale ed ecclesiastico senese.
Spirito mordace, ma suriricamente superficiale, scrisse commedie originali (quali La sovellina di Don Pilone) e rifacimenti teatrali da Racine, Moliere, Montfleury, Palaprat (quali I litiganti, il Don Pilone e Le furberie di Scappina, La Scuola delle fanciulle, I vizi correnti all'ultimo modo), perseguendo finalità di satira anticlericale. Pubblicò le opere di s. Caterina da Siena, facendole seguire da un Vocabolario cateriniano (Lucca 1717), con cui volle dimostrare le superiorità del volpare senese sul fiorentino.
Bbbl.: F. Corsetti, Vita di G. G. senese, Firenze 1746; M. Vuoni, G. G. nei suoi scritti polemici e satirici, ivi 1888; G. Mazzoni, Il teatro della recolazione, Bologna 1894, pp. 419-31; T. Favilli, G. G. senese nella vita e uelle opere, Rocca S. Casciano 1907; A. Gionnini, Una commedia inedita di G. G. e l' Ecole des filles e di 7. de Montfleury, in Studii di Slologia moderna, 6 (1913), pp. 49-73. Giorgio Petrocchi
GIHON. - Fonte, fuori le mura di Gerusalemme, dove per ordine di David fu di sorpresa consacrato re Salomone, prevenendo la proclamazione di Adonia complottata dai suoi partigiani riuniti alla roccia di Zoheleth presso la fonte Rogel (I Reg. 1,9). Si identifica con 'Ajn Sittí Marjam, l'unica fonte di Gerusalemme, situata ai piedi dell'altura (Ophel) su cui era il palazzo di David, nel lato occidentale della valle del Cedron a ca. 100 m . da Bîr Ajjûb ( $=$ fonte Rogel) e di fronte all'erta Zahmejleh ( $=$ Zoheleth ?) che saliva al villaggio di Silwān.
L'esplorazione archeologica nella caverna da cui sgorga il G. ha esaminato tutto un sistema di opere idrauliche per approvvigionare d'acqua la città in caso d'assedio. Nel in millennio un passaggio segreto, tagliato nella roccia, conduceva dalla città all'imboccatura di un pozzo da cui con funi e recipienti potevasi attingere l'acqua, che dalla fonte, sbarrata la naturale uscita, era incanalata nell'interno della collina fin sotto al pozzo. Gli esegati generalmente convengono che per questo passaggio (simade) Ioab poté penetrare nella fortezza gebussica e conquistarla.
Estessai poi la città verso l'ovest, nuovi lavori (piscina e canali) furono già dal tempo di Salomone aggiunti intorno al G.; al tempo di Achaz un canale fu costruito lungo i fianchi della collina quasi a fior di terra, con varie sezioni aperte per l'innafflamento dei giardini reali; esso dal G. conduceva l'acqua nella piscina inferiore, oggi Birket el-hamrà' (Is. 8, 6). Questo canale, che poteva servire anche ad assedianti, fu etturato da Ezechia (II Par. 32, 30), il quale fece scavare una galleria profonda che, attraversando sotterraneamente la collina di Ophel, portava l'acqua dal G. superiore all'altra lato della collina, nel versante ovest (II Par. 32, 30; II Reg. 20, 20; Eccli. 48, 19) nella piscina di Siloe (Is. 9, 7). Ivi nel 1880 fu trovata l'iscrizione - oggi al Museo di Costantinopoli - che descrive l'opera compiuta.
Bbbl.: H. Vincent, Jérusalem sous terre, Londra 1911; R. Weil, La cité de David, Parigi 1920. Donato Baldi
GIHR, Nikolaus. - Teologo e liturgista, n. a Aufingen (Baden) il 5 dic. 1839, m. a S. Peter im Schwarzwald il 25 giugno 1924. Fece i suoi studi teologici a Roma nel Collegio Germanico e nell'Università Gregoriana, dove si laureò in teologia nel 1862. Dal 1872 la sua vita si svolse nel Seminario di S. Peter im Schwarzwald (arcidiocesi di Friburgo in Br.), dove rivesti successivamente gli uffici di direttore spirituale, di ripetitore, e, dal 1888 fino alla morte, di vice-rettore.
