timonianza che la riguarda è quella di Venanzio Fortunato il quale ricorda la chiesa di G. a Padova costruita sul suo sepolcro ed ornata con pitture (Vita s. Martini, IV, 672 sgg.).
Secondo la testimonianza di un'iscrizione, questa chiesa sarebbe stata costruita tra il v ed il vi sec. da un certo Opilone prefetto del pretorio; accanto ad essa si sviluppò un fiorente monastero benedettino. La Passio, scritta da un sedi-
cente testimone oculare, non è più antica del sec. x, e priva di ogni valore. G. sarebbe morta durante la persecuzione di Diocleziano, condannata alla decapitazione dall'imperatore Massimiano, prima perciò del 305.
Bibl.: Acta SS. Octobris, III, Parigi 1868, pp. 790-826; Passio s. Iustinae, in Anal. Boll., 10 (1891), pp. 467-70; Lanzoni, p. 91 I sg.; H. Delebaye, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1923, p. 333; Martyr. Romanum, p. 440; A. Barzon, S. Giustina, vergine e martire, in Boll. dioces. di Padova, 34 (1949), p. $270-314$.
Agostino Amore
GIUSTINA, imperatrice romana. - Figlia di Giusto, consolare del Piceno e parente di Magnenzio, cui andò sposa ancora fanciulla. Rimasta vedova, verso il 370 sposò Valentiniano I, dal quale ebbe 4 figli. Alla morte del marito (nov. 373) fece acclamare imperatore, insieme con Graziano, il proprio figlio Valentiniano II, con il quale dimorò a Sirmio fino alla morte di Graziano (ag. 383). Venuta in Italia, si mostrò apertamente quale era, donna intrigante, dirigendo la politica del figlio.
Fautrice dichiarata dell'arianesimo ingaggiò una lotta contro s. Ambrogio, pretendendo che il vescovo esdesse una basilica agli eretici. Ambrogio si rifiutò e G. tentò di farlo arrestare e cacciare in esilio, ma il popolo si sollevò difendendo il suo vescovo. L'Imperatrice, inferocita, rispose con dure repressioni (383). Indurita sempre più nella sua tirannica prepotenza, nel genn. 386 fece promulgare un editto diretto contro s. Ambrogio ed i cattolici, con il quale si imponevano le decisioni del Concilio ariano di Rimini, e si minacciava la pena di morte contro i perturbatori della pace religiosa. L'anno successivo però le cose cambiarono radicalmente: l'usurpatore Massimo minacciava di occupare l'Italia, atteggiandosi a difensore dell'ortodossia; G. ebbe paura e per scongiurare il pericolo pregò proprio s. Ambrogio di recarsi come ambasatore da Massimo. Il santo vescovo, dimenticando ogni ingiuria, s'accinse alla dura fatica. La missione non ebbe esito, e nel 387 Massimo occupava l'Italia. G. insieme con il figlio Valentiniano fuggì a Tessalonica, chiedendo asilo presso Teodosio. Sembra che sia morta nel 388 .
Bibl.: U. Benigni, Storia sociale della Chiesa, II, Milano 1912, pp. 306-15; O. Seeck, Geschichte des Untergangs der antiken Welt, V, Berlino 1913, pp. 217-39; E. Stein, Geschichte des spätrömischen Reiches, I, Vienna 1928, pp. 311-20; J. R. Palanque, St Ambroise et l'Empire romain, Parigi 1933, pp. 139-64. Agostino Amore
GIUSTINIAN, Legnardo. - Poeta, n. a Venezia nel 1388 ca., m. ivi nel nov. 1446. Ricoprì importanti uffici nella sua Repubblica, sino a procuratore di S. Marco.
Ottimo conoscitore del greco e del latino (si hanno di suo traduzioni da Plutarco, orazioni politiche, ed una vita di s. Niccolò da Mira), in stretta corrispondenza con umanisti del tempo, il G. ha però un nome, nella letteratura italiana, quale poeta di stramborti, contrasti, canzonette (si veda l'edizione delle Poesie, a cura di B. Wiese, Bologna 1883). In cui, più che nelle sue laudi sacre, pavere d'invenzione, l'amore popolareso del G., in un felice impasto linguistico ricco d'elementi dialettali, raggiunge un'immediatezza di sentimenti finemente poetica.
Bibl.: B. Fenigstain, L. G. venezianischer Staatsmann, Humanist und Vulgärdichter, Halle 1909; A. Oberdorfer, Di L. G. umaniste, in Giarn. st. d. lett. ital., 36 (1910), pp. 107-20; M. Dezzi, L. G. poeta popolare d'amore, Bari 1934; G. Bellanerich, Alla scoperta di L. G., in Annali d. Scuola norm. sup. di Pisa, $2^{\circ}$ avro, 8 (1939), pp. 99-130 e 333-37 71: dello stesso in Giarn. st. d. lett. ital., 110 (1937), pp. 197-250); it. Croce, Poesia popolare e poesia d'arte, $2^{\circ}$ ed., Bari 10,6, p3. 711-14.
Giorgio Petrocchi
GIUSTINIANI, Agostino. - Orientalista e vescovo domenicano, n. a Genova da famiglia patrizia nel 1470, m. in naufragio nel Mar Ligure nel 1536.
Si fece religioso ( 1487 ) e professi nel convento di S. Apollinare di Pavia, pur rimanendo affiliato a S. Maria di Castello di Genova. Dopo 18 anni d'insegnamento, chiusi con un biennio come baccelliere "sentenziario" a Bologna, fu ai primi di sett. 1514 creato vescovo di Nebbio in Corsica. Partecipò alle due ultime sessioni del V Concilio Lateranense (1516-17). Per la sua perizia nelle lingue orientali venne allora chiamato da Francesco I di Francia a fondare la cattedra di ebraico nell'Università di Parigi, che occupò per quasi un quinquennio. Fu amico di Pico della Mirandola, Erasmo, Tommaso Moro, ecc. G. s'era proposto di pubblicare una Bibbia poliglotta, arricchita di scoli e commentari. Ma non poté pubblicarne che una minima parte. Si citano Psalterium Hebraeum, Groecum, Arabicum et Chaldaicum cum tribus latinis interpretationibus et glassis (presso P. P. Porrus, Genova 1516). E la prima opera del genere pubblicata in Europa. G. vi ha inserito, commentando Ps. 18, 5, la prima biografia di Cristoforo Colombo (v.).
Bibl.: Quétif-Echard, II, pp. 96 a-100 a; B. Heurtebize, s. v. in DB. III, col. 246: R. A. Vigna, I vescovi domenicani liguri ovvero in Liguria, Genova 1887, pp. 216-24. Aiede Redigonda
GIUSTINIANI, Alessandro. - Cardinale, n. il 3 febbr. 1778 a Genova, m. ivi l'1 1 ott. 1843. Vicelegato di Bologna e di Ferrara, fece parte, dopo la conclusione del Concordato del 1818 con il Regno delle Due Sicilie, della commissione esecutrice del Concordato stesso. Rimase a Napoli anche durante la rivoluzione del 1820 -21 e si dimostrò in tale circostanza assai abile diplomatico. Preconizzato arcivescovo titolare di Petra nel 1822, e nunzio a Napoli, passò a Lisbona nel 1826, e fu pubblicato il 2 luglio 1832 cardinale del titolo di S. Croce in Gerusalemme.
