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o all'ambito ad esse proprio, ma era assai più vasta ed abbracciava anche la vita pubblica e quella politica in genere. Alla fine del medioevo le funzioni esplicate dalle g. furono progressivamente assunte in parte dallo Stato e dai somuni, in parte da unioni, società, corporazioni, sindacati.

Bibl.: W. Wilda, Das Gildenscesen im Mittelalter, Halle 1831: O. Gierke, Deutsches Genossenschaftsrecht, I, Berlino 1868, pp. 230 sgg.; 321 sgg.; 344 sgg.; C. Gross, G. merentoria, Gottinga 1883; K. Hegel, Städte und Gilden der germanischen Völker im Mittelalter, 2 voll., Lipsia 1891; A. Doren, Untersuchungen zur Geschichte der Kaufmannsgilden des Mittelalters (Staats- und socialwissenschaftliche Forschungen, ed. G. Schnoßler, 12, 10, ivi 1893; R. Ehrenberg, Gilden, in Handwörterbuch der Staatswissenschaften, ed. J. Conrad, L. Elster, W. Lexis, E. Loening, $3^{e}$ ed. V, pp. 11-13 (con bibl.); G. Luzzatto, s. v. in Enc. Ital., XVII, pp. 112-13 (con bibl.).

Silvio Furlani
GILDA il SAGGIO, santo. - Monaco bretone, n. nella Gran Bretagna ca. il 493, m. a Rhuys (Vannes) ca. il 570 . E chiamato talora anche "Badonico", perché, come confessa egli stesso (De excidio, 1, 26 : PL 69, 347) nacque l'anno in cui i Bretoni vinsero presso il Monte Badon una famosa battaglia contro i Sassoni. Del resto della sua vita poco si sa con certezza; si può dire che si fece monaco e fu discepolo di s. Iltut nel monastero di Caerworgan (Wales); che ca. il 510 passò in Irlanda a restaurare la fede e i costumi (i quali però non erano caduti cosi in basso, come appare dai suoi biografi) e vi introdusse una nuova liturgia della Messa; peregrinò a Roma ca. il 520 e nel ritorno si fermò tra i Britanni del continente e fondò a Rhuys un monastero, che, dopo la sua morte, venne chiamato dal suo nome. La sua festa è celebrata il 29 genn.

Opera principale: De excidio et conquestu Britanniae ac fiebili castigatione in reges, principes et sacerdotes,

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in tre parti : prologo; riassunto della storia dei Britanni dalla invasione dei Romani ai suoi tempi; lettera piena di invettive acerbe ;ed esagerate contro i cinque regoli Costantino, Vortipor, Cyneglas, Cynan e Maelgwn, senza risparmiare né clero secolare, né popolo (solo i monaci sfuggono al suo flagello), perché si erano dimostrati deboli contro i cattivi costumi importati dagli invasori Pitti e Scoti e non erano migliorati neppure dopo la vittoria di Badon. L'opera dimostra una persona di cultura fuori dell'ordinario, di notevole santitá di vita e di grande zelo, conoscitore della S. Scrittura e di diversi Padri; ma lo stile è parecchio oscuro. Altre opere gli vengono attribuite, la cui appartenenza a G. è dibattuta: Liber de poenitentia, 27 canoni che indicano la penitenza da dare a chi si confessa; Oratio pro itineris et navigationis prosperitate, in versi ritmici; Lorica, altra preghiera in versi con la quale si domanda per ciascuna parte del corpo l'aiuto divino contro le malattie. Il suo pensiero è citato anche in una collezione di canoni, di cui parlano s. Colombano (Ep. 1, 4: PL 80, 262) e s. Beda (Hist. eccl., 1, 22 : PL 95, 52).

Bial.: Le tre vite di G.: T. Mommsen, Chronica minora, III, in MGH. Auct. antiquis., xiv, Berlino 1898, pp. 81-89; la più antica (sec. xi) è attribuita ad un monaco di Rhuys (pp. 89-110), per le due altre, meno sicure, cf. Acta SS. Ianuarii, II, Venezia 1733, pp. 129-32. Opere : De excidia. De poenitentia e frammenti delle Epistolae sono riportati da T. Mommsen, loc. cit., rispettivamente a pp. 23-83 e 86-90; Lorica, in C. Blume, Anal. kymm. medii aoyi, L.I, Lipsia 1918, pp. 328-84. Studi : A. de la Borderie, L'historien et le prophète des Brétons, Parigi 1883: A. Ascombe, St Gildas of Ruys and the irish regal chronology of the VI century, Londra 1893: J. Fonsegrives, St Gildas de Ruis et la société bretonne au VII siecle, Parigi 1908; F. Lot, De la valeur du « De excidie», in Medieval studies, Gertrude Schaepperte, ParigiNuova York 1930; E. Faral, St Amphibalis, in Mélanges Paul Thomas, Parigi 1930: Bardenhewer, V, pp. 399-401; C. E. Stevens, Gildas sapiens, in English historical revieus, 36 (1941), pp. 323-73.
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(d. E. Pampellai, Le mitologie nella vita
del papali, Milano 1887
GildameS, Epopea di - G. raffigurato come soffocatore di leoni, proveniente da Horsähäd (reggia) - Parigi, Museo del Louvre.

GILGAMES, Epopea di. - Accanto all'Enüma ellf i Babilonesi e Assiri avevano un altro poema nazionale, che aveva per figura centrale G. (Gib-bil-ga-meš), presunto re antichissimo della città sudbabilonese di Uruk ('Erekh nel Vecchio Testamento), della quale avrebbe costruito le mura e il famoso tempio chiamato Eanna, siccome era sede del dio Anu. E molto probabile che G. sia effettivamente una figura di re storica. Di questo poema si aveva una redazione in lingua sumera, della quale è pervenuto qualche frammento, una redazione paleobabilonese, risalente di certo all'epoca della prima
dinastia di Babele (ca. dal 1900 al 1600 a. C.), pervenuta essa pure frammentariamente, e una redazione neoassira, i cui numerosi ed ampi frammenti sono stati trovati nella biblioteca del re assiro Assurbanipal tra le rovine di Ninive. Alcune lacune del testo sono state colmate con vari brani della versione in lingua hittita. Si conoscono inoltre frammenti della traduzione hurrita. Il poema è diviso in dodici libri. Il penultimo contiene una descrizione del diluvio universale. E scritto in versi, in quel linguaggio poetico che era proprio dei poemi e degli inni agli dèi dell'epoca paleobabilonese.

L'E. di G. è un inno all'amicizia, al cameratismo cordiale e profondo che legava il re di Uruk al suo dilettissimo amico Enkidu, eroico al pari di lui e pronto ognora a combattere e a dar la vita per il suo compagno, per il suo $d \varepsilon u n$ tollmu. Su questo motivo principale dell'epopea è innestato un altro motivo, quello dell'impossibilità per l'uomo di ottenere la vita eterna : questa è stata riservata dagli dèi a se stessi, ed è quindi del tutto inutile che G. cerchi di ottenerla per il suo caro amico defunto Enkidu.

