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 molti ascrizsero pure l'Introductorius in Evangelium aeternum di Gherardo da Borgo di S. Donnino, 1254) si rese insostenibile: gli successe nel generalato s. Bonaventura che dovette istituire un processo a carico del predecessore (Città della Pieve, più probabilmente 1263). G. si ritirò nel conventino di Greccio, donde uscì dopo trent'anni per recarsi in Oriente per la causa dell'unione delle Chiese, ma morì in viaggio. Aveva partecipato al I Concilio di Lione (1245) ed era già stato legato di Innocenzo IV in Grecia nel 1249-50. Il suo culto fu confermato nel 1777 da Pio VI; festa il 20 marzo.

Lasciò (inedite) varie opere teologiche e scritturistiche; molto dubbia è l'attribuzione a lui fatta posteriormente (tocenti i coeri, Salimbene e altri che lo avvicinarono) del celebre Sacrum commercium b. Francisci cum domina paupertate. Il nome di G. fu sempre invocato con venerazione e a scopo polemico dagli Spirituali.

Bial.: Biografo di G. furono pubblicate da F. Camerini, Ravenna 1730, I. Affè, Parma 1777, Luigi da Parma, Quaracchi 1880, 1900; René de Nantes, Quelques pages d'histoire franciscaine, in Etudes franc., 13 (1906), pp. 148-67, 277-300 (gioachinismo). Per il processo: Archic f. Lit. u. Kirchengesch., II, 1886, pp. 284 286; G. Golubovich, Bibl. di Terra Santa. I, Quaracchi 1906. pp. 224-26; cf. M. Bihl, Ouo anno Capitulum generale Metis celebratum sit, in Arch. franc. hist., 3 (1910), pp. 601-14; G. Bondatti, Gioachinismo e francescanismo nel Dogecin, S. Maria degli Angeli 1921, pp. 60-63, 191-11; H. Bett, Joachim of Flora, Londra 1931, pp. 119-23; G. Abate, Per la storia e la cronologia di s. Bonaventura, in Misc. Franc., 50 (1950. 1): Arturus a Monasterio, Marcerologium franciscanum, nuova ed., Roma 1939, p. 102, n. 1; Sbaralea, II, pp. 42-43; E. d'Alençon, s. 7. in DThC, VIII, pp. 794-96; L. Oliger, s. v. in LThK, V, p. 322.

Lorenzo Di Fonzo
GIOVANNI da Penna S. Giovanni, beato. Uno dei primi discepoli di s. Francesco d'Assisi, n. a Penna S. Giovanni (Macerata) ca. il 1193, m. ivi nel 1270 (o 1271 ).

Ricevuto nell'Ordine nel 1213, conobbe s. Francesco nel Capitolo generale di Assisi del 1217, e da lui fu inviato in Linguadoca per fondarvi conventi insieme ad una trentina di frati. Tornato nella Marca fu superiore in diversi conventi; l'opera sua rifulse principalmente nella nativa città di Penna. Senza spargimento di sangue, riuscì a comporre l'accordo tra i conti Aldobrandini ed i loro sudditi, e nel 1248 la città si erigeva a Repubblica, come libero comune. La costituzione è un monumento di saggezza e di giustizia.

Il documento, scoperto nel 1948 da R. Cecchetti nell'Archivio storico di Penna S. Giovanni, rappresenta un rarissimo esemplare di Charta libertatis, di cui qualche esempio trovasi in Toscana e in Lombardia. E stato studiato dal prof. Pier Silverio Leicht dell'Università di Roma ed è considerato fondamentale per una completa inquadratura storica del diritto italiano. Con tale Charta, Penna ebbe, in anticipo di secoli sugli Stati moderni, istituzioni per cui i popoli ebbero sanguinosamente a combattere, come, ad es., il diritto del profamento; la concessione delle terre ai sudditi fatta con criterio di perfetto equilibrio tra capitale e lavoro, cioè con la divisione dei prodotti "ad partibus " o "ad portionem", con diritto ai coloni del riscatto dopo alcuni anni.

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(Jot. Alinari)
Giovanni PisanO - Madonna col Bambino, Scultura in avorio, Pisa, sacrestia della Cattedrale.

Il suo corpo fu sepolto nella chiesa dei Minori Conventuali. Il culto fu approvato da Pio VII nel 1806. Festa il 25 sett.; nell'Ordine francescano il 31 ott.

Birl.: Fioretti di s. Francesco, cap. 42; Wedding, Annales, IV, p. 274 ag.; V. p. 368 sgg.; G. Collucci, Antichità picene. XXX, Fermo 1796, pp. 132-46; G. De Minicis, Iscrizioni latine ed italiane pubblicate in Penna S. Giovanni il dì 20 sett. 1884 in onore del b. Giovanni, Penna S. Giovanni 1885. Ruggero Cecchetti

GIOVANNI di Peterborough (John of Peterborough). - Autore cui è di solito attribuito l'ammirevole Chronicon Petroburgense ab a. 654 ad a. C. 1368 , contenuto nel ms. Cotton Claudius A. 5.

Un'annotazione ivi scritta da mano del sec. xvir lo attribuisce a Johannes Abbas, senza dare alcuna referenza. Ma non c'è stato a Peterborough nessun abate con questo nome tra John de Caleto (1250-63) e John Deeping eletto nel 1408. Simon Patrick, che nel 1686 curò la pubblicazione della storia della Chiesa di Peterborough di Simon Gunton, attribuisce a John de Caleto la paternità del Chronicon, dove però è citata un'opera comparsa dopo la morte di quest'abate. Joseph Sparke nella sua Historiae anglicanae scriptores varii (1723), ne ritiene probabile autore John Deeping. J. Laland (1552) lo ritiene con probabilità opera di Johannes Abbas de Burgo; John Pitts (De illustribus Angliae scriptoribus, Parigi 1619, pp. 448) dice che "Johannes Burgensis"
era un colto e pio monaco cluniacense, fiorito ca. il 1340 . Tutte queste sembrano pure congetture. Casimir Oudin (Commentarius de Script. Eccles., III, Parigi 1722, p. 1088), ripete Leland e Pitts. Il Chronicon venne ristampato nel 1845 e nel 1849 .

Birl.: C. L. Kinesford, John of Peterborough, in Dict. Not. Biogr., X (nuova ed. 1908-1909), pp. 888-89. Enrico G. Ropa

GIOVANNI da Pian del Carpine. - Francescano, missionario; n. sul finire del sec. xir a Pian del Carpine (Perugia), vestí l'abito francescano. La prima notizia che si ha di lui è del 1221, quando fu mandato da s. Francesco in Germania con la seconda spedizione di Frati Minori alla quale preparò la strada (cf. Giordano da Giano, Cronica, in Anal. Franc., 1, 9).

