volume-06

Back to Volumes
nomico. In questo settore, da soli, non bastano più neppure i più grandi nuclei nazionali; è ormai necessaria la collaborazione internazionale. Ma questa purtroppo riesce tanto labile, perché non solo non è sostenuta dall'equilibrio di analoghi organismi internazionali negli altri settori, p. es., della politica; ma anzi è alla politica nazionalistica subordinata.

## Page 522

Di qui gli squilibri cosi repentini e profondi che oggi troppo frequentemente sconvolgono la vita sociale delle nazioni e del mondo intero. I più vasti ed intensi movimenti tellurici non sono tanto nocivi al confronto.

In conclusione, oggi, oltre allo sforzo di possedere chiaro e preciso il concetto di bene comune, secondo la realtà delle cose e non secondo pregiudizi ideologici o politici; oltre allo sforzo di determinare in funzione del bene comune i doveri sociali dei singoli verso le associazioni particolari, di queste verso la nazione, delle nazioni verso la intera società umana, di tutti verso la Chiesa cattolica, va potenziato lo sforzo di destare al più presto, con tutti i mezzi, individuali e collettivi, ed in tutti, popoli, governanti, collettività private e pubbliche, una più sensibile coscienza sociale.

Non solo non ha diritto di partecipare al bene comune chi non collabora a realizzarlo, ma è di fatto impossibile partecipare ad un bene, che non può sussistere senza la vol. laborazione di tutti. Di diritto e di fatto il momento sociale fruitivo suppone il momento sociale produttivo.
V. Questione sistematica. - Quale posto si deve assegnare alla g. s. nel sistema tomistico delle virtù morali? La maggioranza degli studiosi cattolici sostiene - e con ragione - che la g. s. coincide con la giustizia legale o generale di s. Tommaso (Sum. Theol., $2^{2}-2^{66}$, q. $5^{8}$, a. 6). Va aggiunta solo qualche osservazione.

La g. s., subordinando alle esigenze del bene comune gli atti di tutte la altre virtù particolari (di qui la sua denominazione di giustizia generale), certamente in qualche modo li modifica. Sempre la g. s. aggiunge alla loro originaria bontà morale quella propria del suo motivo formale. In forza di esso inoltre può rendere obbligatorio un atto, che è buono sì ma libero nell'ambito d'altra virtù particolare. Simile è il comportamento della carità, anch'essa virtù generale in campo soprannaturale, come la g. s. lo è nel campo naturale.

Ma la sfera d'azione della g. s. coincide con la sfera d'azione delle altre virtù ovvero le trascende tutte, costituendo cosi un settore proprio ed esclusivo alla sua influenza? Una cosa è certa: a causa della sua complessità, l'equilibrio della vita sociale moderna non riesce più a sostenersi sulla osservanza delle sole virtù particolari. In passato, in un sistema di vita sociale più semplice, gli associati badando solo ai propri interessi, senza ledere quelli altrui, realizzavano più o meno anche il bene comune di tutti. Piccole lacune erano sufficientemente colmate dall'esercizio della carità; cosl che non era avvertita la necessità d'una larga applicazione della g. s. Perciò gli autori antichi ne parlano poco. Oggi non è più cosi. Si richiede l'osservanza delle virtù particolari, deve intervenire la carità; ma - a salvare l'equilibrio stabile della vita sociale è indispensabile che la g. s. eserciti un influsso vasto ed efficace, sia nell'ambito del diritto positivo che in quello del diritto naturale. Anzi si può ragionevolmente prevedere che la necessità e l'ampiezza della sua influenza andranno crescendo

S'impone quindi ai sociologi in genere, ai giuristi e moralisti in modo particolare, una investigazione solidale e aggiornata, che proporzioni ai successivi sviluppi della vita sociale la quantità dei doveri di coloro che la costituiscono. Il compito è delicatissimo specialmente per i moralisti, sempre cauti quando si tratta di impegnare la coscienza degli uomini con doveri gravi che decisamente influiscono sulla loro eterna salvezza. Ma la realtà delle cose è questa e bisogna coraggiosamente affrontarne e risolverne i problemi. Del resto non c'è di che im-
pressionarsi. La g. s. non è una virtù nuova, né nuovo il suo dovere; da che è mondo è esistita. Sono nuove le sue applicazioni alle rinnovate condizioni della società moderna. Avviene cosi per tutte le virtù, benché in proporzione minore, per la limitazione del loro oggetto formale. E poi, i moralisti hanno una guida sicura nelle loro ricerche, una garanzia infallibile nelle loro conclusioni : la Cattedra di S. Pietro.

BinL.: M. S. Gillet, Conscience chrétienne et justice sociale, Parigi 1922: O. Schilling, Die soziale Gerechtigkeit, in Theologische Quartalschrift, 112 (1923), pp. 269-77; Th. Besiade, L'ordre social, in Revue des sciences philosophiques et théologiques, 13 (1924), pp. 5-19; O'Neill-Breuning, Justitia socialis, in Schènere Zukunft, 2 (1927), pp. 777 sgg.; 798 sgg.; S. Wilhelms, De variis iustitiae partibus, in Collationes Brugenses, 29 (1929), pp. 127 137; O. Schilling, Die soziale Gerechtigkeit, in Theologische Quartalschrift, 120 (1929), pp. 1971-2005; I. Messner, Zum Begriff der sozialen Gerechtigkeit, in Die soziale Frage und der Katholizismus, Paderborn 1931, pp. 461-65; L. Pena, La iustitia social, Saragossa 1933; I. Kleinhaff, Der Begriff der iustitia socialis und das Rendsbreiben Quadragesimo anno, in Zeitschrift für Gerechtigkeit und soziale Lehre, Saarbrücken 1935; W. Heinen, De iustitia socialis. Ein Beitrag zur Klärung des Begriffes, in Scientia Sacra. Theol. Festgabe Lierd. Schutte, Colonia e Düsseldorf 1935, pp. 298-327; O. Schilling, Die soziale Gerechtigkeit in der patristischen Literatur, in Mitteilungen Viemorrach, II, Roma 1935, pp. 189-202; I. S. Schuster, Das Verhältnis von iustitia socialis in Quadragesimo anno mit besonderer Berücksichtigung der Lehre von Heinrich P. vob. S. L., in Scholastik, 11 (1936), pp. 225-42; A. Brucculeri, La g. s., in Cte. Catt., 1936, 1, pp. 111-23, 186-98, 353-64; E. Mettin, Cin che sociale Gerechtigkeit, in Theologisch-prale, Ouerialschrift, 89 (1936), pp. 289-309; O. Renz, Die soziale Gerechtigkeit, ibid., 40 (1937), pp. 290-93; I. Gronen, Die soziale Gerechtigkeit un Sinne der Euzyelica Quadragesimo anno, ibid., 91 (1938), pp. 40-57, 258271; A. Bultanin, Il concetto di g. s. negli scrittori cattolici moderni alla luce specialmente delle ancietiche di Pio XI - Quadradragesimo anno - e Divini Redemptoris-, Lurano 1939; Ph. Hyland, The field of social justice, in The Thomiste, 1 (1939), pp. 295-330; W. Ferree, The act of social iustite, Washington 1942; I. F. Fergurann, The philosophy of equality, ivi 1943; P. Vias, Di un criterio direttico del piano economico; in g. s., in Rivista int. di scienze sociali, 51 (1943), pp. 32-41; I. Vargheluwe, De iustitia sociali, in Collationes Brugenses, 43 (1947), pp. 309-21, 383-98, 436-48; A. Tomiaia, Intorno al concetto di g. s., in La scuola cattolica, 75 (1947), pp. 143-52. Leonardo Azzollini

GIUSTO di Canterbury, santo. - Molto probabilmente d'origine romana e monaco benedettino nel monastero del Celio, m. a Canterbury il 10 nov. 630. Insieme all'abate Mellito, a Paolino e Rufiniano fece parte della seconda missione inviata da s. Gregorio Magno nel 601 in Inghilterra per aiutare s. Agostino che vi predicava dal 597.