Le prime parole del poema, Sa nagha imuru, - colui che ha visto tutto", dànno il titolo babilonese del poema. G., quale re di Uruk, tratta gli abitanti della città da tiranno, e questi naturalmente si lagnano e rivolgono i loro famenti agli dèi, i quali incaricano la dea Aruru di formare un uomo, in tutto simile a G., il cui compito sarà far cessare le prepotenze del Re. Aruru modella Enkidu, eroe della steppa, tutto coperto di peli, che abita con gli animali, fortissimo e selvaggio. Egli distrugga le reti dei cacciatori e uno di questi per consiglio del Re prende con sé una prostituta che conduce da Enkidu onde ammansorlo. Infatti i rapporti carnalí con la donna sfibrano Enkidu e lo rendono malleabile ai suoi disegni. Essa da un selvaggio ne fa quasi un cittadino e lo conduce infine nella città. Qui egli s'incontra con G. dopo che al Re in vari sogni era stato annunziato il suo arrivo. Enkidu si scontra con il Re quando questi si reca a giacere con la propria amante e riesce a deballarlo : dall'immistizia dei due sorge un'amicizia indistruttibile. Essi diventano compagni inseparabili e si dànno a compiere alcune imprese eroiche, tra le quali il poema descrive minutamente quella contro Humbuba sulla montagna dei cedri, sacra alla dea Ištar. L'impresa finisce con l'uccisione del custode or ora menzionato. Ma questa uccisione suscita l'ira della dea, la quale pensa subito a vendicarsi per l'affronto subito, tanto più che essa, dopo il ritorno di G. a Uruk, piena di ammirazione per l'eroismo del Re, gli si era offerta in amante, ma era stata respinta in malo modo da lui. Per lavare l'oma arrecatagli essa si rivolge ad Anu, e questi manda contro G. e il suo amico il toro celeste, il quale però è preso dai due ed ucciso. Anzi Enkidu ne prende una coscia e, salito sulle mura della città, la getta contro la dea. Ancor più inviperita per questo nuovo affronto essa sgusizaglia una malattia contro l'incauto eroe, il quale muore, pianto amarramente e per lungo tempo dal suo desolato compagno e da tutta la città. Dopo averlo seppellito, G., inconsolabile e come pazzo, va in cerca di Utnapištim, l'eroe del diluvio universale, che era stato reso immortale da parte del dio Enlil. La trova dopo un lungo viaggio e si fa narrare da lui come pervenne alla vita eterna, allo scopo di ottenerla per Enkidu ed anche per se stesso. Ma Utnapištim non può conferirgliela; gli dà però una pianta per ringiovanire, che all'eroe poi viene sottratta da un serpente. Ritornato a casa, evoca lo spirito di Enkidu dall'interno e si fa descrivere la vita che là conducono i defunti. Con questa nota malinconica finisce il poema: l'uomo non può esser immortale.

Bial.: R. C. Thopson, The epic of G., Oxford 1930; A. Schott, Das G. Epos, Lipsia 1934; G. Comanau, L'épopée de G., Parigi 1939.

Giuseppe Furlani
GIMMA, vicariato apostolico di. - E situato nell'Etiopia sud-occidentale sul confine del Sudan anglo-egiziano. Deriva dalla prefettura apostolica del Kaffa, che, eretta il 28 genn. 1913 con parte di

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territorio dell'allora vicariato apostolico dei Galla (ora di Harar), fu chiamata del Kaffa meridionale e affidata all'Istituto missioni della Consolata.

L'8 sett. 1913, dopo una rettifica di confini con il vicariato apostolico dei Galla, fu chiamata semplicemente prefettura apostolica dal Kaffa. Il 25 marzo 1937, nel riordinamento delle missioni dell'Etiopia, fu elevata a vicariato apostolico con nuovi confini e con l'appellativo di G. del nome della residenza dell'Ordinario. Il 15 febbr. 1940 ne furono distaccate le prefetture apostoliche di Endeber e di Hosanna, e il vicariato di G. rimase con una superficie di kmu. 350.000 . I Missionari della Consolata vi avevano impiantato una metodica e proficua opera di evangelizzazione, tanto che nel 1939 il vicariato contava già - su 4.500 .000 ab., di cui 900.000 copri dissidenti, ca. altrettanti musulmani e 2.650 .000 pagani - 23.560 cattolici con 5700 estecumeni, 2965 Battesimi di adulti in un solo anno, 86 sacerdoti e 20 fratelli esteri, 78 suore estere, un seminario minore con 12 slumni, e unil maggiore con 2; 42 stazioni principali, II stazioni secondarie, io chiese, 27 cappelle, una sessantina di scuole di vario grado. Ma la guerra, che impose
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GINETTI, Marzio. - Cardinale, n. a Velletri il 6 apr. 1585 da nobile famiglia oriunda bergamasca, compi i suoi studi a Roma dove m. il $1^{\circ}$ marzo 1671.

Fu cameriere segreto di Paolo V. Urbano VIII lo fece maggiordomo; nel Concistoro del 19 genn. 1626 lo ereò cardinale in pectore e lo promulgò il 30 ag. 1627. Inviato legato a latere a Colonia (1635), perché si adoperasse con i delegati delle potenze belligeranti ad avviars trattative di pace (Guerra dei Trent'anni), disperando di riuscirvi, soprattutto per le profonda divergenze tra l'Impero e la Francia, si fece richiamare. La sua missione fu poi condotta a termine da mons. Fabio Chigi nella pace di Vestfalia (1648). Rientrato in Italia, ebbe la legazione di Ferrara. Fu poi prefetto di S. Congregazioni e protettore di Ordini religiosi. Fu vescovo di Albano (1653-63), della Sabina (1663-66), di Porto (1666-71) e vicario di Roma, ministero che tenne sotto cinque pontefici. E sepolto in S. Andrea della Valle, nella cappella da lui costruita. Aveva edificato in Velletri uno splendido palazzo e ampliato la Piazza del Trivio (ora Cairoli), ove innalzò ad Urbano VIII, di cui era amicissimo, una statua in bronzo, opera del Bernini.

BibL.: L. Cardella, Memorie storiche de' cardinali, VI, Roma 1793, pp. 260-71; G. Moroni, Dictionario di erudizione storicoecclesiaatica, XXX, pp. 236-37; A. Leman, Urbain VIII et la riaalité de la France et de la maison d'Autriche de 1631 à 1635 , Parigi 1920, passim; Marcellino di S. Teresa, Cronotaxis, in Analect. Ord. Carmelit. Discalceat., 5 (1931-32), pp. 128-29. Angelo Ferrari

GINEVRA, diocesi di: v. losanna, ginevra, friburgo, diocesi di.

GINHAC, PAUL. - Gesuita, n. il 31 maggio 1824 a Le Mazel, presso Serverette (Linguadoca), m. a Castres il 10 genn. 1895.

