r. 13 ("charitas... non cogitat malum"), e l'obbligo, derivante dalla giustizia, di non giudicare oltre quello che consta. In-
fine fanno osservare che i giudizi tendono facilmente a trovare la loro espressione esteriore, creando quindi il pericolo di diffamare.
Bibl.: Dell'argomento trattano tutti i testi di teologia morale; cf., p. es., L. Génicot-J. Salamans, Institutiones theol. mor., I. Bruxelles 1946, n. 425.
Giovanni Battista Guzzetti
GIULIA, santa, martire. - E commemorata nel Martirologio geronimiano il 22 maggio come martire della Corsica, ma è dubbio se si tratti di una martire locale o africana

(da K. Kanette, Ikonogrugan der ckr. Kunst. I, Friburgo in Br. 1928, Sp. 307) Giudizio divino - G. d. universale : Cristo Giudice. Dipinto di Jan Provost (1325) - Bruges, cappella di Schöffen.
perita durante la persecuzione di Decio, e le cui reliquie furono trasferite in Corsica.
Esiste una Passio molto leggendaria, scritta verso il sec. viI ed evidentemente ispirata ad un racconto di Teodoreto di Ciro (PG 83, 1240), secondo la quale G., oriunda di Cartagine, in una invasione di barbari fu catturata e venduta come schiava. Condotta dal padrone in Gallia, durante il viaggio, in una sosta nell'Isola Capo Corso (Corsica), fu rapita dai pagani del luogo, e poiché si rifiutava di rinnegare la fede cristiana, fu flagellata e crocifissa. Il corpo fu in seguito trasferito nell'Isola Gorgona da alcuni monaci e collocato nella loro chiesa. Nel 763 il re Desiderio lo trasportò nel nuovo monastero di Brescia, la cui chiesa fu consacrata dal papa Paolo I.
Bibl.: Acta SS. Maii. V. ed. Parigi 1866, pp. 168-72; Lanzoni, pp. 683-86; H. Delehaye, Les orieines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, p. 313: Martyr. Romanum, p. 201. Agostino Amore
GIULIA, Cesarea: v. algerI.
GIULIANA di Cornillon, beata. - Promotrice della festa del Corpus Domini, n. a Retinne (presso Liegi) fra il 1191 ed il 1192, m. a Fosses (diocesi di Liegi) il 5 apr. 1258. Orfana, fu affidata (1197) con la sorella Agnese alle cure di suor Sapienza, religiosa agostiniana nel monastero, che amministrava il lebbrosario di Mont-Cornillon, presso Liegi. Divenuta religiosa, successe alla sua educatrice nell'ufficio di priora. Verso l'a. 1215 in visione (che si ripeté in seguito) vide la luna, simbolo della Chiesa, come un disco luminoso segnato da una macchia oscura. Dio le rivelò che quella macchia indicava la mancanza, nel ciclo liturgico, di una speciale festa in onore della S.ma Eucaristia e nello stesso tempo le affidava la missione di farsene promotrice. Nella sua umiltà G. per 20 anni non osò parlarne ad alcuno, finché, per interno irresistibile impulso, manifestò il segreto alla sua amica Eva, reclusa di S. Martino di Liegi (v.) poi a Isabella di Huy, che divennero subito sue fervide collaboratrici.
Per mezzo di Giovanni di Losanna, canonico di S. Martino, furono richiesti del loro parere distinti personaggi: Giacomo Pantaleone di Troyes, arcidiacono di Compina a Liegi, Ugo di S. Caro, provinciale dei Domeni-
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(fot. Anderson)
GIUDIZIO UNIVERSALE
Affresco di Michelangelo (1536-41) - Cappella Sistina.
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(fot. Biblioteca Vaticana)
TRIONFO DI GIULIO II. "Hierusalem Syon que tuus pater ecce triumphat - Julius expulsis hostibus atque nepos,.. Miniatura dei primi anni del sec. xvi del Johannis Michelis Naganii, ad divum Iulium II et Franciscum Mariam Nepotem Carminum Libri VIII - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 1682, f. $8^{\text {v. }}$.
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cani; Giacomo Guyard, vescovo di Cambrai e i religiosi domenicani, lettori di teologia in città. Tutti furono unanimi nel giudicare opportuna tale festa e G. affidò a Giovanni, religioso agostiniano di Mont-Cornillon, il compito di redigere il primo Ufficio. Il giovane monaco riusci, sorretto dalle preghiere di G. e dai consigli di persone competenti, a stendere un'ufficiatura piena di unzione, ispirata ai migliori testi della tradizione eucaristica (cf. C. Lambot-I. Fransen, L'office de la Fête-Dieu primitive. Textes et mélodie retrouvés, Marcdsous 1946).
Il nuovo vescovo di Liegi, Roberto di Torote (124046), prese a proteggere G. contro l'invadenza isica nell'amministrazione del lebbrosario e, conosciutane l'esimia virtù, spesso la visitava. G. riusci ad indurre l'insigne visitatore a scrivere la lettera pastorale Inter alia mira (1246), con cui ordinava che nella sua diocesi, ogni anno, si celebrasse la festa del Corpus Domini, il giovedi dopo la S.ma 'Trinità ed ebbe la gioia di celebrarla a Fosses, poco prima di morire ( 16 ott. 1246).
Ugo di S. Caro, cardinale legato in Germania, passando da Liegi nel 1251 e nel 1252, estese l'istituzione di Roberto di Torote al territorio della sua legazione, imitato dal suo successore, il card. Pietro Capocci (1254). Mentre G. vedeva la progressiva attuazione del suo proposito, fu costretta, in seguito a increcciosi soprusi, ad abbandonare (1247) Mont-Cornillon, per chiedere ospitalità presso le Beghine di Namur, poi presso la badessa di Salainnes, e finalmente nel reclusorio di St-Feuillon di Fosses, dove mori. La sua salma fu sepolta nell'abbazia cistercense di Villers-la-Ville.
Sei anni dopo la sua morte, l'antico arcidiacono di Liegi, Giacomo Pontalcone (Urbano IV), con la bolla Trantiturus (1264) estendeva a tutta la Chiesa la solennità del Corpus Domini. Il culto di G. è solamente locale, i vescovi del Belgio hanno chiesto alla S. Sede un riconoscimento solenne, non ancora concesso.
Bibl.: anon., Vita Iulianae, scritta tra il 1258 e il 1262 , in Acta SS. Agrilie, I, Parigi 1863, pp. 442-75; P. Pancaldi,

(da F. Bale-C. Lambot, La divation à l'Eucharistie et la VIJe contemins de la Fête-Dieu, Genbieux BfR, tux. [A] Giuliana di Cornililot, beata - La Beata con il suo motivo iconografico. Dipinto di M. Schiestl (1869-1915).
