ricinal der Vita des heiligen Johannes von Damaskus, in Der Katholik, 2 (1913), pp. 154-90, 320-31; M. Jugic, La vie de st Jean Damascène, in Erhos d'Orient, 23 (1924), pp. 137-61; M. Gordillo, Damascenica. I. Vita Marziana, in Orientalia Christiana, 8 (1926), pp. 47-81. Per le opere: E. Kuhn, Barlaam und Janniph. Eine bibliographisch-literalgeschichtliche Studie, Monaco 1893; K. Holt, Die sacra Parallela des Johannes Damascenes (Texte und Untersuchungen, 16,1), Giessen 1897; F. Dickamp, Eine ungedruckte Abhandlung des heiligen Johannes von Damaskus gegen die Nestorianer, in Theol. Quartalschrift, 83 (1901), pp. 555-95; F. Dickamp, Johannes von Damaskus *Uber die im Glauben Entschlafenen», in Römische Quartalschrift, 17 (1903), pp. 371-82; M. Gordillo, Damascenica. II. Libellus orthodoxius, in Orientalia Christiana, 8 (1926), pp. 82-103; E. Zetenberg, Narice sur le liber de Barlaam et Jannphut, Parigi 1935; J. M. Hussey, The autorship of the sex hymni attributed to st. John of Damaskus, in Journal of theological studies, 47 (1946), pp. 200-203. Per la dottrina: J. Bilz, Die Trinitäriabhe des hl. Johannes von Damaskus, Paderborn 1909; M. Jugic, Jean Damascène (saint), doctrine, in DThC, VIII, coll. 708-48; id., St Jean Damascène et l'Immaculée Conception, in Bessarione, 39 (1923), pp. 74-96; V. A. Mitchel, The mariology of st John Damascene, Kirkwood No. 1930; C. Chevalier, La mariologie de st Jean Damascène (Orientalia Christiana Analecta, 109), Roma 1936; H. Menges, Die Bilderlebre des hl. Johannes von Damaskus, Münster 1938. Per l'influsso: Boguslonia Sv. Ioanna Damaskina e pervrodje Ioanna Eksarka Balgarshaga, Ctenija, 4 (Mosca 1876); C. Graf, Die arabischen Schriften des Theodors Abu-Kurra (Porsch. zur christl. Literatur-und Dogmengeschichte, 10), Paderborn 1910; J. de Ghellinck, Le mouvement théologique du XIV sïkto, 2* ed., Bruges 1948, pp. 374-415. Cf. inoltre le opere generali J. Langen, Johannes von Damaskus, Gotha 1879; K. Dybouniotis, Twòevng à bauvanovig, Atene 1903; V. Eimanc, St Jean Damascène, Parigi 1904.
Maurizio Gordillo
GIOVANNI di Dambach. - Teologo domenicano, n. nel 1288 (1289?) a Dambach in Alsazia, m. il 3 ott. (?) 1372 probabilmente a Friburgo.
Domenicano dal 1300, G. studiò a Strasburgo e a Colonia ove ebbe eccellenti maestri e i fedeli amici Venturino da Bergamo e Taulero. Stava per Eccardo e Nicola di Strasburgo nel 1327. Cacciato con i confratelli da Strasburgo (1338), si rifugiò a Basilea, continuò gli studi a Bologna (1341) ed ottenne a Montpellier il magistero di teologia (1347). Mandato dal capitolo generale di Bologna (1347) allo studio generale di Praga ove insegnò per breve tempo, D. fu inviato da Carlo IV ad Avignone (1348), ove si fermò forse per 2 anni. Dal 1350 al 1357 a Parigi, soggiornò dal 1357 a Strasburgo, intento ai suoi lavori letterari.
Personalmente pio e gentile, fine ed acuto osservatore di uomini e di cose, G. propone una dottrina assai rigida e di tendenze nominalistiche. Come autore è pre-
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valentemente compilatore. Il suo scritto principale De consolatione theologiae ebbe grande influsso sulla vita religiosa del medioevo tardivo e fu diffuso in molte copie fino al mare del Nord e fino alla Spagna e costituisce un modello per la letteratura consolatoria che raggiunse l'apogeo durante lo scisma. Con ragioni di consolazione tolte dalla teologia, G. cerca di superare il dolore proprio e altrui.
Scritti : De consolatione theologiae II. 15 (dal 1340 al 1365); De sensibilibus deliciis Paradisi; De culpa et Gratia; Eshortatio ad Carolum IV. Inoltre si attribuiscono a lui le opere seguenti : De amore virtutum, De privilegio exsumptorum, De simania claustralium, De proprietate mendicantium, De quantitate indulgentiorum, De virtute indulgentiorum, Responsiones, De moderatione quartae, De redemptionibus.
Bibl.: Quctif-Echard, I, pp. 667-70; II, p. 821; A. Auer, Yoh. v. Dombach v. die Trastbücher vom 15, bis 16. Jahrhundert, Münster 1928; J. Koch, s. v. in Verfasserlexikon, II, coll. 589 590; G. M. Ldin, Die Slandicantmarmut im Dominikanerarden im 14. 7hr., nach den Schriften von Yoh. v. D. und Yoh. Dominici, in Divus Thomas, 18 (Friburgo 1940), pp. 385-427. Angelo Walz
GIOVANNI, diacono. - Cronista napoletano, vissuto nella seconda metà del sec. ix e negli iniz del sec. x. Fu rettore della diaconia di S. Gennaro, e autore, non di tutto il Liber pontificalis Ecclesiae neapolitanae, come si credeva, ma soltanto della seconda parte, che abbraccia le biografie dei vescovi di Napoli da Paolo II, eletto nel 762 , ad Atanasio I, m. il 15 luglio 872 ; l'opera fu scritta in età ancora giovanile, con esattezza ed imparzialità (v. RIS, I, II, pp. 291-318).
Compose anche: Acta s. Ianuarii (cf. Acta SS. Septembris, VI, Parigi 1867, pp. 874-78); Acta translationis s. Sosii diaconi (ibid., pp. 879-84); Acta translationis s. Severini (ibid. Ianuarii, I, Parigi 1863, pp. 497-99); Vita s. Nicolai episc. Myrensis (cf. N. C. Falconio, S. Nicolai... acta primigenia, Napoli 1851, p. 112 sgg.); Martyrimm s. Procopii episc. Tauromenii (cf. RIS, I, II, pp. 269-73); la versione dal greco in latino del martirio dei quaranta di Sebaste: Vita martyram XL Sebastenorum (Acta SS. Martii, II, Parigi 1865, pp. 22-25).
Bibl.: B. Capasso, Monumenta ad Neapolitani ducatus historiam pertinentia, I, Napoli 1881, p. 147 sgg.; id., Le fonti della storia della provincia napoletana, ivi 1902; F. Savio, G. d., biografo di vescovi napoletani, in Atti della Reale Accademia delle scienze di Torino, 50 (1914-15), pp. 974-88; D. Mallardo, Storia antica della Chiesa di Napoli, Le fonti, Napoli 1943, pp. 6-12, 31-36; id., G. d. napoletano, in Riv. di storia della Chiesa in Italia, 2 (1948), pp. 317-37.