Nel 1222 fu eletto custode di Sassonia, fondando conventi in varie città tedesche (Hildesheim, Albertstadt, Magdeburgo, ecc.); nel 1228 fu ministro provinciale di Teutonia e nel 1230, in viaggio per il Capitolo generale d'Assisi, fondò il convento di Mietz. Il Capitolo generale gli affidava il governo dei frati in Spagna. Ritornò nel 1233 al governo della Sassonia, rimanendovi per sei anni ed estendendo l'Ordine in Boemia, Ungheria, Polonia. Tra il 1239 e il 1245 non si hanno notizie. Ma in quest'anno Innocenzo IV lo manda come suo legato ai Tartari e in 16 mesi compie la sua missione, e di ritorno resta per tre mesi presso il Sommo Pontefice. Dopo di che è spedito come ambasciatore a Luigi IX di Franca, perché rimandi la spedizione di Terra Santa. Eletto vescovo di Antivari (non si sa con precisione l'anno), nel 1248 occupava la sua sede fra contrasti e difficoltà che durarono fino alla sua morte, avvenuta il $1^{\circ}$ ag. 1252.

Frutto della sua legazione ai 'Tartari e la sua Historia Mangelorum che, oltre quattro capitoli introduttivi in cui tratta della geografia, degli usi, costumi e religione dei Tartari, contiene una rapida sintesi storica dell'accrescersi dell'Impero, e una minuta descrizione del loro esercito e dei loro metodi di combattimento, dipingendo a vivi colori le loro crudeltà per animare gli occidentali ad armarsi ed unirsi contro un nemico tanto potente e pericoloso. E questo il fine della relazione. In una seconda redazione aggiunse altri :apitoli con più particolareggiati riferimenti personali. La relazione ha un grandissimo valore storico ed etnografico; fu pubblicata parecchic volte e se ne fecero anche versioni in varie lingue. La più recente e migliore edizione è quella curata da p. A. van den Wyngaert, in Sinica Franciscana, I, pp. 27-130.

Birl.: Per la bibliografia anteriore al 1929, v. A. van den Wyngaert, Sinica Franciscana, I, Quaracchi 1929, pp. 1-26 (introduzione all'ed. critica); G. Falzone, Fra G. du P. del C., Palermo 1940; O. Tosti, La patria di fra G. da P. del C., in Studi francescani, 12 (1940), pp. 95-105; G. Pulle, Testimonianze di un viaggiatore italiano: frate G. da P. del C., in Vie del mondo, 10 (1942), pp. 25-36; A. Orlini, Fra G. da P. del C., ambasciatore a Roma, in Miscell. franc., 43 (1943), pp. 25-79.

Alberto Ghinato
GIOVANNI Pisano. - Scultore, figlio dello scultore Nicola di Pietro d'Apulla, n. a Pisa ca. il 1284, m. fra il 1316 e il 1318 . Scolaro ed aiuto del padre, collaborò con lui, con Arnolfo di Cambio e con altri all'esecuzione del pulpito per il duomo di Siena (1267-68) e quindi, sempre con Nicola, lo si trova ricordato nell'iscrizione della Fonte di Piazza a Perugia. Morso Nicola prima del marzo 1284, G. si recò a Siena dove tra l'ott. 1284 e il sett. 1285 , gli vennero concesse la cittadinanza e l'immunità da ogni onere, dazio, colletta, esazione, fazione e spedizione militare.

Egli infatti, come si rileva da un documento del 1287, lavorava alle dipendenze dell'Opera del Duomo, di cui fu nominato capomaestro; nel 1290 venne colpito da una condanna per un reato non determinato, ma in riconoscimento dei suoi meriti, che lo rendevano insostituibile nei lavori della cattedrale, la pena detentiva gli fu commutata in un'ammenda pecuniaria. Nell'ag. 1295

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per incarico del Comune di Siena deliberò, insieme con Duccio di Buoninsegna e con altri noti maestri, sulla costruzione di una fonte al Pian d'Ovile; nel dic. dello stesso anno si occupò dei lavori alle Terme di Petriolo e nel maggio 1296 venne richiesto dal Comune di fornire il disegno per un nuovo battistero, che non fu poi costruito. Nel 1297, probabilmente in seguito a disaccordi con l'amministrazione del Duomo e ad un'inchiesta, G. lasciò improvvisamente Siena e fece ritorno a Pisa, dove il 13 marzo 1298 compi degli scandigli della pendenza del campanile del Duomo. Un'iscrizione attesta che il pulpito della chiesa di S. Andrea a Pistoia fu compiuto da G. nel 1301: e subito dopo, nel 1302, G. iniziò il pulpito per il duomo di Pisa, la cui esecuzione si protrasse fino al 1312. Ma già fin dal 1310 G . aveva fissato la sua residenza a Siena, dove aveva acquistato nel 1299 una casa in Piazza del Duomo e un podere nella zona di Bolciano. Nel 1314 lo scultore ancora viveva a Siena: non si sa con precisione l'anno della sua morte. Fu sepolto ai piedi della cattedrale di Siena.

Sulla base di questi dati documentari sicuramente azzerati, è possibile ricostruire il percorso stilistico di G., individuandone le prime prove alle dipendenze del padre nel pulpito di Siena, alcune parti del quale, come lo specchio con la Strage degllInnocenti e il Cristo Apocalittico, si distinguono per un impeto pietrico e per una asprezza d'esecuzione che, sia pure con qualche immaturità, già rivelano l'indipendenza di G. rispetto alla classica serenità delle concezioni nicoliane. Sempre in stretta collaborazione con il padre G. esegui tra il 1268 e il 1276 e il 1278 e il 1284 alcuni dei colossali busti marmorei di Profeti, Evangelisti e della Madonna con il Bambino all'esterno del battistero di Pisa, mentre nella Fonte di Perugia il suo intervento è meglio identificabile nelle statuette del bacino superiore. E però soltanto dopo la morte di Nicola che G. dà il primo grande saggio delle sue capacità di scultore e architetto, disegnando la facciata del duomo di Siena (poi terminata nella seconda metà del sec. xiv non conformemente al progetto di G.) e scolpendo per essa una serie di statue (Filosofi dell'antichità, Profeti, Evangelisti, la Sibilla, Maria di Mosè) che costituiscono il primo grande ciclo di statuaria monumentale dell'arte italiana. Molte di queste statue furono, durante l'ultima guerra, rimosse dal Duomo e collocate nel Museo dell'Opera: in esse il genio di G. si palesa in tutta la sua grandezza, non soltanto per la fortissima individualità di cui appare improntato ciascun personaggio rappresentato, ma anche per il modo personalissimo con cui lo scultore ha fatto suo il gusto gotico per la linea fluente e ondulata, e per la infinita varietà di soluzioni che egli ha saputo dare al tema della figura a tutto tondo, drammaticamente animata e sciolta da ogni soggezione formale all'architettura cui è destinata. Sotto questo aspetto pertanto l'arte statuaria di G. si differenzia totalmente da quella dei grandi scultori nordici delle cattedrali di Francia e di Germania, e caratterizza inconfondibilmente e potentemente l'apporto italiano alla formulazione della civiltà figurativa dell'età gotica. Nel pulpito di Pistoia G. riprende lo schema dei pergami paterni, con la cassa e pianta esagonale circondata da cinque specchi a rilievo intervallati da statuette e gruppi statuari che, mediante raccordi ad archetti trilobi con figure di Profeti ed Evangelisti nei pennacchi e di Sibille agli spigoli, si leva su colonnette poggianti alternativamente su leoni : ma la struttura è più slanciata, le arcatelle sono a sesto acuto, e soprattutto diversa è la concezione del rilievo, realizzato con violente opposizioni di ombra e di luce nei profondi sottoquadri e nelle taglienti, sinretiche profilature degli aggetti. Con irruente, drammatica foga G. ha interpretato i tradizionali temi dell'Annunciazione, della Natività, dell'Adorazione dei Magi, della Strage degli innocenti, della Crocifissione e del Giudizio finale, inventando arditissimi scorci, spezzando profili, creando fortissime dissonanze di volumi: cosicché in ogni singolo riquadro circola un impeto irrefrenabile di movimento che trova le sue più intense ed acute espressioni nelle sconvolte ed accidentate scene della Strage e del Giudizio. Il pulpito del duomo di Pisa è di forma
circolare, con sette specchi intorno, più due laterali a un ballatoio, e anziché poggiare tutto su colonne, poggia in parte su statue e su grandiosi gruppi di più figure a tutto tondo. Ne consegue una maggior esuberanza decorativa, un carattere più accentuatamente plastico, mentre le superfici dei rilievi, anziché piane, sono convesse per consentire ad un più mosso e fantasioso effetto delle incidenze della luce; ché è questa ormai, su di una materia plastica consunta e ridotta a pure notazioni lineari, a suscitare mediante i suoi guizzi fantasmi di figurazioni improntate ad inaudita energia, ad un'evidenza drammatica che quasi rasenta l'espressionismo. Tra questi capolavori, tappe fondamentali nella rapidissima evoluzione del plasticismo giovannesco, si collocano poche altre notevoli opere, come i due piccoli Crocifissi lignei della chiesa di S. Andrea a Pistoia e del Museo dell'Opera di Siena, la Madonna in avorio del duomo di Pisa, la Madonna già nel Camposanto di Pisa e nella quale per la prima volta si enuncia il gentilissimo tema, caro a tanta pittura del Trecento, del muto colloquio di sguardi tra la Madre e il Divin Figlio, la Madonna con i due angioletti reggicandelabro nella cappella degli Scrovegni a Padova, quella già sulla lunetta del portale principale del battistero di Pisa, quella del duomo di Prato, che è l'ultima della serie; ed infine i mirabili resti della tomba di Margherita, moglie dell'imperatore Arrigo VII di Lussemburgo (ca. il 1312), che si conservano nel Museo civico di Genova. Anche in queste minori imprese il temperamento individualistico e intensamente appassionato di G. si rivela con una coerenza di linguaggio e con una spregiudicatezza di soluzioni formali che fanno di lui non solo il più grande, ma anche il più audacemente rivoluzionario e il più moderno scultore di tutto il periodo gotico. - Vedi tav. XLVI.

