zo (349), G. lo accolse a Roma con grandi segni di stima ed affetto e gli diede lettere di congratulazione per la Chiesa di Alessandria. Poco dopo ricevette anche la ritrattazione di Ursacio e Valente, fieri avversari di s. Atanasio.
A G. è attribuita la costruzione di una chiesa presso il Foro Traiano (SS. Apostoli) e in Trastevere (S. Maria); nonché quella di S. Valentino sul cimitero omonimo della Via Flaminia. Fu seppellito nel cimitero di Calepodio sulla Via Aurelia, dove aveva anche edificato un'altra chiesa.
Bibs.: Acta SS. Aprilis, II. Parigi 1862, pp. 82-86; Lib. Pont., I, p. 205 sg.; Tillemont, VII, pp. 269-84; L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, II, Parigi 1910, p. 193 sgg.; H. Grisar, Roma alla fine del mondo antico, I, $2^{\circ}$ ed., Roma 1930, p. 173 sgg., passim; Fliche-Martin-Frutaz, III, passim (v. indice); R. Va-lentini-G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, p. 16.
Agostino Amore
GIULIO II, PAPA. - Giuliano della Rovere, n. ad Albiesola presso Savona nel 1445 da oscura famiglia. Ebbe povera la giovinezza; fu, probabilmente per cura dello zio paterno, il francescano card. Francesco della Rovere, studente nel Convento di S. Francesco in Perugia. Il fatto che egli acquistasse allora un manoscritto delle Istituzioni di Giustiniano lascia pensare che si applicasse a studi giuridici, quantunque egli abbia detto poi di avere atteso alle lettere. A Perugia entrò anche nel chiericato; ma rimase nell'ombra, finché lo zio, divenuto papa Sisto IV, gli diede prima il vescovato di Carpentras, poi, il 16 dic. 1471, la porpora con il titolo di S. Pietro in Vincoli.
Il cardinale tenne poi, in titolo, o in amministrazione, o in commenda, per un tempo più o meno lungo, un numero grande di vescovati, di abbazie, di benefici : tra i molti, l'abbazia di Grostafercata (dal 1472), il vescovato di Bologna (1483-1502), l'arcivescovato di Avignone (1474-1503), le sedi vescovili cardinalizie della Sabina (1479-83) e di Ostio e Velleri (1483-1503); dal 1474 fu penitenziere maggiore. E già da Sisto IV ebbe incarichi di molto rilievo : fu legato nella Marca (1473); con mano saldissima rimise l'ordine nell'Umbria, a Todi, a Spoleto, a Città di Castello; legato in Avignone e nel contado Venassino e in tutto il Regno di Francia (1476), in un momento in cui erano tese le relazioni fra il Papa e Luigi XI, riusci a rinsaldare il dominio papale sul con-
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Giulio II, papa - Ritratto di G. II. Particalare del quadro di Raffaello (ca. 1512) - Firenze, Galleria Pitti.
tado e tuttavia a essere considerato "très cher et grant amy" del re di Francia. E di nuovo fu legato a latere (1480-82) per rimettere la pace tra Luigi XI e Massimiliano d'Austria, che si disputavano l'eredità di Carlo il Temerario, e per promuovere la Crociata; se non riusci nell'intento, ne crebbe di fama, e, al suo ritorno a Roma, ebbe insolito onore. Tuttavia, sull'animo di Sisto IV, più che il duro e angoloso "Vincola", potevano, da prima il card. Pietro Riario, un altro nipote del Papa m. nel 1474, poi il fratello di questo. l'accorto e ambizioso conte Girolamo, aperto rivale di Giuliano. Ma, nel Conclave che segui alla morte di Sisto IV (1484), Giuliano, anche non rifuggendo da maneggi simoniaci, riusci a procurare la tiara a una sua creatura, Giovan Battista Cibo: Innocenzo VIII, e fu per più anni "padrone" del debole Pontefice, "papa et plus quam papa». Fieramente avverso a Ferrante di Napoli, forse per ragioni personali e familiari, certo per l'atteggiamento riottoso e minaccioso del Re di fronte alla Chiesa, consigliò al Papa la guerra, prendendo occasione dalla congiura dei baroni; e fu, in momento di pericolo grandissimo, coraggioso difensore di Roma e del Pspa. Si sdegnò, quando il Papa, in sua assenza, conchiuse la pace con il Re (1486), e parve avere perduto l'autorità su Innocenzo. Ma la riacquistò subito; e, pur con un nuovo passeggero oscuramento della sua fortuna, rimase potentissimo, finché visse il Pontefice. Significative sono, in questi anni, la stretta amicizia sua con il card. Marco Barbo, forse il migliore uomo che avesse allora la Curia, e l'opposizione di ambedue "come ostro e tramontana" a Rodrigo Borgia e ad Ascanio Sforza, esponenti delle tendenze più mondane nel S. Collegio: Giuliano rappresentava già, anche se non disinteressatamente, la reazione alla corruttela della Chiesa, all'infracchirsi del potere pontificale, al prevalere di interessi strettamente politici.
Nel Conclave del 1492, appoggiandosi troppo palesemente a Ferrante, riconciliato, anche per opera sua, con la Chiesa, tentò di far giungere al pontificato un cardinale della sua fazione; gli intrighi di Ascanio Sforza e la simonia vi elevarono il Borgia, che fu Alessandro VI.
Anche Giuliano all'ultima ura si era piegato all'elezione, ottenendo compensi. Ma, nonostante una effimera conciliazione, nella quale parve divenuto "secondo papa" (ag. 1493), rimase non solo fiero oppositore del Borgia, quando l'opposizione poteva essere in molti casi giustificata, ma suo immoderato odiatore; e, stando ora a Marino, terra dei Colonna, ora nella sua fortificatissima Ostia, tenne "modi de una antipapa".
Quando, nell'imminenza della discesa di Carlo VIII, il Papa si strinse agli Aragonesi, il "Vincola" coinvolse questi nel medesimo odio. Timoroso, non a torto, per la sua vita, fuggì da Ostia (23-24 apr. 1494) e riparò in Francia, ove divenne autorevolissimo; sollecitò Carlo VIII all'impresa di Napoli e stette al suo fianco nella calata, nell'illusione, comune allora a non pochi, anche egregi, che il re di Francia potesse promuovere la necessaria riforma della Chiesa. Si ravvicinò per alcun tempo al Papa (1498) e fu mezzo a procurare a Cesare Borgia la mano di Carlotta d'Albret; ma si guasto presto novamente con i Borgia per le imprese di costoro contro il congiunto suo duca d'Urbino e il nipote Francesco Maria della Rovere. E restò lontano da Roma, ora in Francia, dal cui Re, che lo considerava tutto suo, ebbe (1499) la ricca abbazia di Chiaravalle presso Milano, ora a Savona, dov'era vescovo, o in altre terre d'Italia, temente e temuto.