Nel 604, dello stesso s. Agostino, a Canterbury, fu consacrato vescovo della nuova sede di Rochester nel Kent, la cui cattedrale di S. Andrea fu dotata dal re Etelberto di concessioni territoriali. La morte di Etelberto ( 616 ) e la restaurazione del paganesimo promossa da Eadbaldo costrinse G. ad allontanarsi da Rochester e fuggire tra i Franchi ( 618 ). Fu richiamato l'anno seguente e nel 624 successe a Mellito come quarto vescovo di Canterbury; lo stesso anno ricevette il pallio dal papa Bonifacio V, con una lettera di congratulazione per il lavoro compiuto. Festa il 10 nov.

BinL.: Acta SS. Novembris, IV, Bruxelles 1925, p. 532-37; W. F. Hook, Lives of the archbishops of Canterbury, I, Londra 1861, pp. 100-10; A. W. Haddan-W. Stubbs, Ecclesiastical documents, III, ivi 1878, pp. 79-81; Fliche-Martin-Frutez, V, pp. 297, 303; F. Grosjean, Le faux de 606 president-il de Canterbury? Date de la lettre des m. Laurent, Mellitos et Justus aux Irlandais, in Analecta Bollandiana, 64 (1946), pp. 231-44; Martyr. Romanum, p. 509. Stanislao Majarelli

GIUSTO di GAND, Joos van Wassenhove, detto. Pittore, n. fra il 1435 e il 1440 o ad Anversa o a Gand, nel 1460 veniva accolto nella Gilda di S. Luca di Anversa e il 6 ott. 1464 nella Corporazione dei pittori di Gand; altri documenti comprovano la sua presenza a Gand nel 1464 e nel 1468. Prima del 1474 Joos parte alla volta di Roma, come risulta da un

## Page 523

documento dell'archivio parrocchiale di S. Michele di Gand.

Il nome di G. appare per la prima volta a Urbino in un documento del 12 febbr. 1473. L'ultima sua notizia è del 25 ott. 1475: si tratta di pagamenti per la Comnnione degli Aparcoli del Palazzo ducale di Urbino. Gli evidenti punti di contatto fra quest'opera e le immagini dei Padri della Chiesa e di personaggi illustri e delle figure allegoriche delle arti liberali che decoravano lo studio del duca Federico nel Palazzo di Urbino, oggi in parte ad Urbino, in parte al Louvre, nella Galleria nazionale di Londra e nel Kaiser Friedrich Museum di Berlino, confortano l'attribuzione di tali opere a G., anche se qui si nota maggiore dolcezza e modulazione che nella Cominione. Del resto Vespasiano da Bisticci, bibliotecario del duca Federico, parla, per la decorazione dello studio, di un pittore fiammingo espressamente chiamato ad Urbino. Probabilmente, tuttavia, in quelle pitture vi fu la collaborazione di un altro artista che potrebbe essere il castigliano Pedro liter uguente, collaborazione evidente soprattutto nelle tavole del Museo di Berlino. Comunque Giusto appartiene alla schiera dei maestri nordici che, scesi in Italia durante il sec. xv, malgrado la diversità del loro linguaggio espressivo contribuiscono alla definizione di qualche particolare aspetto del nostro Rinascimento influendo sugli artisti dell'ambiente in cui si trovarono a lavorare.

Bibl.: Vaspasiano da Bisticci, Vite di uomini illus'ri del sec. XV, ed. A. Bartoli, Firenze 1829, p. 93 sge.; Winkler, Justus von Gent, in Thieme-Becker, XIX, pp. 323-53: J. Lavalloye. Juste de Gand, Bruxelles-Roma 1936.

GIUSTO di Lione, santo. - E commemorato più volte nel Martirologio geronimiano da solo o con Viatore; sembra però che il vero dies natalis sia il 14 ott. Esiste una Vita scritta verso la fine del sec. v, bene informata ed in genere attendibile, secondo la quale G. fu prima diacono di Vienne, poi vescovo di Lione. Come tale partecipò al Concilio di Valence nel 374 e a quello di Aquileia nel 38 r . Governò con grande zelo la diocesi, segnalandosi anche nell'esercizio delle virtù. Di ritorno da Aquileia abdicò all'episcopato e si ritirò in Egitto, vivendo sconosciuto tra i solitari nella penitenza e nella preghiera. Dopo la morte, il suo corpo fu trasferito a Lione e seppellito nella chiesa dei SS. Maccabei, che prese ben presto il suo nome, e già nel sec. v il suo sepolcro era molto frequentato e venerato.

Bibl.: Tillemont, VIII, pp. 546-51; Acta SS. Septembris, I, Parigi 1868, pp. 365-76; Martyr. Hieronymianum, p. 566 sg.; Martyr. Romamon, p. 454.

Giusto de' Menabuoi. - Pittore fiorentino, detto anche "da Padova" perché lavorò prevalente-
![img-8.jpeg](img-8.jpeg)

Giusto di Gand. Jooz van Wassenhove, detto - Ultima Cena. Dipinto nel Palazzo Ducale di Urbino.
menti di G. da P., in Pinacotheca, I (1928-29), pp. 137-52; S. Bettini, G. de' M. e l'arte del 300, Padova 1944; R. Longhi, II palittica di G. de' M. per mor Isotta Terzaghi, in Arte veneta, 1947, p. 79; id., L'altare apocalittico di Torcello, ecc., ibid., p. 85; L. Coleni, I primitivi, III, Novara 1947, p. 38.

Nolfo di Carpegna
GIUSTO di Tiberiade. - Patriota e storico ebreo del sec. I d. C. Della vita di G. si conosce solo quanto ne riferisce il suo avversario Flavio Giuseppe nella autobiografia. Durante l'insurrezione contro i Romani nel 66-70 G. ebbe parte importante nella difesa della sua città natale. In seguito all'avanzata romana G. riparò nel regno confinante di Agrippa II (v.).

Condannato a morte da Vespasiano, fu punito solo con una lunga prigionia da Agrippa (Fl. Giuseppe, Vita, $\S \S 343,410$ ). Quindi visse presso la corte di Agrippa, che fu costretto a punirlo spesso, nonostante la protezione di Berenice (ibid., §§ 355, 356). G. visse fin verso l'a. 100 d. C., poiché la sua Cronaca si estendeva sino alla morte di Agrippa II (m. il 100 d. C. secondo G. di T. citato da Fazio, ma probabilmente m. già negli anni 93-94).