Dopo una crisi di gioventù, entrò a 19 anni nella Compagnia, il 4 genn. 1843. Dopo il sacerdozio (1852) tenne gli uffici di maestro dei novizi, di superiore ed infine di istruttore di terza probazione a Castres (1868-77), Paray-le-Monial (1877-80), Mourville (1877-80). Castres (1880-95). Fu presto in concetto di santità, distinguendosi per un profondo spirito di abnegazione e mortificazione, che, se pur gli conferiva un carattere di austerità, andava congiunto con una squisita carità verso gli altri. Fu anche direttore spirituale di molte anime elette, tra cui la b. Maria Teresa de Soubiran, fondatrice delle religiose di Maria Ausiliatrice, la serva di Dio Maria di Gesù, fondatrice delle Suore di Maria Riparatrice, il servo di Dio Riccardo Friedl, il generale de Sonio. Pio XI ne introdusse la causa di beatificazione il 27 febbr. 1924.

Biel.: A. Calvet, Vita del p. Paolo G. de C. d. G., trad. it., Roma 1913; id., Lettres de direction du r. p. P. G., Roulers 1913; J. Thermes, Le b. P. G. Choix de lettres de direction, Tolosa 1927; S. Congregazione dei Riti, Positio super virtutibus in causa Servi Dei P. G. (Summarium), Roma 1939. Arnaldo M. Lanz

GINN. - Sostantivo collettivo arabo, indicante una categoria di esseri, spiriti o folletti, facente parte della credenza del paganesimo preislamico, accolta poi da Maometto e quindi rimasta nella dogmatica e nel folklore islamico. Etimologicamente, il sostantivo è da alcuni collegato alla radice $\breve{g} n n$ ( $<$ coprire $=$, " nascondere -), da altri, ma di recente più raramente, al latino genius.

Secondo il Corano, i $\breve{g}$. sono creati dal fuoco ( $15,27 ; 55,14$ ); alcuni sono malvagi e saranno condannati all'Inferno ( $6,128 ; 11,120$ ); altri sono buoni e musulmani : si veda a questo proposito la sürah del Corano ad essi dedicata (72), in cui si racconta che un gruppo di $\breve{g}$. si convertì udendo la predicazione di Maometto. Nella sürah 27 (v. 17 sgg.) si dice che i $\breve{g}$. facevano parte dell'esercito di Salmmone. Satana è detto un $\breve{g}$. ( 18,48 ); ma altrove ( 2,32 ) è presentato come un angelo.

I $\breve{g}$. sono in generale anonimi. Tuttavia se ne conoscono di nome alcuni; il più famoso nella credenza popolare, fin dall'età preislamica, è la gül (di sesso femminile), divoratrice dei beduini nel deserto.

BibL.: D. B. Macdonald, Djinn, in Encyclopédie de l'lsldm. I, pp. 1076-77. Cf. inoltre le parti relative ai $\breve{g}$. nelle opere generali sull'islàm e sulla sua dogmatica (v. la bibl. al riguardo s. v. IsLAM). Per i passi coranici ed i loro commenti, v. la bibl. s. v. eobano.

Sabatino Moscati
GINNASI, Domenico. - Cardinale, n. a Castel Bolognese da Francesco e Caterina Pallantieri verso il 1550; laureato in diritto a Bologna nel 1572 entrò in prelatura sotto Gregorio XIII e sotto Si-

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(Int. Spaziani)
Ginnastica - Equilibrio sull'asse Baumann di un amputato del femore, piotesizzato con ginocchio fisiologico Bestetti.
sto V si segnalò nella lotta contro i briganti quale vicelegato di Campagna e Marittima.

Era refendario di Segnatura quando fu nominato vescovo di Siponto (17 genn. 1586) e vi rinunciò più tardi in favore del nipote ( 5 nov. 1607); durante il suo governo vi tenne due sinodi ( 1588 e 1592). Ritornato a Roma sotto Clemente VIII fu governatore di Fermo, poi nunzio in Toscana presso il granduca Ferdinando, quindi (febbr. 1600) presso Filippo III di Spagna e collaborò nel procurare la pace con la Francia. Creato cardinale di S. Pancrazio il 9 giugno 1604, tenne poi successivamente le sedi suburbicarie di Palestrina, Porto e di Ostia-Velletri ( 15 luglio 1630) e fu decano del S. Collegio. Morl a 89 anni a Roma, il 12 marzo 1639. Fu amico dei ss. Camillo de Lellis e Giuseppe Calasanzio. Fondò il monastero del Corpus Domini per le Teresiane e la chiesa di S. Lucia presso il suo palazzo e un collegio per giovani studenti a Roma e si dimostrò munifico verso il suo luogo natale e verso le chiese di Siponte e di Ostia. Si ha di lui un commento a stampa ( 1630 ) sui Salmi e ne lasciò inedito uno sul Pentateuco. Fu sepolto a S. Lucia dei Ginnasi.

Bibs.: C. Mezamici, Notizie del card. D. G., Roma 1682; G. Moroni, Dizionario, XXXI, p. 247 sgg. corretto con Eubel, IV, p. 6; V. Forcella, Iacrizioni delle chiese e di altri edifíct di Roma dal sec. XI fino ai giorni nostri, V. Roma 1874, p. 404 (n. 1103); Pastor, XI, p. 164 e passim.

Pio Paschini
GINNASTICA. - La g. (dal gr. $\gamma \cup \mu \nu \dot{\varsigma} \varsigma=$ nudo) è l'arte di muovere il corpo umano; in alcuni casi, quando essa si propone particolari fini, è anche scienza (g. medica, ortopedica, educativa, ecc.).

Diverse sono le forme di g. e ciascuna con scopi propri; tra le più importanti si menzionano la g. educativa, la medica, la differenziale, la sociale, la
cosiddetta da camera, la ritmica, l'attrezzistica, la callistenica, l'acrobatica, la militare, ecc.

Condizione indispensabile per la realizzazione di qualsiasi tipo di g. è una precisa valutazione psicofisica di chi vuole o deve esercitarsi.
I. La g. educativa. - E la base dell'educazione fisica (v. educazione: X. L'educazione fisica). Essa è entrata a far parte delle discipline scolastiche, cosi come, in parte, ancora oggi viene realizzata in quasi tutto il mondo, ad opera di Adolfo Spiess (1810-58), il quale verso il 1837 intuì e realizzò le condizioni della simultaneità e del ritmo degli esercizi, fondando la g. scolastica e iniziando una vera e propria g. femminile scolastica.

Lo Spiess senza dubbio giovò alla diffusione della g., ma l'abuso che poi si fece della g. metodica snaturò, in parte, il vero obiettivo della g. stessa, suscitando una vera reazione tendente a svincolare l'esercizio fisico da quelle forme per forme nuove.

La g. educativa comprende gli esercizi metodici ed i giuochi ginnastici.

