a. P. es., in una funzione celebrata il 1^{°} genn. 1662, la sostanza si fuse appena la teca fu collocata sull'altare; mentre dinanzi a Filippo V (18 apr. 1702) l'attesa fu di quasi tre ore; nel maggio 1678 , il primo e terzo giorno l'attesa fu breve, mentre nel secondo raggiunse le dieci ore. 3) Nelle diverse liquefazioni la sostanza delle fiale varia di volume e e non in qualunque misura, ma tanto da raddoppiare alla vista di tutti, passando, nel tempo medesimo che è esposto alla comune venerazione, dalla metà della fiala a riempire la fiala intera, per lo più nei giorni di maggio, e discendendo di altrettanto nel sett.; però in varie proporzioni, senza stabile legge» (P. Silva, op. cit. in bibl., p. 30). Il che è chiaramente constatabile, data la perfetta fluidità del liquido, anche attraverso al leggerissimo velo, che, nei movimenti, aderisce alle pareti di vetro. Né il fatto può attribuirsi ai coefficienti di dilatazione cubica secondo le diverse temperature, essendo essi piccolissimi e non rispondenti al fenomeno, per cui il volume della sostanza aumenta talora quasi del doppio ed è di ca. 30 mathrm{~cm} .² e l'aumento del livello del liquido è di 3 cm .4 ) La sostanza, liquefacendosi, varia anche nella quantità della massa e quindi nel peso. Il prof. G. Sperindeo (op. cit. in bibl., p. 6o), p. es., con esperimenti condotti con la massima diligenza, trovò che la teca con la fiala piena pesava kg . 1,015; mentre, con la fiala ridotta della metà, pesava kg. 0,987 (cf. anche P. Silva, op. cit. in bibl., p. 32).
Alla questione se la sostanza contenuta nelle
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fiale sia proprio sangue, rispondono le esperienze fatte da G. Sperindeo il 26 sett. 1902, ripetute più volte dal prof. R. Januario, e dal p. P. Silva nel 1904. Sottoposta la sostanza all'esame spettroscopico, si vide ripetutamente "comparire nello spettro, dopo la linea D (di Fraunhofer) la banda oscura caratteristica del sangue, seguita dall'altra nel verde, e tra le due una zona chiara ".
Intorno al prodigio si sollevarono, naturalmente, molte discussioni e polemiche e molte ipotesi si affacciarono a spiegare come il sangue diventerebbe liquido per semplici cause naturali o artificiali o a provare che la sostanza delle fiale non è puro sangue, ma un qualche miscuglio proveniente da frode conscia o inconscia. Ma ogni tentativo non è riuscito finora a dare una spiegazione sufficente delle caratteristiche della liquefazione sopra accennate; e a nulla approdarono i vari tentativi fatti per ripetere e riprodurre il fenomeno (v. Alfano-Amitrano, op. cit. in bibl., pp. 92-119; P. Silva, op. cit. in bibl., pp. 36-51). A complemento della questione occorre accennare come, più di recente, anche da studiosi cattolici si è voluto ricorrere ad ipotesi più ricercate : ad eventuali effetti fototropici, igroscopici e psichici, dovuti al passaggio della reliquia dall'oscurità alla piena luce del tempio; al vapore acqueo per la presenza di tanta folla; al calore che da questa deriva; ad un residuo di fluido vitale della persona, a cui il sangue apparteneva; alla intensa concentrazione della concorde volontà dei presenti; e persino al fatto della esistenza, nel medesimo antico Regno di Napoli, di altre reliquie di sangui, che riproducono lo stesso prodigio che il sangue di s. G. Ma anche di tali ipotesi, che non sono del tutto nuove, si deve ripetere che non riescono a dare una spiegazione naturale sufficente; che anzi urtano contro le più diverse circostanze attestate e documentate (cf. Alfano-Amitrano, in Scuola Cattolica, op. cit. in bibl., p. 174 sgg.).
Rimane la questione se il sangue contenuto nelle fiale sia veramente di s. G. (H. Delehaye, Hagiographie napolitaine, in Anal. Bull., 39 [1941], p. 12). Allo stato presente delle ricerche, prescindendo dalle testimonianze dubbie di Lupo de Speis e del monaco certosino Maraldo, che riporterebbero a date di parecchio anteriori, la tradizione scritta più antica e sicura risale fino al 1329 , del quale anno una cronaca di incerto autore dice: «Sequenti die XVII augusti ( 1389 ) facta fuit maxima processio propter miraculum... de sanguine beati Ianuarii, quod erat in pulla et tunc erat liquefactum, tamquam si eo die caisset de corpore beati Ianuarii» (G. de Blasiis, Chronicon Siculum incerti auctoris ab a. 1340 ad a. 1396 [Napoli 1887], p. 85). Tanto più importante è questo documento, in quanto riferisce un miracolo avvenuto fuori delle date fisse, senza attesa, né suggestione di folle, né per festività abituale, ma perché si ebbe a Napoli un po' di pace dopo molti anni di guerra, ed arrivò del grano dopo molti mesi di carestia (G. B. Alfano, in L'osservatore romano, v. bibl., p. 3, col. 37). Ed Enea Silvio Piccolomini, poi papa Pio II, andato a Napoli in ambasceria nel 1456, nota: «Et si quis audire petierit (respondebo) sacrum illum divi Ianuarii cruorem, quem modo concretum, modo liquatum ostendunt, quamvis ante annos mille ducentos pro Christi nomine sit effusus" (Aeneae Ep. Senensis, In libros A. Panormitae poetae: de dictis et factis Alphonsi regis memorabilibus commentarius, Basilea 1538, 1. II, pp. 288-89). Come si vede, il Piccolomini parla del prodigio come di
un fatto già consueto; e dimostra che la sostanza contenuta nelle ampolle è sempre stata ritenuta per sangue di s. G.
Le notizie storiche sicure del prodigio non risalgono oltre il sec. xili. Per i secoli anteriori la tradizione si ricollega fino alla seconda metà del sec. IV, quando ebbe luogo il trasporto delle reliquie del Santo dall'agro marciano alle attuali catacombe. Allora, mentre il corteo solenne passava per la Via Antiniana, una certa Eusebia si sarebbe mossa verso il vescovo e gli avrebbe consegnate le due fiale contenenti il sangue del martire, che essa stessa aveva raccolto. In quell'occasione il sangue sarebbe diventato liquido. Semplice tradizione, ma confortata dall'esistenza di due chiesette antichissime sulla collina di Antignano a Napoli, S. Gennarello al Vomeri e S. Gennaro ad Antignano.
Il fatto, finalmente, che del prodigio non si posseggano notizie anteriori al sec. xiv, come si è accennato, non intacca né infirma l'autenticità del prodigio della liquefazione, sia per il semplice fatto che nei secoli anteriori al sec. xitt il capo e le fiale del sangue di s. G. erano rinchiusi nella "confessione" della navata centrale della basilica della Stefania, sia perché altrimenti sarebbe un trasportare la questione dal fatto fisico a quello storico, il che non risolverebbe la questione del prodigio.
BibL.: Tra le fonti più preziose sono da considerare i Diarii del Duomo e del Tesoro, che conservano dal 1839 la registrazione dei fenomeni osservati nelle sinuole liquefazioni. Inoltre: N. Pergola, La teoria dei miracoli cun metodo dimostratico, seguita da un discorso apologetico sul miracolo di s. G., Napoli 1843; P. Fumo, La teca di s. G., Napoli 1880; id., Indagini e osservazioni sulla teca di s. G. e nota del prof. G. Albini, ivi 1890; G. Sperindeo, Il miracolo di s. G., 3^{°} ed., ivi 1903; L. Cavino, Le celebre miracle de st Jancier, Parigi 1909; C. Irenkrahe, Das neapolitanische Blutzunder, Ratisbona 1912; P. Silva, Il miracolo di s. G. Note scientifiche, 4² ed., Roma 1916; G. B. Alfano e A. Amitrano, Il miracolo di s. G., documentazione storica e scientifica, Napoli 1924, 2^{°} ed. ivi 1930 (con ricchissima bibl.); H. Thurston, The Blood Miracles of Naples, in Month. 149 (1927, 1), pp. 44-53, 123-35, 236-47; id., The "Miracle" of st. Jannarius, ibid., 153 (1930, 1), pp. 119-49; G. B. Alfano e A. Amitrano, Nuove polemiche sul miracolo di s. G., in Scuola Cattolica, 60 serie, 12 (1928, 16), pp. 171-93; I. R. Grant, The testimone of the Blood, Londra 1939; G. B. Alfano, Le più antiche date della liquefazione del sangue di s. G., in L'osservatore romano, 14 febbr. 1942, p. 3, coll. 3-5.
Celestino Testore
FolkloRe. - Il Santo, patrono, insieme con molti altri, della città di Napoli, gode in essa di un antico, vivo e diffuso culto popolare, che dà luogo a manifestazioni caratteristiche. In rapporto a uno degli episodi più significativi della sua leggenda, il martirio nelle fiamme della fornace da cui il Santo uscì indenne, egli è invocato come protettore contro i pericoli del fuoco, e specialmente delle cruzioni del Vesuvio; conseguentemente anche contro il terremoto e le altre calamità, come la peste, il colera, la siccità, ecc. che possono colpire l'intera popolazione. Le sue virtù taumaturgiche si estendono quindi, nel concetto che ne hanno i suoi devoti, o tutta la sfera della vita umana. Da ciò anche la grande importanza che viene annessa al miracolo di s. G., come sicuro segno di protezione per il buon andamento dell'annata e per l'esaudimento di grazie richieste dai singoli fedeli.
Nella cerimonia che ha luogo a maggio le reliquie de sangue, conservate nella teca, e della testa, racchiusa in un busto d'argento con il volto di oro pallido, vengono in duplice processione recate dal Duomo nella chiesa di S. Chiaro, dove si compie il miracolo. La processione veniva detta "degli inghirlandati" per l'uso che vi si faceva di ghirlande di rose e altri fiori : in essa, oltre alle reliquie del Santo, sono portate le statue o i busti degli
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(da V. Ceresi, P. Genocchi, Città del Vaticano 1221, p. 260) Genocchi, Giovanni - Ritratto.
altri numerosi patroni di Napoli (s. Antonio, Aspreno, Michele, Rocco, Giuseppe, Andrea Avellino, ecc.). Maggiore solennità presenta la festa del 19 sett., che si svolge dentro il Duomo stesso, dove si conservano le reliquie nella Cappella del Tesoro di s. G. Vi intervengono spesso alte autorità ecclesiastiche e sempre una immensa folla di fedeli. Un canonico trae dalle loro custodie e pone sull'altar maggiore il busto con la testa di s. G. e un ostensorio con le due ampolle, per mostrarle al popolo. Tra preghiere e litanie le reliquie vengono portate in processione per le navate della chiesa, e più o più volte si ripete a gran voce la recita del Credo. Avvenuto il miracolo, il canonico mostra l'ampolla, in cui ferve il sangue liquefatto; e allora la folla esce in fragorose esclamazioni di giubilo, mentre dai canonici viene intonato il Te Deum. Migliaia di fedeli si accostano per baciare le ampolle e averne toccata la fronte, e questa cerimonia si prolunga per ore e ore. Dai modi particolari con cui il miracolo si compie, suole il popolo trarre determinati pronostici.
Vivissime manifestazioni del culto popolare si sono ravvivate attraverso i secoli in occasione di eruzioni del Vesuvio o di pubbliche calamità. Altre, più modeste, consistono nell'esposizione di immagini del Santo agli angoli delle strade, per la raccolta di offerte.
Intensa è anche la devozione con il pellegrinaggio alle catacombe del Santo. - Vedi tav. II.
BibL.: Numerose sono le descrizioni, non sempre esatte o ben comprese e interpretate, della festa di s. G. nelle opere dei viaggiatori stranieri e italiani fin dal sec. xvili. Si ricordano, p. es.: A. Dumas, Impressions de voyage, Parigi 1843; M. Monnier, Naples et les napolitains, ivi 1861; R. Fucini, Napoli a occhio nudo, Firenze 1872; F. Morandi, Da Torino a Napoli, Milano 1880. Sull'aspetto folkloristico: C. Del Balzo, Napoli e i napoletani, Milano 1885; P. Procaccia, Prognostici che si traggono dal mira-
colo di s. G., in Archivio per la studio delle tradizioni popolari, 6 (1887), pp. 248-49; M. Serao, S. G. nella leggenda e nella vita, Lanciano 1909.
Pardo Tusch
GENOCCHI, GIOVANNI. - Missionario del S. Cuore, n. a Ravenna il 30 luglio 1860 , m. a Roma il 6 geno. 1926.
Nel nuovo movimento degli studi religiosi in Italia, fece centro della sua attività intellettuale la S. Scrittura; e, largamente aiutato dal possesso delle lingue orientali - greco, cbraico, arabo -, dall'esperienza dei Luoghi Santi, dalla conoscenza delle maggiori lingue d'Europa, dai suoi rapporti con gli scienziati d'ogni paese, fu in questo campo un'autorità universalmente riconosciuta e consultata a gara.
Esercitò in seno al modernismo azione moderatrice e, benché denunziato a Pio X quasi connivente con i ribelli, trovò nel Papa difesa e protezione; ed ebbe con lui un carteggio che è testimonianza delle sua fede, della sua dirittura evangelica, della sua devozione alla Chiesa. La sua scienza fu sempre in funzione di apostolato, e questo gli aprì largo il campo del ministero sacerdotale, esplicatosi prima a Ravenna, nel cui Seminario fu giovanissimo quale direttore spirituale e insegnante di S. Scrittura; più a lungo in Siria e a Costantinopoli, dove, per volere di Leone XIII, fu addetto a quelle delegazioni apostoliche, consumandovi intensa attività missionaria; ed infine per un trentennio a Roma. Missionario nel più stretto senso della parola fu p. G. durante un triennio nelle micidiali regioni della Nuova Guinea, e dopo la prima guerra mondiale tra gli indigeni del Putumayo, avendo avuto da Pio X l'incarico di riferire intorno alle brutalità esercitate dai padroni bianchi sui negri indiani.
Chiuse la sua carriera missionaria con la visita apostolica in Ucraina, dove fu mandato da Benedetto XV e poi da Pio XI per riferire intorno a un largo movimento per l'unione degli «ortodossi» con Roma, quale veniva delineandosi nei paesi della Russia restituiti dalla guerra alla Polonia e nelle regioni limitrofe alla Russia stessa. La morte impedì a Benedetto XV di crearlo cardinale.
BibL.: G. G., Il mio viaggio in Oriente. Lettera a Procacciai, Ravenna 1882. Studi: V. Ceresi, P. G., Roma 1934; id., P. G., ivi 1945 .
Vincenzo Ceresi
GENOCIDIO. - La voce etimologicamente è un neologismo, ricavato da due vocaboli latini (gens e caedes) e significa la strage di un popolo, di un gruppo etnico.
Il g. come delitto specifico fa la sua prima apparizione nel campo giudiziario al processo di Norimberga (14 nov. 1943 - 50 sett. e 1 ott. 1946). L'accusa si portò allora su tre categorie di delitti : i crimini contro la pace, contro la guerra e di lesa umanità. In un documento quasi contemporaneo, nello Statuto del Tribunale militare internazionale, convenzionalmente costituito l'8 ag. 1945 in Londra dalla Francia, Inghilterra, Russia e Stati Uniti e precisamente nell'art. 6a erano stati elencati una serie di crimini chiamati di «lesa umanità»: assassinio, sterminio, riduzione a schiavitù, deportazione, atti inumani contro la popolazione civile, persecuzioni razziali, politiche, religiose; e nell'art. 6b erano elencati una serie di crimini chiamati di guerra : violazioni di leggi e costumi di guerra, assassinio, malvagio trattamento, deportazione (lavori forzati), uccisione o maltrattamento dei prigionieri, esecuzione degli ostaggi, saccheggio dei beni privati e pubblici, distruzioni di città e paesi senza motivo militare.
Qualche cosa di simile si era avuto dopo la guerra 1914-18, quando gli uomini di Stato inglesi e americani avevano imposto al tavolo della pace di Versailles (sez. VII, art. 227) l'adozione di sanzioni penali individuali contro il Kaiser e i principali capi tedeschi. Senonché allora le sanzioni non ebbero pratica applicazione. Come osserva il Lener (Crimini di guerra e delitti contro l'umanità, 3^{mathrm{a}} ed., Roma 1948, p. 131) i crimini di guerra sono una sottospecie dei delitti contro l'umanità; gli uni e gli altri sono compresi nel delitto di g. che viene perciò de-
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(da Wilpert. Barcofagi, tav. 122)
(fot. Orlandino)
In alto a sinistra: AMORINO CHE PUNTA UNA SCALA SU UN RAMOSCELLO DI CILIEGIO. Pittura romana (sec. I) proveniente da una casa romana di Villa Rospigliosi - Roma, Museo nazionale romano. In alto a destra: AMORINI CON IL "PEDUM, E NASTRI. Particolare della vòlta affrescata dell'ipogeo, detto dei Flavi (sec. II) - Roma, Cimitero di Domitilla. In basso a sinistra: GENIO FUNEBRE CON FACE ROVESCIATA. Fianco del sarcofago di Salona (sec. IV) - Spalato, Museo. In basso a destra: GENIO FUNEBRE CON FACE ROVESCIATA. Scultura di Wiligelmo sulla facciata del Duomo di Modena (sec. XII).
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S. GENNARO, martire, in atteggiamento di orante, tra le defunte Nicatiola, fanciulla, e Cominia. Affresco del sec. v. Napoli, Catacombe di S Gennaro.
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CHIESA DI S. DONATO
fondata nel sec. XI e ampliata nel sec. xili.
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MAPPA D'EUROPA di Albino de Canepa ( 1480 ) - Roma, Biblioteca nazionale.
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finito da H. Donnedieu de Vabres (Le procès de Nuremberg devant les principes modernes du droit pénal international, in Recueil des cours, 70 [1947, 1], p. 523 sgg .) la serie dei delitti commessi durante la guerra ed anche fuori di essa su individui o gruppi umani a causa della loro razza, nazionalità, religione e delle loro opinioni. Il Paoli spiega che vi è uguglianza di natura tra crimini di guerra e contro l'umanità, la differenza è solo nel tempo, in cui si compiono (Contributioa à l'érude des crimes de guerre et des crimes contre l'humanité eu droit pénal international, in Revue générale de droit international public, 16 [1941-45, 11], p. 131 sgg.).
La definizione giuridica di g. la si trova nell'art. 2 della connessione sul g., approvata il 9 dic. 1948 dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite: "Per g. si intende uno degli atti seguenti, compiuti-con l'intenzione di distruggere interamente o parzialmente un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso: a) uccidere i membri di quel gruppo; b) causare danni materiali o mentali a membri di quel gruppo; c) infliggere liberamente a quel gruppo condizioni di vita tali da portare alla sua distruzione fisica intera o parziale; d) imporre misure rivolte ad impedire nuove nascite nel gruppo; e) trasferire con la forza bambini di un gruppo ad un altro gruppo.
Questo genere di delitti, ora cosi condannati anche nel diritto internazionale, non è nuovo purtroppo nella storia dell'umanità : nuovo se mai è il tentativo di coercizione.
Lo sterminio, la distruzione di un'intera schiatta fa riscontro in non pochi casi nella S. Scrittura del Vecchio Testamento, che vengono ricordati dagli agiografi sotto la voce "herem" (v.). Si tratta della distruzione per lo più di popoli ostili agli Ebrei, specialmente in occasione dell'occupazione della Terra Promessa.
Assieme all'cecidio di intere stirpi vanno pure nella Bibbia registrati fatti simili per singole città, qualche volta per interi eserciti (Deut. 20, 10; 13, 12-17).
Ma non si ha qui il delitto di g., se non in senso puramente materiale, perché Dio stesso non raramente comanda una tale guerra sterminatrice a favore del suo popolo. Senonché tale doveva essere pure la legge della guerra presso gli altri popoli semiti, all'infuori di qualsiasi intervento divino, come risulta da qualche passo della stessa Bibbia (IV Reg. 19, 11; Is. 37, 11) e da altre fonti ed iscrizioni profane. Si è allora di fronte alla configurazione di veri e propri delitti di g.
Per citare qualche esempio, in Egitto, sotto la XVIII dinastia Tebana, e precisamente sotto Thutmosis III, sono celebri le deportazioni di intere popolazioni ribelli, fra cui le tribù dei Giacobiti, Giosefiti e Jehuditi.
Nell'Impero assiro sotto Teglathphalasar (745-27 a. C.) viene adottato come sistema il trasportare le popolazioni soggette da una regione all'altra. Si hanno tracce nella Bibbia stessa della deportazione degli Ebrei a Babilonia al tempo del II Impero babilonese ( 1⁰ deportazione nel 606 , ultima nel 586 ).
Più tardi, nell'età ellenica, Filippo di Macedonia (349 a. C.), lottando contro Atene e Olinto distrugge 32 città e disperde gli abitanti, trasportandoli in Macedonia. Nella distruzione di Tebe, fatta da Alessandro, per rap. presaglia furono venduti 30.000 ab .
Ai tempi di Roma, senza vagare nella leggenda, basti ricordare la distruzione di Gerusalemme sotto Tito, con la dispersione dei Giudei, e la serie di persecuzioni contro i cristiani.
Dei Germani già Tacito scriveva "bellum Hermunduris prosperum, Chattis exitiosius fuit, quia victores diversam aciem Marti ac Mercurio sacravere, quo voto equi, viri, cuncta victa occisioni dantur" (Annali, XIII, 57).
A parziale spiegazione, se non a scusa, di questi fatti nell'antichità può invocarsi la non esistenza di un diritto internazionale. Sembra anzi che la vittoria stasse conferisse il diritto di impadronirsi delle terre altrui e di rendere schiavi gli abitanti. Possono pure invocarsi altre cause, come la fame, causata dalla poco razionabilità
dell'agricoltura; la superpopolazione, per cui tribù cacciate da una parte, con le armi si conquistavano un'altra terra.
Ma non si può sottoscrivere a coloro che dicono che il ricorso di questi fatti e delle guerre sterminatrici sia una legge dell'umanità, che la storia è costretta a scoprire in ogni sua pagina, senza riuscire a spiegarla nei singoli casi.
Con il progredire della civiltà cristiana si ebbe anche in questo campo un ingenillimento dei comuni. Ed anche quando apprensioni, in certo senso giustificate, sembravano legittimare certi interventi crudeli, come nel caso dei Sassoni, restii a qualsiasi apparto di civiltà, non mancò la voce dei pontefici di Roma (papa Adriano ed il monaco Alcuino) a favore delle vittime, sia pure si trattasse di infedeli.
Ma all'infuori di queste proteste che partirono dalla più alta autorità spirituale, nel campo del diritto internazionale bisogna arrivare a tempi assai più recenti per vedere interventi coordinati a favore di popolazioni oppresse.
Come un prodromo di quello che sarà più tardi l'intervento dell'O.N.U. nel campo del diritto internazionale, possono essere ricordati gli interventi di umanità, con i quali le nazioni europee coordinarono i loro sforzi per la repressione della tratta dei neri dal Congresso di Vienna (1815) in poi, e mossero alla difesa delle popolazioni oppresse dell'Impero ottomano in Grecia (1827), nella Siria e nel Libano (1860). Con il Trattato di Berlino (1878) si ebbe un vero codice protettivo delle minoranze per il godimento di diritti civili e politici e della libertà di culto. Un ulteriore sviluppo in questo campo si ebbe con gli accordi contrattuali stipulati dalla Società delle Nazioni con la Polonia e gli altri Stati, che avevano estese le loro frontiere con inclusione, nel loro territorio, di forti minoranze di diversa nazionalità e culto dopo la guerra 1914-18. Rimasero però senza appello altri crimini, come i massacri degli Armeni perpetrati dai Turchi (1915-18), senza parlare di tutta la serie delle persecuzioni dei cattolici dai primi secoli della Chiesa ad oggi. Tuttavia il mondo si sentì scosso da altri fatti che erano avvenuti nello stesso periodo bellico 1914-18, come la deportazione in campi di concentramento di intere popolazioni belghe, e più tardi l'ecidio di prigionieri, specie di Armeni, fatto dai Russi (1927), e più lo doveva essere per i crimini perpetrati nelle guerra 1939-45, di cui doveva rimanere vittima proprio la Polonia, a cui si erano chieste, dopo il suo risorgere con il Trattato di Versailles, garanzie per minoranze estere; e dalla lotta razziale, scatenata contro gli Ebrei dal nazionalsocialismo, che culminò con gli stermini in massa durante l'ultima guerra; da tutto l'insieme di un sistema crudelmente modellato a base di razzie di uomini e donne, di inammissibili rappresaglie, di maltrattamenti brutali, di orridi campi di concentramento, di stanze di tortura e di camere a gas.
Da ciò la posizione concreta del problema nel campo internazionale, culminata nello statuto delle Nazioni Unite, che prima ancora di sanzionare il riconoscimento dei diritti dell'uomo in campo internazionale (ro dic. 1948) ha condannato formalmente il g. (9 dic. 1948) già esecrato dalla coscienza del mondo civile, lo ha dichiarato delitto in base al diritto internazionale e ha deciso che le persone accusate di g. dovranno essere giudicate da un tribunale competente. Cadono cosi certe pregiudiziali che si son potute sollevare e in diritto e in fatto contro il processo di Norimberga. La salvaguardia delle fondamentali esigenze umanitarie, che prima aveva la
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sua base in un ordine di giustizia semplicemente umano, acquista oggi consistenza nell'ordinamento giuridico positivo internazionale.
BibL.: Oltre la bibliografia già citata nel testo cf.: V. E. Orlando, Il processo del Kaiser, in Scritti vari di diritto pubblico e scienza politica, Milano 1940, pp. 172-77; R. Borel, Le crime de genocide principe nouveau de droit international, in Le monde, 3 dic. 1945; S. Lener, Dal mancata giudizio del Kaiser al processo di Norimberga, in Civ. Catt., 1946, 1, pp. 332-42; id., Delitti contro l'umanità, ibid., II, pp. 186-97; id., Diritto e politica nel processo di Norimberga, ibid., III, pp. 92-106; A. degli Occhi, Il processo di Norimberga, Milano 1947; anon., Condanna del g., in Civ. Catt., 1946, 1, pp. 211 213; P. Anderson, La Rovvia accusata di g., in Vita e pensiero, 33 (1950), p. 90 sge.
Pietro Palazzini
GENOUDE, Antoine-Etienne de. - Sacerdote polemista, n. a Montélimar il 9 febbr. 1792, m. a Hyères (Var) il 19 apr. 1849. Educato nel Seminario di S. Sulpizio, si diede poi al giornalismo, facendo rivivere la Gazette de France e mettendo tutto il suo efficace talento
a servizio della religione. Indi, mortagli la moglie nel 1834, si fece ordinare sacerdote e all'attività di scrittore aggiunse con frutto quella del predicatore. Non cosi fortunato fu quando venne eletto deputato alla Camera, perché dalla tribuna politica manifestò idee gallicane.
Delle molte sue opere restano degne di menzione le seguenti : dopo le versioni di alcuni libri del Vecchio Testamento (Iusia [Parigi 1815], Giobbe [ivi 1818], Salmi [ivi 1819]), diede la intera S. Scrittura: Sainte Bible d'après les textes sacrés, avec la Vulgate ( 23 voll., ivi 1820-24), molto diffusa e ristampata, ma non scavra di inesattezze; La raison du christianisme, ou preuves de la religion tirées des écrits des plus grands hommes (12 voll., ivi 1834-35); Les Pères de l'Eglise (trad. franc., 7 voll., ivi 1835-49).
BibL.: A. de G., Histoire d'une âme, Parigi 1844 (è la sua autobiografia) : [J. Crétineau-Joly], Hist. de M. de G. et de la Gazette de France, ivi 1843; H. Brétonneau, Biographie de M. de G., ivi 1847: Hurter, V, coll. 1842-43.
Collegio teologico S. Tommaso d'Aquino, abate perpetuo di S. Siro, S. Maria Immacolata e S. Gerolamo. Patrona di tutta la Liguria è S. Maria Immacolata; patrono della città e dell'antico dominio s. Giovanni Battista; patrono della città s. Lorenzo.
II. Notizie storiche. - 1. Storia civile. - Le origini di "Genua, Janua" sono sconosciute. Il primo nucleo della città si formò sulla collina che tuttora si chiama di "Castello", luogo adatto per la difesa del porto e di tutta la zona sottostante. G. romana fu sempre alleata della Repubblica e dell'Impero, e per questo nel 218 a. C. veniva assalita e distrutta da Magone, fratello di Annibale nemico dei Romani, ma tosto ricostruita dal pretore Spurio Cassio ed ebbe da Roma molti favori, come costruzione di strade, ponti, acquedotti, opere portuali ed edilizie. La Via Postumia, costruita dal console P. Postumio nel 148 a. C., andava da G. per la Valle Polcevera a Dertona, Placentia fino al Carso; l'Emilia, aperta da Emilio Scaure nel 109 a. C., attraversava tutto il litorale da Luni a Vado in prosecuzione della Aurelia che risaliva da Roma; Augusto nel 12 a. C. la continuò sino al Varo. Nell'ordinamento di Augusto, G. con l'odierna Liguria appartenne alla "IX regio"; G. era ascritta alla tribù "Galeria". Durante le successive dominazioni barbariche dei Goti, Longobardi, Carolingi G. poté mantenere quel suo governo, relativamente autonomo, che più tardi Cafaro poté rivendicare efficacemente alla Dieta di Roncaglia. Con le Crociate era cominciata per G. una vita nuova con il sorgere del Comune, libera associazione di famiglie genovesi, che, scosso l'antico giogo feudale, vogliono la libertà della vita civile, sociale e commerciale, sotto il governo dei consoli, sostituito poi nel 1539 da quello del podestà, e finalmente da quello dei dogi, che governarono fino alla rivoluzione del 1797, quando fu costituita la Repubblica ligure.
Nel 1133, di fronte alle minacce del Barbarossa G. si premuniva innalzando la nuova cinta di mura, che vanno dalle porte dei Vacca, a S. Agnese, Castelletto, Villetta Di Negro, S. Caterina, Piccapietra, S. Andrea, Castello e discendono al mare; gran parte di queste mura con la monumentale Porta Soprana rimane tuttora. Le Crociate avevano aperto al commercio genovese le vie dell'Oriente; il Trattato di Ninfeo (1261) conchiuso con l'imperatore Michele Paleologo diede vita alle colonie genovesi, che a poco a poco si fondarono in Crimea, Siria, Costantinopoli e in tutte le regioni del Medio Oriente, fonti d'immensa ricchezza dovute all'accresciuta facilità degli scambi commerciali ed ai rifornimenti di materie prime necessarie per l'industria cittadina. La crescente prosperità portò nel Duecento G., gusifa, in lotta con la ghibellina Pisa, cui tennero dietro la rivalità e la guerra con Venezia per il predominio in Levante. La guerra di Chioggia ed il susseguente Trattato di Torino del 1381 conclusero queste tristi vicende; mentre nel secolo seguente l'invasione turca poneva fine alle colonie genovesi.
La vita civile di G. fu a lungo turbata dalle lotte intestine, che insanguinavano la città, nonostante gli sforzi sempre rinnovati per sedarle; il b. Giacomo da Varazze in tutto il suo governo episcopale si adoperò con tutti i modi per pacificare i partiti, e nel 1298, spe-

(IV. Scrivitindintia al monumenti, Genova)
Genova, arcidiocesi di - La facciata della Villa Cambiaso, su disegno di G. Alessi (ca. 1560).
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rando di aver ottenuto l'intento, celebrò con tutta solennità in S. Lorenzo la festa della pace, che purtroppo ebbe poca durata. A queste lotte si doveva la poca stabilità del regime interno e la necessità di appoggiarsi a potenze forestiere, come i Visconti di Milano e la Francia, per mantencre l'ordine interno. Altri avvenimenti : nel 1528 Andrea Doria, acclamato "liberatore della patria " del dominio straniero, dà la nuova costituzione per il pacifico governo della città; nel 1625 Carlo Emanuele duca di Savoia con forte esercito marcia alla conquista di G., ma, assalito dalle intrepide popolazioni della Polcavera e dell'Appennino, ritorna malconcio con il suo esercito in Piemonte; più terribile fu per G. l'invasione austriaca del 1746-47, per cui il nemico, saccheggiati e devastati orrendamente tutti i paesi della Polcavera e vicinanze, entrava in città; ma una furiosa insurrezione popolare lo metteva in fuga. Sul tramonto del sec. xviri G., sobillata dai demagoghi francesi, fu trascinata nel movimento rivoluzionario, sicché nel 1797, soppressa l'antica Repubblica, si proclamava la Repubblica ligure. Con il Congresso di Vienna (1815) G. fu annessa al Piemonte.
2. Storia religiosa. - E naturale che G., città marinara, possa avere appreso ben presto notizia della nuova religione cristiana; i molti sarcofagi cristiani, patrimonio artistico locale, del in sec. che si vedono tuttora in G.dimostrano che in detta epoca molte famiglie cristiane si trovavano nella città. Il primo vescovo ricordato con data certa è Diogene, presente al Concilio d'Aquileia del 381 ; altri vescovi dei secc. iv-v sono Valentino, Felice, Siro, ma, per mancanza di documenti, non se ne possono precisare le date. Pascasio sottoscrisse al Sinodo provinciale di Milano (451). A questi vescovi in ogni modo vanno attribuite la conversione del popolo alla vera fede e l'organizzazione delle diocesi. La chiesa cattedrale fu dedicata ai 12 Apostoli, titolo poi mutato in quello di S. Siro, il più insigne tra gli antichi vescovi genovesi di quell'età. All'invasione dei Longobardi (569), Onorato, vescovo

(tot. Alinari)
Genova, arcidiocesi di - Altar maggiore della chiesa di S. Siro, su disegno di P. Puget (ca. 1670).

(tot. Alinari)
Genova, arcidiocesi di - S. Cecilia, Dipinto di B. Strozzi (1381-1644) - Palazzo Bianco, Galleria.
di Milano, con il suo clero e molti fedeli veniva a rifugiarsi in G.; ed egli e i suoi successori rimasero al governo delle due diocesi fino al 659 , collaborando efficacemente con s. Gregorio a rialzare G. e l'Italia dalle immense rovine morali e materiali in cui l'aveano precipitata i barbari.
Partiti i vescovi milanesi, la città riprese ad eleggere i propri vescovi, i cui nomi sono conservati nei documenti ufficiali, atti dei concili e simili. Tra i vescovi medievali emerge Siro II, che, eletto vescovo di G. nel 1130, nel 1133 fu da Innocenzo II costituito primo arcivescovo metropolita, ed ebbe come suffraganee le diocesi di Accia, Mariana e Nebbio in Corsica, e Bobbio e Brugnato in terra ferma. Con il grande risveglio della vita civile camminò la vita religiosa genovese; si moltiplicarono le chiese romaniche dietro l'esempio della Cattedrale, che veniva nel 1118 consacrata dal papa Gelasio II, si sistemò sempre meglio la diocesi, fu sviluppata in tutti i suoi rami la vita religiosa.
Il primo sorgere nel paese di comunità religiose è certo da attribuirsi agli influssi del monastero di Bobbio (v.), particolarmente dopo che quei monaci, adottata la Regola benedettina, poterono operare in armonia con il resto del monachesimo longobardo-carolingio. Al tempo di Gregorio VII, nella lotta contro la simonia e il concubinato del clero, i monaci vallombrosani si stabilivano in S. Bartolomeo del Fossato. Ca. l'a. 1180 venivano a stabilirsi presso la chiesa ed ospedale di S. Giovanni di Pré i Cavalieri gerosolimitani, tra i quali rifulse s. Ugo Canefri, valoroso crociato, che spese gran parte della sua vita nella cura dei pellegrini ed infermi dell'ospedale. Contemporaneamente viveva nel vicino monastero di S. Tomazo l'estatica penitente s. Limbania, di cui si celebra la festa il 19 ag. A questi due si aggiunse un terzo fiore di santità, s. Alberto, che viveva nell'epoca stessa nel romitorio del Monte Contessa, Sestri Ponente, dove è assai venerato il suo corpo nella chiesa a lui dedicata. Nel sec. xiri agli Ordini antichi si aggiunsero i Mendicanti, che esercitarono e tuttora esercitano un intenso apostolato in tutta la Liguria.
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All'epoca della riforma cattolica G. svolge un'azione di primato in questo campo. S. Caterina Fieschi col suo discepolo Ettore Vernazza, portò la vera riforma in mezzo al popolo, con la fondazione di molte opere pie, "Oratorio del Divino Amore", "Figlie di S. Giuseppe", "Convertite", "Compagnia del Mandiletto", "Cura dei malati a domicilio ", "Lazzaretto" ed altre, che, ispirate alla più soda pietà e beneficenza, diffondevano la carità nelle anime e provvedevano a tutti i bisogni dei poveri. Altri illustri genovesi cooperarono in quest'opera di riforma cattolica, il card.
Federico Fregoso, il vescovo Leonardo de Marini, s. Alessandro Sauli, l'apostolo della Corsica.
Nei secc. xv-xvir vennero a stabilirsi in G. i Minimi di s. Francesco di Paola (1487); i Cappuccini (1530); i Gesuiti (1554); i Somaschi (1575); i Teatini (1575); i Barnabiti (1606); i Camillini ministri degli infermi (1594); i Filippini (1644); gli Scolopi (1623); i preti della Missione di S. Vincenzo de' Paoli (1645). Nel 1872 d. Bosco insediò i Salesiani in Sampiardarena.
III. PersonagGi illostri. - Oltre a quelli già accennati, si notano i seguenti papi: Innocenzo IV, Fieschi
Sinibaldo (1243-54), e Adriano V, Fieschi Ottobono (1276); Innocenzo VIII, G. B. Cibo (1484-92); Benedetto XV, Giacomo della Chiesa (1914-22). Guglielmo Embriaco Caffaro, annalista del Comune e diplomatico. Giovanni Balbi, grammatico, autore del Catholicon. Simone Boccanegra, primo doge di Genova; Andrea Doria « liberatore della patria ". Bartolomeo Bosco, fondatore dell'Ospedale Pammatone. Luca Cambiaso, pittore. Mons. Agostino Giustiniani, vescovo di Nebbio, dotto nell'arabo, caldaico, ebraico e nelle lingue classiche, autore di un Solterio poliglotto e degli Annali della Repubblica di G.; Poglietta Uberto, storico latinista; la ven. Virginia Bracelli, fondatrice delle "Brignoline"; il card. Stefano Durazzo, arcivescovo di G. e fondatore del Seminario; la b. Maria Vittoria Strata, fondatrice delle "Celesti »; s. Leonardo da Portomaurizio; s. Giovanni Battista De Rossi, apostolo di Roma; il b. Antonio Gianelli, vescovo di Bobbio; Anton Brignole Sale, patrizio benefico; D. Lorenzo Garaventa, istitutore delle Scuole di carità; Anton M. Maragliano, scultore; p. Ottavio Assarotti, scolopio, che fondava il primo istituto per sordomuti; Maria de Ferrari Brignole Sale, duchessa di Galliera, fondatrice degli Ospedali Galliera ed altre opere pie.
IV. Istituti di cultura, biblioteche, archivi. Collegio teologico S. Tomaso d'Aquino, istituito da Sisto IV (1471). Biblioteca Franzoniana, fondata da Paolo Gerolamo Franzone (1778). Biblioteca della Missione urbana, fondata da un altro Gerolamo Franzone di Paolo (1727): distrutta dai bombardamenti della grande guerra, rimasero i celebri manoscritti greci donati da mons. Filippo Sauli (m. nel 1528); Biblioteca del Seminario; Archivio del Capitolo metropolitano, assai ricco di documenti originali dal sec. xir ad oggi; Archivio della Curia arcivescovile; Archivio del Capitolo di S. Maria delle Vigne; Archivio del magistrato di misericordia del sec. xv; archivi parrocchiali e degli Ordini religiosi.
V. Monumenti e santuari. - S. Lorenzo: cattedrale, mole imponente e severa del sec. xir, consacrata nella parte già costruita, nel 1118, dal papa Gclasio II: la facciata è della metà del sec. xili a zone bianche e nere, con tre magnifici portali di stile gotico francese, la cui strombatura si adorna di gentili colonnette liscie e tortili : il campanile alto m .77 fu terminato nel 1522. L'interno a tre navate, divise da colonne che reggono su arcate ogivali un loggiato ad archi romanici. Questo loggiato appartiene all'originale costruzione romanica del sec. xir, mentre il colonnato gotico sottostante fu sostituito da Marco Veneto nel 1307-12. Galeazzo Alessi (sec. xvi) innalzava sul centro del transetto la cupola stile rinascimento. Nel presbiterio e coro pareti decorate di grandi statue dei quattro Evangelisti del Mon. torsoli e Gian Giacomo della Porta (1540-53); nella vòlta affreschi di L. Tivatore. La cappella di S. Giovanni Battista è la più imponente opera del Duomo. T'ien dietro la cappella della S.ma Annunziata, con le tombe del card. Giorgio Fieschi (di Giov. Gaggini) e del card. Luca Fieschi, attribuita a Giov. Balduccio di Pisa (1336).
S. Maria di CAsteilo: è tra le più

(ist. A. Gassotini, Cesara)
Genova, arcidiocesi di - Predicazione di s. Matteo nella chiesa di S. Siro. Affresco di G. B. Carbone (sec. xvir).
antiche chiese di G., e pare che prima del 1000 sia stata anche cattedrale. L'attuale chiesa rimonta al sec. xi. E o tre navate, divise da 10 colonne di granito, archi a tutta sesto. E ricca di opere d'arte.
S. Donato: anteriore al 1000, veniva ampliata nel 1170. E a tre navate, divise da 12 colonne, su cui poggia un loggiato cieco scompartito da bifore. Sulla cupola si eleva l'elegante campanile sapientemente adorno di colonnine e di trifore, che lo rendono perfetto modello di architettura romanica urbana.
S. Giovanni di Prè: fondata nel 1180 dai Cavalieri gerosolimitani sopra la chiesa del S.mo Salvatore, del sec. x, tuttora esistente, ha tre navate divise da tussil pilastri rotondi, i quali, insieme con i muri di pietra nera e con la scarsa luce che mandano le poche bifore, le dànno un aspetto di grande austerità. Imponente e maestoso il campanile con doppio ordine di finestre abbinate costruito sul braccio destro del transetto, opera delle maestranze antelamiche del sec. xir.
S. Stefano: fondata dai Benedettini nel sec. x, su altra del sec. viI-viII ora ridotta a cripta, la sua facciata a zone bianche e nere rimonta al sec. xir: torre campanaria a pietre squadrate e due ordini superiori costruiti posteriormente in mattoni. Possiede molte insigni opere d'arte di Giulio Cesare Procaccini, G. B. Castello, Andrea Ansaldo, G. Assereto, e il grande quadro con il martirio di s. Stefano di Giulio Romano. Un cofano d'argento, lavoro bizantino, racchiude le reliquie di s. Stefano.
S. Agostino: vasto tempio a tre navate costruito a metà del sec. xiri insieme con le due chiese, ora distrutte, di S. Domenico e S. Francesco. Costituisce il tipo caratteristico delle chiese gotiche di G. Elegante il campanile a cuspide piramidale, rivestito di ceramiche polierome.
S. Matteo: costruita dai Doria nel 1278, ha tre navate non vaste, facciata a zone bianche e nere; nel sec. xvi veniva trasformata dal gotico allo stile rinasci-
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mento. Dietro l'altar maggiore sta la monumentale tomba di Andrea Doria, opera del Montorsoli. Nella vòlta affreschi di Luca Cambiaso e G. B. Castello; e poi statue del Montorsoli e suoi aiuti. A fianco della chiesa il chiostro a colonne binate, opera di Marco Veneto (1310).
Annunziata del Vastato: fondata nel 1520 dai Conventuali, veniva poco dopo, per la munificenza dei Lomellini, portata allo splendore e ricchezza attuale di nobili proporzioni, di marmi, ori e pitture, che la rendono una delle più artistiche chiese di G. Le tre vaste navate sono divise da colonne di stile composito, incrostato di marmi policromi; affreschi della navata centrale e crociera di G. B. Carbone. Ha grande ricchezza di opere d'arte.
S. Maria di Carignano: superba mole elevata da Galeazzo Alessi per munificenza della famiglia Sauli ( 1512 1564), con maestosa cupola fiancheggiata da due campanili.
S. Sino: prima cattedrale di G., si ritiene rifabbricata nel sec. xi dai Cluniacensi; con il campanile a cuspide rimasto fino all'inizio del presente secolo. La chiesa attuale fu costruita per i Teatini alla fine del sec. xvi dall'architetto Vannone. Ha tre ampie navate divise da colonne binate; ricca di marmi e pitture.
S. M. delle Vigne: è il più grande santuario mariano in città, splendente di ori e di marmi e pitture, con tre navate. Le sue origini risalgono al sec. vi; fu rifatta insieme al chiostro nel sec. xI, come ritiene il Formentini, in stile protoromanico che apparisce nella parete rimasta, chiostro e campanile, e nei muri perimetrali nascosti sotto l'intonaco.
S. Asibrogio: costruita per i Gesuiti (1589-92) dall'architetto p. G. Valeriani, in forma di croce greca, con profusione di marmi policromi ed affreschi; tra i quadri più insigni è da ricordarsi l'Immacolata di Guido Reni, S. Ignazio di P. P. Rubens, Martirio di s. Andrea di A. Semino e T. Piaggio.
S. Maria Immacolata: a croce greca innalzata a ricordo della definizione dogmatica dell'Immacolata (18561873), dall'architetto Maurizio Dufour.
Tra i santuari: N. Signora della Guardia: è il «santuario principe della Liguria» per «tutti i veri Genovesi». Per la sua storia cf. D. Cambiaso, Mostra Signora della Guardia e il suo santuario in Val Polcevera (Genova 1933).
S. Maria Incoronata: se ne hanno memorie dal sec. xir; parrocchia dei Canonici Regolari Lateranensi.
S. Maria di Tre Fontane: parrocchia di Montoggio. S. Maria de tribus fontibus è ricordata in atti del 1213. Secondo la tradizione la Madonna sarebbe apparsa, in epoca sconosciuta, ad una povera fanciulla sordomuta e l'avrebbe guarita; perciò il grande concorso del popolo al santuario. Festa l'8 sett.
S. Maria del Monte, ad oriente di G.: santuario molto frequentato. Se ne ha memoria dal sec. xili; nel 1399 vi si recavano processionalmente pregando e flagellandosi i Flagellanti; nel 1444 Eugenio IV concesse la chiesa ai Minori, che tuttora la governano. Al convento è annesso anche un Collegio serafico per le Missioni Estere.
N. Signora dell'Acqua santa (Voltri): se ne ha memoria nel 1465 ; un secolo più tardi l'arcivescovo Domenico Demarini, considerando la grande frequenza di fedeli a questo santuario, specialmente dai paesi della Riviera, dava un regolamento per l'amministrazione del santuario. Nel 1700 per l'uffiziatura di questo stavano sei sacerdoti. Oggi vi è grande concorso di devoti da G., dalle riviere e dal Piemonte.
N. Signora del Boschetto (Camogli): oggetto della devozione è un'imagine di Maria S.ma col Bambino dipinta su tavola di legno venerata ab immemorabili su un pilastro in quel bosco (da cui il nome di Boschetto); secondo la tradizione nel 1518 la Madonna sarebbe apparsa ad una pia fanciulla di nome Angela Schiaffino, ordinandole di far sapere che ella voleva che colla il popolo erigesse una chiesa in suo nome; quindi si costrui una cappella che poi, nel 1631, veniva sostituita dalla chiesa attuale.
N. Signora della Vittoria, sulla Via dei Giovi (a 600 m .) : il titolo viene dalla vittoria riportata dai popolani per l'intercessione di Maria S.ma nel 1623 contro l'esercito di Carlo Emanuele di Savoia, che era
giunto colà avviato alla volta di G. Dopo la battaglia fu eretta sul posto, in luogo del pilastro su cui era dipinta la Madonna, una cappella, che poi venne più volte ampliata, finché, nel 1730 , si edificava il presente santuario, per lo zelo specialmente di un povero mendicante, Gaetano Pedemonte. La festa si celebra il giorno 10 maggio. Il santuario è molto frequentato dalle popolazioni dell'alta Polcevera e Appennini liguri.
S. Maria del Garbo (Rivarolo): è indicata nel 1365 la prima volta; oggetto della venerazione del popolo è una tavoletta di cent. 85 , in cui è scolpita l'immagine di Maria col Bambino e, sotto, la scritta «Santa Maria de lo Garbo Amen - tavoletta trovata, dicesi, da alcuni fanciulli nell'incavo (in dialetto "garbo") di un albero di castagno; la chiesa odierna rimonta al sec. xvi: festa S.mo Nome di Maria; ultimamente è stata eretta in parrocchia. - Vedi tav. III.
Bibs.: La letteratura su G. e arcidiocesi si trova in: P. F. Kehr, Italia Pontificia, VI, II, Berlino 1914, pp. 238-351; A. Manno, Bibliografia storica degli Stati della Monarchia di Savoia, VI, Torino 1918 (tutto il vol. è dedicato a G.); Cottineau, I, coll. 1266-69 (per le abbozio). Si veda in particolare: L. Grassi, Serie dei sessomi ed arricsecovi di G., I, Genova 1872; L. T. Belgrano, Illustrazione del registro arciocesovile, in Atti della Società ligure di storia patria, 2 (1871), pp. 337-467, 18 (1887), pp. 1-540; A. Forretto, I primordi e lo sviluppo del cristianesimo in Liguria e in particolare a G., ibid., 39 (1907), pp. 171-848; D. Cambiaso, L'anno ecclesiastico e le feste dei santi in G., ibid., 48 (1917), pp. 1-279; Lanzoni, I, pp. 834-40; U. Formentini, G. nel basso Impero e alto medioevo, in Storia di G. dalle origini al nostro tempo, Milano 1941, pp. 277-311; P. Paschini, Le compagnie del Divino Amore e la beneficenza pubblica nei primi decenni del ' 500 , Roma 1946.
Domenico Cambiaso
GENOVEFFA, santa. - E commemorata nel Martirologio geronimiano il 3 genn. La biografia composta tra il sec. vi e l'viit è diversamente stimata dagli studiosi sia per il tempo di composizione, sia per il valore storico da attribuirle. G. n. a Nanterre verso il 420.

GenoVEFFA, santa - Scultura della metà del sec. xili. Provveniente dall'abbazia di S.,G. - Parigi, Museo del Louvre.
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(da Cuiestere Chistianae theologiae clementa dogmatica. Tinezia IIII)
Genovesi, Antonio - Ritratto, Incisione in rame
di Benedi-Cimarelli (1760).
Per suggerimento del vescovo Germano di Auxerre consacrò a Dio la sua verginità e dopo la morte dei genitori si recò a Parigi. Visse in stretta penitenza cibandosi parcamente, digiunando spesso, e partecipando attivamente alla vita religiosa e politica del tempo. Operò molti miracoli. Molto devota del martire s. Dionigi, fece costruire sul suo sepolcro una basilica. Morl a 80 anni verso il 500 e fu sepolta nella chiesa di S. Pietro a Parigi. Clodoveo edificò in suo onore una basilica.
Bim... Acta SS. Ianuarii. I, Parigi 1863, pp. 137-53; MGH. Script. Iter. Merov., III, pp. 204-38; G. Kurth, Etudes frangues. II, Bruxelles 1919, pp. 1-96; Martyr. Hieronymianum, p. 24 (con bibliografia sulla questione della biografia). Agostino Amare
GENOVESI, Antonio. - Filosofo ed economista, n. a Castiglione (Salerno) il 1^{°} nov. 1712, m. a Napoli il 23 sett. 1769. Entrato diciottenne in seminario, a Salerno, più per volere del padre che per propria inclinazione, vi divenne sacerdote e maestro d'eloquenza. Ma già nel 1738 lasciò Salerno per Napoli, dove completò i suoi studi filosofici e poté, per intercessione di mons. Celestino Galiani, prefetto degli studi, il quale anche in seguito si dimostrerà suo valido protettore, insegnare metafisica (1741) ed etica (1745) all'Università di Napoli. Una relativa spregiudicatezza di pensiero e l'accoglienza aperta, se pur vigile e critica, che trovavano in lui le novità filosofiche d'oltralpe e d'oltremanica gli valsero l'ostilità degli ambienti accademici più rigidamente conservatori; tanto che nel 1747 gli fu precluso il concorso per la cattedra di teologia (gli Universae Christianae theologiae elementa usciranno postumi a Venezia, nel 1771). D'altra parte l'indole stessa del G. lo portava a riuscire assai meglio nelle scienze pratiche che nelle speculative, come si vide dopo che, nel 1754, per la munificenza del fiorentino Bartolomeo Intieri, fu istituita nell'Università di Napoli
una cattedra di Meccanica e commercio, la prima cattedra d'economia politica in Italia, se non in Europa. L'Intieri la dotò di 300 ducati annui e pose come condizione che il primo ad occuparla fosse il G. il quale, iniziato l'insegnamento il 5 nov. 1754, lo continuò per tutta la vita.
Sulla formazione filosofica del G. influirono, oltre agli antichi, il Locke, lo Hume, i sensisti ed il Leibniz. La cultura illuministica entrò nel Regno di Napoli soprattutto per merito del G., che aveva compreso l'utilità di studiare le nuove dottrine, non foss'altro che per combatterne gli errori con le stesse armi logiche. I suoi Elementa metaphysicae mathematicum in marem odomato (Napoli 1743-47; 2^{°} ed. ivi 1751, dedicata a Benedetto