Bibl.: G. Moroni, Diz. di erudiz. storico-eccl., XXXI, pp. 226-28; W. Maturi, Il Concordato del 1818 tra la S. Sede e le Due Sicilie, Firenze 1920, passim; J. H. Brady, Rome and the Neapolitan revolution of 1820-21, Nuova York 1937, passim; G. M. Monti, Stato e Chiesa durante la Rivoluzione napoletana del 1820-21, in Chiesa e Stato, L. Studi storici, Milano 1939, pp. 335-405.
Silvio Furlani
GIUSTINIANI, GIACOMO. - Cardinale, n. il 29 dic. 1769 a Roma, m. il 24 febbr. 1843 ivi. Vicelegato di Ravenna nel 1794, governatore di Perugia
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In alto a sinistra: CASA DI S. BENEDETTO COTTOLENGO - Chieri. PICCOLA CASA DELLA DIVINA PROVVIDENZA: In alto a destra: Padiglione "Buone Figlie e Micheline,; In basso a sinistra: Lavanderia. In basso a destra: Infermeria "SS. Angeli Custodi, (tezione piccoli).
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A vinistra: RITRATTO DELL' IMPERATORE GIUSTINIANO. Musaico del sec. vi - Ravenna, chiesa di S. Apollinare Nuovo. A destra: INSTITUTIONES CON GLOSSA E MINIATURA CON GIUSTINIANO FRA I MAGISTRATI - Biblioteca Vaticana, Urb. lat. 164, f. 1? (sec. xiv).
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nel 1797 e presidente della Giunta di Stato in Roma, si ritirò a Napoli dopo l'occupazione di Roma da parte del generale Berthier.
Ritornato Pio VII nel 1814, il G. fu nominato progovernatore di Roma. Arcivescovo titolare di Tiro nel 1817 e nunzio in Spagna, vi rimase fino al 1826. Creato cardinale il 2 ott. 1826 da Leone XII, fu vescovo di Imola fino al 1832. Nel Conclave del 1830 fu tra i popabili, ma la sua elevazione alla tiara venne ostacolata dal voto posto dal governo di Madrid.
Biel.: G. Moroni, Diz. di erudiz. storico-eccl., XXXI, pp. 221-26; A. Eider, Das Veto der katholischen Staaten bei
der Papstsaahl, Vienna 1907, pp. 249-42; J. Becker, Reluciantes diplomáticas entre España e la S. Sede durante el siglo XIX, Madrid 1909, passim; J. Schmi-
dlin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, I, Monaco 1933, passim.
Silvio Furlani
GIUSTINIANI, LORENZO, santo: v. LORENZO GIUSTINIANI, santo.
GIUSTINIANI, Orazio. - Cardinale oratoriane, patrizio genovese, o. nell'Isola di Scio, il 28 febbr. 1580, m. a Roma il 25 luglio 1649 . Recatosi a Roma, a 25 anni entrò nella Congregazione dell'Oratorio, ove si distinse per esemplarità di vita e facoltà oratorie.
Si occupò della causa di canonizzazione di s. Filippo Neri ed eresse in suo onore la prima chiesa a Corbognano (Lazio). Fu incaricato del monastero di Farfa e, nel 1632, fu nominato custode della Biblioteca Vaticana. Pubblicò la Storia del Concilio fiorentino, edito di J. Hardouin, in Acta Conciliarum IX, Parigi 1715, p. 669 sgg. Consultore del S. Offizio, nel 1640 fu

Giustiniant, Agostino - Pagina del Psalterium Octaplum di A. G., Genese 1516, con cenni biografici di Cristoforo Colombo aggiunti quale glossa marginale
me videro lontano due antichi romiti, in L'osservatore romano. 15 apr. 1945, p. 3 (sintesi del Libellus ad Leonem); H. Jedin, Quirini und Rombo, in Misrllanea G. Mercati, Città del Vaticano 1946, pp. 407-26; id., Storia del Concilio di Trento, I, Brescia 1949, p. 113 e passim, v. indice.
## GIUSTINIANO, Flavio Anicio Giuliano
(Flusius Anicius Iulianus Instiniamis), inferatore d'Oriente (527-565). - Uno fra i sovrani che lasciarono più profonda orma nella storia: ispirandosi ad una quasi mistica concezione dell'unità romano-cristiana, egli cercò di ricostituire la compagine dell'Impero sia con le riconquiste territoriali sui Vandali, sui Goti, sui Persiani, sia col promuovere la riconciliazione delle Chiese, sia con un generale riordinamento
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Giusitiniano, imperatore d'Onientz - lusititiziones, II, 24. Codice membranaceo di Monte Cassino (sec. IX).
legislativo e amministrativo. Che se i risultati furono nel campo militare poco duraturi, e negativi in quello religioso, egli, con la sua codificazione, salvò e trasmise ai posterl un tesoro di materiali e di dottrina, la cui inesauribile ricchezza ha alimentato ed allmenta tuttora il pensiero giuridico d'ogni paese.
N. l'ri maggio 482 d. C. a Täuresio, villaggio della valle del Vardar, nelle vicinanze di Scupi (l'odierna Uskub), apparteneva ad una famiglia umile, di stirpe romana o illirica romanizzata (che fosse di stirpe slava è leggenda inventata nel sec. xvi), e gli era stato imposto il nome di Sabbatius. Un suo zio materno, Giustino, nato nella stessa regione a Bederiana, si era arruolato, regnando I.cone I ( $457-7 a$ ), nella guardia imperiale ed era salito alla dignità di comes exrubitorum. Forse, fin da allora, egli aveva chiamato a Costantinopoli il nipote, cui aveva fatto impartire una raffinata educazione giuridica e teologica. In seguito lo aviva adottato facendogli cosi assumere il nome di Flavius Petrus Sabbatius Iustinianus (che troviamo nei dittici consolari), donde poi derivò quello imperiale di Imp. Caesar Flavius Iustinianus.
Alla morte di Anastasie ( 518 d. C.), Giustino, messi da parte i legittimi discendenti dell'Imperatore defunto, riusciva con il favore popolare a salire sul tror.o: ed elevava allora il figlio adottivo alle più alte cariche, valendosi di lui quale consigliere e quale guida. In questi anni G. aveva conosciuto Teodora, una danzatrice del circo, che poi (abrogato da Giustino il divieto di matrimonio fra senatori e attrici) egli sposò e che, nonostante le accuse scandalose che leggiamo in Procopio. dobbiamo ritenere fosse donna di forte intelligenza e di forma volontà, qualità che rivelp nei momenti più critici del lungo regno del marito. Le nozze furono celebrate lo stesso giorno in cui G. veniva dallo zio associato al trono (1 apr. 527); cosi alla morte di Giustino (1 maggio 527) G. e Teodora venivano acclamati legittimi sovrani.
