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no. M. il 13 luglio 574. Nella lotta tra Narsete e il popolo romano, G. tenne un atteggiamento conciliativo che dovette procurargli antipatie tra il popolo; per questo, dopo il ritorno da Napoli, dove aveva seguito il generale bizantino per invitarlo a tornare a Roma, fissò la sua dimora presso la chiesa dei SS. Tiburzio e Valeriano, sul cimitero di Pretestato, non osando rientrare in città dove Narsete continuava ad opprimere il popolo. Durante il suo pontificato avvenne l'invasione longobarda dell'Italia (568). G. promosse il culto dei martiri nei cimiteri cristiani, restaurandoli e disponendo che l'amministrazione pontificia del Laterano li provvedesse del necessario per le celebrazioni domenicali. A lui si deve pure il compimento e la dedicazione della basilica degli Apostoli.

Bim.: Epistole di G. : PL 72, 13-18; Lib. Pont., I, pp. 109, 302-307; O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna 1941, pp. 220-22, 224, 476; H. Grisar, Roma alla fine del mondo antico, II, Roma 1943, p. 170 e passim (v. indice). Stans falso Majarelli

GIOVANNI IV, PAPA. - Di famiglia dalmata, figlio di uno scholasticus, successe nel 640 al vecchio pontefice Severino mentre le relazioni tra Roma e l'Oriente erano assai tese per le solite dispute teologiche; si dimostrò intransigente nelle cose di fede, riuscendo ad ottenere dall'imperatore Eraclio una lettera di giustificazione a proposito dell'écrhesis; morto Eraclio, le correnti conciliatrici presero il sopravvento alla corte di Costantinopoli, mentre G. IV continuava a difendere con energia la posizione dottrinale ortodossa; mori il 12 ott. 642 e fu sepolto in

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S. Pietro. Trasportò a Roma reliquie di martiri dalla Dalmazia, e si interessò per il riscatto di Istriani e Dalmati caduti schiavi nelle incursioni degli Slavi.

Bib.: F. Gregorovius, Storia della città di Romo nel medinero, I. Roma 1900, pp. 44 I sgg.: A. Crivellucci, Storia delle relazioni tro lo Stato e la Chiesa, III. Pisa 1909, p. 29; Fliche-Martin-Frutus, V, p. 463 e passim; O. Bertolini, Roma di fronte a Bisaccio ed ai Longobardi, Bologna 1941, pp. 323-27, 705. Paolo Brezzi
GIOVANNI V, PAPA. - Di famiglia siriana originaria di Antiochia, fu eletto dopo la morte del vecchio pontefice Benedetto II e consacrato in S. Pietro il 23 luglio 685; era già stato a Costantinopoli come primo legato degli occidentali al VI Concilio ecumenico (detto Trullano). Per queste due ragioni la sua scelta riusci gradita alla corte imperiale bizantino, ma essendo egli affetto da una malattia cronica poté far poco, e dopo appena un anno morì (2 ag. 686). Riconfermò il principio che la consacrazione dei vescovi della Sardegna dipendeva dal pontefice. Morto G. V, nella città di Roma ricominciarono i contrasti interni che da parecchi anni erano cessati ed anche le relazioni con l'Oriente si rintorbidarono.

Bib.: v. GIOVANNI IV.
Paolo Brezzi
GIOVANNI VI, PAPA. - Successe a Sergio I e venne consacrato il 30 ott. 701. Greco d'origine, con lui l'influenza greca continuò nella Curia romana, ma si curò pure degli interessi dell'Italia che ormai trovava l'unico appoggio nel papato: cosi G. VI s'interpose a favore delle milizie italiche che si erano ribellate all'esarca Teofilatto; fermò il duca longobardo di Benevento, Gisulfo I, a 5 miglia da Roma e con ricchi doni lo convinse a ritornare indietro
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(par cortesia del prof. E. Jasi) Giovanni VII, papa - Ritratto col nimbo quadrato, signum viventis, Mussico - Roma, Grotte Vaticane.
cessando dal terrorizzare le popolazioni. Si occupò anche delle cose d'Inghilterra facendo esaminare da un sinodo romano le accuse del re del Northumberland contro il vescovo Wilfredo di York (703-704), difensore dei diritti della Chiesa in Inghilterra, al quale fu resa giustizia.

Bib.: v. giovanni iv; in più, per l'affare inglese, F. Cabrol, L'Angleterre chrétienne, Parigi 1909, pp. 130-31. Paolo Brezzi

GIOVANNI VII, PAPA. - Eletto il $1^{\circ}$ marzo 705, m. il 18 ott. 707. Greco, figlio di un funzionario imperiale, era nel 687 rettore di un a patrimonio pontificio s sulla Via Appia. Giustiniano II gli spedi gli atti del Concilio quinisesto, che i papi precedenti non avevano voluto approvare, invitandolo a raccogliere un concilio con facoltà di approvarli o cassarli. G. li rimandò senza averli emendati né formalmente approvati, e il Liber Pontificalis lo accusa di essere stato humana fragilitate timidus. Ottenne dal re dei Longobardi Ariperto II la restituzione del patrimonio della Chiesa nelle Alpi Cozie. Ebbe fama di eruditissimus et facundus eloquentia e, fatta ragione dei tempi, diede prova di mecenatismo.

Si ricordano di lui importanti lavori. Fra questi il restauro dell'abbazia di Subiaco, deserta dopo la distruzione operata dai Longobardi; in Roma un oratorio in S. Pietro opere pulcerrimo, dei cui musaici restano frammenti nelle grotte vaticane e altrove, parte della decorazione pittorica e un ambone in S. Maria Antiqua e, presso questa Basilica, un episcopio, dove egli stesso abitava.

Bib.: Epistulae: PL. 89, 59 sgg.: Lib. Pont., I, pp. 385-87: Benedetto del Sorsite, Chronicon (Fonti per la storia d'Italia, 25), a cura di G. Zucchetti, Roma 1900. pp. 41-42; F. Gregorovius, Storia della città di Roma nel medioevo, a cura di E. Pais, I, 1, Torino 1925, pp. 483-86; II. Leclercq, Jean VII, in DACL, VII, col. 2197 sgg. G. Battista Piconi

GIOVANNI, ANTIPAPA. - Alla morte di papa Gregorio IV ( 25 genn. 844) la plebe, con violente dimostrazioni, riusci a far proclamare pontefice il diacono G. intronizzandolo al Laterano; gli aristocratici scelsero invece il vecchio prete Sergio. La resistenza di G. e dei suoi fu presto spezzata e Sergio poté essere regolarmente consacrato a S. Pietro; l'imperatore Lotario inviò il figlio Ludovico a Roma per fare un'inchiesta e far cessare le devastazioni che continuavano nelle campagne per opera dei malcontenti; Ludovico riconobbe apertamente la legittimità dell'elezione di papa Sergio.

BibL.: Jaffé-Wattenbach, I, p. 327; Lib. Pont., II, pp. 8687; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontifical, $3^{\circ}$ ed., Parigi 1911, p. 209; P. Brezzi, Roma e l'Impero medievale, Bologna 1947, p. 30. Paolo Brezzi

GIOVANNI VIII, PAPA. - Romano, eletto il 14 dic. 872 , m. il 16 dic. 882 . Arcidiacono della Chiesa romana da venti anni e collaboratore di Niccolò I, amico di Ludovico II, fu eletto già vecchio e malaticcio, ma diede prova di energia e avvedutezza singolari.

