stesso anno Innocenzo III e G. morirono. A G. succedeva il figlio Enrico III (v.), sotto il quale, ristabilita la pace con Ludovico VIII e con i nobili, la Magna Charta libertatum ottenne la sua forma definitiva e più mitigata, e, approvata dal Re e dal legato pontificio, divenne il fondamento e il primo esempio di un governo costituzionale.
BibL.: Walter di Coventry, Memoriale, ed. G. Stubbs, 2 voll., Londra 1872-73; Ralph di Coggeshall, Chronicon Anglicamum, ed. G. Stevenson, ivi 1875; Gervasio di Canterbury, Gesta Regum, ed. G. Stubbs, 2 voll., ivi 1879-80; W. F. Ladembauer, Wie wurde König Johann von England Vasall des hl. Stuhls?, in Zeitschrift für hath. Theologie, 6 (1882), pp. 201247; 393-443; G. Stubbs, Constitutional history, Oxford 1897; K. Norgate, Yohn Lachland, Londra 1902; F. N. Brooke, The English Church and the Popery (ro66-r213), Cambridge 1931.
## GIOVANNI Ispano: v. giovanni aben daHut.
GIOVANNI Italo. - Ellenista del sec. xi, n. nell'Italia meridionale (l'origine calabrese non è affatto dimostrata). Seguì il padre in una campagna militare in Sicilia e verso il ro43 passò a Costantinopoli dove si applicò allo studio delle lettere. Prima discepolo e quindi successore di Michele Psello
nella carica di G̛̃æos 764 966006544 (princeps philosophorum), ne condivise l'entusiasmo per l'antichità greca e per i filosofi neoplatonici Porfirio, Proclo, Giamblico, le cui opere commentò nelle sue frequentatissime lezioni.
Espertissimo nella dialettica, ne applicò il metodo alla teologia esponendo i dogmi del cristianesimo secondo i principi e le nozioni dell'aristotelismo. Questo suo metodo e particolarmente lo zelo dimostrato nel promuovere lo studio delle lettere e della filosofia antica provocò vive reazioni nell'ambiente ecclesiastico e soprattutto monastico di Costantinopoli dove lo accusavano di aderire alle dottrine neoplatoniche. Nel 1075-76 furono condannate 9 proposizioni in cui l'opinione pubblica credette di riconoscere l'insegnamento di G. Ma la sua persona non fu molestata. Nel marzo del ro82 però, in seguito ad un movimentato processo, G. fu condannato e rinchiuso in un monastero. Venne poi a una ritrattazione, e la pena gli fu mitigata.
I suoi scritti non presentano carattere di originalità se si eccettua una raccolta di 93 brevi composizioni di origine varia. G. fu lungi dal sostenere tutti gli errori che gli vennero attribuiti. Ammiratore dell'antichità per se stessa, ne illustrò il pensiero credendo di poter sopprimere il netto distacco che la separa dal cristianesimo; sotto questo aspetto egli fu un precursore dell'umanesimo.
Opera nella maggior parte inedite, G. Cereteli, Johannis Itali, opuscula selecta, fasc. 1, T'iflis 1924; fasc. 11, ivi 1926.
BibL.: L. Petit, Jean Italos, in DThC, VIII, col. 826-28; P. E. Stephanou, Jean Italos philosophe et humaniste, Roma 1949.
Pelopidas S. Stephanou
GIOVANNI di JANDUN. - Filosofo, n. a Jandun, nelle Ardenne, nella seconda metà del sec. xili, m. a Todi nel 1328. Studio all'Università di Parigi dove, conseguita la laurea, insegnò filosofia. Il 13 nov. 1316 ebbe da Giovanni XXII un canonicato al Capitolo di Senlis.
Contro il tomismo dominante a quel tempo sostenne con estremo rigore le dottrine averroistiche, particolarmente : l'eternità del mote e del mondo, l'unità dell'intelletto agente, la doppia verità, l'impossibilità di una dimostrazione razionale dell'immortalità dell'anima. Con Marsilio da Padova collaborò al Defensor pacis (opera in cui, com'è noto, era aspramente impugnato l'autorità temporale-spirituale del papa, e affermato, insieme con il principio della sovranità popolare, il supremo potere dell'imperatore anche in materia religiosa), dando una impronta filosofica a tutto il libro. La collaborazione di G. al Defensor pacis era così nota, che egli fu compreso nella scomunica lanciata da Giovanni XXII, il 23 ott. 1327, contro gli autori della nuova teoria eretica. Ma già fin dall'anno precedente essi avevano cercato e trovato rifugio presso Ludovico di Baviera, di cui divennero ben presto i consiglieri. Il $1^{\circ}$ maggio 1328 G. di J. venne nominato, da Ludovico il Bavaro, vescovo di Ferrara, ma la morte lo colse prima ancora che avesse potuto raggiungere la sua sede. Fu spesso confuso con Giovanni di Gand tanto che alcune opere come il De laudibus Parisius e le Qunestiones sono promiscuamente attribuite all'uno e all'altro.
BibL.: J. A. Fabricius, Bibliotheca latina mediae et infimae aetatis, IV, $3^{\circ}$ ed., Firenze 1838, pp. 363-64; Hurter, II, col. 520; N. Valois, Jean de Jandun et Murdile de Padoae, in Hist. littéraire de la France, XXXIII, Parigi 1906, pp. 528-623; B. Nardi, Sigeri di Brabante nel pensiero del Rinascimento italiano, Roma 1943, pp. 12 s.d.. 100-102.
Emma Santo-tio
GIOVANNI di Kastl. - Verso il 1400 priore dell'abbazia di Kastl, benedettino (diocesi di Eichstätt), risulta da testimonianze manoscritte autore delle seguenti opere :
De adhaerendo Deo (attribuita ad Alberto Magno, finché il Grabmann non ne scoprì l'autore); Spiritualis philosophia de suiipsius vera et humili cognitione; De natura, gratia, gloria ac beatitudine in patria; De lumine increato; Expositio in Regulam s. Benedicti; Clenodium religiosorum;
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Expositio psalmorum in generali; fu anche autore di piccole trattazioni, parte delle quali in forma di preghiera. Il Trithemius menziona delle sunnominate la sola Expositio in regulam, ricordandone, però, altre. Stampato è solcmente il De adhaerendo Deo. Ivi G. si dimostra buon conoscitore della gnoseologia, della metafisica, della dottrina della Grazia e della mistica dell'Aquinate e fedele, nella concezione della vita spirituale, alla tradizione. Fermezza nell'ascesi (riforma di Kastl) e conoscenza di se stessi sono il fondamento per una aderente, intima venerazione dell'umanità del Cristo, specialmente delle sacrestimmate.