S. Iuliana Virgo, Foligno 1824; I. Bertholet, Histoire de l'institution de la Fête-Dieu avec la vie des bienheureuses Julienne et Ete, $3^{\circ}$ ed., Liegi 1846; V. Deschamps, Le plus beau souvenir de l'histoire de Liège, ivi 1846; A. de Noûe, Vie de ste Julienne de Rétinne, ivi 1846; U. Berlière, Vie de ste Julienne de MontCornillon, Namur 1884; id., Le culte de ste Julienne de Cornillon ou XVII e siecle, in Leudium, 5 (1908), pp. 90-91; N. C., De la Iuliana Corvelionensi O. E. S. A., in Anal. August., 6 (1915-16), pp. 358-82; A. Ernst, Real Freundinnen Gottes, Friburgo in Br. 1923; E. Denis, La vraie histoire de ste Julienne de Liège, Tournai 1935 (trad. it. di G. Barbiero, Padova 1930); G. Simenon, Julienne de Cornillon, Bruxelles 1946; C. Lambot, Un précieux manuscrit de la vie de ste Julienne de Mont-Cornillon, in Miscellanea historica A. De Meyer, I, Lovanio 1946, pp. 603-12; J. Baix-C. Lambot, La divation à l'Eucharistie et VIIe centenaire de la Fête-Dieu, Namur 1946, passim; G. Simenon, Les origines liegavises de la Fête-Dieu, in Studia eucharistica DCC anni a condito fario Corporis Christi, Anversa 1946, pp. 1-9; I. Coenen, Juliana von Cornillon, BrugesBruxelles 1946; F. Callaev, Documentazione eucaristica liegese dal vescovo di Liegi Roberto di Torote al papa Urbano IV (1240-24), in Miscellanea Pio Paschini, I, Roma 1948, pp. 215-25.
Antonio Piolanti
GIULIANA di Norwich. - Mistica inglese, n. nel 1342; era ancora vivente nel 1413. Nel maggio 1373 venne favorita da sedici «Manifestazioni» o «Rivelazioni», narrate in inglese ca. 20 anni dopo, quando viveva da anacoreta in una cella annessa alla chiesa di S. Giuliana a Norwich, appartenente al l'abbazia benedettina di Carrow nella quale probabilmente G. fu monaca.
Farono pubblicate per la prima volta a Londra nel 1670, da un manoscritto del sec. xvi, da dom Serenus Cressy (ristampa, ivi 1843) e citate da F. Blomefield (1703-52) nella sua Topoge. Hist. Norfolk (IV, Londra 1806). Da un manoscritto del sec. XV furono pubblicate da Dundas Harford (ivi 1911). Questa è una versione ridotta. L'altra fu poi pubblicata anche da Fr. P. H. Collins (ivi 1877), dalla signorina G. Warrack (ivi 1901) e da G. Tyrrell (ivi 1902).
Notevoli sono la conoscenza teologica di G. e la sua precisione, come anche la sua docile e obbediente fedeltà. «Mi affido alla S. Chiesa nostra madre, come deve fare un bambino innocente», essa dichiara.
La «Rivelazioni» dimostrano l'intensità dell'amore di Nostro Signore per le anime, la sua volontà che salva, quello che si intende per «ira» di Dio, e come tutte le cose concorrono al bene di quanti amano Dio. G. fu molto preoccupata dal problema del demonio, dal prevalere del peccato, dalla dannazione eterna di molti; ebbe la risposta che nell'ultimo giorno Dio in modo miracoloso possiederà tutti, e che tutto allora sarà bene con allusione all'immensa estensione della Grazia. La chiave di tutte le visioni è in queste parole: «Vuoi conoscere l'intenzione del Signore nostro in questa cosa? La sua intenzione, sappilo, era l'amore. Chi te lo ha dimostrato? L'amore. E perché te lo ha dimostrato? Per amore».
Bibl.: E. I. Watkin, The English Way, Londra 1933; E. Underhill, The Essentials of mysticism, in Dublin Review (1925), pp. 81-94; M. De Luca, G. di N., "Rivalazioni dell'amor divino". Torino 1932 (introduzione, traduzione, note). Enrico Rope
GIULIANA FALCONIERI, santa. - Fondatrice delle religiose del Tarz'ordine dei Servi di Maria (le Mantellate). Secondo gli scritti di Paolo degli Attavanti (seconda metà del sec. xv) e soprattutto i racconti raccolti nel sec. xvir, onde ottenere l'inserzione della Santa nel Martirologio romano, G. sarebbe della nobile famiglia fiorentina dei F., n. quando i genitori, Chiarissimo e Ricordata, erano in tarda età, ca. il 1270, e sarebbe stata educata dallo zio s. Alessio F., uno dei 7 fondatori dei Servi di Maria.
All'età di 14 anni si incontrò (sempre secondo la tradizione) con il ministro generale dei Servi di Maria, s. Filippo Benizi, che ne ammirò le singolari virtù e poco dopo la vesti dell'abito religioso dei servi di Maria. Non poté abbandonare subito il mondo perché obbligata all'assistenza della vecchia genitrice. Riunì tuttavia le compagne che presto la imitarono e vivevano come lei nelle proprie case, in una abitazione comune. Presero il nome di Mantellate dal lungo mantel-
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Giuliana Falconieri, santa - S. G. e S. Filippo Benizi presentano a Maria SS.ma un gruppo di confratelli dell'Annunziata. Particolare del Gonfalone dell'Annunziata fatto dipingere dalla confraternita omonima l'a. 1466, forse da Niccolò Alunno, Perugia, Pinacoteca.
lo. G. si congiunse a loro dopo la morte della mamma, ca. il 1302, e subito fu eletta superiora. Dopo lunghe sofferenze, ricevuta miracolosamente la S. Comunione, m. il 19 giugno 1341. Le sue reliquie si venerano a Firenze nella chiesa della S.ma Annunziata. Fu canonizzata da Clemente XII il 16 giugno 1737. Festa il 19 giugno.
Bibl.: Acta SS. Iunii, IV. Parigi 1867, pp. 766-74; A. Lépicier, Ste Julienne Falconieri, Bruxelles 1907 (trad. it. Pistoia 1922); A. M. Wimmer, Der bl. Philipp Benizi, Friburgo 1932; M. Couzzyville, S. G. del F., la santa dell'Eucaristia, Firenze 1938; Martyr. Romanum, p. 243. Ulderico Vicentini
GIULIANO di Alicarnasso. - Vescovo monofisita di Alicarnasso di Caria all'inizio del vi sec. Nel 511 G. aveva preso parte ai torbidi causati a Costantinopoli dalla controversia teopaschita. Cacciato dalla propria sede nella reazione antimonofisita che segnò l'inizio del regno di Giustino I (518), egli trovò rifugio ad Alessandria d'Egitto, dove si era ritirato anche Severo (v.), patriarca monofisita di Antiochia, parimente esiliato. Tra i due capi presto sorse una controversia sulla questione se il corpo di Cristo, nella vita terrestre, era soggetto naturalmente alla "corruttibilità " ( $\varphi$ ß $\varphi \dot{\alpha}$ ). G. sostenne la tesi che il corpo del Signore non soltanto dopo la Risurrezione, ma fin dall'unione nel seno della Vergine era del tutto impassibile e incorruttibile ( $\dot{\alpha} \varphi \theta \alpha \varphi \tau o v$ ); donde i seguaci di G. o giulianisti vennero chiamati anche aftartodoceti (v.).
