tinua, dolce e non pesante, si, ma oculata, e partecipare a tutta la sua vita, anche alle partite di gioco.
In particolare, poi, G. B. ricorreva a semplici amminicoli, che tuttavia sapevano far presa sugli animi : una parolina all'orecchio di chi lasciava alquanto a desiderare; una bella massima scritta su di un foglietto; un biglietto consegnato al momento opportuno; l'associazione dei migliori per trascinare gli altri con il loro esempio; l'ultimo saluto della sera, dopo le preghiere prima di andare a letto: due paroline pratiche dette dal superiore intorno ad un pensiero normativo per la vita spirituale. Due mezzi egli giudicava indispensabili: la costanza nelle pratiche religiose e i Sacramenti. Disse, infatti, a lord Gladstone, il quale si meravigliava dei risultati raggiunti nei suoi istituti: "Non conosco che due mezzi di educazione: la Comunione o il bistone; ho rinunciato al bastone e ho scelto la Comunione». Si aggiungano: le escursioni, nelle quali il divertimento deve andare unito alla formazione dello spirito e del carattere (luoghi celebri, santuari, castelli, campi di battaglie, officine); l'istituzione di bande musicali e di compagnie di attori; la grande importanza data alla stampa, che doveva fornire libri di egni sorta, dai classici, dalla storia e dalle biografie ai racconti, ai drammi, alle commedie e farse.

(per cortesia di d. L. Castano) Giovanni Bosco, santo - Autografo.
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Piena fusione, pertanto, della pietà e dello studio, del lavoro e del giusto sollievo, con l'unica mira della piena formazione del cristiano, del professionista o artigiano, del cittadino. E naturale che una pedagogia cosi totale e vigilata, condita di tanta bontà comprensiva e confidente, abbia potuto dare e dia ancora tanti frutti meravigliosi e riconosciuti in tutti i campi.
Bibl.: A. Auffray, Une méthode d'éducation, Lione 1920, trad. it. Torino 1922; G. B. Fascio, Del metodo educativo di d. B., Torino 1927; V. Cimatti, D. B. educatore, ivi 1935; M. Casotti, Il metodo preventivo, Brescia 1937; G. Modugno, D. G. B. Il metodo educativo, Firenze 1941; M. Barbera, S. G. B. educatore, Torino 1942; M. Goretti, S. G. B. Magistro divino e magistro umano, Verona 1942. E inoltre le biografie di s. G. B.
Celestino Testore
## GIOVANNI
de BRITTO, santo. - Missionario e martire della Compagnia di Gesù. N. a Lisbona da famiglia nobile il $1^{\circ}$ marzo 1647 , fu da ragazzo paggio e compagno del principe Pietro di Braganza, il futuro re Pietro II.
Entrato nel noviziato nel 1662 e ordinato sacerdote nel 1673 , s'imbarcò lo stesso anno per le Indie orientali, dove fu destinato alla missione di Madura.
Lavorò prima nella parte settentrionale di essa, nei regni di Gingi e di Tanjore, in mezzo a grandi pericoli per le guerre civili e le persecuzioni. Superiore della missione nel 1685 , scese l'anno seguente più al sud, nel regno di Marava, ma vi fu arrestato, torturato, condannato a morte e dovette la sua liberazione a una rivoluzione di palazzo. Alla fine dello stesso anno ( 1686 ), era mandato in Europa, come procuratore della provincia di Malabar, ma, impedito dalla corte portoghese di recarsi a Roma, salpò di nuovo da Lisbona per l'Oriente nel 1690 , nonostante il desiderio di re Pietro II di ritenerlo come membro del Consiglio delle Indie e precettore del suo figliuolo. Nell'India, dopo aver fatto la visita canonica della missione del Madura, riprese il suo lavoro nel Marava. Ma, a causa d'una delle mogli illegittime licenziate da un principe regio convertito, i bramini eccitarono il Re contro il missionario. Arrestato e condotto alla corte, G. de B. fu decapitato a Oreyur il 4 febbr. 1693. Fu beatificato il 17 febbr. 1852 e canonizzato da Pio XII il 22 giugno 1947. Festa il 4 febbr.
Bibl.: J. Bertrand, Histoire de la Mission du Maduré, III, Parigi 1830, con lettere del Santo; G. Boero, Vita del b. G. di B., Roms 1823; Sommervogel, II, coll. 191-92; Streit, Bibl., V, p. 168 e passim; H. Döring, Vom Edelfenaben zum Märtyrer: der Selige Johannes de B., Friburgo 1920 (in inglese, Bombay 1933; trad. portoghese di J. Marinho, S. João de Brito, da pagem e Mértir, $2^{\circ}$ ed., aggiornata, Porto 1948); C. Moreschini, S. G. de B. missionario e martire, Firenze 1943; A. Beasière, Le nouveau François-Xavier, et Jean de B. martyr, Tolosa 1947; A. de Bil, Britto (Jean de), in DHG, X, pp. 771-72.
Edmondo Lamalle
GIOVANNI BUONO, santo. - N. a Camogli, da nobile e ricca famiglia genovese, verso la fine del sec. vi. Giovanetto fu condotto a Milano ed annoverato fra quel clero. Eletto vescovo verso il 649 si mostrò degno pastore rifulgendo per lo splendore delle sue virtù, le opere di carità e miracoli. Costrul
una chiesa a Desio dove trasferi il corpo di s. Siro, vescovo di Genova, ed arricchì di altre numerose reliquie. Alla morte, dopo un decennio di episcopato, lasciò tutti i suoi beni privati alla Chiesa di Milano, e fu sepolto nella chiesa di S. Michele. Nel 1582 s. Carlo Borromeo ne trasferì il corpo nel Duomo. Il giorno della morte è incerto, ma nel Martirologio Romano è commemorato il 10 genn.
Bibl.: Acta SS. Ianuarii, J. Parigi 1863, p. 622 sg.; F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia. Milano, Firenze 1913, pp. 273-82; Martyr. Romanum, p. 14. Agostino Amore
## GIOVANNI
## GRISOSTOMO
di Saint-Lô. - Direttore spirituale e scrittore ascetico dell'Ordine regolare di S. Francesco, due volte provinciale nella provincia di Ste-Ivone (Francia) e definitoré generale, m. il 26 marzo 1646.
Pubblicò in francese varie opere che si trovano elencate nel Wadding, con il titolo tradotto in latino. Le principali sono: Sanctu otiositas creaturarum in pura occupatione solim Dei (Parigi 1641); Solitudo quinque die-
rum et patientia Christi cum ab Herode spermeretur (ivi 1644); Exercitia meditationum decem dierum super vulnera et passionem Christi (ivi 1644); Devotio erga sanctum Christi agoniam (ivi 1645); Meditatio super divino pulchritudine (ivi 1645). Scrisse pure la biografia: La vie du grand serviteur de Dieu maistre Antoine Le Clerc (ivi 1642).