Le opere di G., tutte perdute, erano: una Storia della guerra giudaica, contro la quale Flavio Giuseppe (v.) scrisse la sua apologetica Vita; una Cronaca dei re giudzi da Mosè ad Agrippa II; forse dei brevi commentari alla Bibbia, dei quali parla solo s. Girolamo (De viris illustribus, 14).

Bibl.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Ziritalter Jesu Christi, I, $4^{2}$ ed., Lipsia 1901, pp. 58-63; F. Jacobi, s. v. in Pauly-Wissowa, X, coll. 1341-46. Angelo Fonna

## Page 524

GIUSTO da Urbino (Curtopassi). - Missionario ed etiopista cappuccino, n. a Matraia (Lucca) il 30 ag. 1814, m. a Hartōm il 21 sett. 1856. Partito per l'Africa orientale (1846); indi espulso nel 1855 dall'Etiopia, riparò in Egitto e morí confessore della fede e martire dell'obbedienza, nel tentativo di tornare alla sua missione.

Recenti ricerche archivistiche ne rivalorizzano l'opera religiosa e culturale contro precedenti giudizi sfavorevoli.

Scrisse un catechismo, un rituale della Chiesa etio pica, tradusse Les soirées de Carthage di F. Bourgade (ms. n. 165 dei codici etiopici della Biblioteca Vaticana). Compose (1849) un dizionario etiopico-latino (Roma, Biblioteca della R. Società geografica italiana), una grammatica etiopica ( $1850-54$ ), con composizioni letterarie e nello stesso tempo un dizionario etiopico-francese-imarico (Roma, Biblioteca nazionale, ms. orientale n. 134; Parigi, Bibliothèque nationale, mss. n. 216 e 217 della collezione dei manoscritti etiopici D'Abbadie).

Questi lavori di grande valore scientifico sono stati parzialmente editi da S. Grébaut (Aethiops, 4 [1931], pp. 36-43, 50-58; Aethiopica, 2 [1934], pp. 1-9, 33-36; 3 [1935], pp. 41-44, 118-24, 175-81), e spesso largamente utilizzati da orientalisti e etiopisti.

Infine risulta infondata l'attribuzione al p. G. del duplice trattato deista Hatatd Zar'a 7d'qob («Esame di Zar'a [d'qob») e Hatatd Walda Hejwot, ove si nega ogni religione rivelata. In un suo autografo del 20 sett. 1852 , non segnalato finora, il p. G. affermava al D'Abbadie: "Voi avete trovato libri ben curiosi... Anch'io ho trovato un libro strano in Abissinia. E una specie di romanzo o storia biografica, scritta da un filosofo deista del tempo dei Portoghesi... Esso mi sembra interessante per la storia del tempo e per la novità del genere in Abissinia ". Avendo intanto avuto occasione di comprarlo, un semestre dopo, il ro febbr. 1833, riscriveva: "Ho trovato alla fine quel libro strano che vi annunziavo... Ne ho cominciata una copia (per voi) ". E in una nota aggiunta in fine della suddetta copia inviata al D'Abbadie (Parigi, Bibliothèque nationale, n. 234 dei manoscritti etiopici della collezione D'Abbadie), per la terza volta riaffermava: "Trovai questo libro per caso: in verità non lo conoscevo... Avevo visto due anni fa (1851) un altro esemplare ". Contro queste testimonianze convalidate da altri documenti e dalla concorde tradizione etiopica, è ingiusto attribuire ad un missionario benemerito una inqualificabile opera di apostasia.

Bim.: A. D'Abbadie, Catalogue raisonné des manuscrits éthiopiens, Parigi 1829, nn. 215 e 234; F. Tarducci, Il p. G. da U. missionaria in Abissinia e le esplorazioni africane, Focnza 1809 (interpretazione molto soggettiva e fantasiata che gettò dubbi avventati sulla figura del p. G.); E. Littmann, Philosophi Abessini (Corpus Scriptorum Christianorum Orientalium, XXXI), Parigi 1904; C. Conti Rossini, Lo Hatatd Zar'a Yd'qob e il p. G. da U., in Rendiconti della R. Accademia des Lincei, Sc. mor., $5^{2}$ serie, 29 (1920), pp. 213-23; J. Simon, Le Hatatd Za'ra Yd'qob et le Hatatd Walda Heywot, in Orientalia, 5 (1936), pp. 93-101.

Carmelo da Sessàno
GIUSTO di Urgel. - Fiorito intorno al 546, figura preminente nei Concili di Lerida e di Valenza del 546. Scrisse, secondo quanto testimonia s. Isidoro, una Expositio in Cantica Canticorum, opera breve e allegorica, in cui, fin dalle prime righe, appare come Cristo personifichi lo Sposo e la Chiesa la Sposa.

Bim.: S. Isidoro, De vir. ill., cap. 34 : PL 67, 961-94; P. B. Gams, Die Kirchengeschichte vom Spanien, II, 1, Ratisbona 1868, p. 440 sgg.

Giuseppe Madoz
GIZZI, Pasquale Tommaso. - Cardinale, n. a Cezcano (Frosinone), il 22 sett. 1787, m. a Lenzla il 3 luglio 1849. Compiuti i primi studi a Ferentino e laureatosi in diritto canonico e civile alla Sapienza, divenne nel 1819 avvocato rotale. Inviato nel 1820 in Svizzera come uditore con il nunzio Nasalli, fu nominato, nel 1827, internunzio e trattò, con scume
e competenza, difficili affari sui beni e la giurisdizione nella Chiesa.

Fu successivamente incaricato d'affari a Torino (18291835), delegato di Ancona (1837-39), internunzio nel Belgio (1839-41) e nunzio a Torino (1841-44). Da Gregorio XVI fu creato cardinale, riservato in petto nel Concistoro del 12 luglio 1841 e pubblicato in quello del 22 genn. 1844. Nominato legato di Forli nel 1844, vi rimase per due anni e dimostrò grande prudenza e moderazione, mentre per il suo spirito conciliativo incontrò sincere simpatie anche tra i liberali. Basti ricordare la sua opera delicata, serena e ferma nello stesso tempo, durante i moti di Rimini (1845).

Alla morte di Gregorio XVI (1846), da più parti si auspicò la sua elezione al pontificato, anzi durante il Conclave si diede per certa la sua avvenuta esaltazione e la folla, in segno di gioia, invase la sua abitazione, apportando tutto quanto poté trovare. Pio IX, che aveva delle sue qualità di governo sincera stima, lo nominò il 2 ag. 1846 segretario di Stato. Superando immani difficoltà, il card. G. rimase in tale ufficio fino al luglio 1847, e non smonti la sua preparazione diplomatica, il suo senso di moderazione e la pratica consumata nella trattazione dei più rilevanti affari.

BinL.: M. D'Accello, Degli ultimi cosi di Romagna, Firenze 1846, passim; A. Comondini, Cospicuzioni di Romagna, Bologna 1895, p. 91; M. Rosi, s. v. in Diz. del Rivarg. nag., III, p. 243 .

Mario de Camillo
GLABER, Rodul: : v. rodolfo il glabro.
GLABRIONE ACILIO. - Appartenente a nobile famiglia senatoria, fu console nei 91 d. C. insieme con Traiano; fu fatto uccidere da Domiziano nel 95 dopo essere stato costretto a combattere con un leone in una villa di Albano.