1. Attività ecclesiastica. - Sostenitore convinto dell'autorità del pontefice super gentes et super regna, volle rafforzare la disciplina del clero e dei fedeli, conservare integri i privilegi e i beni ecclesiastici, consolidare il primato romano. Dichiarò scomunicato chi lasciasse la moglie o, vivente questa, prendesse altra donna, pure dichiarando invalido il matrimonio fra nostrates e alienigenus. Affermò la sua autorità contro le usurpazioni della Chiesa ravennate ed ebbe fiera lotta con Giovanni X, arcivescovo di Ravenna; poté tuttavia celebrare (ag. 877) nella stessa Ravenna un concilio.

Qui fu deciso che i pallii dei metropolitani si dovessero chiedere alla Sede romana; che non si potessero

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deferire a tribunali luici vescovi, chierici, monache, pupilli; che fossero colpiti di scomunica i magistrati, i quali trascurassero le querele di ecclesiastici; che nelle dimore delle chiese non potesse essere rivendicata consuetudine di placitum o di hospitium.

Teneb di stabilire in Francia e in Germania un vicario della Sede apostolica, quasi secundus papa (876); ma non poté vincere l'opposizione dell'arcivescovo Incmaro di Reims e del clero francese. Ebbe tuttavia larga autorità nelle nomine e nelle condanne di vescovi. Afferma la dipendenza immediata dei vescovi e dei fedeli della Dalmazia dalla Sede romana, e vide ritornati all'obbedienza di Roma il duca e il popolo di Croazia. Protestò contro la prigionia di Metodio, l'apostolo degli Slavi, incarcerato dai Tedeschi, desiderosi di conservare il predominio della loro razza sui paesi slavi; scomunicò i vescovi che lo avevano condannato ( $87_{3}$ ) e ne ottenne la liberazione. E, se, per gelosa difesa della liturgia romana, aveva da prima condannato l'uso di Metodio di celebrare la Messa nella «barbara» lingua slava e, mal prevenuto contro di lui, l'aveva citato a Roma come sospetto di eresia (giugno 879), quando poi Metodio venne «ad lumina», ne riconobbe la piena ortodossia, gli riconfermò l'autorità sul clero di Moravia, consentì che si celebrezze in questa terra la liturgia in lingua slava, perché «non in tre lingue soltanto, ebraica, greca e latina, ma in tutte le lingue doveva essere lodato il Signore»; soltanto volle che, ad affermazione di unità, il Vangelo fosse prima letto in latino (giugno 880 ).
II. G. e l'Oriente. - Il contegno di G. VIII rispetto all'Oriente fu variamente giudicato. Ignazio, risalito, per volontà dell'imperatore Basilio e con il favore di Roma, sulla sede patriarcale di Costantinopoli dopo la rimozione dell'intruso Fozio (v.), tentava di sottrarre all'obbedienza romana i Bulgari, pencolanti fra Costantinopoli e Roma. La morte di Ignazio ( 23 ott. 877 ) impedì un'aperta rottura con il Papa; ma questi si andò staccando dagli ignariani. D'altra parte, Fozio, risolto sul trono patriarcale con il favore della maggior parte del clero d'Oriente e con il consenso, almeno tacito, dell'Imperatore mandava lettere differenti per la Sede romana. Premere al Papa ristabilire la concordia nella Chiesa e avere sluti dall'Imperatore contro i Saraceni. Inviò quindi legati a un Sinodo orientale, convocato per la reintegrazione di Fozio; la lettera papale, conservata nel registro vaticano, la concedeva, purché Fozio chiedesse «misericordia». Ma al Sinodo fu presentata altra lettera papale, che faceva alto elogio di Fozio e annullava senza condizioni le misure contro di lui. E probabile che si trattasse di una falsificazione, accettata per debolezza dai legati papali. Certo il Sinodo si risolse in una glorificazione di Fozio. Il Papa tuttavia, soddisfatto per il ristabilimento dell'unità, dichiarò di confermare misericorditer la reintegrazione. E da ritenere apocrifa una lettera attribuita a G. VIII, in cui egli avrebbe condannato come corruttori della dottrina di Cristo e dei Padri quelli che inserivano nel Simbolo la parola "Filioque». A ogni modo, G. VIII riuscl non solo a impedire per allora lo scisma greco, ma a far riconoscere i diritti della Chiesa romana sui Bulgari, che la debolezza dei papi seguenti non poté conservare.
III. G. e la politica. - Le questioni religiose s'intrecciavano, nel pontificato di G. VIII, con le politiche. Egli era ormai l'unica forza che tentasse di tenere unito l'antico Impero di Carlomagno, l'unico presidio di Roma e del Mezzogiorno d'Italia, contro la minaccia del Saraceni. Provvide alla difesa della città, creando intorno a S. Paolo una "Ioannipolis»; condusse personalmente vittoriose campagne contro gli infedeli, tentando di staccare da questi i piccoli Stati meridionali, che per interesse o paura si erano stretti con loro. Cercò di rafforzare il potere di Ludovico II, procurando che gli fosse restituita la Lorena da Carlo il Calvo e Ludovico il Tedesco, che se l'erano divisa dopo la morte di Lotario II.

Morto l'Imperatore senza eredi maschi, nella mancanza di ogni norma di successione, attribuì a se stesso il diritto di designare il futuro imperatore per impedire che si disgregasse del tutto l'Impero. E designò Carlo
il Calvo, sovrano della parte più romana dell'Impero, lodato per pietà, cultura, valore; lo fece acclamare dal clero e dal popolo di Roma; lo coronò imperatore ( 25 dic. 875 ), e ottenne da lui conferma di tutti i possessi e diritti della Chiesa. Ma Spoletini e Saraceni devastavano i dintorni stessi di Roma: nella città, per istigazione di Engelberga, vedova di Ludovico II e favorevole ai Carolingi tedeschi, si formava un partito ostile all'energico Pontefice. Non essendo abbastanza forti, i cospiratori fuggirono, seguiti dalla scomunica papale ( 30 giugno 876 ).

Il Papa si volse allora all'impresa contro i Saraceni: riunì a Traetto sul Garigliano (giugno 877) i capi degli Stati longobardi di Salerno e Capua, dei latini di Napoli, Amalfi e Gaeta: diede dottoro ed ebbe promesse. E sperò nell'aiuto di Carlo il Calvo, con il quale si trovò a Vercelli e a Pavia (sett. 877). Ma Carlo morì ( 6 ott. 877), le promesse degli Stati del Mezzogiorno furono vane; Lamberto di Spoleto e Adalberto di Toscana occuparono la città leonina (apr. 878), fecero entrare in Roma i nemici del Papa, lo tennero per un mese nelle loro mani, ma non riuscirono a costringerlo a giurar fede a Carlomanno re di Germania. Liberato, G. scomunicò gli aggressori; ma, non sentendosi sicuro, comprata la pace dai musulmani, si recò in Francia.

Qui tentò vanamente di raccogliere a Troyes (ag. 878) i principi carolingi e i loro vescovi per la salvezza della Chiesa e dell'Impero. Pensò allora di dare la corona imperiale a Bosone, conte di Vienne, e disse di volere attendere, senza cure mondane, «alle cose di Dio»; ma Bosone, più sollecito di procacciarsi un piccolo regno transalpino, si limitò a ricondurre in Italia il Pontefice (nov. 878).