Bibl.: F. Bordoni, Cronologiau seu historis fratrum et soorum Tertii Ordinis P. S. Francisci tam regularis quana saecularis, Parma 1638, cap. 38; Joannes Vernonensis, Avooles perpetui Tertii Ordinis S. Francisci, Parigi 1686, pp. 84, 616, 624; Wadding, Scriptores, p. 135.
Fclice da Maretu
GIOVANNI EUDES, santo. - N. a Ri in Normandia il 14 nov. 1601, m. a Caen il 19 ag. 1680. Educato nel Collegio dei Gesuiti di Caen, formò la sua vocazione religiosa sotto la guida del card. De Bérulle. Ordinato sacerdote nel 1625 , intraprese il ministero apostolico. Superiore dell'Oratorio a Caen, dai vescovi della Normandia ebbe l'incarico di predicar le missioni in tutta la regione.
Al ministero della parola uni quello della penna con numerose pubblicazioni ascetiche, quali La vie et le royaume de Jésus dans les dmes chrétiennes (Caen 1637). Per dare alla Francia un clero degno della sua missione, fondò la Congregazione di Gesù e Maria e, per rialzare le condizioni delle donne cadute, fondò l'Ordine di Nostra Signora della Carità del Rifugio (v.). Fu l'apostolo della devozione ai ss. Cuori di Gesù e Maria, e la fece entrare nella liturgia sacra con un Ufficio e Messa propri, da lui stesso composti, ed approvati dalle autorità ecclesiastiche. Agli attacchi dei giansenisti, contro questa devozione, rispose con vari scritti, dei quali il più importante è Le Coeur admirable de la Mère de Dieu (Caen 1680). Beatificato da Pio X il 25 apr. 1909, fu canonizzato da Pio XI il 31 maggio 1925. La sua festa si celebra il 19 ag.
Opere: Oeuvres complètes, 12 voll., Parigi 1905-11; Oeuvres choisies, 8 voll., ivi 1931-37.
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Bibl.: Ch. Lebrun, Le bienheureux Jean E. et le culte public du Cœur de Jésus, Parigi 1918; E. Georges, Vita di s. G. E., Roma 1925; H. Joly, St Jean E., $3^{2}$ ed., Parigi 1926; A. Pioger, Un arateur de l'école françoise, st Jean E., ivi 1940; O. Schneider, Der Prophet des Herzens Jesu, Johannes E., Vienna 1947, Giuseppe Hamon
GIOVANNI FISHER, santo. - N. a Beverley (Yorkshire) ca. il 1469 , m. a Londra il 22 giugno 1535. Compiuti gli studi alla scuola di Guglielmo di Melton nell'Università di Cambridge, divenne magister artium nel 1491 e poco dopo fu ordinato sacerdote. Nel 1501 venne elctto vicecancelliere dell'Università, nel 1504 cancelliere e subito dopo vescovo di Rochester (Roffensis). Con il favore della regina Margherita diede un nuovo ordinamento alla Università di Cambridge, secondo lo spirito e il metodo umanistico. Erasmo di Rotterdam, onorevolmente ospitato da F., scrisse: " (Cantabrigia) sic effloruit, ut cum primis huius saeculi scholis certare possit" (Ep. ad Bovillum a. 1516, ed B. Allen, II, Oxford 1910, p. 328 ).
Appassionato cultore della Bibbia e dei Padri, adunò nel suo palazzo episcopale una ricca biblioteca, tra le migliori del tempo. Ncgli scritti si riflette la sua multiforme cultura, prevalentemente positiva, pur venata di speculazioni di tinta scotista, secondo le tradizioni cantabrigesi. Perfetto unanista cristiano, non si distrasse nei grandi uffici, né approfittò del favore della corte e dell'amicizia di Enrico VIII, ma, esempio raro a quei tempi, si consacrò alla predicazione nella sua diocesi, che pur essendo tra le più povere, non volle mai abbandonare. La costante mortificazione, sorretta da un singolare fervore di spirito e congiunta ai disagi dello studio e dall'apostolato prima e dalla prigionia poi, fece del F. uno scheletro ambulante, che appena poté salire il palco dell'esecuzione. Un uomo di questa tempra non poteva cedere alle minacce di Enrico VIII (v.) nella famosa questione del divorzio. F. resistette insieme con s. Tom-

(par cartezia di mons. A. P. Frutaci
Giovanni Eudes, santo - Ritratto disegnato da Le Blond, inciso da P. Drevet (fine del sec. xvir).

(do R. W. Chambers, Tommaso Moro, Nuova York 1923)
Giovanni Fisher, santo - Ritratto disegnato da H. Holbein. Londra, British Museum.
maso Moro (v.), subì la dura reclusione nella torre di Londra, dove gli giunse la notizia della sua creazione a cardinale, e poco dopo impreziosì la porpora col suo sangue, vero martire della difesa del pontificato romano.
S-risse: Trealyse concernynge the fruytfull sayinges of Dovyd the Kunge and Prophete in the seven penytencyall Psalmes (Londra 1505): serie di discorsi tenuti a Rochester, Londra, Cambridge e pubblicati per desiderio della regina Margherita. Quest'operetta, ispirata al trattato Super psalmas di s. Agostino, ebbe molto edizioni, fu tradotta in latino, e formò la fama di F. per l'intima e penetrante unzione; Sermon at the funeral of Henry VII (ivi 1509) : ampio programma di riforme civili ed ecclesiastiche; A mornynge remembranuce had at the Moneth Mynde of Margarete comntesse of Richemonde and Darbye (ivi 1509) : esaltazione delle benemerenze di Margherita riguardo le Università di Cambridge e di Oxford; De unica Magdalena (Parigi 1519); Eversio munitionis quam Yodocus Clichtoveus erigere moliebatur adversus unicam Magdalenam (ivi 1519); 7. Fisher Roffensis ep. confutatio secunda I. F. Stapulensis de Magdalena (ivi 1519) : operette polemiche, contro gli umanisti parigini, in cui propugna l'identità delle tre Marie del Vangelo; The Sermon made agayust the pernicious doctryn of Martin Luuther: confutazione serrata dei principali errori di Lutero (indulgenze, Sacramenti, autorità della Chiesa, primato del Papa), fatta il 12 maggio 1521 sulla piazza di S. Paolo di Londra, giorno in cui furono solennemente bruciate le opere di Lutero; per ordine di Enrico VIII venne subito tradotto in latino da S. Pace; Concio in Io. 15, 26 habita Londini, eo die quo Lutheri scripta flammis commissa sunt (Londra 1521); Assertio septem Sacramentorum contra Martinum Lutherum (ivi 1521); particolareggiuta confutazione del De captivitate Babylonica, che lo stesso Lutero e gli storici tedeschi attribuiscono a F., mentre gli autori inglesi la ritengono opera di Enrico VIII, a cui F. avrebbe prestato il materiale e data l'ultima forma, Assertio omnium articulorum per novissimam bullam Leonis $X$ damnatorum (Parigi 1523 : con il titolo: Assertionis Lutheranae confutatio) : ribatte tutti gli articoli, che Lutero aveva opposto
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alla bolla leonina, soffermandosi su quelli concernenti il libero arbitrio e il primato pontificio; Assertionum regis Angliae de fide catholica adversus Lutheri Babylonicam captivitatem defensio (Colonia 1525): in 12 capitoli confuta le innovazioni di Lutero, insistendo sui sacramenti dell'Eucaristia, dell'Ordine e del Matrimonio; Convulsio calumniarum Ulrici Veleni Minhoniensis, quibus Petrum numquam Romae fuisse excillatus (Parigi 1525): battuta polemica contro lo pseudo Ulrico Veleno sulla venuta di Pietro a Roma; Sacri sacerdotii defensio contra Lutherum (Anversa 1525: nuova edizione critica nel Corpus Catholicorum [n. 9], Colonia 1925): è una magistrale confutazione del De abrogauda Missa privata di Lutero e vi dimostra, con argomentazioni divenute classiche, il carattere sacrificale della Messa; De veritate corporis et sanguinis Christi in Eucharistia (Colonia 1527): vigorosa difesa dalla reale presenza contro Ecolampadio. E il copolavoro di F., De causa matrimonii Angliae regis liber (Salamanca 1530): limpida dimostrazione della validità del matrimonio di Caterina d'Aragona con Enrico VIII.