Celestino Testore
GIOVANNI diacono, detto Hymonides. - N. ca. l'825, m. prima dell'882. Monaco di Monte Cassino, amico di Anastasio Bibliotecario, ebbe grande influsso alla Curia di papa Giovanni VIII (872-82). Da lui incaricato di scrivere la biografia di a. Gregorio Magno, compose la più copiosa vita del grande Papa romano, che resta la migliore tra le antiche biografie, scritta con buon senso storico, in forma tematica, secondo i quattro libri della Regula pastoralis, piuttosto che cronologica.
Non è pienamente accertata la sua paternità letteraria di altre opere. Secondo le fonti latine iniziò, su domanda di Gauderico di Velletri, una vita di s. Clemente Romano, e trasformò in 375 versi l'apocrifo Convistium (Sympton) detto comunemente Caena Cypriani (v.) di s. Cipriano. Probabile è la sua collaborazione al Liber Pontificalis.
Bibl.: Pl. 73, 59-241; Manitius, I, pp. 689-95; A. Lapierre, Le souper de fean Diarre, in Mélanges d'arch. et d'hist., 21 (1901), pp. 319-48; cf. anche la voce convocatista. Lucchesio Spätling
GIOVANNI IV, il Digiunatore, patriarca di Costantinopoli. - L'appellativo «il digiunatore» gli fu dato per l'austerità della sua vita; nella Chiesa dissidente viene venerato come santo. Nella storia è diventato celebre per la questione del titolo "pa-

(fol. Enc. Catt.)
GioVANNI di Dio, santo - Lettera con sigla autografa, indirizzata a Gutierrez Lasso (8 genn. 1530) - Roma, archivio gen. dei Fatebenefratelli.
triarca ecumenico", già usato da alcuni suoi predecessori nel sec. vi, ma sotto di lui, in un Sinodo del 587 , diventato in maniera solenne titolo ufficiale ed esclusivo del patriarca di Costantinopoli. I papi Pelagio II (575-90) e s. Gregorio Magno (590-604) protestarono invano contro questo abuso. G. fu anche rimproverato da s. Gregorio per non aver dato informazioni su due sacerdoti greci. Fu patriarca dal 582 al 595 .
Due lettere di G. al papa s. Gregorio sono perdute; si conservano invece due del Papa a lui (cioè registro III, 52 e V, 44 nell'ed. di Ewald, I, pp. 208-10 e 338-43). Una lettera dell'arcivescovo Leandro di Siviglia è menzionata da s. Isidoro di Siviglia. Scritti penitenziali attribuiti a lui sono probabilmente apocrifi.
Bibl.: Krumbacher, p. 144; S. Vailhé, Le titre de patriarche aecuménique avant si. Grégoire le Grand, in Echos d'Orient, 11 (1908), 65-69; R. Janin, fean IV Le feilneur, in DThC, VIII, coll. 828-29; J. Grumel, Les regestes des actes du patriarcat de Constantinople, I, 1, Parigi 1932, nn. 264-72.
Giorgio Hofmann
GIOVANNI di Dio, santo. - Fondatore del-
l'Ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli. N. a Mon-temor-o-Novo in Portogallo l'8 marzo 1495, visse e svolse il suo apostolato nella Spagna. Accolto fanciullo in Oropesa (Nuova Castiglia) da un agiato fattore, fu pastore e agricoltore; soldato, partecipò alla guerra tra Carlo V e Francesco I e alla difesa di Vienna, assediata da Solimano II. Nuovamente pastore a Siviglia, passò a Ceuta, lavorando da manovale alle fortificazioni della città ed erogando lo stipendio a sollievo dei poveri. Tornato in Spagna, esercitò il commercio ambulante di libri a Gibilterra, quindi aprì una piccola libreria in Granada (1536).
Dopo una predica del b. Giovanni d'Avila, decise di consacrarsi totalmente alla pietà, alla penitenza e alle opere di misericordia. Per espiare i suoi peccati ed attirarsi umiliazioni, si finse pazzo e perciò fu rinchiuso nel Regio Ospedale, dove subì pazientemente il duro trattamento terapeutico allora in uso. Nel 1537, benché povero, col soccorso di qualche generoso, fondò in Granada un ospedale. Nell'organizzazione di esso, pur non avendo fatto studi medici, ebbe grande intuito igienico-assisten-
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(per cortesia del p. Russotto)
Giovanni di Dio, santo - Ritratto di D. V. Diaz (sec. XVII). Affresco nella chiesa del "Dulce Nombre de Maria" - Valladolid.
ziale : stabili reparti distinti per febbricitanti, contagiosi, storpi, paralitici, cronici e pazzi, mettendo un sol malato in ogni letto, a distanza uno dall'altro. Contemporaneamente soccorreva bisognosi, fanciulle pericolanti, donne di cattiva vita, ai quali provvedeva alloggio, cibo, indumenti, educazione, lavoro. Attorno a lui si raccolsero alcuni compagni, che, dopo la sua morte, cresciuti di numero, e fondati altri ospedali nella Spagna e in Italia, furono eretti prima in semplice Congregazione ( Pio V, 1571), poi in Ordine religioso (Siato V, 1586; Paolo V, 1611 e 1617). Dalle parole con le quali il Santo, a tarda sera, chiedeva l'elemosina per le vie di Granada: "Fate bene, fratelli, a voi stessi, per amor di Dio", i suoi discepoli in Italia sono chiamati: Fatebenfratelli. M. a Granada l'8 marzo 1550. Fu canonizzato da Alessandro VIII nel 1690 (la bolla di canonizzazione fu promulgata da Innocenzo XII nel 1691). Leone XIII lo proclamò patrono degli ospedali e dei malati (1886) e Pio XI patrono degli infermieri e loro associazioni (1930; cf. AAS, 23 [1931], p. 8 sg.). La festa cade l'8 marzo.
Bibl.: L. del Peso, S. Juan de Dios, $5^{2}$ ed., Madrid 1929; O. Marcos, Cartas y escritos de s. Juan de Dios, ivi 1935; R. Jardim de Castro, S. Yodo de Deus, um herói portuguthe do século XVI, $2^{2}$ ed., Lisbona 1946; I. Giordani, G. di D, santo del popolo, Firenze 1947; L. Ruland, Gespräche um Johannes von Gott, Würzburg 1947; M. Gomez-Moreno, Primicias historicas de S. Juan de Dios, Madrid 1950.
Gabriele Russotto
GIOVANNI VI di DrasKHanakert. - Celebre katholikós della Chiesa armena, dall'898 al 925 . Governò molto sapientemente la sede in un periodo di gravi persecuzioni ad opera dei dominatori arabi. Assistette al martirio del re Sembat Bagratuni, e di numerosi altri principi e fedeli armeni. G. stesso, fatto prigioniero due volte, e torturato, riusci ad evadere. Scrisse una storia dell'Armenia, opera preziosa ed interessante particolarmente nella parte se-
conda, dove come teste oculare descrive le vicende della sua epoca.
Bibl.: M. Ciamcian, Storia (in armeno), II, Venezia 1785; G. Katholikos, Storia, trad. di S. Martin, Parigi 1841; T. Araruni, Storia, trad. di Brosset, Pietroburgo 1874.
Serafino Akelian
GIOVANNI de Dukla, beato. - Francescano, n. a Dukla (Polonia) nel 1414, m. a Leopoli nel 1484.