Bial.: M. Sauerlandt, Die Bildwerke des G. P., Düsseldorf 1904: A. Venturi, G. P., Bologna 1928: E. Carli, Sculture del duomo di Siena, Torino 1942, passim: H. Keller, G. P., Vienna 1942; P. Bacci, Documenti e commenti per la storia dell'arte, Firenze 1944, passim.

Enzo Carli
GIOVANNI III Sobieski, re di Polonix. - N. a Olesko (Leopoli) il 2 giugno 1624. La eminente posizione famigliare - era figlio di Jakób, primo se-
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(Int. Bropi)
Giovanni Pisano - Annunciazione. Particolare del pulpito della chiesa di S. Andrea - Pistoia.

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natore del Regno di Polonia - la larga esperienza di studio a Cracovia e nei viaggi compiuti all'estero (Inghilterra, Francia, Paesi Bassi, Germania, Italia, Turchia), le grandi capacità politiche e soprattutto militari lo fecero salire ben presto ai più alti gradi.

Grande attumo della Corona o comandante supremo dell'esercito dal 1667 , sotto il re Michele Korybut Wiśniowiecki riuscì a riscattare a Chocim (1673), contro Manmette IV e Ahmed Küprülu l'umiliante pace di Bucsace (1672) con la quale veniva caduta la Podolia ai Turchi e l'Ucraina ai Cosacchi. In presenza della continua pressione turca sulle frontiere sud-orientali della Polonia, la Dieta polacca, dopo la morte di Michele Korybut Wiśniowiecki, sopraggiunta alla vigilia stessa della battaglia, pensò di affidare a lui la corona di Polonia il 21 maggio 1674, scegliendola fra diciassette candidati. Egli continuò la guerra contro i Turchi e i Tartari, ottenendo dalla Porta, con la pace di Zurawno (1676), la restituzione dei due terzi dell'Ucraina e tutti i prigionieri detenuti in Turchia; dall'altro, non senza influenza della moglie Marysieńka, la francese Marie de la Grange d'Arquien, concluse con Luigi XIV il Trattato di Jaworów diretto contro l'Austria e il Brandeburgo ( 1675 ), con l'intesa di ottenere, dopo la guerra, la Prussia orientale. Poiché il pericolo turco aveva preso decisamente il sopravvento sulle preoccupazioni occidentali e baltiche, nel 1683 il S. si accostò all'Impero, concludendo con Leopoldo i e papa Innocenzo XI un patto di alleanza contro il Turco. E quando l'esercito di Kara Mustafà giunse sotto le mura di Vienna, il pronto intervento di G. alla testa di un forte esercito polacco consentì il 12 sett. 1683 una strepitosa vittoria alle armi della cristianità. S. riconquistò per l'Impero l'Ungheria e continuò a lungo a condurre la guerra contro i Turchi. Proprio queste lotte lo costrinsero a rinunziare, con l'accordo di Mosca del 1686, a Kiev e ai territori ucraini di là dal Dniepr. La morte lo colse il 17 giugno 1676, prima che la Polonia potesse riavere, con la pace di Carlowitz (1699), tutte le terre strappatele dal Turco, prima fra tutte Kamenec Podolski.

Capitano geniale, uomo di cultura ampia, umanistica, legato alla sede di Pietro (cui dopo Vienna inviò la bandiera verde del profeta), fu mecenate e cultore delle arti belle. Disdegnoso della corte fastosa di Varsavia, dove trionfava la moglie, preferiva ad essa la quiete di Wilanów (Villa Nova), palazzetto costruito su progetto dell'italiano Locci, dove aveva messo insieme, con l'aiuto del suo segretario, il gesuita p. Vota, ricche collezioni d'arte, fra cui molte copie di capolavori italiani.

Bibl.: T. Korzon, Dola i nisdola 7. Sobieshiega (- I successi e gli insuccessi di G. S. -). 3 voll., Cracovia 1898; C. Walisiewski, Marysieńka. Marie de la Grange d'Arquien, reine de Pologne, Parigi 1898; J. B. Morton, Sobieshi, king of Poland, Londra 1932; K. Piwarski, Miedzy Frawcja a Austria, Z dziejów polityki 7ana III Sobieskiego w latach 1687-90, Cracovia 1933; O. Laskowski, 7an III Sobieski, Varsavia 1936; O. Forst de Battaglia, 7an S. König von Polen, Einsiedeln 1946. Angelo Tamborra

GIOVANNI di Poollly (de Polliaco). - Filosofo e teologo scolastico, m. dopo il 1322.

Discepolo di Goffredo di Fontaines (de Fontibus), nel 1295 divenne magister artium, prima del 1307 doctor theologiae e insegnò come tale per ca. due decenni a Parigi. Fu uno dei professori consultati nel processo contro i Templari, e si dimostrò uno dei più accesi avversari dell'Ordine.