Severo, che sull'inizio respinse con grande moderazione le dottrine del suo collega, finì per accusare G. di manicheismo e di docetismo. La controversia, molto vivace negli aa. 520-27, non terminò con la morte di G. (avvenuta non molto dopo il 527). I suoi aderenti, assai numerosi in Egitto, occuparono per breve tempo anche la sede di Alessandria con uno di loro (Gaiano, donde il nome gaianiti) e diffondevano la dottrina di G. in Asia Minore, nella Armenia, Arabia, Etiopia. Da parte cattolica il giulianismo fu combattuto particolarmente da Leonzio (v.) di Bisanzio che fa intendere che le dottrine di G. avevano trovato delle simpatie anche nelle file degli ortodossi (calcedoniani). Anzi l'imperatore Giustiniano (v.), nel suo costante desiderio di riconciliare i monofisiti, alla fine della sua vita volle imporre l'aftartodocetismo a tutta la Chiesa orientale; se non che la morte dell'Imperatore ( 14 nov. 565 ) finì la lotta già intropresa.
Degli scritti di G. (Tomus, Adversus blasphemias Severi, Apologia) soltanto dei frammenti ci sono stati conservati, negli scritti polemici di Severo, in florilegi e nelle catene, quasi tutti nella versione siriaca. Sulla vera portata della concezione di G. la critica moderna non è concorde. Il Draguet, a cui si deve la conoscenza di molti frammenti di G., crede di dovere interpretarlo in
senso fondamentalmente ortodosso. G. avrebbe dato un senso nuovo, prettamente morale alla voce $\varphi$ ßop $\dot{\alpha}$, designando con essa la natura umano infetta dal peccato, dalla concupiscenza, dal dolore e dalla morte, in quanto per noi sono inevitabili e talmente connessi con il peccato che si possa dire essere il noctra corpo nel peccato e il peccato nel corpo. Definito cosi lo stato dell'uomo "corruttibile ", il Cristo "incorruttibile " di G. sarebbe soltanto il Cristo preservato dalla macchia del peccato originale e sottratto alla tirannia della morte. Altri, come il Jugie e Fr. Dinkamp (Zum Aphtardubetentreit, in Theologische Revue, 26 [1927], coll. 89-93) ammettono che G. non volle negare la vera umanità di Cristo né la verità della sua Passione e Morte. Ma per G. il Redentore non poteva soggiacere in nessun modo al male di cui egli volle liberare l'umanità. Se egli quindi in certi momenti della sua vita, particolarmente nella sua Passione, si mostrò soggetto alle infermità umane in sé non sconvenienti ( $\dot{\alpha} \delta \dot{\alpha} \beta \lambda \eta \tau \alpha \pi \alpha \dot{\theta} \eta$ ) come alla fame, alla stanchezza, al dolore sensibile e alla stessa morte, ciò non avvenne naturalmente; ma ogni singola volta, di sua propria volontà, per uno speciale miracolo Cristo derogo alla legge di impassibilità e incorruttibilità che reggeva lo stato permanente della sua umanità. La passione si è dunque verificata in un corpo impassibile e immortale. Secondo questa interpretazione, che sembra spiegare meglio i fatti e i documenti della controversia, G. dell'altarsia del corpo di Cristo ha parlato non soltanto con una nuova terminologia, ma in un modo affatto erroneo.
Bibl.: R. Draguet, Julien d'Halicarnasse et sa controverse avec Sévère d'Antioche sur l'incorruptibilite du corps du Christ, Lovanio 1924 (con copiosa bibliografia e con molti frammenti dogmatici di G. nel testo siriaco e nella ritraduzione greca); id., Pièces de polémique autijulianiste, in Murdon, 44 (1931), pp. 233-317 (edizione dei testi siriaci seguita dalla versione moderna latina); M. Jugie, Julien d'Halicarnasse et Sévère d'Antioche, in Echos d'Orient, 24 (1925), pp. 129-62, 256-85; Severi autilulianistica, I, ed. A. Sanda, Beyrouth 1931 (testo siriaco e versione latina moderna). Agostino Mayer
GIULIANO l'Apostata (Imp. Flavius Claudius Iulianus), imperatore romano. - N. a Costantinopoli nel 331, m. a Ctesifonte il 27 giugno 363. Figlio di Giulio Costanzo, fratello di Costantino Magno, e di Basilina, rimase presto orfano di madre. Per la sua tenera età fu risparmiato nei massacri che seguirono la morte di Costantino nel 337. Fu affidato allora, insieme con il fratello Gallo, alla tutela del vescovo ariano Eusebio di Nicomedia, ed ebbe come precettore il vecchio eunuco Mardonio che lo iniziò alle bellezze dell'ellenismo facendogli conoscere e gustare Omero ed Esiodo. Fu in seguito, sempre con il fratello ( 34 I ), relegato nella Villa di Macellum presso Cesarea di Cappadocia, attentamente vigilato e spiato
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dagli sgherri di Costanzo II, privato di ogni amicizia di coetanei e costretto a passare una triste e misera puerizia.
Ivi conobbe Giorgio di Cappadocia, nominato in seguito dagli ariani vescovo di Alessandria, che lo iniziò agli studi ecclesiastici e gli fece usare la sua ricca biblioteca. G. seguiva allora con docilità le pratiche religiose, fu battezzato ed ascritto anche tra il clero esercitando l'ufficio di lettore nelle funzioni ecclesiastiche. Verso il 345, quando Gallo fu chiamato a corte per esser nominato Cesare, anche G. potè recarsi a Costantinopoli dove studiò grammatica e retorica. Ben presto però dal sospettoso Costanzo fu rimandato a Nicomedia dove nascostamente seguì le lezioni del retore Libanio, del quale divenne ammiratore e discepolo, e si iniziò alle dottrine dei neoplatonici. Beoché educato da maestri cristiani a Nicomedia, G. che già odiava il cristianesimo sia perché impostogli dallo zio, autore dei tristi eventi della sua fanciullezza, sia perché lo trovava inferiore alla cultura ellenica della quale ammirava l'eloquenza, la mistica e le ardite speculazioni, aderì con entusiasmo al politeismo. Nel 351 si recò a Pergamo dove frequentò Edesio, Eusebio e Crisanto, poi ad Efeso dove conobbe Massimo, tutti filosofi neoplatonici che professavano un sincretismo religioso teosofico permeato di teurgia caldaica; si fece iniziare allora, oltre che a quella filosofia, anche ai misteri di Mitra, consumando l'apostasia dal cristianesimo già iniziata a Nicomedia. Essa deve considerarsi come il frutto delle sue aspirazioni filosofico-mistiche, del suo amore per tutto cio che significava ed importava l'ellenismo considerato come un patrimonio da difendere e custodire come cultura e come idea politica, ed infine la conseguenza della sua intima avversione al cristianesimo. Il suo traviamento fu conosciuto a corte, e ritornato a Nicomedia il fratello Gallo gli mise accanto l'ariano Aezio perché lo riconducesse alla fede cristiana, ma G. seppe ben dissimulare i suoi sentimenti e continuò a frequentare gli amici pagani presso i quali acquistava grande popolarità.