Giovane ancora entrò nell'Ordine dei Frati minori conventuali, divenendo sacerdote e più volte superiore. Quando nel 1453 s. Giovanni da Capestrano andò in Polonia, passò all'Osservanza. Si applicò con zelo al ministero apostolico, specialmente per ricondurre alla Chiesa gli scismatici russi e armeni. Re e principi di Polonia chiesero la sua canonizzazione a Paolo V e Urbano VIII. Clemente XII ne approvò il culto, e confermò il decreto della S. Congregazione dei Riti col quale eleggeva G. tra i patroni primari della Polonia e Lituania.
Bibl.: L. de Clary, Aureola Serafica, III, Quaracchi 1899, p. 95 sgg.; Wadding, Annales, XIII, ivi 1932, p. 435; XIV, ivi 1933, pp. $43^{1-36}$.
Alberto Ghinato
GIOVANNI di Efeso. - Chiamato così perché lavorò maggiormente in Efeso, ma n. ad Amida (Siria) all'inizio del sec. vi e m. ca. il 586. Questo monaco monofisita, comparso nel 535 a Costantinopoli, godette durante 30 anni del favore di Giustiniano, riuscendo a insediarsi come vescovo monofisita nella sede patriarcale bizantina. Ma dal 572 , dopo l'avvento dell'antimonofisita Giustino II, dovette soffrire ogni sorta di persecuzioni, che lo obbligarono quasi sempre a una vita raminga.
G. è autore di due pregevoli opere scritte in siriaco: la Storia dei santi orientali, interessante per le vicende del monachesimo nella Mesopotamia (ed. E. W. Brooks : PO 17, 1; 19, 2), e una Storia ecclesiastica, che abbraccia il tempo da Giulio Cesare fino al 585 , divisa in 3 parti di 6 libri ciascuna. Soltanto la $3^{a}$ parte ( $575-85$ ) ci è giunta sostanzialmente completa e direttamente trasmessa (ed. E. W. Brooks, Corpus Scriptorum Christianorum Orient., Script. Syri, III, III, Parigi 1935; con versione latina, Lovanio 1936).
Biel.: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, pp. 181-82 (con bibl.). Ignazio Ortiz de Urbina
GIOVANNI l'ElemosinIERE. - In greco: 'E $\lambda \eta \varepsilon \dot{\varepsilon} \rho \alpha \sigma$ ( $=$ " miscricordioso"), patriarca di Alessandria di Egitto, n. ad Amato (Cipro) nella seconda metà del sec. vi, m. ivi ca. il 619. Mortigli la moglie ed i figli, distribui le sue cospicue ricchezze ai poveri e si diede ad una vita di perfezione. La fama della sua bontà s'era tanto diffusa che sfero e popolo di Alessandria lo domandarono all'Imperatore come patriarca ( 6 ro6II).
Lottò efficacemente contro il monofisismo e gli abusi introdottisi fra il clero e il popolo, facendo rifiorire le pratiche della religione; ma soprattutto si distinse nella larghezza verso i poveri, che chiamava "i suoi padroni". Appena giunto in sede, ne fece stendere una lista, che raggiunse il numero di 7500 , e li provvide ogni giorno di elemosina; visitava e soccorreva gli ospedali, gli ospizi e i monasteri; quasi tutti i suoi proventi andavano in elemosine e Dio stesso intervenne varie volte in modo straordinario. L'invasione dei Persiani nell'Egitto lo costrinse a riparare ad Amato, dove non molto dopo morì.
Il suo corpo fu portato a Costantinopoli; indi donato dal sultano a Giovanni Corvino, re di Ungheria (1458), che lo fece collocare nella sua cappella reale a Buda; nel 1530 passò a Tall, presso Presburgo, e di là, il 23 genn. 1832, nella cattedrale stessa di Presburgo. Presso i Greci, la sua festa cade il 12 nov. (cf. Synax. Constantinop., coll. 215-19); nel Martyr. Romanum il 23 genn.
G. compose una Vita del patriarca s. Ticone di Alessandria, ma non ne rimangono che pochi tratti (editi
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da H. Usener, Der hl. Tychon, Lipsia 1907). - Vedi tav. XLIV.
Bibl.: Vite : quella scritta dai suoi due amici e cooperatori, Sofronio e Mosco, è andata perduta (cf. tuttavia H. Delehaye, Une vie inédite de si feau l'Alembier, in Anal. Boll., 45 (1927), pp. 5-74; ivi si vorrebbe vedere più o meno il testo di Sofronio e Mosco); un'altra ne scrisse Leonzio di Neapoli (Cipra), Vita s. Ioannis Elzemarynarii, per esimare le lacune della prima (testo greco in PG 93, 1613-68; trad. lat. di Anastasio il Biblioteceario in PL 73, 337-92); una terza si trova in Simone Metafrasco, Vita et conversatio, v. Patris nostri Ioannis Alexandrioe epic., (PG 114, 895-965), dipendente assai da Leonzio, Studi : Acta SS. Isonarii, II, Parigi 1863, pp. 111-31; H. Gelzer, Leontios von Neapolis Lebeu des hl. Joh., Erzbischof von Alex., Friburgo in Br. 1893 (vi si dà il testo greco e la trad. ted.); H.F.F. Duckworth, St. John the Almsgiver, patr. v. Alex., Londra 1901. Celestino Testore
GIOVANNI Eriugena: v. scoto eriugena, GIOVANNI.
GIOVANNI di Eubea. - Presbitero e vescovo, non si sa se di un vescovado dell'Isola di Eubea o di un altro luogo, probabilmente del sec. viII. Autore di alcune prediche, di un panegirico (inedito) in onore di s. Anastasia e di un martirio (inedito) della S. Parascene. Due delle sue prediche sono state pubblicate in PG 96, 1459-1508. Una terza a s. Lazzaro fu resa nota da F. Dölger.
Bibl.: F. Dölger, Johannes von Eubnia, in Analecta Bollandiana (Mélanges P. Pictres, 2), 68 (1930), p. 3 sg. Erik Peterson
GIOVANNI da Faenza (Ioannes Faventinus). Uno dei più grandi glossatori del Decretum di Graziano, m. dopo il 1220 . Si ignora la sua data di nascita e di morte. Fu professore a Bologna, dove probabilmente studiò ancora, fino al 1174 , poi canonico a Faenza, e non già vescovo del luogo; cosi pensa l'Argnani contro la tradizione precedente, deducendolo dal registro delle decisioni capitolari di quella chiesa cattedrale, nelle quali G. da F. sottoscrive come prete. Favori il partito imperiale di Federico Barbarossa, assieme al suo vescovo Giovanni II, che mori al seguito dell'Imperatore in Palestina (1191).
Scrisse dopo il 1171 una delle più note Summae al Decretum di Graziano, stilata sulla falsariga di quella del maestro Rufino e di Stefano Tornacense; tale Summa è ancora inedita.
Più importanti sono le sue glosse al Decretum stesso, scritte posteriormente alla Summa.
Gli sono state ancora attribuite, ma l'attribuzione è incerta, dalle Quaestiones e delle glosse all' Appendix Concilii Lateranensis. Notevole fu il suo influsso sugli autori posteriori.
La data della sua morte si faceva aggirare attorno al 1190, ma l'Argnani, in base ad alcune sottoscrizioni di un certo Giovanni, perito nel diritto canonico, trovate nell'Archivio capitolare di Bologna, trasporta la data di morte a dopo il 1220.