Fornito di una vasta conoscenza teologica, liturgica e ascetica, che sapeva comunicare in maniera chiara e vivace, il G. fu maestro molto apprezzato di varie generazioni di giovani sacerdoti. Le medesime doti brillano anche nei suoi scritti, che rappresentano uno sforzo ben riuscito per valorizzare i tesori della scienza teologica e della liturgia ai fini della vita spirituale e della pastorale. Nati e diffusi i suoi scritti : Das heilige Messopfer, dogmatisch, liturgisch und aszetisch erklärt ( $1^{2}$ ed., Friburgo in Br. 1877; $19^{2}$ ed. ivi 1922; vers. franc., 2 voll., Parigi 1900); Die Sequenzen des römischen Messbuches, dogmatisch u. aszetisch erklärt (ivi 1887); Die heiligen Sakramente (ivi 1897, $3^{2}$ ed. 1918-28, vers. franc., 4 voll., Parigi 1901-1904).
BibL.: A. Manser, s. v. in LThK, IV, col. 494.
Idino Rogger
GILBERT ed ELLICE. - Colonia (dal 1915) britannica, comprendente, oltre i due arcipelaghi delle G. ( 16 isole, situate a cavallo dell'equatore: 400 kmq . con 28 mila ab.) e delle E. ( 9 isole australi : 36 kmq . con 3555 ab.) e l'Isola Ocean ( 56 kmq . con 2744 ab.) pertinenti alla Micronesia, le tre Isole Christmas, Fanning e Washington (in complesso 662 kmq. con 334 ab.) delle Sporadi polinesiane.
Nel 1937 vennero annessi alla colonia gli 8 isolotti madreporici detti Isole della Fenice ( 61 kmq . con 62 ab.), due dei quali (Canton e Enderbury) controllate dopo il 1938 in comune da Gran Bretagna e Stati Uniti. Tutte le isole sono atolli corallini, eccetto Ocean e Banaba, ricchissima di fosfati. La popolazione è costituita di indigeni micronesiani e polinesiani, dediti all'agricoltura (colture tropicali); i bianchi sono appena 250 . La colonia è rotta da un residente, che dipende dall'alto commissario delle Isole del Pacifico occidentale.
BibL.: G. L. Wood, The Pacific bassin: a human and economic geography, Oxford 1942; R. W. Robson, The Pacific Islands handbook, Nuova York 1945. Giuseppe Caraci
Vicariato apostolico delle Isole G. - Nel 1888 due padri della Congregazione dei missionari del Cuore di Gesù si recarono nelle Isole G., che furono erette in vicariato apostolico il 28 luglio 1897. Esse prima appartenevano al vicariato apostolico della Micronesia (v. rabaul) e ad esse furono annesse le Isole Ellice, Banaba e Nauru.
Nelle Isole della Fenice i missionari del vicariato esercitano il ministero, ma le altre, Howland, Palmira, Fanning, Christmas, Jarvis, non appartengono ad esse. La super. fice delle 36 isole è di ca. kmq. 500 , racchiusa tra il meridiano 165 orientale e il 165 occidentale e tra il parallelo 5 settentrionale e il parallelo 11 meridionale. La regione è equatoriale ed arida, con poche risorse. L'Isola di Tarova è la sede dell'Ordinario e dell'amministrazione civile. I gilbertini sono di razza polinesiana, venuti da Samoa tra il 1440 e il 1500 . I protestanti hanno preceduto i cattolici nell'opera di evangelizzazione. Alcune isole sono state dichiarate chiuse all'apostolato in seguito a disposizioni dell'autorità civile.
Gli ab. sono 40.000 , di cui 14.050 cattolici e 21.504 protestanti. Parocchi sono ancora pagani. Inoltre (1949) vi sono 20 missionari, 3 fratelli e 26 suore. Catechisti 130; quasi-parrocchie 16; stazioni secondarie 99; chiese 40; dispensari 16; scuole elementari 125 con 2434 alunni; medie 2 con 320 alunni, normali 1 con 42 alunni. Vi si pubblica un periodico con
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ca. 500 copie. Le difficoltà di comunicazione fra le varie isole impediscono uno sviluppo maggiore della missione.