Interessanti particolari sul processo vengono ricordati nei suoi Quodlibeta. Nel conflitto circa i privilegi degli Ordini mendicanti, che tornò a divampare dopo il Concilio di Vienna (nel Delfinato), prese posizione contro il privilegio delle confessioni in maniera così aspra, che fu accusato presso la Curia e dovette ritrattarsi (1321; cf. Denz-U, 491-93). Sembra che dopo questa condanna abbia continuato a insegnare a Parigi senza altri incidenti. La sua posizione dottrinale dipende assai dall'intellettualismo di Goffredo di Fontaines, presenta però anche molti tratti tomistici e non è del tutto libera dagli influssi dello scetticismo e del fideismo allora in voga. Opere principali:

5 Quodlibeto, disputati fra il 1307 e il 1312 , e Quaestiones ordinariae (tutte inedite).

Bibl.: Hist. litt. de la France, XXXIV, Parigi 1914. pp. 220-81: P. Glorioux, La litt. quodlibitique, I. Le Saulchoir 1924, pp. 223-28; id., Hépert. des maîtres en thôol, de Paris au XIII siècle, I. Parigi 1933, pp. 450-52; J. Koch, Der Prozess gegen den Magister Johannes de Polliaco und seine Vorgeschichte 1312-17, in Recherches de thcol. anc. et médido., 3 (1933), pp. 391-422; M. De Wulf, Histoire de la philosophie médido., III. 6e ed., Lovanio e Parigi 1947, pp. 143-44, 159. Anneliese Maier

GIOVANNI da Prato. - Scrittore, n. a Prato ca. il 1367 , m. a Firenze tra il 1442 e il 1446 . Il suo vero nome è G. Gherardi. Ammiratore di Dante, ne lesse la Commedia in S. Maria del Fiore.

Reminiscenze dantesche e modi del Boccaccio s'incontrano nella Philomena (ed. da C. del Balzo in Poesie di mille autori intorno a Dante, III, Roma 1891), poema in terzine nel quale il poeta, guidato da sette donne (virtù cardinali e teologali), dalla selva dell'errore perviene al colle della teologia. Ingenuo misticismo spira dal Trattato d'una angelica cosa mostrata per una divinitàsima visione (in Wesselofski, p. 885 sgg.). Sotto l'influenza artistica del Boccaccio, ma improntata a sensi di nobile religiosità, è la sua opera principale, giunta anepigrafa e mutila (i primi quattro libri locuosi, e appena il principio del quinto), che A. Wesselofsky intitolò Il Paradiso degli Alberti, dal nome della villa fiorentina di Antonio Alberti in cui questi, Coluccio Salutati, Luigi Marsili e altri umanisti dissertano di storia e di filosofia. La pesantezza erudita del racconto è, a tratti, eservi ata dalla rappresentazione di costumanze fiorentine del tempo e da nove agili novelle.

Bibl.: Introduzione di A. Wesselofsky all'cd. del Paradiso degli Alberti, Bologna 1867; F. Novati, G. da P., in Miscellanea fiorentina di erudizione e di storia, I. Firenze 1886, n. 11; A. Chiari, La fortuna del Boccaccio, in Questioni e correnti di storia letteraria (a cura di A. Momiglione), Milano 1949, p. 305 sgg. Italiano Marchetti

GIOVANNI il Presbitero. - Supposto discepolo degli Apostoli, vissuto ad Efeso. Ne fa cenno s. Dionigi di Alessandria (ca. 255): ne congettura l'esistenza per criteri interni (B. Allo [v. bibl.], pp. cxcini sg., cc sgg.) dall' Apocalisse che gli attribuisce; e parla, solo per sentito dire, del duplice sepolcro ad Efeso dell'Apostolo e di costui (Eusebio, Hist. ext., VII, 25). Eusebio (ibid., III, 39: PG 20, 296 sg.) ne afferma l'esistenza.

La deduce dal frammento in cui Papia attesta la sua cura nell'informarsi della viva dottrina degli Apostoli: тuúç тû̄v прсоßитє́ршv... Xúүвoç. тi 'Aъ8pє́вç... є̇̇твъ... $\tilde{\eta}$ тı 'Iшávvŋç $\tilde{\eta}$ MатӨа̄̄̄ç $\tilde{\eta}$ тıç Ėтzpoc̣ tû́v тuü Kıplou шәӨŋтû́v, $\tilde{\alpha}$ тє 'Aрıотішv xai $\dot{\theta}$ mрсаßúтєроç 'Iшávvŋç, тoü Kıplou шәӨŋтúv, XEүyovav. G. è nominato due volte: prima con il gruppo di 6 Apostoli, al passato ( $\varepsilon$ ñav), ed è certamente l'apostolo G.; quindi con Aristione al presente ( $\lambda \varepsilon$ Ėyovav), e sarebbe quel G. di cui s. Dionigi; autore probabile dell'Apocalisse. Escluso quest'ultimo punto, s. Girolamo (De vir. ill., 18 sg .) accettò l'opinione d'Eusebio; opinione condivise da parecchi cattolici (E. Jacquier, M.-J. Lagrange, B. B. Allo, ecc.) e da moltissimi acattolici che attribuiscono a G. il P. l'Apocalisse e talvolta anche il IV Vangelo. Ma l'argomentazione di Eusebio non regge; è frutto di un pregiudizio: vuol negare all'Apostolo l'Apocalisse. Siccome questi era ancora vivente, Papia, dopo la testimonianza passata ( $\varepsilon$ ñ̀rev), ricorda quella presente; lo chiama $\dot{\theta}$ прсоß̆́ттсро, come poco innanzi ha chiamato gli Apostoli; nel frammento, прсоß̆́ттро сquivale senz'altro ad "apostolo" (A. Casamassa [v. bibl.], p. 186). Tutta la tradizione, incominciando dall'informatissimo Ireneo, ignora questo G. il P.; che, comunque, non avrebbe proprio nulla a che vedere con l'Apocalisse e il IV Vangelo (J. Chapman, O. Bardenhewer, F. X. Funk, M. Lepin, A. Casamassa, ecc.; tra gli acattolici, Th. Zahn, F. Büchsel, ecc.).

Bibl.: M. Lepin, Origine du IVe Evarugile, $3^{e}$ ed., Parigi 1910, pp. 87-96, 132-52; J. Chapman, Yohn the presbyter and the

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porth Gospel, Oxford 1911: M.-J. Lsarange, Ecomitile selva st fenn. $3^{2}$ ed., Parigi 1927, pp. xxix-xxix: P. De Ambroggi, Appunti sulla questione di G. P. presso Popia, in Scuola cattolica, 1 (1930, 11), p. 374 sgg.; id., G. apostolo e G. p.: auo persona o due?, ibid., 2 (1931, 1), pp. 304-14, 389-96; E. B. Allo, L'Apocalypse, $3^{2}$ ed., Parigi 1933, p. clxxxviii; A. Casanasso, I Padri Apostolici, Roma 1938, pp. 184-87; G. Perrella, Il testo di r. Popia circa - G. Pnossiano -, in Divas Thomas, 43 (1940), pp. 47-56; H. Simon-G. Dorado, Novum Testamentum, I, Torino 1944, pp. 140-43.

