volume-06

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i Gesuiti di Komotau, ove studiò canto, pianoforte, organo.

Recatosi a Praga, continuò gli studi guadagnandosi la vita cantando nelle chiese e suonando il violino, nel quale si era perfezionato con il p. Czernohorsky. Nel 1736 si recò a Vienna ove ebbe modo di farsi apprezzare per la versatilità del suo ingegno musicale. Il principe di Melzi lo inviò a Milano alla scuola del Sanmartini. Nel 1741 compose l'Artaserse, opera di pretto stile italiano che ebbe immenso successo. Negli anni seguenti viaggiò molto conquistandosi largo fama. Nel 1756 il Papa lo creò cavaliere dello Speron d'Oro, del quale il G. molto si gloriava. Con l'aiuto del poeta italiano Calzabigi ideò e attuò la riforma del teatro melodrammatico. A Parigi ebbe quali forti competitori il Lulli ed il Meul. L'Alceste e l'Ifigenia in Aulide restano, fra le altre molte opere, i suoi capolavori.

Di strettamente sacro, oltre alcune composizioni giovanili, restano un De profundis, un Miserere, una Messa ed alcuni morteti che nulla aggiungono alla meritata fama di insigne operaio.

BibL.: Per avere una idea della vasta letteratura gluckiana sono utili: I. D'Udine, G., Parigi 1913; S. Wortmann, Die deutsche G.-Literatur, Norimberga 1914; N. Ared, Zur Kunst G.,

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Ratisbona 1914; I. Pizzetri, Il teatro musicale in G., Firenze 1914. Importantissimi per la conoscenza del G. sono gli studi del G. Jahrbuch, Lipsia 1913-18; A. Einstein, G., Londra 1936, vers. it., Milano 1946.

Silverio Mattei
GNANA PRAKASAR, Swaminadar (Swaminathapillai). - Missionario n. in Manipay, vicariato apostolico di Jaffna, il 30 ag. 1875 , da genitori indù, e ivi m. il 22 genn. 1947. Perduto il padre fu battezzato insieme con la madre. Fece prima il ferroviere, poi nel 1895 entrò nel Seminario di Jaffna, nel 1897 si fece oblato di Maria Immacolata e nel 1901 fu ordinato sacerdote. Nel 1904 cominciò in Nallur la sua missione tra i pagani. Fino alla sua morte riuscì 2 fondare 37 stazioni e a convertire più di 3000 indù.

Innanzi tutto però il p. G. si segnalò come scrittore. Già come seminarista aveva pubblicato trattatelli e fogli volanti; giovane sacerdote fondò a Kayts la libreria cattolica. Oltre a molti scritti religiosi, pubblicò : A History of the Catholic Church in Ceylon, I, Period of beginnings 1501-1602 (Colombo 1926), e la storia della diocesi di Jaffna sotto il vescovato di mons. Henry Joulain O.M.I. XXV Years Catholic Progress (Jaffna 1925). Si segnalò inoltre come linguista per le pubblicazioni: Studies in Tamil etymologies e il suo Lessico tamulico in 20 volumi, di cui egli stesso poté pubblicare solo 6.

BibL.: Streit, Bibl., VIII, pp. 729-63; Missions O.M.I., 75 (1948), pp. 304-18; The New Review, 76 (1947), pp. 31-36. Giovanni Rommerskirchen

GNECCHI SOLDI, Organtino. - Gesuita, missionario, n. a Casto Val Sabbia (Brescia) nel 1553, m. a Nagasaki il 22 apr. 1609. Gesuita nel 1555, fu per alcun tempo rettore del Collegio di Loreto e poi di S. Paolo a Goa, nell'India, dove era passato nel 1567. Ma già l'anno seguente salpava per il Giappone e, stabilitosi nella capitale Miyako, vi rimaneva dal 1570, per più di 35 anni, anche nei periodi di persecuzione. Affranto dalle fatiche e dalla malattia, fu costretto a ritirarsi a Nagasaki nel 1606, dove tre anni dopo morì.

Amato e stimato da tutti per la sua dolce prudenza, lo zelo indefesso (battezzò in un anno 11.000 idolatri), l'abilità di governare, godette la speciale confidenza dei due re Taikosama e Nobunaga, dai quali ottenne parecchi favori. A Miyako costruì una bella chiesa, concorrendo i fedeli largamente alle spese, e a ricordo dell'arrivo del Saverio in Giappone, avvenuto il 15 di ag., la volle dedicata a Maria Assunta e il 15 ag. 1576 la benedisse, non ancora finita, e vi celebrò la prima Messa. Un'altra chiesa, dedicata a s. Michele, eresse a una lega da Miyako, e aprì anche ad Azoutchi nel 1582 un seminario per formare un clero indigeno. Evede dello spirito del Saverio, ringraziava il Signore di averlo eletto a schiavo della sua prediletta sposa, la cara cristianità giapponese.

Biol.: Sommervogel, Organtino, V, coll. 1932-34; L. Frois, Historia do Japão, pubblicata in vers. ted. da G. Schurhammer e A. Voretzsch, Die Geschichte Japans (1349-78) von P. Luis Frois nach der Handschrift der Aindubibliothek in Lissabon, übersetzt u. kommentiert, Lipsia 1926, pp. 409, 467-68 e passim; D. Bartoli, Opere, X-XIII. Il Giappone, I, Torino 1825, capp. 5465, pp. 198-248; II, ivi 1825, cap. 25, p. 102 sg.; cap. 37, p. 169 sgg.; III, ivi 1825, cap. 42, pp. 220-27; L. Deplace, Le catholicisme au Japon, I, Bruxelles 1909, pp. 137-38, 176-214; II, ivi 1910, p. 66.