Sembra che G. fosse perito per la sua adesione al cristianesimo. Secondo la testimonianza di Svetonio (Domitianus, io), infatti, Domiziano fece uccidere molti senatori e consolari tra cui G. perché "molitores rerum novarum ". Dione Cassio (Hist., 67, 14) aggiunge che G. fu condannato perché accusato di ateismo e per aver abbracciato i costumi dei Giudei. Ora è noto che nei primi secoli queste accuse erano dirette contro i cristiani convertiti dal paganesimo, onde il cristianesimo di G. è molto probabile. Le testimonianze letterarie hanno poi un'indiretta conferma dall'esistenza di un ipogeo cristiano appartenente alla famiglia degli Aelli, discendenti da G., scoper o da G. B. De Rossi nel cimitero di Priscilla sulla Via Salaria nuova, che rimonta al sec. it.

BinL.: G. B. De Rossi, L'ipogeo degli Acilii Globriani nel cimitero di Priscilla, in Bull. arch. critt., $4^{2}$ serie, 6 (1886-89), pp. 13-66; F. Allard, Storia critica delle persecuzioni, I, trad. it., Firenze 1932, pp. 101-105.

Agostino Amore
GLACIALE, EPOCA: v. STATIGRAFIA.
GLADSTONE, William Ewart. - Uomo di Stato inglese, n. il 29 dic. 1809 , m. il 19 maggio 1898 a Hawarden. Figlio di un presbiteriano scozzese, ebbe fin da fanciullo vivissimo il sentimento religioso, rafforzatosi in lui durante gli anni di studio ad Eton e ad Oxford. Entrò nella vita politica e fu eletto deputato del Partito conservatore nel 1833, iniziando in tal modo una brillante carriera.

Segretario di Stato alle colonie nel gabinetto Peel, cancelliere dello scacchiere dal 1852 al 1855 , abbandonò nel 1859 i conservatori ed entrò nel Partito liberale. Presidente del Consiglio dei ministri quattro volte (dal 1868 al 1874; dal 1880 al 1885 ; nel 1886; e dal 1892 al 1894), attuò varie riforme. Si interessò molto dei rapporti tra Stato e Chiesa (nel 1838 pubblicò l'opera The State in its relation to the Church dove questa veniva subordinata alla pubblica autorità) e della questione romana, e, sebbene fosse personalmente convinto della necessità di abolire il potere

## Page 525

![img-9.jpeg](img-9.jpeg)
(St. Alinari)
AFFRESCHI NELL' INTERNO DEL BATTISTERO - Padova.

## Page 526

![img-10.jpeg](img-10.jpeg)

DAVID-UCCIDE IL GIGANTE GOLIA
Affresco di Michelangelo (1508-12) - Vaticano, Cappella Sistina.

## Page 527

temporale del papa, cra ben conscio dell'importanza morale del papato, sostenendo inoltre una politica di aperta tolleranza verso i cattolici. Perciò nel 1831 si oppose in Parlamento al progetto di legge "Sui titoli ecclesiastici ", presentato in risposta al nuovo ordinamento delle circoscrizioni diocesane compiuto da Pio IX, perché tale progetto era da lui considerato contrati) al principio della libertà religiosa, e ne ottenne l'abrogazione venti anni dopo, quando fu al potere.

Nel 1865 espose al p. Tosti le sue idee sulla soluzione della questione romana, sforzandosi di trovare un compromesso tra le esigenze del sentimento nazionale ed unitario italiano e la dignità del Capo visibile della Chiesa: "assicurando a questa libertà ed indipendenza pienissima ed assolutissima ed insieme entrate conformi alla dignita della Sede di Roma. Sempre sotto quelle garanzie, il re d'Italia sarebbe anche lui con indipendenza piena e perpetua, il vicario, per sempre ed irrevocabilmente di tutti quegli Stati che furono, o che sono papali, caricandosi di tutti gli affari secolari, finanziari, municipali; con patto però che nessun Governo, oltre il municipio e gli uffici amministrativi necessari, abbia la facoltà di "locarsi" in Roma senza il consenso del papa, vale a dire che Firenze resterebbe la capitale civile».

Il G. si interessò molto per risollevare le condizioni economiche dell'Irlanda e si adoperò per ottenere all'isola l'autonomia (home rule). Fu durante un soggiorno a Napoli che egli conobbe e denunziò al pubblico le condizioni dei prigionieri politici sotto Ferdinando II (1831) per creare contro il Re una corrente sfavorevole in Europa. Larga eco cbbero pure le sue vibranti proteste.

Bib.: J. Morley, The life of W. E. G., Londra 1903; D. C. Lathbury, Letters on church and religion of W. E. G., ivi 1910; A. Galante, G. e la questione del potere temporale, in Nuova antologia, 150 (1910), pp. 279-83; M. Degli Alberti, La missione
![img-11.jpeg](img-11.jpeg)
(Jot. Bunnann)
Glabstone. Willian Ewart - Ritratto da un dipinto contemporaneo - Roma, Museo del Risorgimento.
![img-12.jpeg](img-12.jpeg)
(da C. Mohlberg. Memorie della Pont. arredonia romana di archeniogin II. Roma fidi. lor. 21)
Glagolitica, sCRITURA - Esempio di s. g. Metale glagolitico di Kiev, fol. 17 (sec. 16); testo di Rom. 13. 11-14 e versione dell'orazione "Protege" della Messa dell'Annunciazione.

Vegezzi ed il gran concordato proposto da G. al p. Luigi Tosti. ibid., 183 (1916), pp. 322-43; R. Cracmer, G. als christlicher Staatsmann, Berlino-Lipsia 1930 (con bibl.); C. Gordon Lang, Mr. G. and the Oxford mxtement, in The nineteenth century 114 (1933), pp. 374-84; E. Eych, G., Zurigo 1938. Silvio Furiani

GLAGOLITICA, SCRITTURA. - Alfabeto un. ciale, assai complicato, comprendente 38 lettere, composto da s. Cirillo nella seconda metà del sec. ix e da lui adoperato per la traduzione della S. Scrittura e della liturgia in lingua paleoslava durante la sua missione nella Grande Moravia. I suoi discepoli portarono la s. g. nei Balcani, dove si formarono due tipi, rotondo in Bulgaria (Macedonia) e quadrato in Croazia.

In Macedonia la s. g. nei secc. x-xit raggiunse la più alta perfezione grafica, ma fu progressivamente sostituita dalla scrittura cirillica. In Croazia si sviluppò dal tipo quadrato uncale la s. g. semiunciale e dal sec. xvI anche la corsiva. La semiunciale passò anche nei libri stampati dal 1483 sia in lingua paleoslava sia in croata. La s. g. disparve dall'uso civile nella prima metà del sec. xix; nei libri liturgici viene oggi sempre più sostituita dai caratteri letini. Si sono conservati numerosi manoscritti in s. g. a cominciare dal sec. x.