Bibl.: J. F. Schulte, Die Glosse zum Decret Gratians von ihren Aufdogen bis auf die jëngsten Ausgaben, Vienna 1872, pp. 4044; id., Die Geschichte der Quellen und Literatur des can. Rechts, I, Stoccarda 1877, pp. 137-40; J. Juncker, Summen und Glossen, in Zeitschr. der Savigny-Stift., Kan. Abt., 45 (1925), pp. 462-71; J. Argnani, Joannes Faventinus glossator, in Apollinaris, 9 (1935), pp. 425-35, 641-58; St. Kuttner, Repertorium der Kanonistik (1140-1154), I (Studi e testi, 71), Città del Vaticano 1937, passim, specie pp. 143-46, 216 sgg. Pietro Palazzini
GIOVANNI (MARCOLINI) da Fano. - Francescano della prima metà del sec. xv. Intimo amico dei ss. Giovanni da Capistrano e Giacomo della Marca come pure dei sommi pontefici Eugenio IV e Niccolò V. A lui è dovuta la fondazione dal convento francescano dello spedaletto di S. Lazzaro a Fano.
Il 6 nov. 1444 Eugenio IV lo creò vescovo di Nocera Umbra, dove nel 1448 riedificò l'antica Cattedrale trasferendovi, dalla chiesa di S. Maria Maggiore, la cattedra
pontificale e il Capitolo. Da vescovo fondò il convento francescano dell'Eremita presso i Bagni. Fu presente alla morte di s. Bernardino di Siena (1444).
M. in fama di santo nel 1465 .
Bibl.: P. Ortolani, Dignità ecclesiastiche francescano-picene, Tolentino 1924, pp. 83-64; Wadding, Annales, XI, p. 259; Ubaldo d'Alençon, G. da Fano, in Etudes franciscains, 47 (1935), pp. 856-47.
Alberto Ghinato
GIOVANNI (Pili) da Fano. - Frate minore e poi cappuccino, m. a Urbania il 5 marzo 1539. Di nobile famiglia, fattosi frate minore si distinse per zelo e operosità. Da ministro provinciale ostacolo fortemente i primi inizi della riforma cappuccina.
Pentitosi, non solo la favori, ma l'abbraccio (1534) e si adopero assai per diffonderla e consolidarla, specie nell'alta Italia e nelle Marche. Nel 1663 il suo corpo fu trovato incorretto. Con s. Girolamo Emiliani fondò a Brescia l'opera degli Orfanelli della Misericordia, e combatté anche con gli scritti le infiltrazioni protestanti in Italia.
Bibl.: M. a Pobladura, Historia generalis Ordinis Capuccinorum, I. Roma 1946, v. indice; G. Cantini, I Francescani d'Italia di fronte alle deltrine (uterane e calciniste durante il Cim. aneento (Bibliotheca Pontificii Athenaei Antoniani, 3), ivi 1948, pp. 69-74, con bibl. Alberto Ghinato
GIOVANNI da Fécamp. - Abate e teologo benedettino, n. a Ravenna alla fine del sec. x, m. a Fécamp (Normandia) il 22 febbr. 1078. Nipote del celebre abate b. Guglielmo da Volpiano, ne divenne presto il discepolo prediletto nell'abbazia di S. Benigno di Fruttuaria. Seguì lo zio, quando questi si recò in Francia a fondare il monastero di S. Benigno di Digione e nel 1017 fu dal medesimo creato priore dell'abbazia della S.ma Trinità di Fécamp, di cui divenne abate nel 1028. Dal 1052 al 1054 governò anche l'abbazia di Digione. Proprio in quel momento Fécamp divenne il centro di una Congregazione benedettina, cui successivamente si unirono i monasteri di Blangy, Saint-Taurin, Bernay. Se in quel fervido periodo di riforme monastiche, capeggiate da Cluny, da St-Vanne e da S. Benigno di Digione, non si ebbero rivalità, i capi però dovettero partecipare a tutto il movimento politicoreligioso dell'epoca e soggiacere ai suoi urti e alle sue scosse. G., amico del re inglese Edoardo III, era accetto anche a Guglielmo il Conquistatore, che volentieri si recava a Fécamp; in rapporto con Fruttuaria, non perdette i contatti con l'Italia e l'Impero; con l'imperatrice Agnese, madre di Enrico IV, ebbe relazioni epistolari.
Dotato di forte sensibilità, a contatto con i grandi ebbe molto a soffrire per l'incomprensione e la rudezza degli uomini. Piccolo di statura (era perciò chiamato Jeannelin, diminutivo, che G. non disdegno), di animo mite, governò con quella moderazione, che è la caratteristica della Regola di s. Benedetto. Caldo d'amore divino desidero trasfondere l'interno fervore nei suoi monaci. Eremita di desiderio, fu un antesignano della tendenza, che in quello stesso periodo doveva largamente diffondersi per opera di s. Romualdo e di s. Brunone. Assetato di contemplazione, passo per i grandi uffici portando nel cuore la struggente brama della solitudine e la nostalgia della "patria". Sotto questa pressione religiosa, la sua penna non s'attarda su argomenti umani, come freccia punte verso il cielo.
Scrisse : Confessio theologica (PL 40, 909-36; nuova ed. di J. Leclercq - I. P. Bonnes, pp. 109-83 in tre parti, Trinità, Redenzione, anima redenta); Libellus de Scripturis et verbis Patrum, in quattro parti (Incarrazione e perfezioni divine, amore di Cristo, contemplazione, preghiere); Confessio fidei (PL 101, 1027-98), in quattro parti (Dio Uno e Trino, Incarnazione del Verbo, spie-
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gazione del Simbolo, Eucaristia). Il manoscritto 245 della Biblioteca municipale di Metz contiene un compendio della Confessio fidei, un tempo attribuita ad Alcuino. Questi tre scritti non sono che diverse recensioni di una stessa opera, che si può considerare una "teologia pregata ", da cui furono tratte le Meditationes, i Sali-
lognia e il Manuale attribuiti a s. Agostino e largamente diffusi fino ai nostri tempi. I. Leclercq e I. P. Bunnes hanno edito nuovi opuscoli: Deploratio quietis et solitudinis derelictae (op. cit., pp. 184-97) : opera della maturità, forse la più personale; Lestus paenitentiae (ibid., pp. 221228) e Pater mi (ibid., pp. 229-30) : due poemetti spirituali; quattro lettere di direzione spirituale (ibid., pp. 198-220) rivelatrici dell'animo e del metodo dell'autore; la terza è diretta all'imperatrice Agnese. Il Migno (PL 147, 463-73) aveva già edito altre lettere di governo, in cui G. si manifesta calmo, ma energico. Il Wilmart ha attribuito varie Meditationes e Preces (soprattutto le preghiere ritenute di s. Ambrogio, che il Breviario romano riporta in calce come praeparatio ad Missam) a G., ma il Leclercq avanza seri dubbi sull'autenticità.
Queste opere, pur nella semplicità dello stile, nella ripetizione dei concetti e nella ridondanza della frasi fatte d'imprestiti biblici e patristici, sono dotate di una speciale vertus suosiva e alla distanza di un millennio hanno ancora la freschezza di una sorgente montana. Il Wilmart le ha giustamente ritenute la miglior produzione ascetica del medioevo prima di s. Bernardo e si può aggiungere che i capitoli eucaristici della Confessio fidei sono tra i più belli dell'epoca. Questi scritti, sotto il nome di s. Agostino, hanno attraversato i secoli, perché riflettono l'incoercibile anelito dall'anima cristiana verso il Paradiso.