Celestino Testore
GNESNA (GNIEZNO). - Città della Polonia eretta ad arcidiocesi e metropoli verso il 1000 da Ottone III. Primo arcivescovo: Radym-Gaudenty, fratello di a. Adalberto. Dal 1419 l'arcivescovo di G. è primate di Polonia, dal 1668 primate del Granducato di Lituania. Il primate, vicarius regni generalis, primus princeps Poloniae, sostituiva i re durante l'interregno con carattere d'interrex. Nel Senato occupava il primo posto. Con bolla di Leone X: Pro excellenti, del 1515, il primate è legatus natus. La metropoli di G. dal 1821
fu unita a Posnania, dal $1^{\circ}$ maggio 1946 separata ed unita pro hac vice a Varsavia.

Diocesi suffraganee : Wladislavis-Wloclawek, CulmaChełmno. La diocesi di G. ha una superfice di 8300 kmq . Cattolici: 732.000 . Parrocchie: 272. Chiese: 424 delle quali : parrocchiali 243 , filiali 63 , di conventi 10 , cappelle 108. Sacerdoti incardinati nella diocesi : 240 , dei quali a vescovi, 170 parrocí e amministratori, 31 vicari, 20 catechisti (nelle diocesi di Lwów, Luck, Piñsk, Vilna, occupate dai sovietici, e in altre diocesi: sacerdoti secolari 49, regolari 52). Religione : 570. Case religiose: maschili 10 , femminili 71. Seminariati superiori: 77. Istituti di beneficenza, assistenza e cura: 36 con 1419 ricoverati. Perdite di guerra: chiese distrutte 15 , danneggiate 77 , chiuse per sempre 314 , fra le quali 9 di alto valore storico. Sacerdoti diocesani periti durante la guerra 180 ( $48,8 \%$ ). Centri dei pellegrinaggi: Gniezno, Dobrówka Kościelna, Górko Klasztorna. Cattedrale gotica del xiv sec. al luogo della prima del x sec. alcune parti del xviri sec., porta di bronzo del xir sec., dono del re Boleslaw Krzywousty. Presso la Cattedrale la chiesa di S. Giorgio, primo tempio cristiano in Polonia. Altre chiese notevoli: di S. Giovanni del xiri sec., parrocchiale di S.ma Trinità del xiv sec. A G. fu battezzato Miescko I, il primo sovr. no storico di Polonia, nel 966. Fino al xiv sec. G. fu la città d'incoronazione dei re. Santi: s. Adalberto (circa 956-97), patrono di Polonia, le cui reliquie sono nella Cattedrale; cinque Camaldolesi polacchi (Jan, Benedykt, Izack, Mateusz, Krystyn), trucidati nel 1005. Arcivescovi eminenti : Jakób ze Znína, morto nel 1148, Jakób Śvinka, morto nel 1313. Mikulaj Traba (1358-1422), primo primate di Polonia, delegato al Concilio di Costanza, Fryderyk Jagiellończyk (1468-1503), anche vescovo di Cracovia, cardinale, Jan Łaacki (1455-1531), primo legatus natus, grande statista, Bernard Maciejowski (1548-1608), cardinale, Maciej Łubieński (1572-1652), Andrzej Olszowski (1621-77), Michał Radziejowski (1641-1705), cardinale, Ignacy Krasicki (1735- 1801), scrittore e poeta, Mieczysław Halka Ledóchowski (1823-1902), cardinale, prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, imprigionato all'epoca del Kulturkampf, August Hlond (1881-1948), cardinale.

Bibl.: A. Bielowski, Monumenta Poloniae historica, I. Leopoli 1872, pp. 137-222, 229-60, 314; II, p. 793; X. M. Bulinski, Historia Kościoła Polskiego, I. Cracovia 1873, pp. 199-208, 417-59; II, pp. 135-63; III, pp. 209-11, 217-27; X. M. Nowodworski, Encyklopedia Koniolna, I. Varsavia 1878, pp. 387-94; VI, pp. 199-228; Ks. J. Korytlowaskj, Arcybishupi znieśnieniscy, Primusowir i Metropoltsi polscy, I. Poznan 1888, pp. 143-60, 223-45, 453-506; II, pp. 1-75, 404-542, 580-739; III, pp. 539-92; IV, pp. 1-56, 23265, 293-371; V, pp. 215-54; S. Zakrzewski, Boleslaw Chrobey Wielki, Leopoli-Varsavia-Cracovia 1925, pp. 90-140; M. Bobrzyánski, Dzieje Polski w zarysie, I. Varsavia 1927, pp. 7084; I. Cizanowski, Historia Literatury Polski Niepoldegiej 1963-1993), ivi 1930, pp. 464-535; P. M. Piroczński, Nietzschea Koxciola Katolichiego w Polsce, in Homo Dei, Vroclaw 1946, pp. 80-82; P. W. Szehdrski, Society Wioiisch. ibid., 1947, pp. 7883; P. M. Piroczinski, Seminario Duthonow w Polsce, ibid., 1948, p. 84; id., Ze statystyhi Koxciola w Polsce, ibid., 1948, pp. 464467; pp. 278-79.