Il programma di governo del nuovo Imperatore mirava all'attuazione di un sistema costruito con rigore su alcuni principi precisi. Cardine di esso è l'idea dell'ori-
gine divina del potere politico, in quanto questo si esplichi in una monarchia universale : colui che è investito di questa è pertanto un rappresentante di Dio sulla terra, solo creatore e interprete della legge, anzi legge vivente egli stesso. Monarchia universale è la respublica romana, che G. vuol restaurare nella sua antica grandezza e potenza. Ma se romano è l'Impera universale voluta da Dio e se la stessa universalità è nella Chiesa, il campo di questa e quello della romanità coincidono. Quindi compito dell'Imperatore è la difesa e l'esaltazione dell'unica fede: là dove giunge il diritto romano deve giungere la regola della Chiesa universale : all'uno e all'altro devono servire gli stessi ordinamenti, le stesse armi, la stessa arte : il trionfo dell'uno e dell'altra è affermazione di un unico principio, di un'identica concezione politica.
L'attuazione di questa idea della monarchia assoluta e universale di diritto divino ha per suoi necessari presupposti la ricostruzione dell'unità territoriale dell'Impero, la realizzazione dell'uniformità legislativa e amministrativa, la fondazione dell'unità religiosa. Questo triplice, arduo disegno venne affrontato da G. con energia e senza esitazioni.
Pochi mesi dopo il suo aviceno al trono, con la costituzione Nunc quae necessaria (13 febbr. 528) dava inizio alla sua opera legislativa, ordinando la redazione del primo Coder, al quate seguirono poi le altre parti della compilazione, Digesta e loritimiones, e infine una seconda edizione del Codes (v. CORPUS IDIS CIVILIS).
Contemporaneamente G. misiave la sua riforma dell'amministrazione, sia introducendo un maggior rigore nelle seazioni fiscali, sia cercando di colpire gli abusi dei funzionari e soprattutto la loro reueltià che era divenuta costume. E nel campo religioso, allo scopo di riavvicinarsi alla Chiesa romana, orientava la sua politica in senso favorevole all'ortodossia, anche per prepatare un terreno alla progettata riconquista dell'Occidente. Con numerose costituzioni, degli 1 a. 527 e 528 , cercò di eliminare gli ultimi residui del paganesimo, con severe sanzioni contro gli adepti, ai quali non lasciava altra scelta che fra l'esilio e la conversione: nel 529 egli disponeva poi la chiusura della scuola di Atene, ritenuta di propaganda pagana. Con altri prevedimenti introduceva nuove pene contro gli eretici (montanisti, manichei, nestoriani, monofisiti) che venivano in massa allontanati dagli uffici pubblici, mentre i vescovi dissidenti erano deposti o esiliati.
Queste misure provocarono però una fiira reazione che du de luogo ad una vera insurrezione contro l'Imperatore. Giò l'ri genn. 532 le fazioni del circa, e cioè i + verdi " (monofisiti e sostenitori di Anastasio e della sua discendenza) e gli + azzurri * (ortodossi, favoriti da G.) erano venuti alle mani. Avendo l'Imperatore deliberato di punire i capi di ambedue le fazioni, questo si unirono contro di lui, pretendendo la deposizione dei suoi ministri Giovanni di Cappadocia e Triboniano, ritenuti ispiratori dei provvedimenti in materia finanziaria e religiosa. Gli inviti alla calma rivolti personalmente da G. rimasero inascoltati dai ribelli : i quali si rafforzarono dentro l'ippodromo, divenuto il loro quartiere generale, e proclamarono imperatore Ipazio, nipote di Anastasio. Dopo molte esitazioni. G., incuorato da Teodora, si decise a reprimere con la forza la rivolte, che fu donata da Narsete dopo una sanguinosa battaglia per l'occupazione dell'ippodromo. Eliminati Ipazio e i capi della rivoluzione, uccisi o esiliati molti senatori, i cui beni furono confiscati, la pace ritonò a regnare nella capitale.
Assicuratosi all'interno, G. poteva ora concretare il suo piano per le campagne d'Occidente, necessario, sia dal punto di vista politico, sia da quello religioso (le popolazioni cattoliche dell'Occidente erano minacciate costantemente dagli ariani), per chi si proponeva di restaurare l'unità materiale e spirituale dell'Impero.
Queste nuove imprese erano state precedute da una intensa attività diplomatica. Per poter disporre di un numeroso esercito G. aveva nel 532 concluso la pace con la Persia: in Africa egli sperava di poter contare sull'appoggio di Liderico, privato del trono dal re Gelimero: in Italia egli aveva annodato, con astuta doppiezza, rapporti, sia con Amalasunta (in conflitto coi capi dei Goti
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per le sue simpatie verso i Romani), che chiedeva la sua protezione e gli prometteva siuti contro i Vandali, sia con Teodato avversario di Amalasunta, che per ottenere contro quest'ultima l'appoggio di G. si dichiarava disposto a rinunciare ad una parte della penisola; in ogni ragione d'Occidente svolgeva un'intensa propaganda contro i barbari dominatori facendo appello alle credenze religiose.
Così, nonostante le obiezioni dei più alti funzionari, l'impresa occidentale fu decisa. Il 22 giugno 533 Belisario salpava da Costantinopoli per l'Africa, dove, sbarcato nel sett., affrontava decisamente gli avversati, li sconfiggeva nelle battaglie di Decimum e Tricamarum, e nel 534 faceva prigioniero Gelimero. Immediatamente G. provvedeva al riordinamento dell'amministrazione dell'Africa, che peraltro fu spesso turbata da agitazioni dei Vandali sottomessi, appoggiati dall'irrequieto elemento berbero.
Nell'anno seguente, mentre proseguiva energicamente la riforma dell'amministrazione (Novellae 8 e 17 del 13 e 16 apr. 535), G. iniziava la campagna contro il nemico più forte, i Goti d'Italia. Anche qui la prima fase della campagna fu affidata a Belisario che sbarcava in Sicilia nell'estate del 535 . I Goti incalzati dal sud, minacciati all'est da un esercito bizantino concentrato in Dalmazia e all'avest da Teodoberto, re dei Franchi, accordatosi con G., chiesero di trattare, dichiarandosi disposti a rinunciare alla sovranità sull'Italia, purché potessero rimanervi come federti. Poco dopo però, approfittando della lontan: nza di Belisario passato in Africa per reprimervi una ribellione, ruppero la tregua e ripresero la guerra, che durò altri quattro anni, finché i Bizantini, che dovettero combattendo risalire dalla Calabria alla valle del Po, riuscirono ad espugnare Ravenna.