BibL.: V. Jagic, Entstehunggesthichte der birchensluvischen Sprache, $2^{\circ}$ ed., Berlino 1913; id., Glagolideskoje pit'ovo. Enciklopedija slavienskoi filologii, III, in, Pietroburgo 1913; C. Mohlberg, Il Metale glag.ilitico di Kiue (or. IX) e il suo prototipo romano del sec. IV-VII, in Memorie della Pont. aet. rom. di archeol., II, Roma 1928, pp. 207-320; J. Vais, Rukovè́ blaholshé pablografie, Praga 1932 (con bibliografia completa). Giuseppe Olèr

GLAIRE, Jean-Baptiste. - Orientalista francese, n. a Bordeaux il $1^{\circ}$ apr. 1798, m. ad Issy (Seine) il 25 febbr. 1879. A Parigi G. imparò teologia in S. Sulpizio e le lingue orientali nell'Università sotto il De Sacy. Ordinato sacerdote nel 1822, G. cominciò ad insegnare l'ebraico nel Seminario di S. Sulpizio. Nel 1831 passò alla Sorbona, ove mantenne l'insegnamento fino al 1851.

## Page 528

Compose opere gramnaticali ed esegetiche. Il lavoro che ottenne maggiori consensi fu La Ste Bible selon la Vulgate (4 voll., Parigi 1871-73); nel 1889-90 F. Vigouroux ne curò la $3^{a}$ ed. Molto diffuso fu pure l'Introduction historique et critique aux livres de l'Aucien et du Nouveau Testament ( 6 voll., Parigi 1836; trad. it. Napoli 1843-47), di cui apparve un Abrégé nel 1846 (2 voll., Parigi). Altre opere furono: La Ste Bible en latin et en français (3 voll., ivi 1834); Torath Mosché, Le Pentateuque avec traduction et notes (2 voll., ivi 1835-37); Les lieres saints sangés (2 voll., ivi 1845); Archeologia biblica (trad. it. di G. E. Richetti, 2 voll., Torino 1850); Lexicon manuale Hebraicum et Chaldaicum (Parigi 1830); Principes de grammaire hebraique et chaldalque (ivi 1832); Principes de grammaire arabe (ivi 1861); Manuel de l'hébraisant (ivi 1850). Insieme a Th. Walsh diresse l'Encyclopédie catholique (20 voll., 1838 agg.).

Bibl.: Hurter, V, coll. 1560-61; O. Rey, s. v. in DB. III, col. 248 .

Angelo Penna
GLANVILL (Glanvil), Joseph. - Pastore anglicano e filosofo, n. a Plymouth nel 1630, m. a Bath nel 1680. Fu cappellano di Carlo II.

Uscito dal cartesianesimo G. accettò le vedute dell'empirismo: la filosofia è soltanto elaborazione dei dati d'esperienza, né può darsi una scienza apodittica della natura. E tuttavia possibile dalla conoscenza empiricopratica della natura pervenire all'affermazione di Dio e alla religione. G. è precurtore di Hume nell'indicare l'incertezza del nesso tra causa ed effetto ( $=$ nam non sequitur necessario, hoc est post illud, ergo propter illud $«$ ). In contrasto con queste vedute di tendenza scettica G. non rifuggi, più tardi, dal prestor fede a pratiche magiche.

Opera principale: The vanity of dogmatizing or confidence in opinions ecc. (Londra 1661), rielaborata con il titolo di Scepsis scientifica or confessed ignorance, the way to science (ivi 1665 , nuova ed. a cura di J. Owen, ivi 1885). Altre opere : Plus ultra, or the progress and advancement of knowledge (ivi 1668); Philosophical considerations concerning the existence of sorcerers and sorcery (ivi 1666); Sadducismus triumphans (postumo, ivi 1681, ristampato con aggiunte da H. More nel 1682 e tradotto in tedesco nel 1701 ).

Bibl.: F. Greenslet, 7. G., Nuova York 1900; N. Petersen, G. und Hume, Rostock 1911; H. S. e J. M. L. Redgrove, 7. G., Londra 1921.
Francesca Guerra-De Bolla
GlaREANO (Enrico de Loris, Henricus Lo ritus Glareanus). - Filosofo, matematico, teologo, musico e poeta, n. a Glarus (Svizzera) nel 1488, m. a Friburgo il 28 marzo 1563 . Studiò a Colonia con G. Coelice, nel 1517 si trasferì a Parigi, ove insegnò filosofia in un collegio da lui fondato, ma dopo un anno appena si recò a Basilea e nel 1529 si stabili a Friburgo ove insegnò storia e filosofia. Dottissimo in ogni ramo, fu amico degli uomini più illustri del suo tempo. Pur non rimanendo insensibile alle novità protestanti, restò sempre fedele cattolico.

Fra i molti suoi lavori di filosofia, storia e letteratura, vanno ricordati Esagoge in musicen (Basilea 1516) e Dodekachordon (ivi 1547). Quest'opera, ristampata poi in tre volumi con il titolo definitivo De musicen definitione ac divisione (ivi 1580), fu molto apprezzata, tanto che G. L. Wonegger ne pubblicò un estratto con il titolo Musice epitome ex Glareani Dodekachordon (ivi 1557). P. Böhm nel vol. XVI delle Gesellschaft für Musik (Lipsia 1889) pubblicò una traduzione completa del Dodekachordon con esempi musicali moderni. Studiò e tradusse Boezio, stampato poi dal Rota nel 1770. A testimoniare il suo affetto alla terra nativa, scrisse un poemetto latino con il titolo Helvetiae descriptio et in laudatissimum Helvetiorum foedus panegyricus (ivi 1515 ).

Bibl.: J. Castner, De abitu inesomparabilis viri D. H. Loriti, Basilea 1964; H. Schreiber, H. L., Friburgo in Br. 1837; O. Fr. Fritzsche, Der Glareanus H. L., Frauenfeld 1890.

Silverio Mattei
GLASGOW, ARCIDIOCESI di. - Arcidiocesi e provincia nel sud-ovest della Scozia; attualmente
comprende la città e la contea di Dumbarton. L'arcidiocesi ha una superfice di 250 kmq .; conta 1.250 .000 ab. dei quali 299.400 cattolici, con 60 parrocchie, 240 sacerdoti diocesani e 58 regolari, un seminario, 13 comunità religiose maschili e 22 femminili (1949).

La sede fu fondata verso il 543 da s. Kintigern (o Mungo), che vi stabili una comunità cristiana di Britanni, Scozzesi e Pitti. A causa delle lotte di razza per la supremazia e della confurione dei tempi, non si ebbe una regolare successione di vescovi fino al tempo di s. Davide, re di Scozia, che restaurò la sede di G. nel 1115. Da allora fino al 1560 si succedettero 24 vescovi, tra i quali Guglielmo Turnbull che, nel 1450, ottenne dal papa Nicolò V lo statuto di fondazione per l'Università di G. della qual - si ebbe nel 1931 il primo rettore cattolico, dopo l'episodio della «riforma». Nel 1492 papa Innocenzo VII elevò la sede al rango di metropolitana con le sedi suffraganee di Argyll, Dunblane, Dunkeld e Galloway. La religione cattolica fu proibita dal Parlamento scozzese nel 1560 e la sede di G. rimase vacente dal 1603 fino alla restaurazione della gerarchia, il 4 marzo 1878, quando G. fu ristabilita come sede arcivescovile, direttamente dipendente dalla S. Sede ( $=$ specialis filia Romanae Ecclesiae $»$ ), ma senza suffraganee. Lo sviluppo industriale dell'ovest della Scozia nel sec. xix accedebe molto l'importanza di G. che, per l'affluuso di cattolici dall'Irlanda e dagli Highlanis di Scucia, diventò numericamente la maggior diocesi scozzese. Il papa Pio XII, con la sua cost. aposi. Domicili giegis del 25 maggio 1947, divise l'arcidiocesi, e G. divenne una provincia ecclesiastica; una parte dell'arcidiocesi fu aggiunta a Galloway, mentre altre parti furono srette nelle nuove diocesi di Montherwell e Paisley, suffraganee di G. La vecchia cattedrale di S. Mungo, iniziata nel sec. xit e completata nel xv, è ora adibita a chiesa presbiteriana; j'attuale Cattedrale cattolica è dedicata a s. Andreo.