BibL.: E. Sabatier, Sous l'équateur du Pacifique. Les îles G. et la mission catholique, Issoudun 1939; Archivin di Propaganda. Prospectus status missionis, pos. prot. n. 37/49; MC, 1950, pp. 470-71.
Saverio Paventi
GILBERTINI. - Ordine religioso, l'unico di origine inglese, fondato da s. Gilberto di Sempringham, ca. gli aa. 1131-35, con monasteri doppi sull'esempio dell'Ordine di Fontevrault. Concorsero alla fondazione, con consigli e donazioni di terre, Guglielmo abate di Rievaulx e Alessandro vescovo di Lincoln.
In 4 reparti separati vivevano nei monasteri le monache coriste, le converse, i fratelli laici e i sacerdoti chiamati canonici, sotto unica amministrazione tenuta dalle monache. Queste, sotto la Regola di s. Benedetto e gli statuti cistercensi, parte vivevano esclusivamente la vita contemplativa, parte accudivano alle faccende domestiche. Dei religiosi, sotto la cosiddetta R gola di s. Agostino e gli statuti composti da s. Gilberto, i fratelli laici lavoravano la terra, provvedevano al mantenimento, e i canonici, aggiunti più tardi nel 1148 , si occupavano della direzione spirituale del monastero. L'Ordine ebbe presto grande diffusione ed eresse le nuove case nei poderi offerti da nobili e prelati. Tuttavia non oltrepassà mai i confini dell'Inghilterra eccetto 2 case in Irlanda. Fu approvato dal papa Eugenio III nel 1148. Alla morte del fondatore contava 700 religiosi e 500 monache. Quando fu soppresso da Enrico VIII assieme agli altri Ordini, contava 26 monasteri.
L'intero Ordine era retto da un maestro generale, chiamato pure maestro di Sempringham dal luogo di sua residenza. Veniva eletto nell'annuale Capitolo generale cui intervenivano il superiore e la superiora di ogni monastero. La sua autorità era assoluta ed egli visitava continuamente le sue case, accompagnato da alcuni canonici e monache, i quali poi intervenivano al Capitolo generale. I religiosi vestivano una veste talare nera con mantello e cappuccio bianchi foderati di pille d'agnello; le monache portavano vesti bianche, simili, per forma, a quelle degli uomini.
BibL.: W. Dugdale, Monasticon anglicanum, VI, parte $2^{\circ}$, Londra 1830. pp. 1-xcix tra le pp. 945-47; F. A. Gasquet, Henry VIII and the english monastic life, ivi 1904; R. U. Butler, Gilbertines, in Cath. Enc., VI, p. 346 sg. Ulderico Vicentini
GILBERTO Foliot. - Vescovo di Hereford e di Londra, m. il 17 febbr. 1187, fu tra gli avversari di s. Tommaso Becket nella lotta contro Enrico II per i diritti della Chiesa in Inghilterra.
Di nobile famiglia anglo-normanna, fatrosi monaco a Cluny, ne fu più tardi abate. Nel 1136 patrocinò a Roma la causa di Matilde, figlia di Enrico I, contro Stefano di Blois che le aveva usurpato il regno ed era stato riconosciuto dal Papa. Nel 1139 fu eletto abate di S. Pietro di Gloucester e continuò a sostenere, senza successo, le parti di Matilde.
Fu creato vescovo di Hereford nel 1148 e nel 1162 fu avversario del Becket nella candidatura alla sede primaziale di Canterbury. Il Becket per farselo amico lo fece eleggere, l'anno successivo, vescovo di Londra, ma G., pur accettando la nomina, rifiutò al suo primate la rituale professione di obbedienza e si adoperò per rendere indipendente da Canterbury la propria diocesi. Nel genn. 1164 fu tra i capi della maggioranza dei vescovi che sottoscrissero gli articoli gravemente lesivi per le libertà ecclesiastiche, fatti votare nell'assemblea di Clarendon da Enrico II. In seguito divenne confessore dello stesso Enrico, prestandogli valido aiuto nella lotta contro il primate Becket e rimase nella sua sede anche dopo due scomuniche di questi. Tuttavia l'avversione non gli impedì di biasimare l'assassinio del santo arcivescovo perpetrato dai cavalieri di Enrico.