Opere postume: Opusculum de fiducia et misericordia Dei (Colonia 1536); Psalmi sen precaliones (Lione 1572); A godly treatise declaring the benefits, fruits and comodities of prayer. A spiritual consolation tho ley syxter Elizabeth (Londra 1577): esortazione diretta alla sorella dal carcere nel 1535; His sermon upon this sentence of the Prophet Ezechiel: Lamontationes, Carmen (s. n. t.). L'edizione degli Opera omnia (incompleto) fu pubblicata a Würzburg nel 1597; I. E. B. Mayor ha pubblicato il $1^{\circ}$ vol. delle opere inglesi (Londra 1876).
Queate opere lo collocano tra i primi e più valorosi polemisti antiluterani : i suoi scritti furono citati con onore (p. es., dal card. Mendoza) e valorizzati in tutto il sec. xvI, anche nel Concilio di Trento. S. Carlo Borromeo, che ne espose il ritratto nella sua camera, lo considerò come il modello dei vescovi; Paolo III lo giudicò "decos et ornamentum» del clero e del Regno inglese, Pio XI lo ha canonizzato (1935), invocando per la S. Sede la protezione celeste del F. e del Moro con la celebre espressione ambrosiana: "tales ambio defensores".
BibL.: Sulla vita: T. E. Bridgett, Life of blessed Yohn F., Londra 1888 ( $2^{\circ}$ ed., ivi 1922; trad. franc. di I. Cardon, Lilla 1890); G. Constant, La Réforme en Angleterre, Parigi 1930, passim; I. Grisar, Der hl. Martyrer Yohn F., in Stimmen der Zeit, 129 (1935), p. 217 sgg. (importante per la data di nascita); P. Jonelle, L'Angleterre catholique à la veille du schisme, Parigi 1535, passim; R. L. Smith, Vita del ss. martiri G. card. F. e Tommaso More, trad. it., Roma 1935; Mc Nabb, St. 7. F., Londra 1935; H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, I, trad. it., Brescia 1949, passim (v. indice).
Sul pensiero teologico: M. Lepin, L'idée du sacrifice de la Messe d'après les théologiens depuis les origines jusqu'à nos jours, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1926, pp. 254, 284; M. Alonso, El sacrificio eucarístico de la Ultima Cena del Señor según el Concilio Tridentino, Madrid 1929, pp. 38-40; M. De la Taille, Mysterium Fidei, $3^{\circ}$ ed., ivi 1931, passim; P. Polman, L'édenent historique dans la controverse religieuse duXVIe siècle, Gembloux 1932, pp. 353356, 442-44 e passim; F. Peralta Bellabriga, De doctrina S. I. F. in operibus adversus Lutherum conscriptis, Roma 1934; F. Giancane, Il pensiero di s. G. card. F. intorno al sacrificio di Cristo, Lecce 1935; A. Humbert, s. v. in DThC, V, coll. 2553-61. Antonio Piolanti
GIOVANNI FRANCESCO REGIS, santo. Gesuita, n. il 31 genn. 1597 a Fontcouverte (Aude). Studiò dai Gesuiti a Béziers, ed entrò nell'Ordine l'8 dic. 1816 a Tolosa. Dal 1632 lavorò come missionario nella Linguadoca, nei dintorni di Montpellier, nel Vivarais, Forez e Velay, pieno di zelo per le anime. D'inverno si dava all'apostolato nei paesi più remoti della campagna e delle montagne, in estate nelle città, fondando opere sociali per la redenzione delle donne perdute, per il soccorso dei meno abbienti, per la preservazione e rafforzamento della fede, specialmente mediante confraternite del S.mo Sacramento. Morì in pieno lavoro, mezzo assiderato dalla neve, nel paese di Lalouvesc (Ardèche),
il 31 dic. 1640. Fu beatificato nel 1716 e canonizzato da Clemente XII nel 1737. La sua festa è al 16 giugno.
Ai tempi della campagna antigesuitica in Francia (1712) i giansenisti fecero correre la diceria che il Santo fu dimesso dall'Ordine prima della sua morte. La questione fu subito studiata per incarico di una commissione papale (1712) ed anche in seguito (1879) e risultò una pura invenzione. La grande devozione dei fedeli verso s. F. R. diede origine alla "Société de st F. R." fondata a Parigi ( $1^{\circ}$ marzo 1826) con lo scopo di favorire la legittimazione delle unioni illecite ed invulide (spacsasi poi in Germania, Austria, Belgio, Olanda, Italia), ed all'unione dei "Fratelli di s. F. R." a Roche Arnauld (Le Puy) per l'educazione degli orfani e il loro avvismento al lavoro. Anche una Congregazione di «Suore di s. Fr. R." fu istituita a Lalouvesc dal sac. Therme nel 1830 per l'assistenza agli infermi.
BibL.: G. Daubenton, La vie du bichh. 7. B. R., Parigj 1716; L. J. Gros, St Jean F. R., ivi 1804; S. Nachbaur, Der III. 706. F. R., Friburgo 1924; G. Guinton, St Jean F. Regis, Parigi 1937, in italiano. Torino 1939; A. Joler, St. R. o ovisl crusader, Milwaukee 1941.
GIOVANNI GIUSEPPE della Croce (Carlo Gaetano Calosinto), santo. "Francescano Alcantarino, n. nell'isola d'Ischia il 15 ag. 1654 e m. a Napoli, il 5 marzo 1734. Fu per più anni maestro di novizi e guardiano, definitivoe provinciale (1690) e organizzatore della sua provincia, di cui fu eletto ministro nel 1702. All'esemplare azione di governo e di educatore, aggiunse un fervido apostolato di carità a favore dei più miseri e traviati; assai ricercata fu la sua direzione spirituale. La sua vita, assai penitente e mortificata, si distinse per estasi, visioni, penetrazione di cuori. Dichiarato beato da Pio VI il 15 maggio 1789, fu canonizzato da Gregorio XVI il 26 ag. 1839. Festa presso i Francescani il 3 marzo.