Degli esercizi metodici fanno parte: a) gli ordinativi, che hanno finalità disciplinari e pratiche, soprattutto per le esercitazioni di palestra; b) gli esercizi di deambulazione, i quali oltre a rafforzare gli arti inferiori dànno grazie ed agilità al portamento; c) gli elementari, che sono i veri esercizi analitici per l'educazione psico-cinetica; d) gli esercizi con piccoli attrezzi (bacchette, clavette, cerchio, bastone, giunto, clava, appoggi, ceppi ecc.), i quali, oltre ad avere finalità specifiche, offrono buona parte dei vantaggi degli esercizi elementari migliorandone spesso il rendimento; e) gli esercizi di equilibrio (pose e ceppi Baumann, trave, canestro, globo, ecc.), i quali hanno grande valore psico-cinetico in quanto, impegnando in modo particolare il sistema nervoso, favoriscono la tranquillità, stimolano l'attenzione e fanno acquistare il coraggio; $f$ ) gli esercizi di salto e volteggi (saltometri, trave, cavallina, plinto, cavallo, ecc.), i quali fanno acquistare agilità, destrezza e coraggio; g) gli esercizi di appoggio e di sospensione (palco di salita, spalliera, scala, stanga, panca, muro, quadro ginnastico, cavallo, sbarra, parallele, anelli, ecc.), i quali hanno grande efficacia per lo sviluppo muscolare specialmente per gli arti superiori ed il torace. La pratica di questi ultimi esercizi e l'uso particolare di alcuni attrezzi (cavallo, sbarra, parallele, anelli, ecc.) vanno particolarmente graduati e distribuiti secondo l'età e lo sviluppo fisico evitando qualsiasi sforzo, data la loro intensità; $h$ ) gli esercizi in aula (g. fra i banchi) vanno praticati dagli alunni della scuola primaria per necessità didattica e pratica. Essi abituano all'ordine ed alla disciplina, possedendo inoltre un buon effetto fisiologico particolarmente preventivo e correttivo contro l'insorgere di cattivi portamenti propri agli scolari della scuola primaria. Con la g. in aula il banco, vero strumento deformante, mediante particolari esercizi, diventa un attrezzo di g. compensativa.

Gli esercizi metodici, che hanno come peculiare caratteristica la precisazione dei movimenti, oggi, vanno completati con i giuochi ginnastici, che per la loro spontaneità (movimenti imprecisati), oltre a " ricreare", posseggono un immenso valore pedagogico-psico-cinetico.
II. La g. medica. E forse uno dei capitoli più antichi della medicina; già alcuni millenni prima dell'éra volgare i cinesi la praticavano. La g. medica ha fine prevalentemente fisiologico. Cardiaci, dispeptici, obesi, individui affetti da ptosi viscerale ecc. si avvantaggiano della g. medica.

Si intende che qui si parla di una g. razionale dosata come un medicamento e controllata nei suoi effetti come qualsiasi altra terapia medica. Una specializzazione della g. medica è la g. ortopedica, branca della ortopedia, che si avvale, per la rieducazione fisica di minorati delle funzioni motorie, della g. con e senza attrezzi, attiva e passiva. I mutilati protesizzati civili e di guerra, in particolare, trovano grande giuvamento da una simile g.
III. La g. differenziale. - Ha come fine un vero e proprio ricupero della personalità fisica dell'individuo. Essa comprende: la g. correttiva di quei paramorfismi lievi che tanto frequentemente si riscontrano tra gli alunni

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della scuola primaria; la g. compensativa per gli scompensi causati da particolari mestieri (malattie professionali dei calzolai, fabbri, manovali, ecc.) o per naturale tendenza (mancini, adenoidei, ecc.) e la g. per minorati fisici e psichici (g. per ciechi, sordomuti, dementi ecc.).
IV. La g. sociale. - Gli avedesi la chiamano g. volontaria. Essa ha come meta il miglioramento della salute pubblica; è la g. che interessa tutti, dai fanciulli agli adulti, dalle persone agiate ai lavoratori del braccio e della mente. Tale tipo di g. varia da età ad età sia per sostanza che per fine; infatti mentre i giovanetti praticano una g. di sviluppo, gli adulti adottano esercizi per conservare e forti ficare la salute. I lavoratori del braccio praticano esercizi fisici atti a sopperire all'effetto negativo del loro lavoro quotidiano, mentre gli intellettuali praticano una cultura fisica che varia secondo i bisogni di movimento che la loro occupazione sacrifica.

In Svezia esistono ca. 3000 libere associazioni di g. con oltre 300.000 soci su ca. 6.000 .000 ab. In Italia qualcosa del genere si è realizzato tramite le organizzazioni dopolavoristiche.
V. La g. G. Camera. - Ha un fine essenzialmente igie-nico-estetico. Tale tipo di g. è molto diffuso in tutti gli strati sociali; la radio con particolari trasmissioni ha fortement contribuito a tale diffusione.

Caratteristica della g. da camera è che si compone di esercizi di respirazione, analitici senza attrezzi e con piccoli attrezzi praticabili in uno spazio ristretto. Il vantaggio per tali esercizi è considerevole per la loro pratica quotidiana.
VI. La g. hitticla. - E g. femminile per eccellenza; essa tende alla educazione ed all'armonia del corpo mediante movimenti naturali e liberi, con o senza accompagnamento musicale. Un sistema di g. ritmica molto diffuso è quello di Emil Jacques-Dalcroze. Con tale sistema JacquesDalcroze si pone il triplice intento dello sviluppo dell'istinto ritmico e metrico musicale, del senso dell'armonia plastica, e delle regolarizzazione delle abitudini motrici. Altri sistemi hanno fatto seguito a quello sopra accennato.
VII. La g. attrezzistica (artistica). - E a carattere agonistico-spettacolare; esso si compone di esercizi affaticanti; le parallele, la sbarra fissa, gli anelli, il cavallo sono gli attrezzi tipici di tale g. Questi esercizi, che è necessario siano integrati con intense esercitazioni di salti e di corsa, sono consigliabili solo per soggetti riconosciuti fisicamente idonei, forniti di particolari attitudini. L'attrezzistica, che comprende anche esercizi di agilità e di destrezza sul terreno, fa parte delle prove olimpioniche (v. SPORT); in Italia è sotto il controllo della Federazione ginnastica italiana, affiliata al Comitato olimpico nazionale italiano.
VIII. La g. callietenica. - E una g. riservata alla donna con finalità prevalentemente estetica.
IX. La g. acrobatica. - E a fine professionale-spettacolare. Un fisico eccezionale, uno sprezzo del pericolo ed una grande tecnica sono i requisiti per tale g.
X. La G. militare. - Ha come fine immediato il miglioramento del rendimento fisico, l'abitudine alla disciplina e l'allenamento a superare le prevedibili difficoltà ambientali e tecniche del futuro combattente. La g. metodica, i giochi pre-sportivi e sportivi, alcune specialità dell'atletica leggera e la g. di applicazione sono alla base della g. militare.