BibL.: Opere: De adhaerendo Deo, ed. J. Huyben (Scripta monastica a monachis Benedictinis abbatiae Pratalenesi edita), Padova 1935. Studi: M. Grabmann, Mittelatterliches Geistesleben, I. Monaco 1926, pp. 489-524; A. Mayer, Johannes v. K., in LThK, V, coll. 507-508; M. Grabmann, Yohannes v. K., in Die Rel. in Gesch. u. Gegeenvart, III, p. 325. Ignazio Backes
GIOVANNI di Kronstadt. - Celebre asceta russo, "ortodosso", n. nel 1829 da un chierico nelle vicinanze di Arcangelo, m. nel 1908. Compiuti i suoi studi all'Accademia ecclesiastica di Pietroburgo, venne a Kronstadt, isola nel golfo finnico presso Pietroburgo, dove fu prete nella chiesa locale di S. Andrea. Li svolse la sua attività fino alla morte. Non fu mai monaco. Nondimeno la sua vita fu tutta riempita di un ardentissimo zelo per la santificazione propria e del prossimo. Pregava molto ed a lungo, il che costituisce una sua nota speciale. Gli si ascrivono molti miracoli, anche a distanza. Scrisse un bel libro, La mia vita in Cristo, tradotto anche in francese. Morì in fama di santità e fu seppellito a Pietroburgo. Viene venerato talvolta dagli «ortodossi * in una maniera assai vicina alle aberrazioni sensuali dei chlysti.
BibL.: D. Barnett, Cristianesimo russo, Firenze 1948, v. indice; A. M. Ammann, Storia della Chiesa russi, Torino 1948, v. indice.
Alberto M. Ammann
GIOVANNI di Leeuwen. - Il più notevole scrittore mistico della scuola di Groenendaal, insieme a Ruysbroeck. N. nel 1295, condusse vita di artigiano ambulante prima di entrare come frate laico nel monastero di Groenendaal, m. nel 1378. Per la sua bonomia verso gli ospiti era chiamato «il buon cuoco». Di grande austerità, godeva di una elevata contemplazione.
Compose in lingua volgare vari trattati ascetici e mistici che ebbero gran voga nei Paesi Bassi e al di là del Reno, ove furono in parte tradotti in basso tedesco. Mirseus, ancora nel xvir sec., afferma che questi trattati meritavano di essere tradotti in tutte le lingue. Discepolo della grande mistica brabantina Hadewych, come anche Ruysbroeck, insieme al quale visse a Groenendaal, G. seppe tuttavia dare un'impronta personale alle sue opere. Più che gli altri, si sofferma sul sette doni dello Spirito Santo e in particolare sull'Interno di Gesù come strada verso la contemplazione della S.ma Trinità e dell'Essenza di Dio. G. fu il primo nei Paesi Bassi a insorgere contro Eccardo. Uomo del popolo grossolano e appassionato, che critica aspramente i costumi depravati del suo tempo, G. brilla tuttavia per fede sana e robusta, per ardore d'apostolo, per rettitudine e semplicità infantile.
BibL.: E. Pomarin, De origine monasterii Viridis Vallis, parte 3*. De vita Fratris I. de Leuvis, in Anal. Boll., 4 (1885), pp. 309-22; S. Asters, Jan van Leeuwen, Anversa 1943.
B. Spaapen
GIOVANNI da Legnano. - Giureconsulto, n. a Milano in data incerta e m. a Bologna il 16 febbr. 1383.
Professore fin dal 1350 di diritto civile e poi delle Decretali, svolse missioni diplomatiche di prim'ordine per conto della città di Bologna presso Gregorio IX, tanto che fu nominato in seguito vicario generale del Pontefice in quella città. Al sorgere dello scisma d'Occidente, sostenne con gli scritti la legittimità dell'azione di Urbano VI, il quale lo colmò di sovrani favori per la
costanza con cui diresse la polemica contro i fautori, soprattutto francesi, dell'antipapa Clemente VII.
Trattò di politica, diritto canonico e civile, di filosofia morale, di teologia e dello scisma. Le sue opere più importanti sono: Commentaria in Decretales; Commentaria in Clementinas; Commentaria in Decretum; inoltre i trattati: De bello, De repessalis, De duello, De pace; il De fletu Ecclesiae e i numerosissimi Consilio.
BibL.: F. von Schulte, Die Geschichte der Quellen und Literatur des casanischen Rechts, II, Smocarda 1875, pp. 297-61; G. Ermini, I trattati della guerra e della pace di G. da L., Imola 1933, con una bella sintesi biografica ed un elenco critico delle opere di G. da L.
Cosimo Potino
GIOVANNI di Limoges (Lemovicensis). - Teologo cistercense. Poche le notizie sulla sua vita. Un G. di L. è priore di Clairvaux nel 1206-1207; inviato a Bacony (o Zirc) in Ungheria, vi rimane come abate dal 1208 al 1218 ; m. in Francia verso l'a. 1250. Lo si identifica con il cistercense omonimo che compare nella serie dei maestri di Parigi, ma P. Glorieux dubita di questa identificazione, fissando l'attività letteraria di G. di L. verso il 1270. A cura di C. Horvath ne è stata curata l'Opera omnia (3 voll., Veszprém 1932).
BibL.: C. Horvath, nello studio introduttivo all'Opera omnia; O. Lottin, in Bulletin de théol. anc. et módićc., 5 (1933), p. 141 sgg.; P. Glorieux, Répert.ère des maîtres en théol. de Paris au XIIIe siècle, I, Parici 1934, pp. 252-54.
C. Celestina Piano
GIOVANNI di Lodi, beato. - Camaldolese, n. a Lodi verso il ro4o, m. a Gubbio il 7 sett. 1105. Abbracciò la vita eremitica a Fontavellana nel ro64 sotto la guida di s. Pier Damiano, del quale fu compagno nei frequenti viaggi, dopo la sua ordinazione sacerdotale che avvenne il ro65. Del Santo fu il primo biografo e ne ereditò lo spirito ascetico.
Tornato a Fontavellana dopo la morte di s. Pier Damiano, vi fu eletto priore, carica che ricoprì fino alla sua elevazione all'episcopato di Gubbio, al quale lo destinò il papa Pasquale II nel rro4. Ma, ormai ottuagenario, rimase in vita ancora un anno solo. E molto noto per la sua austerità di vita, e nel Martirologio benedettino è venerato come beato.
BibL.: Vita in Acta SS. Septembris, III, Parigi 1868, pp. 161 170; M. Sarti, De episcopis Engulmini, Pesaro 1755, p. 61; P. Cenci, Vita di s. G. di L., vescovo di Gubbio, Città di Castello 1906; A. Zimmermann, Kalendarium Benedictinum, III, Metten 1937, pp. 25 e 27.
Ambrogio Mancone
GIOVANNI di Lycopolis, santo. - Eremita e taumaturgo, chiamato il "Veggente della Tebaide", n. a Lycopoli (attuale Assiut) ca. il 300, m. alla fine del 394. Si ritirò verso i quarant'anni di età al vicino Monte dei Lupi per menar vita solitaria. I suoi mirabili fatti furono scritti da Evagrio e Palladio nelle Vitae Patrum e nella Historia Lausiaca.
Cassiano (De Inst. Mon., IV, 33, 4-6) loda la sua ubbidienza (i casi del palo secco e del sasso ingente son riportati da s. Ignazio nella celebre sua Lettera ai giovani gesuiti del Portogallo). Tutti i Martirologi esaltano lo spirito di profezia che ebbe G. dopo il trigesimo anno di vita eremitica, ma è curioso che da nessuno degli storici greci G. venga messo in rapporto con l'imperatore Teodosio, le cui vittorie sul tiranno Massimo (388) ed Eugenio (394) furono da questo santo preannunziate (s. Agostino, De Civit. Dei, V, 26). Morì nel deserto, pregando ginocchioni, più che novantenne, poco prima della morte dello stesso Imperatore, pure da lui predetta. E festeggiato dai copti il 17 ott.