Alla morte del fratello Gallo, fatto uccidere da Costanzo II nel 354, G. attraversò un brutto periodo; fu chiamato a Milano e trattenuto a corte senza però essere mai ammesso alla presenza dell'Imperatore. Fu protetto però dall'imperatrice Eusebia che gli ottenne di recarsi ad Atene per continuare gli studi. Ivi si diede alla filosofia e frequentò la scuola di Prisco e fu anche iniziato ai misteri eleusini. Nell'ott. 355 fu di nuovo richiamato a Milano e creato Cesare; sposò Elena, sorella di Costanzo, e nel nov. fu inviato in Gallia dove i barbari davano segni di ribellione. Nel nuovo ufficio G. si mostrò buon politico e guerriero attuando una sana amministrazione della giustizia e del fisco e conseguendo una serie di brillanti vittorie culminate nella battaglia di Strasburgo (357). I suoi successi furono però mal visti da Costanzo che nel 360 gli chiese una parte dell'esercito per inviarlo in Oriente contro i Persiani. I soldati si ammutinarono e a Parigi proclamarono G. Augusto, nonostante la sua riluttanza. La guerra civile era inevitabile. Falliti i negoziati per un accordo, nella primavera del 36 I G. marciò contro Costanzo ed occupò Sirmio e Nuisso. Avvicinandosi sempre più a Costantinopoli, Costanzo gli si fece incontro ma moriva a Mopsuecrenc in Cilicia il 3 nov. 36: : G. restaro il solo padrone dell'Impero.
L'ri dic. entrò nella capitale accolto con entusiasmo dal Senato e dal popolo e rese onori solenni al cadavere di Costanzo cui decretò anche l'apoteosi. Nel governo di tutto l'Impero G. attuò con più vaste proporzioni la saggia amministrazione già sperimentata nelle Gallie. Per prima cosa epurò la corte da tutti i parassiti che vi prosperavano, riducendo la servitù al puro necessario. Contemporaneamente istituì un tribunale speciale per giudicare e punire, non sempre spassionatamente in verità, i delatori e le spie che avevano imperversato alla corte del defunto imperatore. Ridiede al Senato gli antichi privilegi concedendogli immunità fiscali e giudiziarie. Nominò alle varie cariche nuovi uomini onesti e prohi, con oculata scelta. Egli stesso si mostrava sempre e dovunque democratico senza quell'apparato di lusso che già si era introdotto nella corte bizantina. Cercò di rialzare dallo stato
miserando in cui erano cadute molte città dell'Impero; rjordinò le finanze, l'autorità municipale; abolì privilegi di esenzioni che non fossero meritati; migliorò la posta pubblica sopprimendo permessi inutili e diminuì le imposte ripartendole con giustizia. Si occupò di rendere più spedita l'amministrazione della giustizia non disdegnando di fare egli stesso da giudice e sempre con equità. Restaurò la disciplina dell'esercito preponendogli capi fidati ed esperti.
Nonostante tutte queste benemerenze politiche e sociali, G. è passato alla storia con una grave nota di infamia derivatagli dalla sua politica religiosa. La preoccupazione più grande e quasi lo scopo unico del suo governo fu quello di arrestare la marcia del cristianesimo e restaurare l'ellenismo come religione pubblica e come politica; e le sue attività e benemerenze politiche e sociali furono fatte, si può dire, in vista ed in funzione di questo scopo. Intraprese a tal fine una lotta senza derogare in apparenza ai principi di tolleranza, ma in realtà con passione ed asprezza, irritandosi se incontrava delle difficoltà, usando meschini dispetti, talvolta anche crudeli, facendo contro i cristiani una guerra sorda nella quale più di una volta compromise la sua dignità. Durante i primi mesi di governo si mostrò ragionevole e tollerante, sperando che tutto sarebbe riuscito facilmente secondo i suoi piani. Al suo avvento al governo, il paganesimo era ufficialmente in decadenza: le leggi di Costanzo ne avevano accelerato la dissoluzione. Sulla fine del 36: G. emise i primi editti di restaurazione facendo riaprire i templi, ricostruire quelli che erano cadenti o erano stati abbattuti; ordinò il ripristino dei pubblici sacrifici e concesse ampi privilegi a tutti coloro che si adoperavano per il risveglio del culto degli dèi. Concesse è vero, nel febbr. 362, l'amnistia a tutti i vescovi esiliati da Costanzo, ma più che spinto da un sentimento di giustizia, lo fece per reazione alla politica del predecessore e, principalmente, perché pensava e sperava che il provvedimento sarebbe riuscito una causa di lotta interna tra cattolici ed ariani e quindi avrebbe accelerato la disgregazione del cristianesimo. Più tardi infatti non esitò a perseguitare e ricacciare in esilio alcuni vescovi, tra cui anche s. Atanasio, i quali, anziché attuare anche inconsciamente le mire di G., erano riusciti piuttosto a stroncare di più il paganesimo risorgente. Ma il favore da lui apertamente a questo accordato, fu la causa di feroci rappresaglie da parte del popolaccio, sicuro della protezione imperiale. In parecchie città furono saccheggiate chiese, uccisi sacerdoti, violate vergini sacre; tumulti avvennero in più luoghi come a Bosra e ad Alessandria, dove lo stesso vecchio amico di G., Giorgio, vescovo ariano della città, fu massacrato, senza che l'Imperatore punisse i colpevoli, contentandosi solo di una recriminazione epistolare. I cristiani naturalmente, non potendo sperare giustizia da parte delle autorità, reagirono ritorcendo le ingiurie; da qui repressioni individuali e collettive come a Mero in Frigia, ad Antiochia, Gaza, Eliopoli, Aretusa, Edessa, Cesarea, ecc. Le resistenze che G. incontrava nell'attuazione dei suoi disegni lo irritarono maggiormente e a poco a poco divenne settariamente autocrate. Nella primavera del 362 fece venire a corte i suoi vecchi maestri teosofi Massimo e Prisco, e con il loro consiglio iniziò la lotta più aperta. Il 27 giugno promulgò la legge sull'insegnamento, giudicata iniqua dallo stesso Ammiano Marcellino, secondo la quale i maestri cristiani non potevano insegnare senza la previa approvazione dei consigli municipali, che doveva essere ratificata dallo
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stesso Imperatore. Più che dalla loro competenza si trattava di giudicare dalle loro idee religiose, poiché non si poteva tollerare che i dispregiati "galilei» insegnassero o studiassero le lettere classiche permeate di mitologia e di paganesimo, se non credevano a queste cose. Gli insegnanti furono perciò costretti a scegliere tra la fede e la scuola : molti lasciarono le cattedre, altri cercarono di sostituire ai classici greci e latini composizioni cristiane, come fecero i due Apollinare, padre e figlio, versificando la Bibbia, scrivendo tragedie, commedie, dialoghi, liriche di argomento cristiano. Contro il clero, poi, emise una serie di decreti con i quali lo privava degli antichi privilegi, sottoponendolo agli obblighi militari; costrinse i militari a venerare gli dèi dipinti sulle insegne dalle quali aveva fatto togliere la Croce; a tutti vietò gli uffici delle magistrature e delle amministrazioni, né permise che fossero insigniti di onori o dignità.