Tornò a Roma dopo la morte di Alessandro, il 3 sett. 1503; e, forse per l'esperienza dolorosa del lungo esilio e del malfido appoggio straniero, certo interpretando il sentimento di molta parte degli Italiani, disse di voler essere "bono italiano". Riusci ad impedire l'elezione a papa del francese Amboise, quantunque non ottenesse allora la tiara, che fu data al vecchio Pio III. Alla morte di questo, si seppe guadagnare con promesse, che né poteva né voleva mantenere, l'appoggio del Valentino, ancora forte; e, non senza maneggi simoniaci, ottenne con voto unanime l'elezione a pontefice ( $1^{\circ}$ nov. 1503). Assunse il nome di G. II, quasi a indicare il proposito suo di un'opera di restaurazione non dissimile da quella che Giulio Cesare aveva compiuta.
Meta ultima della sua ininterrotta fatica fu quella restaurazione religiosa, che era allora in primo luogo necessaria. Egli provvide infatti a rialzare il prestigio e l'autorità spirituale del pontificato e della Chiesa. Con una bolla, che pubblicò nel 1510 con la data del 14 genn. 1505 e fece riconfermare nel Concilio Lateranense il 16 febbr. 1513, dichiarò nulla l'elezione papale fatta per simonia e comminò la perdita della dignità e dei beni a chi vi partecipasse. Con altra bolla, che rinnovava la Exsecabilis di Pio II, colpì di scomunica chi si opponesse al libero esercizio del potere pontificale o appellasse dal papa al concilio. Riformò la bolla In coena Domini, con la quale ogni anno, il Giovedi Santo, si denunziavano gli scomunicati; sostenne risolutamente i diritti della Chiesa di fronte alle potenze cattoliche; combatté l'eresia, pure agevolando la conversione degli eretici e cercando di moderare la severità dell'Inquisizione spagnola.
Diede appoggio agli Ordini religiosi e ne promosse la riforma; alimentò la devozione al S.mo Sacramento e alla Passione di Cristo; curò il decoro delle funzioni sacre, e, per quelle che si celebravano in S. Pietro, istituì la cappella di cantori, che da lui ebbe nome di Giulia. Eresse diocesi nelle terre d'oltre oceano e favorì l'opera dei missionari. Emano bolla contro il duello e contro la costumanza d'appropriarsi gli oggetti portati a terra dalle onde. Tentò anche una riforma della Curia, che le difficoltà dei tempi e le resistenze degli uomini impedirono di attuare; e una riforma radicale propose come scopo del Concilio Lateranense aperto il 3 maggio 1512, quantunque il Concilio, assorbito dal compito non facile di provvedere all'estinzione dello scisma e all'abolizione
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della prammatica sanzione di Francia, poco potesse fare per la riforma. Parlo assai della Crociata e vi penso seriamente, raccogliendo danaro e custodendolo con cura gelosa, allestendo navi, promettendo di parteciparvi egli stesso, sebbene non credesse possibile la Crociata, finché non fosse ristabilita nel mondo la pace.
Attività religiosa, certo, non trascurabile. Ma, in un tempo in cui gli interessi politici e culturali prevalevano sui religiosi, G. II vide la salute per la Chiesa più che in un suo rinnovamento spirituale, nell'afformazione della sua potenza politica, del suo esterno splendore: volle innalzare il dominio temporale del papato come baluardo della sua indipendenza spirituale, raccogliere intorno ad esso l'Italia contro le cupidige straniere, minacciose insieme all' Italia e alla Chiesa, fare di se stesso o piuttosto del papato, "il dominus et maistro del monde" (M. Sanuio, Diari, X, Venezia 1883, col. 80).
Si adoperò quindi in primo luogo per il rinnovamento, la sicurezza, l'ampliamento dello Stato pontificio. Tenne a freno i turbolenti baroni, o li legò a sé per mezzo di parentadi con la sua figliuola naturale, o con

(fol. alinari)
Giulio II. papa "La rocca di Civita Castellana (r494-1510) innalzata da Alessandro VI. Il papa G. II vi fece aggiungere da A. da Sangallo il Vecchio il mastio ottagonale.
suoi nipoti e con-
giunti; diede a Roma ordine e tranquillità, giovanclosi anche della nuova istituzione ( 1506 ) della guardia svizzera, saldamente disciplinata e comandata da capitani eletti dal papa. Al senatore, ai conservatori e alle altre magistrature cittadine lasciò tanta autorità quanta loro paresse utile nell'interesse dello Stato, e vigilò sull'opera loro per mezzo del governatore e del vice-camerlengo, scelti da lui. Rafforzò i poteri dei legati e dei castellani nelle terre del Patrimonio; e nelle varie città si adoperò, anche personalmente, a mettere pace tra le fazioni.
Riordinò l'amministrazione della giustizia : mantenne bensì, secondo la procedura comune dell'età, distinte le cause degli ecclesiastici o di quanti, anche laici, fossero addetti alla Curia, da quelle degli altri laici, e sottopose le prime all'uditore della Camera, che era un alto prelato; ma tolse ogni altra varietà di giurisdizione, e raccolse le cognizioni delle cause dei laici nelle mani dei "magistrati della Curia capitolina" le cui sentenze potevano essere riformate dalla nuova magistratura degli appelli. Per le questioni attinenti ai salari, era data facoltà al governatore di troncare la procedura ordinaria e avocare a sé la decisione. Un severo sindacato alla fine di ogni anno, dal quale neppure il governatore era esente, doveva impedire o reprimere gli abusi. G. riordinò anche il collegio dei notai e provvide al regolare adempimento del loro ufficio e alla custodia dei documenti, creando un collegio di "scriptores archivii Curiae Romanae" con funzioni soprattutto di vigilanza. Per i tribunali e gli uffici notarili commise a Bramante il disegno e iniziò la costruzione di un edificio di grandiosità veramente romana: il palazzo di Via Giulia rimase incompiuto per la morte del Papa.
Lo stesso concetto di uno Stato forte e saldamente ordinato ispirò i provvedimenti di G. II nel campo delle finanze e dell'economia, anche se alcuni di questi siano stati determinati dai pregiudizi propri dell'età e non tutti appaiano degni di lode. Egli restaurò il tesoro papale, pressoché esausto per gli sperperi dei Borgia, senza tuttavia gravare troppo la mano con le imposte, o ricorrere a estorsioni : quando si accorse, e non fu sempre, di mal-
versazioni, colpì inesorabilmente. Attuò un rigido controllo delle entrate e delle spese; fu parco per sé e i familiari, avveduto nel risparmiare, oculato nello spendere. Accrebbe le entrate ordinarie con un'ardita riforma monetaria, riconducendo la moneta al suo valore reale e ordinando che i censi si pagassero con le nuove monete d'argento, per le quali Leonardo da Vinci dette consigli e forse il disegno e che tolsero dal Papa il nome di "giuli". Entrate straordinarie erano le eredità di cardinali e di alti dignitari della Curia, i proventi dalle confische e, secondo un uso comune allora a tutti gli Stati, la vendita degli impieghi, che rasentava alcune volte la simonia.