BibL.: Palladio, Historia Lausiaca, capp. 43-45; Acta SS. Martii, III, Anversa 1668, pp. 692-99; BHL, 1, 640-41; E. Amelineau, Monuments pour servir à la histoire de l'Egypte chrétien aux IVe. VIIe siècles, Parigi 1888, pp. 650-65; W. Till, Kaptische Heiligen-und Mhrtyrerlegenden in Orientalia Christiana Analecta, roa (1935), pp. 138-54; P. Poeters, Une vie copte de si Yeun de Lycopolis, in Anal. Boll., 54 (1936), pp. 359-81.
Emmanuele Candal
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## GIOVANNI MACCABEO: v. MACCAbEl.
GIOVANNI di Matuma. - Scrisse ca. il 515 Plerophoriai, una raccolta di aneddoti, profezie e visioni di monofisiti nella loro lotta contro il Concilio di Calcedonia. L'opera esiste solo in frammenti copti ed interamente in una traduzione siriaca di Giovanni Rufo.
BibL.: Edizione : PO 8. 404-608. Cf. F. Nau, Rev. d'Orient chrét., 3 (1808), pp. 232-59, 337-92; Ch. Clermont-Ganneau, La Palestine au commencement du VIe siècle et les Pidrophories de Jean Rufus delque de M., Recueil d'Archdal, or., III, Angers, pp. 223242; A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, p. 184; v. anche : Ed. Schwartz, Johannes Rufus, ein monophyaitischer Schriftsteller (Sitzuuesberichte d. Heidelberger Ahademie der Wissenschaften, 16), Heidelberg 1912.
Erik Peterson
GIOVANNI Malalas (sirisco malàlá $=8$ retore 1). - Scrisse nel sec. vi una Cronografia che ebbe grande influenza sulla storiografia bizantina.
Ne esiste un manoscritto solo in lingua greca (Oxon. Baroccianus gr. n. 182) che è anche mutilato, ma si può fino a un certo punto integrare per mezzo della traduzione slava, del Laterculus imperatorum Malalianus e degli Excerpta Constantini. L'opera di G. M. fu estratta dalla Cronaca pasquale, da Giovanni Damasceno, Giorgio monaco, Giovanni di Nihiu ad altri. L'autore era monofisita; alcuni l'identificano con Giovanni III Scolastico, patriarca di Costantinopoli ( $363-74$ ). Di particolare interesse sono le sue notizie sulla città d'Antiochia.
BibL.: L'edizione di L. Dindorf nel Corpus scriptorum bistoriae Byzantinas, Bonn 1831 (riproduzione in PG 97, 99) è insufficente. Un testo critico dei II. IX-XII di A. Schenk von Stauffenberg, Die römische Kaisergeschichte bei M., Stoccarda 1931, con un importante commentario. Cf. inoltre: M. Spinka, in collaborazione con J. Downey, Chron. of Yohn M., VIII-XVIII. Translated from the Church slasonic, Chicago 1940. Sull'autore e la sua opera, v. Krumbacher, p. 325 sg.; K. Wolf, Johannes M., in Pauly-Wissowa, IX, II (1916), p. 1795 sg.; W. Weber, Studien zur Chronil des M., in Festgabe für A. Deissmann, Tubinga 1927, pp. 20-60.
Erik Peterson
GIOVANNI Mandakuni. - Celebre hatholihós armeno del sec. v. N. ca. il 400 , fu discepolo di s. Sahak il Grande e di Mesrop, figurando anche fra i "santi traduttori" della Bibbia. E poi presente al Sinodo di Sahapivan (447) e più tardi, ca. il 452 , soffre gravi torture per la fede, il che gli procura il titolo di "confessore». Finalmente viene eletto hatholihós dell'Armenia (480-87, oppure 484-98) e benché avanti negli anni accompagna il re Vahan nella guerra contro i Persiani. Finita questa, G. si dedicò alla restaurazione delle chiese e dello spirito cristiano.
Molte prediche sono state attribuite a G. negli antichi libri liturgici, la cui autenticità non è facile definire. Sembrano sue 25 delle 30 pubblicate con il suo nome a Venezia nel 1836 e 1860 . Una versione tedesca da J. Blatz e S. Weber in Ausgewählte Schriften der armenischen Kirchenyditer (Monaco 1927).
BibL.: B. Sargbisean, Ricerche critiche intorno a G. M. e le sue opere (in armeno), Venezia 1895; Bardenhewer, V, pp. 206208.
Ignazio Ortiz de Urbina
GIOVANNI di Matera, santo. - N. a Matera nel 1070 e m. il 20 giugno 1139. Dopo alcuni anni di vita eremitica, fondò verso il i 100 un convento presso Ginosa. Fu in relazione con s. Guglielmo di Monte Vergine. Verso il 1130 fondò la Congregazione dei monaci di S. Maria di Pulsano (dotti Pulsanesi), sul Monte Gargano, adottando la Regola benedettina secondo una rigida interpretazione.
Tale Congregazione ebbe rapido sviluppo e contò oltre venti monasteri sparsi anche in Sicilia, Toscana, e Liguria. A Pisa i monaci eran chiamati gli Scalzi. Successori di G. di M. furono il b. Giordano (m. nel 1145) e il b. Gioele (m. nel 1177). Sul finire del sec. xiv, alla morte dell'ultimo abate Antonio, l'abbazia di Pulsano passò
ad altre mani e la Congregazione si spense. La festa di s. G. di M. si celebra il 25 giugno.
BibL.: La Vita in Acta SS. Iunii, V, Parigi 1867, pp. 33-50; M. Morelli, Vita di s. G. da M., abate fondatore della Congregazione benedettina di Pulsano, Putignano di Bari 1930; A. F. Pecci, Vita s. Iohannis a Mathara abbatis, ivi 1938; L. Mattei-Cerasoli, La Congregazione benedettina degli eremiti Pulsanesi, Cave-Bedia 1938.
Stanislao Majarelli
GIOVANNI di Matma, santo. - N. di nobile famiglia a Faucon (Provenza) il 23 giugno 1160, m. a Roma il 17 dic. 1213. Studiò le prime lettere ad Aix (Provenza) negli anni 1172-78 e dal 1180 teologia all'Università di Parigi. Ordinato sacerdote il 15 nov. 1192, si ritirò in solitudine. A Cerfroid (Aisne) si trovò con Felice di Valois, con il quale visse per qualche anno. Decisi a fondare un Ordine per il riscatto dei cristiani schiavi dei musulmani, a Roma, ove giunsero il 18 genn. 1198, sottoposero il loro progetto a Innocenzo III, che ne confermò le regole il 17 dic. L'Ordine si chiamò della S.ma Trinità o dei Trinitari, con abito bianco e croce rossa e azzurra sul petto. G. si stabilì a Roma. Subito si diede al riscatto degli schiavi e attese alla propagazione dell'Ordine. Fondò conventi nel mezzogiorno della Francia e in Spagna. Festa l'8 febbr.
BibL.: R. v. Kralik, Geschichte des Trinitarierordens, Vienna 1918; A. de l'Assomption, Les origines de l'ordre de la Très Ste Trinité, Roma 1922.