Adam Macielinski
GNOSEOLOGIA: v. CONOSCENZA.
GNOSI. - 1. Terminologia e significato. - La g. in tutte le sue forme, anche in quelle di una semi-g., ha sviluppato un suo proprio vocabolario e questo linguaggio particolare è prova che nella g. si ha a che fare con una mentalità sui generis, che però nel ricco uso di parole figurative rivela più uno spirito artistico e soggettivo che una disciplina scientifica. Caratteristico per la g. è l'uso della parola "straniero", "Straniero" è la vita nell'al di là (p. es., presso i mandai e bardesaniti), "straniero" è anche il messaggero divino che viene in questo mondo (nel marcionismo designazione per Cristo, presso i manichei per Mani). Per questo termine v. H. Jonas, Gnosi und spätantiker Geist, Gottinga 1934, p. 96 sg., 122 sgg.; S. Petrement, Le dualisme chez Platon, Parigi 1947, p. 164 sgg.; H. Ch. Puech,

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Le manicheisme, Parigi 1949, p. 153, n. 273). «Straniera» è anche l'anima che si trova in questo mondo o che è passata per una serie di mondi (sette o dodici), di «coni» (v. H. Jonas, op. cit., p. 99). Si distinguono Eoni delle tenebre e Eoni della luce. L'origine di questo termine deve essere cereato nelle dottrine dei «Caldei» (astrologi babilonesi), ma il significato peggiorativo è caratteristico per la g. Si tratta del mondo nella sua estensione nello spazio e nel tempo ("generazioni» che la g. vuole superare). L'universo diventa in questo modo una "cellula creatoris" (Marcione), una "casa" (v. Libro di Enoch, cap. 90, 28 sg .) che sta per crollare ("casa» sia per la fabbrica dell'universo sia per il corpo), mentre l'anima cerca un'« abitazione» nella regione della luce, nella sēh $m \bar{a} h$, nella "gloria" (per "abitare», come termine tecnico, v. H. Jonas, op. cit., p. 101 sg.).

Il mondo "straniero" e questo mondo sono distinti fra di loro come la "luce" e le "tenebre", termine centrale nel manichesimo, in parte anche nel mandeismo. I "marcioniti" hanno distinto la luce del demiurgo di questo mondo dalla luce del mondo futuro (A. Harnack, Marcion, $2^{\mathrm{a}}$ ed., Lipsia 1924, p. 263 sg.). Ma in realtà questo mondo è un miscuglio di « luce» e di «tenebre», di "acqua vivente" (v. Io. 4, 10) e "acqua torbida", di "fuoco vivente" e di "fuoco tenebroso" (Corpus Hermeticum I, 28, manicheismo, mandeismo). Per l'interessante distinsione (ranica?) di due fuochi v. Nyberg, in Journal asiatique, 214 (1929), p. 217; ibid., 219 (1931), p. 222. L'idea dell' acqua nera "viene, secondo il libro iranico Shand Guntrik Vicar (v. P. I. de Menasce, Une apologétique maudienne, Friburgo 1945, p. 183), dalla religione giudaica. Si tratta dell' acqua primitiva " della genesi quando c'erano solo le tenebre e l'abisso. L'uomo è "caduto" in questo mondo, dove si trova "prigioniero", "incatenato", e dove erra pieno di angoscia (Inno dei Naorieni, Ippolito, Refut., V, 10, 2) tormentato dalla nostalgia della "patria" celeste: è espressione bellissima di quest'ultima idea il famoso inno dell'anima negli Atti di Tommaso (capp. 108-12; v. per questo tema H. Jonas, op. cit., p. 109 sg.). L'anima in questo mondo è "stardita", ha perso la sua coscienza, è intossicata da un "veleno" (su questa immagine v. H. Jonas, op. cit., pp. 114, 299; H. Ch. Puech, op. cit. pp. 77 e 169 n. 312). Secondo la letteratura cristiana il veleno si è trovato nell'albero della conoscenza (Apoc. Mozis, cap. 12; Liber graduum, ed. Kmosko, Patrologia syriaca, III, Parigi 1926, p. 586). L'anima è diventata "cieca" e "sorda", si è "addormentata" (v. H. Jonas, op. cit., pp. 45, 113-18, 126-34), l'uomo si comporta in questo mondo come un "ubriaco". Famoso è l'inizio del trattato VII del Corpus Hermeticum: "dove vi fate trascinare, o uomini, che siete ubriachi, perché avete bevuto il vino forte della ignoranza" (Hermès Trismégiste, ed. A. D. Nock-A. J. Festugière, I, Parigi 1945, p. 81, 3 sgg.; v. ibid. anche trattato I, 27: "o popoli, uomini nati dalla terra che vi siete abbandonati alla ubriachezza e al sonno, diventate sobrii" [pp. 15, 21]). Per l'immagine, v. Ed. Norden, Agnostos Theos., Lipsia 1929, pp. 3-7, 132, 139 n. 1, 199 n. 3, 4, 295 sg. e L. I. Festugière, in Harvard Theol. Rev., 31 (1938), p. 4 sg . L'uomo si sente in questo mondo "sradicato", tagliato dall'«albero", dalla "radice", in un altro mondo (v. Aedepios, cap. 6, p. 302, 21 sg.; ed. di A. D. NockA. J. Festugière. Su questa importante immagine della radice nel manicheismo v. H. Ch. Puech, op. cit., pp. 74, 159 n. 285 , presso mandei e bardecaniti, G. Windengren, Mesopotamia Elements in Manichaeism, Uppsala 1946, p. 15 n. 1).