Fu un uomo dotto, irreprensibile e austero nella vita privata; promosse il bene della religione tra i fedeli
di cui era pastore, ma per la sua natura fredda e calcolatrice fu più temuto che amato, seguito dovunque dalla taccia di malcelata ambizione. Dei suoi scritti sono rimaste moltissime lettere, scritte da abate e da vescovo e un commento al Cantico dei Cantici.
BibL.: Le lettere sono edite in PL 190, 739-1060; la Expositio in Cantica Canticorum, ibid. 200, 1146-1506. Studi; J. C. Robertson, Material for the history of Thomas Becket, 7 voll., Londra 1875-85 (v. indice); O. Lhuillier, St Thomas de Canterbury, 2 voll., Parigi 1891-92 (v. indice).
Ulderico Vicentini
GILBERTO di Hoyland. - Monaco inglese del xit sec., n. probabilmente nella regione di Holland nella contea di Lincoln (per sbaglio Mabillon lo suppose irlandese d'origine, anche l'abate Grandvaux).
Ricevé l'abito cistercense da s. Bernardo stesso, e nel 1163 fu eletto abate di Surnestrcad (Lincolnshire). Era discepolo ed amico di s. Bernardo. Morì al monastero di Rivoor o Laniow nella diocesi di Troyes in Francia nel 1172. E rinomato come continuatore del gran commentario di s. Bernardo sul Cantico dei Cantici. Scrisse 48 sermoni fino al verso 9 del cap. 5. J. Mabillon lo stimava "vir sane Bernardo, dicendi gravitate et pietate, non multum inferior ". Percechi altri scritti sono stati attribuiti a G., ma per errore.
BibL.: Opere in PL 184, 11-298; B. Heurtchize, s. v. in DB, III (1903), col. 241.
Enrico G. Rope
GILBERTO della Portrés (Gilbertus Porretanus). Filosofo e teologo scolastico, n. a Poitiers nel 1076, m. ivi nel 1154. Studiò a Chartres, dove ebbe maestro Bernardo di Chartres (da non confondere con Bernardo Silvestris o di Tours, cancelliere di Chartres nel 1156), e dove in seguito insegnò e fu cancelliere. Insegnò poi a Parigi, dove ebbe scolaro Giovanni di Salisbury (v.). Nel 1142 fu nominato vescovo di Poitiers.
Sotto l'influsso umanistico di Chartres commentò gli Opuscula sacra di Boezio o meglio quattro di detti opuscoli (PL 64). Vi premise un prologo, non pubblicato dal Migne, edito in parte dall'Haurćsu e poi intero dal Grahmann (Die Gesch. der scholast. Methode, II, Friburgo in Br. 1912, pp. 417-19, nota). G. commentando uno degli opuscoli boeziani, e precisamente il De Trinitate, si imbatteva, subito al primo capitolo, nelle parole "quare diversum etiam (rome l'identico) vel genere vel specie vel numero dicitur. Sed numero differentiam accidentium varietas facit ". Ispirandosi a queste parole di Boezio, che a sua volta si ispirava a Porfirio, G. afferma che l'universale è bensi nell'individuo, ma distinto realmente dai principi individuanti ("accidentium varietas"), dichiarandosi così per un realismo in apparenza moderato, in realtà esagerato. In conformità con questo suo ultrarealismo G. pone le tre persone della S.ma Trinità non solo realmente distinte tra loro ma pure dalla natura divina o essenza (Commento al II Opusc. di Boezio). Questa opinione fu contrastata da s. Bernardo di Chiaravalle e condannata nel 1148 dal Concilio di Reims, presente papa Eugenio III; ripudiata in seguito dall'autore, obbligato a riconoscere "neve Deus divina essentia diceretur ex sensu ablativi tantum sed etiam nominativi", come lasciò scritto uno scolaro suo ammiratore, cioè lo storico Orione di Frisinga (De gestis Friderici, I, L. cap. 56, in MGH, Scriptores, XX).
Altra opera di G. Porretano è il Liber sex principiorum (PL 188, 1257-70) sulle ultime sei categorie aristoteliche non espressamente trattate da Aristotele; da esso risulta che G. fu tra i primi nel 1100 a introdurre la "logica nuova", cioè gli ultimi libri dell'Organon aristotelico, nella scuola di Chartres. Il Liber sex principiorum ottenne, come un libro classico, onore di commenti attraverso tutto il medioevo, accanto ai libri di Aristotele. Anche s. Alberto Magno lo commentò, ed Ermolao Barbaro ne adattò il latino, per l'ed. veneta del 1496, riportata poi in PL 188, 1257-70.
G. ebbe seguaci ed avversari in campo filosofico e in campo teologico. Risentì immediatamente o
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mediatamente l'influsso delle sue opere anche Gioachino da Fiore, condannato per errori simili intorno alla S.ma Trinità nel Concilio IV Lateranense del 1215. G., attraverso le Sententiae divinitatis, che appartengono, se non a lui, alla sua scuola, influi anche sui Libri quatuor sententiarum di Pietro Lombardo. Da S. Vittore e precisamente da Gualtiero di S. Vittore, quasi contemporaneo di G., usciva il Contra quatuor labyrinthos Franciae raffigurante G. Porretano con Abelardo, Pietro di Poitiers e fin anche Pietro Lombardo quali altrettanti dissolvitori del pensiero tradizionale.
Altre opere di G.: Lettera all'abate di S. Florent (PL 188, 1255-58); Lettera a Bernardo di Chartres (L. Merlet, Lettres d'Yves de Chartres et d'autres personnages de son temps [Bibliothèque de l'Ecole des Chartres, $4^{e}$ serie, 1], Parigi 1855, p. 461); Sermones super Canticarm canticarum (Strasburgo 1497); Commento su l'Apocalisse (Parigi 1512); Commento alle lettere di I. Paolo (inedito : frammenti in Revue d'histoire excl., 13 [1912], pp. 677683, note); Commento ai Salmi (inedito); Sententiae divinitatis (della scuola di G.). Oltre le opere, documenti su G. si trovano in varie fonti (Mansi, XXI, coll. 712736); Ottone di Frisinga, De gestis Friderici, t. 1, cap. 56 (MGH, Script., XX, p. 380 sgg.); Gaufridus, Libellus coobre Gillebertum (PL 185, 595 sgg.); B. Geyer, Die Sententiae Divinitatis, con il II 1. di Gualtiero di S. Vittore, Contra quatuor labyrinthos Franciae (Münster 1909); Johannes Soresbariensis, Metalogiam, IV (ed. C. J. Webb, Oxford 1929); id., Historia pontificalis (MGH, Script., XX, p. 524 sgg.).
BibL.: A. Berthoud, G. de la P. et sa philosophie, Poitiers 1892; M. Grabmann, Die Gesch. der scholast. Methode, Friburgo in Br. 1909-11, passim; J. Assenmacher, Die Gesch. der Individualisnprincipe in der Scholastik, Lipsia 1926; Manitius, III, pp. 210-15; M. De Wulf, Histoire de la philosophie médiévale, I, Parigi 1934, p. 211 sgg.; M. Grabmann, Die theologische Erkenntnis und Einleitungstiehre des h. Thomas v. Aquin, Friburgo in Svizzera 1948 (passim). Amato Masnovo
GILBERTO di Sempringham, santo. - Asceta, fondatore dell'Ordine dei Gilbertini, occupa un posto importante nel rifiorimento degli Ordini religiosi nel sec. xil. N. a Sempringham nel Lincolnshire, ca. il 1083-85, dal cavaliere inglese Jocelino e da madre normanna; studiò in Francia e, tornato in patria, si diede a istruire la gioventù abbandonata. Ebbe dal padre due benefici, ma ne distribuì le rendite ai poveri vivendo egli presso il vescovo di Lincoln Roberto Bloet e il successore Alessandro dal quale, ca. l'anno 1123, fu ordinato sacerdote e, poco dopo, creato parroco a Sempringham.