Bibs.: A. Wilmart, 7ean de Fécamp. La complainte sur les fins dernières, in Revue d'ascétique et de mystique, 9 (1928), pp. 385 398; id., Auteurs spirituals et textes dévots du moyen âge latin, Parigi 1932, pp. 135-36 e passim; id., Deux préfaces spirituelles de 7ean de Fécamp, in Revue d'ascétique et de mystique, 18 (1937), pp. 24-44; G. Chevrier-M. Chaume, Chartes et documents de St-Bénigne de Dijon, Digione 1943, pp. 107-100 (riproducono una lettera di G. di F.), pp. 251-52, 292; F. Baix-C. Lambot, La divation à l'Euclieristie et le XIIe centenaire de la Fête-Dieu, Gembloux-Namur 1946, pp. 52-53; J. Leclercq-J. P. Bunnes, Un maître de la vie spirituelle au XIIe siècle: 7ean de Fécamp, Parigi 1946 (opera magistrale; a pp. 109-230 l'edizione accuratissima delle opere, di cui sopra); J. De Ghellinck, Le mouvement théologique du XIIe siècle, $2^{e}$ ed., Bruges 1948, pp. 29, 82, 122, 123, 249; S. Venni Rovizhi, Z. Anséna e la filosofia del sec. XI, Milano 1949, pp. 19-20. Di scarso valore la traduzione delle Meditationes, dei Saliloguia e del Manuale, curata da G. Cappebetti, Verso l'eccarro. Trilogia ascetico-mistica medioevale, Alba 1948.
Antonio Piolanti
GIOVANNI da Fermo: v. GIOVANNI dalla VERNA.
GIOVANNI Filopono: v. filopono, GIOVANni.
GIOVANNI di Friburgo, detto Lector. - Moralista domenicano, m. a Friburgo il 10 marzo 1314.
N. probabilmente a Haslach presso Friburgo in Br., G. vi rese celebre il Convento domenicano; fece probabilmente gli studi a Strasburgo, che forse completò a Parigi. Il 30 nov. 1294 tracciò i nuovi limiti dei Conventi di Friburgo e Basilea, resi necessari per la fondazione del Convento di Gebweiler. Eccettuato l'insegnamento a Basilea, G. fu fedele al suo Convento di Friburgo che illustrò come lettore e come priore.
Se G. lasciò qualche sermone in tedesco e in latino, la sua eredità letteraria e dottrinale è conservata principalmente nei suoi scritti per l'incremento della morale pratica. Oltre la Sum in tütvli sulle 7 virtù, si hanno di G. il Registrum o Tabula super textu et apparatu [Guilelmi Redonensis] sive glossa Raymundi [de Peñafort]; Additiones ad Summam Raymundi; Quaestiones casuales (del 1277?); Confessionale; Summa confessorum (1297) anche detta Summa Iohannina; Statuta Summae confessorum ex sexto libro decretalium addita (dopo il 9 marzo 1298); Manuale ossia estratto dalla Summa; Summa
abbreviato; un commento al $4^{\circ}$ libro delle Sentenze che Quétif gli attribuisce è probabilmente spurio.
La Summa confessorum abbraccia, come la Summa di s. Raimondo, i libri. Mentre Raimondo procede da canonista, G. è moralista. G. supera di due terzi la mole della Summa raimondiana, basandosi sui teologi Alberto Magno, s. Tommaso, e anche su Pietro di Tarantasia, Ulrico di Strasburgo ed altri, e sui canonisti Guglielmo di Bennes, Goffredo di Trani, Hastiensia, Innocenzo IV, Bernardo di Bottone, Guglielmo Durandi senior, Monaldo, Ermanno da Minden, Burcardo di Strasburgo, diversi glossatori, e sulle decretali papali da Gregorio IX e Bonifacio VIII. La Summa Iohannina fornisce ai confessori una morale completa, corredata dalle dottrine di Alberto e Tommaso ed altre autorità. La Iohannina ha eclissata la Summa raimondiana.
I manoscritti sono enumerati presso Quétif-Echard, Schulte e Dietterle, però senza completezza. La più antica stampa della Summa confessorum è del 1476 ad Augusta. Un discepolo di G., fra Bertoldo, tradusse la Summa confessorum, forse già prima del 1300 , o almeno tra il 1300 e il 1310 , in tedesco e ne procurò una diffusione straordinaria nell'età dei manoscritti e degli incunaboli. La Tabula super Summam, la Summa radium, la Summa casuum abbreviata di Guglielmo di Caycu, la Règle des marchands sono sunti o abbreviazioni della Summa Iohannina.
Binl.: Quétif-Echard, pp. 323-26; J. F. Schulte, Die Gesch d. Quellen u. Literatur des canonischen Rechts, II, Stoccarda 1877, p. 419-23; M. D. Chenu, 7 ean de Fribourg, in DThC, VIII, 1, coll. 761-62; cf. VI, col. 903; K. Hilgenreiner, s. v. in LThG, V, coll. 498-99; O. Geiger, Studien über Br. Berthold, in Freiburger Diäonsin-Archiv, nuova serie, 21 (1920), pp. 1-18; A. Walz, Ilst Yohana van Freiburg in Paris sindiert?, in Ameficum, 11 (1934), pp. 245-49 (con bibl.).
Anselo Walz
GIOVANNI di Fruttuaria (Giovanni Iomo di Dio). - Abate benedettino vissuto nella prima metà del sec. XI, m. o Fruttuaria verso il 1050. Menò prima vita eremitica, ma fu attratto a quella conobitica del b. Guglielmo di Dijon. In questa abbazia visse dedito agli studi e alla pietà, nella quale si distinse in modo particolare. Altra sua dote fu quella di una grande prudenza che dimostrò soprattutto da superiore a Fruttuaria, di cui fu il primo abate.
A G. è stata rivendicata la paternità di un opuscolo molto noto e pregevole, attribuito a s. Bernardo fin dal sec. XII : il Tractatus de ordine vitae et moram institutione. Questa operetta, che ebbe parecchie edizioni, esercitò molto influsso nella spiritualità del tempo e ancora nei secoli seguenti. Essa è destinata alla formazione dei novizi e dei giovani monaci, ai quali inculca l'esercizio delle virtù praticate nello spirito della Regola di s. Benedetto. Sono analizzate con cura ed esattezza le virtù monastiche e quelle morali, come pure i vizi opposti; ciò che rivela in G. un autore molto riflessivo e buon conoscitore delle anime. Ha una certa tendenza all'austerità, e la sua visione della vita regolare è piuttosto severa. Dall'abbazia piemontese di Fruttuaria, che fu un centro di riforma monastica nell'Italia del nord ed in un grande numero di abbazie germaniche, le idee di G. esercitarono la loro benefica influenza in quei luoghi che seguivano gli usi di quel monastero.
Bibs.: PL 184, 259-84 e 147, 477-80; A. Wilmart, 7ean l'homme de Dieu, auteur d'un traité attribué à st Bernard, in Revue Mabillon, 15 (1925), pp. 5-29; id., Exode et conclusion du traité de 7ean l'bomme de Dieu, in Revue 2éudd., 38 (1926), pp. 310-20; U. Bertière, L'assèse béudéistique, Marmisona 1927, pp. 77-78; Ph. Schmitz, Histoire de l'Ordre de St Benoît, $2^{\text {e }}$ ed., ivi 1949, pp. 399-401.