BibL.: Giuseppe di Gesù e Maria. Compendio della vita del ven. p. G. G. della Croce, Napoli 1765; D. dell'Assunta, Vita di s. G. della Croce, Roma 1839; Diz. units. delle scienze eccles., V, pp. 224-27; Jochem. s. v. in Kirchenlexikon, VI, col. 16991701; n. Lconc. Anreola serafica, I, Quaracchi 1898, pp. 539-61; H. Sübckel, s. v. in LThK, V, col. 305; Martyr. Franciscanum, Roma 1938, s. d., 3 marzo.
Giovanni Odoradi
GIOVANNI GRANDE, il PECCATORE, beato. Fatebenefratello, n. a Carmona (Andalusia) nel 1546, m. a Jerez de la Frontera (Andalusia) il 3 giugno 1800. Avviato al commercio, a 22 anni si ritirò in un romitaggio; passò poi a Jerez de la Frontera dove iniziò il suo apostolato di carità in mezzo ai carcerati.
A 25 anni si consacrò all'assistenza degli infermi nell'ospedale di N. Signora dei Rimedi ma scacciarono per opera di malevoli, fondò nelle stesse città un altro ospedale. Intanto l'arcivescovo di Siviglia gli affidava la direzione e la riorganizzazione di tutti gli ospedali di Jerez. Nel 1579 entrò con i compagni che l'aiutavano, tra gli Ospedalieri di S. Giovanni di Dio o Fatebenefratelli. Si prodigò particolarmente durante la peste del 1600 , ed essendosi offerto al Signore per la cessazione del terribile flagello, ne fu l'ultima vittima preziosa. Fu beatificato da Pio IX nel 1853. Festa il 3 giugno.
BibL.: Vita del b. G. G., detto il Pecador, religioso professo dell'Ordine Ospitaliero di S. Giovanni di Dio, Roma 1853; A. Coudour, Vie du b. Jean Grande dit le Pêcheur, de l'Ordre des Frères de St Jean de Dieu, Lione 1858; J. Vincke, s. v. in LThK, V, col. 301. Altra bibl. in A. Butler, The lives of the Saints, nuova ed. a cura di H. Thurston e N. Leeson, VI, Londra 1949, p. 43.
Giovanni Odoradi
GIOVANNI GUALBERTO, santo. - Fondatore dell'Ordine dei Vallombrosani, n. a Firenze negli ultimi decenni del sec. x ( 985 , o più probabilmente 995) dalla nobile famiglia dei Visdomini, m. il 12 luglio 1073 nel monastero di S. Michele Arcangelo a Passignano, presso Firenze, ed ivi se-
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Giovanni Gualberto, santo - Particolare di un affresco di Raffaellino del Garbo (primi del sec. xvi) - Vallombrosa, chiesa del Monastero.
polto. Sembra fosse creato cavalicre dell'Impero da Enrico II. Incostratosi un giorno, forse Venerd Santo, con l'uccisore di un suo parente o, secondo un'altra tradizione, dello stesso suo fratello Ugo, gli concesse il perdono, che l'avversario ginocchioni chiedeva per la Passione di Cristo. Poco dopo nella chiesa di S. Miniato vide il Crocifisso chinare ripetutamente il capo in segno di gradimento dell'atto eroico ed egli decise di farsi monaco benedettino.
Allontanatosene ben presto per i disordini riscontrati, si rifugió nell'eremo di Camaldoli, di cui conobbe il fondatore s. Romualdo di Ravenna. Qui nella preghiera comprese che il Signore lo chamava a fondare una nuova congregazione per combattere la piaga della simonia e l'eresia nicolaia. Si ritirò perciò con alcuni compagni, ca il ro3o, in una conca boschiva del monte Pratomagno detta Acqua Bella, più tardi Valle Ombrosa, conducendovi per alcuni anni vita cremitica. Nel 1038 fondò qui il monastero di Vallombrosa e diede ai suoi monaci la Regola di s. Benedetto con statuti propri. G. fu il primo fondatore che accolse monaci conversi nella Congregazione e riuni parecchi monasteri sotto un unico abate generale. Dopo Vallombrosa seguirono a breve distanza le fondazioni di S. Salvi, Moscheta e Passignano, con accanto case per i poveri e gli ammalati.
Ebbe da lottare aspramente contro il simoniaco Pietro Mezzabarba, arcivescovo di Firenze, il quale per vendetta fece incendiare il monastero di S. Salvi e ucciderne i monaci. Fu cononizzato da Celestino III nel 1193.
Bibl.: BHL. I, 651-52; Acta SS. Iulii, III, Parigi 1867, pp. 297-233; M. Heimbucher, Die Orden und Kongregationen der katholischen Kirche, $3^{2}$ ed., I, Paderborn 1933, pp. 320-322; S. Casini, Storia di s. G. G. fiorentino, $2^{2}$ ed., Firenze 1934.
Ulderico Vicentini
GIOVANNI IRCANO. - Figlio di Simone Maccabeo, iniziatore della dinastia degli Asmonei (v.), sebbene il titolo di re fosse assunto ufficialmente solo dai suoi successori. In I Mach. (13, 54; 16, 1.
2. 21-23), si ricordano la sua abilità militare ed il pronto intervento contro gli assassini di suo padre, oltre alla sua vittoria su Cendebeo (ibid. 16, 9). Nel 135-34 a. C. successe a Simone, ucciso insieme agli altri due figli. Fin dal principio G. fu implicato in azioni guerresche, dapprima contro Tolomeo, massacratore della sua famiglia, quindi contro il re seleucida Antioco VII.
Tutte e due le imprese riuscirono difficili. Tuttavia con la minaccia di un intervento di Roma in suo favore, come sembra si possa dedurre da notizie incerte di Flavio Giuseppe (Antiq. Jud., XIII, 259-66; cf. XIV, 143 sgg., 247 sgg.), G. riusci ad ottenere condizioni non troppo dure da Antioco VII, che intendeva assicurarsi nel sud prima di muovere contro i Parti nel nord-est del suo Regno. Il riconoscimento dell'alta sovranità seleucida durò poco perché dopo la morte di Antioco VII, durante il decadimento del Regno greco, fu facile a G. I. dichiararsi praticamente indipendente (op. cit., XIII, 273). Anzi poté iniziare le sue campagne espansionistiche contro l'Idumea, la Transgiordania e specialmente contro i Samaritani, ai quali distrusse il tempio sul monte Garizim. Oltre ad un motivo nazionalistico, G. I. aveva di mira anche la diffusione del puro jahwismo, che spesso cercò di propagare con la forza, come quando obbligò gli Idumei alla circoncisione ed ai riti giudaici (loc. cit., $257-58$ ).