Anche la concessione frequente di giubilei e di indulgenze era troppo simile a una vendita. Con questi mezzi il Papa provvide alle ingenti spese delle guerre, dell' amministrazione, del mecenatismo; e tuttavia il tesoro papale salì a forse mezzo milione di ducati, che il Pontefice destinava alle future Crociate.
Consapevole che la fortuna dello Stato è legata al benessere dei cittadini, provvide a questi, curando in tempo di carestia l'approvvigionamento del grano (per il quale creò I4I "presidenti dell'annona"), il rifiorire dell'agricoltura, lo sviluppo dell'industria, in particolar modo di quella dell'allume, l'incremento del commercio.
Mentre attendeva a questa complessa e, nell'insieme, felice opera di riorganizzazione interna, G. II pensò a reintegrare l'autorità pontificia in quelle città dello Stato della Chiesa, che dipendevano dal Pontefice poco più che di nome. Nella dissoluzione del dominio personale del Valentino, riconquistò alcune città di Romagna alla Chiesa; strappò al duca le fortezze rimastegli fedeli e non le ridiede agli antichi signori; nel ducato di Urbino assicurò la successione al nipote Francesco Maria della Rovere. Con una spedizione da lui condotta in persona, ottenne, senza combattere, la sottomissione di Gian Paolo Baglioni, signore di Perugia (sett. 1506), costrinse Giovanni Bentivoglio a lasciare Bologna e vi entrò acclamato come «liberatore dalla tirannide» (II nov. 1506).
Fin dall'inizio del suo pontificato, aveva chiesto con risolutezza ai Veneziani la restituzione delle terre occupate in Romagna alla caduta del Borgia; ed era ricorso per questo anche alle potenze straniere, delle quali tuttavia non gradiva l'intervento armato, illudendosi forse di poterne limitare l'azione a una pressione diplomatica e ad una minaccia. Riebbe terre minori, non Rimini, né Faenza, che tagliavano le vie del settentrione, e, sdegnato anche per la frequente violazione dei privilegi ecclesiastici da parte della Serenissima, dopo molte vane insistenze per un accordo e con grande esitazione, aderì ( 23 marzo 1509) alla lega, che i rappresentanti di Luigi XII di Francia e di Massimiliano d'Austria avevano stretta a danno della Repubblica, nel dic. 1508, a Cambrai; lega che dal resto avrebbe operato anche senza di lui, e in questo caso a suo danno. Colpi
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allora i Veneziani con fierissima bolla di scomunica e di interdetto ( 27 apr. 1509) ed ebbe parte nella guerra. Ma quando la Repubblica, sconfitta a Vailate (14 maggio) e ridotta quasi all'estremo, gli ebbe restituito le città di Romagna, vide la necessità che fosse salva dall'imminente rovina; e raggiunse dopo lunghe trattative un accordo con lei, a condizioni assai vantaggiose per il papato, perché la Repubblica rinunziava tra l'altro alle sue ingerenze nelle cose ecclesiastiche e al monopolio della navigazione del l'Adriatico, dannoso alle città rivierasche dello Stato pontificio ( 15 febbr. 1510 ).
Allora, timoroso di essere ridotto "capelan" dei Francesi (Sanuto, loc. cit., col. 631), che spadroneggiavano nell'Italia, si strinse ai Veneziani per "liberare l'Italia dai barbari", programma sintetizzato nel grido famoso, forse non suo, "fuori i barbari». Mosse in persona contro Ferrara, "radice de Francesi» (cf. A. Luzio, Isabella d'Este di fronte a G. II, in Arch. stor. lomb., 39 [1912, 11], p. 120), di cui era alto signore; tolse al duca Modena; ma a Bologna, pericolosamente infermo, per poco non cadde in mano dei Francesi: lo salvò il popolo, che egli seppe incitare a riscossa (ott. 1510). Asseclò, incurante del pericolo della guerra e del rigore dell'inverno, la Mirandola, chiave del Ferrarese, e vi entrò per una breccia ( 20 genn. 1511). Ma ebbe il dolore di perdere Bologna per l'impopolarità e forse il tradimento del legato Aldosi, a lui fin troppo caro, e di vederlo ucciso, quasi sotto i suoi occhi, dal nipote suo, il duca di Urbino.
Un grave errore politico del re di Francia, che, risollevata nel Sinodo di Tours (sett. 1510) l'antica dottrina gallicana, si era accordato con l'Imperatore per indire, in nome di alcuni cardinali ribelli, un Concilio a Pisa (16 ma7gio 1511), diede modo al Pontefice di collegare la lotta contro i «barbari» con la difesa dell'unità e della libertà della Chiesa. Mentre convocava a sua volta ( 25 luglio 1511) un Concilio in Laterano, trattava di una lega con Venezia e la Spagna; e risorto più vigoroso da una malattia, che pareva mortale, conchiuse con loro la «Lega santa" (4 ott. 1511): vi accedette l'Inghilterra; l'Imperatore si disinteressò del Concilio pisano, sgradito agli stessi prelati tedeschi.
La disfatta della Lega a Ravenna (11 apr. 1512) e l'occupazione delle Romagne da parte dei Francesi, parvero per un istante abbattere il Papa, che il Concilio sotsmatico, trasferitosi da Pisa a Milano, dichiarava sospeso (2I maggio). Ma l'indomito G. riprese tosto vigore: aprì il 3 maggio in Laterano il Concilio, nel quale fu riaffermata l'autorità suprema del Pontefice. Alla moneta coniata dal re di Francia con il motto «Perdam Babylonis nomen», rispondeva con una medaglia, che lo rappresentava a cavallo in atto di cacciare con una frusta i barbari e di calpestare l'arme di Francia. E infatti i Francesi furono respinti dalla Romagna e poco di poi dall'Italia: G. poté iniziare un grido di trionfo; i romani gli resero onori quali non ebbe «mai Cesare, né altro capitanio romano" (Sanuto, op. cit., XIV, Venezia 1886, col. 458).
Il congresso della Lega in Mantova (ag. 1512) diede Milano a Massimiliano Sforza, come il Papa voleva per salvare il Ducato dalle brame spagnole, e deliberò il ritorno dei Medici in Firenze, troppo legata alla Francia. Ma a G. parve fatto «a dishonor et danno suo» (A. Luzio, op. cit., p. 120), perché salvava il duca di Ferrara e lasciava troppo potenti gli stranieri in Italia. Egli voleva ora togliere al vassallo ribelle Ferrara, limitare la potenza spagnola, "veder Italia in man de Italiani» (op. cit., p. 136). Ma per questo, e più per vedere riconoscituto dall'Imperatore il Concilio, era costretto a sacrificare alle pretensioni imperiali gli interessi dei Veneziani, che si andavano riaccostando alla Francia. Tra questi disegni la morte ne spezzò, dopo lunga resistenza, la fibra.
Lo stesso fine di glorificazione della Chiesa ispirò la magnifica opera sua di mecenate. Non era uomo di grande cultura, quantunque conoscesse il diritto e le lettere latine e amasse di farsi leggere la Commedia, forse per qualche somiglianza della natura sua con la dantesca. Ma era di molto ingegno, di finissimo gusto, ottimo conoscitore e giudice di artisti e di opere d'arte. Ancora cardinale, aveva raccolto una biblioteca, che trasportò poi in Vaticano, e aveva fatto restaurare le basiliche di S . Pietro in Vincoli e dei SS. Apostoli, indizare il Palazzo arcivescovile di Avignone, costruire solide e magnifiche fortezze a Grottaferrata, a Ostia e Chiaravalle. Fatto Papa, protesse gli studi e l'università; fondò a Fano la prima stamperia araba; ebbe familiarità con letterati illustri, come il Sadoleto ed il Bembo.
Ma soprattutto fu mirabile ispiratore e protettore di artisti. Commise a Michelangelo, fin dalla primavera del 1505, il gigantesco monumento sepolcrale, che fu ben presto interrotto. Gli affidò più tardi l'incarico di modellare la sua statua, che fu collocata nel febbr. 1508 sulla porta di S. Petronio di Bologna e distrutta nel 1511 dalla furia dei Bolognesi ribelli. Ma, con intuizione singolare di un valore ignoto allo stesso artista, lo indusse, contro sua voglia, a rappresentare nella vòtta della Si stina (autunno $1508-31$ ott. 1512), il gigantesco poema del mondo antico proteso nell'aspettazione della venuta del Cristo. Raffaello, che ne ritrasse più volte le virili fattezze, espresse per volere di G. nelle Stanze del Vaticano il grande concetto del medioevo cristiano, dell'armonia tra la scienza umana e la divina, e celebrò in diversi episodi le fede di G. nel divino soccorso e la sua vittoria sui nemici della Chiesa e sui barbari. Sulla tomba del primo Pontefice romano, G. volle che fosse inalzata, in luogo dell'antica Basilica pericolante, ma ricca di tesori di fede e d'arte, gran parte dei quali andò deplorevolmente dispersa, la nuova domus disegnata dal Bramante, che superasse in grandezza e bellezza ogni altra casa del mondo; ne pose la prima pietra il 18 apr. 1506; ne vide già levati sui piloni gli archi a cui doveva sovrastare la cupola.
Nel Palazzo del Vaticano si cominciavano, pure su disegno del Bramante, i sortili di S. Damaso e del Belvedere; e in questo si raccoglievano l'Apollo, la Venere, il Laocoonte, primo nucleo del futuro Museo. Sorgeva una nuova Roma con le sue vie rettilinee, fiancheggiate da ricchi edifizi, più bella di ogni altra la Giulia. La chiesa di S. Maria del Popolo, cara ai della Rovere, si adornava degli affreschi del Pinturicchio e delle sculture di Andrea Sonsovino. Veramente Roma appativa, quale G. voleva che fosse, il centro del mondo. Fuori di città, Civitavecchia aveva dal Bramante la sua poderosa fortezza, Loreto il portico della Basilica, il Palazzo apostolico, il rivestimento marmoreo della S. Casa; chiese, palazzi, fortezze attestavano la munificenza di G.
Fu G. di alta statura, testa rotonda, zigomi sporgenti, occhi grandi ed oscuri, sguardo profondo e severo, labbro serrate; la barba, con cui si è soliti rappresentarlo, la portò solo un anno e mezzo (fine 1510 - apr. 1512), in segno, si disse, della sua ferma volontà di vincere i Francesi. Parve, anche fisicamente, di «natura sopra tutte le altre fortissima» (Sanuto, op. cit., XI, Venezia 1884, col. 741); ma domava le grandi sofferenze con la ferrea volontà. Ebbe difetti di carattere non lievi : a un fiorentino, che lo conobbe in giovinezza, parve "capitoso et poco prudente" (cf. Picotti, op. cit., p. 180); fu impetuoso, collerico, spesso violento, intemperante o piuttosto sregolato nel mangiare e nel bere, ond'ebbe voce, forse ingiusta, di «vecchio imbriaco» (A. Luzio, loc. cit., p. 29, n. 1). Moralmente non fu, in giovinezza almeno, incorrotto e forse a questo si deve attribuire una disonorevole malattia, che lo tormentò fin agli ultimi anni; ma fu migliore di quello che fossero nell'età sua i più anche prelati o pontefici; quanto si disse di uno sconcisismo vizio di lui, già vecchio e Papa, fu assai probabilmente infondata malignità.
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Giulio III, papa - Ritratto, dipinto di Seimone Pulanne da. Gacta (ca. 1550) - Roma, Galleria di Palazzo Spada.
Ma egli ebbe "core et animo grande" (A. Luzio, loc. cit., p. 119), rude schiettezza, tenacia irremovibile, attività prodigiosa, energia fisica e spirituale "terribile" (Sanuto, loc. cit., col. 725, e altrove più volte), cioè, com'era inteso allora l'epiteto, superiore al comune; che non andava tuttavia disgiunta da delicatezza di sentimenti e, nelle ore migliori, da piacevolezza festiva. Sebbene i suoi nemici abbiano gettato ombre fin sulla sua ortodossia, fu uomo di ferma fede e di schietta pietà: il suo motto "Dominus mihi adiutor: non timebo quid faciat mihi homo" era testimonianza sincera della sua fiducia incrollabile in Dio.
Poco prima che G. II, la notte dal 20 al 21 febbr. 1513, incontrasse la morte "con tanta devotione et contritione che pareva un santo" (A. Luzio, loc. cit., 416), il popolo romano lo aveva festeggiato come liberatore d'Italia e trionfatore dello scisma; a lui morto furono resi onori quali forse a nessun altro pontefice: anche gli avversari suoi lo piangevano con lacrime abbondanti perché egli aveva strappato tutta l'Italia, tutta la cristianità dal giogo dei Francesi e dei barbari. Egli stesso, nei colloqui con il suo cerimonicre Paride de Grassi, disse di essere stato plus quam martyr perché aveva lottato e sofferto per Cristo.
Si può dubitare se non fosse vano quel suo titanico sforzo di cacciare d'Italia uno straniero con un altro straniero; si può lamentare che egli abbia scambiato troppo spesso il mezzo col fine e fatto servire e interessi temporali l'autorità spirituale del pontificato, che voleva per vie umane rafforzata; si può ritenere esagerata la lode, datagli dal Burckhardt e da altri fino al Pastor, di "salvatore del papato ", poiché per ben altre vie la Provvidenza voleva che il papato trovasse salvezza nell'imminente procella; si può anche pensare che di questa procella egli abbia avuto qualche responsabilità con quel suo implicare
il papato in incessanti brighe terrene. Egli rimane tuttavia innanzi alla storia un uomo di rette intenzioni, di tempra fortissima. Grande principe e grande italiano, se non grande Pontefice; gigantesca figura, quale Michelangelo idealizzò mirabilmente nel Mosé del suo monumento sepolcrale. - Vedi tav. LIV.