Per la g. atletica v. SPORT.
BibL.: Per cenni storici sulla g. ed un complemento di bibliografia v. educazione: x. l'educazione fisica. R. Obermann, Manuale completa di g. educativa, Torino 1882; J. Happel, Gymnastique, Anversa 1905; E. Baumann, Il nodo dorsale, Roma 1915; E. Jaques-Dalcroze, La rythmique, Lussana 1916; D. Marchetti, La valutazione fisica, Bologna 1922; L. R. Faccio, 123 gioochi ginnastici, Torino 1924; F. Bravetta, Terapia fisica, Milano 1925; J. P. Müller, Il mio sistema di respirazione, ivi 1927; F. Bravetta, La g. ortopedica, Biella 1927; id., Il piede piatto, Torino 1927; id., Il a dorso corvo e negli adolescenti, ivi 1927; E. Freiron-C. Lapalu, Gymnastique de développement et d'application, Parigi 1929; Federazione Ginnastica Nazionale Italiana, Terminologia ginnastica, Milano 1929; P. Faweti, Massaggio e ginnastica medica, Bologna 1932; S. Mazzarocchi, G. in aula, ivi 1946; J. G. Thulin, Gymnastic handbook, Lund 1947; E. W. Burger-H. Grall, Ledersersiehung, Vienna 1949; F. Veglia, Elementi di g. ai grandi attrezzi sportivi, Torino 1950.

La g. e il pensiero della Chiesa. - Lo scopo che la g. si prefigge, di dare al corpo "nobilissimo strumento dell'anima, agilità e solida grazia, sanità e forza vera e buona" (Pio XI, Lettera, cit. in bibl.), è apprezzato e approvato dalla Chiesa, la quale non può "restringere la sua competenza e la sua azione alle cose puramente religiose, esclusivamente spirituali, come se il corpo, creatura di Dio al pari dell'anima, alla quale è unito, non dovesse avere la sua parte nell'omaggio da rendere al Creatore " (Pio XII, Discorso cit. in bibl.).

La g., infatti, contiene in sé ottimi elementi pedagogici positivi. I movimenti ginnastici, condotti ritmicamente e secondo metodi sapientemente definiti (v. sopra) non solo raccolgono tutti i vantaggi del moto, di cui l'organismo ha bisogno, correggono le posizioni viziate, decongestionano il cervello, offrono allo spirito sollievo e giocondità, ma si trasformano in un prezioso strumento di educazione. Perché nella g. si debbono osservare determinate leggi : obbedienza ai comandi, isocronismo dei movimenti, prontezza degli scatti, resistenza; il che contribuisce a dare il senso della disciplina e a farla apprezzare; elementi, questi, decisivi per la formazione di una volontà forte ed elastica come l'acciaio. La g., inoltre, specialmente nella scuola e quando è esercitata nelle gare, impegna l'animo all'emulazione, al successo, alla vittoria sui compagni, e così ingenera a poco a poco il sentimento di potere, volendo, migliorare se stessi non solo rispetto al fisico, ma anche sotto tutti gli altri rispetto.

Per questo bisogna che la g. non perda di vista il senso della misura e il suo scopo primitivo. Quindi: 1) l'educazione del corpo deve restare un mezzo e non degenerare in un culto; come mezzo deve essere e rimanere ordinata al fine, che consiste nella formazione ed educazione perfetta ed equilibrata di tutto l'uomo, al quale è di siuto per l'adempimento pronto e gioioso del dovere, sia dello studio, sia della professione; 2) gli esercizi devono essere adatti all'età, al sesso, allo stato di salute e di sviluppo dell'organismo; altrimenti, invece che aiutare, impediscono il lavoro dello spirito; 3) da parte di chi contempla, come da parte di chi si espone alla contemplazione altrui, occorre un senso di sano pudore, di decoro, di signorile disinvoltura, di reciproco rispetto. Quindi non solo soro da evitare le sguaiataggini, le scompostezze, le sconvenienze e le audacie, ma anche l'abbigliamento troppo succinto o troppo aderente e gli esercizi, che mirano piuttosto ad un esibizionismo malsano o, peggio, morboso, che non ad una vera utilità; 4) tanto più devono valere queste osservazioni e cautele, quando si tratta di g. femminile sia nelle semplici palestre, sia e soprattutto nei concorsi e nelle gare cosiddette atletiche. La sensibilità e l'attenzione ai delicati riguardi dovuti alla giovane donna e alla fanciulla si fonda su motivi di ordine fisico e morale di puro buon senso, intuiti e sentiti, come per naturale istinto, dai genitori e dagli insegnanti non prevenuti o fuorviati da teorie esagerate o false o da motivi affatto estranei alla buona e sana pedagogia. Va perciò evitato tutto ciò che non s'accorda con il riserbo e la compostezza che sono tanto ornamento e presidio della virtù e deve esulare ogni incentivo a vanità e violenza.

BibL.: Lettera di Pio XI al card. Vicario di Roma, del 2 maggio 1928 (cf. Civ. Catt., 1928, it. pp. 368-69 e il commento dell'Osservatore Romano del 10 maggio 1928); Pio XII. Discorso agli sportivi romani del 20 maggio 1943 (cf. Discorsi e Radiomessaggi di S. S. Pio XII, VII, Milano 1946, pp. 33-63); J. Schröncler, Rhytmih a. Erziehung, Friburgo in Br. 1923; id., Sitte n. Sittlichkeit, ivi 1926; C. Michel, L'esprit chrétien dans le sport, Parigi 1933.

Celestino Testore

GINOULHIAC, Jacques-Marie-ActilLE. Arcivescovo e teologo, n. a Montpellier il 3 dic. 1806, m. ivi il 17 nov. 1875 . Ordinato sacerdote ( 1830 ) insegnò nel Seminario diocesano filosofia, poi teologia dogmatica. Cappellano del convento della Provvidenza (1837), vicario generale dell'arcivescovo di Aix (1839), nel 1853 fu consacrato vescovo di Gre-

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![img-5.jpeg](img-5.jpeg)
(1st. Biblioteca Vaticana)
Gioachino da Fiore - Explicit dell'Expaitio in Apocalypsim: I tre regni e la Trinità - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 4860, $223^{2}$ (secc. 21 II-21V).
noble, da cui passò alla sede arcivescovile di Lione nel 1870. Partecipò al Concilio Vaticano, nel quale più volte prese la parola. Antinfallibilista convinto, dopo la definizione si sottomise lealmente.

Come vescovo di Grenoble divulgò parecchie lettere e pastorali, tra cui notevoli quelle sulle condizioni dello Stato pontificio (1860), sulla Vita di Gesù del Renan (1863) e quella in difesa dell'enciclica dell'8 dic. 1864 e del Sillabo (1865).

Scrisse: Hist.ire du dogme catholique pendant les trois premiers siècles de l'Eglise et jusqu'au Concile de Nicée (Parigi 1852; $2^{\mathrm{a}}$ ed., ivi 1866); interessanti particolarmente Les éplires pastorales, ou réflexions dogmatiques et morales sur les épîtres de st Paul à Timothée et à Tite (ivi 1866); Le Concile oecuménique (ivi 1869); Le sermon sur la montagne (Lione 1872); Les origines du christianisme (postumo, Parigi 1878).

Bist.: M. Thibaudier, Mandement à l'occasion de la mort de mgr. 7. M. A. G., Lione 1872: M. Cotton, Oraison funibre de mgr. G., ivi 1876; E. Mangenot, s. v. in DThC, VI, coll. 1371-73.