Senonché, dopo questi successi, G. aveva dovuto volgere la sua attenzione all'Oriente e richiamare dall'Italia una parte delle sue truppe, per difendersi dai Persiani, che avevano infranto il trattato del 532 e iniziato un'offensiva, e per tenere a freno le orde di Unni, di Bulgari, di Slavi che razziavano la Mesia, la Tracia, l'Illirico (le incursioni si rinnovarono nel 544 e negli anni successivi; particolarmente gravi quelle degli Unni negli aa. 530 e 538 , che la seconda volta giunsero fino ai sobborghi di Costantinopoli). Cinque anni durò la guerra contro i Persiani, finché nel 545 si addivenne ad un armistizio, rinnovato più volte fino alla pace del 562 .
Intanto (544) in Italia i Goti, imbaldanziti dalla diminuita pressione delle truppe bizantine, avevano ripreso, sotto la guida di Totila, la controffensiva favorita dall'impossibilità per G. di soddisfare alle richieste di uomini e di denaro rivoltegli con insistenza dai suoi generali. Soltanto nel 530 G., assicuratosi dal lato della Persia, poteva organizzare una nuova spedizione sotto il comando di Narsete, che nel 551 entrava in Italia dalla frontiera orientale, mentre una flotta bizantina guidata da Artabano rioccupava la Sicilia. La strategia di Narsete, con le battaglie di Tagina e di Monte Lettere, portava alla sconfitta totale dei Goti, i cui re Totila e Teis cadevano eroicamente in combattimento. L'Italia, completamente rioccupata, ritornava ad essere il centro della prefettura, la cui amministrazione avrebbe dovuto provvedere a sanare le piaghe inf.rte al paese dalla dominazione gotica e dalle ripetute guerre. In gran parte a questa ricostruzione era destinata la Prammatica Sanzione del 554, che fra l'altro estendeva alle regioni riconquistate le costituzioni emanate dopo la compilazione giustinianea, precedentemente inviata in Italia.
Peraltro, in Occidente, la Gallia era ancora in gran parte dominata dai Franchi, come la Spagna dai Visigoti. Contro la Gallia nulla fu tentato. Della Spagna una spedizione condotta dal patrizio Liberio riuscl a rioccupare la regione sud-orientale (Carragona, Malaga, Cordova), ma dovette poi arrestarsi di fronte alla tenace resistenza dei Visigoti. Tuttavia il risultato ottenuto non era disprezzabile: in conseguenza di tale occupazione, succeduta a quella dell'Africa e della Sicilia, il Mediterraneo occidentale era ridiventato un mare romano: mentre il ristabilumento detia signoria bizantina in Dalmazia e in Italia e il mantenuto stato quo nei Balcani e in Asia Minore assicuravano all'Impero anche il dominio del Mediterraneo orientale.
In Oriente poi, dopo la pace del 562 con la Persia, la Lazica (la regione a sud del Caucaso avente per centro l'attuale Batum) ritornava all'Impero, in cambio di un tributo annuo da pagarsi alla Persia: questa però concedeva libertà di culto ai cristiani viventi entro i suoi confini, contro l'impegno da parte di Costantinopoli di rinunciare alla propaganda religiosa in territorio persiano.
E quindi ingiusto asserire che l'attività di G. nel campo della politica estera ed interna sia in ogni parte fallita. Invece si deve riconoscere l'insuccesso degli sforzi dell'Imperatore diretti all'unificazione religiosa del mondo cristiano, che era un altro dei piani contrnuti nel suo programma.
L'Imperatore, fedele al credo ortodosso, aveva dapprima sperato di poter raggiungere il suo fine, insistendo per l'accordo con la Chiesa di Roma, riconosciuta da lui caput omnium sanctarum ecclesiarum, e cercando di reprimere l'azione dei dissidenti, pagani ed eretici : e tale atteggiamento aveva giovato in occasione della riconquista dell'Occidente. Ma ai provvedimenti resistevano tenacemente i monofisiti, specialmente numerosi in Siria e in Egitto, e annidati anche nella corte, dove contavano su potenti aderenze nonché sulla protezione dell'imperatrice Teodora. In un primo tentativo G., senza rinunciare ai principi e senza intaccare le leggi emanate, credette di potersi conciliare i monofisiti attenuando l'applicazione delle misure di rigore e ricorrendo ad un espediente con cui sperava di indurli ad accettare la formula calcedonese. Nel 535 , morto il patriarca di Costantinopoli Epifanio, G. scelse a suo successore Antimo, vescovo di Trebisonda, segreto simpatizzante per i monofisiti : il nuovo patriarca, a sua volta, chiamò a Costantinopoli l'ex-patriarca di Antiochia, Severo, capo spirituale della Chiesa giacobita, allo scopo di concertare con lui una formula di compromesso con i vescovi della Siria e dell'Egitto. Ma questa manovra fu troncata dall'intervento del papa Agapito che, giunto a Costantinopoli nel 536 , scomunicò e depose Antimo. G., dopo aver cercato di salvare il proprio patriarca, dovette piegarsi e ratificare il provvedimento (l'accordo con il Papa era necessario all'Imperatore per la progettata spedizione d'Italia). Poco dopo veniva convocato un sinodo nel quale venivano ribadite le misure contro i capi monofisiti, misure peraltro applicate assai blandamente.
Il conflitto rimaneva quindi insoluto: e allora G., certamente premuto da Teodora, pensò di scegliere un'altra via, procurando che al pontificato fosse chiamato un religioso meno intransigente.
Morto Agapito a Costantinopoli, deposto ed esiliato (537) il papa Silverio, perché accusato di aver collaborato con i Goti, riuscì a G. di far eleggere Vigilio, che era stato nunzio in Oriente. Ma il nuovo Pontefice si rivelò non meno rigido dei suoi predecessori. Allora l'Imperatore, ispirato da un astuto prelato, Teodoro Askidas, pensò che si potesse trovare una via per superare l'intransigenza ortodossa scalzando le basi del Concilio di Calcedonia, senza attaccarne direttamente i deliberati. L'espediente fu la condanna postuma di tre rappresentanti della teologia antiochena, Teodoro di Mopsuostia, Teodoreto di Ciro e Iba di Edessa, condanna che infirmava il valore di tutte le decisioni calcedonesi. Questa condanna, emanata alla fine del 543 o al principio del 544, diede luogo alla controversia cosiddetta dei Tre Capitoli (v.) e ad un conflitto decennale fra il papato
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e l'Oriente. Il provvedimento, in ogni modo, rivelava in G. l'intenzione di considerare la Chiesa come un ente subordinato e la pretesa di decidere delle causae fidei con editti imperiali: ed il contenuto della condanna, che suscitava tanta opposizione da parte di Roma, non aveva per di più soddisfatto nemmeno i monofisiti.
L'unità religiosa, cui G. aspirava, non era stata raggiunta : ed il contrasto fra ortodossi e monofisiti costitui il tormento degli ultimi anni di vita dell'Imperatore, che si lasciò completamente assorbire dai problemi di politica religiosa: la sua ultima costituzione del 26 marzo 565 si occupa solo di questioni ecclesiastiche ed è una fioritura di citazioni del Vangelo e dei ss. Padri.