Francesco Spadafora
GIOVANNI di Ragusa. - Domenicano, una delle principali figure del Concilio di Basilea (1431-48), n. a Ragusa dalla nobile famiglia Stojković ca. il 1390-95, m. nell'ott. - nov. 1443. In gioventù si fece domenicano nel convento di Ragusa. L'8 nov. 1420 conseguì a Parigi il dottorato in S. Scrittura e poco dopo (1423) fu inviato ambasciatore dell'Università di Parigi presso Martino V al Concilio di PaviaSiena. Tornato alla cattedra di Parigi, vi rimase fino al 1429 , in cui fu eletto procuratore del suo Ordine presso il Papa.

Fu compagno del card. Giuliano Cesarini in Germania contro gli ussiti e, trattenuto questi dalla legazione boema, fu delegato dallo stesso Cesarini ad aprire il Concilio di Basilea ( 23 luglio) e a presiederlo sino allo suo venuta ( 9 sett. 1431). Dal genn. all'apr. 1433 combaté per la Comunione sotto una sola specie, contro Giovanni Rokicana del partito boemo. Assieme con Enrico Menguer e Simone Ferrari, fu inviato a Costantinopoli, dove rimase dal 1435 al 1437, quale legato del Concilio per trattare l'unione con i Greci. Al suo ritorno a Basilea, divisisi gli animi dei Padri, in un primo tempo porteggiò con il Cesarini per Eugenio IV, ma poi, datosi ai dissidenti, rappresentò la maggioranza, contraria al Papa e alla continuazione del Concilio a Bologna. Il io ott. 1438, dall'antipapa Felice V, fu creato vescovo di Ardijsch in Valacchia e il 12 ott. 1440 cardinale del titolo di S. Sisto.

Scrisse un'eporetta sugli inizi del Concilio di Basilea, un trattato circa l'unione con la Chiesa dei Boemi e vari discorsi.

BibL.: Gratia ad I articulum Bobemorum, in Sacrosancta Concilia, ed. F. Labbe e G. Cossart, XII, Parigi 1672, pp. 10131159; Initium et prosecutio Basileensis Concilii, in Manumento conciliorum generalium saeculi XV, ed. F. Palacky, I, Vienna 1837. pp. i-131; Troctatus quomodo Bohemi roberti sunt ad unitatem Ecclesiae, ibid., pp. 135-286. Raccolta dei manoscritti in R. Beer, Eine Handschriftenscheubung aus dem Jahre 1443 (Quomes de Raganis's Bibliothek), in Sexta Harteliana, ivi 1896, pp. 270-74: Quitif-Echard, I, pp. 206 b. 797-99; II, p. 823; B. Altaner, Zur Geschichte der Handschriftensammlung des Kardinals Johannes von Ragusa, in. Historisches Jahrbuch der Görres-Gesellschaft, Monaco 1927, pp. 730-32.

Ulderico Vicentini
GIOVANNI de Reading. - Teologo francescano del sec. xiv. Insegnò ad Oxford non prima dell'anno 1319, poi si trasferì ad Avignone, forse per insegnare in quello Studium generale francescano. Vi era nell'a. 1323: il suo nome infatti figura fra i teologi consultati da Giovanni XXII, prima della pubblicazione della decretale Antiquae concertationi (10 dic. 1323 ).

Scrisse un commento alle Sentenze, conservato nel cod. Conv. Soppr. D. 4.95 della Biblioteca nazionale di Firenze, il quale però si arresta alla dist. 5 del 11 . Si suppone compiuto durante il soggiorno avignonese, dato che l'autore cita Giovanni da Thornton e Riccardo de Drayton, suoi successori nella cattedra di Oxford, e critica il movimento nominalista iniziato da G. Ockam verso gli aa. 1318-20, e da Pietro Aureolo. Conobbe personalmente G. Duns Scoto e ne riporta l'autorità orale: Aliquando mihi dicit; e forse gli fu vicino come scriba o segretario.

BibL.: E. Longpré, I. de R. et le b. Jean Dans Scot, in La France franciscaine, 6 (1923), p. 99-109; C. Balic, Anima relatio Commissionis Scontisticae (Ratio criticae edit. op. ann. I, D. Scoti, 21, Roma 1941. pp. 19-21 e passim. Celestino Piona

GIOVANNI di Réomé, santo. - Abate, n. a Digione ca. il 450, m. a St-Jean de Réomé-en-Auxois (Langres) ca. il 18 genn. 544.
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(lat. Alimari)
Giovanni da Rimini - S. Chiara e Francesca da Polenta. Particolare degli affreschi del presbiterio della chiesa di S. Maria in Porto Fuori - Ravenna.

Si ritirò a vent'anni nella solitudine di Réomé, dove, aggiuntiglisi alcuni compagni, fondò un monastero a cui diede la Regola di a. Macario e che più tardi prese il suo nome. Da una visita fatta a parecchi monasteri del luogo tornò convinto di non saper governare e fuggì a Lerino. Tornò alla sua fondazione diciotto mesi più tardi, per domanda del vescovo di Langres, vi fu eletto priore e vi riportò subito il rifiorire della pietà e della disciplina. Viene considerato come uno dei pionieri della vita monastica in Francia. Festa il 28 genn.

BibL.: La vita, composta verso il 539 dall'abate Giona di Bobbio, dietro preghiera dei monaci, durante un suo breve soggiorno a Réomé, si trova in Acta SS. Iumarii, III, Parigi 1863. pp. 470-84; ed. critica di B. Krusch, in MGH, Script. rerum Meracisgii., III, pp. 392-17; ed. in suum scholarum: id., Ionae Vitae sanctarum... Iohannis occ.. Hannover 1902, pp. 321-44. Celestino Testore

GIOVANNI da Rimini. - Pittore riminese del sec. xiv, spesso confuso con Giovanni Baronzio (v.), pur esso pittore riminese ed a lui contemporaneo.

Ma mentre il fondamento stilistico per una ricostruzione della figura di questo secondo pittore deve riconoscersi nelle opere da lui firmate appunto con il nome di Baronzio, quale il politrico della Galleria nazionale di Urbino, datato al 1345, per una ricostruzione della figura di G. da R. è opportuno partire dal Crucifisso della chiesa di S. Francesco a Mercatelle firmato Joannes de Arimino nel 1344. In tale caso potrà assegnarsi al pittore anche un altro Crocifisso proveniente da casa Diotallevi, oggi nella Pinscoteca civica di Rimini, alcuni affreschi nella chiesa riminese di S. Agostino ed alcune tavole dipinte in varie raccolte italiane e straniere.

A differenza di Giovanni Baronzio, la cui ascendenza stilistica, a parte il generico giotriamo, è facilmente riconoscibile nell'opera di Giuliano da Rimini, G. da R. su di un fondamento giottosco elabora uno stile che trae la sua bellezza essenziale dalla ricchezza di un colore intenso, che modella armoniosamente le forme, preludendo conquiste che poi saranno della pittura veneta. Ove fosse possibile dimostrare che a G. da R. deve essere assegnato il grande Crocifisso del Tempio Malatestiano, che altri ritiene dello stesso Giotto, ma che per molte ragioni si pensa frutto dell'arte di un grandissimo maestro orientato in senso analogo a G. da R., egli medesimo potrebbe veramente essere considerato il maggiore esponente della scuola pittorica romagnola del sec. xiv.

BibL.: C. Brandi, Catalogo della mostra della pittura riminese del Trecento, Rimini 1935, v. indice; E. Lavagnino, L'arte medievale, Torino 1936, pp. 718-19; G. Ravaioli, G. da R. e Giovanni Baronzio, in Ariminum, 1938.

Emilio Lavagnino

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GIOVANNI da Ripatransone (de Ripa, de Ripis, de Rupa, talora de Marchia). - Teologo franscescano, che fra il 1354 e il 1357 commentò a Parigi le Sentenze.

Nel cod. Vat. lat. 1084, f. 106 è detto "supersubtilis doctor». Scotista in partenza, egli va ben oltre Duns Scoto, si che G. Gerson, Pietro di Candia ed altri lo trattano come un caposcuola. Fu uno dei più risoluti assertori della tesi, che Dio nella sua onnipotenza può creare un mondo infinito. Oltre al commento inedito sul 1. I delle Sentenze, restano di lui le Determinationes studiate da A. Combes. Una delle principali fonti sul suo pensiero è la Lectura super Sententias di P. di Candia, studiato da F. Ehrle.

BinL.: F. Ehrle, Der Sentenzenkomn. Peters von Cundia, des Pisaner Papstes Alexanders V. Münster 1923; H. Schwamm, Mag. Joh. de Ripa O.F.M. doctrina de praesmentia divina, Roma 1930; M. De Wulf, Hist. de la philos, médiév., III, Lovanio-Parigi 1947. pp. 81-85, 88-90 e 93 (bibl.).

Bruno Nardi
GIOVANNI de la Rochelle (Johannes de Rupella). - Francescano, m. nel 1245. Studiò a Parigi alla scuola di Alessandro di Hales e gli succedette nella cattedra nel 1238 o nel 1241. E autore di commenti alla S. Scrittura, di questioni disputate, di una Summa de anima (ed. T. Domenichelli, Prato 1882) e di altre Summae (de virtutibus, de vitiis, de articulis fidei) inedite.

E, tra i maestri francescani, forse il più vicino alla posizione tomistica. Non ammette la composizione ilemorfica delle sostanze spirituali, ma solo quella fra quo est e quod est. L'anima è una sostanza semplice, forma del corpo, spirituale e immortale. Nell'anima si distinguono diverse facoltà : senso, immaginazione, ragione, intelletto e intelligenza. La conoscenza intellettiva si spiega con la teoria aristotelica dell'astrazione e dell'intelletto agente (creato), teoria che si concilia con quella agostiniana dell'illuminazione.

BinL.: Elenco degli scritti in P. Glorieux, Répertoire des maitres en théologie de Paris au XIIIe siècle, II, Parigi 1934, pp. 25-30; M. De Wulf, Histoire de la philosophie médiévale, II, $6^{\circ}$ ed., Lovanio-Parigi 1938, pp. 110-12 (bibl.); C. Fabro, La distinzione tra "quod est" e "quo est" nella Summa de anima di G. de la R., in Divus Thomas, 15 (1938), pp.208-232; M. Bucerlato, De quaestionibus guilundem ad Summae de anima Jounnis de Rupella spectantibus, in Sophia. 8 (1940), pp. 207-217.

Sofia Vanni Rovighi
GIOVANNI, vescovo di Sabina: v. Silvestro III, ANTIPAPA.

GIOVANNI di Salerno (G. di Cluny). - N. a Roma, menava vita indegna, come egli stesso afferma, quando nel 939 si incontrò con s. Oddone di Cluny. Questo Santo, invitato a Pavia da Ugo a riformare il monastero di S. Pietro in Ciel d'Oro, condusse con sé Giovanni, gli diede l'abito monastico e poco dopo lo affidò alle cure del priore Ildebrando. Al suo ritorno a Roma era ancora accompagnato dal nuovo discepolo, che lo segul poi anche a Cluny.

Per le sue virtù e per la sua capacità G. non molto tempo dopo fu nominato priore di S. Paolo fuori le mura a Roma. Qui lo si trova ancora al ritorno di Oddone nell'inverno del 940 , e così pure nel 942 . Si sa pure che in questo periodo si allontanò per poco da Roma per un viaggio a Napoli, dove sbrigò alcuni affari riguardanti S. Paolo. Fu in seguito abate di un monastero di Salerno, dove scrisse la Vita Odonis, per la quale, oltre che delle sue personali conoscenze, si servì anche di testimonianze di altri discepoli del Santo. Non si conosce l'anno della sua morte.

BinL.: Johannes, Vita Odonis, PL 133, 45-86; Bibliotheca Cluniacensis, Bruxelles-Parigi 1915, coll. 13-56; E. Sackur, Zur vita Odonis abbatis Cluniacensis auctore Johanne, in Neues Archiv,

15 (1800), pp. 103-12; G. Antonelli, L'opera di Odone di Cluny in Italia, in Benedictina, 4 (1950), nn. 1-2, pp. 19-40.

Ambrogio Mancone
GIOVANNI di Salisbury. - Scolastico medievale, figura complessa di filosofo, storico e umanista, n. in Salisbury ca. il 1110 -20, m. a Chartres il 1180. Fu educato in Francia ( $1136-48$ ) e vi ebbe maestri, fra altri, Abelardo e Gilberto Porretono. Ritenato in Inghilterra divenne, dietro raccomandazione di s. Bernardo di Chiaravalle, primo segretario di Teobaldo arcivescovo di Canterbury, poi del successore s. Tommaso Rocket. Impiegato in ambasciere presso la S. Sede, e, perché ritenuto di sentimenti troppo papali, malvisto da re Enrico II, fu, in seguito all'uccisione di s. Tommaso, costretto a stabilirsi in Francia, dove occupò il vescovato di Chartres ( 1176 , fino alla morte).
G. di S. occupa un posto di rilievo nella storia del pensiero filosofico e politico del sec. xir. Formato inoltre sui classici latini e particolarmente su Cicerone, le sue opere, in prosa e in versi, presentano una rara dignità e proprietà di stile. Scrisse: Eutheticus seu de dogmate philosophorum (in versi: PL 199, 965 sgg.); Polycraticus sive de magis curialium et vestigiis philosophorum (ed. C. J. Webb, 2 voll., Oxford 1909, e PL 199); Metalogicon, contenente un trattato completo di logica (ed. Webb, Oxford 1939 e PL 199); Lettere (in J. A. Giles, Johannis Solisberiensis opera omnia, 5 voll., Oxford 1848, I e II: PL 199); Ilistorio pontificalis (MGH, Scriptores, XX : solo un frammento); Vita Anselmi Cantuariensis (PL 199, 1009-1049); Vita Thomae Cantuariensis (PL 190, 193-234); Cucmen de membris conspirantibus (dubbio; J. A. Giles, op. cit., V).

Della questione degli universali G. di S. narra le vicende al suo tempo, rilevando che in essa "laborans mundus iam senuit " e "plus temporis consumptum est quam in adquirendo et regendo orbis imperio consumpverti Caesarea domus" (Pglyc., VII, 12; ed. cit., II, p. 141). G. di S. aderisce a un realismo moderato. In logica la sua ammirazione va ad Aristotele, che faceva allora l'ingresso nel mondo latino con la "logica nuova": ingresso che egli difese con tanta passione nel 1. IV del Metalogicon contro il retrogrado Cornificius (nome ideale o reale?) e contro i suoi seguaci "Boetio fere solo contenti" (ibid., IV, 27). Anche la psicologia di G. di S., pur di ispirazione agostiniana, si incammina verso le posizioni aristoteliche, e fa derivare la conoscenza razionale dai dati sensibili, attraverso i tre gradi d'astrazione fisica, matematica, metafisica.

Ma dove G. di S. occupa un posto unico nella storia del pensiero del sec. xir è a proposito di dottrine politiche, svolte nel Polycraticus, scritto, come spiega C. Schaarschmidt interpretando il titolo, "in usum civitates regentium" (cf. A. J. Carlyle, A history of mediocoul political theory, III, Londra 1946, p. 102). Egli vuole il principe colto perché "rex illiteratus est quasi asinus coronatus" (IV, 6); la sua potestà viene da Dio ("omnis potestas a Domino Deo est ", IV, 2; ed. cit., I, p. 236), e nel mondo cristiano, attraverso l'autorità della Chiesa ("hunc ergo gladium de manu Ecclesiae accipit Princeps"). Ma se il principe si volge in tiranno e cioè in danno del popolo, la sua autorità cessa, ed è giusto ed onorevole toglierlo di mezzo, anche con l'omicidio. "Hoc tamen cavendum docent historiae, ne quis illius moliatur interitum cui fidei et sacramenti religione tenetur adstrictus... Sed nec veneni, licet videam ab infidelibus usurpatam, ullo unquam iure indultam lego licentiam" (VIII, 20). NelI'Eutheicus G. di S. aveva cantato: "libera philosophi vita est et libera lingua: est libertatis auctor utrique Deus" (PL 199, 1003). Forse la libera lingua del libero filosofo non si impose qui tutti i limiti del caso.

BinL.: C. Schaarschmidt, Johannes Siorisberiensis noch Leben und Studien, Schriften und Philosophie, Lipsia 1862; C. J. Webb, 7. of S., Londra 1932; H. Daniels, Die Wissenschaftslehre des 7. von S. (dissert.), Kaldenkirchen 1932; L. Denis, Un humaniste au moyen âge; 7. de S., in Nessa et velcro, 1940-41, pp. 5-25, 129-32; M. De Wulf, Histoire de la philos. médiév., I, trad. it., Firenze 1944, pp. 223-29; J. Huizinga, Parerga, Basilea 1945. pp. 33-61.

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Giovanni da San Giovanni - Il Redentore a tavola servito da angeli. Affresco - Ficsole, Badia.

GIOVANNI da San Facundo o di Sahacún, santo. - N. a Sahagún nella regione di León in Spagna nel 1429, m. a Salamanca l'i i giugno 1479. Nella sua adolescenza venne affidato ai Benedettini. Fu ordinato sacerdote dal vescovo di Burgos, dal quale fu iscritto fra i canonici della Cattedrale.

Ardente d'amore per le anime, rinunciò al canonicato e prese ad officiare una cappella, dove predicava, confessava, dirigeva nella vita spirituale tutti quelli che, numerosi, si rivolgevano a lui. Sorte discorde sanguinose fra i nobili di Salamanca, si portò in quella citrà, e si adoperò efficacemente per estinguere gli odi. Colto da gravissima malattia, promise di farsi religioso se fosse guarito. Il 18 giugno 1463 vestí l'abito agostiniano. Fu suddito e superiore esemplare. Infiammato dallo zelo per la salute spirituale e temporale del prossimo, rimproverava acremente e liberamente i padroni che vessavano i servi : per questo motivo più d'una volta fu cercato a morte dal duca d'Alba e da altri. Clemente VIII nel 1601 ne concesse l'Ufficio e la Messa; Alessandro VIII nel riópa lo ascrisse all'albo dei santi. La bolla di canonizzazione fu promulgata nel 1691 da Innocenzo XII. Festa il 12 giugno.

BibL.: Per gli scritti del Santo, cf.: F. Vela, Ensayo de una biblioteca ibero-americana de la Orden de s. Agustín, VII, Escorial 1925, pp. 7-24. Delle numerose Vite, quella di Giovanni di Siviglia (Acta SS. Iunii, III, Parigi 1867, pp. 113-23). Delle recenti: T. Cámara y Castro, Vida de s. Juan de S., Escorial 1923.

Davide Falcioni
GIOVANNI di San Gimignano. - Predicatore e scrittore domenicano, n. ca. il 1260-70, m. dopo il 6 maggio 1333. Domenicano nel convento di Siena, nel 1300 lettore ad Arezzo, nel 1305 alla Minerva in Roma, poi (1310-13) priore a Siena, eletto (1310) compagno del definitore per il Capitolo generale del 1311, G. ebbe cura dello studio teologico e della fraternità della Vergine e di s. Domenico del suo convento e ricevette varie donazioni per esso ( 1318 , 1325). Finalmente effettuò una fondazione a S. Gimignano. Alla parola di dottrina e di predicazione aggiunse attività feconda di scrittore, attentamente studiata dal Dondaine.

Le sue opere sono: Sermones dominicales de epistolis et evangeliis per totum annum, 132 sermoni dal 1300 al 1310; Sermones de adventu, de operibus sex dierum, dal 1300 al 1310, in a collezioni stampate da Pietro de Tardito a Parigi 1512; Quadragesimale, dal 1304 al 1314 (stampato a Parigi 1511, Venezia 1548, Colonia 1612); Expatitianes epistolarum et prophetiarum totius quadra-
gesimae, dal 1304 al 1314; Sermones de sanctis per totum annum secundum officium Ord. Praedicatorum, 134 sermoni dal 1323 al 1327 pronunziati in volgare; Sermones de mortuis, dal 1300 al 1310; Liber de exemplis et similitudinibus rerum, dal 1300 al 1310, opera più celebre e diffusa di G., talvolta attribuita ad Elvico Teutonico (stampata a Deventer 1477, Venezia 1484, Basilea 1499, Anversa 1583 ed altre sette volte, Lione 1585); Legenda sanctae Finne (pubbl. in Acta SS. Martii, II, Parigi 1865, p. 232-38 ed in vari adattamenti stampati a Firenze dal 1598 al 1919) e Legenda de vita et obitu b. Petri de Fulginos (pubbl. in parte in Acta SS. Iulii, IV, Parigi 1868, pp. 665-68 e la fine in Analecta Balland., 8 [1889], pp. 365-69).

BibL.: Quóif-Echard, I, pp. 328-30; A. Dondaine, in Archiv. Postr. Praed., 9 (1939), pp. 128-83. Angelo Walz
GIOVANNI da San Giovanni. - Pittore, n. a S. Giovanni in Valdarno il 20 marzo 1592, m. a Firenze il 6 dic. 1636.

Scolaro di Matteo Rosselli seppe affermare, soprattutto nelle opere decorative a fresco, una originale visione della realtà con abbondanza di episodi sapidi, fresche macchie di colore e intuizioni spaziali e atmosferiche, che preludono a certe conquiste ottocentesche. Di lui si apprezzano principalmente la gremita e vivace decorazione del senicatino absidale nella chiesa dei SS. Quattro Coronati, a Roma, e le allegorie, in onore di Lorenzo il Magnifico, che adornano la Sala degli argenti, nel Palazzo Pitti, a Firenze.

BibL.: F. Baldinucci, Notizie dei professori del disegno.... IV, Firenze 1846, pp. 191-278; O. H. Giglioli, G. da S. G., ivi 1920; G. Delogu, G. da S. G., in L'arte, 18 (1923), pp. 111127; S. Lazzaro, Affreschi inediti di G. da S. G., in Arti figurative. 3 (1947), pp. 20-28.

Alberta Neppi
GIOVANNI di San Paolo. - Benedettino e poi cardinale, m. tra il 1214 e il 1215 . Pare accertata l'identità con l'omonimo medico della scuola salernitana, autore di alcuni libri di medicina.
G. fu certamente monaco (forse rettore o abate) di S. Paolo fuori le mura. Creato cardinale di S. Prisca nel 1193 da Celestino III, ebbe grande influenza sotto questo Papa, il quale morendo ( 1197 ) pare lo volesse successore. Anche con Innocenzo III G. partecipò largamente al governo della Chiesa. Fu inviato come legato pontificio nel 1198 a Marcwald d'Anweiler, duca imperiale della Marca anconitana che insidiava i diritti del Pontefice. Negli aa. 1200-1201 era legato pontificio contro gli Albigesi di Narbona e di Provenza e si adoperò anche per risolvere la questione di Filippo Augusto con la moglie

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Ingeberga (Concilio di Soissons, marzo 1201). Da una testimonianza di Giraldo di Cambrai del 1200 si au che G. era in quel tempo penitenziere del Papa, il primo che si conosca in tale carica, nella quale rimase anche dopo la sua elezione a vescovo di Sabina (fine del 1204). G. è noto soprattutto per il valido appoggio prestato a s. Francesco e al suo Ordine nascente, avendo difeso presso il Papa e ottenuto nel 1209 (o 1210 ?) l'approvazione della prima Regola francescana, forse per intercessione del vescovo Guido di Assisi. G. morì prima del IV Concilio Lateranense.

Bibl.: C. Wenck, Die römischen Päpste zriciehen Alexander III. und der Designations-Versach Weihnachten 1127, in Papsttum und Kaisertum (Panzchrift für P. Fr. Kehr), Monaco 1926, pp. 456-74; M. Bihl, De Iohanne de S. Paulo, card. episcopo Sabinenti, primo s. Frantisti in Curia Romana a. 1200 fautore, in Arch. franc. histor., 19 (1926), pp. 282-83; B. Altaner, Zur Biographie des Kardinals Johannes von St. Paul (1214-1215), in Historischer Yalorbuch, 49 (1929), pp. 304-306; P. Paschini, Il card. G. di S. P., in Studi di storia e diritto in onore di C. Calisse, III, Milano 1940. pp. 108-18. Stanislao Majarelli

GIOVANNI (Moulin) di San Sansone. - Mistico carmelitano, molto stimato, n. a Sens il 19 dic. 1571, m. a Rennes il 14 sett. 1636. Diventato cieco a tre anni si consacrò, ancor giovinetto, alla vita spirituale, facendosi leggere le opere dei maggiori maestri di spirito. Spogliatosi dei beni di famiglia per praticare nel mondo la povertà evangelica, entrò in contatto con i Carmelitani di Parigi; da qui passò al convento di Dol, dove fu ricevuto come fratello laico all'età di 35 anni. Si portava allora a compimento la riforma Turonense ed egli ne divorrò il maestro spirituale con l'insegnamento orale e con i molteplici scritti; alla sua scuola si formò una schiera di mistici insigni. G. è stato chiamato il «Giovanni della Croce" francese.

Caratteristica della sua spiritualità è la decisione con cui porta alle ultime conseguenze i fondamenti della mistica cattolica. Dio è un mare infinito al quale tutte le creature come fiumi devono ritornare; una fornace immensa di amore in cui tutti dobbiamo essere bruciati. Condizione indispensabile è la morte e l'annientamento spirituale della creatura. La vita mistica non è altro che Dio appreso ineffabilmente; la sua anima è l'amore fervente, onde un certo volontarismo in G. La vita mistica è necessaria alla perfezione cristiana; fuori di essa resta una sola via aperta alla santità: la via delle tribolazioni. Quindi G. estende a tutti la vocazione alla vita mistica, e assicura che a tutti sarà concessa se si saranno fedelmente esercitati nella virtù, almeno in fin di vita.

Le opere di G. furono raccolte dal carmelitano Donaziano di S. Nicola, in 2 voll. in-fol.: Les oeuvres spirituelles et mystiques du divin contemplatif f. fean de St-Samson (Rennes 1658-59). Tra le molte altre edizioni parziali e raccolte di sentenze sono da notarsi le due più recenti di M. Van den Bossche, Actes de la vie chrétienne (Parigi 1938), e S. M. Boucheraux, Directions pour la vie intéricure (ivi 1947).

Bibl.: Sernin M. de St-André, Vie du ven. f. fean de St-Samson... Parigi 1881: Jérôme de la Mère de Dieu. La doctrine du ven. f. fean de St-Samson, Parigi 1925; Ioannes Brenninger, De ven. Joanne a S. Samsone insigni mystico Ord. Carm., in Analecta Ord. Carm., 3 (1930-31), pp. 223-38.

Bertolomco M. Xiberta
GIOVANNI di San Tommaso. - Teologo domenicano, n. a Lisbona dalla nobile famiglia Poinsot il 9 luglio 1589, m. a Fraga (Aragona) il 15 giugno 1644. Studiò lettere a Coimbra (1605) e teologia a Lovanio (1606-1609). Religioso a Madrid il 18 luglio 16ro, volle chiamarsi a Sancto Thoma, in omaggio all'Aquinate. Insegnò a Madrid e a Plasencia (1620-25), poi fu reggente nello Studio di S. Tommaso di Alcalá, dove strinse amicizia con Pietro de Tapia; nel 1630 gli venne affidata la cattedra vespertina dell'Università di Alcalá e nel 1641 anche la
cattedra primaria. Due anni dopo, il re Filippo IV lo chiamava a Madrid come confessore e consigliere.

Scrisse dal 1632 al ' 36 le singole parti che costituiscono il Curios philosophicos Thomisticos ( 9 voll., Roma 1637-38). Anche il suo Curios theologicus, edito prima separatamente (in 7 voll. dal 1637 al 1657), fu ripubblicato tutto insieme (Lione 1663). Successivamente vi si aggiunse un ottavo volume (De Sacramentis, Parigi 1667). Tutto il Cursus fu riedito a Colonia (1711), a Parigi (1883) e recentemente dai Benedettini di Solesmes (voll. I-IV, Parigi 1931-40). Gran successo ottenne pure il catechismo: Explication de la doctrine christiana (Madrid 1640).
G. di S. T., molto stimato per la santità della vita, è quanto alla dottrina uno dei più grandi temisti. I trattati che maggiormente sviluppa sono quelli sulla natura della teologia, la libertà umana, la conoscenza riflessa, la potenza obedienziale e la santificazione della S. Vergine. Classico è il suo trattato sui doni dello Spirito Santo.

Bibl.: Quéiif-Echard, II, pp. 538-39; M. Menéndez y Pelayo, Historia de los ideas estéticas en España, II, Madrid 1884, pp. 193202, 207; T. Trepiallo, 7. de S. T. y sus obras, Oviedo 1889: V. Bertran de Heredia, La enseñanza de suuta Tomas en la Universidad de Alcalá, in La ci