Niccolò Del Re
GIOACHIMITI: v. GIOACHINO DA FIORE.
GIOACHINO, santo. - Secondo una tradizione attestata fin dal sec. II dall'apocrifo Protovangelo di Giacomo, è il padre della Vergine S.ma. Il nome è acconsciuto alle fonti canoniche neotestamentarie, ma probabilmente la tradizione rispecchia qualche fonte attendibile.

Secondo il Protovangelo, G. era un uomo molto ricco e pio della tribù di David; un giorno, recatosi per fare le sue offerte al Tempio, fu respinto dal sommo sacerdote perché non aveva figliuoli. Affitto, si ritirò nel deserto, finché, per mezzo di un angelo ch'era apparso anche alla moglie Anna, non ebbe l'assicurazione che il suo desiderio
di paternità non era stato esaudito. Ritornò infatti a casa, ed ebbe una bambina che chiamò Maria.

In Oriente il culto di G. si sviluppò molto presto. Nel Sinuccario costantinopolitano è commemorato insieme con la moglie Anna, il 9 sett., molto probabilmente in relazione con la festa del giorno precedente che celebra la Natività di Maria. Nel sec. v l'imperatrice Eudossie fece costruire una basilica presso la piscina di Bethesida a Gerusalemme, nel luogo dove la tradizione additava la casa di G. e dove sarebbe nata la Vergine S.ma. La chiesa fu ricostruita completamente dai Crociati nel sec. 21 e dedicata a s. Anna. In Occidente il culto di G. fu divulgato dai Francescani; la prima istituzione liturgica della festa risale però a papa Giulio II (1503-13), che la fissò al 30 marzo. Dopo varie vicende, da Pio X fu definitivamente fissata il 16 ag.

Bibl.: Acta SS. Martii, III, Parigi 1869, pp. 77-80: L. Cré, Tombaiu de st Joachim et de ste Anne, in Révue biblique, 2 (1893), pp. 245-74; H. Vincent, La crypte de Ste-Aune à Yéruvichon, ibid., 13 (1904), pp. 228-41; E. Amann, Le Protovangile de Yacques et ses renaniements latins. Parig. 1010, pp. 45-51: Martyr. Romanum, p. 104 sg.; G. Bonaccorsi, Vangeli apocrifi. I, Firenze 1948, pp. 2211, 38-72.

Agostino Amaro
GIOACHINO da FIORE. - E una delle figure più rappresentative, ma anche più complesse della spiritualità medievale: mistico, riformatore, profeta, teologo, esegeta; venerato come un santo da alcuni, considerato come un impostore da altri. S. Tommaso riconosce la santità della sua vita, ma ritiene che in alcune delle sue profezie abbia fallito.
I. Biografia. - N. a Celico (Cosenza) verso il 1130. E molto discutibile che abbia passato la giovinezza come paggio alla corte normanna. Di un suo viaggio giovanile in Terra Santa, affiorano reminiscenze nel suo Trinitatus super quatuor Evangelia. Al ritorno, verso il 1155 , entrò fra i Cistercensi della Sambucina (Luzzi), dove fu portinaio e dove incominciò a predicare. Passato al monastero di Corazzo, fu ordinato sacerdote dal vescovo di Catanzaro e, nel 1177, eletto abate. Nel 1182-83 fu ospite a Casamari, e di li si recò a Veroli dal papa Lucio III, per impetrare l'autorizzazione di mettere in scritto le sue idee esegetiche sulla S. Scrittura. A Casamari dettò a Luca, suo futuro biografo, la Concordia N. et V. Testamenti e parte delle I'bellection. Nel 1186 raggiunse Urbana III a Verona. Il Papa lo spinse a compilare la Expositio in Apocalypsim. E pura leggenda che da Verona si sia recato a Venezia per dare dei suggerimenti sulla composizione dei famosi mosaici, tra cui quelli profetici sui ss. Domenico e Francesco, di cui hanno tanto parlato i cronisti veneziani e francescani. Clemente III, l'8 giugno 1188, gli dirigeva un Admonitorium per esortarlo a compiere le sue opere e a sottometterle al giudizio della S. Sede. Poco dopo si separò dai Cistercensi e fondò la Congregazione Florence, che ebbe il suo centro in S. Giovanni in Fiore. Fu approvata, malgrado le opposizioni dei Cistercensi, con bolla di Celestino III del 25 apr. 1196. Gli 1200 risale il suo Testamento spirituale, messo in dubbio da E. Buonaiuti, piuttosto per prevenzione, e difeso da H. Grundmann. Morì a Canale (Cosenza) il 30 marzo 1202. Le sue relique furono trasportate nell'archicenobio di S. Giovanni in Fiore, dove ebbero culto pubblico, cui la Chiesa non diede mai sanzione ufficiale. Sulla tomba fu apposto un epitaffio latino, che fu sintetizzato nell'antifona dei Vespri, riecheggiata a sua volta da Dante nei famosi versi del canto XII del Paradiso, in cui G. è collocato tra i luminari del sapere tra s. Tommaso e s. Bonaventura e proprio per lo spirito di profezia, che viceversa gli era stato negato dall'Aquante.
II. L'OPERA DOTTRINALE. - L'esegesi gioachimita non è originale; ma spinge fino all'inverosimile l'interpretazione allegorica, che è alla base del suo sistema.

Come teologo ha ricevuto un colpo mortale con la condanna del suo Libellus de essentia Trinitatis contra Lombardum da parte del Concilio Lateranense IV, nel 1215. L'opuscolo è andato perduto; ma se ne conosce

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il contenuto attraverso le espressioni della condanna conciliare: G. rimproverava a Pietro Lombardo una malintesa quaternità, mentre egli a sua volta difendeva un'unità similitudinaria, che veniva a distruggere l'unità di essenza. F. Foberti, pur ammettendo come giusta la condanna conciliare, contesta a G. la paternità del libello, ritenendolo un falso presentato sotto il suo nome al Concilio. Ma la sua difesa è debole; non meno debole è la difesa dell'artodossia di G. in materia di Sacramenti e della Chiesa.

Più fortunata è invece la chiarificazione di E. Denifle, sulla natura della terza età, caposaldo del messaggio gioachimita.

L'avvento della terza età, queila dello Spirito Santo, in successione di quella del Padre (del timore) e del Figlio (della Grecia), non si deve intendere come una nuova economia o rivelazione della Terza Persona divina, ma come una «intelligentia spiritua-tia-della Rivelazione cristiana. E stata una deformazione del pensiero gioachimita, operata dagli Spirituali francescani, specialmente da Gherardo da Borgo
S. Donnino, quella
di far passare per "Vangelo eterno" le tre opere principali di G. Di qui la denunzia alla S. Sede e la condanna del 23 ott. 1255. Accanto a Gerardo, tra i più noti gioachimiti sono da ricordare: Giovanni da Parma, generale dei Francescani, Salimbene de Adam, Ubertino da Casale e Angelo da Chiarino in Italia; Ugo de Digne e Pier di Giovanni Olivi in Francia; Arnaldo da Villanova in Spagna e altri minori in Germania e in Inghilterra.