G. si spegneva il 14 nov. 565 , dopo un quarantennio di regno travagliatissimo, non soltanto dalle vicende descritte, ma dalla continua preoccupazione per il disordine dell'amministrazione (si veda la Nov. 134 che rinnovava le disposizioni delle Novv. 8 e 17), dagli sfor-
zi diretti a promuovere il progresso economico e specialmente quello dell'agricoltura (si deve a lui l'introduzione in Europa dell'allevamento del baco da seta) ed a sviluppare il commercio fra Oriente e Occidente, e dal fervore con cui aveva cercato di stimolare l'attività artistica, cui si devono templi meravigliosi come S. Sofia in Costantinopoli, S. Vitale e S. Apollinare in Classe a Ravenna e il duomo di Parenzo. E non si può disconoscere che fosse soltanto per la sua opera legislativa - siano stati nel vero i posteri che ne hanno esaltato, come Dante (Par., V), la figura ed assegnato a lui una posizione altissima nella storia della civiltà.
Bibs.: F. A. Isambert, Histoire de Justinien, Parigi 1826: A.F. Gloiver, Kaiser Justinian, in Byzantine - Pionta delle Chiesa costruita da G. sulla tomba dell'epostolo s. Giovanni, secondo gli ultimi scavi.

(dn J. Keil, in Jahreshefte des aulerr, aich, Instituts, 6! [1938], Heibinl, fig. (1) Giustiniang, imperatore d'Oriente - Pionta delle Chiesa costruita da G. sulla
tomba dell'epostolo s. Giovanni, secondo gli ultimi scavi.
pio, De aedificiis, VI, 5, 9). 'Tra le costruzioni a piante centrale è da annoverare la chiesa dei SS. Sergio e Bacco, detta la piccola (kütschük) Hagia Sophia a Costantinopoli (v.). Di carattere tipicamente costantinopolitano in confronto, p. es., con gli ottagoni sirisci - si presenta l'accurato equilibrio del sistema della vòtta, congiunto pure alla vòtta dell'ambulacro. I sostegni del piano inferiore sono coperti da un poderoso architrave che reca l'iscrizione della fondazione: il piano superiore, invece, mostra delle arcature. L'architrave del piano inferiore accentua la disposizione orizzontale che si ritroverà poi nella chiesa di S. Sofia, mentre l'esempio occidentale, S. Vitale a Ravenna, sottolinea altrettanto fortemente la linea verticale. Quest'ultima costruzione, consacrata nel 547 ed eretta probabilmente con l'appoggio di G., conserva l'ottagono anche nella parte esterna e rappresenta la forma definitiva di questo tipo, in quanto rende all'interno più leggera la disposizione dei pilastri e delle colonne mediante le esedre. L'accentata disposizione verticale, che nulla nasconde della costruzione, crea uno spazio di straordinaria compattezza strutturale; spazio che, quantunque non sia concepibile senza il modello costantinopolitano, pur tuttavia rimane fedele alla concezione spaziale occi-dentale-romana.
Il mai raggiunto capolavoro dell'epoca, il cui progetto risale allo stesso G. (Procopio, De aedificiis, I, 1, 70), è l'Hagia Sophia, la chiesa patriarcale e imperiale, dedicate alla seconda persona della S.ma Trinità.
Mentre la chiesa giustinianea di S. Irene (il rifacimento dell'a. 740 ha ampiamente modificato la copertura e la disposizione dell'interno) seguiva probabilmente lo schema vôlte a botte, cupola, vôlte a botte e quindi lo spazio era stato concentrato in modo disaditto mediante l'unione degli elementi contrastanti di botte e cupola, nella chiesa di S. Sofia, invece, le botti sono state sostituite da semicupole, in modo che, entrando, si ha subito la visione completa di tutto l'interno fino al vertice della cupola: la fusione del vano longitudinale con quello centrale è perfettamente riuscita e la compenetrazione reciproca di questi elementi
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apparentemente contrastanti tra di loro conferisce all'ambiente la sua singolare vitalita.
Le navate laterali superiori e inferiori sono sistemate in modo del tutto indipendente, per quanto siano connesse per mezzo delle aperture alternate con il vano centrale, che appunto da esse riceve luce. Il rivestimento policromo di marmi e musaici a sfondo d'oro nasconde lo scheletro della costruzione e scioglie in colore e luce la materialità delle pareti. A tale effetto di scioglimento della materia è subordinato anche lo scarso rilievo plastico dei cornicioni, il quale però è abbastanza forte per ottenere l'effetto orizzontale dello schema costruttivo dell'c dificio.
Questa linea orizzontale accentua infatti, insieme con i colonnati superiori e inferiori, il carattere basilicale della pianta e riconduce sempre di nuovo lo sguardo dalla cupola (che è il nucleo della costruzione, dal quale parte l'effetto dinamico dell'architettura) verso la parte anteriore, cioè verso l'altare. L'Imperatore e i suoi contemporanei erano ben consapevoli della singolarità eccezionale e dell'importanza simbolica di questa chiesa, ed anche i posteri riconoscevano in essa il " modello del dominio dei romei" (Cantecuzeno, Hist., IV, 4).
Di carattere completamente diverso è il secondo edificio monumentale dell'epoca, la chiesa dei SS. Apostoli, che non è più conservata, ma della quale ci si può fare una idea in quanto la chiesa del Teologo ad Efeso ne è una imitazione. Si ha qui una basilica di tipo più antico, costruita a forma di croce, trasportata poi nel linguaggio architettonico dell'epoca giustinianea. E vero che questa volta il vano non ha trovato una forma centrale, benché il centro del transetto (la cupola è più alta e illuminata da finestre poste al margine di essa) sia particolarmente rilevato in confronto dei bracci. In compenso però i bracci sono suddivisi in singoli rettangoli sormontati da cupole, mentre ciascuno di questi elementi spaziali è chiaramente staccato dall'altro mediante un costolone. Ciò, nonostante l'effetto dello spazio, è assai più concentrato e omogeneo di fronte ai tipi precedenti di basilica, perché gli ambulacri a due piani congiungono saldamente l'una all'altra le varie parti. Le colonne poste fra i singoli quadrati accentuano ancor più la direzione longitudinale e trasversale della pianta, e conferiscono, come nella chiesa di S. Sofia, l'effetto di una struttura disfatta al vano della cupola. - Vedi tav. LX.
Bibs.: In generale: v. bizantina, arte. Sulle varie costruzioni: P. Barnabé-Meiatermann, Guide du Nil au Zourdain, Parigi 1900, p. 143 (pianta della chiesa del Sinai); Sarro-Hersfeld. Archäologische Reisen im Euphrat- und Tigricgebict, I. pp. 136, 166 (Zorobia); P. Gourkier. Basiliques chrétiennes de Tunisie, Parigi 1912, p. 11 (Cartagine); A. van Millingen. Byzantine churches in Constantinople, Londra 1912, p. 63 regs. (SS. Sersio e Bacca); Gerola, Felix Ravenna, 1913, p. 427 (S. Visolo). Sulla chiesa di S. Sofia: Antoniodes, "Elegagics tĕs éyias Togias Parigi-Lipsia 1900-11; R.W. Zalossi-cii, Die Sophienkirche in Konstantinene!, Roma-Triburgo 1936; E.H.Swith, Hagia Sophia, Nuova York 1940. Per la costruzione tecnica cf. A. Choisy, L'art de bâtir chez les Byzantins, Parigi 1882, p. 136 sg.; J. Keil, Jahresbofte des ästerreichischen arch. Inst., 1932, suppl., p. 62 seg. (Efeso).