Per combattere i cristiani non si perito di sollecitare l'adesione degli Ebrei per i quali tentò anche di restaurare il tempio di Gerusalemme con la perfida segreta malizia di smentire la profezia di Gesù (Mt. 24, 2; Lc. 21, 5 sg .); ma le tremende scosse di terremoto e le fiamme che si levarono dalle rovine, lo costrinsero a desistere dall'impresa.
Contemporaneamente a queste disposizioni contro il cristianesimo, G. ne emise altre per restaurare il paganesimo, plagiate però dalle idee ed istituzioni cristiane, instaurando una ridicola teocrazia. A partire infatti dal giugno 362 , atteggiandosi a pontefice massimo, scrisse una serie di lettere dette "pastorali» con le quali dava istruzioni ai sacerdoti dei templi obbligandoli, sotto pena di gravi sanzioni, sul rituale da seguire nei sacrifici, sulle istruzioni da fare ai fedeli, sulle virtù da praticare, sulle opere di misericordia e specialmente sulla filantropia da esercitare.
Nell'estate del 362 decise di abbattere la potenza dei Persiani che minacciavano l'Impero. I preparativi per la spedizione furono fatti ad Antiochia donde partì nel marzo 363. I primi mesi di lotta gli furono propizi; ma il 27 giugno, durante un combattimento, fu ferito e condotto nella sua tenda vi mori dissanguato, assistito da alcuni amici. Il corpo fu condotto a Tarso e seppellito in un sobborgo della città.
Durante la sua breve vita G. trovò il tempo di scrivere molto, ma parecchie delle sue opere sono andate perdute. Si conservano a panegirici dell'imperatore Costanzo ed un elogio dell'imperatrice Eusebia, scritti prima che assumesse il governo dell'Impero. Perduti sono i commentari sulle sue campagne nelle Gallie. Scrisse ancora discorsi su argomenti filosofici, religiosi, satirici e polemici. In questo genere il capolavoro è il Misopogon (Misoosōryuv) scritto ad Antiochia nel 363 , poco prima della spedizione contro i Persiani, per vendicarsi spiritosamente delle canzonature degli Antiocheni dirette alla sua lunga barba. Di minor valore è il Symposium (Σομ$\pi \delta \sigma \omega v$ ) in cui passa in rassegna, in una specie di banchetto tenuto nell'Olimpo, tutti i suoi predecessori nell'Impero; nessuno sfugge alle sue critiche mordaci ed in modo particolare Costantino Magno, il protettore dei cristiani, mentre tutti i suoi favori sono per Marco Aurelio. Conservate sono pure 78 lettere dirette ad amici. L'opera però in cui manifestava tutto il suo odio contro il cristianesimo era Adversus Galilaeos ( $\mathrm{K} \alpha \tau \dot{\alpha} \Gamma \alpha \lambda \lambda \alpha i \omega v$ ), scritto ad Antiochia tra il 362 e il 363 , in tre libri. L'opera è perduta ma se ne conoscono alcuni frammenti dalla confusione che ne scrisse s. Cirillo d'Alessandria in 30 libri, della quale però rimangono solo i primi dieci, diretti a combattere il primo dell'opera di G. Questi conosceva abbastanza bene la S. Scrittura e l'organizzazione interna della Chiesa e dell'una e dell'altra faceva una critica severa, ma gli argomenti addotti sono ricalcati su quelli di Celso e Porfirio.
Bint.: Ammiano Marcellino, Rev. Gest., XV-XXV; Socrate, Hist. eccl., III, 1-3. 11-12. 17-21; Sozoncno, Hist. eccl., V, 1-11, 16-22; VI, i sg.: G. Magri, L'imperatore G. l'A., Milano 1901; P. Allard, Julien l'Apostin; 3 voll., Parigi 1906-10; J. Geffcken, Kaiser Zolian, Lipsia 1914; A. Rostagni, G. l'A., Torino 1920; J. Bidez, La vie de l'empereur Zolien, Parizi 1930; per altra bibl. v. A. Piganiol, Histoire de Rome, ivi 1940, v. indexe.
Agostino Amore
GIULIANO di Brioude, santo, martire. - Molto venerato in Francia ed esaltato da Sidonio Apollinare e Gregorio di Tours, è commemorato nel Martirologio geronimiano il 28 ag . Le notizie sulla sua persona provengono da una Passio molto antica ma non coeva ed in genere attendibile. N. a Vienne da nobile famiglia, militava nell'esercito insieme con il tribuno Ferreolo (v.).
Scoppiata la persecuzione di Diocleziano, per consiglio dell'amico si nascose a Brioude. Fu però scoperto dai soldati dell'ufficiale Crispino e, confessando la propria fede, fu decapitato sul posto. Sul sepolcro fu edificata una basilica, mentre il capo, portato a Vienne, venne in possesso dell'amico Ferreolo, con il quale fu seppellito quando anche questi subì il martirio. Il - dies natalis", ignoto ai cristiani del luogo, fu fissato da s. Germano di Auxerre.
Bibs.: Tillemont, V. pp. 279-82: Acta SS. Augusti, VI, ed. Parigi 1868, pp. 169-88; H. Delehaye, Les resurfs antiques des saints, in Ambl. Bull., 42 (1925). pp. 302-25; Martyr. Heronymianum, p. 473; H. Delehaye, Les arigines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, p. 341 sg.; P. Fraschi de' Cavalleri, N. Groscio di Arelate, s. Ferreolo di Vienna, s. G., di Brèno, in Note antagrafiche, fasc. 8 (Studi e testi, 63). Città del Vaticano 1932, pp. 223229; J. Lacpinasse, Si Zolien de E., ivi 1941. Agostino Amore
GIULIANO di Eclano. - Cosi chiamato dalla sua sede vescovile (scomparsa, rovine presso l'odierna Mirabella Eclano, ad est di Benevento), fu il più tenace e battagliero sostenitore delle dottrine pelagiane (ca. 380-455). Suo padre Memore, vescovo, fu legato d'amicizia con i ss. Agostino e Paolino di Nola. Istruito nelle divine Scritture e già chiaro fra i Dottori della Chiesa, a dir di Gennadio (Vir. ill., 45), G., da poco elevato alla cattedra episcopale di Eclano, nel 418, quando papa Zosimo nella sua Tractoria confermò la condanna portata dal suo predecessore Innocenzo I contro Pelagio e il suo manutengolo Celestio, si mise a capo dell'opposizione, forte soprattutto nell'Italia meridionale. Perciò, deposto dalla sua sede e cacciato in esilio per decreto imperiale, andò errando per le province orientali dell'Impero, ospite a lungo del vescovo Teodoro di Mopsuestia in Cilicia; né mai poté tornare alla sua Eclano, per quanti sforzi facesse presso la corte di Costantinopoli, finché oscuramente si spense, dicesi, in un villaggio di Sicilia.