In tono di influenza, è da escludere che il messaggio gioachimita abbia trovato il suo realizzatore in s. Francesco d'Assisi; ma non si può negare che argomenti gioachimiti siano stati adottati anche da s. Bonaventura e da s. Bernardino da Siena; né si può misconoscere che tutto il movimento dei Flagellanti, degli Spirituali, dei Fraticelli e dei Beglini si risilacci a G. Influssi gioachimiti, diretti o indiretti, sono stati ugualmente rilevati nel profetismo savonaroliano, nella filosofia della storia di G. B. Vico, nelle elucubrazioni di Telesforo di Cosenza, nelle espressioni di Cola di Rienzo, perfino in Giuseppe Mazzini e nel poeta norvegese Ibsen, come ha fatto notare G. Manacorda.

Ma la questione più dibattuta è l'asserito gioachinismo dantesco, portato alla ribalta da studi recentissimi, sì da farne uno dei motivi fondamentali della Commedia. L'avvertimento del Barbi contro le esagerazioni e le deviazioni non è servito; anzi la recente scoperta del Codice delle Figure, da parte di L. Tondelli, non ha fatto che accentuare la tendenza.

BILL.: Le opere di G. sono state classificate in autentiche, dubbie e spurie. Si veda F. Russo, Saggio di bibliografia gioachimita, in Archivio st. Calabria e Locanio, 6 (1936), pp. 101108. La bibliografia su G. è copiosissima. Per quella anteriore al 1936, ci si può attenere al Saggio cit., pp. 108-41, che contiene anche la bibliografia speciale su Dante e Gioacchino (pp. 139-41). Tra le opere posteriori si ricordano le principalissime: Cr. Huck, Joachim v. Floris v. jauchitische Literatur, Friburgo in Br. 1938; G. Slaughter, Calabria the First Italy, Madison 1939; F. Caraffa, Il Monastero Florence di S. Maria di Gloria, Roma 1940; F. Foberti, G. da F. e il gioachinismo antico e moderno, Padova 1942. Per le relazioni con Dante: A. Ricolfi Influssi gioachimiti su Dante e i fedeli di amore, in Giornale dantesco, 33 (1930), pp. 169-87; E. Buonaiuti, Dante come profeta,

Modena 1936; D. Merszkowski, Dante, Bologna 1938 pp. 238-51; F. Russo, Rassegna gioachimita-dantesca, in Miscellanea francescana, 38 (1938), pp. 63-83; id., Il libro delle Figure, ibid., 41 (1941), pp. 208-44; 43 (1943), pp. 323-35; L. Tondelli, Il libro delle Figure, Torino 1939; id., Da G. a Dante, ivi 1944. Francesco Russo

GIOACHINO MURAT, re di Napoli. - N. il 25 marzo 1767 a La Bastide Fortunière, m. il 17 ott. 1815 e Pizzo in Calabria. Destinato dai genitori allestato ecclesiastico, entrò nel Seminario dei Lazzaristi di Tolosa, ma la missione sacerdotale non era fatta per lui, e nel 1788 lasciò il Seminario e si arruolò
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(fol. Ene. Uatt.)
Gioachino Murat, re di Napoli - G. M. presenta ai suoi zenerali il proclama agli Italiani. Disegno di G. Moricci, litografia Ballagny - Roma, Museo del Risorgimento.
nei cacciatori a cavallo. Entusiasta della Rivoluzione ed amico del Bonaparte, fu l'aiutante di campo di quest'ultimo nella campagna d'Italia nel 1796. Generale di divisione nel 1799 a ricompensa della sua condotta nella campagna d'Egitto, contribuì in maniera decisiva alla riuscita del colpo di Stato del 18 brumaio.

Le doti militari di G. M. quale comandante di cavalleria erano veramente eccelse ed egli partecipò a pressoché
tutte le campagne napoleoniche alla testa dei suoi cavalieri : nella campagna di Russia ebbe il comando della cavalleria della grande armata. Maresciallo dell'Impero, divenne nel 1806 granduca di Berg e di Clèves. Nel nov. 1807 ebbe il comando delle truppe che invasero la Spagna e domò con feroce energia la sollevazione madrilena del 2 maggio 1808. Nel luglio dello stesso anno successe a Giuseppe Bonaparte sul trono di Napoli. Nel Regno di Napoli migliorò con adeguate riforme le condizioni sociali, economiche e spirituali della popolazione. Con una accorta politica finanziaria consolidò il debito pubblico, promosse leggi a favore dell'agricoltura, dell'industria e del commercio; diede molto incremento alla costruzione di opere pubbliche. Durante il suo Regno si procedette all'adozione dei codici francesi, opportunamente riveduti e modificati secondo le necessità locali, ma il Codice civile, entrato in vigore il $1^{\circ}$ genn. 1809, conteneva pure gli articoli relativi al divorzio. Nelle relazioni con la religione cattolica G. affermò in tutti i suoi provvedimenti, la supremazia dello Stato sulla Chiesa. Il clero nel suo insieme veniva considerato alla stregua di un organo statale, debitamente stipendiato, e quindi obbligato ad eseguire fedelmente gli ordini e le istruzioni trasmessegli dal governo. Pur di conservare il trono, G. M. abbandonò Napoleone dopo la battaglia di Lipsia e si alleò con l'Austria, ma, alla notizia del ritorno dell'Imperatore dall'Elba, concepì, con il proclama di Rimini del 30 marzo 1815, l'idea di sollevare tutta l'Italia e costituirla in regno indipendente. Sconfitto, si ritirò a Cannes e ad Ajaccio, donde salpò alla riconquista del suo Regno, ma, sbarcato a Pizzo, fu fatto prigioniero e condannato a morte.

BILL.: A. Espitalier, Napoléon et le roi Murat, 1505-1513, Parigi 1910; H. Weil, Joachim Murat roi de Naples. La dernière année de Règne, 9 voll., ivi 1909; M. Dupont, Murat. Cavalier, maréchal de France, prince et roi, ivi 1934; A. Valente, G. Murat e l'Italia meridionale, Torino 1941.

Silvio Furlani
GIOACHINO SAVELOV. - Patriarca di Mosca (1672-90). Nel 1685 annesse la metropolia ecismatica di Kiev al patriarcato di Mosca. Nello stesso

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Giobre - Affresco del sec. Iv nel cimitero dei SS. Marcellino e Pietro - Roma.
anno apparve anche la legge in cui lo Stato comminava la pena di morte ai Vecchi-Credenti. Prima, nel 1682, Avvakum (v.) era stato bruciato a Pustosersk. G. riordinò i limiti delle circoscrizioni ecclesiastiche e, seguendo l'esempio dello Stato, abolì i diritti di anzianità nell'amministrazione della Chiesa. Fece bruciare il protestante Quirino Kuhlman aderente ad una setta della Boemia. Fece anche trionfare la mentalità antilatina greco contro la scuola teologica ucraina che aveva subito un forte influsso latino. Il capo degli "Ucraini", Silvestro Medvedev, fu condannato a morte e fu vietata tutta la letteratura teologica dell'Ucraina.

Bist.: A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa e dei paesi limitrofi, Torino 1948 (v. indice).