Bibl.: Si vedano: Pastor, III, e le opere ivi citate, principalissimi i diari di J. Burchard, Liber notarum, in RIS. XXXII, Città di Castello 1910-11; Paris de Grassis, Diarium, ed. L. Frati, Bologna 1886; cf. inoltre: M. Brosch, Papst Julius II. und die Gründung des Kirchenvautes, Gotha 1878; J. Klacaco, Jules II, Parigi 1898; A. Luzio, Isabella d'Este e G. II. (1503-1505), in Rts. d'Italia, 12 (1909, 11), pp. 837-76; id., Isabella d'Este di fronte a G. II negli ultimi tre anni del suo pontificato, Milano 1912: E. Gagliardi, Julius II., der Schäpfer des Kirchenstaates, in Deutsche Rundschau, 149 (1911), pp. 282-75; E. Rodocanachi, Histoire de Rome: le pontificat de Jules II, Parigi 1928, e per gli anni del cardinalato anche G. B. Picotti, La giovinezza di Leone X, Milano 1928; R. Palmarocchi, La politica italiana di Lorenzo de' Medici, Firenze 1933; G. Pepe, La politica dei Borgia, Napoli 1948.
Giovanni Battista Picotti
GIULIO III, PAPA. - Giovanni Maria Ciocchi del Monte, n. a Roma il ro sett. 1487, m. ivi il 23 marzo 1555. Studiò lettere sotto la guida di Raffaele Lippo Brandolini, giurisprudenza a Perugia e a Bologna. Arcivescovo di Siponto, per due volte governatore di Roma sotto Clemente VII, vicelegato di Bologna sotto Paolo III, uditore della Camera Apostolica, cardinale (22 dic. 1536), rappresentante di Paolo III nel Concilio di Trento, aveva larga cultura ed esperienza.
Dopo un lungo Conclave, difficile per le contrastanti ingerenze e le molte esclusive di Carlo V e di Enrico II di Francia, fu eletto ( 7 febbr. 1550) per un accordo fra le fazioni, come politicamente neutrale e non mal veduto anche dalla parte che mirava a una riforma della Chiesa. Si dimostrò nell'inizio proclive alla pace e desideroso di riforma. Dopo lunghe trattative con l'Imperatore e il re di Francia, riconvocò per il $1^{\circ}$ maggio 1551 il Concilio a Trento e vi nominò primo presidente il card. Crescenzi, uno dei migliori. Il Concilio, non riconosciuto dalla Francia, soggetto alle ingerenze imperiali e spagnole, condusse tuttavia innanzi i suoi lavori, finché la minaccia di Maurizio di Sassonia e dei protestanti costrinse il Papa a sospenderlo (15 apr. 1552).
Frattanto si era accesa in Italia la guerra. Ottavio Farnese, a cui G. aveva restituito Parma, non volendogli l'Imperatore dare Piscenza e minacciando anche Parma, si era stretto alla Francia, incurante dei brevi del Papa, che, per inclinazione sua e per la necessità dell'appoggio imperiale contro i protestanti, piegava verso Carlo V. Per schiacciare quel "povero verme», G. si dovette porre nelle mani dell'Imperatore, nonostante la minaccia di uno scisma francese; dichiarò decaduto Ottavio dal feudo ( 22 maggio 1551), e, invasa dai Farnese e dai Francesi la Romagna, tolse a quelli Castro. Ma una impresa contro Parma e Mirandola, capitanata da Ferrante Gonzaga governatore di Milano, falli: Roma stessa era vogliosa di pace. Fu conchiuso un armistizio tra il Papa e i Francesi, con la restituzione di Castro (29 apr. 1552). G. ritornò allora, come "padre della cristianità" a pensieri di pace: e, pure mantenendosi nel complesso favorevole a Carlo V e a Cosimo de' Medici, assunse atteggiamento di mediatore nella guerra di Siena.
E continuò a spiegare attività non trascurabile per la difesa e la propagazione della fede e l'opera di riforma. Confermò l'Inquisizione romana, ma la tenne gelosamente immune da ingerenze di principi laici e fu piuttosto incline a mitezza: poche le esecuzioni di erotici, accordata l'assoluzione anche a chi abiurasse in segreto. Si adoperò a mantenere nella fede cattolica la Polonia; promosse e festeggiò il ritorno dell'Inghilterra, con Maria Tudor, all'obbedienza di Roma, e al legato card. Pole accordò larghissime facoltà per la sanatoria ai possessori di beni ecclesiastici confiscati nel periodo dello scisma.
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(fot. Andrroni)
Giulio III, papa - Ninfeo della Villa Giulia, fatta costruire da G. III (1523). Opera di Bartolomeo Ammannati, G. Vasari e Vignola su disegno di Michelangelo - Roma.
Si occupò attivamente della evangelizzazione dell'America e delle Indie, facilitando l'inizio dell'opera di missionari e creando vescovati, quantunque imprudenze di religiosi, e, più assai, ingordigia e corruzione di laici impedissero i successi sperati. Ottenne di riunire alla Chiesa romana i nestoriani della Caldea e tentò di riunire i copti dell'Abissinia. Per la riforma istitui commissioni di cardinali, includendovi uomini egregi e partecipando ai lavori; vietò le ingiustificate cessioni di benefici; propose ( 16 sett. 1552) un vasto programma e fece preparare, dopo molti studi, una bolla, che riguardava papa e prelati, clero secolare e regolare, benefici ecclesiastici, Segnatura, Penitenzieria, predicazione, indulgenze: la morte gli impedì di pubblicarla. Aveva, quasi all'inizio del Regno, confermato le costituzioni della Compagnia di Gesù (2I luglio 1550): eresse poi e affidò a questa il Collegio Germanico per l'educazione a Roma di giovani tedeschi, futuri campioni contro l'eresia (3I ag. 1552).
Nonostante le strettezze finanziarie, diede favore a uomini dotti, all'Università romana, alla Biblioteca apostolica. Ebbe elogi non disinteressati e dediche di opere dal Giovio, dall'Aretino, dal Condivi ; ebbe dal Palestrina, nominato da lui maestro di cappella in S. Pietro, la dedica di un volume di Messe a quattro voci. Diede onori e alto emolumento a Michelangelo, che, nonostante le opposizioni, confermò supremo architetto di S. Pietro: fece costruire dal Vignola e dall'Ammannati la sua magnifica «Vigna di papa Giulio» fuori Porta del Popolo, restaurare dal Vignola il Palazzo, che fu detto poi di Firenze, disegnare e decorare dal Vasari e dall'Ammannati la Cappella sepolcrale in S. Pietro in Montorio.