Ambrogio Mancone
GIOVANNI di Galles (Wales, Gualenzia, Falensia). - Celebre teologo dei Frati minori, inglese, n. nella contea di Wales, nella prima metà del sec. XIII, m. a Parigi ca. il 1303 (secondo il Little, m. il 3 apr. 1285). Il corso dell'insegnamento accademico di G. si riassume oggi in queste date fondamentali : sesto lettore dello Studio minoritico di
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Oxford nel 1259-62, a Parigi ca. il 1270 e quivi stesso reggente di Studio nel 1281-83. Nell'ott. 1282 ebbe dall'arcivescovo Giov. Pecham (v.), suo discepolo, l'incarico di trattare col ribelle principe Llewelyn di North Wales. Nel 1283 a Parigi fu uno dei 5 esaminatori delle dottrine di P. Olivi; vi tenne prediche il 29 apr. e il $1^{\circ}$ maggio. Fu detto onorificamente arbor vitae. Fecondo scrittore, lasciò numerose opere, molto varie nell'argomento, ma per lo più morali e ascetiche, conservate in ca. 100 manoscritti (secc. xIII-XX) e in parecchie edizioni ( 12 tra 1470 e 1520 ) che ne testimoniano il valore e la diffusione.
Si ricordano tra esse: Communiloguium, o Summa collatilamia (Brusselles 1472 e altrove; esortazioni ed esempi ad ogni genere di persone); Breviloguium de virtutibus antiquorum principum (edito con l'opcra precedente); Compendioguium de vitis illustrium philosopharum... (ivi); Breviloguium sepientiae sive philosophia sanctorum (ivi); trattati morali De Poenitentia, De septem vitiis, De decem praeceptis, ecc.; postille all' Apocalisse (dubbia) e alle Epistole psoline, e altre opere scritturistiche e morali dubbie; piuttosto dubbio è pure il commento in 4 Sententiarum, stampato sotto il suo nome (Lione 1511); va tuttavia meglio a lui attribuire il trattato manoscritto De arte praedicandi, da taluni prima negato. In alcuni manoscritti passa pure sotto il suo nome una Expositio regulae Ord. Minorum (ed. in Firmamentum, III, Venezia 1513, ff. 98106). Il Gallese è buon teologo, e piuttosto un buon moralista, con intenti pratici, secondo l'ideale tracciato da s. Francesco nella sua Regola. Egli stesso si dice "ignorante di filosofia", ma bisogna anche tener conto della grande stima dotiorale che ebbe presso i contemporanei. Esistono ancora a diverse versioni italiane di un suo trattato, fatte nel ' 300 e ' 400.
Un altro G. di G., O. F. M., fu promosso maestro in teologia nel 1368 per ordine di papa Urbano V, e fu lettore a Londra.
BibL.: A. G. Little, The grey Friars in Oxford, Oxford 1892, pp. 78, 133-51, 311; id., The franciscan school at Oxford, in Arch. franc. hist., 19 (1926), pp. 843-46; M. Haurćau, in Hist. littér. de la France. XXV, Parigi 1869, pp. 117-200; Edouard d'Alençon, Jean de Galles, in DThC. VIII, t. coll., 762-63; Sbaralea, II, pp. 83-88; P. Gioriaus, Répertoire des maîtres en théol.. II, Parigi 1924, pp. 114-18, e integramenti di V. Doucet, in Arch. franc. hist., 27 (1934), pp. 250-53; cf. pure recensioni recenti del Bulletin de théol. anc. et méd., 5 (1935), nn. 190-91 e 196.
Arduino Kleinhans-Lorenzo di Fonzo
GIOVANNI di Genova: v. balbi, giovanni.
GIOVANNI, vescovo di Gerusalemme. - N. verso il $356, \mathrm{~m}$. nel 417 . Da giovane abbracciò lo stato monacale e nel 386 successe a s. Cirillo nella cattedra di Gerusalemme. Non molto dotto e non sempre ortodosso nella dottrina, fu tuttavia lodato e venerato dai contemporanei per le sue virtù e la santità della vita.
Il suo amore per le dottrine origeniste gli attirò contro l'inimicizia di s. Epifanio e s. Girolamo, originando una lotta poco edificante. Essa ebbe inizio nel 393 quando Epifanio nella chiesa del S. Sepolcro predicò contro gli origenisti; G. gli rispose accusandolo di antropomorfismo. La rottura divenne definitiva quando poco dopo s. Epifanio ordinò sacerdote per il monastero di Betlemme Pauliniano, fratello di s. Girolamo, ed insieme scrisse una lettera ai monaci mettendoli in guardia contro il vescovo origenista. G. se ne lamentò presso il Papa, ed insieme lanciò l'interdetto contro i monaci di Betlemme. S. Girolamo allora, già amico di G., scrisse un opuscolo contro di lui, ribadendo le accuse di origenismo. Lo scandalo era grave; nel 396 il conte Archelao si adoperò invano per pacificare i contendenti, ma l'anno seguente, mercé l'intervento del vescovo Teofilo di Alessandria, la pace poté essere ristabilita. Nel 415 G. accolse con simpatia Pelagio, la cui dottrina riconobbe come ortodossa nel Sinodo di Diospoli del 416. Poco dopo assistette inerte al saccheggio del monastero di Betlemme da parte dei pelagiani, meritandosi sapri rimproveri da papa Innocenzo I.
BibL.: s. Girolamo, Adv. Johannem: PL 23, 368-412; Tillemont, XII, pp. 160-200, 335-43; Moricea, pp. 1277-81, 1361-63; L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, III, Parigi 1929, pp. 44-51.
Agostino Amore
GIOVANNI di Gesù-Maria (Calaguritanus). Teologo mistico carmelitano, al secolo Giovanni de S. Pedro y Ustarroz, n. a Calahorra il 27 (?) genn. 1564, m. a Montecompatri nel 1615.
Studiò a Salamanca ed entrò nella riforma di s. Teresa a 18 anni, nel celebre noviziato di Pastrana. Sacerdote nel 1590 , l'anno seguente venne in Italia, nel convento di Genova. Dopo il Capitolo generale di Cremona (1593), in cui i Carmelitani Scalzi furono separati dai Calzati, formando un Ordine distinto, fu il primo maestro del noviziato che si aprì allora a Genova. Quando nel 1598 il papa Clemente VIII eresse la Congregazione d'Italia degli Scalzi, venne a Roma e fu maestro dei novizi nel convento di S. Maria della Scala. Si distinse per la singolare sua capacità di educatore e scrisse a questo scopo parecchie opere che nell'Ordine divennero di uso tradizionale: Istruzione dei novizi (1589), Disciplina claustrale (1598), Istruzione del maestro dei novizi (1607). Fu uomo di consiglio, assai ricercato da molti personaggi ecclesiastici; grande amico del Bellarmino. Dopo essere stato generale dell'Ordine (1611-14) si ritirò nella solitudine di Montecompatri. Il suo corpo vi si conserva incorrotto.
Scrittore di sommo valore, le sue opere per tre volte ebbero l'enore di un'edizione complessiva: nel 1622 e nel 1630 a Colonia; nel 1772-74 a Firemen (Ven. P. F. Joannis a J. M. Opera omnia... illustrata per P. F. Ildefonsum a S. Aloysio). In esse si rivela esegeta, scrittore spirituale, educatore, poeta latino classico. Nel campo della mistica ci lasciò una Theologia mystica (1607) scritta in latino, gioiello di dottrina profonda e precisa; in essa gli insegnamenti e le nozioni tradizionali si incontrano con l'esperienza di s. Teresa. Ebbe molte edizioni, delle quali una recente (Friburgo in Br. 1912). La sua Scuola di orazione, contemplazione, ecc., scritta in italiano (1610) è una piccola somma di dottrina spirituale in forma di catechismo. La precisione dei concetti la rende utilissima.
BibL.: P. Florencio del Niño Jesús, El N. P. Juan de Jésus Maria, Burgos 1919. Gabriele di Santa Maria Maddalena
GIOVANNI di Giscala. - Guerriero giudex, n. a Giscala (ora el-Git), a nord-ovest del lago di Tiberíade. Animato da profondo odio antiromano, fu uno dei principali condottieri dell'insurrezione del 66-70.
Giscala fu l'ultima città di Galilea ad arrendersi a Tito. G., fuggito al momento della resa, si rifugiò in Gerusalemme, ove istaurò il regno del terrore (Fl. Giuseppe, Bell. Iud., IV, 208 sgg .) nel suo settore, in continua guerriglia contro Eleazaro e Simone (op. cit., V, 21 sgg.), mentre i Romani stringevano sempre più l'assedio. Con uno stratagemma, nella Pasqua del 70, G. occupò il settore di Eleazaro (loc. cit., 100 sgg.); quindi, nell'imminenza della conquista romana, si accordò con Simone per continuare la guerra contro lo straniero (loc. cit., 278 sgg.). Occupata la città nel sett. del 70, G. fu inviato a Roma per ornare il trionfo di Tito. Mentre Simone fu ucciso nel Tulliano il giorno del trionfo, G. finì la sua vita la prigionia (op. cit., VI, 434).
Angelo Penna
GIOVANNI Giusto di Landsberg: v. LANSPERGIO.
GIOVANNI di Goch (Gochius): v. Goch, JOHANN PUPPER.
GIOVANNI di Gorze. - Abate e riformatore benedettino, n. a Vandières (Pont-à-Musson) sul principio del sec. x; studiò a Metz e a St-Mihiel, ma con scarso profitto. Ancora adolescente rimase ordano di padre, e fu costretto ad occuparsi dell'amministrazione dei beni paterni. Dopo un litigio con gli
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altri della famiglia fu assunto da un nobile vicino come parroco della sua chiesa. In quest'ufficio conobbe e visitò poi con frequenza il monastero femminile di S. Pietro di Metz, e al contatto della vita claustrale e della buona osservanza di quelle monache maturò in lui la vocazione monastica, che egli segui con ardore insieme ad altri compagni. Con loro intraprese un viaggio in Italia meridionale, sostò qualche tempo a Montecassino, quindi tornò in patria con l'intento di ristabilire nella più antica osservanza la vita monastica. Dopo molte difficoltà egli e i suoi compagni ottennero nel 933 dal vescovo di Metz l'abbazia di Gorze, fondata da s. Crodegango nel 749 e in quei tempi ridotta agli estremi anche materialmente. G. vi ricoprì la carica di cellerario, poi nel 945 quella di portinaio, nel 949 quella di priore, e infine nel 967 fu eletto abate.
Eccezionalmente rigido con se stesso era invece indulgente con i suoi monaci, che con la sua saggia e cauta energia portò a grande prosperità materiale e spirituale. Ben presto la fama delle sue virtù si sparse oltre le mura del chiostro; gli furono affidate alcune delicate mansioni, prima ancora che fosse abate : nel 953 Ottone il Grande lo inviò al califfo 'Abd ar-Rahmān. G. con la sua fermezza ed energia riusci ad avere risultati che altri incaricati prima di lui per la stessa missione non avevano potuto raggiungere.
Il nome di G. di Gorze è soprattutto legato alla riforma monastica che egli introdusse nel suo monastero prima, e che poi si estese a ca. 70 abbazie; divenne così il centro della rinascita della vita monastica in Germania. Questa riforma era basata sul ritorno alla primitiva osservanza della Regola, ma aggiungeva delle pratiche austere non proprie dello spirito di s. Benedetto. Con tutto ciò essa conquistò sempre maggior terreno in Germania e in Belgio, e perfino in Roma. Più che alla riforma di Cluny essa va riallacciata a quella della Lorena, che comprende le riforme di Brogne e di Riccardo di St-Vanne, oltre quella di Gorze. La durata di quest'ultima abbruccia zoo anni. G. m. a Gorze il 7 marzo del 976. La sua memoria nel Martirologio benedettino è invece al 27 febbr.
Bibl.: Vita in Acta SS. Februarii, III. Parigi 1865, pp. 686715 e in Acta SS. OSB., V, pp. 363-412; F. Chaussier, L'abbaye de Gorze, Metz 1894, pp. 79-101; G. Wolf, Die Gorzer Reform in ihrem Verhältnis zu den deutschen Klöstern im Elsass, in Lotbringisches Jahrbuch, 9 (1931), pp. 93-111; A. Zimmermann, Kalendarium Benedictinum, I, Metten 1933, pp. 258-59 e 260-61; Ph. Schmitz, Histoire de l'Ordre de si Benoit, II, $2^{e}$ ed., Marredsoca 1948, pp. 161-62.
Ambrogio Mancone
GIOVANNI de Gradibus (da Gradi). - Giureconsulto italiano, m. a Lione ca. il 1525.
Fu rinomato professore di diritto canonico e civile, ma non è certo se in Pavia o in Lione, dove dimorò certamente a lungo, o in ambedue queste città. Fu inoltre consigliere di Luigi XII, re di Francia e duca di Milano. E noto e molto benemerito nel campo giuridico ed editoriale per le edizioni, per lo più le prime, da lui curate e corredate di annotazioni critiche ed aggiunte, dei canonisti e giuristi dell'epoca precedente, quali Guido da Baisio, Giovanni da Imola, Pietro da Ravenna, Egidio de Bellemère, Francesco Zabarella, Domenico da S. Gemignano, Felino Sandeo, Filippo Decio, Cino da Pistoia ed altri. Curò pure l'edizione di una Bibbia (Lione 1522), arricchita di un suo apparato di concordanze e di note illustrative ricavate dalle Antichità gindacche di Giuseppe Flavio.
Bibl.: F. Argelati, Bibliotheca scriptorum Mediolanensium, I, Milano 1745, parte $2^{\text {a }}$, col. 700; II, ivi 1745, col. 1905; A. Franklin, Dictionnaire des noms, surnoms et pseudonymes latins de l'histoire littéraire du moyen âge, Parigi 1875, col. 274; J. F. von Schulte, Die Geschichte der Quellen, II, Stoccarda 1875, pp. 275, 310, 340 in nota; Hurter, II, col. 1286.
Zaccaria da San Mauro
GIOVANNI il Grammatico: v. filopono, GIOVANNI.
GIOVANNI di Hildesheim. - Carmelitano tedesco del sec. xiv. Studiò a Parigi e coprì poi per molti anni l'ufficio di priore a Kassel (1361) e a Marienau (dal 1369).