All'interno, il Regno di G. I. - che dovette essere molto prospero - fu caratterizzato dall'acuirsi delle divergenze tra le due correnti ideologiche antagoniste, i Farisei ed i Sadducei. Secondo Flavio Giuseppe (loc. cit., 288-98), G. I., che professava le idee dei Farisei, improvvisamente sarebbe passato alla setta opposta ed avrebbe perseguitato i suoi antichi amici. Probabilmente tale mutamento fu dovuto ad una sorda opposizione dei Farisei, che non approvavano in un carattere impulsivo e laico come G. I. né l'unione del sommo sacerdocio con il potere civile né la politica in confronto degli stranieri, ammessi anche nelle file dell'esercito jahwistico (loc. cit., $248-52$ ).
Bibl.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter Jesu Christi, I, $3^{2}-4^{2}$ edd., Lipsia 1901, pp. 256-73; Obst. s. v. in Pauly-Wissowa, suppl. IV, coll. 786-91; A. Momigliano, Prime linee della tradizione maccabaira, Roma 1930, passim; M.-J. Lagrange, Le Judaisme avant Jésus-Christ, Parigi 1931, pp. 101-108; G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, $2^{2}$ ed., Torino 1938, pp. $331-38$.
Angelo Penna
GIOVANNI LEONARDI, santo. - Fondatore dell'Ordine dei Chierici Regolari della Madre di Dio, n. a Diecimo (Lucca) nel 1541 (o 1543 secondo altri), m. a Roma il 9 ott. 1609. Fatti i primi studi nel paese di Villa Basilica, ove vesti anche l'abito talare di chierico, fu dal padre mandato a Lucca nel 1561 per apprendervi la professione di farmacista. E la esercitò per alcuni anni, cioè fino alla morte del padre, quando poté riprendere l'abito ecclesiastico, sebbene avesse già 26 anni. Nel 1573 fu ordinato sacerdote, avendo avuto come maestro di teologia il francescano Prospero Pampaloni, già teologo al Concilio Tridentino. In Lucca il L. si dedicò all'educazione e istruzione dei giovanetti del popolo, fondando una «Compagnia della dottrina cristiana». Poi, nel 1574, dette principio ad una "Congregazione di preti riformati", denominata dei "Chierici secolari della Beata Vergine", e finalmente dei «Chierici Regolari della Madre di Dio».
Primi soci del L. che lo coadiuvarono anche nella fondazione di altre 3 istituzioni: una in Lucca, un'altra in Pescia ad una in Pistoia, furono i venn. Giov. Battista Cioni e Cesare Franciotti. Nel 1584, di ritorno dal santuario di Loreto, si ferma in Roma per qualche tempo, ed è ospitato, con alcuni suoi religiosi che lo avevano accompagnato, da s. Filippo Neri in S. Girolamo della Carità. Nel 1592, il papa Clemente VIII lo invia come commissario apostolico al santuario della Madonna dell'Arco presso Napoli.
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(per coricsia di mons. A. P. Frutac)
Giovanni Leonardi, santo - Ritratto, particolare di un dipinto anonimo del sec. zvi - Roma, chiesa di S. Girolamo della Carità.
Riceve quindi altri incarichi : la visita e la riforma della Congregazione benedettina di Montevergine (1596), la riforma dell'Ordine vallombrosano (1601), la visita al convento dei Padri Serviti di Monte Senario presso Firenze. Ebbe pure l'incarico di visitatore delle Scuole Pie, le quali furono poi aggregate per alcuni anni alla Congregazione di G. L.; s. Giuseppe Calasanzio rese nobilissima testimonianza sulla virtù del suo amico.
Insieme col prelato spagnolo Giovanni Battista Vives, si interessò per la fondazione di un collegio missionario a Roma. Eletto generale della sua istituzione, il Santo ne celebra nel 1604 il primo Capitolo generale a Roma, ove alcuni anni prima aveva aperto una casa nei pressi di Piazza Montanara, presso la chiesa poi demolita di S. Maria in Portico; presiedette pure il secondo Capitolo del 1608.
Fu santificato da Pio XI nella Pasqua del 1938.
La festa cade il io ott.
Bibl.: A. Bianchini, Vita del b. G. L., Roma 1861: F. Ferraironi, S. G. L. e Propaganda Fide, ivi 1938.
Francesco Ferraironi
GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY, santo. - N. a Dardilly presso Lione l'8 maggio 1786, m. ad Ars il 4 ag. 1859. Cresciuto in un ambiente famigliare religioso, da giovane fu pastore e lavoratore dei campi. Iniziati gli studi nel periodo seguente la Rivoluzione, sotto la guida del curato di Ecully, ed essendo incline al sacerdozio, entrò nel Seminario di Verrières, dove si fece notare per una profonda pietà. Tornato nel 1813 ad Ecully, dove studiò teologia, entrò poi nel Seminario di Lione, in cui fu ordinato sacerdote il 9 ag. 1815.
Fu per tre anni vicario ad Ecully, e nel 1818 andò parroco ad Ars, umile borgata dell'antico principato di Dimhes, dove per 41 anni fu fedele ministro di Dio e grande benefattore delle anime. La fama delle sue virtù ben presto varcò i confini della parrocchia, ed a lui affluivano
da ogni parte persone di diverse condizioni a ricever consigli e direzione spirituale. Egli passò costantemente al confessionale la maggior parte del suo tempo, occupato anche nella spiegazione dei catechismi e delle omelie domenicali. Modello dei parroci per la sua semplice umiltà e lo zelo apostolico, fu beatificato da Pio X il 17 apr. 1904 e canonizzato da Pio XI il 31 maggio 1925. Proclamato patrono dei parroci da Pio XI con lettera apostolica Anno Jubilari, del 23 apr. 1929 (AAS, 21 [1929], pp. $312-13$ ).
Bibl.: G. Vianney, Il b. curato d'Ars, trad. it., Roma 1904; A. Monnin, S. G. B. M. V. curato d'Ars, ivi 1925: F. Trochu, Il santo curato d'Ars, trad. it., Torino 1946. Silverio Mattei
## GIOVANNI MATTEO CARYOPHYLLIS (CARIO-
FILLI) : v. CARIOFILLE, GIOVANNI MATTEO.
GIOVANNI e PAOLO, santi, martiri. - Intricate, oscure e controverse sono le notizie che li riguardano. Sono commemorati nel Martirologio geronimiano il 26 giugno; gli antichi Sacramentari hanno parecchie Messe in loro onore; sono ricordati dagli Itinerari del sec. vir e verso la metà del sec. vi i loro nomi furono inseriti nel Canone della Messa.