Scrisse in difesa delle dottrine pelagiane due lettere a papa Zosimo e due altre, dopo la sua deposizione, a suoi partigiani di Tessalonice e di Roma; quindi, esule in Oriente, due grosse opere contro le tesi cattoliche sostenute da s. Agostino, cioè quattro libri a Turbanzio e otto libri a Floro, ai quali risponde s. Agostino rispettivamente con i sei libri Contra Iulianum (PL 44, 461) e il cosiddetto Opus imperfectum (PL 45, 1049); inoltre un libro De bona constantiae, conosciuto ancora da Beda (PL 91, 1072). Di tutto questo non rimangono interi che i primi sei libri a Floro, citati integralmente da s. Agostino nella sua risposta; del resto solo pochi frammenti.
Commentò anche vari libri della S. Scrittura. Un diffuso commento al Cantico dei Cantiri in 7 libri fu ancora tra le mani di Beda, che ne cita alcuni brani. Un'allusione a questo commento e insieme a Proverbi ed Eccleciate si deve vedere nell'opera composta Salomonis voluminibus disserendis, che di sé attesta l'autore d'un commento ai profeti minori (PL 21, 960), autore che, come ha dimostrato G. Morin con forti argomenti, è appunto il G. Con più ragione si dovrà a lui attribuire una Expositio del Libro di Giobbe pubblicata nello Spicilagium Casinense, III, poiché ai medesimi argomenti fi-
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lologici si aggiungono le dottrine pelagiane, appena discernibili nel commento ai Profeti, nella forma più cruda e ripetutamente asserite nella esposizione di Giobbe. Infine tradusse dal greco il commento di Teodoro Mopsuesteno ai Salmi; ne rimangono larghi frammenti in manoscritti già di Bobbio.
Nei suoi scritti polemici G. portò alle estreme conseguenze i principi fondamentali dell'eresia pelagiana, e li difese con somma acrimonia, armato soprattutto di pertinace dialettica ed inesauribile facondia. Nei commenti biblici prese a base la nuova versione di s. Girolamo, al quale del resto non risparmó le critiche, e spiegò il senso letterale con i principi ermocutici della scuola antiochena, unico in questo genere fra i Latini. In tutte le sue opere dà prove di grande coltura ed a. bilità letteraria, buona e ricca lingua, robusto stile personale.
Bibl.: A. Bruckner, Julian von Aclamum. Sein Leben und seine Lehre, Lipsis 1807; id., Die vier Bücher Julians v. Acel. an Virbantius, Berlino 1910 (I'ommenti degli scritti polemici); G. Morin, Un ouvrage restitué a Julien d'Ecluse, in Revue bémédictive, 30 (1913), pp. 1-24; A. Vaccari, Un commento a Giobbe di G. di E., Roma 1915; A. d'Alis, Julien d'Ecluse, exégète, in Rech. de sc. rel., 6 (1916), pp. 311-24; R. Devreesse, Le commentaire de Théodore de Mapuente sur les Fiaumes (Studi e testi, 93), Città del Vaticano 1939.
## GIULIANO, POMERIO V. POMERIO, GIULIANO.
GIULIANO lo SPEDALIERE, santo. - Non si può fissare né la data né il luogo della sua nascita; i suoi dati biografici sono puramente leggendari e la leggenda si presenta dal sec. xir in poi in molteplici redazioni.
Lo si fa nascere in Francia (Le Mans, Anjou), in Belgio (Ath), ca. la metà del sec. vir, oppure in Italia (Napoli). Avrebbe ucciso i suoi genitori in seguito a un tragico errore: conosciuto il suo crimine sarebbe venuto a Roma per farsi assolvere e avrebbe costruito sul fiume Gardon nella Provenza o nella località detta Isola sulle rive del fiume Potenza, nei pressi di Macerata, un ospedale per i pellegrini. Il culto da privato passò qua e là in libri liturgici in epoca molto tarda, come nel Messole di Aquileia del 1519 (al 29 genn.). Anche le

(1ot. Alinari)
Giuliano lo Spedaliere, santo - S. G. uccide i genitori. Dipinto di ignoto dei primi del sec. xv - Assisi, Palazzo Comunale.
date della sua festa sono varie: 13 genn., 12 febbr., 31 marzo, 31 ag. La chiesa nazionale belga in Roma gli è dedicata. La leggenda di G. ha esercitato pure un notevole influsso nell'arte: tra le tante opere si ricordano le vetrate di Chartres del sec. xiri, il trittico del sec. xv, conservato a Burgos; gli affreschi della cattedrale di Trento del sec. xiv e del Palazzo comunale di Assisi (inizio sec. xv); il gruppo in legno del sec. xv della cappella di S. G. a Boussoit-surHaine nel Belgio.
Bibl.: Lo studio più recente ed esauriente su s. G. è di B. Guiffier, La légende de si Julien l'Hospitalier, in Anal. Bol. landiana, 63 (1945), pp. 143-219. A. Pietro Frenze
FolkloRe. - La leggenda popolare di s. G. sarebbe sorta nel medioevo, probabilmente in territorio francese o belga, ed ha vivamente colpito la fantasia dei volghi. Lo invocano coloro che si accingono a un viaggio, per evitare cattivi incontri e assicurarsi un buon albergo. Oltreché dei viandanti è protettore degli albergatori e delle città di Gand e di Macerata. Già nel Decamerone (II giornata, it novella) è ricordato il Paternoster di s. G., che tuttora si conserva nella tradizione orale di varie regioni d'Italia. S. G. ha ispirato poemetti popolari, che seguono il racconto quale è dato dalla Leggenda aurea; uno di essi, abruzzese, in 171 vv., fu pubblicato dal Percopo : un altro, in una trentina di ottave, è conservato in incunaboli della Casanatense (n. 1764), dell'Universitaria di Bologna (n. 21) e della Marciana di Venezia (Misc. 1945, 14) e si continuò a stampare in rozzi libretti popolari fino al sec. xvir. I principali episodi della leggenda sono sinteticamente narrati in una "orazione" popolare in endecasillabi epici, diffusa dalla Calabria alla Romagna. Il Flaubert ha ripreso il tema svolgendolo letterariamente in uno dei suoi Trois contes (Parigi 1886).
Bibl.: A. Tobler, Zur Legende vom heiligen Julianus, in Archiv für das Studium der neueren Sprachen und Literaturen.
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91 (1898), pp. 339-64; 102 (1899), pp. 109-78; A. Graf, S. G. nel Decamerone e altrove, in Miti. leggende e superstizioni del medioevo, Torino 1893, pp. 205-19; 2* ed. 1925, pp. 383-96; R. Magnanelli, Canti narrativi religiosi del popolo italiano, Roma 1909, pp. 150-73; G. Battelli, Le più belle leggende cristiane, Milano 1924, pp. 302-11; M. Oberziner, La leggenda di s. G. il parricida, in Atti del R. Istituto teneto, XCIII, 2 (19371934), pp. 253-309; P. Toschi, La poesia popolare religiosa in Italia, Firenze 1935, pp. 113-15; C. Naselli, Diffusione e interpretazione del Paternoster di s. G. in Sicilia, in Atti del III Congresso di tradizioni popolari, Roma 1936, pp. 255-67; U. Conciolo, Contributo allo studio dei cantori di argomento sacro, in. Arcbisum Romanicum, 22 (1938, II-III), p. 47 seg. Paolo Toschi
GIULIANO da Spira (Theutonicus). - Letterato e musicista francescano, n. a Spira alla fine del sec. xit, m. a Parigi ca. il 1250. Era famoso maestro di canto alla corte di Francia, prima di rendersi minorita (ca. il 1225); partecipò probabilmente al Capitolo generale di Assisi del 1227 e fu socio del provinciale di Germania (fra' Simone Anglico), tornando poi a Parigi ove per lo più visse (ebbe ivi l'ufficio di "correttore" o maestro di lettura per i frati in coro e a mensa e forse insegnò pure canto nello Studio conventuale).
Esaltato dagli storici per la sua perizia letteraria e musicale e per la santità di vita, G. compose gli uffici ritmici, "in littera et cantu", di s. Francesco e di s. Antonio, con gli inni e responsori, e inoltre una vita di s. Francesco in elegante prosa ( $A d$ hoc quorundum, 1232-35) che segue fedelmente la prima biografia di fra' Tommaso da Celano (v.). A lui va pure attribuita la Legenda Antoniana "secunda" o "anonima" (ca. 1240). G. è uno dei primi rappresentanti della lunga serie di poeti e musicisti francescani, susseguitisi nei secoli; anche le melodie dello Spirense sono giudicate di grande valore dai critici odierni per la loro originalità, finezza e saldezza di struttura, superiori alle forme decadenti del suo tempo.
BibL.: F. van Ortroy, Julien de Spire biographe de st Francois, in Anal. Boll., 19 (1900), pp. 321-40 e 21 (1902), pp. 148156; H. Foldes, Die liturg. Reznadfizien auf die heil. Franciieus und Antonins..., Friburgo 1902; E. Bruning, Officium ac Missa de festo S.P.N. Franciasi, Roma 1926 (testo restit.); id., G. da S. e l'Oflicio ritmico di s. Francesco, in Note d'archivio, 3 (1927), pp. 129202; G. Abate, La leggenda napoletana di s. Francesco e l'Ufficio rimato di G. da Spira secondo un codice umbro, in Misc. Franc., 30 (1930), pp. 46-48; M. Bihl, De s. Francisci legenda ad usum chari, in Arch. frani. hist., 26 (1933), pp. 358-84, e nei Prolegament al vol. X di Anal. Franc., Quaracchi 1941, pp. 2411-12 (testo critico); H. Dausend, S. Francisci Ass. et s. Ant. Pat. Officia rhythmica austore Fr. Iuliana a Spira (illustr. e testo), Münster in V. 1934. Testo della Leggenda Antoniana in Acta SS. Iunii, II, Parigi 1866, pp. 198-201, 204-209 e presso F. Conconi, Leggenda di s. Ant., Padova 1930, pp. 3-50, edizione non migliore della precedente.
Lorenzo Di Fonzo
GIULIANO da Toledo, santo. - Si crede sia di origine ebrea; fu discepolo dell'arcivescovo Eugenio II di Toledo, il poeta. S. G. da Toledo (vissuto fra il 642 ca. e il 690 ca.) è la figura più spiccata dell'episcopato visigoto, come carattere, come teologo, come principe della Chiesa. Nel genn. 68o, dopo la morte di Quirico, fu eletto vescovo metropolitano della città regia. Assisté al quattro Concili di Toledo (XII-XV) presiedendoli tutti, per quanto non fosse il vescovo più anziano. Sotto la sua presidenza il XII Concilio toledano (681) sanzionò l'allontanamento di Wamba e l'incoronazione di Ervigio. A G. si deve l'importanza sempre crescente della sede toledana sino al riconoscimento della sua supremazia sopra tutte le altre chiese di Spagna (683).
La sua figura di letterato è basata sulle seguenti opere: Liber prognosticorum futuri saeculi, opera dogma-tica-ascetica, in tre libri; il primo trattato De novissimis che possediamo; De sextae aetatis comprobatione, in tre libri di polemica antigiudaica, scritti dietro richiesta del re Ervigio, sopra la secolare lotta con gli Ebrei; Antiheimenon libri duo, una conciliazione dei passi apparentemente contrastanti nella Scrittura; Vita s. Ildefonsi,
biografia ed esaltazione della personalità del suo predecessore; un Apologeticum fidei Benedicto Urbis papae directum, oggi perduto, che precisava, nel nome del XV Concilio di Toledo, alcuni punti teologici sulla Trinità e sulla criatologia; Roma richiese alcune spiegazioni su determinate formule ivi usate, cui il metropolita di Toledo soddisfece in modo completo; De remediis blasphemias, recentemente identificata; una Historia rehellionis Pauli adversus Wambam, mirabile opera di storiografia nel sec. vir, documentata e concepita alla maniera classica; una Ars gramatica, molto interessante per la storia della cultura medievale, simile nella sua accettazione alle Etimologie di s. Isidoro; si basa sulla Gramatica di Donato, pur subendo l'influsso di altri numerosi grammatici anteriori.
S. G. è uno dei precursori delle Sentencias y Sumas, che dominarono nel medioevo. Il suo stile è dignitoso ed elevato, vibrante nella discussione polemica, e caldo di entusiasmo patriottico nel suo apporto storico.
BibL.: Edizioni: F. A. Lorenzana, Collectio SS. Patrum Ecclesiae Taletanae, II, Madrid 1783, pp. 1-384; PL 96, 445 sgg. Studi: P. Wengen, Tolioma Erabischof at Toledo, S. Galle 1894; Z. Garcia Villada, Historia eclesiástica de España, II, 1, Madrid 1956, pp. 97-104 e 150-66; J. F. Rivera, S. Tulum arcobispo de Toledo, Barcelona 1944.
Giuseppe Madoz
GIULIANO e BASILISSA, santi, martiri. - Sono commemorati insieme con altri il 6 genn. nel Martirologio geronimiano, l'8 ed il 21 giugno nel Sinassario di Costantinopoli ed il 9 genn. nel Martirologio romano, come martiri di Antiochia; appartengono però alla città di Antinoe in Egitto.
La parentela tra i due martiri e le relazioni con i soci sono del tutto arbitrarie, escogitate dall'autore della Passio. Questa, la cui redazione originale era in greca, abbastanza leggendaria, fu composta certamente non molto prima del sec. vir. All'inizio della persecuzione di Diocleziano, G. viveva in perfetta castità con la moglie B. che sarebbe morta naturalmente; G. invece fu catturato e condotto al tribunale del preside Marciano dove fu interrogato e fustigato. Converti il figlio dello stesso preside, Celso, con il quale fu rinchiuso in carcere. Quivi convertirono 20 soldati che furono battezzati dal presbitero Antonio. Dopo altri tormenti furono tutti decollati.