Vigoroso ed alto di statura, ma d'aspetto alquanto rozzo, colto, eloquente, pio, infaticabile, G. III difettò di fermezza e di tenacia. Animo mite, estraneo a superbia, era facile tuttavia agli impeti di collera, proclive a subiti entusiasmi e a scoraggiamenti. Amò sovercosamente gli scherzi, le feste, i banchetti, le cacce, il giuoco; assistette a spettacoli non corretti; una sua medaglia celebrava la «hilaritas publica». Diede troppo largo favore ai nipoti, pure non giungendo al grande nepotismo.
Bibl.: A. Massarelli, Diario V-VII, ed. S. Merckle (Cane, Trid. Diariorum, 2), Friburgo in Br. 1911, pp. 1-362; Pastor, VI, pp. 3-299 e passim (con vasta bibl.): A. Pliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, XVII, Parigi 1948, pp. 103-43. E inoltre la bibl. alla voce trento, concilio di. Giovanni Battista Picotti
GIULIO Romano, Giulio di Piero Pippi de' Giannuzei, detto. - Pittore e architetto, n. a Roma nel 1499 , m. a Mantova il io nov. 1546. Giovanissimo, fu alla scuola di Raffacllo, di cui divenne il discepolo prediletto e il più attivo, collaborando, men che ventenne, nelle Stanze vaticane, nella Sala di Psiche alla Parnesina, e soprattutto nelle Logge.
Già in questi e negli altri dipinti compiuti a Roma (Flagellazione in S. Prassede; pala in S. Maria dell'Anima; Lapidazione di s. Stefano in S. Stefano di Genova, ecc.) egli si allontana dall'equilibrio e dal ritmo raffaclesco, rafforzando l'effetto plastico con il caricare le superfici di ombre fumose, e già rivelando quel gusto scenografico che in seguito si accentua. Morto Raffaclio, eredita insieme al Penni il compimento delle opere lasciate interrotte (La Trasfigurazione), le commissioni (pala di Monteluce), e la direzione della decorazione della Sala di Costantino e della Villa Madama a Monte Mario. Si inizia intanto la sua attività di architetto (Villa Lante al Gianicolo; Palazzo Alberini; Palazzo Cicciaporci). Nel 1524 va a Mantova, chiamato da Federico Gonzaga, che lo incarica prima della costruzione dal Palazzo del Tè, poi di sopraintendere a tutte le fabbriche della città. Ivi dirige i lavori del Palazzo Ducale, poi il rinnovamento del vicino monastero di S. Benedetto di Polizone (1539) e quello del Duomo (1544). Come pittore in questo periodo lavora soprattutto ad affresco nelle vastissime decorazioni del Palazzo del Tè, ma sono numerosi anche i quadri di cavalletto (Natività per S. Andrea di Mantova, ora al Louvre, ecc.). Nel 1543 a Bologna dà un disegno per la facciata di S. Petronio, dove gli è anche attribuita, con fondamento, un'opera di scultura, cioè il gruppo in terracotta dalla Madonna con il Bambino sulla tomba di Ottaviano Castelli. Muore in Mantova mentre si prepara a tornare a Roma, chiamato da Paolo III alla direzione della Fabbrica di S. Pietro.
Più ancora che per la sua opera di pittore, che pure occupa un posto notevole all'inizio del movimento manieristico, G. R. ha importanza come architetto. Meglio

(fot. Alinari)
Giulio Romano, Giulio di Piero Pippi de' Giannuzei, detto - La flagellazione - Roma, chiesa di S. Prassede.
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che nelle opere romane, in cui non si stacca ancora dagli schemi rinascimentali, è nel Palazzo del Tè che si manifesta compiutamente il suo genio di apparatore sontuoso e il suo carattere di scenografo classicheggiante, che infiutrà sull'architettura veneta di terraferma.
BibL. Venturi, IX, in, p. 338 sgg. e XI, 1, p. 267 sgg.; F. Filippini, Opera di G. R. in Bologna, in Ball. d'arte, 9 (1929-30), p. 198 sgg.: F. Harti, Raphael and G. R., in The art bulletin, 26 (1944), p. 67 sg.; J. Hess, On Raphael and G. R., in Gaz. des beaux-arts, 32 (1947), p. 73 sg.
Emma Zocca
GIULITTA, santa, martire : v. Quirico e GiuLITTA, santi, martiri.
GIULLARI (joculares, joculatores). - G. furono chiamati nel medioevo coloro che esercitavano la professione di divertire il pubblico delle diverse classi sociali, dai popolani ai nobili, nelle piazze come nelle corti. Si chiamarono anche histriones, mimi, befonet, ecc. Tali nomi venivano usati il più delle volte genericamente e indifferentemente, perché in realtà una divisione netta non era possibile né riguardo al repertorio. né riguardo alle diverse categorie che formavano la varia e multiforme classe dei g. Preferibilmente però con il nome di joculares si indicarono le categorie più elevate di coloro che esercitavano la poesia, il canto e la musica. La tradizione dei g. si ricollega senza soluzione di continuità all'istrionismo dell'età classica e si prolunga fino al Rinascimento.
Per tutto questo tempo l'attività dei g. fu intensa nell'Europa d'Occidente, in Spagna e Portogallo, come in Inghilterra, in Francia, in Provenza, in Italia. Per divertire il loro pubblico i g. cantavano, suonavano, danzavano, recitavano monologhi drammatizzati, spesso anche travestendosi e mascherandosi; agivano come saltimbanchi. Erano immancabili nelle feste, nelle fiere, nei pellegrinaggi, nelle nozze. Per il popolo cantavano sulla pubblica piazza o all'angolo della via le canzoni di gesta, i facolelli o anche canzoni amorose e scherzose. Altri invece frequentavano le corti, taluni vagando da una corte all'altra, taluni invece rimanendo per molti anni presso lo stesso signore : perciò in Italia vennero spesso chiamati uomini di corte o milites de curia, talora confondendosi, date anche le loro non ben definite funzioni, con i veri e propri cortigiani. I g. insieme con i buffoni e mimi formarono una schiera folta, varia, irrequieta che vagabondava di paese in paese, talchè R. Menéndez y Pidal giustamente insiste sul "carattere internazionale della giulieria": così, in Italia vennero g. brettoni, normanni, francesi, provenzali, mentre in Spagna si trovano g. italiani. Esercitarono talvolta la professione di g. anche le donne. Dalla metà del sec. xir al sec. xiv il numero dei g. fu in Italia ragguardevole, specie nelle regioni settentrionali ove trovarono largo favore presso l'aristocrazia delle corti e la florida borghesia dei Comuni. Boncompagno da Signa, narrando di uno scherzo fatto da Guido Guerra a g. accorsi alla sua corte, ne fa salire il numero a più centinaia. L'importanza della loro attività poetico-musicale nella storia della nostra letteratura dei primi secoli è più grande di qual che di solito non venga detto. "Per opera dei g. si ebbero da noi le prime elaborazioni letterarie del linguaggio materno" (De Bartholomaeis) : il loro nomadismo scrvì a unificare le diverse parlate, o almeno ad attenuarne le differenze, e a creare in certo senso una comune "cultura volgare". Quale fosse il repertorio dei g. si ricava, per l'Italia, dal Siroentese del maestro di tutte le arti di Ruggero Apuliese di Siena (metà sec. xiri) e dal più tardo, Cantare dei cantari; per la Provenza dai cosiddetti Insegnamenti pe' giullari di Giraut Cabreira e di altri; per la Francia dal dit dei Deux bordeors ribauts.
Non minore importanza ha l'attività dei g. nel campo drammatico, in quanto si deve ad essi il prolungarsi, durante tutto il medioevo, della tradizione dei mimi e istrioni; molte produzioni poetiche dei primi secoli, come, ad es., il Ritmo cassinese, il Lamento della sposa

da P. Aubry, Cents motets du XVIIIt aliste, III. Parigi IIII, p. 18:
Giullari - Pagina miniata del Roman de Fauvel con i montetti musicali: Veritas arpie, e Ade Casta dormientis (sec. xili).
Parigi, Biblioteca nazionale, cod. 146 (IV), fol. $13^{\circ}$.
padovana, la Canzone del Castra, ecc. vengono da alcuni studiosi interpretate come monologhi giullareschi, che i g. non solo recitavano ma rappresentavano. La Chiesa combatté i g. per tutta la parte istrionica e buffonesca, spesso sgusiata e irriverente; ma, in seguito, si valse anche della loro opera per la diffusione del culto dei Santi, in rapporto ai pellegrinaggi e ai santuari, e, senza che si debba pensare a una speciale categoria di "g. di Dio", è da tener presente la ricca produzione poetica di carattere agiografico, dovuta ai g., e che impronta di sé le origini delle letterature romanze.
BibL.: G. Bonifacio, G. e uomini di corte nel '200, Napoli 1907; E. Fara1. Les jongleurs au moyen dge, Parigi 1910; R. Menéndez y Pidal, Poesia juglaresca y Juglares, Madrid 1924; V. De Bartholomaeis, Origini della poesia drammatica italiana, Bologna 1924; id., Rime giullaresche e popolari d'Italia, ivi 1926.
Paolo Toschi
GIUNILIO Africano. - Scrittore, m. nel 348-49. Il suo vero nome è Giunilo (Iunillus) : cf. Procopio, Anecd., 20, 17. Era quaestor sacri palatii sotto Giustiniano e scrisse per Primasio d'Adrumeto l'opera : Instituta regularia divinae legis in 2 ll., una specie d'introduzione alla S. Scrittura, basata sull'insegnamento che aveva ricevuto nella scuola di Nisibi da parte di un certo Paolo (Paolo il Persiano?). Non rispecchia, come è stato dimostrato da R. Devreesse, le idee di Teodoro di Mopsuestia, ma solo le idee di una corrente della scuola nisibena.
Bibl.: Edizione: H. Kihn, Theodor von Mopsuestia und Julius Africanus als Exegeten, Friburgo 1880. Su altri manoscritti del molto diffuso libro di G. cf. M. L. W. Laistner, Antichene exegesis in Western Europe during the middle age, in Harvard theol. Review, 1947, p. 19 sgg.; A. Siegmund, Die Überlieferung der griechischehristl. Literatur in der latein. Kirche, Monaco 1949, p. 108 sgg. Studi : R. Devreesse, Essai sur Théodore de Mopsueste (Studi e testi, 141), Città del Vaticano 1948,
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pp. 273-77. Sulla data cf. Ed. Stein, Le questeur Junillus et la date des ses "Justituta", in Académie roy. de Belgique, Bulletin de la Classe des Lettres, 1937, pp. 378-83; R. Devreesse, L'Eglise d'Afrique durant l'occupation byzantine, in Mélanges de l'Ecole frang. de Rome, 27 (1940), pp. 130-31. Sui rapporti con Paolo di Niahi: A. Baumstark, Gesch. der syrischen Literatur, Bonn 1922, p. 121; R. Devreesse, Essai, p. 273, n. 2. Cf. anche A. Rahili, Lehrer und Schüler bei Junillus Africanus, in Nachrichten der Göttinger Gesellschaft der Wissenschaften, Gottinga 1891, p. 242 sgg. Sull'importanza di G. per l'opera di Cassiodoro cf. P. Courcelle, Les lettres grecques en Occident, Parial. 1943. pp. 317, 336 .
Maurizio Gordillo-Erik Peterson
durante gli scavi per la costruzione della nuova Confessione vaticana, eseguita da Giacomo della Porta per ordine di Clemente VIII (1592-1605), venne in luce un sarcofago cristiano in marmo pentelico a due piani, che sul listello superiore portava incisa l'iscrizione seguente: Giunio Basso, di rango senatorio, il quale visse 42 anni e 2 mesi, andò al Signore appena neofito, mentre era prefetto della città, il 24 ag. dell'anno in cui erano consoli Eusebio ed Ippzio, cioè nel 359.
Il sarcofago è il miglior prodotto giunto a oggi dell'arte funeraria romana del sec. Iv. Il coperchio è mutilo, ma tre frammenti del cartello centrale furono trovati durante le esplorazioni del 1942 nel muro destro del braccio rettilineo delle Confessione. Si è così avuta una parte del carme ivi inciso in diatici.
Il sarcofago è diviso in due piani e le scene sono inquadrate tra colonne, le due centrali dei due ordini hanno una decorazione vitinea. Le scene del piano superiore rappresentano da sinistra il sacrificio di Abramo, la cattura di s. Pietro, G. Cristo tra due Apostoli, G. Cristo davanti a Pilato; nel piano inferiore da sinistra: Giobbe, Adamo ed Eva, ingresso di Gesù in Gerusalemme, Daniele tra i leoni, s. Paolo condotto al martirio.
Negli interstizi, sopra i capitelli, sono rappresentate scene simboliche di oymelli, riferentesi ai tre fanciulli nella fornace, miracolo della fonte, moltiplicazione dei pani, Battesimo di Cristo, consegna della legge a Mosè, risurrezione di Lazzaro. Nei due fianchi sono scene delle stagioni e di vendemmia.
Nel 1932 J. Roosval propose di riconoscere nel sarcofago un prodotto del sec. III riadoperato nel 359; fu giustamente contraddetto dal F. Gerke; oggi l'iscrizione del coperchio mostra come anche questo sia contemporaneo a tutto il resto. - Vedi tav. LV.