Questi tentò ancora una volta di raccogliere le forze del Mezzogiorno e di stringersi con i Bizantini; riuscì ad indurre Annasio, vescovo e duca di Napoli, a sbarazzarsi dei Saraceni; ma la sperata liberazione dalla minaccia degli infedeli non fu raggiunta; anzi costoro si annidarono nello stesso dominio papale di Tractro (882), perpetua minaccia alle terre meridionali e allo Stato papale. Con la stessa speranza di aiuti contro i Saraceni, G. si riavvicinò ai Carolingi tedeschi, ormai prevalenti in Italia, riconobbe re d'Italia quel Carlo che fu detto poi il Grosso: lo incoronò a Roma imperatore ( 12 febbr. 881), intervenne con lui a una dieta solenne a Ravenna (febbr. 882). Ma il debole Imperatore ne deluse ancora una volta le speranze. Il vecchio lottatore finì, probabilmente per morte violenta, procurata dai suoi stessi congiunti.

Bial.: Tohannii VIII Registrum, ed. E. Caspar, in MGH. Epist., VII (1912-28); Jaffe-Wattenbach, I, pp. 379-422; J. M. Watterich, Pontificum Romanorum vitae, I, Ratisbona 1862, pp. 27, 29, 83, 833-90; J. Hergereluber, Photius, Patriarch von Constantinapel, 3 voll., ivi 1867-69; P. Balan, Il pontificato di G. VIII, Roma 1880; A. Lapôtre, L'Europe et le Si-Sièze, I, Le pape Jean VIII, Parigi 1895; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontifical, $2^{\circ}$ ed., ivi 1911, pp. 253-82; G. Buzzi, Ricerche per la storia di Ravenna e di Roma, in Arch. d. R. Sac. romana di st. patri., 38 (1915), pp. 120-35; G. Gey, L'Italia meridionale e l'Impero bizantino, Firenze 1917; Hefele-Lecierco, IV, II, pp. 635-88; F. Gregorovius, Storia della città di Roma nel medioevo, ed. E. Pais, I, II, Torino 1925, pp. 331-39; Felten. s. v. in Kirchenlexikon, VI, coll. 1562-68; E. Ansann, Jean VIII, in DThC, VIII, 1, coll. 621-13; G. B. Picotti, s. v. in Enc. Ital., XVII, pp. 352-53.
G. Battista Picotti

GIOVANNI IX, PAPA. - N. a Tivoli, eletto nel genn. dell'898, m. nei primi del 900 . Benedettino, fu eletto dal partito formosiano, forse con l'appoggio dell'imperatore Lamberto e degli Spoletini, in contrapposizione al futuro Sergio III; ma spiegò azione moderatrice.

Convocò sinodi a Roma, in uno dei quali fu annullata la sentenza pronunziata contro Formoso nel «Sinodo del cadavere» e fu riconosciuta la validità delle sue ordinazioni; ma furono assolti, dopo avere chiesto perdono, i vescovi che lo avevano condannato, fu confermato sotto pena di scomunica perpetua il divieto di traslazione dall'una all'altra sede vescovile e furono rinnovate le norme per l'elezione del pontefice, che doveva essere richiesto dal Senato e dal popolo, eletto dai vescovi e da tutto il clero, consacrato in presenza dei legati imperiali. Fu qui

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anche rivendicato il diritto dei vescovi di giudicare le cause relative a peccati carnali. Fu riconosciuta valida la consacrazione imperiale di Lamberto e annullata come "barbarica" e per surreptionem extorto quella di Arnolfo. Il Papa intervenne anche a una Dieta convocata da Lamberto a Ravenna (ott.? 898), ottenne da lui la conferma dei privilegi imperiali in favore della Sede romana, l'ordine di pagare le decime alle chiese, la promessa di aiuto per reprimere le inlicitae coniurationes dei sudditi romani; l'Imperatore fece riconoscere il diritto di tutti i Romani di ricorrere a lui. Chiudendo la Dieta, G. esortava i vescovi ad aver cura delle loro chiese, a dare buoni esempi al loro gregge, a indire preghiere per la pubblica pace e la prosperità dell'Impero. Parve cosi che Chiesa ed Impero si stringessero contro la dilagante anarchia; ma la repentina morte di Lamberto impedì che l'accordo desse i suoi frutti. Anche nella questione di Fozio G. IX si mostrò conciliante: riconobbe la legittimità sia di Ignazio che di Fozio e "tese la mano" a quelli che erano stati ordinati da loro. Mandò vescovi a mettere pace nella Moravia, riaffermando l'autorità della S. Sede sui paesi slavi.

Bim.: Epistulae: PL 131, 27 sgg.; Jaffé-Wattenbach, I. p. 442 sg.; Lib. Pont.. II, p. 232; Mansi, XVIII, 189 sgg.; MGH. Leges. I, pp. 562-65; I. M. Watterich (v. sopra Giov. VIII), I, pp. 31, 84, 636-38; J. Hermunrathor, Plautiae Patriarch van Constantinopel, 3 voll., Ratisbona 1867-69; Hefele-Leclercq, IV, it. pp. 714-19; G. Buzzi (v. sopra Giov. VIII), pp. 143-48; F. Gregorovius (v. sopra Giov. VIII, pp. 371-74; G. Fasoli, I re d'Italia, Firenze 1949, pp. 45-48.
G. Battista Picotti

GIOVANNI X, PAPA. - Eletto nel marzo (?) 914, deposto nel giugno 928 , m. nel 929 (?). La tradizione storica, appoggiata soprattutto al racconto maledico di Liutprando, dà un ritratto assai sfavorevole del personaggio; studi recenti ne hanno messo in luce la vigorosa figura. G. da Ravenna, prima diacono e inviato più volte a Roma dall'arcivescovo Cailone, era già nel luglio 905 arcivescovo di Ravenna, XI di questo nome. Si mostrò fin d'allora convinto della necessità che l'autorità spirituale e la temporale si dessero reciproco appoggio contro l'anarchia feudale; perciò diede favore a Berengario I.

Fu eletto papa con l'appoggio, o certo con il consenso, di Teofilatto e di Teodora, potentissimi in Roma, con cui era da tempo in relazioni cordiali; ma i rapporti illeciti di lui con Teodora sono assai probabilmente una invenzione maligna. Raccolse in una lega Romani, Bizantini, Alberico marchese di Spoleto e Camerino, gli Stati del mezzogiorno d'Italia, per unidare i Saraceni dal Garigliano, e prese parte all'impresa, se ipsum corpusque suum opponendo, e ottenne piena vittoria (ag. 915). Nel dic. 915 diede la corona imperiale a Berengario. In Roma non poté impedire che si affermasse l'autorità di Marozia, "senatrice" e "patrizia", e, più tardi, sposa di Guido, marchese di Toscana. Favori la elezione a re d'Italia dell'energico Ugo di Vienne, e conchiuse con lui a Mantova (926) un "foedus"; ne ebbero sospetto Marozia e Guido, anche per l'autorità data dal Papa al fratello suo, il marchese Pietro. Fu invaso dal loro soldati il Laterano e ucciso Pietro; non
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(da G. B. Ladner. I ritratti nell'antirhita e nel mediarre. Città del Vaticano 1631, tor. Il) Giovann X, papa - Denaro d'argento.
molto dopo, nell'assenza di Ugo dall'Italia, il Papa fu fatto prigioniero, deposto, probabilmente ucciso.

Nel governo della Chiesa, G. X tenne alto il prestigio dell'autorità papale; prese provvedimenti per il mantenimento della disciplina ecclesiastica e il miglioramento dei costumi; ma il suo programma di rafforzare l'autorità regia, come presupposto di una riforma religiosa, lo costrinse a concessioni pericolose, come quella, fatta ai re di Germania e di Francia, di ingerirsi nella nomina dei vescovi. Inviò in Germania un legato, che presiedette al Sinodo di Hohenaltheim (sett. 916), nel quale si obbligarono con sanzioni ecclesiastiche i sudditi alla fedeltà verso il Re. Facilito la conversione dei Normanni al cristianesimo. Si adoperò a mettere pace tra i Greci e i Bulgari e tra questi e i Croati; inviò la corona imperiale allo zar dei Bulgari, Simeone, e probabilmente creire dei Croati Tomisiao. Cercò di mantenere il popolo di Croazia, di Schiavonia, di Dalmazia nell'obbedienza alla Sede romana, e raccomandò che i fanciulli fossero avvezzati a studi di lettere latine e che la Chiesa non si celebrasse "in barbara seu slavinica lingua ". Ricostruì la Basilica Lateranense e l'adornò di pitture allora assai ammirate.

Bim.: Epistulae: PL 131, 27 (erroneamente attribuita a Giov. IX), 132, 799 sgg., e in Neure Archiv. 9 (1883), pp. 513-40; Jaffé-Wattenbach, I, p. 449 sgg.; Lib. Pont., pp. 240-41; I. M. Watterich (v. sopra Giov. VIII), I, pp. 33, 38, 661-69; Mansi, XVIII, 192-201; MGH. Leges. II, 1, pp. 356-60; Liutprandi eb. Cremonnsis opera : ibid., Scriptores rerum Germanicarum in usum solniorum (ed. J. Becker, 1913); Benedetto del Socrate (v. sopra Giov. VII), pp. 156-62; T. Venti, G.X, in Archivio della $R$. Soc. rom. di stor. patria, 59 (1936), pp. 1-136, dove sono citate molte opere precedenti; W. Kalmol, Rom und der Kirchenstaat im 19. Jahrhundert (Abbandlungen zur mittleren und neueren Geschichte, 78), Berlino 1933; G. Fasoli, I re d'Italia, Firenze 1949, passim.
G. Battista Picotti

GIOVANNI XI, PAPA. - Romano, eletto nel febbr.-marzo 931, m. nel dic. 935. N. da Marozia e, secondo un'asserzione assai discutibile di Liutprando, da papa Sergio III, o, secondo altri, da lei o da Alberico I di Spoleto, fu, assai giovine, eletto papa per volere della madre. Dopo la cacciata di re Ugo da Roma e l'oscura fine di Marozia, rimase in balia, e forse in prigionia, di Alberico II, fratello o fratellastro suo.

Durante il suo pontificato furono cordiali le relazioni con l'Impero bizantino, di cui si adottò l'èra; si annodarono anzi trattative per conchiudere un matrimonio fra una sorella del Papa e un figlio dall'imperatore Romano Lecapeno, e per intronizzare a patriarca di Costantinopoli un altro figlio di costui, ancora fanciullo. Nei primi anni del pontificato (931-32), quando erano ancora strette le relazioni fra Roma e Ugo, fu assunto sotto la protezione della Sede romana il monastero di Cluny; così anche in questo oscuro periodo si andavano gettando inconsapevolmente i semi della futura riforma della Chiesa.

Bim... Epistulae: PL 132, 1055 sgg.; Jaffé-Wattenbach, 1. p. 454 sgg.; Lib. Pont., II, p. 243; J. M. Watterich (v. sopra Giov. VIII), pp. 33, 39-41, 669-71; L. Duchesne (v. sopra Giov. VIII), pp. 324-26; id. Serge III et Jean XI, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 33 (1913), p. 13 sgg.; P. Fedele, Ricerche per la storia di Roma e del papato, in Arch. della R. Soc. romana di st. patria, 33 (1910), pp. 217-40; F. Gregorovius (v. sopra Giov. VIII, II, 1, pp. 9-10; G. Fasoli (v. sopra Giov. IX), p. 121.
G. Battista Picotii

GIOVANNI XII, PAPA. - Romano, eletto il 16 dic. 955, m. il 14 maggio 964. Ottaviano, figlio di Alberico, era stato, giovanissimo, designato per volere del padre dal clero e dal popolo di Roma a succedere ad Agapito II, ancora vivente. Morro Alberico (954), ne ereditò il potere civile; morto il Papa, mutando con nuovo esempio il nome, raccolse nelle sue mani anche il potere religioso. Ma apparve un grande signore mondano piuttosto che un pontefice. Ni mostrò senno politico. Tentò, alleato con il duca di Spoleto, una infelice spedizione contro Benevento e Capua. Insospettito per le ingerenze

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dei re d'Italia Berengario II e Adalberto nel ducato di Spoleto e in Romagna, o forse costretto da un partito favorevole ad Ottone re di Germania, ne invocò l'aiuto, e, dopo averne avuto la promessa di rispettare i diritti e promuovere gli interessi della Chiesa e del suo capo, lo coronò imperatore (2 febbr. 962), iniziandosi così quello che fu detto poi Sacro Romano Impero della nazione germanica. Gli accordi tra il Papa e l'Imperatore furono consacrati nel Privilegium Othonis ( 13 febbr. 962 ).

Secondo il testo che ora si possiede, probabilmente alterato, l' Imperatore confermava, almeno formalmente, le donazioni di Pipino e diCarlomagno, comprendenti gran parte d'Italia; ma i Romani dovevano giurare di non permettere che il pontefice fosse consacrato, prima che avesse prestato giuramento di fedeltà all' imperatore: Liutprando anzi affermo che il Papa e
i Romani promisero che nemmeno l'elezione sarebbe stata fatta senza il consenso imperiale.

Ritornato l'Imperatore nell'Italia settentrionale, G. annodò trattative con Adalberto e, si disse, con l'Imperatore bizantino e gli Ungari. Allora Ottone ritornò a Roma, donde era fuggito il Pontefice, e raccolse ( 6 nov. 963) un sinodo, cui presiedette: G., caricato d'incredibili accuse e citato a scolparsi, minacciò la scomunica, ma fu deposto (4 dic.) e sostituito da un laico, Leone VIII, il quale confermò la promessa fatta dai Romani di non eleggere papa senza consenso, o forse senza designazione imperiale. Ma, partito l'Imperatore, G. uscì dal suo ritiro della Campania, rientrò in Roma, si vendicò aspramente degli avversari, fece annullare da un nuovo sinodo gli atti del sinodo imperiale (febbr. 964). Morì improvvisamente, mentre Ottone stava per marciare su Roma.

E da rilevare, anche in questo triste pontificato, una vigorosa affermazione dell'autorità e dell'ufficio pontificale : in una bolla dei primi mesi di G. XII, è detto che il Papa "totius christianitatis post Dominum caput" desidera "ut Ecclesia omnibus et cuncto christiano populo pax et honor unicuique proprius maneat ".

Bim.: Epistolar, PL 133, 1013 sgg.; Jaffé-Wattenbach, I. p. 463 sgg.; Lib. Pont., II, p. 246 sgg.; Liutprandi liber de rebus gestis Othonis magni imperatoris, in MGH, Scriptores, III, pp. 340 246; Benedetto del Soratte (v. sopra Giov. VII), pp. 171-82; J. M. Watterich (v. sopra Giov. VIII), pp. 41, 62, 672-79; Th. Sickel, Das Privilegium Ottos I, Innsbruck 1883; L. Duchesne (v. sopra Giov. VIII), pp. 335-51; G. Bossi, I Crescencn, Roma 1915, p. 10 sg.; A. Hauck, Kirchengeschichte Deutschlands, III, $3^{\circ} \mathrm{e} 4^{\circ}$ ed., Lipsia 1920, pp. 118-22, 230 sgg.; F. Gregorovius (v. sopra Giov. VIII), II, 1, pp. 40-53 e 63-65; G. Fasoli (v. sopra Giov. IX), p. 192 sgg.; E. Amann, Jean XII, in DThC. VIII, 1, coll. 619-26.
G. Battista Picotti

GIOVANNI XIII, PAPA. - Romano, eletto il 1 ott. 965 , m. il 6 sett. 972. N. da un Giovanni "episcopo", forse della famiglia dei Crescenzi, e discendente forse per parte di madre dall'altra potente famiglia di Teofilatto, fu prima vescovo di Narni e bibliotecario della Sede apostolica. Fautore di Giov. XII, fu mandato da lui ambasciatore a Ottone I; ma prese poi parte sia al Sinodo, che, per volontà di Ottone, lo depose, sia a quello che lo ristabili nel pontificato.

La sua elezione a successore del papa di parte imperiale Leone VIII, avvenuta forse per designazione e certo
col consenso dell'Imperatore, poté risultare da un compromesso fra le fazioni romane. Ma G. si urtò presto con parte della nobiltà e con il popolo, forse per il favore dato a un nipote; fu chiuso in Castel S. Angelo e poi esiliato nella Campania (fine 965 -principio 966). Ritornò in Roma per l'appoggio della fazione crescentina e di Ottone, che, venuto in città, puni fieramente gli avversari del Papa (autunno 966). G., legato ormai alla parte imperiale, coronò ( 25 dic. 967 ) il tredicenne Ottone II, si adoperò per il matrimonio di questo con Teofono, ne benedisse le nozze
(14 apr. 972). Favori la propria famiglia; ma spiegò anche non trascurabile attività religiosa, precorrendo in qualche parte i pontefici rifarmatori. Tenne, insieme con Ottone I, un Sinodo a Roma nel genn. 967, e un altro a Ravenna, nel. l'opt. 967 ; in questo intenne, almeno teoricamente, dall'Imperatore la restituzione di Ravenna e furono riconfermate disposizioni "de mulierositate relinquenda ", riorganizab
vescovati della Germania settentrionale, crigendo in metropoli Magdeburgo, per favorire la diffusione della fede cattolica fra gli Slavi, sia pure con influenza tedesca; provvide agli interessi delle Chiese di Spagna e d'Inghilterra.

Bim. : Epistolar, PL 135, 951; Jaffé-Wattenbach, I, pp. 470 477; Lib. Pont., II, pp. 233-54; J. M. Watterich (v. sopra Giov. VIII), I, pp. 44, 64-65, 683-86; Benedetto del Soratte (v. sopra Giov. VII), pp. 184-85; Hefele-Leclercq. IV, 11, pp. 825-32; L. Duchesne, (v. sopra Grov. VII), pp. 333-56; G. Buzzi (v. sopra Giov. VIII), pp. 163-71; F. Gregorovius (v. sopra Giov. VIII), II, 1, pp. 58-72; A. Bruchmann, Die Ostpolitik Ottos des Grossen, in Historische Zeitschrift, 134 (1926), pp. 242 sgg.; C. Ceechelli, Note sulle famiglie romane fra il IX e il XII sec., in Arch. d. R. Dep. romana di storia patria, 68 (1935), pp. 72-97; E. Amann, Jean XIII, in DThC. VIII, i, coll. 626-28. G. Battista Picotti

GIOVANNI XIV, PAPA. - N. a Pavia, eletto nel dic. 983 , m. il 20 ag. 984 . Pietro Canepanova, vescovo di Pavia dal 978 ca. e cancelliere del Regno d'Italia, fu eletto a succedere al Papa di parte imperiale, Benedetto VII, da Ottone II. Morto questo (7 dic. 983), Bonifacio VII, di parte Crescentina, rioccupò la sede papale (apr. 984) e chiuse in Castel S. Angelo Giov. XIV, che fu lasciata morire di fame o ucciso. Il suo epitaffio in S. Pietro gli dava lode di eloquenza, di mitezza, di carità.

Bim.: Jaffé-Wattenbach, I, pp. 484-85; Lib. Pont., II, p. 259; J. M. Watterich (v. sopra Giov. VIII), I, pp. 66, 87, 686687; F. Gregorovius (v. sopra Giov. VIII), II, 1, pp. 103-106.
G. Battista Picotti

GIOVANNI XV, PAPA. - Romano, eletto nell'ag. 985, m. nel marzo 996. E ricordato in alcune liste di papi come Giov. XVI, essendo inserito prima di lui per errore un altro Giov. XV, donde in quelle liste l'accrescimento di una unità per tutti i papi fino a Giov. XIX e la mancanza di un Giov. XX.

Eletto forse per un accordo tra la fazione imperiale e l'antimperiale, dovette lasciare a Giovanni Crescenzio la direzione degli affari politici. Poi, fuggito in Toscana, implorò l'aiuto di Ottone III. Avvicinandosi questi a Roma, G. fu riaccolto nella città, ma venne a morte prima che Ottone vi entrasse.
G. XV, che è ricordato come esperto nelle armi e autore di molti libri, dimostrò un'attività religiosa assai notevole. Impose (991) la pace a Etelredo re d'Inghil-

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terra e a Riccardo duca di Normandia, in un Sinodo tenuto a Roma (31 ott. 993); canonizad Ulrico vescovo di Augusta, primo esempio a noi noto di canonizzazione compiuta da un papa. Rivendicò energicamente l'autorità del pontificato in una gravissima controversia scoppiata in Francia, primo clamoroso episodio del gallicanismo. Per volontà di Ugo e Roberto re di Francia, era stato raccolto, il 17 giugno 991, un Sinodo di vescovi della Gallia e St-Bsale di Verzy (Reims), per giudicare Arnolfo, arcivescovo di Reims, accusato di tradimento. Poiché i difensori di questo eccepivano, sulla base delle Decretali pseudo-isidoriane, l'incompetenza del Concilio a giudicare sulla questione, ch'era già stata deferita al Pontefice, erano sonate nell'assemblea le più aspre accuse contro la S. Sede e il clero di Roma; e il Concilio, negando col fatto l'autorità del Papa sulle Chiese nazionali, aveva costretto Arnolfo a rinunziare, sostituendolo con il celebre Gerberto. Il Papa chiamò a Roma i vescovi e i due Re (992), ma un nuovo Concilio a Chelles, sotto la presidenza di Roberto, decise di resistere agli ordini dati da Roma e contro ai canoni dei Padri s, mentre il Re invitava il Papa a recarsi in Francia. G. mandò invece l'abate romano Leone, il quale raccolse a Mousse, sui confini tra la Francia e la Germania, un Sinodo di vescovi, tutti, eccetto Gerberto, sudditi del Regno tedesco (2 giugno 993) : Gerberto, invitato ad astenersi da tutte le funzioni ecclesiastiche fino a un nuovo concilio, si sottomise : i vescovi, che avevano preso parte alla deposizione di Arnolfo, furono pure deposti. Il seguito della controversia è oggetto di discussione : è certo soltanto che Arnolfo, morti già Ugo e G. XV, fu reintegrato nella sede di Reims da Gerberto, divenuto papa Silvestro II.

BbL.: Epistoloc: PL 137, 282 sgg.; Jaffé-Wattenbach, I. pp. 48b-80; Lib. Pont., II, pp. 252-54; J. M. Watterich (v. sopra Giov. VIII), I, pp. 66-67; MGH, Scriptores, III, pp. 638-93; A. Hauck, pp. 255-70; Hefele-Leclereq, IV, II, pp. 844-83; F. Schneider, Papst Johannes XV, and Ottos III. Romfahrt, in Mittel. d. Inst. für österr. Geschichte, 39 (1923), pp. 193-218.
G. Battista Picotti

GIOVANNI XVI, ANTIPAPA. - N. a Rossano in Calabria, m. nel 1013 (?). G. Filagato, un greco di oscura famiglia divenuto con il favore dell'imperatrice Teofano abate di Nonantola, coadiutore e poi vescovo di Pavia e inviato di Ottone III a Costantinopoli, fu, al ritorno da questa legazione e nell'assenza dell'Imperatore, elevato alla Sede papale, forse contro sua voglia, da Giovanni Crescenzio, in contrapposizione al fuggiasco papa imperiale Gregorio V (apr. 997). Ritornato l'Imperatore, G. fu accecato, orribilmente mutilato e relegato in un monastero. Morì, sembra, nell'abbazia di Fulda.

BbL.: Jaffé-Wattenbach, I, pp. 495-96; Lib. Pont., II, pp. 261-62; MGH, Scriptores, XIII, p. 210; J. M. Watterich (v. sopra Giov. VIII), pp. 68, 689-90; L. Duchesne (v. sopra Giov. VIII), p. 363; P. Gregorovius (v. sopra Giov. VIII), II, I, pp. 103-105.

G. Battista Picotti

GIOVANNI XVII, PAPA. - Romano, eletto nel giugno 1003, m. nel dic. dello stesso anno. Giovanni Siccone fu dato a successore a Silvestro II per opera del patrizio Crescenzio, onnipotente in Roma dopo la morte di Ottone III.

BbL.: Lib. Pont., II, p. 265; R. Poupardin, Notes sur la chronologie de Sens XVII, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 21 (1901), p. 387 sgg.
G. Battista Picotti

GIOVANNI XVIII, PAPA. - Romano, eletto nel genn. 1004, m. nel luglio roog. Di nome Fasano, cardinale "Sanchi Petri", dopo l'elevazione al pontificato attese solo alle cose di Chiesa, lasciando il governo temporale al patrizio Crescenzio. Creò in Germania il vescovato di Bamberga, assoggettandolo immediatamente alla S. Sede, per favorire, secondo il desiderio dell'imperatore Enrico II, l'evangelizzazione degli Slavi. Ordinò all'arcivescovo di Sens e al vescovo di Orléans di comparire a Roma per discolparsi dell'avere gettato nel fuoco certe bolle papali e invitò Roberto re di Francia, sotto pena di scomunica,
a costringerveli (roo8?). Mori nell'abbazia di S. Paolo, dove sembra si fosse ritirato.

BbL.: Epistolc, PL 139, 1477 sgg.; Jaffé-Wattenbach, I. p. 501 sgg.; Lib. Pont., II, p. 266; J. M. Watterich (v. sopra Giov. VIII), I, p. 69, 89, 899; Ch. Pfister, Etudes sur le règne de Robert le pious, Parigi 1885. pp. 314-16. G. Battista Picotti

GIOVANNI XIX, PAPA. - Eletto nell'apr. o maggio 1024, m. nel 1032. Romano dei conti di Tuscolo, fratello di Benedetto VIII, era stato, durante il pontificato di questo, console, duca e senatore di tutti i Romani -. Fu eletto per simonia, ancora laico, a succedergli e raccolse così nelle sue mani il potere religioso e civile. Sotto di lui riapparvero gli abusi, che Benedetto VIII aveva tentato di combattere. Quando Basilio II, imperatore di Costantinopoli, volle far riconoscere come ecumenico il patriarca di Costantinopoli, G. XIX parve dapprima disposto a cedere; ma l'opposizione soprattutto dei Cluniacensi lo indusse ad opporsi. Coronò imperatore Corrado il Salico ( 26 marzo 1027) in presenza di Rodolfo III di Borgogna e di Canuto re di Danimarca e d'Inghilterra; e da questo punto divenne strumento nelle mani dell'Imperatore.

Così, nell'annosa controversia fra i patriarchi di Aquileia e di Grado, mentre aveva in un primo momento attribuito al patriarca di Aquileia Popone i diritti su Grado, ma aveva poi riconosciuto l'indipendenza del patriarcato gradense, confermò in una bolla del sett. 1027 le decisioni di un Concilio, tenuto il 6 apr. in Laterano alla presenza dell'Imperatore, in favore delle pretensioni di Popone, anzi dichiarò la sede di Aquileia seconda dopo quella di Roma e sua vicaria, metropolitana di tutte le sedi d'Italia. Diede molti privilegi ai Cluniacensi e avrebbe voluto che il loro abate Odilone accertasse l'arcivescovato di Lione. Il favore dato a Guido d'Arezzo, l'inventore delle nuove note musicali, parrebbe indicare in G. XIX qualche interesse per l'arte.

BbL.: Epistolc: PL 141, 1115; 142, 671 sgg.; Jaffé-Wattenbach, I, p. 514 sgg.; Lib. Pont., II, p. 269; Hefele-Leclercq, IV, 11, pp. 943-45; F. Gregorovius (v. sopra Giov. VIII), II, 1, pp. 218-221; A. Hauck (v. sopra Giov. XII), pp. 552-59; G. Gay, I papi del secolo XI e la cristianità, Firenze 1928. pp. 105-108. G. Battista Picotti

GIOVANNI XX, PAPA. - Pontefice inesistente dovuto allo sdoppiamento del pontificato di Giovanni XIV. Cf. nota critica di A. Mercati alla serie dei pontefici, in Annuario Pontificio 1950, p. 14: v. giovanni xv, papa.

GIOVANNI XXI, PAPA. - N. a Lisbona, probabilmente fra il 1210 e il 1220 , eletto l'8 sett. 1276, m. il 20 maggio 1277. Pietro di Giuliano, portoghese, aveva studiato a Parigi e insegnato medicina a Siena fra il 1247 e il 1252 ; era stato poi tra i familiari del card. Ottobono de' Fieschi, il futuro Adriano V, quindi decano di Lisbona (1261), arcivescovo di Braga (1273), archiatra di Gregorio X e da lui promosso cardinale vescovo di Tuscolo (1273).

Dopo un Conclave tumultuoso, fu eletto a Viterbo successore di Adriano V e coronato il 20 sett. Appena salito al pontificato, punì gli autori dei torbidi; ma confermò un decreto di Adriano, che sospendeva la costituzione di Gregorio X per la sollecitudine dell'elezione pontificale, proponendosi di sostituirla con nuove norme (30 sett. 1276). Uomo di studio, più che di governo, dominato dal card. Orsini, che fu poi Niccolò III, G. tuttavia, nei pochi mesi di pontificato, spiegò attività considerevole. Battendo la via già seguita da Gregorio X, cercò di riconciliare Rodolfo d'Abshurgo e Carlo d'Angiò per rendere possibile la coronazione di Rodolfo e la pace d'Italia, ma volle insieme impedire la soverchia potenza di Carlo e chiese a Rodolfo la promessa di non attentare al dominio della Chiesa in Romagna. Inviò due frati per riconciliare Alfonso X di Castiglia e Filippo III di Francia, minacciandoli di scomunica, se muovessero

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(per caricoia del prof. Feni)
Giovanni XXII, papa - Tomba del Pontefice (sec. xiv). Avignone, cattedrale.
guerra. Volle riunire tutti i principi cristiani per la Crociata e raccolse decime per l'impresa, pensò anche a una lega con i sovrani tartari, che gli avevano mandato un'ambasceria. Si adoperò a rendere effettiva l'unione fra la Chiesa greca e la romana, deliberata nel Concilio di Lione. Ordinò a Stefano Tempier, vescovo di Parigi, di indagare sui nuovi errori diffusi in quella Università ( 18 genn. 1277); e, quando il vescovo ebbe pronunziato la condanna dell'averroismo e della teoria della doppia verità ( 7 marzo 1277), gli ordinò di procedere all'epurazione dei maestri così di arti come di teologia ( 28 apr. 1277). La caduta di un pavimento nel Palazzo papale di Viterbo interruppe un pontificato, che si annunziava benefico alla Chiesa e alla pace del mondo.

Più che per le opere del suo breve pontificato, "Pietro Ispano" ebbe fama per la dottrina scientifica e filosofica, per cui fra Salimbene lo dice "magnus sophista, loyeus et disputator atque theologus" e Dante lo pone nella seconda "ghirlanda" dei teologi nel cielo del Sole (Par., XII, 134-35). Compose libri di medicina, seguendo la tradizione greco-araba; tra essi uno De oculo e un Thesaurus pauperum, seu de medendis humani corporis membris, dove, con senso di cristiana pietà per chi non ha mezzi di fortuna, s'indica il modo di curare ogni male. Scrisse un trattato De anima e commentò il De animalibus di Aristotele nella versione di Michele Scoto. Ma, già secondo Dante, egli "luce" soprattutto per i "dodici libelli" delle Summulae logicales, un manuale di dialettica, per il quale si servì della Summa di Lamberto di Auxerre e dell'opera di Michele Psello. Sulla base della logica aristotelico-boeziana, egli espone tutte le forme della disputa dialettica e vi aggiunge i contributi di quella che fu detta logica modernorum, occupandosi de proprietatibus
terminorum, cioè delle proprietà dei termini logici e delle relazioni loro con i termini grammaticali. L'opcra ebbe enorme diffusione già manoscritta; stampata una prima volta ad Alost nel 1474, ebbe altre edizioni numerosissime (il Prantl ne ricorda ben 84); fu tradotta anche in greco.

Bibl.: Les régistres de Jean XXI, ed. E. Cadier (Bibl. d. écoles françaises d'Atriènes et de Rome, 12" serie, 2, III); Posthast, II, pp. 1710-18; P. C.Daunou, Pierre d'Espagne, in Histoire littéraire de la France, XIX, Parigi 1838, p. 322 sgg.; G.Prantl, Geschichte der Logih, III, Lipsia 1867, pp. 32-74; R. Steppor, Papst Johannes XXI., Münster 1898; Uberweg, II, pp. 285, 713, 738 (con bibl.); M. De Wolf, Storia della filosofia medievale, II, Firenze 1943, pp. 77-78 e 80 (con bibl.); E. Amann, Jean XXI, in DThC. VIII, i, coll. 632-33; G. B. Picotti, s. v. in Enc. Ital., XVII, p. 235 (con bibl.)
G. Battista Picotti

GIOVANNI XXII, papa. - Pontificò dal 7 ag. 1316 al 4 dic. 1334. N. a Cahors verso il 1245 ca., Giacomo Duèse dovette la sua brillante carriera alle sue qualità di giurista. Divenne successivamente cancelliere del re di Sicilia Carlo II, vescovo di Fréjus (4 febbr. 1300), poi di Avignone ( 18 marzo 1310), cardinale del titolo di S. Vitale (dic. 1312), vescovo di Porto (1313). Eletto papa il 7 ag. 1316 a Lione, vi fu incoronato il 5 sett. G. XXII stabilil la sua residenza provvisoria ad Avignone. Malgrado la sua età fu di attività prodigiosa.

Non contento di contribuire alla riforma della Chiesa con le Clementine egli promulgò anche una serie di costituzioni, le Extravagantes, che furono commentate poi dai canonisti, ma che non fecero mai parte della raccolta ufficiale del CIC. Dopo il tempestoso pontificato di Clemente V, alla Chiesa romana occorreva una riorganizzazione. G. XXII gliela diede con un gran senso pratico, tanto che alcuni suoi editti rimasero in vigore per vari secoli. Le bolle Pater familias, Ratio iuris e Qui exacti temporis ( 16 nov. 1331) assicurarono il perfetto funzionamento del complicato meccanismo della Cancellería, dell'udienza delle cause del Palazzo apostolico, cioè della Rota e dell'udienza delle lettere contraddette (v. M. Targi, Die päpstlichen Kanzleiordnungen von 1200-1300, Innsbruck 1894, pp. 83-115).

Carattere autoritario, il Papa accentró nelle sue mani la collazione dei benefici ecclesiastici. I suoi predecessori avevano colpito con una riserva i benefici che fossero rimasti vacanti in Curia; egli invece aumentò considerevolmente il numero di quei benefici che si fossero trovati da allora in poi in questo caso, con una regola di Cancellería del 15 sett. 1316 e con la cost. Ex debito (CIC, Extravagantes, comm. I, III, col. IV). La riserva colpì anche i benefici elettivi regolari e secolari, compresi nei territori della Chiesa romana, in diverse province ecclesiastiche d'Italia (v. G. Mollot, La collation des bénéfices ecclésiastiques sous les Papes d'Avignon, Parigi 1921, p. 39).
G. XXII provocò poi inoltre una controversia sullo stato delle anime dei giusti prima della risurrezione generale. Egli sostenne, a titolo privato, che esse restavano sub altare Dei, godevano cioè della contemplazione dell'umanità di Cristo, ma non della visione bestifica. Questa sua strana opinione gli valse violenti attacchi contro la sua ortodossia da parte dei Francescani michelisti (seguaci di Michele da Cesena, v.), rivoltatisi contro di lui. Prima di morire il Pontefice ritratrò quello che aveva insegnato (v. E. Denifle-E. Châtelain, Chartulierium Universitatis Parisiensis, II, Parigi 1890, nn. 970-87).

Un conflitto di eccezionale gravità scoppiò con Ludovico di Baviera, eletto re dei Romani nel 1314, in concorrenza a Federico d'Austria. Vincitore a Mühldorf ( 28 sett. 1322), Ludovico chiese a G. XXII il riconoscimento del fatto. Ma il Papa aveva un suo piano: prolungare la vacanza dell'Impero per continuare ad amministrarlo. Ciò gli avrebbe permesso di abbattere in alta Italia l'egemonia dei Visconti, contro i quali le sue truppe combattevano ormai dal 1320. Egli aspirava inoltre a creare a Bologna il centro di uno Stato dove si sarebbe trasportata la Corte pontificia e dal quale si sarebbe diretta la po-

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litica italiana meglio che da Roma, troppo lontana dal teatro delle operazioni. G. XXII pose a Ludovico di Baviera delle condizioni che furono giudicate inaccettabili. Il principe si decise a venire in Italia in soccorso dei Visconti, assediati in Milano; egli aggravò i suoi torti dando asilo agli Spirituali che denigravano il Papa. Malgrado l'opposizione di un certo numero di cardinali, gli fu intentato un processo canonico che fini con la sua scomunica ( 23 marzo 1324). Ludovico di Baviera rispose con l'avanzata su Roma. Vi entrò e vi si fece proclamare illegalmente imperatore (ir genn. 1328), fece deporre G. XXII (18 apr.) ed eleggere un antipapa ( 12 maggio) che prese il nome di Niccolò V. Ma fu uno scisma effimero che ebbe termine con l'abiura solenne di Pietro da Corbara ( 29 luglio 1330 ).

Verso il termine della sua vita G. XXII conobbe delle amare delusioni. La rivolta dei bolognesi (17 marzo 1333) provocò lo sfacelo della sua politica italiana. M. ad Avignone il 4 dic. 1334.

Biall: Fonti: S. Rieder, Viatdunische Abten zur deutschen Geschichte in der Zeit Kaisers Ludwigs des Bayern, Innsbruck 1894; A. Coulon, Lettres morites et curiales du pape Jean XXII relatives a la France, Parigi 1900-13, 2 fasc. pubblicati; G. Mollat, Lettres communes de fean XXII, 16 voll., ivi 1904-47; E. Balzac, Valse paparum Acerianentium, ed. G. Mollat, 4 voll., ivi 1914-27; A. Mercati, Il ballarimm generale dell'Archivio secreta vaticano e napolumenti al registro dell'antipapa Niccolò $V$ (Studi e testi, 134), Città del Vaticano 1947. Opere: la bibliografia relativa a G. XXII è considerevole; si trova in G. Mollat, Les Papes d'Avignun, $0^{2}$ ed., Parigi 1930. Cf. anche C. Müller, Die Kampf Ludwigs des Bayern mit der römischen Curie, Taliensa 1879-90; H. Otto, Zur italicnischen Politik Johann XXII, Roma 1911; N. Voinis, Jacques Duèse, pape sous le nom de fean XXII, in Histoire littéraire de la France, XXXIV, Parigi 1914. pp. 301-630 (ottimo lavoro): G. Biacaro, Le relazioni dei Visconti di Milano con la Chiesa, in Archivio storico lambardo, 46 (1919). p. 84 -228; E. Sol, Un des plus grands papes de l'histoire, fean XXII, Parigi 1948 (studio rapido, senza valore).

GIOVANNI XXIII, ANTIPAPA: v. COSSA (COSCIA), BALDASSARRE.

GIOVANNI di ParigI (Quidort, Lesourd, Dormiens, Surdus). - Scolastico domenicano, n. ca. il 1269, m. a Bordeaux il 22 .sett. 1306. Entrò nell'ordine dei Predicatori dopo conseguito il baccellierato nelle arti e si segnalò per l'ardore con cui abbracciò e difese il tomismo. Insegnò nella facoltà delle arti e nel 1304 conseguì la licenza in teologia. Una teoria speciale della transustanziazione gli attirò un processo che perdé davanti ai maestri di Parigi (1305). Ricorse al papa Clemente V, ma la morte lo sorprese mentre stava preparando la sua difesa.

Scrisse un Correctorium; De unitate esse et essentiae in creativ; un commento alla Meteorologica e alla Physica; un Commentario sulle Sentenze, un trattato De Antichristo, contro Arnaldo da Villanova, e un altro più noto, De potestate regia et papali, con il quale partecipò alla lotta letteraria e politica tra i seguaci di Bonifacio VIII e Filippo il Bello. E stato spesso citato dai gallicani per qualcuno dei suoi obiter dicta, ma merita di essere ricordato principalmente per avere concepito ed esposto un sistema equilibrato sulle relazioni fra Chiesa e Stato. Non è fautore della monarchia universale ed afferma che il potere civile non deriva dal papa, ma, come quello spirituale, direttamente da Dio attraverso l'elezione popolare. All'autorità ecclesiastica non compete il governo delle cose temporali, ma, per la preminenza del suo fine, un'azione regolatrice che si esercita attraverso una giurisdizione morale sulla coscienza dei popoli, e specialmente di coloro che ne dirigono la politica.

Bial.: H. Finke, Aus den Tagen Bonifaz VIII., Münster 1902. pp. 170-77; R. Scholz, Die Publizistik zur Zeit Philippe des Schönen u. Bonifaz VIII., Stoccarda 1903. pp. 273-333; M. Grabmann, Le -Correctorium corruptori e du dominicain 7. Quidort de Paris, in Rep. néosr., 19 (1912), pp. 404-18; id., Studien 2u 7. Quidort v. Paris (Sitzungsber. d. bayes. Akad. d. Wiss., 3) Monaco

1922, pp. 1-603; J. Rivière, Le problème de l'Eglise et de l'Etat au temps de Philippe le Bel, Parigi 1926. pp. 148-50, 281-300; H. Weisweiler, Die Impanationslehre des 7. Quidort, in Scholastik, 6 (1931), pp. 161-94; J. Leclercq, Jean de Paris et l'ecclésiologie du XIIIe siècle, Parigí 1942.

Ligo Mariani
GIOVANNI (Buralli) da Parma, beato. - Sesto ministro generale dell'Ordine francescano, n. a Parma ca. il 1208 , m. a Camerino il 19 marzo 1289. Fattosi minorita verso il 1233, fu lettore di teologia a Bologna, Napoli e Parigi (1245); eletto generale dell'Ordine nel Capitolo di Lione del 1247.

Di santa vita e portato all'austerità favori, durante il suo ufficio (1247-57), i frati zelanti, sempre più fervidi sostenitori delle dottrine gioachimite, cui personalmente aderì pure G. Durante le prime lotte universitarie con i Mendicanti, a Parigi, il più generale fece opera di conciliazione, apprezzata dagli avversari. Acuitesi le accuse contro i frati gioachimiti, la posizione di G. (cui molti ascrizsero pure l'Introductorius in Evangelium aeternum di Gherardo da Borgo di S. Donnino, 1254) si rese insostenibile: gli successe nel generalato s. Bonaventura che dovette istituire un processo a carico del predecessore (Città della Pieve, più probabilmente 1263). G. si ritirò nel