Ricostruendo da una analisi di queste immagini la visione del mondo che sta alla base, si vede chiaramente che la g. non ha niente a che fare con la visione del mondo, com'era presso i Greci, anzi ne sta in pieno contrasto. Il greco si trovò in questo mondo come in casa propria, lo gnostico invece vi si sente straniero. Per il greco l'universo era una cosa ammirevole, per lo gnostico è una prigione. I Greci trovano la luce in se stessi e in questo mondo
(v. R. Bultmann, in Philologus, 97 [Wiesbaden 1948], p. I sg.; gli gnostici la trovano in un altro mondo. L'anima che presso i Greci elevava l'uomo sopra la materialità del suo corpo, fa presso gli gnostici anch'essa parte della bassezza di questo universo. Alla disincarnazione dell'uomo corrisponde nella g. una fuga dal mondo. Presso i Greci il divino fa parte di questo universo, nella g. Dio è non soltanto separato, ma proprio opposto al mondo (Plotino [Ibnwald, II, 9, 16] da vero greco condotto l'affermazione gnostica). Questo fatto si esprime presso gli gnostici nella distinzione di un "dio di questo mondo" e di un Dio superiore, inintelligibile, di un dio "ignoto". Il "dio di questo mondo" può essere designato sotto diverse forme: o con termini presi dal vocabolario degli astrologi ("arconte" e "cosmocrator"), o con vocaboli che sono stati presi dal Vecchio Testamento (Iao, Sabaoth ecc.; cf. H. Jonas, op. cit., p. 229) e finalmente anche con il termine più generale di "demiurgo" (artefice). Il demiurgo gnostico ha i suoi collaboratori: o i sette pianeti o le dodici costallazioni dello zodiaco, secondo il linguaggio astrologico, o gli angeli secondo una tradizione giudaica (il plurale: "faciamus hominem" in Geu. 1, 28 spiegato con la collaborazione degli angeli nella creazione). Il demiurgo gnostico non è semplicemente un Dio inferiore di fronte a un Dio superiore, un secondo dio, ma è un dio ignorante, un essere che si crede dio fin che si accorge della luce di colui che è veramente Dio (Ireneo, I, 29, 4, p. 263; St., 30, 6, p. 267; Ippolito, Refut., VII, 25, 3, 26, 1). Alla base del concetto che il demiurgo vide la luce del dio superiore sta una interpretazione di Geu. 1, 4 "et vidit deus hucen" (v. il già citato libro: Shand-Gunanik Vicar., p. 185, 52; v. anche i manichei in s. Agostino, De genesi contra manich., I, 13 e Contra Faustum, XXII, 4). Come il dio superiore della g. è un dio anticoronico coni l'antropologia della g. chiede una disincarnazione dell'uomo, una tendenza verso la distruzione del corpo mentre il pneuma divino assume la funzione di un assorbimento dell'anima umana, legata al corpo e per mezzo del corpo anche alla materialità di questo mondo. In altre parole: nella g. l'uomo non perde soltanto la sua individualità ma anche la sua personalità, la sua persona ha il suo contro nell'al di là, ed è la forma celeste, la "forma dei" ( $\mu 029 \hat{\eta} \delta \varepsilon 0 \hat{\sigma}$ ) che lo gnostico cerca di raggiungere. Per questa ragione l'uomo, che non si riconosce come veramente esistente, deve fare, per raggiungere la sua vera esistenza, le tre domande: a) che cosa eravamo? cosa siamo diventati ? b) ove eravamo ? ove siamo stati gettati ? c) dove andremo ? da che cosa saremo liberati ? (Excerpta ex Theodoto, 78, 2² ed. Sagnard, p. 202 o p. 131, 17 sgg., ed. Stählin; per questa formulazione catechetica v. dal punto formale Ed. Norden, op. cit., p. 103 sgg.). Le domande sono orientate secondo lo schema dei tre tempi, dottrina che in modo analogo è stata formulata anche nel manicheismo (v. H. Ch. Puech, op. cit., p. 74 e nota 284, p. 137 sgg.).

La risposta è questa: l'uomo deve rendersi conto di quello che era una volta prima di venire in questo mondo ed in questo corpo, creato dal demiurgo; egli deve capire anche lo stato in cui si trova oggi e deve sapere dove lo porta la sua "via". Diventano così molto importanti i due momenti della discesa e della ascesa dell'uomo (meglio dire : uomo e non anima) nel passato e nel futuro. L'inquadramento della discesa ed ascesa nello schema dello spazio è inevitabile, perché se il male viene cercato nella creazione spaziale del demiurgo, anche la salvezza deve essere cercata nello spazio sopra celeste (nel manicheismo: terra luminosa) di un dio che non è creatore di questo mondo, ma di un altro mondo. Se nel manicheismo la dottrina dei tre tempi riguarda in prima linea il problema dei tre tempi del mondo, si deve sapere che questo aspetto cosmologico del manicheismo non sta in contrasto con l'aspetto più antropologico degli Excerpta ex Theodoto e questo per il fatto che antropologia e cosmologia stanno nella g. in stretto