Alberto M. Ammann
GIOAS : v. ioas.
GIOBBE. - I. L'AUTORE. - Ricco e saggio idumeo, perfetto cultore del vero Dio, tipo del giusto sofferente, protagonista del libro omonimo.

Il nome ricorre nelle lettere di el-'Amärnah : $A$-ia-ab; l'ebr. 'Ijjbbh, potrebbe significare " perseguitato ", se derivasse da radice ebraica. Il suo paese è ' $\mathrm{U}_{2}$, regione tra Edom e l'Arabia settentrionale, come può dedursi da Ier. 25, 20-24; Lam. 4, 21 ed esplicitamente afferma l'aggiunta della versione greca Job 42, 17; concordano ancora in tal senso le indicaziori sugli amici di G. (Job 2, 11): Eliphaz (v.) di Theman, regione certamente idumea (Gen. 36, 11-15; Ier. 49, 7) e Baldad di Sue nell'Arabia settentrionale (Gen. 23, 2). Ma le tradizioni divergono; Gen. 10, 23, che nomina ' $\mathrm{U}_{2}$ tra i figli di Aram, contribuil a farlo cercare in Siria e specialmente nel Hawrān.

Ez. 14 ricorda G. per la sua giustizia (v. 20; cf. Job 12, 4; Gen. 6, 9 per Noè), con Noè e Daniele (cf. Eccli. 49, 9); Jac. 5, 11 lo ricorda piuttosto per la sua pazienza : cf. Tob. 2, 12-15 (solo nella Volgata). Tali riferimenti non risolvono la questione se G. è un personaggio reale o fittizio. Niente impedisce di proporre come modello (Ezechiele, Giac:ma) un personaggio puramente letterario, come Gesù quando rac-
comanda al suo interlocutore di imitare il buon samaritano (v. GIONA). L'autore si è ispirato a qualche episodio reale, a qualche personaggio tradizionale? Gli esegeti cattolici sono portati ad ammettere un fondo storico per il grande poema. Il che è verosimile.

II. IL LIBRO DI G. - Il libro è «uno dei più meravigliosi poemi del mondo» (Vaccari); lo si è avvicinato alla Divina Commedia di Dante ed al Faust di Goethe (Dennefeld). "Un tema appassionante, un dramma insieme profondamente umano e divinamente sublime, vi è trattato con una ricchezza di colorito, con una forza di affetto, con tanta varietà di forme, che può ben dirsi la lingua vi abbia esaurita la sua facondia e l'arte la sua tavolozza" (Vaccari).

Il libro consta di tre parti : introduzione e prologo (capp. 1-2); il poema propriamente detto (capp. 3-41); l'epilogo (42). La parte centrale è in versi di aquisita fattura; le altre due, brevissime, in prosa.

Parte $I^{\circ}$ (1-2) : G., dalla condotta irreprensibile, gode di grande prosperità; ha una numerosa famiglia, greggi e terreni, ed una folla di servi. Dio permette che venga colpito dalla sciagura: perde gli averi, i figli; e, logorato da ributtante malattia, è scacciato da casa e subisce il disprezzo e lo scherno della gente e di sua moglie... Pur nel suo profondo dolore, G. si rassegna al volere divino. Vanno a consolarlo tre suoi amici, Eliphaz, Baldad e Sophar, e con loro ha inizio il dialogo che sarà chiuso dall'intervento di Dio.

Parte $2^{\circ}$ : tre sono le loro dispute con G. ed hanno inizio con uno sfogo di questi che lamenta i suoi dolori (3). Gli amici parlano sempre nel seguente ordine: Eliphaz, Baldad, Sophar, e G. risponde volta per volta a ciascuno. La tesi sostenuta da quei tre è la concezione tradizionale : ogni dolore suppone una colpa, come ogni favore un atto buono; Dio non si fa servire od offendere gratuitamente. Perciò G., invece di lamentarsi e vantare la sua innocenza, si riconosca colpevole e faccia penitenza sì da impetrare misericordia.

Nella prima disputa (4-14), Eliphaz (v.) espone questa tesi astrattamente, onde evitare un'esplicita condanna di G., e la fonda su una rivelazione soprannaturale per farla accettare più docilmente (4-5). G., pur accettando le sue sofferenze, non può dubitare della sua innocenza; e il suo sguardo, quando si volge al Signore, resta smarrito, non comprendendo il motivo della sua condizione (6-7). Interviene Baldad, con l'autorità della tradizione, applicando più direttamente a G. la stessa tesi. Il sofferente che mette in mostra la propria innocenza offende la Provvidenza divina quasi sia ingiusta (8). G. vede ancor più chiaramente la opposizione tra la teoria e il fatto indiscusso della sua innocenza, come il mistero dell'agire di Dio (9-10). Queste parole scandalizzano il giovane Sophar, che appoggia la medesima teoria sui dettami della ragione e sull'esperienza (11-12,6). Ma la esperienza, risponde G., dimostra l'altro fatto sconcertante della prosperità dei malvagi. La sua fede nella sovrana giustizia di Dio è indiscussa e profonda; resta pertanto più vivo il mistero ( $12,7-14,21$ ).

Nella seconda disputa (15-21), i tre amici apertamente accusano G. di empietà, onde tanti mali si era meritato. E impossibile che egli soffra da innocente. Eliphaz vede nelle proteste di G. solo orgoglio; adduce la propria esperienza e la dottrina dei saggi (15, 1-18). Gli altri due nulla aggiungono di nuovo, eccetto il tono violento e l'acrimonia delle loro repliche (capp. 18-20). G., stanco di questi discorsi che nullo adducono di nuovo ( $15,17-35$ ), non spera più comprensione e conforto dagli uomini ( $16,1-5$ ), rimette solo in Dio la sua speranza invocandone il giusto giudizio prima che scenda nello $B^{c} \delta l$ ( $16,6-17,16$ ), ed esprime il suo profondo disgusto per una tale dottrina, contraria ai dati della esperienza (21); Dio sarà il suo vindice e neppure la prossimità della morte può rendere dubbia questa sua speranza (19).

Nella terza disputa (22-28), gli amici mostrano la loro impotente irritazione colmando di ingiurie G., cui

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addebitano i più gravi peccati. Le doxologie non suppliscono la povertà degli argomenti (22-25). G. risponde con l'ironia; la felicità dell'empio è evidente, e gli oltraggi non sono ragioni. $\bar{E}$ vero che Dio tarda a fargli giustizia, ma egli non cessa di invocarne il supremo giudizio (27, 1-6). Manca nel testo attuale il discorso di Sophar; e sono attribuite a G. delle espressioni che si aspetterebbero piuttosto sulle labbra degli avversari. E stata pertanto proposta la disposizione seguente, supponendo un errore di impaginazione (Dhorme) : 24, 18-25; 23, 2-26; 4; 26, 5-14; 27, 2-12; 27, 13-23. La risposta di G. a Eliphaz terminerebbe in 24, 17. Quindi porlerebbe Baldad ( $16,5-14+25,2-6$ ), con la risposta di G. (26, 24 + 27, 2-12). Infine Soph