Bim.: A. Bosio, Roma sotsorranea, Roma 1632, pp. 44-46; H. Grisar, Der Sarkophag des Junius Bassus, in Römische Quartal-

Giunio Basso, sarcofago di - Particolare, Frammenti del carme sepolcrale incisi nel coperchio del sarcofago (359), ritornati in luce recentemente. Grotte Vaticane.
stita di pelle di capra; nel suo sacro recinto, in una grotta, dimorava un serpente sacro: quando esso non accettava il cibo offertogli da una donna (sacerdotessa ?), ciò significava che questa non era vergine. Anche ad Ardea e nell'etrusca Veio G. porta il titolo di regina, a Tivoli, Falerii (Civita Castellana) ha l'epiteto Curitis o Quiritis (dal sabino curis - lancia ?) e anche a Perugia è la dea protettrice della città. In questa sua posizione dominante essa è sola, senza uno "sposo" divino di pari rango. Nell'Etruria e altrove (Tivoli, Tuscolo, tracce anche a Roma), sotto influsso etru co, essa forma spesso coppia con Ercole. Dominano in lei i caratteri della femminilità : la capra, della cui pelle essa si veste a Lanuvio e che è la sua vittima a Falerii, esprime l'aspetto di fecondità della natura femminile. Ciò tuttavia non esclude che già in epoca arcaica essa potesse apparire quale sposa di Giove, come sembra fosse il caso ad Ardea: non solo perché l'identificazione di G. con la Hera omerica era corrente nell'immaginazione etrusca, ma anche perché la grande dea di natura cibnia poteva essere particolarmente adatta ad integrare il mondo del dio del cielo. A Roma, i
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documenti più antichi del culto di G. sono contenuti nel calendario cosiddetto di Numa. La dea qui fa coppia con Giove, anche senza alcun riferimento di mitico matrimonio : mentre i giorni di plenilunio (Idus) sono sacri a Giove, le Kalendae, le notti più oscure, quelle del novilunio, sono sacre a G. Essa riceve, infatti, sotto nome di Iuno Covella, un sacrificio ogni primo del mese nella Curia Calabra; e le feste dei suoi templi più importanti occupano, tutte, le Kalendae dei vari mesi. Nello stesso tempo la dea conserva tutte le sue caratteristiche di femminilità feconda. Le Nonne Caprotinae ( 7 luglio) sono una sua festa celebrata dalle donne e particolarmente dalle schiave, in forme licenziose : il carattere della festa, l'epituto "Caprotina" dato anche alla dea e l'importanza che nella festa occupa un albero di caprifico mettono in rilievo il significato del suo culto. Anche nei Lupercalia altra festa celebrata da persone vestite con pelle di capra, i Luperci - G. ha la sua parte : la notizia seconda cui la festa sarebbe stata celebrata in suo onore è isolata; ma la cinghia di pelle di capra con cui i Luperci picchiavano le donne per renderle feconde si chiamava in modo significativo amicolum Iunonis. Il suo uso risale, secondo la leggenda cultuale, a un suggerimento di Iuno Lucina. Questa, che nel suo appellativo porta un'allusione alla luce, nel suo culto appare come protettrice delle donne partorienti: ha il suo santuario sull'Esquilino; la sua festa, $1^{\circ}$ marzo, è una grande festa delle donne, detta popolarmente "Matronalia". In iscrizioni di Norba, Iuno Lucina appare come sposa di Giove. Ma il culto pubblico romano ignora le parentele tra gli dèi : perciò quando il culto di Giove raggiunge la sua massima espressione nel culto capitolino, Iuno Regina, pur non essendo presente nel tempio a tre celle, non ha più quella parità di grado con il grande Dio, che si rivela dalla struttura del calendario: essa e Minerva sono al fianco di Giove, in posizione uguale e subordinata, nell'oedes Iovis capitolina. Nel periodo storico-religioso al cui centro sta il culto capitolino, G. avrà ancora templi e culti indipendenti di grande importanza: in questi sopravvivono i suoi caratteri originari, tanto più che gran parte di tali culti sono culti italici adottati ed opportunamente trasformati da Roma. Iuno Moneta sull'arce (Campidoglio), che ha la sua festa il $1^{\circ} \mathrm{ott}$., appare come protettrice della città; nel suo recinto sono oche sacre alla dea. Iuno Regina viene "evocata" da Veio per opera di Camillo nel 392 a. C. Iuno Curritis proviene da Falerii. Iuno Sospita, arrivata da Lanuvio, perde la grotta del serpente, ma conserva l'iconografia: il suo santuario presso il Teatro di Marcello ha la sua festa il $1^{\circ}$ febbr. Nella coscienza pubblica G., su modello di Hera olimpica, è considerata come sposa di Giove. Essa diventa, forse per questo e non si sa precisamente da quando, dea del matrimonio : in Iuno Pronuba, Iuno Iuga si sublimano forse le originarie divinità indipendenti Pronuba, Iuga ecc. Nel periodo sincretistico G. viene identificata con dee straniere, tra le quali la più importante è la Caelestis di Cartagine.
Iuno, in un altro senso, è la divinità particolare di ogni singola donna: come l'uomo ha il suo Genio, la donna ha la propria Iuno. Cosi è documentato dall'età augustea in poi, henche si parli anche dei Genio di donne. Anche le dee hanno la propria Iuno: la Iuno Deae Diae figura nel rituale dei fratres Arvales.
Bial.: G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2 ed., Monaco 1912, p. 181 sgg.; Thulin, Juno, in Pauly-Wissowa, X, col. 1114 sgg.; E. L.Schields, Juno, Northampton, Mass. 1926; C. Koch, Der römische Juppiter, Francoforte 1937, p. 103 sgg. Angelo Brelich
GIUNTA (Giunti), famiglia. - Casata di editori, tipografi e librai che svolse una intensa attività dalla fine del sec. xv a tutto il sec. xvi, particolarmente nei tre centri di Firenze, Venezia e Lione.
La casa di Firenze fu fondata da Filippo G. (14501517) : il primo libro apparso con il suo nome è un'edizione greca dell'epitome dei Proverbi di Zenobio e porta la data 1497; seguirono molte altre opere latine, greche e volgari, e fra queste ultime, opere di Dante ( 1506 ),

Giunta, famiglia - Frontespizio del Catalogo libraram..., Firenze 1604 - Esemplare della Biblioteca Vaticana.
Petrarca (1504), Boccaccio (1516), Bembo (1505). Alla morte di Filippo la casa fu continuata dai figli, e in particolar modo da Bernardo ( $1487-1551$ ca.) affermandosi come una delle principali aziende editoriali d'Italia. Conobbe anche periodi di sosta e di crisi da cui però si ciebbe, e contribuì grandemente alla diffusione della cultura classica e letteraria.
La casa di Venezia fu fondata da Luca-Antonio G. (1457-1538), fratello di Filippo, colà emigrato fin dal 1477 per esercitarvi il commercio librario. Dal 1489 egli inizia l'attività editoriale e col 1503 anche quell