Giovanni Meseguer
GIOVANNI (Oldradi, Oldrati) di Meda, santo. - N. a Meda verso la fine del sec. xi.
La tradizione, che lo fa fondatore dell'Ordine degli Umiliati, è del tutto leggendaria. Dopo una visione in cui la Vergine S.ma gli avrebbe mostrato l'abito degli Umiliati si sarebbe recato a Brera e vi avrebbe fondato il $1^{\circ}$ Ordine composto di soli chierici, sotto la Regola di s. Benedetto. Spetterebbe pure a lui la fondazione della casa di S. Maria in Rondineto presso Como. Con il suo apostolato contribuì molto alla diffusione dell'Ordine nella Lombardia. M. a Brera l'a. 1159. A. De Stefano negò addirittura l'esistenza storica di G. Più giustamente L. Zanoni, sostenendo la storicità, sposterebbe il quadro della sua vita molto tempo dopo la prima metà del sec. xit. perché i documenti attestano che non si può parlare di Ordine degli Umiliati, composto di soli chierici, prima del 1200 e che la casa di Rondineto, nel 1189 è ancora una confraternita di soli laici.
BibL.: H. Tiraboschi, Vetera Humiliatorum monumento, I, Milano 1766, pp. 198-212; Vita s. Iohannis de Meda (Oldrati rel Oldradi), in Acta SS. Septembris, VII, Parigi 1867, pp. 343-60; A. De Stefano, Le origini dell'Ordine degli Umiliati, in Ritetta storico-critica delle scienze teologiche, 2 (1906), pp. 851-71; L. Zanoni, Gli Umiliati nei loro rapporti con l'eresia, l'industria della luna e i Comuni nei secc. XII e XIII, Milano 1911, pp. 17-19.
Ulderico Vicentini
GIOVANNI da Milano. - Giovanni di Jacopo di Guido da Caverzaio (oggi Caversaggio) in quel di Como, pittore; nel 1350 era a Firenze, ove era iscritto quale straniero nella Corporazione dei pittori. Nel 1363 entrò a far parte dell'Arte dei medici e speziali. Due anni più tardi era già da qualche tempo occupato a lavorare gli affreschi della cappella Rinuccini in S. Croce e otteneva una proroga per il loro compimento.
Nel 1366 otteneva per sé ed i figli la cittadinanza fiorentina. Nel luglio del 1369 era a Roma occupato in Vaticano con gli altri maestri chiamativi da Urbano. La supposta attività di Giotto a Milano nel 1334 a servizio dei Visconti, di cui parla il Villani, e gli affreschi di Chiaravalle milanese di Giottino potrebbero avere influito sulla formazione iniziale della cultura figurativa del maestro, alla quale cultura certo partecipò quale elemento fondamentale la scuola pittorica lombarda della prima metà del secolo. Certo si è che quando nel 1350 G. da M. era a Firenze aveva già un suo stile ben deter-
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Giovanni de Milano - La Maddalena versa balsamo sui piedi di Cristo; Maria e Maria; La riorrezione di Lazzaro. La due scene inferiori (Noli sue tangere e Un miracolo di Maria Maddalena) sono opera del Maestre della Cappella Rinuccini* Affreschi nella chiesa di S. Croce - Firenze.
minato. Esso appare chiarissimo nella sua opera più antica, il polittico firmato e datato nel 1354 della Galleria di Prato, ove le immagini costruite con cristallina precisione di contorni hanno i volumi decisamente rivelati con forti accenti di uno sfumato morbido e pastoso di impronta nettamente lombarda. Tali caratteri, seppure evidentemente compromessi dai contatti con l'arte fiorentina e il cromatismo senese, si ritrovano negli affreschi della cappella Rinuccini, che vengono considerati la sua opera maggiore. Altre sue opere sono alcune parti di un polittico ed una Pietà bellissima del 1365 , agli Uffizi, una Annunciazione nella Galleria di Pisa ed una tavoletta a più scomparti nel Museo di Palazzo Venezia a Roma.
Bibl.: W. Suida, s. v. in Thieme-Becker, XIV, pp. 127-30; P. Toesca, s. v. in Enc. Ital., XVII, pp. 248-49 (con bibl.); E. Lavagnino, L'arte medievale, Torino 1936, p. 703; L. Colotti, Primitivi, II, Bergamo 1947, v. indice. Emilio Lavagnino
GIOVANNI di Mirecourt (de Mirecuria). - Scolastico cistercense (onde l'appellativo di monacus albus) della prima metà del Trecento. Lesse le Sentenze nel 1344-45 (o 1345-46) nel Collegio di S. Bernardo a Parigi.
Già nel 1346 Clemente VI, papa avignonese, aveva richiamato l'attenzione dell'Università parigina sul metodo riprovevole, colà invalso, di frammischiare fuor di proposito la filosofia alla teologia. Nel 1347 venivano denunziate come sospette, dall'Università, 63 proposizioni tolte dal Commento alle Sentenze (tuttora inedite) di G. di M. Questi approntò nello stesso anno un'Apologia delle 63 proposizioni, indirizzandola al legato pontificio in Francia. Ciò non ostante l'Università condannava (ancora nel 1347) 4 delle tesi già prima indicate come sospette. G. di M. preparò allora una seconda Apologia, tendente a dimostrare che nelle tesi condannate si poteva ravvisare, oltre che un senso erroneo, un senso legittimo. Domandava inoltre di poter accompagnare ai manoscritti del Commento alle Sentenze le 41 proposizioni con la propria Apologia: ciò che, pare, gli fu concesso. Si conoscono
oggi per intero entrambe le Apologie, edite da F. Stegmüller in Recherches de théol. anc. et méd., 7 (1935), fascc. I e in. Tuttavia un vero studio dal punto di vista teologico e filosofico su G. di M. non esiste ancora.
Effettivamente G. di M. cade in manifesti e gravi errori; se questi non tutti compaiono nella seconda Apologia, ciò sembra dovuto al fatto che i giudici non voltero immischiarsi troppo in questioni filosofiche, dalle quali Clemente VI invitava l'Università di Parigi a tenersi lontana. In particolare quanto ai rapporti di Dio con la creatura umana, G. di M. si spinge tant'oltre, nell'affermare l'onnipotenza di Dio, da falsarne il concetto, coinvolgendo Dio stesso nell'azione peccaminosa dell'uomo. Naturalmente da questa teoria derivano funeste conseguenze per la dottrina della Grazia e della Predestinazione. Anche a proposito di Cristo G. di M. trascorse ad espressioni, che nella seconda Apologia poterono venir compendiate e condannate sotto la formola "Quod possibile est Christum secundum voluntatem creatam crrasse et forte secundum hominem mendacium protulisse" (n. 12, cf. Rech. de théol. anc. et méd., 5 [1935], p. 196).
A questi ed altri errori, si accompagnarono dottrine filosofiche già prima affiorate nell'ambiente parigino, e che egli ora immetteva nel campo teologico. La seconda Apologia (n. 27) riferisce la proposizione condannata: "Quod est probabile in lumine naturali non esse accidentia, sed omnem rem esse substantiam, et quod nisi esset fides, hoc esset ponendum vel probabiliter posset poni» (ibid., p. 201).
Il medesimo pensiero è riferito nella prima Apologia sotto il n. 43 (ibid., p. 66); sotto il n. 44, è poi riportata un'altra proposizione meritevole di molta attenzione per gli sviluppi che ottennero in seguito gli errori in essa contenuti: "Non est probatum demonstrative ex propositionibus per se notis et evidentibus, evidentia nobis reducta ad certitudinem primi principii, quod Deus sit, nec quod perfectissimum sit in entibus, sicut nec aliquid esse causam alterius, nec quin quaelibet res creata habeat causam, et causa illius causam et sic in infifinitum, nec quin aliquid possit totaliter producere nobilius se, nec quin quocumque quod est possit produci nobilius ".
Da queste gravi affermazioni, risulta che G. di M. metteva in dubbio: 1) una dimostrazione dell'esistenza di Dio e più precisamente 2) il principio di causalità; 3) la sua efficacia per l'ascesa a Dio.
Bibl.: E. Denifle, Chartularium Univer. Paris., II, Parigi 1891, pp. 610-14; A. Bickenmaier, Ein Rechtfertigungsschreiben Johannes von M. (Beiträge zur Gesch. der Pb. und Th. des Mittelal., 20. v), Münster in V. 1922, pp. 90-128; C. Michalski, Les courants philos. à Oxford et à Paris pendant le XIV e siècle, in Bulletin internat. de l'Acad. Polon. de sciences et lettres, Cracovia 1922, pp. 78-81; Fr. Erhle, I più antichi statuti della facoltà teologica dell' Università di Bologna, Bologna 1932, p. 66 sgg.; F. Stegmüller, Die zwei Apologien des 7. de M., in Recherches de théol. anc. et méd., 5 (1935), pp. 40-78; 192-204; M. De Wulf, Histoire de la philos. médiev., III, Parigi 1947, p. 121. Amato Masnovo
GIOVANNI MONACO: v. le moyne, jean.
GIOVANNI da Montecorvino. - Primo vescovo di Khambalik (Pechino). N. nel 1247 a Montecorvino (Salerno), m. a Khambalik nel 1328. Secondo il contemporaneo Giovanni de Marignolli, prima di farsi religioso francescano, sarebbe stato soldato, giudice e medico, il che ce lo fa supporre di distinta famiglia. Rigido e austero, appartenne forse alla corrente degli spirituali (v.) o zelanti. Prima del 1289 era già stato inviato, probabilmente dal generale fra' Bonagrazia (1273-83) in Persia e in Armenia, come missionario, donde in quell'anno tornava in Europa quale legato del re Aitone II d'Armenia presso il papa Niccolò IV. Il Papa a sua volta se ne servì per un'ambasciata a molti popoli orientali, e special-
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mente al Gran kan della Cina. Con le credenziali pontifice parti il 15 luglio 1289 da Rieti, ove si trovava la Curia papale, e sbarcò ad Antiochia, indi s'incamminò verso Sis, capitale dell'Armenia, e poi a Tauris (Tabriz), in Persia. Di qui nel 1291, con il domenicano Niccolò da Pistoia, che morì durante il viaggio, e un ricco mercante italiano, per via di mare si diresse a Khambalik dove arrivò fra il 1294 1295, accolto con fasto orientale quale ambasciatore del Papa. Una lettera scritta dall'India dà informazioni del suo viaggio.
A Khambalik visse per 34 anni compiendo un attivo apostolato nella città e nell'Impero tartaro. Costrul 3 chiese e conventi a Khambalik, una chiesa e convento a Yangtchon (nel Kiang-su), 3 chiese e conventi a Zaytong (nel Fukien); altre chiese e cristianità nel Tchekiang, nel Tendue e ad Armalik (Kulgia). Eresse due orfanotrofi maschili a Khambalik e una specie di piccolo seminario dove raccolse 40 fanciulli che istrul nel latino, nel canto e nelle cerimonie ecclesiastiche. Impadronitosi presto e bene della lingua tradusse il Solterio e il Nuovo Testamento.
Battezzò molte migliaia d'infedeli, ma trovò gravi difficoltà al suo ministero specie dai nestoriani. Nel 1305 (8 genn.) e 1306 ( 13 febbr.) scrisse due lettere in cui rendeva conto del suo lavoro e sollecitava aiuto soprattutto di personale; in seguito a queste il Sommo Pontefice e il generale dei Francescani inviarono una grande spedizione con 7 vescovi, incaricati di consacrare lo stesso G. da M. quale arcivescovo di Khambalik e patriarca di tutto l'Oriente, il che si effettuò fra il 1309-10. Nel 1322 arrivava a Khambalik Odorico da Pordenone e nel 1328 G. morivo.
La grande opera da lui bene avviata, per varie ragioni, fra cui i diminuiti contatti europei con la Cina, andò man mano estinguendosi e dal 1370 non si hanno più notizie di questa prima evangelizzazione della Cina.
BibL.: Per l'ed. critica delle 3 lettere di G., cf. A. Van de Wenguen, Sinica Franciscana, I, Quaracchi 1929, pp. 340-55; sulla vita, cf. ibid.. pp. LXix-LXxxit e 335-39; id., Jean de Mont Corsin, Lilla 1924; C. Silvestri, Il primo apostolo della Cina, Roma 1922. Alberto Ghinato
GIOVANNI di Montesonos. - Teologodomenicano, n. a Monzon (Aragona) verso la metà del sec. xiv, m. dopo il 1412. A Barcellona nel 1372 commentò le Sentenze, nel 1383 insegnava teologia a Valenza, nel 1387 fu promosso maestro a Parigi. Nella sua prima lezione, come maestro, sostenne proposizioni filosofiche e teologiche errate, fra cui che era eretico sostenere l'immacolata concezione della Vergine, pretendendo fondare la sua asserzione sulla dottrina di s. Tommaso. T'utta l'Università parigina fu in agitazione. Una commissione di maestri esaminò la sua dottrina e ne condannò 14 proposizioni. L'arcivescovo di Parigi colpì di scomunica chiunque le sostenesse ( 23 ag. 1387).
La parte dell'Ordine domenicano soggetta ad Avignone, credendo falsamente che fosse stato condannato s. Tommaso, si schierò con lui e appellò all'antipapa Clemente VII (1388). Iniziatasi la causa, G., temendo una condanna, fuggì in Aragona (genn. 1389), passando dalla parte di Urbano VI. Andò poi in Sicilia. Il 17 luglio 1393 fu nominato collettore apostolico dal vescovo di Catania. Ritornato in patria viveva ancora nel 1412 .
Oltre un Tractatus de Conceptione B. Virginis, scrisse in difesa di Urbano VI e Bonifacio IX: Tractatus brevis de electione papae... qui dicitur informatorium (1389, Parigi, Biblioteca nazionale, cod. lat. 1466, ff. 611-707); Carreptorium contra epistulam fundamenti schismatis, Dialogus ad card. B. (Bartolomeo Mezzavacca) super schismate Ecclesiae (Parigi, ivi, ff. 1-610); Opus quod dicitur Scopus 72 conclusionum ad paragendam vitam Ecclesiae a devio triviali ad papam Bonifacium IX.
BibL.: Quétif-Echard, I, pp. 619-04; H. Denifle, Chartularium Universitatis Parisiensis, III, ivi 1804, pp. 486-515; A. Mortier, Histoire des maîtres généraux de l'ordre des Frères Prêcheurs, III, ivi 1907, pp. 600-31, 634-41, 644-42; Th. Kippeli, Fragmentum actorum cap. gen. an. 1372, in Archivum Fratrum Praedic., 6 (1938), p. 386; G. Mollat, s. v. in DThC, VIII, coll. 791-92. Alfonso D'Amato
GIOVANNI Mosco: v. mosco, giovanni.
GIOVANNI di Mubro. - Teologo e cardinale francescano, n. dalla famiglia Minio (non Mincio) a Morrovalle (Macerata), m. ad Avignone nel 1312. A Parigi ottenne la licenza (1288) ed il dottorato (1289) in teologia. Da Niccolò IV fu nominato maestro del S. Palazzo Apostolico (1291). Ad Anagni nel 1296 fu eletto, presente Bonifacio VIII, generale dell'Ordine.
Durante il suo governo (1296-1304) ricevette nell'Ordine s. Lodovico, vescovo di Tolosa. Da Bonifacio VIII nel 1302 fu creato cardinale e vescovo di Porto e S. Rubro, quale ricompensa per l'esito felice di una missione di pace (1297-98) da lui compiuta nelle Fiandre. Nel Concilio di Vienna difese la legittimità d'elezione di Bonifacio VIII, che Filippo il Bello voleva far radiare dall'elenco dei papi legittimi. Della sua attività letteraria rimangono due raccolte di sermones, alcuni opuscoli teologici, 12 quaestiones disputatae, un Quodlibet, redatto durante la sua reggenza dello studio francescano di Parigi (1289-90) ed un controverso commentario alle Sentenze. Di particolare valore è la lettera enciclica Inter coelestium insignia (in Analecta Franciscana, 2 [1887], pp. 109-11) in difesa della povertà, indirizzata all'Ordine da Genova nel 1302.
BibL.: Wadding, Scriptores, p. 142; id., Annales, ad. s. 1287, n. 4 et passim; Sbaralea, II, p. 104; E. Marchetti, Il card. G. Minio, in L'Italia francescana, 1 (1926), pp. 102-104; P. Glorieux, Répertoire des maîtres de théol. de Paris au XIIIe siècle, II, Parigi 1934, p. 125 sg.; E. Longpré, L'oeuvre scolastique du card. Jean de Murro, in Mélanges A. Pelzer, Lovanio 1947, pp. 467-92 (con bibl.); O. Lottin, Le commentaire sur les Sentences de Jean de Murro est-il prouvé?, in Revue d'hist. écrl., 44 (1949), pp. 153-72 (confuta l'attribuzione proposta dal Longpré). Gaudenzio Melani
GIOVANNI di Napoli (Yoannes de Regina de Neapoli, Neapolitanus). - Scolastico domenicano del sec. xili-xiv. Consegui la licenza di teologia a Parigi, dove nel 1310-11 lesse le Sentenze (i cui Commentari non furono ritrovati). Nel 1313-14 fu membro della commissione per l'esame delle opere di Durando di S. Porciano; dal 1317 lettore allo studio domenicano di Napoli; nel 1323 procuratore in Avignone per la canonizzazione di s. Tommaso d'Aquino.
Scrisse, oltre i commentari, Quaestiones quodlibetales, e 42 Quaestiones disputatae (Napoli 1618). Trattò, aderendo a s. Tommaso, argomenti teologici e filosofici : la visione beatifica, il potere temporale dei papi, le questioni concernenti l'ente, il tempo e l'eternità, l'anima, la verità, il libero arbitrio e l'individuazione, discostandosi in quest'ultimo argomento da s. Tommaso. Difese la dottrina tomistica contro Durando e dimostrò che la condanna di Stefano Tempier non colpiva il sano pensiero di Tommaso.
BibL.: C. J. Jallouschek, 7. v. N., Vienna 1918; P. Mandonnet, Premiers travaux de polémique thomiste, in Revue de science phil. et théol., 7 (1913), pp. 46-70, 245-62; M. Ginhmann, La scuola tomistica ital., in Riv. di filos. neoscolastica, 15 (1923), pp. 97-155; id., Die theologische Erkenntnis und Einleitungslehre des M. Thomas von Aquin, Friburgo 1948. Enzo Maccagnolo
GIOVANNI Nepomuceno, santo. - Figlio di un certo Wölflin, n. a Pomuk (de Pomuk) in Boemia tra il 1340-50 e m. a Praga il 19 (o 20 ?) marzo 1393. Divenuto sacerdote nel 1380 , si dedicò allo studio del diritto canonico prima a Praga, poi a Padova, dove nel 1387 fu promosso «doctor decretorum». Ma già molto prima aveva iniziato la sua
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(Int. Biddarchve d. G. Kationatbobudheh)
Giovanni Nepomuceno, santo - Statua di s. G. N., fusa in piombo, di R. Donner (1727) - Lima.
carriera ecclesiastica divenendo notaio (1370) e poi capo (1377) della cancelleria arcivescovile di Praga. Con provvedimento pontificio gli fu affidata nel 1380 la parrocchia di S. Gallo in Praga con la cura spirituale dei tedeschi residenti in città. Divenuto vicario generale dell'arcivescovo Giovanni di Jenštein nel 1389, scambiò l'anno seguente la parrocchia di S. Gallo con l'arcidiaconato di Saaz (Canonicus Pragensis ad extra), che ritenne sino alla morte.
Scoppiata nel 1393 la lotta tra l'arcivescovo Jenštein e il re Venceslao IV, il quale per limitare i poteri arcivescovili voleva elevare a diocesi l'abbazia di Kladruby ( $=$ Kladrau) ponendovi il suo favorito Venceslao Králik, l'ira del re ricadde sul vicario generale G. N., per aver questi, forte della sua scienza canonica, difeso vigorosamente la libertà della Chiesa e del suo arcivescovo, facendo confermare il neocletto abate di Kladrau, Odilo. Fatto arrestare in presenza di Jenštein insieme ad altri due ecclesiastici, G. N., a differenza di essi che furon rilasciati liberi, dopo misteriosi interrogatori e torture, fu gettato nottetempo dal ponte Carlo di Praga nella Moldava e ivi fatto annegare ( 19 o 20 marzo 1393).
Secondo tale versione basata su documenti e cronache del tempo (principalmente l'atto di accusa contro Venceslao IV presentato a Bonifacio IX dall'arcivescovo Jenštein il 23 apr. 1393, ma scoperto solo nel 1752 dopo la canonizzazione di G. N. ed ed. da F. M. Pelzel, Geschichte des König Wenceslaus I, Urhundenbuch, Praga 1788, pp. 143-63) G. sarebbe da considerare martire della libertà ecclesiastica. E noto invece quale martire della fedeltà al sigillo sacramentale, essendo stato ucciso, a quanto si dice, per essersi rifiutato di rivelare al re la confessione della regina Sofia. Tale opinione, la cui origine è oscura (giacché G. non era stato nominato confessore della regina), è attestata la prima volta da Tommaso Ebendorfer nella Chronica regum Romanorum (finita di scrivere nel 1459) e da Paolo Zidek nella Sprdvoovna (finita nel
1477) e si diffuse nel culto verso G. N. durante la Controriforma. Un errore epigrafico incorso nella restaurazione del sepolcro di G. N. (1534) indusse il cronista Venceslao Hájek a Libožon (Kromba českd, Praga 1541) a distinguere due G. N.: uno martire della confessione annegato il 16 maggio 1383 e il vicario generale parimenti fatto annegare nel 1393. Solo il primo sarebbe martire e santo. Tale ipotesi, che ebbe sostenitori fino a tempi recenti (cf. La critica moderna e il martirio di s. G. N., in Cio. Catt., $12^{\mathrm{a}}$ serie, 2 (1883, II], pp. 306-19 e 672-87) oggi si ritiene comunemente priva di fondamento e si ammette il solo G. N. ucciso nel 1393 (cf. Martyr. Romanum, p. 192). Nel 1721 la Chiesa riconosceva il culto ab immemorabili di G. N. e il 19 marzo 1729 Benedetto XIII lo dichiarava santo, consacrando la tradizione del suo martirio per il sigillo sacramentale. La bolla di canonizzazione nella quale incorsero vari errori storici rivelati dalla successiva scoperta di documenti (soprattutto la citata querela di Jenštein che sembrò sconvolgere tutte le tradizioni correnti intorno a G. N.) dette luogo a una lunga e accanita polemica ancor oggi non del tutto chiarita. Tuttavia la conclusione che l'inesistente G.N. morto nel 1383 sia il solo canonizzato, e che l'altro, reale, del 1393 non sia stato dichiarato santo, è falsa, giacché la Chiesa intese decretare l'onore degli altari alla vittima di Venceslao nota alla storia. In una ricognizione del suo corpo fatta nel 1719 si trovò, oltre lo scheletro, la lingua del Santo disseccato, ma incorrotta. Nel 1693 fu eretta in suo onore una statua sul ponte dal quale era stato gettato (nei paesi nordici si trova spesso la statua del santo sui ponti, a Roma la si vede sul ponte Milvia). Lo si invoca generalmente nei pericoli dell'acqua e anche come protettore della buona riputazione degli innocenti accusati. Festa il 16 maggio.
BibL.: Per le leggende di G. N. cf. J. Th. A. Berghauer, Protomartyris Poenitentiae... 7. N., 2 voll., Augusta 1736-81: Acta SS. Maii, III, Parigi 1866, pp. 663-76; per gli scritti polemici intorno a G. N. cf. Th. Schmede, Studien uber den hl. 7. von N., in Zeitschrift für hath. Theologie, 7 (1883), pp. 52-123: Anal Boll., 3 (1886), p. 154; J. P. Kirsch, s. v. in Cath. Doc., VIII, p. 467 sg.; F. M. Bertès, Sectes temna, 700 Nepomuchè f-Il santo delle tenebre, G. N.-I, Praga 1921; J. Weisskopf, Der hl. 7. von N., in Theologisch-praktische Quartalschrift, 79 (1926), pp. 72-83, 264-81-481-93; e 84 (1931), pp. 102-12, 260-66. Stanislao Majarelli
GIOVANNI di Nikiu. - Vescovo monofisita di Nikiu, isola nel delta del Nilo, il quale verso la fine del sec. vir scrisse in greco o in copto una Storia universale che ha interesse per gli avvenimenti del sec. vir e singolarmente per la conquista dell'Egitto da parte degli Arabi.
L'opera è giunta soltanto in una versione etiopica, fatta nel 1601 da una versione araba (ed. H. Zotenberg, La Chronique de 7 ean de N., $2^{\text {a }}$ ed., Parigi 1935).
Bibl.: Bardenhewer, V, p. 124. Ignazio Ortiz de Urbina
GIOVANNI da Nola. - G. Marigliano o Meriliano o Merliano, scultore, n. a Nola ca. il 1488 , m. a Napoli nel 1558 , svolse quivi la sua attività. Lavorava nel 1508 presso il lombardo Pietro Belverte ad alcuni intagli in legno, secondo quanto riferisce il Summonte, e, insieme con T. Malvito, esegui nello stesso anno le porte dell'Ospizio dell'Annunziata.
La sua formazione va ricercata nel vivo ambiente figurativo della capitale anegonese nel quale confluivano esperienze toscane, romane e michelangiolesche.
Ca. il 1524 G. da N. scolpì la tomba del viceré don Ramón de Cardona, inviata poi a Bellpuig in Catalogna, ma prima di quegli anni, stando alle notizie del Summonte, dové scolpire il presepe ligneo a figure intere di S. Maria del Parto e un Crocifisso, oggi perduto, nella chiesa di Monteoliveto. E del 1528 l'altre maggiore di S. Lorenzo di cui restano tre bassorilievi e quattro statue e di due anni più tardi la tomba di Antonia Gaudino, morta il 30 dic. 1530 , in S. Chiara. Del 1535 era invece la tomba di Guido Fieramosca a Montecassino, andata perduta con la distruzione dell'Abbazia.
Restano molte altre notevoli opere, fra le quali si
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possono ricordare una s. Dorotea a S. Agnello, l'altare della Madonna della Neve a S. Domenico, la tomba Sanseverino nella chiesa dei SS. Severino e Sossio e quella del viceré don Pietro di Toledo in S. Giacomo degli Spagnoli (ca. il $1540-46$ ), e un bassorilievo con la Deposizione in S. Maria delle Grazie a Caponapoli. E invece controversa la parte a lui riferibile della cappella Caracciolo di Vico, in S. Giovanni a Carbonara, iniziata nel 1516 dallo scultore spagnolo Pietro de la Plata e poi continuata da G. da N. e dagli scolari Annibale Caccavello e Girolamo d'Auria.
Grande fu l'influsso di G. da N. a Napoli e per tutto il Mezzogiorno, fino in Calabria. Caratteri affini alla sua arte rivela una bella Madonna della Neve nella chiesa di S. Looluca a Vibo Valentia.
Bibl.: A. Borselli, G. Marigliano, Milano 1921; A. de Rinaldo, Note su G. da N., in Napoli nobilissima, $2^{\circ}$ serie, 1 (1922), p. 18; F. Nicolini, La lettera di Pietro Sommante a Marrantonio Michiel e l'arte napoletana del Rinascimento, Napoli 1923; G. Ceci, Marigliano, in Thieme-Becker, XXIV, pp. 97-98 (con bibl.); Venturi, X, t. pp. 712-44; O. Morisani, La scultura napoletana del ' 300 , Napoli 1948, v. indice. Giovanni Carandente
GIOVANNI dell'Opera: v. bandini, giovanni.
GIOVANNI di Paolo (Johannes Paoli). - Apostolo e scrittore antiluterano, dei Minori conventuali, n. in Alsazia ca. la metì del sec. xv, m. a Thann, ca. il 1530 .

(Iol. .Hinari)
Giovanni da Nola - La Vergine tra s. Giovanni e s. Matteo (1536). Altare di S. M. della Neve - Napoli, chiesa di S. Domenico Margiore.
Alunno della provincia argentina (Strasburgo), nel 1490 era lettore in Villingen; predicatore in vari monasteri di Clarisse, guardiano di Strasburgo (1506-10), poi a Colmar e specialmente a Thann, al quale convento era affilato. Pubblicò gli scritti del celebre Geiler (v.) di Kaysersberg e ne tradusse la Navicula fatuerum. Faceto e mordace nella lotta antiluterana, pubblicò i famosi Schimpf und Ernst (Strasburgo 1522), molto letti, ristampati recentemente ( 1866 e 1924).
Bibl.: A. Linsenmayer, Die Predigten des 7. Pauli, in Hist. Jahrbuch (1898), pp. 873-91; C. Schroeder, in Frane. Studien, 2 (1926), pp. 393-97; L. Pfleger, 7. Pauli und seine Ausgaben Geilerscher Predigten, in Archiv für Ehdasische Kirchengeschichte, 1928, pp. 47-96; A. Zawart, The history of Iranciscan Preaching, Nuova York 1928, pp. 413-16; L. Pfleger, s. v. in LTNL, VIII, col. 19. Lorenzo Di Fonzo
GIOVANNI di Paolo di Grazia. - Pittore, n. a Siena ca. il 1399, m. fra il febbr. e il marzo del 1482. La sua vita, ancorché assai largamente documentata, fu povera di avvenimenti esteriori e degni di rilievo. A meno che si ammetta che il suo primo maestro fosse l'oscuro pittore Nanni di Giovanni di ser Cecco, che nel 1428 istituiva erede universale la madre di G. di P., rimasta da più anni vedova, G. di P. dovette formarsi nell'orbita di Taddeo di Bartolo, la cui maniera chiaramente si riflette nella prima opera datata del pittore, la Madonna del 1426 nell'arcipretale di Castelnuovo Berardenga. Numerosi ricordi documentari, oltre ad una copiosa serie di opere firmate e datate e da moltissime di sicura attribuzione, informano dell'attività di G. di P., che probabilmente non si allontanò mai da Siena, ove abitò dapprima nel Terzo di S. Martino, e quindi in una casa sul Poggio Malavolti (onde il pittore spesso è chiamato o si firmò "del Poggio ").
All'influsso iniziale di Taddeo di Bartolo s'aggiunse, nel decennio posteriore al 1426, una graduale assimilazione dei raffinati modi della pittura di Gentile da Fabriano e più tardi qualche raro e specioso contatto con il mondo fiorentino. Ma fu soprattutto dalla tradizione gotica locale che G. di P. sviluppò il suo personalissimo e inconfondibile linearismo, impetuoso e fremente, talvolta singolarmente teso e conciso, più spesso irto di impuntature e ridondante di gorghi tortuosi : un linearismo che con la sua nervosa incisività deforma audacemente la realtà, proiettandola sul piano di una astrattività fantastica satura di un ardente lirismo. Verso il 1440 lo stile del pittore si fa più grandioso e trova accenti di tragica monumentalità: e nel decennio tra il 1449 (data della grande pala "dei Pizzicaioli", con la Presentazione di Maria al centro e intorno Storiette della vita di s. Caterina da Siena, ora disperse in vari Musei) e il 1459 (data del Polittico di s. Nicola, ora nella Pinacoteca di Siena) si collocano i mirabili pannelli con le Storie del Battista, divisi tra l'Art Institute di Chicago, la collezione Lehmann di Nuova York, il Landesmuseum di Münster e la collezione Carvalho di Tours, giudicati il capolavoro del pittore per la suggestione che emana dai paesaggi magicamente trasfigurati in un'atmosfera di fiaba. Del 1463 è la pala della cattedrale di Pienza, dopo la quale s'inizia l'ultimo periodo di attività del pittore, considerato generalmente meno attraente dei precedenti, se non di vera e propria decadenza. La Pinacoteca di Siena conserva una copiosissima raccolta di opere di G. di P., che fu anche eccellente miniatore; altri dipinti sicuramente suoi sono in chiese, musei e raccolte private di Siena, in Italia e all'estero. - Vedi tav. XLV.
Bibl.: J. Pope-Hennesse, G. di P., Londra 1937; P. Bacci, Documenti e commenti per la storia dell'arte, Firenze 1944, v. indice; E. Carli, Capolavori dall'arte senese, Firenze 1943, v. indice; C. Brandi, G. di P., Firenze 1947; id., Quattrocentisti senesi, Milano 1949, v. indice. Enzo Carli
GIOVANNI I, PAPA, santo. - Toscano d'origine, successe a papa Ormisda nell'ag. 523 e m. a Ravenna il 18 maggio 526 . In seguito ad una sua interrogazione,
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Dionigi il Piccolo, verso la Pasqua del 526 , fissò il ciclo pasquale tuttora in uso. G. restaurò la basilica dei SS. Nereo ed Achilleo, detta anche di S. Petronilla, sulla via Ardeatina. Sul finire del 525 , G., benché infermo, fu chiamato dal re Teodorico a Ravenna, dove gli fu imposto di condurre una legazione a Costantinopoli, per chiedere all'imperatore Giustino I la revoca dell'editto pubblicato l'anno precedente, con il quale agli ariani di Costantinopoli si toglievano tutte le chiese e si proibiva l'accesso alle cariche pubbliche. Teodorico pretendeva anche che il Papa domandasse all'Imperatore per gli ariani convertiti al cattolicesimo il permesso di tornare alla loro fede, o piuttosto l'annullamento delle conversioni che egli riteneva coatte. La legazione, della quale, oltre il Pa-

(da A. Silvegni, Manumesta epigraphica, Citià del Vaticano (II), tav. II, 3) GIOVANNI II, papa - G. II, ricordato nell'iscrizione del preabitcro Severo che offre un dono votivo a S. Pietro in Vincoli (533-35) - Roma, basilica di
S. Pietro in Vincoli.
seovere disposizioni per le elezioni vescovili. Per risolvere la controversia teopaschita, suscitata da alcuni monaci sciti detti "acemeti", l'imperatore Giustiniano nel giugno 533 inviò a G. una legazione, composta dei vescovi di Efeso e Filippi, che sottoponeva al suo giudizio la professione di fede redatta dallo stesso Imperatore. Dopo lunghe trattative e discussioni con la legazione imperiale e con Ciro ed Eulogio, rappresentanti dei monaci, il 25 marzo 534 G. approvò, con il consenso dei vescovi, del clero, del Senato e del popolo di Roma, la formula di Giustiniano, che confermava a Maria S.ma il titolo di "Madre di Dio" e dichiarava che "il Figlio di Dio, fatto uomo e crocifisso, è una persona della santissima e contestannale 'l'rinita". M. l's maggio 535.
Bim.:: Epistole di G.: CSEL. 35, 1. C. 320-30; PL 66, 13-31; MGH, Epist., III, pp. 15-54; Lib. Pont., I, pp. 108 e 285 sg. Studi: L. Duchesne, L'Eglise au VIe siècle, Parigi 1923, p. 146; O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna 1941, pp. 108 sg., 111-13, 117; H. Grisar, Roma alla fine del mondo antio, Roma 1943, pp. 58-60 e passim (v. indice).
GIOVANNI III, PAPA. - Apparteneva all'aristocrazia romana, essendo figlio del vir illustris Anastasio; pare fosse soprannominato Catelino. Eletto papa alla morte di Pelagio I, fu consacrato il 17 luglio 561 , avendo dovuto attendere per oltre quattro mesi la conferma dell'imperatore Giustiniano. M. il 13 luglio 574. Nella lotta tra Narsete e il popolo romano, G. tenne un atteggiamento conciliativo che dovette procurargli antipatie tra il popolo; per questo, dopo il ritorno da Napoli, dove aveva seguito il generale bizantino per invitarlo a tornare a Roma, fissò la sua dimora presso l