Bibl.: AAS. 39 (1947), pp. 476-78; The Catholic Directory for the clergy and laity in Scotland 1930, Glasgow 1950, pp. 184217.

Filippo Flanagan

## GLEBA: v. SERVI DELLA GLEBA.

«GLORIA IN EXCELSIS DEO» (Hyнины angeliens). - Inno liturgico molto antico che s'incontra in varie recensioni: greca del cod. Bibl. Alessandrino $(=A)$ e delle costituzioni apostoliche, VII $47(=\mathrm{C})$; siriaca della liturgia nestoriana ( $=\mathrm{O}$ ); latina dell'Annifonario di Bangor (sec. viI). Inoltre esiste una recensione latina milanese, mozarabica e del «restaurazepus» del Messale romano. Secondo Lebreton e Capelle, la recensione A rappresenta il testo autentico meglio che C , benché A sia stato mutato sotto l'influsso delle idee d'Origene; C è stato rimaneggiato nel senso ariano dell'inegualità e della subordinazione del Figlio in rapporto al Padre; la recensione O (con le sue aggiunte e mutilazioni) risente di molte influenze. Il testo del Messale romano fu redatto nel sec. ix.

Si distinguono due parti : 1) una lode, 2) una supplica, preghiera. La parte prima, la lode, assai antica per le caratteristiche testimonianze degli scrittori subapostolici, rimarrò già al sec. II ed è composta a) dal cantico degli Angeli (Lc. 2, 14), molto affine ad un antico canto messianico "Osanna" ( $=$ Gloria) nella forma data da Luca $(19,38)$ con riferimento a Ps. 117, 25 sg.; b) esaltazioni di Dio in forma di acclamazioni; ma non c'è probabile relazione tra queste e le acclamazioni imperiali al Senato romano. La loro vera origine è giudicta (Baumstark); c) si chiudeva con una adeguata finale che ripeteva i tre nomi divini (cod. Aless., Bangor, Milano, mozarab.). Oggi manca la menzione dello Spirito Santo. A questa prima parte, già esistente al tempo precostantiniano, si aggiungeva, contro gli ariani, la seconda parte cristologica (sull'esempio del "Te Deum»), contenente a) acclamazioni cristologiche "Domine Deus, Agnus Dei», "Pilius Patris» (originalamente chiudeva al "Domine Deus 4 ); b) una specie delle

## Page 529

più antiche litanie; c) una triplice predicazione; d) il finale trinitario. L'omissione della menzione dello Spirito Santo, nella prima parte, ha dato all'inno una cocsione più strettamente cristologica; già nella recensione C. infatti, tutto il «Gloria - si dirige al Padre per il Figlio.

I documenti più antichi, tanto orientali, quanto occidentali (Regole di Cesario, di Aureliano, Milanese, Bangor) assegnano il "Gloria " alla liturgia dell'ora matutina; nella Chiesa romana si usa già al sec. vi nella Messa di Natale. Simmaco papa (m. nel 514) ne estese l'uso per i vescovi alle domeniche ed alle feste dei martiri. Ai sacerdoti l'une ent permesso soltanto al giorno dell'Ordinazione e nella vigilia pasquale fin al sec. ix; dal sec. 21 l'uso divien generale. Non si canta durante l'Avvento, e da Settuagesima alla vigilia pasquale, e ciò già al tempo di Amalario; si dice oggi nelle feste per tutto il tempo pasquale e nelle domeniche comuni e nei giorni quando nell'Ufficio si recita il "Te Deum ".

Bibl.: A. Gastoni, La grande Dosalogic, in Reune de l'Orient chretien, 4 (1899), pp. 280-90; C. Blume, Der Engethymnus Gloria in exc. Dev. in Stimmen aus Maria Laueh, 73 (1907), pp. 43-62; A. Baumstark, Die Textibetlieferung des Themas angelicus, Bonn 1919, pp. 83-87; id.. l'ou geschichtl. Werden der Liturgie, in Etriscia oram, 10 (1923), p. 20; P. Labastan, La forme privative du Gloria in excelsis: Psico ou Clorist ou prive à Dieu le Père?, in Rech. de science (clu), 13 (1923), pp. 322-29; J. A. Jungmann, Die Stellung Christi im lit. Gebet, Münster 1923, pp. 144-45; J. Brinktrinc, Zur Entstehung und Erblü̈rung des Gloriz in excelsis, in Röss. Onomahclieft, 35 (1927), pp. 303-15; A. K. Osh, Die grasse Dosalugie der Kïche, in Bibel und Liturgie, 2 (1928), pp. 274279; G. Prado, Una nueva reccuson del himmo "Gloria in excelsis", in Epheoastales liturgiar, 46 (1932), pp. 481-86; G. Brinktrine, La S. Messa, trad. it., Brescia 1945, pp. 68-74; M. Richetti, Manuale di storia liturgica, I, Milano 1945, pp. 181-83; J. A. Jungmann, Misurum sollemnia, I, Vienna 1948, pp. 420-43; B. Capelle, Le texte du Gloria in excelsis, in Rev. d'hist. reel., 44 (1949), pp. 239-457; M. Hualo, La mélodie grecque du Gloria in excelsis et son utilisation dans le Gloria, in Recue grégorienne, 29 (1950), pp. 30-40.

Pietro Siffrin
"GLORIA PATRI». - Formola di lode e di glorificazione a tutte le tre Divine Persone, è un semplice sviluppo della formola battesimale trinitaria (Mt. 28, 19). Non si sa precisarne l'autore né il tempo dell'introduzione nella liturgia.

La dossologia si usava dai Padri in varie forme: quella di «G. P. per Filium in Sp. S. ", quasi generalmente in Oriente (Origene, De orat., 33) o quella di "G. P. cum Filio et Sp. S." (Martyrium Polycarpi, 14, 3, 24, 3). Finalmente come parola d'ordine degli ortodossi, la formola venne mutata in quella di «G. P. et Filio et Sp. S. " (iscrizione siriaca del 369; Flaviano d'Antiochia al 381), mentre gli ariani ritenevano la prima "G. P. per F. in Sp. S. ", per sé non erronea, ma malamente da essi interpretata (s. Basilio, De Spiritu Sancto, del 375). Nella liturgia mozarabica si dice, conforme a Ps. 28, 2, "Gloria et honor Patri et F. et Sp. S." secondo il Concilio toletano IV, can. XV del 633, autore s. Isidoro.

Alla dossologia si aggiungeva la clausola finale «in saecula saeculorum. Amen», usitatissima presso gli Ebrei (v. Rom. 16, 27; Hebr. 13, 21); si usa anche oggi, sola, nella liturgia mozarabica; dai Greci e dai Latini si premente "Et nunc et semper et ". Proprio delle sole Chiese occidentali (esclusa la Spagna), la clausola s'inizia con "Sicut erat in principio", introdotta al sec. v, anche essa come protesta contro gli ariani, secondo la prima attestazione del Concilio di Vaison (529); è dubbio qual ne sia il soggetto, se il termine "Gloria" o il Figlio o un soggetto sottinteso.

La dossologia "G. P." si usa come versetto salmodico alla fine dei salmi nell'Ufficio, eccettuato il triduo sacro; nella Messa soltanto ai salmi Judios (42) dell'Introitn. e a quello del Lawabo (25), anche qui eccettuato il tempo della Passione e le Messe di Requiem. L'aggiunta dà ad ogni salmo un'intonazione cristiana; venne forse per la prima volta usata in Antiochia nel canto antifonario e si propagd con quello per tutto il mondo; al tempo di s. Benedetto l'uso è generale. Nell'uso extraliturgico il "G. P." fu sempre una delle formole più popo-
lari; la prima parte si ritiene come una professione di fede, accompagnata talvolta con segno della Croce.

BibL.: J. A. Junemann, Die Stellung Christi im liturgischen Gebet, Münster 1922, pp. 151-77; L. Eisenhofer, Handbuch der hoth. Liturgie, I, Friburgu in Br. 1932, p. 169; J.A. Jungmann, Misurum sollemnia, I, Vienna 1949, pp. 406-407; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, I, $2^{\circ}$ ed., Milano 1950, pp. 195-96. Pietro Siffrin

GLOSSA. - Spiegazione letterale di un termine o di una frase, dal greco " $\lambda$ ó $\sigma \sigma \alpha$ " lingua ", quindi anche "dialetto, idiotismo, maniera o voce antica o rara" che ad intendersi ha bisogno di una nota, la quale dicevasi pure "g.". In quest'ultimo significato " $\lambda$ ó $\sigma \sigma \alpha$ è usato dai grammatici greci; poi "g. o "glossema" è detta la spiegazione stessa delle parole. Le parole spiegate insieme, con la spiegazione, si chiamavano "glossari ".

1. Le G. alla Bibbia. - Spiegazioni di certe parole, inserite nel testo, si trovano in tutti i libri antichi ed anche nella Bibbia, perché i copisti o i lettori scrivevano spiegazioni di parole antiquate, di nomi di luoghi che erano stati cambiati, nel margine o anche nel testo stesso. Così, p. 19., nella Volgata, Gen. 31, 47 sg. Girolamo aggiunse per spiegare come il mucchio di pietre eretto da Laban e Giacobbe era stato chiamato con parole diverse: "uterque iuxta proprietatem linguae suae ", e Jos. 3, 168 per spiegare le parole "mare solitudinis " ha aggiunto: "quod nunc vocatur mortuum ". Per il testo ebraico, la masora (v.) stessa è in gran parte un glossario, come anche gran parte dei commentari dei rabbini.

Quando queste g. divennero numerose, furono raccolte in opere separate chiamate "glossari ", e gli autori di esse si chiamavano "glossatori ". Il più antico glossario greco conosciuto è quello di Esichio d'Alessandria, nel quale però le g. sacre sono state aggiunte dopo (sec. v). Altri glossari o dizionari greci composero Teodoreto, Foxio, Ecumenio, Zonara, e specialmente Suida (ca. il 976), nel cui glossario le g. bibliche costituiscono una parte importante, derivate generalmente da Esichio ed altri interpreti greci. Tra le opere dei Padri, specialmente quelle di Gregorio Nazianzeno e di Dionigi Areopagita, furono glossate.

A questa classe di glossari o dizionari appartengono anche gli Onomastica sacra, il più antico conosciuto dei quali proviene dalla scuola di Origene e fu poi rifatto da s. Girolamo (Liber interpretationis nominum Hebraicorum), poi il dizionario toponomastico di Eusebio da Cesarea tradotto da s. Girolamo (De situ et nominibus locorum Hebraicorum).

Per il testo latino della Bibbia abbiamo la G. ordinaria e la G. interlinearis. La prima non è un glossario o dizionario nel senso proprio della parola, ma è un commento continuo di tutta la S. Scrittura, che nel medioevo godeva grandissima autorità. Essa è stampata in PL 113-14, e, insieme con la G. interlinearis, anche edizioni delle Postille di Nicolò da Lira. Mentre la G. interlinearis viene attribuita a Anselmo di Laon, la ordinaria era comunemente ascritta all'abate di Reichenau Walafrido Strabone (m. il 17 luglio 849), ma indagini recenti, specialmente della signora B. Smalley, dimostrano che essa è stata composta non prima del sec. 221, ed è in grande parte opera di Anselmo da Laon e della sua scuola, che hanno usato lavori già esistenti di Lanfranco, Berengario di Tours ed anche di Walafrido Strabone, cioè estratti dalla sua g. sulla Genesi e sull'Eoedo (v. catene bibliche, III).

BibL.: F. Vigouroux, Glose, in DB. III, coll. 252-58; J. Beckmann, Glossen, in LThK. IV, coll. 538-41; B. Smalley, Gllberius Universalis, bishop of London (1128-34), and the problem of the "G. ordinaria ", in Rech. de théol. anc. et médiérale, 7 (1935), pp. 235-62; 8 (1936), pp. 24-60; id., La "G. Ordinaria ". Quelques

## Page 530

prédicesseurs d'Ausclue de Laon, ibid., 9 (1937), pp. 365-400; J. de Blic, L'oeuvre cxégétique de Walafrid Strabon, ibid., 16 (1949), pp. 5-28.

Arduino Kleinhans
II. Le g. ai testi di diritto civile e canonico. La letteratura giuridica bizantina ha la forma analoga degli scolii, di cui i più importanti e più noti sono quelli ap. posti alla compilazione dei Basilici, la famosa rielaborazione del Corpus iuris civilis, che si attuò in Oriente ad opera degli imperatori Basilio il Macedone e Leone il Filosofo (v. basilio i).

Nel primo medioevo l'elaborazione sotto forma di annotazioni attaccite al testo si continuò nelle scuole teologiche e religiose e passò pure a quelle letterarie e di retorica. Nel campo del diritto, e soprattutto del diritto civile, forse la forma delle annotazioni particolari si sviluppò dalle indicazioni pedissequie al testo (catupidar) consentite da Giustiniano.

Tuttavia l'espressione g. non venne in uso e non fu caratteristica se non nel medioevo, quando passò a indicare tanto la singola annotazione particolare a un testo, quanto l'insieme di quella elaborazione per via di interpretazioni particolari, come pure la scuola e i maestri, che di quella forma principalmente si servirono. Glossatori furono detti, poi, antonomastricamente, gli studiosi - specialmen-
te bolognesi - autori, a partire dal sec. xi-xir, di g. ai testi del Corpus iuris civilis. Iniziatore di questo genere di commenti è considerato comunemente Irnerio (v.), il quale, secondo una opinione erronea, ma non di meno assai diffusa, sarebbe stato il primo a glossare i testi giuridici romani. A tacere dei precedenti costituiti dalle scuole lombarde, romagnole e toscane, pare che, proprio in Bologna, Irnerio sia stato invece preceduto da Pepo, studioso definito contraddittoriamente nelle fonti come nullius nominis o come clarus Bononiensium lumen; ma a lui va certo il merito di aver per primo studiato quei testi da vero giurista e di avere in questo senso dato origine ad una scuola. Suoi allievi diretti furono i quattuor doctores Bulgaro (v.), Martino Gosia (v.), Ugo (v.) e Jacopo di Porta Ravegnana (v.); con i quali la scuola si divise in due correnti, una facente capo a Bulgaro, l'altra a Martino, aventi un indirizzo rispettivamente teorico ed ispirato alle esigenze del-
l'equità. Alla prima di queste correnti appartengono Rogerio, Alberico di Porta Ravegnana e Giovanni Bassiani; alla seconda Placentino, Pillio da Medicina ed Ottone Pavese.

Ai glossatori va il merito di avere inaugurato un nuovo periodo nella storia giuridica europea, giacché a tutta l'Europa si diffuse il loro insegnamento, con la scuola di Placentino a Montpellier e di Vacario di Mantova a Oxford. La loro opera continua nel sec. xiri, nel quale emergono le figure di Azone e di Odofredo (v.); e si chiude con Accursio (v.), l'autore del grande apparato che prenderà il nome di g. ordinaria o megari.

La specie delle g. e il metodo di glossare fu altresi caratteristico della scuola di diritto canonico, quando si p ocedette alla prima elaborazione esegetica attorno al Decreto di Graziano (v.), i cui glossatori furono appunto detti decretisti (v.).

Il metodo continuò ancora attorno alle raccolte delle decretali che si fecero successivamente e le cui esplicazioni particolari si chiamarono pure glossae o apparatus glossarum, ma il nome di glossatori resta tuttavia, nel campo del diritto canonico, tipicamente riservato ai primi maestri di diritto canonico, che furono interpreti del Decreto di Graziano.

Quanto alla loro forma, le g. erano o interlineari o marginali, a seconda che poste nell'interlinea del testo o a margine di questo ; e la distinzione anzidetta non sempre corrisponde all'altra di g. letterali e di g. dogmatiche, nella cui prima specie si intende la migliore spiegazione o sostituzione di una parola del testo e il richiamo di passi paralleli o contrari del testo; mentre nella seconda vi è l'esplicazione del principio contenuto nel testo e la discussione dottrinale con la risoluzione dogmatica dei punti contrari.

Come genere letterario caratteristico, derivante dal riavvicinamento materiale di g., sorge anche nella dottrina canonista l'altro genere delle summae, esposizione ordinata e sintetica delle norme diffuse nel testo, come ebbe a dimostrare per il diritto canonico chiaramente lo Juncker.

## Page 531

Nella scuola dei decretisti, oltre le glossae si ebbero come generi letterari di elaborazione più importanti: excerpta e exceptiones, summae, distinctiones, quaestiones, brocharda, casus e historiae, mutuando le varie specie indicate, meno l'ultima forse, dalla scuola parallela di diritto civile.

Il metodo di glossare continub attorno ai testi delle decretali (v. Decretalisti).

BibL.: F. Masssen, Beiträge zur Geschichte der iuristischen Literatur des Mittelalters (Sitzangsber. der K. Ahad. der Wiss., Phil.-Hist. Kl., 24), Vienna 1827, pp. 4-84; J. F. Schulte, Zur Ge. schichte der Literatur über das Dehret Gratians I. II. III Beitr. (Sitzangsber. der K. Ahad. der Wiss, Phil.Ilist. Kl., 65), Vienna 1870, pp. 299-322; ibid., 64, ivi 1871, pp. 93-142; ibid., 65, ivi 1872, pp. 21-76; id., Die Glosse zum Derret Gratians von ihren Anfängen bis auf die jüngsten Auszuden (Dauhschr. der Phil. hiat Kl. der K. Ahad. der Wiss., 21), ivi 1872; H. Singer, Beiträge zur Würdigung der Decretislasititeratur, in Archiv für Katholisches Kirchenrecht, 69 (1843), pp. 369-447; 73 (1895), pp. 3-124; E. Bosis. Storia del diritto italiano, II, 1, Milano 1925, p. 750 sgg.; I. Juncker, Summen und Glossen. Beiträge zur Literaturgeschichte des k. nmmischen Rechts im 15. Jahrhundert, in Zeitschrift der Savigny Stiftung für Rechtsgesch., Kun. Abt., 45 (1925), pp. 384-474; S. Kuttner, Repertorium der Kammistik (1126-1132). Tradiz. mas corporis glossarum, I (Studi e testi, 71), Città del Vaticano 1937; e inoltre la bibl. delle voci cui si rinvia nel testo. Antonio Rota

## GLOSSOLALIA : v. CARISMI.

## GLOTTOLOGIA: v. LINGUISTICA.

GLUBOKOVĖKIJ, NIECLĄ NIEANOPOVIĆ. Nisto teologo, esegeta e storico russo (1863-1937), riconosciuto come autorità di primo ordine tra i teologi «ortodossi».

Dottore in teologia dell'Accademia ecclesiastica di Mosca, professore nell'Accademia ecclesiastica e nell'Università di Pietroburgo, fu membro corrispondente dell'Accademia imperiale delle scienze e onorario delle Accademie ecclesiastiche di Mosca, Kiev e Kazan. Riuscì a lasciare la Russia nel 1921; soggiornò in Finlandia, Germania e Cecoslovacchia ed insegnò per breve tempo nell'Università di Belgrado. Dal 1923 risiedette a Sofia dove diventò professore nell'Università e dove morì. Dul. l'Istituto teologico ortodosso di Parigi fu annoverato tra gli insegnanti.

Il G., laico, è rappresentante della teologia ufficiale russa di vecchio stampo. Fatto significativo: egli, teologo di professione, non volle riconoscere Chomjakov, il capo teologico degli slavofili, come autentico teologo. Sebbene piuttosto tradizionale, dipendeva nelle sue ricerche molto più dai preve. stanti che non dai cattolici. Cercò Punione dei cristiani, ma rigettò decisamente il primato del Papa.

Tra le sue opere più importanti in russo: Il beato Teodoreto, vescovo di Ciro. La sua vita ed attivita lette-
![img-13.jpeg](img-13.jpeg)
(Inf. Enc. Cult.)
Glossa - G. al Corpus iuris civilis (Institutiones. fine lib. II-inizio lib. III. Biblioteca Vaticana, cod. Palat. lat. 766, fol. 30 ${ }^{\circ}$.

## GLUCK, ChRISTOPH WILLIBALD. - Compositore melodrammatico,

n. a Weidenwang presso Erbach, in Baviera il 2 luglio 1714, m. a Vienna il 15 nov. 1787. Da giovane fece parte della Schola cantorum del Collegio dei Gesuiti di Komotau, ove studiò canto, pianoforte, organo.

Recatosi a Praga, continuò gli studi guadagnandosi la vita cantando nelle chiese e suonando il violino, nel quale si era perfezionato con il p. Czernohorsky. Nel 1736 si recò a Vienna ove ebbe modo di farsi apprezzare per la versatilità del suo ing