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rapporto. Immagine per questo fatto è la dottrina dei due alberi. "L'uomo è sempre radicato in uno dei due alberi cosmici, o nell'albero cattivo che radica la sua esistenza nel mondo del demiurgo o nell'albero buono che radica la sua esistenza nel mondo superiore." Questa radicazione dipende e non dipende dall'atteggiamento dell'uomo verso i due alberi. Essa non dipende dal suo atteggiamento in quanto l'uomo quando nasce si trova già radicato in uno degli alberi. Sotto questo aspetto può sorgere l'idea dell'esistenza di gente che sono "per natura "già degli "gnostici" e come tali anche dispensati da ogni sforzo morale con la conseguenza del libertinismo (sul libertinismo gnostico v. H. Jonas, op. cit., pp. 204, 215, 234-38; H. Ch. Petrement, op. cit., p. 268), come esistono d'altra parte uomini che sono destinati ad essere radicati per la loro "natura" nell'albero cattivo. Ma generalmente l'idea della radicazione non esclude la possibilità di una scelta fra i due alberi. Dall'atteggiamento dell'uomo verso uno dei due alberi dipende dove l'uomo cerca le sue radici. Questa libertà trova la sua espressione nel fatto che l'uomo può acquistare la g. Ma dato che la g. non è la conoscenza di un fatto nel quadro di questo mondo, non si può superare il fatto della incoscienza, di questo stato di sonno cosmico, di questa ubriachezza del secolo, se l'azione intellettuale dell'atto gnostico non sarà accompagnata da una ascesi che diventa mezzo indispensabile, un disincarnarsi per raggiungere questo atteggiamento gnostico della propria esistenza, che permette a lui di vedere fino in fondo l'inganno di questo mondo dei sensi e di arrivare a una vita di consapevolezza e coscienza.
2. Origine della g. - Il problema dell'origine della g. è stato cercato in modo diverso. Alcuni l'hanno cercato nell'ellenismo. Per A. Harnack, p. es., la g. era "l'acuta ellenizzazione del cristianesimo". I Padri della Chiesa (specialmente Ippolito) hanno paragonato le dottrine di singoli gnostici con dottrine di filosofi greci. Non c'è dubbio che alcuni gnostici si sono serviti di idee e di termini della filosofia greca per far comprensibili le loro speculazioni a un pubblico colto, educato nelle tradizioni ellenistiche.

Così, p. es., la dottrina della discesa dell'uomo è stata espressa sotto le forme della caduta dell'anima presso Platone. Però rimane il fatto, che la visione del mondo nella mentalità gnostica contrasta in pieno con quella dei Greci. Il linguaggio filosofico greco è dunque solo un modo per farsi capire dalla gente di cultura greca. La teoria che la g. viene dalla religione babilonese-persiana (Anz-Bousset) non si rende conto che il carattere anticosmico della g. non trova analogia nel caldeismo astrologico e che il pessimismo della g. non trova corrispondenza nella religione persiana, come neanche il dualismo gnostico è identico con il dualismo persiano (H. Jonas, op. cit., p. 34 sg., 352). Il dualismo nell' $\operatorname{Ir}$ án non è un dualismo teoretico (H. Ch. Petrement, op. cit., p. 322 sg.). Il ricorso di Reitzenstein a libri zoroastriani è molto problematico, perché gran parte di questa letteratura è scritta nel sec. IX d. C. e presuppone l'attività di sètte gnostiche nell' $\operatorname{Irán}$ (v. H. W. Bailey, Zoroastrian problems in the NinthCentury Books, Oxford 1943). La funzione della religione iranica e babilonese nello sviluppo della g. in Oriente non è stata molto differente da quella della filosofia greca nell'Occidente. Era un mezzo di farsi comprendere, ma niente di più. Molto significativo in questo senso è il manicheismo, che per l'Occidente si serve nella sua propaganda della terminologia filosofica greca, nell'Trán del vocabolario religioso zoroastriano ed altrove del vocabolario cinese o indiano. Perciò sarebbe imprudente cercare l'origine della g. all'infuori dello spazio geografico dove il movimento gnostico aveva il suo centro, cioè
nella Siria occidentale e orientale (Mesopotamia) ed in Egitto. Nell'ambiente di lingua aramaica (le formole liturgiche dello gnostico Marco che svolgeva la sua attività in Gallia meridionale sono aramaiche; v. Ireneo, Haer., I, 14, 2, p. 183; Harvey - 21, 3 St.; v. anche la formola di Elxai in Epifanio, Panar., 19, 4, 3, p. 221, 17 Holl), si è sviluppata la g. Ma questo vuol dire che praticamente nell'inizio la g. è l'opera di giudei o di giudeocristiani e che solo più tarfi anche altri che erano venuti a contatto con giudei e giudeo-cristiani hanno ripreso la loro attività. Si dice spesso che la g. del Corpus heranticum sarebbe la prova per l'esistenza di una g. pagana, ma in verità la g. ermetica mostra molte tracce evidenti della g. giudaica (v. C. H. Dodd, The Bible and the Greeks, Cambridge 1935), benché gli ultimi editori A. D. Neck e A. I. Festugière abbiano cercato di minimizzare questo sostrato giudalco. Studiando i testi gnostici si scopre facilmente come essi si ispirano specialmente al Pentateuco, ed in particolare alla Genesi. Si sa che la cosmogonia faceva parte delle dottrine segrete presso gli Ebrei (Chng. 2, 1; ibid., 13 a; v. Strack-Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midersch, I, Monaco 1922, p. 977; II [1924], p. 186, 307); anche le speculazioni sulla merhabbah (Ex. 1 e 10) non potevano essere insegnate pubblicamente, be la g. interpreta testi della cosmogonia biblica porta evidentemente alla luce dottrine segrete giudalche. E molto significativo ved re che un termine gnostico come "acqua nera" viene da una interpretazione giudaica del Gen. I come, d'altra parte, l'importanza data al concetto della luce nella g. si deve mettere in rapporto con la speculazione giudalca sulla "luce" primitiva (Gen. 1, 4; interpretazione in riguardo al Messia: cf. Strack-Billerbeck, op. cit., I, 161). Anche la dottrina della creazione di consecutive coppie (nv'cytac) che nella g. deve origine a molte speculazioni, viene dal racconto cosmogonico della Genesi, come anche la maniera fantastica della g. di rappresentarsi l'Adamo primitivo come un essere che sta sdraiato, immobile e cieco per terra e che solo con il "soffio della vita" viene "eretto". Finalmente le idee gnostiche sulla discesa o ascensione dell'uomo primitivo non vengono da un preteso mito iranico sull' "uomo iniziale" (Urmensch) ma dal racconto biblico della caduta di Adamo e da testi apocrifi giudaici che parlavano di una "liberazione" di Adamo (v. E. Peterson, in Revue biblique, 55 [1948], p. 199 sgg.). Ma si potrà obiettare : il rapporto della g. con la religione giudaica è in fondo non diverso da quello che la g. ha con la religione iranico-babilonese o con la filosofia greca. L'atteggiamento anticosmico della g. la mette in contrasto anche con la credenza giudaica in un dio buono e creatore del mondo; il suo pessimismo, la sua ascesi, non hanno niente che fare con l'ottimismo ebraico di attuare la giustizia in questo mondo e con la valutazione positiva dei diritti naturali (possesso, matrimonio, ecc.). Però si può constatare nel giudaismo tardivo l'esistenza di un dualismo antropologico sotto la forma della dottrina delle due inclinazioni nell'uomo: della inclinazione cattiva (jezer har-ral') e della inclinazione buona (jezer hap-ábh) che pare sia stata l'origine della g. E interessante che secondo questa dottrina ognuna di queste inclinazioni è presidiata da un angelo; vuol dire che ogni uomo non è più padrone di se stesso, ma soggetto o a una potenza buona o a una potenza cattiva. La dottrina dei due jezer appare nella letteratura apocalittica (v. B. Violet, Die Apokalypsen des Eira und des Baruch, Lipsia 1924, p. 5, n. 4), nei Testamenti dei dodici patriarchi, nella letteratura neotestamentaria e nel Talmud. Anche alla letteratura primitiva cristiana, specialmente all'autore del Pastore di Erma, ma anche alla letteratura pseudo-clementina questa dottrina non era ignota. Che, del resto, non si trattasse di una idea particolare o settoria è provato dal fatto che la preghiera del mattino degli Ebrei (Bersáh, 60 b) menziona i due jezer (v. Strack-Billerbeck, op. cit., II, 152). E da rilevare poi che nella dottrina giudaica l'inclinazione cattiva che nasce con ogni uomo (s l'inclinazione buona " invece comincia solo con lo studio obbligatorio della legge nell'età di dodici anni) è messa in rapporto con la concupiscenza, e cosi si può constatare che

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la concupiscenza appare come il peccato più caratteristico di questo mondo (v. I Jo. 2, 16) mentre si aspetta, dal secolo venturo, che venga sradicata o suggellata (v. IV. Eid. 8, 53 [Vulgata], nella edizione di B. Violet, p. 120. Sulla fine dello jezer hor-ro' nei tempi escatologici v. H. I. Schoeps, Aus frühchristlicher Zeit, Tubinga 1950, p. 49 e 224, n. 4) l'inclinazione cattiva. La concupiscenza porta alla morte, la fine della concupiscenza del mondo futuro porta con sé la « vita $\%$. Da un tale punto di partenza si può ormai spiegare l'origine della g. giudaica. La dottrina delle due inclinazioni spezzava l'unità della persona umana e portava alla conseguenza che la distinzione consecutiva di questo mondo della morte e del mondo futuro della " vita ", si trasformò (come, p. es., nelle Pseudo Clementine) in uno stato di « guerra " fra i capi dei due eoni (secoli). Cosi questo mondo viene guardato con occhi ostili dal punto di vista dell'altro mondo e alla valutazione pessimista di questo mondo contribuiva ancora il destino politico del mondo giudaico, la distruzione di Gerusalemme e del Tempio. Non è certo un caso che nel IV di Eidre e nei Testamenti dei Dodici patriarchi, che si riferiscono alla distruzione di Gerusalemme, si trovino tanti testi importanti per la dottrina dei due jezer, la dottrina stessa però è anteriore alla distruzione di Gerusalemme. Anche l'unità della persona di Adamo che si trovò fra i due alberi del paradiso venne miracolata. Si poneva il problema del peccato di Adamo, che invece di una semplice trasgressione di un comandamento divino divenne identico con la concupiscenza stessa, e così si finì di metterc in rapporto con la concupiscenza non soltanto il mondo di oggi ma di attribuire anche la sua creazione a una potenza che aveva anch'essa in sé qualche specie di concupiscenza. Come la processzione è legata alla concupiscenza cosi anche l'origine del mondo materiale venne attribuita a una concupiscenza cosmica. L'origine della g. dunque non è da spiegare con un movimento anonimo di sincretismo di diverse religioni, ma è comprensibite solo come lo sviluppo logico di un dualismo antropologico che identificava il peccato originale con la concupiscenza e inquadrava la concupiscenza, divenuta potenza cosmica, nello schema del pensiero apocalittico. La g. è anteriore al cristianesimo; ma il rispetto per le tradizioni del popolo giudaico, da cui la Chiesa aveva ereditato il libro sacro, portò all'infiltrazione di idee gnostiche e chiliastiche giudaiche nell'ambiente primitivo cristiano. Rimanendo però fedele alla lettera e allo spirito del Vecchio Testamento e riflettendo sui fatti reali della vita di Gesù (parto verginale e Risurrezione del corpo di Gesù dai morti), la Chiesa riusci a liberarsi da coloro che "non erano piantagioni del Padre" (Ignazio, Ad Trall., 4, 1; Ad Philnd., 3, 1). Però la perspicuità per scoprire l'errore non fu dappertutto uguale. Cosi si può anche constatare la permanenza di una specie di semi-gnosi in alcuni elementi della Chiesa, specialmente nei circoli ascetici (p. es., nell'encratismo o messalianismo). Lo studio di questa semi-gnosi è molto utile per la compressione della grande g. con i suoi fantastici sistemi speculativi (valentinianismo, manicheismo), perché essi mostrano chiaramente i rapporti che esistono tra la g. giudaica e la dottrina giudaica della concupiscenza. Riguardo al problema dei rapporti tra g. e predicazione cristiana, bisogna tener conto che la Chiesa (per un fondo comune di idee : autoinsufficienza del mondo, necessità di una salvezza) poteva servirsi del vocabolario gnostico, modificando il suo senso originale, per scopi di propaganda, mentre la g. non poteva assimilarsi veramente la figura del Cristo, dato che il mistero della incarnazione trascendeva le possibilità che erano date alla g. stessa.

BibL.: Una scelta di testi gnostici (nella loro lingua originale) ha pubblicato: W. Wölker, Quellen zur Geschichte der christlichen Gnosia, Tubinga 1922. Per la letteratura sulla g.: W. Anz, Zur Frage nach dem Ursprung des Guostizismus, Lipsia 1897; W. Bouzset, Hauptprobleme der Gnosia, Gottinga 1907; L. P. Steffes, Das Wesen des Guostizismus und sein Verhältnis zum katholischen Dogma, Paderborn 1922; E. de Faye, Gnostiques et gnosticisme, Parigi 1922; F. C. Burkitt, Church and Gnosia, Cambridge 1932; H. Leisegang, Die Gnosis, 2a ed., Lipsia 1936; L. Cerbaux, Gnose préchrétienne et biblique, in DR. supplent. 3; col. 639 sgg. Sulla g. giudaica, la vecchia letteratura presso
L. Blau, in Ietwish Encyclup., V. 686; G. Scholem, Les grands courants de la mystique juice, Parigi 1930 (capolavoro, ma non tratta ex professo dei rapporti tra la g. giudaica [soteriana] e la g. antica e cristiana).
G. rUSSA CONTEMPORANEA. - La g. sviluppata dai pensatori russi contemporanei vuol essere una filosofia approfondita ed universale delle verità naturali e rivelate; un tentativo di filosofia cristiana; una sintesi concreta, più che un sistema astratto e razionale, che pretende alla percezione della realtà e dell'esistenza per via mistica e intuitiva. Onde in essa i tre piani del metafisico, del soprannaturale e del mistico coincidono. Subisce l'influsso del platonismo, origenismo, neoplatonismo; della mistica protestante di Giacomo Böıme (1575-1624), rinnovata da Schelling e von Baader, e dipende dall'idealismo germanico.

I rappresentanti principali sono V. Solov'ev (18531900) e i suoi discepoli, anzitutto Florenskij (n. nel 1881) e Bulgakov (1871-1944), Berdjaev (1874-1948), Karsavin (n. nel 1882). Fra essi alcuni ritengono più centrale l'idea dello vse-edinstvo (= uni-totalità -, cioè di Dio e dell'universo): Solov'ev e Karsavin; o l'idea della Sofia (cioè sapienza increata come prototipo, e sapienza creata come sua immagine) : lo stesso Solov'ev, Florenskij, Bulgakov, Karsavin; o l'idea dell'esistenza umana personale e tragica: Berdjaev e Šestov (1866-1938), i due rappresentanti dell'esistenzialismo russo contemporaneo. Šestov, ebreo che si avvicinò al cristianesimo, senza tuttavia giungervi, è a modo suo filosofo gnostico nella prospettiva del Vecchio Testamento. Gli altri invece, in quanto suppongono la rivelazione del Nuovo Testamento, possono dirsi filosofi cristiani, e il loro pensiero si muove per lo più, in Berdjaev specialmente, tra monismo e dualismo; insegnano inoltre la caduta dell'uomo e del mondo (in senso più o meno platonico-origenistico), il loro rinnovamento con la ridnzione di Cristo, e la consumazione escatologica della storia umana. Bulgakov e Berdjaev sono partigiani espliciti dell'ároкaтáotzoıs návsuv.

La g. russa moderna è ricca di aspetti elevati ed universali, approfondisce la conoscenza umana naturale e rivelata, fa vedere nessi ed apre nuovi orizzonti, ricerca anzitutto la connessione organica tra natura e rivelazione soprannaturale. Tuttavia essa reca con sé il pericolo del panteismo (specialmente nella dottrina della Sofia, concepita come identica con Dio e con la creatura); del gnosticismo (la Sofia appare come intermediaria tra Dio e creatura); dell'illuminismo e del profetismo (riservati ai veggenti filosofi gnostici). Essa tende inoltre alla confusione della conoscenza naturale di Dio con quella rivelata, e perciò da una parte a razionalizzare i misteri della Fede (pericolo del razionalismo o almeno semirazionalismo) e dall'altra a sottovalutare l'ordine razionale, giuridico della struttura visibile e gerarchica della Chiesa.

Bibl.: B. Schulze, Die Schau der Kirche bei Nikolai Berdiajew (Orientalia Christiana Analecta, 116), Roma 1938; id., Westliche gegen östliche Gnosis, in Orientalia Christiana Periodica, 6 (1940), pp. 198-215; id., Sofia, in Humanitas, 1 (1948), pp. 223220. Bernardo Schultze

GOA, ARCIDIOCESI di. - Si trova sulla costa occidentale della Penisola Indiana. La diocesi di G. e Damão, oltre al territorio portoghese dello Stato di India (G., Damão e Dia) comprende il distretto di Ratnagiri, gli Stati di Sawantwadi e Sangly, ed i Collettorati di Belgaum e del Canara settentrionale, appartenenti all'Unione Indiana, con una superficie totale di oltre 3400 kmq . (territorio portoghese), con una popolazione di 1.594 .220 ab. di cui 355.880 cattolici secondo il censimento del 1939.

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Le lingue parlate sono concani, marata, industani, canaresi, guzerati oltre portoghese ed inglese parlate generalmente dalle classi colte.

Benché e G. non mancassero, prima dell'arrivo dei Portoghesi, le vestigia del cristianesimo, la sua vera storia cattolica comincia con l'arrivo di questi nel 1498. Il viceré Albuquerque scelse, nel 1510, G. come bose del nuovo Impero d'Oriente, e la ricca e cosmopolita G. ne divenne la capitale politica e religiosa. L'evangelizzazione cominciò immediatamente per opera dei Francescani, dei Domenicani e degli Agostiniani. Nel Conciotoro del 31 genn. 1533, Clemente VII smembrò la Chiesa di G. dalla diocesi di Funchal ed eresse la diocesi di G. con giurisdizione su tutto l'Oriente, dal Capo di Buona Speranza fino alla Cina e al Giappone. Ma la bolla di erezione Aepuum reputamus fu promulgata nell' anno seguente da Paolo III. Con questa bolla la S. Sede concesse ai sovrani portoghesi il diritto di patronato sul vescovato di G. e su tutti i benefici della diocesi, il che nel corso della storia dette luogo a non pochi confiltti tra la S. Sede ed il Portogallo ed anche al cosiddetto scisma goanese, cioè l'opposizione ai decreti pontifici da parte di alcuni sacerdoti che con il loro Ordinario pensavano che la limitazione del diritto del patronato, senza il consenso del re di Portogallo, non fosse valida.

Nel 1542 giunse a G. s. Francesco Saverio con i Gesuiti. Il corpo incorrotto del Santo si conserva ancor oggi nella basilica del Buon Gesù, nella antica capitale, la Vecchia Città (Velha Cidade). G. divenne sede metropolitalna nel 1557 (bolla Etsi sancta). Il suo arcivescovo ebbe da Leone XIII, nel 1886 (bolla Humanae salutis auctor) il titolo di patriarca delle Indie Orientali. Dopo l'accordo fra la S. Sede e il Portogallo, concluso nel 1928, alla diocesi di G. fu unita quella di Damão. Dal $1^{\circ}$ maggio 1928 ha anche il titolo di arcivescovo di Cranganor.

Bib.: J. Levy, Bullarium Patronatus Portugalliae, Lisbona 1868; Monumenta Goana Ecclesiastica, Nova Goa 1918-20; AAS, 20 (1928), pp. 130-32, 247-48; Memorias histórico-ecclesisticas da arquiditcese de G., Nova Goa 1933; Braganca Pereira, Historia religiosa de G., Bastora 1934; Figueiredo Niceno, Pelo clero de G., Rangel 1939; Silva Rego, O. padroado portuques no Oriente, Lisbona 1940; id., Documentos para a historia dos missos de padroado portugues do Oriente, ivi 1947; L. Agapito, Utrum fuerit schisma Goanum, Goa 1947; GM, v. indice. Carmo da Silva

GOAJIRA, vicariato apostolico di. - I Cappuccini della provincia regolare di Valenza nella Spagna iniziarono nel 1693, in Colombia, la missione di G., Sierra Nevada e Montilones e vi stabilirono 20 cristianità. La guerra di Indipendenza agli inizi del secolo scorso interruppe l'opera missionaria che fu ripresa solo nel 1887 per iniziativa del vescovo di S. