to per merito del G., che aveva compreso l'utilità di studiare le nuove dottrine, non foss'altro che per combatterne gli errori con le stesse armi logiche. I suoi Elementa metaphysicae mathematicum in marem odomato (Napoli 1743-47; 2^{°} ed. ivi 1751, dedicata a Benedetto XIV) rivelano infatti un fondo apologetico: la prima parte, ontosofia e cosmonifia, confuta panteisti e fatalisti, specialmente Spinoza; la seconda, teologia, i deisti; la terza, psicotofia, gli epicurei ed i materialisti in genere; la quarta, supplementare, trattando di morale combatte i libertini. Nel 1755 l'opera fu denunciata alla S. Congregazione dell'Indice per panteismo e giansenismo; in verità, se la prima accusa era infondata, la seconda sembrava avere un certo fondamento. Gli Elementa arlis logico-criticae (ivi 1754) interessano soprattutto per l'impostazione fin da allora praticistica della concezione genovesiana della conoscenza: impostazione che si delinea compiutamente nel Discorso segra il vero fine delle lettere e delle scienze (1753), che segna la svolta decisiva del G. verso le scienze pratiche, sebbene anche in seguito egli non lasciasse di coltivare la filosofia pura, pubblicando nel 1758 le nobili Meditazioni filosofiche sulla religione e sulla morale, nel '59 le autoapologetiche Lettere filosofiche e nel 1766 la Logica e la Metafisica per i giovanotti. Il Discorso del ' 53 dichiara vano e nocivo ogni studio che non sia rivolto alla soda utilità degli uomini a; è qui il programma dell'insegnamento economico del G., raccolto nelle Lezioni di commercio, o sie di economia civile(ivi 1766).
L'opera consta di due parti di cui la prima, più generale, pone le premesse politiche e psicologiche ( = molla del dolore e) della scienza economica, tratta delle classi sociali, delle arti (distinte in fondamentali, miglioratrici e di lusso), dell'utilità delle classi non produttrici (condizionata dalla a legge del minimo possibile e) e, infine, del commercio e delle finanze. La seconda parte considera concetti più tecnicamente economici, quali il prezzo, la moneta, il credito, i cambi e gli interessi. Il G. è di solito fatto rientrare nella scuola mercantilista, e ciò essenzialmente per la sua preoccupazione che la bilancia commerciale sia resa attiva con dazi sulle importazioni, specialmente di prodotti finiti, e con incoraggiamenti ai produttori nazionali. Quello che il G. accoglie peraltro, è un mercantilismo temperato e corretto su alcuni punti, quali la credenza nel valore intrinseco e prenninente dell'oro: il G. rileva che l'oro e la moneta in genere sono "ricchezze di segno ", mentre la ricchezza effettiva non può essere prodotta che dal lavoro. E, soprattutto, il G. non accetta del mercantilismo la concezione della ricchezza in funzione della potenza bellica dello Stato, di cui l'individuo verrebbe ad essere un semplice strumento (Troisi). Inoltre è rilevante sul G. l'influsso dei fisiocratici : l'agricoltura è considerata non l'unica, è vero, ma certo la prima fonte di ricchezza; la libertà di commercio è auspicata almeno entro i confini del Regno; i calmieri sono dichiarati inutili; la naturalità e inderogabilità di certe leggi economiche è chiaramente riconosciuta, per cui non si può dire che l'ordine economico dipenda, per il G., interamente dalla nostra volontà.
Il G., assorbendo ed elaborando le dottrine di molti economisti stranieri (Hume, Mirabeau, Duhamel, Ulloa, ecc.) contribuì anche a farli conoscere in Italia; egli stesso curò traduzioni e commenti. Le Lettere raccolte da D. Forges Davanzati lo mostrano in continua corrispondenza con amici in Italia e fuori, che gli fornivano dati e statistiche economiche utili ai suoi studi. Molte sono in lui le intuizioni e le anticipazioni dovute al suo senso pratico; manca,
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invece, nel complesso, una sistemazione rigorosamente scientifica. Le Lezioni furono poste all'Indice il 23 giugno 1817 , con la riscrva donec corrigantur, per il loro accentuato anticurialismo, che al G. derivava in parte dal Giannone; per il G. la Chiesa deve occuparsi delle cose spirituali e lo Stato delle temporali; ma tra quest'ultimo egli comprende non solo i beni ecclesiastici, ma la stessa persona dei sacerdoti ed il culto esterno. In cio, come nella lotta contro la manomorta, i privilegi, ecc. si rivela il carattere illuminista del G., contemperato però da una viva esigenza etica. Il Voltaire ed il Rousseau furono da lui giudicati aspramente, e contro il secondo sono rivolte le Lettere accademiche sulla questione se siano più felici gli ignoranti o gli scienziati (1764). L'etica del G., che egli vuole indipendente, ma non contrapposta alla teologia, è contenuta nella Diceosina, o filosofia del giusto e dell'onesto (1766; vol. II, postumo, 1777), che si riconnette in parte col De iure et officiis del 1764.
La regola della virtù è, per il G., " riconoscere a ciascuno il suo diritto"; i doveri nascono dal fatto che ogni uomo possiede, per nascita, determinati diritti, che si devono rispettare. Modificazioni di questo diritto primitivo sorgono dalla necessità umana di formare organismi politici. Con il patto sociale gli individui cadono allo Stato una parte della loro libertà; lo stesso Stato, però, è creato in vista della felicità dei singoli. La correlazione, anzi, la compenetrazione che il G. persegue tra grave e morale, fa sì che la Diceosina assuma l'aspetto di un trattato di diritto naturale e, spesso, corre parallelamente ad opere istituzionali di diritto romano.
La scuola del G. fu feconda d'ingegni, ed i suoi influssi si estesero ben oltre i confini del Regno di Napoli. Dal suo insegnamento trassero frutti, direttamente o indirettamente, il Galanti, il Filangieri, il Palmieri, il Beccaria, l'Algarotti e il Romagnosi, per limitarsi ai nomi più illustri.
Biel: G. Racioppi, A. G., Napoli 1871; G. Gentile, Del G. al Galluppi, Trant 1903, ristampato in Storia della filosofia italiana. I. Milano 1930. pp. 1-23; G. M. Monti, Il G. e la lotte antichorissle, in Nuova rivista storica, 6 (1922), pp. 248272; T. Persico, L'insegnamento di A. G. e i suoi effetti sulla società uapaletana, in Atti dell'Accademia pantaziano, 24 (1924), pp. 87-100; A. Tisi, Il pensiero religioso di A. G., Amalfi 1932; A. Fanfani, L'abate G. nella storia civile e culturale d'Italia, in Vita e pensiero, 23 (1932), pp. 408-14; M. Troisi, Considerazioni generali sul sistema di economia civile di A. G., in Annali della Fac. di economia, 2 (Bari 1939), pp. 121-90; id., Le premesse etico-politiche del pensiero di A. G. e fonti, critiche e influenza del pensiero economico di A. G., ibid., 4 (1942), pp. 127-273. Vittorio Mathieu
GENSERICO, re dei Vandali. - Figlio naturale del re Godigiselo, salì al trono dopo la morte del fratellastro Gunderico (428). Piccolo di statura, zoppo, malizioso, era però un guerriero ed un abile politico. Pressato dai Visigoti nella Spagna, ed approfittando delle tristi condizioni dell'Africa, divisa da lotte religiose e trascurata dall'autorità imperiale, ne intraprese la conquista. Nel 429 vi sbarcò saccheggiandola, bruciando chiese, uccidendo ecclesiastici e perseguitando i cattolici. L'anno successivo assediò Ippona, ma dopo 14 mesi non riusci ad espugnarla : durante l'assedio morì s. Agostino. Il conte Bonifacio, che si era rinchiuso nella città, tentò una battaglia campale, ma fu sconfitto (432) e G. rimase padrone della Mauritania, Numidia e di gran parte della Proconsolare. Nel 433 si accordò con la corte di Ravenna che gli riconobbe le conquiste fatte dietro promessa di non molestare Cartagine e pagare un tributo annuo. Quattro anni dopo però (439) ruppe i patti ed espugnò Cartagine. Ancora una volta la corte imperiale dovette accettare il fatto compiuto, e G. fu riconosciuto
ufficialmente come re del nuovo Stato indipendente, comprendente tutta l'Africa romana.
Ariano fanatico si diede a perseguitare in tutti i modi i cattolici, e con agguerrite flotte sparse il terrore sulle coste del Mediterraneo assoggettandone le isole principali e saccheggiando frequentemente le coste dell'Italia meridionale. Alla morte di Valentiniano III (453) si ritenne libero dagli impegni assunti e tentò direttamente un colpo contro l'Impero. Il 3 maggio sbarcò ad Ostia; Roma in preda al tumulto ed al terrore non poté essere difesa. Solo il papa Leone Magno osò affrontare il re barbaro, come aveva fatto tre anni prima con Attila, ma poté ottenere soltanto che fossero risparmiati incendi ed uccisioni di inermi. Per 14 giorni la citrà fu sistematicamente saccheggiata e G. ritornò in Africa portando seco un ingente bottino e migliaia di prigionieri tra i quali erano l'imperatrice Eudossia e le figlie Placidia ed Eudocia. Ormai potente e temuto, G. tenne in scacco per parecchi anni le forze dell'Oriente e dell'Occidente collegate. Nel 460 distrusse una flotta di 300 navi pronta per assalirlo in Africa, e nel 468 seppe sventare il grave pericolo che lo sovrastava per le forze unite dei due Imperi e conquistò anche la Sicilia. Quest'isola fu poi ceduta nel 476 ad Odoacre dietro compenso di un tributo annuo. G. morì nel 477 lasciando un potente regno al figlio Unnetico.
Biel.: Vittore di Vita. Historia persecutionis Africanae provinciae: O. Seek, s. v. in Pauly-Wissowa. II, col. 392 sgg.: L. Schmidt, Geschichte der Wandalen. Lipsia 1901; E. Mattroye, Geusérle, la conquête vaudale en Afrique et la destruction de l'Empire d'Occident, Parigi 1907; E. F. Gautier, Geusérle roi des Vaudales, ivi 1933; R. Paribeni, De Dioclezione alla caduta dell'Impero d'Occidente, Bologna 1941, pp. 264-68, 273-87.
Agostino Amore
GENSFLEISCH, Johann von Gutenberg: v. GUTENBERG, GENSFLEISCH, JOHANN vON.
GENT : v. GAND.
GENTILE da Fabriano. - Gentile di Niccolò di Giovanni di Massio, pittore, n. a Fabriano ca. il 1370, m. a Roma nel 1427. I dati biografici sono i seguenti : nel 1408, a Venezia, dipinge un'ancona per Francesco Amadi, e viene compensato il doppio del pittore Niccolò di Pietro. A Venezia eseguì pure un affresco, perduto, nella sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale, rappresentante la battaglia navale tra i Veneziani e Ottone III. Il 17 apr. 1414 G. da F. si trova a Brescia, impegnato a dipingere una cappella, distrutta, nell'antico Broletto. I documenti (Archivio comunale di Fano) indicano il procedere dei lavori fino al 18 sett. 1419. Viene invitato a Roma dal papa Martino V; forse ritorna invece a Fabriano (1422).
Comunque, il 21 nov. 1422 G. è a Firenze, iscritto nelle matricole all'Arte dei medici e speziali. Nel maggio 1423 è compiuta l'Adorazione dei Magi agli Uffiai. Al 1425 risalgono tre opere di G., che documentano anche un suo viaggio a Siena e uno ad Orvieto : il "polittico Quaratesi» per la Chiesa di S. Niccolò Oltrarno a Firenze, la Madonna dei Notai, a Siena (perduta), l'affresco (Madonna col Figlio) nel duomo di Orvieto. Ritornato a Siena nell'ott. 1426, G. si trovava certamente a Roma nel genn. 1427. Il ciclo di affreschi da lui eseguiti in S. Giovanni in Laterano, poi proseguiti (1431) dal Pisanello, è andato perduto.
La tradizione (posteriore al Vasari) che scorge le origini artistiche di G. nella corrente pittorica marchigiana trecentesca del Nuzi e del Ghissi, appare ormai inaccettabile. In realtà la pala di G. da F., già nel Museo Federico di Berlino (un tempo in S. Niccolò di Fabriano), la prima opera oggi nota dell'artista (ca. 1390-95) dimostra un preciso riferimento alla miniatura e pittura lombarda (ricordi, cioè, del Tacuinum sanitatis, di Gio-
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vannino de' Grassi, di Michelino di Besozzo) e l'influsso del gotico "internazionale" (tramite, forse, la scuola di Colonia). Nel "polittico di Valle Romita" (Milano, Brera; 1400-1405), si inseriscono motivi senesi (da T'addox di Bertola), unitamente all'ingenuo naturalismo lombardo. Poco dopo l'artista dovette eseguire la Madonna col Bambino, nella Pinacoteca di Perugia.
Del periodo veneziano resta soltanto la Madonna Kress, proveniente da Belluno (Washington, Museo); guasta, ma dal ritmo aperto, con il Bambino in atteggiamento frontale rispetto al movimento della Vergine; centro di polittico che richiama quelli veneti. Invece la Vergine in Adorazione del Museo civico di Pisa, nella ripresa di goticismo sottile, miniaturistico; nello stesso suggerimento letterario (devuto all'ambiente colto di una corte) della scritta a caratteri arabi si margini del tessuto su cui giace il Bambino, fa pensare ad un'opera del soggiorno bresciano. Quivi G. poté conoscere miniature franco-fiamminghe, dei fratelli di Limbourg, il cui ricordo è evidente nella Adorazione dei Magi, eseguita in Firenze per Palla Strozzi. Dove è mirabile la capacità di G. a rivivere, in un linguaggio pittorico sereno, narrativo, e ad unificare le impressioni più diverse ed opposte. Si tratta ancora di impressioni lombarde, senesi, francesi, e dei primi contatti con l'ambiente fiorentino. Affinità con Masolino e con il Ghiberti, riferimenti all'antico, e persino un ingenuo masaccismo (scene sulla stola del s. Nicola) si sviluppano poi nel "polittico Quaratesi", già in S. Niccolò Oltrarno, ed in altro polittico per la medesima chiesa (Uffizi, depositi). Il "polittico Quaratesi", smembrato, si compone della "Madonna col Bambino e angeli" (Londra, National Gallery); dei laterali con 4 santi (Firenze, Uffizi); della predella con storie di s. Nicola (Città del Vaticano, Pinacoteca; Washington, Museo).
Nel bellissimo affresco del duomo di Orvieto, prevalgono i richiami al delicato senso del colore senese (ricordi di Simone Martini) insieme alla monumentalità dovuta all'esperienza dell'arte fiorentina. Un effetto largo, compatto, tramite la riduzione degli elementi ornamentali, esprime la Madonna nel Capitolo del duomo di Velletri, unica opera sicuramente del momento romano (1426). L'impressione è quella di un pittore che interpreta il gotico con misura classica: non diversamente da un Andrea Pisano o un Jacopo della Quercia. Verosimile appare l'attribuzione a G. di un Crocifisso dipinto a fresco, nel refettorio del convento di S. Paolo fuori le mura (Lavagnino), equidistante tra Masolino e il maestro fabrianese. Al quale si attribuiscono giustamente: l'Incoronazione della Vergine (Parigi,
Collezione Heugel); la Madonna col Figlio e angeli, già Davis (Nuova York, Metropolitan Museum); la Madonna già Goldman (Washington, Museo); la Madonna - frammento nella Collezione Berenson (Settignano); il S. Francesco già Fornari (Milano, proprietà Carminati), ed altre opere.
Il cosmopolitismo pittorico di G. da F. rivela un fondamento individuale nel trasporre l'amore del frammento naturalistico sul piano della poesia, nell'incanto del colore e di un racconto fiabesco.
BibL.: G. Vasari, Le vite. G. da F. e il Pinnello, ed. critica, a cura di A. Venturi, Firenze 1899; A. Colosanti, G. da F., Bormono 1909; L. Venturi, Un quadro di G. da F. a Velletri, in Bollettino d'arte, 7 (1913), p. 73; L. Venturi, Attraverso le Marche, ibid., 18 (1915), p. 1 sgg .: B. C. Kreplin, s. v. in Thieme-Becker, XIII, p. 403 sgg. (con bibl.): R. Van Marle, The development of the italian schools of painting, VIII, L'Aia 1927, p. 53 sgg.: D. R. Colnaghi, A dictionary of florentine painters, Londra 1928, p. 96; A. L. Mayer, Zum Problem des G. da F., in Pantheon, 11 (1933), p. 41; L. Serra, L'arte nelle Marche, II, Roma 1934, p. 224 sg.: B. Molajoli, G. da F., 2² ed., Fabriano 1934: R. Longhi, Fatti di Masolino e di Mosaccio, in La critica d'arte, 5 (1940), p. 169, n. 29: W. Suida, Two unpublished paintings by G. da F., in The art anorterly, 3 (1940), p. 348 sgg.: E. Lavagnino, Un affresco di G. da F. a Roma, in Arti figurative, 1 (1945), p. 40 sgg.: F. Antal, Florentine painting and its social background, Londra 1947; L. Grassi, G. da
F. e aspetti del gotico internazionale nella pittura italiana (dispense), Roma 1949-50.
Luigi Grassi
GENTILE, Giovanni. - Filosofo, pedagogista e uomo politico, n. a Castelvetrano (Trapani) il 30 maggio 1873, m. assassinato a Firenze il 15 apr. 1944. Studiò alla Scuola Normale di Pisa (1893-97), dove, tra gli altri, ebbe come maestro l'hegeliano D. Jaia. Insegnò prima nei Licei di Campobasso e di Napoli (1898-1906) poi, dal 1903, come libero docente, nella Università di Napoli; dal 1907 storia della filosofia nella Università di Palermo, dove svolse una notevole attività anche come presidente della "Biblioteca filosofica». Nel 1914 successe a Pisa alla cattedra del suo maestro, che tenne fino al 1918, anno in cui passò a Roma, dove insegnò fino alla morte. Dal 1903 al 1922 fu collaboratore attivissimo di La critica del Croce ed ebbe un'influenza decisiva sulla filosofia italiana; nel 1920 iniziò la pubblicazione del Giornale critico della filosofia italiana, organo ufficiale dell'attualismo e ancora oggi rivista rappresentativa del pensiero (non più attualista) di alcuni suoi scolari e seguaci. Fu ministro
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della Pubblica istruzione dal 1922 al 1924 e promosse la nota riforma scolastica, che porta il suo nome. La fondazione dell'Università cattolica di Milano ebbe il suo appoggio e la sua firma di ministro. Senatore, dal 1922 al 1933, promosse e diresse l'Euciclopedia italiana. Molte altre iniziative culturali si devono alla sua attività intelligente ed infaticabile di studioso e rinnovatore.
Il G., il filosofo dell's idealismo attuale " o dell'« attualismo" (v.), è stato tra i maggiori pensatori italiani della prima metà del nostro secolo. La sua ricca e profonda umanità lo portò ad essere soprattutto uomo di scuola, maestro: G. era educatore nato, come attestano sia il largo séguito (ed anche il fascino) che ebbe sui giovani delle Università dove insegnò, sia il fatto che quasi tutti i suoi scritti fondamentali sono nati dall'insegnamento. Ciò spiega la sua identificazione del filosofare con il processo etico dello spirito e, in definitiva, con l'« educare", che è "autoeducarsi".
Lo stesso G. cosi delinea la derivazione del suo pensiero: "La filosofia attualistica storicamente si riconnette alla filosofia tedesca da Kant a Hegel, direttamente e attraverso i seguaci, espositori e critici che i pensatori tedeschi di quel periodo ebbero in Italia durante il secolo scorso. Ma si riconnette alla filosofia italiana della Rinascenza (Telesio, Bruno, Campanella), al grande filosofo napoletano Giambattista Vico, e ai rinnovatori del pensiero speculativo italiano dell'età del Risorgimento nazionale: Galluppi, Rosminie Gioberti" (Introd. alla filos. [Firenze 1933], p. 20). Bisogna però, più di quanto non appaia da queste righe, rilevare l'influenza del Fichte e dello Spaventa e precisare che la filosofia italiana, dal Rinascimento al Gioberti, si riconnette all'attualismo solo perché il G. dà di pensatori indiscutibilmente cattolici, come il Campanella, il Vico e il Rosmini, un'interpretazione immanentistica (kantiana ed idealistica). Cosi pure, come ha dimostrato la critica più recente, la innegabile derivazione dallo Spaventa va intesa nel senso di un'interpretazione personale del G. di alcuni scritti del filosofo napoletano, e il ripensamento di Hegel come la eliminazione di quanto di realistico vi è ancora nel sistema del filosofo tedesco. Ciò appare chiaro proprio dai primi fondamentali scritti teoretici del G. raccolti nel volume La riforma della dialettica hegeliana (Palermo 1913). E qui che il G. chiama la sua filosofia "idealismo attuale", perché l'«idea" vi è considerata come "atto" e perché si stabilisce "l'equazione del divenire hegeliano con l'atto del pensiero, come unica concreta categoria logica" (ibid., preffaz.). Lo Hegel, invece, secondo il G., presuppone astrattamente l'essere e il non-essere al divenire che, in tal modo, non si può più possedere né spiegare. L'essere non va presupposto al pensiero; l'essere è un prodotto del pensiero. Ad Hegel mancò l'esigenza della "soggettività ", e perciò la sua logica, ferma nella posizione delle idee platoniche, è movimento apparente delle "idee pensate" e non divenire reale del "pensiero pensante" (ibid., p. 25). E questo precisamente il nuovo punto di vista conquistato dal G.: l'oggetto del pensiero è lo stesso atto del pensare, il "pensiero, che è il pensiero comincia a pensare come altro da sé" (ibid., p. 207). In breve, il pensato è lo stesso pensiero pensante che si auto-oggettiva. Il metodo di questa filosofia è quello dell'« immanenza ", il quale "consiste nel concetto della concretezza assoluta del reale nell'atto del pensiero, o nella storia; atto che si trascende quando si comincia a porre qualche cosa (Dio, natura, legge logica, legge morale, realtà storica come insieme di fatti, categorie spirituali o psichiche di là dalla attività della coscienza) che non sia lo stesso lo come posizione di sé, o come Kant diceva, l'« Io penso" (ibid., p. 208). Fuori dell'atto del pensare non c'è oggetto concreto: l'lo ha coscienza dell'oggetto in quanto ha coscienza di sé nell'atto di pensarlo, di porlo cioè in quanto autocoscienza.
Tutte le opere del G. sviluppano, con ricchezza di motivi, questo concetto del pensiero come atto a cui tutto è immanente e lo applicano a tutti i problemi filosofici e ad ogni forma di attività dello spirito, dal Sommario

(per cortesia della "Fondazione G. Gentile") GENTILE, GIOVANNI - Ritzano.
di pedagogia (2 voll., Bari 1912), alla Teoria generale dello spirito come atto puro (Pisa 1916), ai Discorsi di religione (Firenze 1920), al Sistema di logica come teoria del conoscere ( 2 voll., Bari 1920-23), che, insieme con la Introduzione alla filosofia (vii.), rappresentano i suoi scritti teoretici fondamentali. Impossibile seguire tutta la problematica gentiliana, ma indispensabile fissarne l'essenziale.
Il Sommario, uno dei testi classici della pedagogia (che "come scienza dell'educazione" s'identifica con la "filosofia quale scienza della realtà spirituale" [I, p. 64]), è la prima robusta sistemazione dell'attualismo. Il G. vi svolge e precisa il concetto della identità-distinzione dei gradi dello spirito: l'unità dell'atto spirituale non consente distinguere sensazione, percezione, rappresentazione, valere, ecc., in quanto tutti si risolvono nell'atto unico del pensare. Ogni atto spirituale è coscienza approfondita di un atto anteriore: non fenomenologia dei gradi dello spirito, ma dell'unico atto spirituale che, come eterna mediazione, è eterno sviluppo attraverso momenti infiniti (Somm., parte 10). Nulla può essere presupposto al pensiero: tutto - la natura e il logo - vanno dedotti da esso, perché tutto è sua realizzazione. L'atto del pensare "si libra tra due sé, il primo dei quali è soggetto e l'altro oggetto soltanto in questo mutuo rispecchiarsi dell'uno nell'altro, per l'atto concreto e assoluto del pensiero" (Teoria, 5^{°} ed., p. 245). Evidentemente l'Io trascendentale, Soggettività assoluta, risolve in sé le soggettività particolari o gli io empirici, di cui è l'unità : non sono reali e immortali gli io empirici, è immortale l'unico Io trascendentale. Lo Spirito unifica le cose, che sono molteplicità nell'unità della coscienza: unità e molteplicità sono momenti di un unico atto, che è lo Spirito come processo costruttivo. Lo Spirito è dialettica non del pensiero pensato, ma del pensiero pensante, "il quale nella sua attuosità, che è divenire e svolgimento, pone bensí come suo proprio oggetto l'identico, ma appunto merec̀ il processo del suo svolgimento, che non è identità, cioè unità astratta, ma unità e molteplicità insieme, identità e differenza" (Teoria, pp. 44-45). Lo stesso processo dialettico si applica ai tre momenti
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assoluti del divenire dello Spirito: a) arte, o momento della soggettività pura e percio astratta: «... nella sua immediatezza sfugge ad ogni sforzo che il pensiero faccia per raggiungerla " (La filos. dell'arte, p. 119). Perché l'arte si comprende bisogna che il momento della pura soggettività, in cui essa consiste, venga considerato nello sviluppo dialettico dello spirito, che è pensiero, cioè bisogna che entri «nell'attualità spirituale " (ibid., p. 125). b) Religione, o il momento della pura oggettività, come coscienza dell'oggetto, di fronte a cui il soggetto si annulla. La verità è prodotto del pensiero nella sua formazione e per conseguenza Dio si svela nel carattere divino della verità, immanente al pensiero : «la personalità di Dio, di cui non è possibile dubitare, è la personalità dell'Io...» (Nuova dimostrazione dell'esistenza di Dio, in Introduzione alla filos., p. 220). Più tardi il G. nel breve scritto La mia religione (Firenze 1943) si professa "cristiano» e "cattolico»: "cristiano "perché "la religione cristiana è la religione dello spirito, per la quale Dio è spirito"; e "cattolico" perché "religione è Chiesa" con un Capo, "diciamo pure un papa». Però il Dio di cui qui il G. parla, è ancora l'Io assoluto o lo Spirito trascendentale, e cattolicesimo è il generico riunirsi in una "Chiesa» e perciò "ognuno è cattolico a modo suo». c) Filosofia, o il Pensiero nella piena conquista e trasparenza di sé a se stesso, in cui, come momenti dialettici di esso, trovano la loro concretezza il sentimento artistico e quello religioso. La filosofia è il logo concreto (che in sé risolve il logo astratto) con cui s'identifica la realtà che è storia o la totalità delle categorie del reale nel suo sviluppo logico o dialettico. Storia e filosofia s'identificano e sono la stessa dialetticità nella sua "storicità " o la realizzazione dialettica dell'umanità. Piuttosto che verum et factum convertuntur bisogna dire verum et fieri convertuntur.
Ma è proprio l'«attualità del pensiero pensante che resta, si direbbe, per aria nella filosofia del G. e il cui approfondimento è la chiave di vòlta per criticare dall'interno tutto il sistema. Infatti, il pensiero pensante, sempre attuale, è sempre inattuato: trascende l'atto ed ogni atto. Nella sua pura trascendentalità sfugge a se stesso, non si può cogliere, sia perché è più di ogni suo atto, sia perché, come pura soggettività, è astratto ed è costretto a mediarsi nel rapporto dialettico di soggettività-oggettività. L'atto a cui tutto è immanente, come atto perenne ed inadeguabile, è autotrascendenza. E siccome il G. identifica l'oggetto o l'essere con l'atto stesso del pensare, da cui è dedotto, consegue che l'attualità pura dell'atto è vuota. Da questa trascendenza, immanente alla stessa trascendentalità pura, è impossibile passare alla trascendenza autentica, in quanto la trascendentalità gentiliana è Soggettività: manca in essa un elemento oggettivo, cioè l'idea come verità data alla mente. Perciò assoluto è lo stesso Soggetto, non la verità. Ma con ciò il G. nega proprio l'idealismo in quanto l'idea non è più l'elemento oggettivo, pensato ma non creato dal pensiero, ma lo stesso atto, cioè lo stesso soggetto. Ma è negato con ciò anche il Soggetto pensante, in quanto è pensiero della sua stessa soggettività, cioè vuoto pensare. Le negazioni di Dio come essere trascendente, della realtà dei soggetti (attualismo è solipsismo), come della libertà e della morale, sono conseguenze del presupposto non-idealistico (in quanto nega proprio l'idea) della riduzione dell'idea alla soggettività dell'atto del pensiero e della implicita (ed ingiustificabile) concezione della filosofia come "sviluppo", e non come "scoperta" della verità. Ciò portò il G. ad identificare la filosofia con la storia e con questa tutto il reale in un immanentismo, che è positivismo e non più idealismo autentico; e se non lo è fino in fondo, si deve alla felice contraddizione che il pensiero pensante trascende tutto il
pensiero pensato e perciò la storia. E approfondendo questo punto, fino a capovolgere le premesse e le conclusioni, che l'attualismo può farsi fecondo ai fini di un ripensamento dell'idealismo classico (che è realismo) e della giustificazione di quei valori (lo spirito, la libertà, l'interiorità, la religione) per la cui rivendicazione il G. spese il suo nubile e vigoroso ingegno.
Tutte le opere del G. sono all'Indice (decr. 20 giugno 1934).
Brill.: Opere complete (in corso di pubblicazione: sono già usati 16 voll.). Firenze 1928 sgg. Studi: E. Chiocchetti, La filos. di G. G., Milano 1922; V. La Via, L'idealismo attuale di G. G., Tranı 1925; F. D'Amato, G. G., Milano 1927; A. Bannono, Filos. in margine, ivi 1930, pp. 241-314; N. Papalova, L'idealismo assoluto, ivi 1930; A. Carlini, Il mito del realismo, Firenze 1936; P. Carabellese, L'idealismo italiano, Napoli 1938; B. Variaco, Il pensiero vissuto, Roma 1940, pp. 93-110; A. Pittaluga, La riforma della dialettica hegeliana di G. G., in Logos, 24 (1941) pp. 40-60: 261-79: M. F. Salacca, Il Sessile XX, I, 2nd., Milano 1942, pp. 364-402; II, ivi 1942, pp. 794-805 (bibl.); id., Il problema di Dio e della religione nella filus. attuale, 2² ed, Brescia 1946, pp. 80-93; autori vari, G. G., La vita e il pensiero, I, Firenze 1948; II, ivi 1950; d III, in corso di pubblicazione, contiene tutta la bibl. completa degli scritti di G. G.
Michels Federico Scucca
GENTILE, Giovanni Valentino. - Eretico italiano, n. a Cosenza nel 1520 e m. a Berna il 10 sett. 1566. Condusse una vita agitata ed errabonda; costretto, infatti, a lasciar l'Italia per questioni religiose, andò a rifugiarsi nel 1556 a Ginevra, dove si incontrò con altri eretici ed esuli italiani, quali Giovanni Paolo Alciati, il medico Giorgio Biandrata e il giureconsulto Matteo Gribaldi Mofa.
Quadogno alle idee di questi ultimi, divenne presto uno dei più accaniti propagatori delle dottrine antitrinitarie, che lo condussero alla negazione della divinità di Cristo e dello Spirito Santo, sostenendo che era impossibile giustificare il dogma della Trinità sulla base della S. Scrittura. Entrato per questo, ed ancor più per la sua aperta opposizione a Calvino, in sospetto delle autorità di Ginevra, fu arrestato e, dopo una lunga serie di interrogatori, condannato da una apposita commissione di giureconsulti alla decapitazione. Poté tuttavia scampare dalla pena; però, nonostante la premessa di rimanere a Ginevra, fuggì riparando presso il Gribaldi a Farges, dove continuò con maggiore alacrità la diffusione delle sue idee. Di qui si portò a Lione, quindi a Grenoble, poi di nuovo a Farges; arrestato dal balivo di Gex, riuscì a farsi rilasciare ed a tornare a Lione, dove fece stampare la sua professione di fede, che doveva tuttavia comprometterlo maggiormente; ebbe anche qui dei fastidi, per cui si recò, nel 1562, dal Biandrata in Polonia, da dove fu cacciato nel 1564. Fermatosi per qualche tempo dapprima in Moravia, poi in Austria, approfitando della morte di Calvino tornò nuovamente a Berna dove cercò di convocare tutti i protestanti francesi per una pubblica confutazione sulla Trinità. Ma, arrestato ancora una volta, inutilmente cercò di giustificarsi, per cui fu condannato e decapitato, senza pertanto aver voluto abiurare.
Brss.: S. Spiriti, Memorie degli scrittori cosentini, Napoli 1730, p. 66; F. Trechsel, Die protestantischen Antitrinitarier, II, Lelio Sazzini und die Antitrinitarier seiner Zeit, Heidelberg 1844; K. Benrath, s. v. in Realme. für protest. Theol. u. Kirche, VI, pp. 517-20 (con bibl.); T. R. Castiglione, V. S. antitrinitaria colubrese del XVI sec. in Arch. stor. per la Calabria e Lucania, 8 (1938), p. 109 sgg: 9 (1939), p. 41 sgg ; 14 (1942), p. 107 sgg ; D. Cantimori, Eretici italiani del Cinquecento, Firenze 1939, passim.
Niccolò Del Re
GENTILE da Matelica, beato. - Francescano. Fiori nella prima metà del sec. xiv e fu con ogni probabilità ministro della provincia delle Marche. Recatosi missionario al Cairo, in Egitto, trovando difficoltà nell'apprendere l'arabo, pensava di ritornare in patria, ma ne fu soprannaturalmente distolto ottenendo insieme il dono delle lingue.
Si recò più tardi nella Vicaria orientale - vasta missione francescana che comprendeva allora tutta l'Azia
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minore, la Persia e l'Armenia - ove morì, in Trebisonda, non si sa quando.
Compi miracoli in vita e in morte, ed ebbe qualche relazione con Marco Cornaro, futuro doge, che ne fece trasportare le spoglie nella chiesa dei Frari a Venezia. Nel 1795 Pio VI concedeva di celebrarne la festa il 3 sett. Liturgicamente si celebra l'ufficio dei martiri, ma nessuna delle fonti più antiche e autorevoli ne testimonia il martirio.
Bibl.: G. Golubovich, Biblioteca bibliografica della Terra Somma, IV, Quaracchi 1923, pp. 312-13; A. Tabonont1, Sul martirio del b. G., in Studi francencani, 35 (1938), pp. 355-57; A. Sanvalotto, B. G. da M., Padova 1942.
GENTILESCHI, FAMIGLIA. - Orazio Lomi detto il G., pittore, n. a Pisa nel 1562 (?), m. a Londra nel 1647 (o 1638). Fu scolaro in Toscana del fratellastro Aurelio Lomi e di altri manicristi.
Tale sua educazione manieristica e fiorentina il G. mise a profitto, venendo in età di 17 anni a Roma, dove lavorò a fresco in S. Giovanni Laterano, in S. Maria Maggiore, e nella Biblioteca di Sisto V in Vaticano. A Roma formò poi un proprio stile, originalmente interpretando opere del periodo giovanile del Caravaggio, senza violenti contrasti di luce e ombra, anzi esaltando la quantità preziosa del colore, tramite l'effetto luministico di panni serici, di stoffe trancluciée in una visione nitida e disegnativa di ascendenza toscana. Nel contempo si giovava concretamente dei contatti con altri caravaggeschi, come il Saraceni e Adamo Elsheimer, ma collaborò anche con Agostino Tassi. Dopo il 1615 il G. operò nelle Marche, giungendo ad effetti di movimento e di complessità compositiva, talora macchinosa (la Madonna del Rosario, Fabriano, S. Domenico), talora schietta e semplice (la Vergine e s. Chiara, Fabriano, casa Rosei). Nel 1621 il G. era a Genova, ove lavorò e conobbe il Van Dyck. Passò poi in Francia (Riposo in Egitto, al Louvre) al servizio di Maria de' Medici; e infine (1626) in Inghilterra presso Carlo I (Riposo in Egitto, Hampton Court; Loth e le figlie, Bilbao, Museo; Ritrovanento di Mosé, Howard Castle). Nell'epoca inglese la varietà cromatica diminuisce, ma il singolare naturalismo del G. si fa più complesso, confluendo nelle sue opere accenti di un patetismo contenuto ma concreto. Il G. ebbe due figli pittori: Francesco e Artemisia. Quest'ultima, n. a Roma nel 1597, m. a Napoli dopo il 1631 , fu eccellente pittrice. Allieva del padre e di Agostino Tassi, sposò poi un Pierantonio Schiattesi. Effetti di robustezza plastica, di intensità emotiva e naturalistica, distinguono le opere di Artemisia G. dai dipinti paterni. Vicinissimo ad Orazio è il dipinto: Due donne allo specchio (Berlino, Museo); ma di Artemisia G. vanno ricordati i seguenti dipinti: Giuditta con la testa d'Oloferne (Firenze, Galleria Pitti): la Maddalena contrita (ivi); Giuditta uccide Oloferne (Firenze, Uffizi).
Artemisia influì sulla scuola napoletana, segnatamente sullo Stonzioni.
BibL.: G. Baglione, Le vite de' pittori, scultori et architetti, Roma 1642, p. 359; F. Baldinucci, Notizie de' professori del disegno, X, Milano 1812, p. 244; R. Longhi, G. padre e figlio, in L'arte, 19 (1916), pp. 245-314; H. Yoss, s. v. in ThiemeBecker, XIII, p. 408 sgg. (con bibl.); G. Gamba, Orazio G., in Dedalo, 3 (1922-23), p. 243 sgg.; T. Mezzetti, L'attivitú di Orazio G. nelle Marche, in L'arte, nuova serie, 1 (1930-31), pp. 541-57; B. Malzioli, A proposito del G. nelle Marche, in Russ. march., 9 (1930-31), p. 99 sgg.; R. Longhi, Ultimi studi sul Caravaggio e la sua cerchia, in Proporzioni, 1 (1943), p. 20 sg. (con bibl.).
GENTILI. - Appellativo che nel Nuovo Testamento latino (Volgata: gentes, gentiles, Graeci) designa tutte le genti non giudaiche, partecipi dei costumi e della cultura greca ( left.mathrm{E} λ λ γ_{γ} mathrm{cc}right) del mondo greco-romano. In opposizione al popolo israelita ( λ α δ ς^{′} α γ ω α ς λ ), unico detentore del monoteismo e del vero culto, gentile equivale a "pagano", idolatra: Jo. 7, 35; Act. 11, 20; 18, 17, ecc. E sinonimo di etnico (v.).
I giuósi li ritenevano impuri e peccatori (Mt. 18, 17; Gal. 2, 15). La loro idolatria era colpevole, data la conoscenza di Dio che gli uomini possono trarre dal-

(lat. Anderven)
Gentileschi, famiglia - S. Pietro Nolasco portato a braccia dagli angeli, di Orazio G. - Roma, chiesa di S. Agostino.
l'universo; pertanto il Signore li aveva abbandonati al loro senso depravato (Rom. 1, 18-32), giudicandoli inoltre secondo la legge naturale scolpita nei loro cuori (Rom. 2, 12. 14 sg .). Gesù li redense, togliendo ogni distinzione di razza (Eph. 2, 14); Paolo dedicò ad essi il suo prodigioso apostolato (Act. 9, 15).
BibL.: W. Grimm, Lexicon graecum, 3² ed., Iena 1888, p. 142; F. Zorell, Lexicon graecum Mar. Test., 2² ed., Parigi 1931, col. 417; J. Lagrange, Eptire aux Romains, ivi 1931, pp. 2141. 47-51, 60-80.
Francesco Spadafora
GENTILI, Alberico. - Giurista italiano, n. a Sanginesio (Macerata) il 14 genn. 1552, m. a Londra il 19 giugno 1608. Dottore in diritto a Perugia nel 1572 coprì la carica di giudice in Ascoli. Rientrato in patria, esercitò la professione di giurisperito e compilò gli statuti della città. Sospettato il padre di fede protestante, fuggì con lui in Carniola (Austria) e di qui riparò a Oxford (1582), dove nel 1578 ebbe la cattedra di diritto civile, e fu nominato più tardi avvocato del Re di Spagna presso la Corte dell'ammiragliato inglese (1605).
Si distinse soprattutto per numerose opere di diritto internazionale, per merito delle quali, specialmente del De iure belli et pacis, è ritenuto precursore di Grozio nella trattazione autonoma e sistematica di questa disciplina.
Opere principali: De iuris interpretibus dialogi sex (Londra 1582, ecc., Torino 1937, a cura di G. Astuti e S. Riccobono); De legutionibus libri tres (Londra 1583, ecc., Nuova York 1924); De iure belli et pacis libri tres (Londra 1588-89, Oxford 1933); Disputationum de nuptiis libri VII (Hunzu 1601); Disputationes tres de libris canonicis, ecc. (ivi 1605); Hispanicae adrocationis libri duo (ivi 1613, ecc., Nuova York 1921).
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Bibl.: A. G., Scritti e discorsi, di P. De Francisci, G. Del Vecchio, A. Giannini, A. Solmi, Roma 1936, in cui (pp. 61-88) è anche contenuto un amplissimo Saggio di bibliografia gentiliana a cura di G. Del Vecchio.
Zaccaria da San Mauro
GENTILINI, Giovanni Battista. - Gesuita, controversista, n. a Vesio di Tremosine (Brescia) il 26 nov. 1745 , m. a Roma il 16 dic. 1816 mentre stava predicando le lezioni scritturali al Gesù. Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1765 , fu presto sorpreso dalla soppressione dell'Ordine (1773) e rimase nella diocesi di Brescia, passando prima curato a Portese, poi arciprete e vicario foraneo a Lonato. Ristabilita la Compagnia (1814), si ricongiunse ai confratelli e fu fatto superiore a Napoli.
Prese parte molto attiva a tutte le discussioni religiose del suo tempo, difendendo le sane dottrine e confutando gli errori in voga specialmente intorno al giuramento civico (contro il p. G.V. Bolgeni), alla compravendita dei beni ecclesiastici, confiscati dalla Repubblica cisalpina, al valore dell'attrizione e ai limiti del potere civile nelle cause matrimoniali.
Opere principali: Confutazione della lettera di un cittadino prete riguardante le cause matrimoniali (Mantova 1797); Riflessioni teologiche intorno al giuramento civico contro il parere di un teologo romano e sopra la vendita dei beni ecclesiastici (Verona 1798); La pazzia di chi difende il giuramento civico (Brescia 1799); All'anonimo autore del libro del diritto della civile sovranità sopra il matrimonio (Verona 1798); Sopra il valore dell'attrizione e la virtù della carità (Brescia 1802); La devozione al S. Cuore di Gesù (Verona 1803).
Bibl.: Sommervogel, III, coll. 1327-30; Hurter, V, coll. 633-35.
Celestino Testore
GENTILONI, Vincenzo Ottorino. - Conte, avvocato e uomo politico, n. a Filottrano il 13 ott. 1865 , m. a Roma il 2 ag. 1916. Esercitò l'avvocatura, ed ebbe parte importante nella difesa dei cattolici sottoposti a processo dopo i fatti del 1898.
Attivissimo dirigente dell'A. C., fu presidente dell'Unione cattolica romana e del Comitato re-

(per cortesia della contessa Elena Gentiloni) Gentiloni, Vincenzo Ottorino - Ritratto.
gionale marchigiano, finché Pio X gli affidò, nel luglio 1909, la direzione dell'Unione elettorale cattolica italiana. In tale ufficio svolse proficua attività, che si manifestò nelle elezioni generali del 1913 quando, sebbene non fosse revocato formalmente il non expedit, ebbe incarico dal Papa di favorire la candidatura di quanti si fossero impegnati nell'esercitare il mandato parlamentare ad osservare sette condizioni, che vennero dette l'« eptalogo G. " o, più comunemente, il "patto G. ".
Esse consistevano nell'opposizione ad ulteriori norme restrittive nei confronti delle Congregazioni religiose; nella tutela dei diritti della scuola privata; nella conservazione dell'istruzione religiosa nelle scuole elementari; nel respingere eventuali leggi sul divorzio; nella difesa del diritto degli enti economici e sociali cattolici ad essere rappresentati nei pubblici consigli; nell'appoggio ad ogni riforma tributaria che fosse rivolta ad instaurare una maggiore giustizia sociale; nell'adesione ad ogni provvedimento legislativo che si risolvesse in un reale rinvigorimento delle forze economiche e morali della nazione. Risultarono eletti 228 deputati firmatori del patto.
Il G., che occupò cariche insigni nella corte pontificia e fu onorato della particolare amicizia di Pio X, lasciò la presidenza dell'Unione elettorale nel genn. 1916, pochi mesi prima della sua morte immatura.
Bibl.: P. A. Casoli, Gli insegumenti delle elezioni generali a suffragio allargato, Roma 1913; F. Amulanti, Il Patto G., ivi 1914; A. Grossi Gondi, Il conte F. G. G., ivi 1927; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1948, pp. 486-562.
Renso U. Montini
"GENTIS POLONAE GLORIA". - Inno dei
vespri di s. Giovanni di Kenty, composto da ignoto autore per la introduzione nel Breviario della festa del Santo, canonizzato nel 1767.
È formato di tre episodi della vita del Santo narrati in forma deprecativa: l'insegnamento all'Università, la visita alla tomba degli Apostoli a Roma e quella ai Luoghi Santi. Gli ammaestramenti che il poeta trae da questi tre episodi sono indubbiamente belli e significativi, però la poesia non è affatto presente in quest'inno che è una fredda parafrasi delle lezioni del Breviario.
Bibl.: G. Belli, Gli inni del Breviario tradotti, Roma 1896, p. 322 sgg.; V. Terreno, Gli inni dell'Ufficio divino, Mondavi 1932, p. 274 sgg.; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 237 sgg.
Silverio Mattei
GENUA, Marc'Antonio, detto comunemente il GENUA (GENOA, ZENOA, JANUA). - Averroista padovano, n. verso la fine del ' 400 , m. a Padova nel 1563. Suo padre Niccolò insegnava medicina nello stesso Studio di Padova, ove M. A. professò filosofia con grande successo dal 1517 fino alla morte.
Ha lasciato un commento alla Physica d'Aristotele e al De anima. In quest'ultimo egli s'adopra a dimostrare il perfetto accordo, circa la questione dell'intelletto unico, tra Averro è e Simplicio, il cui commento al De anima si conosceva da poco. Il G. combatte il Pomponazzi e gli altri alessandristi dal suo punto di vista averroistico.
Bibl.: Edizioni : In tres libros de anima, Venezia 1576; Disputatio de intellectus humani immortalitate, Monte Regali 1563. Il commento alla Physica esiste nel ms. Vat. lat. 4702-4703, e quello al De anima in due redecioni alquanto diverse dalla stampa cit., nei codd. Vat. lat. 4704-7407. - Studi: G. C. Caraceno, in principio dell'ed. veneta del De anima; A. Berga, in principio della Disputatio; G. Vedova, Biogr. degli scrittori padovani, I, Padova 1832, pp. 457-60.
Bruno Nardi
GENUFLESSIONE. - E l'atto di piegare il ginocchio destro come gesto di venerazione e, per estensione, l'atteggiamento che si prende nella preghiera restando poggiati sulle ginocchia per un certo tempo in determinati momenti. I primi cristiani non hanno fatto altro che continuare negli stessi usi ebraici. E noto infatti da Egesippo che s. Giacomo apostolo, vescovo di Gerusalemme, passava lungo
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tempo in ginocchio nel Tempio, si da procurarsi i calli alle ginocchia (Eusebio, Hist. eccl., II, cap. 23, 6). S. Stefano s'inginocchiò nella sua ultima preghiera, s. Pietro e s. Paolo pregavano in ginocchio, e i cristiani che accompagnavano s. Paolo alla nave che lo portava lontano, s'inginocchiarono a pregare sulla riva del mare (Act. 7, 60; 9, 40; 20, 36; 21, 3).
Nell'antichità cristiana era assai frequente la preghiera in ginocchio, ed i monaci solevano genuflettere al termine di ogni salmo. In Irlanda la g. era molto in uso, e di alcuni santi vi sa che la praticavano centinaia di volte al giorno. Nelle Gallic, stando al can. 37 del III Concilio di Tours dell'anno 813, non ci si genufletteva il giorno di Pasqua e durante il tempo pasquale. Nelle Messe delle Tempora, che sono molto antiche ed hanno uno spiccato carattere di penitenza, c'è ancora l'invito del diacono ai fedeli di genuflettersi: Flectamus genua. La g., che si fa piegando fino a terra il ginocchio destro, s'è introdotta piuttosto tardi, e solo nella Chiesa latina, per il S.mo Sacramento, il Papa, i vescovi. Gli Orientali hanno in sua vece la metanoia, che è un profondo inchino fino a toccar terra con la destra, seguito dal bacio delle estremità delle dita riunite e dal segno della croce.
Bosc. H. Leclercq. Génoflexion, in DACL, VI, coll. 1017-21; F. Cabrol. Le livre de la prière antique, Tours 1929, p. 118 sgg . Silverio Mattei
GEOCHIMICA. - Da 78 , "terra" e 709108 , "chimica». E la scienza che studia la composizione fisicochimica della terra. Da quando in un tempo infinitamente remoto un frammento di materia solare si staccò dalla massa ardentissima della stella del nostro sistema per formare la terra, una serie infinita di reazioni chimiche e chimico-fisiche hanno agitato gli elementi chimici presenti nella materia solare, composti svariati sono nati e sono scomparsi; masse immense da gassose sono diventate liquide, poi solide, e poi, in parte, sono state rifuse; i gas dell'atmosfera primordiale hanno reagito con solidi e con liquidi; le prime soluzioni hanno dilavato le masse solide o le hanno attaccate; gli organismi vegetali ed animali, recentissimamente comparsi nel gioco delle reazioni, hanno poi contribuito alla formazione dell'attuale equilibrio. E le reazioni proseguono: anche adesso intere catene di montagne vengono lentamente distrutte dall'azione degli agenti geologici e nuovi sedimenti stanno formandosi in seno alle acque mentre masse laviche si raffreddano e prosegue la degassazione dei magmi.
Ebbene, la g. indaga su tutte queste reazioni chimiche e chimico-fisiche che costituiscono la vita presente e passata della nostra terra, reazioni che descrivono la genesi del nostro pianeta ed il suo attuale stato chimico-fisico e permettono, in parte, di prevedere lo sviluppo futuro dei processi chimici che su di esso si svolgeranno.
La g. è giustamente considerata una scienza del sec. xx : essa è nata dal ceppo delle dottrine geologiche al quale appartiene e lega indissolubilmente la mineralogia e la geologia alla chimica, riallacciando quei rapporti che nel periodo più spiccatamente naturalistico delle scienze geo-mineralogiche sembravano essersi affievoliti.
Le teorie che fino a questi ultimi anni avevano guidato le indagini dei geochimici ammettevano che durante il raffreddamento la materia primitiva si fosse differenziata per gravità lasciando cadere verso il centro una lega di ferro e nichelio, il nife (da mathrm{Ni}= nichelio e mathrm{Fe}= ferro), supposto costituente del nucleo terrestre o siderosfera e depositando sopra di esso, prima uno strato di solfuri o calcosfera e poi lo strato superficiale o litosfera costituito prevalentemente da silicati. La litosfera di soli 30-80 mathrm{~km}.
di spessore veniva divisa in due porzioni : il sima (da mathrm{Si}= silicio e mathrm{Nlg}= magnesio) formato da rocce basiche, cioè ricche di silicati di ferro e magnesio, ed il sial (da Si e da mathrm{Al}= alluminio) più leggero con silicati di alluminio e silice libera, essenzialmente formato, cioè, di rocce del tipo dei graniti.
In conseguenza di questa divisione della terra in strati anche gli elementi si dividavano in ammefili, litsfili, calcofli e sindrofili a seconda che abbondavano nell'atmosfera od in uno degli strati terrestri.
All'ipotesi sulla costituzione degli strati profondi si era giunti considerando la differenza fra la densità media della terra e quella delle rocce superficiali, la costituzione delle meteoriti e la propagazione delle onde sismiche.
Adesso i geochimici si stanno orientando verso una teoria nuova e più conforme alle attuali conoscenze; secondo essa la materia distaccatasi dal sole cominciò per raffreddamento a differenziarsi, perse subito grandi quantità di idrogeno, elio ed altri elementi leggeri e venne così ad arricchirsi superficialmente di elementi più pesanti mentre nuovi convogli di masse gassose arrivavano in superfice agitando la materia differenziata. L'ulteriore raffreddamento portò alla condensazione delle masse meno volatili ed alla formazione di un guscio liquido superficiale costituito da silicati ferro-magnesiaci ed avense, in complesso, le caratteristiche chimiche di un magma alcalibasaltico. E da mettere in evidenza che, secondo questa teoria, il degassarsi ed appesantirsi delle masse superficiali le portò ad affondare, però solamente fino alla profondità compatibile con la viscosità della materia che, avvicinandosi al centro, era sempre più complessa e addensata e quindi più viscosa. Pertanto sotto al guscio liquido rimase un nucleo di materia solare vergine non degassata e supercompressa.
Nessuna differenziazione generale per gravità o per cristallizzazione frazionata è dunque avvenuta e quindi le masse granitiche attuali si sarebbero formate non per differenziazione del magma primitivo ma per rifusione di sedimenti.
Infatti, sopra il guscio l