Esiste una Passio abbastanza leggendaria, composta tra la fine del sec. v e l'inizio del vi, e della quale si conoscono tre redazioni sostanzialmente identiche, ma divergenti nella conclusione. In quella più antica si narra che G. e P. erano due fratelli ufficiali dell'esercito di Costantino Magno ed addetti alla persona della figlia di questi, Costanza. Dopo aver accompagnato in una spedizione in Oriente il generale Gallicano ritornarono a Roma, e alla morte di Costanza ebbero in dono parte dei suoi beni. Salito al trono Giuliano l'Apostata furono chiamati dallo stesso Imperatore a render conto della loro fede, e poiché si rifiutarono di obbedire furono giustiziati e seppelliti nascostamente nella loro stessa casa sul Celio dal campidoctor Terenziano. All'avento dell'imperatore Gioviano, alcuni indemoniati rivelarono la loro sepoltura; Terenziano si converti e scrisse la loro Passio. In un'altra recensione invece è detto che Gioviano incaricò il senatore Bizante di ricercare i corpi dei martiri e costruire in loro onore una basilica. Finalmente in un

(per coricsia di mons. A. P. Frutac)
Giovanni M. Battista Viannly, santo - Ritratto pubblicato in occasione della canonizzazione (31 maggio 1925).
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ulteriore rimaneggiamento della Passio si aggiunse l'episodio dei ss. Crispo, Crispiniano e Benedetta amici dei martiri e come loro fatti uccidere da Giuliano e sepolti nella stessa casa, dove Bizante con il figlio Pammachio edificò la Basilica.
Con molta probabilità la Passio fu scritta per spiegare e giustificare il cambiamento della denominazione della basilica del Celio da titulus Pammachii o Bizantis, come è chiamata nei documenti e monumenti fino a tutto il sec. v, in quello di titulus SS. Johannis et Pauli, come è chiamata dal sec. vi in por. La Basilica infatti, costruita all'inizio del sec. v dal senatore Pammachio, fu ottenuta dalla trasformazione di una vecchis casa romana del II o III sec., della quale rimangono tuttora ben visibili i muri perimetrali e porte della decorazione pittorica. Prima della trasformazione però esisteva nella stessa casa un piccolo oratorio domestico, ornato di pitture e con una specie di confessio, il quale fu completamente interrato quando fu edificata la Basilica stessa.
L'esistenza storica dei martiri, universalmente creduta sull'autorità della Passio e che sembrio confermata dalla scoperta del vecchio oratorio e di alcune fosse sottostanti, ritenute come il primitivo sepolcro di essi, ebbe una forte scossa quando fu chiaramente provato che la Passio stessa

è un plagio dell'episodio storicamente certo ed accaduto ai due ufficiali luventino e Massimino, periti in Oriente sotto Giuliano l'Apostata. Si pensò allora, anche per la inverosimiglianza di una sepoltura dentro le mura della città nel sec. Iv, che si trattasse non di due martiri romani, ma orientali, le reliquie dei quali, portate dall'Oriente, furono prima deposte nell'oratorio domestico nel sec. iv e poi trasferite nella Basilica che da essi prese il nome. Altri invece pensarono che si trattasse degli apostoli G. e P. in onore dei quali fu dedicata la basilica del Celio e che poi furono creduti martiri locali per l'esistenza delle reliquie. Altri infine pensarono che si trattasse dell'apostolo Paolo e di s. Giovanni Battista le cui reliquie proprio all'inizio del sec. v furono distribuite a molte chiese; e ciò sia per le relazioni esistenti tra G. e P. e Gallicano fondatore della Basilica Ostiense dedicata appunto a quei due Santi, relazioni chiaramente attestate dalla Passio, sia per la festa liturgica, cadendo la commemorazione di G. e P. il 26 giugno, data ignorata però dalla Passio, quasi in mezzo a quella dei sue Santi titolari, il 24 ed il 29 giugno.
Comunque dalle testimonianze scritte e figurate che risalgono al sec. v non si può non pensare all'esistenza reale dei due martiri, forse provenienti dall'Oriente.
Basc.: P. Germano di S. Stanislas, La casa celimoutana dei SS. Martiri G. e P., Roma 1894; A. Dufouren, Etude sur les Gesta Maritimus romains, I. Parigi 1900, pp. 142-52; P. Franchi de' Cavallari, Di una probabile faute della leggenda del s. G. e P., in Nuove note asiografiche (Studi e testi, 9), Roma 1902, pp. 5362; id.. Del testo della Passio ss. Johannis et Puali, in Note agiografiche (Studi e testi, 27), ivi 1912, pp. 41-62; F. Lanzoni, I titoli presbiterali di Roma antica nella storia e nella leggenda, in Riosita di archeolocia cristiana, 2 (1915), pp. 208-10, 230-41; S. Ortolani, SS. G. e P. (Le chiese di Roma illustrate, 29), Roma
s. a.: H. Delehaye, Etude sur le Lécendier romain, Bruxelles 1936, pp. 23-30; E. V. Goudia, La casa paqano-cristiana del Celio, Roma 1937; V. L. Kennedy, The Salons of the Cuman of the Mass, ivi 1938, pp. 131-37; R. Valentini-G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, ivi 1942, p. 72 vg.; A. M. Colini, Storia e topografia del Celio nell'antichitd. in Atti della Pont. Accad. rom. di arch., Memorie, 7 (1944), pp. 164-95.
Agostino Amore
Archeologia. - Le più antiche immagini dei due martiri sono nella lunga teoria musiva di santi, indicati coi loro nomi, nella navata centrale della basilica di S. Martino in caelo aureo -, oggi S. Apollinare Nuovo in Ravenna (sec. vi). Pure nel sec. vi è ricordata una chiesa in loro onore nella stessa città, da Fortunato nella vita di s. Martino (IV, 689).
In Roma, i due martiri furono rappresentati nell'antica diaconia di S. Maria in Via Lata, in un affresco della seconda metà del sec. in, nel quale essi sono rappresentati con i loro nomi a fianco (Wilpert, Mosaiken, tav. $218,2-3$ ).
Nel sotterraneo della basilica del Celio dedicata ai due martiri, questi erano rappresentati in un affresco della fine del sec. XI o dell'inizio del XII; il Redentore sta tra gli arcangeli Michele e Gabriele; a sinistra l'immagine di s. G. è distrutta: a destra, a s. P., indicato dal nome, mancano la testa e i piedi; è vestito in abito di corte tempestato di gemme
(Wilpert, Mosaiken, p. 631, tav. 243).
Dal punto di vista liturgico è da segnalare una " praefatio " riportata in una "Missa " inserita in onore dei due martiri nel Sacramentario detto leoniano, in cui è esplicitamente indicato il loro sepolcro «in ipsis visceribus civitatis".