Antonio Maria Schneider
GIUSTINO, santo, martire. - Apologeta e filosofo, m. ca. il 165 .
Sommario : I. Vita. - II. Opere. - III. Pensiero.
I. Vita. - Della sua vita informa in primo luogo s. G. stesso. Infatti (I Apol., 1, 1) si dichiara nato nella Siria palestinese a Flavia Neapolis, l'odierna Nābulus (Naplusa), succeduta all'antica Sichem, capoluogo di Samaria, da Prisco figlio di Bacchio, dunque da famiglia immigrata probabilmente nel 72 , quando vi fu fondata da Vespasiano quella città, e senza dubbio pagana (Dial., 28, 2). Dandosi egli alla filosofia, ma profondamente deluso ai primi contatti con i maestri, lo stoico, il peripatetico e il pitagorco, si decise a seguire i platonici, approfittando di un'occasione offertasi per ventura al suo paese; fece rapidi progressi e si credette giunto di già a quella contemplazione di Dio a cui mira la filosofia platonica,
quando un giorno, sul lido del mare, gli si accostò un vegliardo e aprendogli i libri dei profeti lo converti invece alla filosofia di Cristo «la sola sapienza sicura e salutare" (Dial., 2, 3-8, 3). Ciò era successo prima del 135, poiché s. G. suggerisce (ibid., 1, 3) che quel dialogo con l'ebreo Trifone si fosse tenuto appunto in tempo della guerra (di Bar Kökhshbā̄). Nato quindi con ogni probabilità nei primi anni del II sec., anima retta e sincera, con il nobile ardore di vero maestro si sentì chiamato oramai a fare per la sapienza di Cristo quello che tanti facevano per le diverse scuole di dottrina pagane, vesti come loro il pallio e dove per le vie dell'Impero gli piaceva fermarsi aprì scuola, di propria autorità e da filosofo senza qualsiasi intervento della Chiesa. Gli atti del martirio (P. Franchi de' Cavalieri, Note agiografiche [Studi e testi, 8], Roma 1902, pp. 25-36 con l'appendice [Studi e testi, 9], ivi 1902, pp. 73-75), documento di raro e indiscusso valore, mostrano nei compagni del supplizio un gruppo di scolari, nessuno dei quali per altro l'aveva seguito da catecumeno. Questi atti, se sono muti circa le peregrinazioni di s. G., fanno almeno conoscere, oltre a quel soggiorno di Efeso, due distinti periodi di attività a Roma, e solo una mutilazione nel testo ha fatto perdere l'indicazione, dove abbia tenuto scuola la seconda volta; ma soprattutto offrono una descrizione quanto più sobria tanto più attendibile e davvero commovente della fine eroica di una vita spesa tutta per la sola suprema sapienza. Confessando egli assieme a Caritone, Carito, Evelpistos, Ierace, Peone e Liberiano la fede in Cristo, il prefetto dell'Urbe Giunio Rustico (163-67) sentenziò : «Coloro che non vogliono sacrificare agli dèi e piegarsi all'ordine dell'Imperatore saranno fustigati e condotti a scontare, conforme alle leggi, la pena capitale». Sopravvisse, oltre questa preziosa testimonianza, parte degli scritti, molto utilizzati e letti ancora a lungo (Atenagora, Teofilo, Pseudomelitone, Tertulliano, Ireneo, Metodio, Eusebio, Atanasio, Procapio di Gaza, Giovanni Damasceno, Fozio ecc.). Il filosofo martire ebbe presto onore di culto in Oriente, attribuendogli la leggenda il supplizio di Socrate, la cicuta. Nello stesso giorno, $1^{\circ}$ giugno, ma con netta distinzione, i menei celebrano poi anche s. G. con compagni, segno che le notizie degli atti giunsero, quando quel culto si era già introdotto. In Occidente s. G. appare da principio con i compagni, come negli atti, ma soltanto con i Martirologi di Usuardo e Adone e al 13 apr. papa Leone XIII ne estese la festa ( 14 apr.) a tutta la Chiesa.
II. Opere. - L'opera letteraria di s. G. è nota solo parzialmente e, ad eccezione delle numerose citazioni, dal solo ms. gr. 450 della Biblioteca nazionale di Parigi, finito di scrivere l'i1 sett. 1364. Certamente autentiche non sono che quelle tre sezioni di questo volume che vanno sotto i nomi di I Apologia (maior, ff. 201-387), II Apologia (minor, ff. 193-201) e il Dialogo con l'ebreo Trifone (ff. 50-193). Certo è pure che l'ordinamento dei due testi apologetici non è quello del monoscritto ma che va rovesciato come hanno fatto gli editori; non è altrettanto certo, invece, se la II Apologia di soli 15 capitoli sia mai stata un'opera a sé o se faccia piuttosto parte della prima, si cui 68 capitoli primitivi si sarebbe aggiunta questa appendice per comprendere i fatti del prefetto. Urbico, una nuova illustrazione di quanto era già detto sull'ingiustizia della persecuzione. Niente di strano che vi si fosse poi aggiunta ancora la discussione di qualche altro problema attuale. Sta di fatto che Eusebio, il quale distingue appunto (Hist. eccl., 4, 18, 1) due diverse apologie, la prima dedicata a Antonino Pio, ai suoi figli e al
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Senato e la seconda fatta per il successore Antonino Vero, attribuisce poi alla prima anche quei testi che cita della nostra seconda. Inoltre è richiamato ripetutamente (II Apol., 4, 2; 5, 6; 8, 1), nel testo più breve, un passo di quello più lungo con semplice $\pi \rho \omega \dot{\rho} \rho \mu \alpha \nu$. Forse che vi erano due edizioni della stessa opera, dedicata a Antonino Pio, l'una senza e l'altra con l'appendice, dedicata a Marco Aurelio? Forse che Eusebio ha semplicemente preso un abbaglio con la sua seconda? O fors'anche il secondo testo stava proprio a sé, un po' più completo certo di adesso, un'apologia provocata eventualmente da un attacco di Frontone? Pare veramente che questo secondo testo assuma un atteggiamento nuovo di fronte al pensiero della Stoa, in auge proprio con Marco Aurelio. La redazione di questa parte sembra del resto assai più affrettata.
La I Apologia, dedicata all'imperatore Antonino Pio e i figli adottivi Marco Aurelio e Lucio Vero, al Senato e al popolo romano, fu scritta a Roma (cf. capp. 26 e 58) ca. il 153 (capp. 41, 1: ca. 150 anni d. C.; capp. 26, 5; 58, 1: Marcione eretico; cap. 29, 2: L. Munatius Felix, prefetto d'Egitto, in carica nel sett. 151, prefetto probabilmente negli aa. 150-54; cf. Oxyrh. Papyri, Londra 1899, II, p. 163). Rivolgendosi prima agli imperatori nel nome dei cristiani e invocando il loro giudizio sereno e imparziale ( 1-3) si ribella contro un metodo iniquo di persecuzione che condanna i cristiani solo per il nome senza l'appoggio di qualunque prova per delitti commessi. Se sono veramente atei, nemici dello Stato, criminali, perché non rinnegano quel nome? Aspirano a una vita purissima nel cospetto di Dio, a quella appunto del Verbo incarnato, Gesù Cristo (4-12). A dimostrare questa vita, anziché prove storiche, troppo soggettive per lui, adduce le profezie, argomenti inoppugnabili, perché rivelazione di Dio, fonte di ogni terrena verità, che non potranno mai sopraffare gli inganni dei demoni (13-60). La partecipazione dei cristiani a quella vita si attua nei misteri del Battesimo e dell'Eucaristia e nelle riunioni domenicali (61-67). In ultimo s. G. adduce un rescritto, diretto da Adriano a Minuolo Fundano, per scongiurare le accuse calunniose (68).
La II Apologia, scritta pure a Roma non molto più tardi (Q. Lollio Urbico prefetto nel 144-60), illustra le ingiustizie commesse dal prefetto Urbico dando appunto ascolto alla sola calunnia del nome cristiano, della verità non più preoccupato che il cinico Crescente (1-4). Ai cristiani importa più la verità che la vita. Non gettano via la vita, ma non rinnegano per essa la verità. Sacrificandosi sperano di liberare persino i persecutori dalle loro ingiustizie (5). Il Figlio di Dio si è fatto uomo per salvare i buoni dall'odio dei demoni, ma perché l'uomo è libero, ci vuole la lotta; si più umili s'è divulgata la verità e trionfa nella morte, negli spettacoli eroici si manifesta al mondo la superiorità del cristianesimo (6-13).
Il Dialogo con l'ebreo Trifone, che nel manoscritto precede le apologie ma ne cita la prima (cap. 120), fu composto ca. il 155-60 (forse a Efeso?). Molto più esteso ( 142 capp.), era diviso in origine in due libri secondo i due giorni che sarebbe durato, ca. 20 anni prima, il colloquio, collocato da Eusebio a Efeso. La dedica, ora perduta, a Marco Pompeio, d'altronde sconosciuto ma chiamato carissimo ( 8,3 ) e menzionato ancora ( 120,6 ), può aver data questa notizia. Una lacuna dopo il cap. 74 ha fatto sparire la fine della prima e l'inizio della seconda giornata e con ciò la divisione dell'opera. Il nome di Trifone richiama il rabbi Tarplahn, che ai tempi di s. G. insegnava a Lydda. Ma di carattere piuttosto litigioso, avversava il cristianesimo e ha forse contribuito al dialogo solo un nome sonoro. Sarebbe certo arduo di vedere sempre dalla finzione la verità.
Posto il problema circa Dio e la filosofia, s. G. narra (2-8) la propria conversione al cristianesimo. In seguito sono trattate senza ordine rigoroso, facendo seguito una profezia all'altra, con molte interruzioni e riprese tre gruppi di idee: la sostituzione del Vecchio al Nuovo Testamento ( $5-47$ ), la messianità di Gesù Cristo e la sua funzione quale Verbo, intermediario delle Rivelazioni, prima dell'Incarnazione (48-108), la chiamata dei gentili a popolo eletto (109-42).
Uno scritto contro tutte le eresie sorte fino allora è menzionato nella I Apologia (26). Forse vi aveva pensato anche Tertulliano quando (Adv. Val., 5) considera s. G. come primo impugnatore delle eresie. Sarebbe molto comprensibile che fosse stato utilizzato dagli eresiologi posteriori, ma non se ne ha nessuna prova, se non bisogna identificarlo, in tutto, o meglio in parte con: Contra Marcionem che s. Ireneo cita due volte (Adv. haer., 4, 6, 2; 5, 26, 2) e di cui fa cenno anche Eusebio (Hist. eccl., 4, 18, 9; cf. 4, 11, 8-9).
Metadio d'Olimpo nel suo Dialogo sulla Risurrezione si riporta a s. G. Benché non sia specificata la fonte, è ovvio pensare, che sia il De Resurrection citato da Procopio di Gaza e da Giovanni Damasceno nei Sacra Parallela dal quale senza dubbio si sono serviti già Ireneo (Adv. Haer., 1, 5) e Tertulliano (De Resurrectione).
Eusebio cita inoltre (Hist. Eccl., 4, 18, 3) uno scritto Ad Graecos dove s. G. avrebbe fatto il confronto fra dottrina cristiana e filosofia greca trattando della natura dei demoni, e (ibid., 4, 18, 4) un altro Ad Graecos che era chiamato anche Confutatio, e ancora (ibid.), un trattato De monarchia Dei, con prove per l'unità di Dio, tratte non dilla sola S. Scrittura ma anche dagli autori greci.
D'altra parte si trovano nella raccolta degli scritti di s. G. tre opere con titolo analogo a queste, citate da Eusebio: Oratio ad Graecos (PG 6, 229-40); Cohortatio ad Graecos (ibid., 241-312); De monarchia (ibid., 312-25). La prima potrebbe essere identificato con la seconda di Eusebio, ma, sebbene risalga forse al II sec., lo stile proibisce di attribuirla a s. G. Le Hypomnemata che ne fece nel III sec. in Grecia un Ambrosius sono conservate solo in airisco (W. Cureton, Spicilegium Syriacum, Londra 1855, 11. 38-42, 61-69); la seconda non può essere identica con la prima di Eusebio, perché non ha la trattazione sui demoni; la seconda di Eusebio va esclusa per un'analoga ragione di stile (R. V. Sellers l'attribuisce ora a Teodoreto : Journ. theol. st., 46 [1945], pp. 145-60); la terza non conviene con la terza di Eusebio perché non dà le prove della S. Scrittura e i versi citati sono fabbricati più tardi.
Due altri scritti citati da Eusebio (Hist. eccl., 4, 18, 5): Psalmista e De anima non sono poti affatto. Quanto riferisce s. Girolamo (De vir. ill., 9) circa un commento dell'Apocalisse sembra debba attribuirsi al Dialogo con Trifone. Due frammentini di un Ad Euphrasium sophistaem de providentia et fide sembrano spuri. Due altri da un Contra Iudaeos compresi da s. Giovanni Damasceno nei $S$. Parallela è facile siano attribuiti a s. G. per semplice sbaglio.
Certamente spuri sono fra gli scritti di s. G.: Epistola ad Zenam et Serenum (PG 6, 1183-1204); Expositio rectae confessionis (ibid., 1207-40); Responsiones ad orthodoxos (ibid., 1249-1400); Quaestiones Christianeas ad Graecos (ibid., 1401-64); Quaestiones Graecae ad Christianos (ibid., 1464-90); Confutatio quorundam Aristotelis dogmatum (ibid., 1491-1564); e l'Epistola ad Diognetum.
III. Pensiero. - Sul pensiero di s. G. l'attuale informazione rimane necessariamente molto incompleta. Non solo s. G. non ha lasciato nessun'opera sistematica, ma purtroppo non ce n'è pervenuta nemmeno una in cui precisi maggiormente le sue idee in confronto con le correnti eretiche del cristianesimo e ci si deve consentare delle controversie più o meno occasionali con i pagani e gli Ebrei. Egli voleva essere filosofo; non rivestito di qualche missione, veste coscenziosamente il pallio; ma la filosofia sua è Cristo, il Verbo divino che ha preso carne dalla Vergine Maria. Chiamarsi cristiano, sentirsi uno di quegli odiati e ingiustamente perseguitati, questo è il suo maggiore, anzi l'unico vanto. "Ci sono di quelli che si dichiarano cristiani e non insegnano la sua dottrina; invece di venerare Gesù lo riconoscono solo di nome». Ma lui, "come ha imparato, vuole parlare; insegnare quello che gli fu insegnato». Sulla dottrina non vi può essere veramente discussione, la si riceve dalla Chiesa, e non occorre parlarne molto.
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Ma più di un problema sorge, appena si tratta di farla intendere: quando è la volta del filosofa. Bisogna tuttavia tener sempre presente a questo riguardo - non è un semplice cenno autobiografico come all'improvviso si accese un fuoco nel cuore del plotonico, che credeva di aver raggiunto la contemplazione di Dio, e lo prese in possesso l'amore dei profeti e di quelli che sono gli amici di Cristo (Dial., 8, 1). Filosofia significa ormai amore di profszia. "Solo i profeti hanno visto e espresso agli uomini la verità»; "parlano per lo Spirito Santo", al di sopra di qualunque dimostrazione»; "quel che avvenne e avviene costringe d'acconsentire a ciò che fu detto da loro" (ibid., 7). Ci sono anche i miracoli e la vita del profeta che giustificano la fede, ma l'argomento più forte sta precisamente in ciò che avviene secondo era predetto, e l'argomento sarà tanto più convincente quanto meno avviene sospettato.
La dimostrazione non si fa con metodo strettamente logico; si potrebbe più giustamente, spiegando arche la predilezione per l'esegesi simbolico-tipica, chiamarlo analogico. Con la piena rivelazione di Dio nel Verbo incarnato sono incommensurabili tutte le altre rivelazioni e a più forte ragione la scienza umana. Certe incon roenze non dovrebbero quindi troppo sconcertare. Cosi può apparire un certo subordinazionismo, quando, trattando della creazione, pare s. G. comprometta l'eternità e necessità della generazione del Figlio e parlando delle apparizioni divine faccia del Figlio il supremo servitore di Dio. Eppure appare chiaro d'altronde che s. G. non dubitava della vera e adorabile divinità di Cristo. Si crede certo ortodosso quando professa il millenarismo. Quanto alle dottrine filosofiche, chiamate in aiuto, valgono solo in quanto contengono una lontana profezia, sia che i filosofi abhiano attinto al Vecchio Testamento, sia che questo si spieghi nel linguaggio dello Stoa con il $\lambda$ ó $\gamma 0 \varsigma$ orzapaztzeós.
Scrittore senza gran fascino, in cui si cerca invano la tecnica retorica, senza logica stringente, si è meritato però l'ammirazione di uno scolaro molto difficile come Taziano, ha nutrito la dialettica di Tertulliano e la teologia di Irenco, ha dato spunti alla critica e all'esegesi e preziosissimi documenti di dottrina, di liturgia e di vita, ma soprattutto ha dato l'amore della suprema verità fino al versamento del sangue.
Bibl.: Opere: testo e trad. a cura di I. C. Th. de Oria. Corpus apologetarum Christ. suer. II, I-V, 3* ed., Jena 1876-81; PG 6; E. J. Goodspeed, Die ältesten Apologeten, Gottines 1914. Dialogo: a cura di G. Archambault, 2 voll., Parigi 1909. Apologie: a cura di L. Poutigny, ivi 1904; di S. Frasca, con vers. it. e note (Corona Patr. Sal., ser. gr., 3), Torino 1928; trad. it. di I. Giordani, Le Apologie e braui scriti del Dialogo con Trifone, Firenze 1929; E. Sonesi, La prima Apologia, Siena 1929; id., La seconda Apologia, ivi 1929. Studi : per una bibl. dal 1916 al 1925 : Bverton Yoltrich., 220 (1929), pp. 169-76; cf. inoltre: A. Harnach, Judentum und Trolenchristentum in 7 istine Dialog mit Tryphon, Lipsia 1913; E. Preuschen, Die Echtheit von 7 ustine Dialog gegen Tryphon, in Zeitschr. f. neutest. Wissensch., 19-20 (1919-20), pp. 102-27; E. Goodenough. The theology of Yustin Martyr, Jena 1923; G. Bardy. Justin, in DThC. VIII, coll. 2228-77; R. Capelle, Le rescrit d'Hadrien et a Justin, in Rev. bénéd., 39 (1927), pp. 369-68; I. Giordani, La prima polemica cristiana, Torino 1930, pp. 94-119; L. Alfonzi, Ricerche sull'Aristotele perduta, III, G. nella tradizione platonico-aristotelica, in Rivista di storia della filosofia, 1 (1946), p. 229 sg.; id., Lattanzio e G., in Rendiconti Istituto lombardo di scienze e lettere, 82 (1949), p. 19 sg. Paolo Künzle
Nel folklore. - La città di Chieti in Abruzzo, che venera s. G. come patrono, lo solennizza nella prima decade di maggio con grandi festeggiamenti civili e religiosi. Un antico fondo di riti di propiziazione agreste comuni alle feste di maggio può riconoscere nelle manifestazioni più caratteristiche a cui dà luogo la «sagra di s. G.»; palii e corse di cavalli, fuochi artificiali, gare di canti e musiche, processioni in cui si riafferma la devozione e la religiosità del popolo abruzzese.
Biel.: V. Troiani di Nerfa, Sagre, feste e riti, Roma 1932, p. 127.
Paolo Toschi
GIUSTINO (ZAPERTowicz) da Miechów. Oratore e scrittore domenicano polacco, n. a Mi¿-
chów verso il 1590-91 (non 1594), m. all'inizio del 1649 (fonti indirette danno il 1642). L'anno 1616 si recò a Bologna per gli studi.
Ritorato in patria (1622), nel 1628 venne promosso baccelliere nel Capitolo generale di Tolosa. Nel 1634 lo si trova priore a Dandica e tre anni dopo reggente dello Studio generale di Cracovia. Si dette assiduamente e con grande frutto alla predicazione. Tra i suoi scritti va specialmente ricordata la considerevole opera mariologica Discu