Fondò il suo Ordine tra gli aa. 1131-35, raccogliendo nella casa paterna sette fanciulle povere cui fece emettere i voti religiosi dedicandole esclusivamente alla vita contemplativa. In seguito aggiunse delle suore converse per gli uffici domestici e dei fratelli laici per il lavoro dei campi. Al capitolo generale di Cîteaux (1145-46) incontrò s. Bernardo ed Eugenio III e offrì ai Cistercensi la direzione spirituale del nuovo Ordine. Non avendo essi accettato aggiunse un nuovo ramo alla sua istituzione, i Canonici regolari, per la cura spirituale dei monasteri. Più tardi egli stesso entrò nell'Ordine, promettendo obbedienza a Ruggero di Sempringham primo superiore generale. Appoggiò Tommaso Becker contro Enrico II, per cui ebbe delle persecuzioni, salvandosi solo per la stima personale che godeva presso il Re. Soffri pure le calunnie di alcuni suoi religiosi ma fu difeso presso il papa Alessandro III da tutti i vescovi. Fondò 13 monasteri di cui 9 doppi e 4 di soli uomini. M. centenario a Sempringham il 4 febbr. 1189 e fu canonizzato da Innocenzo III l'ri genn. 1202.
I suoi scritti comprendono gli statuti dell'Ordine, una lettera ai suoi religiosi e alcuni discorsi.
Bibl.: Assa SS. Februarii, I, Parigi 1863, pp. 572-78; R. Graham, St. Gilbert of Sempringham and the Gilbertins, Londra
1901; T. A. Archer, s. v. in Dictionary of national biography, VII, pp. 1194-96. (Valerico Vicentini
GILDA.- Prendono il nome di g. (consixia) i banchetti tenuti all'epoca precristiana e pagana tra le popolazioni nordiche in occasione di matrimoni, funerali ecc., connessi a cerimonie religiose ed accompagnati da sacrifici. L'etimologia del termine g. è di origine non certa. Alcuni studiosi lo pongono in relazione con le prestazioni da effettuarsi da parte dei convitati (geldan, gyldan, gelten "pagare"), altri con la connessione tra il simposio ed il sacrificio pagano (gield, gildi, helt $=$ «sacrificio ").
L'origine delle g. rimonta probabilmente all'epoca in cui il singolo non si sentiva ancora sufficientemente protetto dal rapporto di vassallaggio: in origine esse erano insomma delle coniurationes, delle unioni giurate costituite per la mutua difesa dei componenti. Con la diffusione del cristianesimo si vennero a formare g. di carattere prevalentemente religiosa, vere e proprie fraternitates. Ognuna di queste g., secondo il Gierke, aveva un santo per protettore, che nella maggior parte dei casi le dava il nome e sul quale si prestava giuramento, manteneva un proprio altare e spesso anche un'apposita cappella. La fondazione di istituzioni di beneficenza o di vicariati, di Messe eterne e di simili donazioni ed oblazioni alla Chiesa, gli atti caritativi ed il sostentamento di pellegrinaggi, nonché l'acquisto delle candele occorrenti per le funzioni religiose ed altre, opere pie erano pertinente e fine di queste unioni. La cura della sepoltura e la salute dell'anima dei defunti apparvenernti alla g. costituivano i doveri principali di queste comunità. Inoltre ogni g. curava regolarmente adunanze tra i propri adepti, riunioni che conservavano, sia a ricordo delle origini pagane sia secondo la prassi cristiana della Cena eucaristica, un carattere religioso. Oltre a queste g. religiose rivestono particolare importanza altre, strette tra mercanti ed artigiani, soprattutto fiorenti in Inghilterra dopo la conquista normanna, in Germania, nei paesi scandinavi. La loro influenza per di più si estendeva non solo all'ambito ad esse proprio, ma era assai più vasta ed abbracciava anche la vita pubblica e quella politica in genere. Alla fine del medioevo le funzioni esplicate dalle g. furono progressivamente assunte in parte dallo