I due martiri dettero il titolo al primo monastero presso la Basilica Vaticana, fondato da Leone Magno (1440-51), ricordato più volte in seguito nel Liber pontificalis (I, 239, 422, 484); la chiesa del monastero appare nei cataloghi delle chiese fino al tempo di Martino V (1417-31). Il Grimaldi e il Piazza ritennero che fosse a nord dell'antica Basilica, il Duchesne invece ad ovest (L. Duchesne, Notes sur la topographie de Rome au moyen age, XII, Vaticana, in Mélanges d'arch. et d'histoire, 34 [1915], pp. 314-24). L'elegio non damasiano dei ss. G. e P., da alcuni attribuito al Celio, appartenne invece alla detta chiesa in Vaticano (A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, pp. 229-30). Enrico Josi
GIOVANNI PIETRO della Madre di Dio. Al secolo Giovanni Chassagne, carmelitano scalzo missionario, n. nel 1620 a Villefranche (diocesi di Lione), professò il 6 luglio 1641 ad Avignone; nel 1655 nella missione di Siria, della quale egli era uno dei più illustri missionari. Dopo aver ridotto all'unione cattolica moltissimi eretici e scismatici, mori, vittima di carità, il 3 luglio 1669 a Giudaida (presso Aleppo), assistendo i colerosi. Lasciò manoscritte, oltre a parecchie relazioni sulla missione di Siria, molte opere di genere catechetico e apologetico in lingua araba.
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Bibl.: Ambrosius a S. Teresia, Bibliographia Mission. Ord. Carro. Disc., Roma 1940, nn. 314-19, 346-47, 349; id., Nomenclator Mission., ivi 1944, pp. 217-18. Ambrogio di Santa Teresa
GIOVANNI TALAIA, vescovo di Alessandria. Sacerdote della chiesa di Alessandria, dove esercitava l'ufficio di economo generale, poi vescovo, m. a Nola dopo il 484 . Nel 481 fu mandato dal vescovo Timoteo Salofaciolo all'imperatore Zenone perché si provvedesse alla successione di un vescovo cattolico nella sede.
Alla morte di Timoteo, avvenuta poco dopo, G. fu canonicamente eletto (apr. 482). La cosa dispiacque ad Acacio di Costantinopoli, il quale si adoperò presso l'Imperatore contro G. accusandolo di eutichianismo e di spergiuro. Dovette allora lasciare la sua chiesa e fu sostituito da Pietro Mongo, eretico manifesto, che accertò anche l'Enotico di Zenone. G. si rituro dapprima ad Antiochia, indi a Roma, dove presentò le sue lagnanze ai papi Simplicio e Felice III. Nonostante le energiche rimostranze di quest'ultimo presso l'Imperatore perché fosse fatta giustizia a G., non se ne fece nulla; anzi le cose peggiorarono in seguito alla defezione dei legati popoli, che accettarono la comunione di Acacio e di Pietro, i quali perciò furono scomunicati, dando origine al noto scisma acaciano. G. fu inviato a reggere la chiesa di Nola, dove poco dopo morì.
Bibl.: Evagrio. Hist. ecel., III, 12-18; PG 86, 2, 2617-36; Liberato. Breviarium, 16-18: PL 68, 1020-27; Tillemont, XVI, pp. 320-65; Lanzoni, p. 238 Agostino Amore
GIOVE (Iuppiter). - Supremo dio della religione romana. Il suo nome, linguisticamente identico al vedico Dyâus Pitâ (v.), è di origine indoeuropea e cela in sé la radice di- che indica luminosità e particolarmente quella del cielo diurno (cf. lat. dies $=$ giorno) e un originario vocativo "padre!": gli stessi concetti, dunque, che sopravvivono nel greco Zeus che nel suo nome contiene la stessa radice e che è considerato padre degli dèi e degli uomini; anche i germanici Ziu e Tyr sono nomi divini linguisticamente analoghi.
Le origini della divinità risalgono pertanto a un periodo anteriore alle migrazioni dei popoli di lingua indoeuropea. Il dio del cielo, padre e sovrano, è un concetto primordiale che si conserva in varie forme nelle varie religioni di quei popoli.
Benché i documenti delle religioni italiche non risalgano, salvo poche eccezioni, oltre al periodo in cui Roma dominava in tutta la penisola, è evidente che il culto di G. non aveva bisogno di venir diffuso da Roma: i suoi culti nelle varie città italiche dimostrano, infatti, caratteri che difficilmente potrebbero derivare dal culto romano. Nel Lazio, sulla cima del Mons Albanus (Monte Cavo) era la sede di culto di Iuppiter Latiaris : annualmente i più di trenta popoli dei Prisci Latini vi sacrificavano tori, la cui carne veniva distribuita e consumata dai rappresentanti di tutti i singoli paesi; nel mito, questo Iuppiter Latiaris si identificava con il leggendario capostipite dei Latini, Latino. A Lavinio, il nome di Iuppiter, al pari di quello di Enea e quello del Sole, si applicava al dio Indiges del fiume Numicus. A Palestrina G. partecipa al culto della dea Fortuna ed assume, tra l'altro, la figura di un bambino, Iuppiter Puer. Simile sembra essere lo Iuppiter Anzur della città volsea di Terracina. Anche in altre zone, fuori del Lazio, si può riconoscere un culto autoctono di G. Le Tavole Iguvine lo documentano per l'Umbria. Nella Campania, sotto il nome greco di Iuppiter Milichius (Zeus Meilichios) può nascondersi un G. autoctono di carattere infero. Questi e simili tratti sono assenti dalla figura romana di G., almeno da quella fissata dalla tradizione classica. Tuttavia, anche a Roma G. ha una straordinaria abbondanza di caratteri originari che passano in seconda linea soltanto davanti alla preponderante importanza del suo culto capitolino e al carattere grecizzante della tradizione letteraria ed artistica. Sembra che prima dell'unificazione della città ogni co-

Giove - Testa, detta di Otricoli s, Copia da oricinale greco del sec. iv - Roma, Musco Vaticano.
munità avesse un suo culto di G. e precisamente sulla sommità della propria collina: cosi fanno credere sia i singoli nomi tramandati di Iuppiter Viminus, Fagutalis, Coelius ecc., che la particolare corrispondenza di simili luoghi di culto al carattere di un supremo dio del cielo luminoso. Tale, infatti, G. è sin dalle origini della religione romana e rimane anche in seguito: l'appellativo Luce tius che si ritrova già nell'antichissimo carme dei Selli allude a questo suo carattere, mentre lo presuppongono anche le espressioni correnti della lingua latina che per dire "all'aperto" dice "sub Iove" ecc.
Nel più antico calendario romano le feste di G. scarseggiano solo apparentemente : molte circostanze confermano, infatti, la testimonianza relativamente tarda secondo cui le idus, cioè originariamente il giorno di plenilunio di ogni mese, sin dal principio era sacro a G. In tali giorni non figurano altre feste nel calendario, neanche quelle sulla cui data e antichissima età non si può dubitare (alle idus di marzo: Anna Perenna; a quelle di ott.: equus october); e, anche nei tempi storici, i più importanti culti di G. saranno celebrati alle Idi dei vari mesi. In questi giorni il sacerdote particolare di G., il flamen Dialis - il primo dei flamines maiores - sacrificava a G. mensilmente una pecora (ovis idulis) sull'acropoli della città. G. dunque non soltanto è presente nel calendario, ma vi occupa una posizione centrale; questa posizione, nonché la connessione con il plenilunio (giorno della più duratura luminosità) e le severe norme di purezza rituale che regolano, nei suoi minimi particolari, la vita del suo sacerdote, corrispondono chiaramente al carattere dei sommo dio del cielo. Tuttavia, il calendario rivela anche altri caratteri di G. Si sa, ad es., che le feste connesse con la produzione del vino - i Vinalia priora del 23 apr., i Vinalia rustica del 19 ag. e i Meditrinalia dell'11 ott. erano sacri a G. Feriae Iovis sono anche la festa del Poplifugium e il 23 dic. (Larentalia) : feste il cui originario nesso con il culto di G. ora sfugge.