BibL.: Acta SS. Iunonii, I, Parigi 1863, pp. 570-88; Synax. Constantinop., pp. 372-77, 759-62; H. Delehaye, Les martyrs d'Egypte, in Anal. Boll., 40 (1922), pp. 66, 86; Martyr. Hieronymimum, p. 28.
Agostino Amore
GIULIANO SABA, santo. - M. verso il 377. E commemorato nel Martirologio romano il 14 genn. ed il 18 ott.; in questa seconda data anche presso i Greci. S. Giovanni Crisostomo lo ricorda in un'omelia tenuta ad Antiochia ai suoi uditori che l'avevano conosciuto. N. da poveri genitori, era un uomo rustico, non dotto, ma pieno di virtù.
Si ritirò in un tugurio ai confini dell'Osocene, vivendo in penitenza. Molti cristiani, attratti dalla sua santità, accorsero a lui per dividerne il metodo di vita. Costruì sul Monte Sinai una basilica, nel luogo in cui, secondo la tradizione, Dio apparve a Mosè. Durante il regno di Valente gli ariani sparsero la voce che G. condivideva le loro idee; si recò perciò, pregato dai cristiani, in quella città, per smascherare la loro calunnia. Ritornò quindi alla sua solitudine. Teodoreto di Ciro ne scrisse la biografia.
BibL.: Teodoreto, Historia religiosa, 2: PG 82, 1305-24; Acta SS. Octobris, VIII, ed. Parigi 1866, pp. 346-58; Synax. Constantinop., pp. 149, 308.
Agostino Amore
GIULIO. - Centurione al quale fu affidato Paolo, prigioniero, nel viaggio da Cesarea a Roma (Act. 27, I-28, 16).
G. trattò Paolo con molta umanità (Act. 27, 3), per cui Luca parla di lui con simpatia. Con Paolo lasciò imbarcare, oltre Luca, Aristarco, avvalendosi della legge che concedeva al prigioniero romano il servizio di due schiavi. A Sidone gli concesse di vi-
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Giu, io I, papa, tanto - Frammento epigrafico recante il nome del Papa - Roma, cimitero dei SS. Marco e Marcellino.
sitare gli «amici» (Act. 27, 3). Nell'imminenza del naufragio, segul i suggerimenti dell'Apostolo (Act. 27, 30 sgg.) e per salvarlo si oppose alla proposta dei soldati d'uccidere i prigionieri (ibid. 27, 42 sg .).
Bib.: A. C. Ileodiam, Julius, in Dict. of the Bible, II, p. 824 sg.; E. Bourliet, Jules, in DB, III, col. 1864; scom., Julius, in Dict. enc. de la Bible, I, p. 609. Teodorico da Castel San Pietro
GIULIO, santo, martire. - E commemorato nel Martirologio geronimiano il 27 maggio ed il 4 giugno, ma la prima data sembra la più sicura, secondo quanto rifcrisce anche la Passio, molto antica ed in genere attendibile. Secondo questa, G. era un veterano dell'esercito, dove aveva militato per 27 anni. Durante la prescuzione di Diocleziano fu arrestato e condotto al tribunale del preside Massimo a Du rostorum nella Mesia. Esortato dal giudice a sacrificare, si rifiutò energicamente, ricordando la sua fedeltà nell'esercito ed il suo valore in battaglia. Fu perciò condannato alla decapitazione.
Bibs.: Acta Sancti Infii veterani martyris, in Anal. Boll., 10 (1891), pp. 50-52; P. Franchi de' Cavalieri, Osservazioni sopra alcuni atti di martiri, in Nuovo boll. di arch. Christ., 10 (1904), pp. 22-26; Martyr. Hieronymionum, pp. 276, 304; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, p. 249. Agostino Amore
GIULIO AFRICANO : v. SESTO GIULIO AFRICANO.
GIULIO I, PAPA, santo. - Eletto il 6 febbr. 337, m. il 12 apr. 352. Secondo il Liber Pontificalis era romano, figlio di un certo Rustico. Durante il suo pontificato molto si adoperò per l'ortodossia nicena, ed in modo particolare per la difesa di s. Atanasio. Appena fu conosciuta la sua nomina in Oriente, gli Eusebiani gli inviarono il presbitero Macario ed i diaconi Martirio ed Esichio con lettere contro s. Atanasio, già esiliato a Treviri, contro Marcello di Ancira ed Asclepiade di Gaza deposti nel 335. S. Atanasio, che nel frattempo era ritornato ad Alessandria per l'editto di Costante, mandò suoi legati a Roma per difendersi. Il presbitero Macario temendo di essere smascherato fuggì di notte; i legati di Atanasio fecero conoscere al Papa in una pubblica conferenza la verità sullo stato delle cose; i due diaconi ariani chiesero allora la convocazione di un concilio. G. accettò ed invitò a Roma per il giugno 340 i vescovi orientali. S. Atanasio venne portando seco le lettere di un Sinodo tenuto ad Alessandria nel 339; vennero
Marcello ed Asclepiade ed altri ecclesiastici, cacciati dalle loro sedi, per chiedere giustizia. Gli eusebiani invece, ai quali G. aveva scritto una lettera per mezzo dei presbiteri romani Elpidio e Filosseno, addussero delle scuse per non venire, scrivendo una lettera arrogante, vana, aspra e piena di calumnie, e ritennero anche i legati papali. G., dopo aver inutilmente aspettato, tenne lo stesso il Concilio al quale parteciparono 50 vescovi; fu approvato l'operato del Papa nei riguardi degli eusebiani; fu esaminata la questione di s. Atanasio che fu dichiarato innocente e restituito alla comunione; anche gli altri vescovi furono ristabiliti.
Agli eusebiani G. rispose con una lettera che è un capolavoro di dignità e di nobiltà, in cui confutava le loro scuse ed accuse; la verità vi è difesa con fermezza apostolica facendo vedere la loro animosità; li rimproverava d'aver violato i canoni e confutava tutti i pretesti addotti per non venire al Concilio; illustrava poi l'innocenza di s. Atanasio e la doppiezza del loro operato contro di lui, e conchiudeva con una calda esortazione alla carità ed alla pace. Questa lettera di G. non poté vincere l'impudenza degli eusebiani che, appoggiati da Costanzo II, si riunirono ad Antiochia nel 341 ed elessero anche un certo Gregorio alla sede di Alessandria. La questione fu ripresa nel Concilio di Sardica (343), al quale G. inviò i legati Archidamo e Filosseno, ma ancora una volta gli eusebiani non vollero riparare le loro malefatte e si riunirono separatamente a Filippopoli.
Quando s. Atanasio poté ritornare ad Alessandria dopo il secondo esilio, cacciatovi da Costanzo (349), G. lo accolse a Roma con grandi segni di stima ed affetto e gli diede lettere di congratulazione per la Chiesa di Alessandria. Poco dopo ricevette anche la ritrattazione di Ursacio e Valente, fieri avversari di s. Atanasio.
A G. è attribuita la costruzione di una chiesa presso il Foro Traiano (SS.