Fu il divulgatore della leggenda intorno ai corpi dei Magi: De trium Regum corporibus Coloniam translatis (Magonza 1477, tradotta in diverse lingue; novissima ed. Stoccarda 1925). Importante è il suo trattato filosofico: Speculum fontis vitue (ms., Landra, Bibl. Bodley, cod. 1143), in cui tratta, con lo stile dei neoplatonici, dell'emanazione dell'universo da Dio. Come storiografo scrisse, oltre una cronaca dell'Ordine e una collezione di leggende carmelitane, un Defensorium Ordinis B.M.V. de M. Carmelo (pubblicato in Daniel a Virgine Maria, Speculum Coros., I, Anversa 1680, pp. 145-59).
Bibl.: B. Xiberta, De scriptoribus scholast. saec. XIV O. Carm., Lavanio 1931, pp. 57-58; C. de Villiers, Bibl. Carm., II, $2^{\text {e }}$ ed., Rome 1927, pp. 4-8. Ambrogio di Santa Teresa
GIOVANNI da Imola: v. Nicoletti, gIOVANNI DA IMOLA.
GIOVANNI VIII Paleologo, imperatore di Bisanzio. - Figlio di Manuele II Paleologo, n. nel 1383, collega del padre nel trono, gli succede nel 1425 .
L'Impero bizantino era ormai ridotto alla sola capitale ed a pochi territori in Tracia ed in Morea. G. VIII aveva contrastato con le tendenze del padre, desideroso di accordi con il sultano turco, ed aveva insistito per una politica energica. Però resistere alla enorme superiorità di Murad era assurdo. G. VIII tentò la sola via che offrisse speranza: trovare aiuti d'armi in Occidente con l'appoggio del papato. A questo scopo riprese il progetto dell'unione delle Chiese ed iniziò trattative con Martino V e con Eugenio IV offrendo la riunione di un concilio a Costantinopoli. Da Roma si oppose la proposta di un concilio in Occidente.
La discussione si complicò quando sorse il conflitto tra la Curia romana ed il Concilio di Basilea, che separatamente trattarono con l'Imperatore bizantino. Questi sperò in un accordo con i Padri di Basilea, per evitare la questione spinosa della supremazia papale, ostica ai Greci e contestata a Basilea. La vittoria di Eugenio IV e la riunione del Concilio di Ferrara (18 genn. 1438) decisero G. VIII : questi giunse in Italia con il parlarca bizantino e la delegazione dei teologi greci. Le trattative di Ferrara si trasportarono a Firenze dove nel 1439 fu trasferito il Concilio. Per facilitare l'accordo, si abbandonarono le discussioni pubbliche e fu affidata la questione dell'unione a commissioni; G. VIII, preoccupato di salvare l'unione, mise a silenzio agli antiunionisti. La questione dell'autorità papale fu superata con la vaga farmola del patriarca di Nicea Bessarione. Chiusi i lavori conciliari il 5 luglio 1439, il 6 l'unione fu proclamata nel Duomo fiorentino. G. VIII, solo nel febbr. 1440 fu di ritorno nella sua capitale, ma l'opposizione violenta del clero al suo operato impedì l'unione che non fu proclamata in S. Sofia. L'Imperatore sollecitato dal Papa cercò di sostituire i dignitari ecclesiastici più ostili, organizzò discussioni pubbliche per popolarizzare la cosa, ma a nulla riusci.
I progetti di crociata discussi a Firenze sfumarono; i tentativi di Giovanni Hunyadi e dei Veneciani trovarono a Costantinopoli indifferenza. La questione più grave era ora la successione nel trono : dei fratelli di G. VIII, Costantino e Teodoro erano unionisti, Demetrio invece ostile; nel 1442 già si era ribellato e nella guerra civile intervenne come pacificatore il sultano Murad. G. VIII m. il 31 ott. 1448.
Bibl.: A. Vasiliev, History of the byzantine Empire, Madison 1928-29 (ed. franc. Histoire de l'empire byzantin, Parigi 1932); E. Doelger, Die Krönung 7. VIII, zum Mitkaiser, in Byz. Zeitschr., 37 (1936); L. Bréhier, Vie et mort de Byzance, ivi 1947.
Francesco Cognasso
GIOVANNI Plantageneto, Senza Terra, re d'InOhilterra. - N. il 24 (?) dic. 1167 a Oxford, m. il
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19 ott. 1216 a Nervark. Figlio di Enrico II (v.), fratello e successore di Riccardo Cuor di Leone, fu detto Senza Terra perché nella divisione delle terre, fatta dal padre tra i quattro suoi figli, non ebbe alcuna parte.
Mentre non fu uomo politico come il padre, né cavalleresco e magnanimo come il fratello, raggiunse ambedue nell'orgoglio dispotico, e li superò per brutalità e violenza. G. non riusci a risolvere le tre grandi e intricate questioni del suo regno : cioè le relazioni fra Chiesa e Stato in Inghilterra, le relazioni con la Francia, gli accordi interni fra Anglosassoni e Normanni, fra popolo e nobiltà.
Appena asceso al trono fu implicato nel conflitto con Filippo Augusto re di Francia, che, quale protettore di Arturo, cugino di G. e pretendente al trono inglese, occupò una parte della Normandia. Indeciso e poco previdente G. concluse la vergognosa pace di Vescoi il 23 maggio 1200; rapi con la violenza Isabella di Angoulême che divenne sua sposa; assassinò suo cugino Arturo e riprese la Normandia.
Venne in conflitto anche con il papa Innocenzo III, perché non aiutò Ottone di Brunswig, protetto dal Papa, a ottenere l'Impeto, e poi, nel 1205, a causa dell'elezione del nuovo arcivescovo di Canterbury, Stefano Langton (v.), eletto dal Capitolo di Canterbury e confermato dal Papa, ma non accettato da lui che voleva eletto il suo cancelliere, il vescovo di Norwich.
Nel 1208 fu posto l'interdetto sull'Inghilterra e nel 1209 fu scomunicato lo stesso G., a cagione delle persecuzioni contro persone e beni ecclesiastici. Il Piontefice nel 1212 sciolse i sudditi dal giuramento di fedeltà. Nel caso di incorreggibilità di G. fu promesso il trono d'Inghilterra a Filippo Augusto re di Francia, che fu costituito anche esecutore della sentenza contro G. Filippo, sostenuto dalla maggior parte dei baroni e prelati d'Inghilterra, indisse nel 1213 la guerra per cui G. fu costretto a rappacificarsi con la Chiesa (a Dover nel maggio del 1213). In questa pace G. promise al Papa: 1) ubbidienza; 2) restituzione dei beni ecclesiastici; 3) pagamento di un tributo annuale alla Sede Apostolica per il suo regno d'Inghilterra, che, per salvarlo, dava quale feudo alla S. Sede; 4) richiamo dei prelati esuli.
Innocenzo III credette alla sincerità di queste condizioni e protesse G. contro Filippo Augusto. Nel 1215 la nobiltà inglese, insorta contro il Re, gli strappò la Magna Charta libertatum (v.). In seguito i nobili chiamarono in Inghilterra il Delfino di Francia, Ludovico VIII, che, eletto re d'Inghilterra, entrò a Londra nel 1216, ma fu scomunicato dal legato pontificio. Nello stesso anno Innocenzo III e G. morirono. A G. succedeva il figlio Enrico III (v.), sotto il quale, ristabilita la pace con Ludovico VIII e con i nobili, la Magna Charta libertatum ottenne la sua forma definitiva e più mitigata, e, approvata dal Re e dal legato pontificio, divenne il fondamento e il primo es