Indubbiamente antichissimi - anteriori, cioè, verosimilmente all'instaurazione del culto capitolino - sono anche altri culti romani di G. che mettono in rilievo determinate funzioni e determinati aspetti del dio. Sulla cima nord del Monte Capitolino si venerava Iuppiter
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Feretrius o Iuppiter Lapis: il suo collegio sacerdotale, quello dei fetioles, regolava il diritto sacrale internazionale di Roma antica, cioè praticamente le dichiarazioni di guerra in forma rituale: si giurava sulla pietra (lapis silex) che rappresentava il dio. Le supposte origini meteoriche di questa pietra conducono a un'altra forma di appotizione di G. : il fulmine. Anche nei tempi classici sopravvive la primitiva connessione del fulmine e del tuono con G. che assume gli epiteti Tonans, Fulgurator ecc., come pure altri appellativi, ad es., Pluvius, che indicano la sua natura di dio del cielo: ma più antico di tutti questi sembra essere il nome di Iuppiter Fulgur, cioè "G. Fulmine". Come le divinità del cielo delle religioni primitive, anche il G., romano sanzionava le sue decisioni con il fulmine, simile in questo anche al Tima etrusco che, del resto, ancora in tempi arcaici si assimila allo Zeus greco. L'antica età dello Ioppiter Elicius appare anche dall'incerta interpretazione che ne davano gli antichi romani stessi : il significato di "produrre, evocare" celato nel suo appellativo riguardava forse un potere relativo all'acqua (cf. l'Aquaclicium, rito celebrato sull'Aventino) e non, o almeno non solo, come gli eruditi antichi credevano, i prodigia del cielo. Un altro culto antico è quello di Iuppiter Liber che, fuori di Roma, si ritrova nella regione sabelina: a Roma esso si accentra intorno al santuario dell'Aventino la cui festa è il $1^{\circ}$ sett. Iuppiter Liber è forse da mettere in relazione alla soprammenzionata connessione con il vino: in questo caso il dio Liber sarebbe una concezione posteriore a un originario Iuppiter che conteneva in sé anche i caratteri dionisiaci di questi. Altri epiteti, come Stator, Victor, Inviatus, sottolineano in G. un carattere guerriero o di supremo padrone delle sorti delle guerre. L'amministrazione dei suo culto dall'antico flamen Dialis dimostra l'antichità di Iuppiter Farreus che presiede alla forma di matrimonio sacrale detta confarreatio. Ma la farina, o più precisamente il frumento schiacciato (far), quale elemento base di ogni vita umana e di ogni sacrificio, appare anche in un'altra connessione con G.: nella figura di Iuppiter Pistor il cui nome solo per gli studiosi moderni sarebbe in relazione con un supposto significato relativo allo scagliare fulmini del verbo pinsere che per i Romani invece significava "schiacciare il grano" (più tardi pistor = fornaio).
Tra tutti questi culti emerge, per la sua importanza centrale nella vita pubblica romana, il culto di Iuppiter Optimus Maximus sulla cima sud del Colle Capitolino. Il tempio, orientato verso mezzogiorno e costruito a tre celle, di cui quelle laterali ospitavano, quali paredre, Giunone Regina e Minerva, risale all'epoca "dei Tarquini" ed è stato inaugurato in quell'a. 509 a. C. che la tradizione romana considera come primo anno della Repubblica. Il tempio, costruito da artisti etruschi, conteneva una statua di G., certamente secondo il tipo antropomorfo greco arcaico: tuttavia G. assume in questo suo culto un carattere essenzialmente romano, in quanto che si pone nel centro della vita statale. E in questo tempio, d'ora in poi, che si conservano tutti i trattati internazionali di Roma; è qui che il Senato si aduna per decidere un'entrata in guerra; è qui che il capo dell'esercito in partenza fa i voti per la sua campagna, per ritornare qui in trionfo (triumphus) a presentare il suo sacrificio, a vittoria ottenuta. In questa occasione il trionfatore si veste in un costume simile a quello di G. Ottimo Massimo che era quello dei re etruschi. La festa del tempio, 13 sett., segna l'inizio dell'anno ufficiale, con l'entrata in carica dei magistrati. Nella parete della cella di Minerva veniva fissato il claeus annalis, il clando annuale che serviva per un computo sacrale del tempo: infatti, la data di fondazione del tempio capitolino costituiva per diversi secoli uno stabile punto di riferimento cronologico. Tra il culto capitolino e il culto di Iuppiter Latiaris intercorrono
varie relazioni significative : il condottiero non ammesso al trionfo in città celebrava un trionfo sul Monte Albano; durante le feriae Latinae anche sul Campidoglio si organizzavano corse di carri; a G. Capitolino si offriva ugualmente un toro per vittima. Mentre però il culto albano rappresenta l'idea della comune discendenza latina, quello capitolino, indirendente dai legami di parentela, incarna in sé l'idea politica universale di Roma. Nelle coloniae romane si costruiscono dei capitolia, su modello del tempio capitolino dell'Urbe. Il culto capitolino rimane nel centro della vita religiosa pubblica romana durante tutto il periodo repubblicano. Augusto è il primo che trasferisce alcune prerogative di questo culto ai culti da lui fondati di Mars Ultor e di Apollo, in servizio dell'idea dinastica da lui propugnata. Sotto altri imperatori, sia per l'intenso sviluppo del culto imperiale che per altri e specifici interessi religiosi (ad es., il culto del Sole sotto Aureliano), non solo il culto capitolino, ma il culto di G. in generale sembra, talvolta, passare in secondo piano. Ma mentre i fervori improvvisi e i tentativi di politica religiosa passano per lo più con l'Imperatore che li creava, lo Stato di Roma ritrova sempre di nuovo il suo centro religioso nel culto di G. Ottimo Massimo.
Le masse religiose non-italiche comprese nell'orbita dell'Impero facilmente ritrovano in questa massima divinità romana un'espressione del loro proprio dio supremo, come pure i Romani stessi credono di ritrovare il proprio G. in divinità straniere (interpretatio Romana). Cosi non solo i popoli europei, presso cui, ad es., il dio celtico Succellus o il dio germanico Donar vengono interpretati per G., ma anche i popoli orientali identificano le loro divinità più eminenti e per lo più anch'esse celesti con il dio romano, mentre i Romani subiscono sempre più l'influsso delle varie ideologie religiose orientali. Cosi avviene che dai culti più o meno locali di Commage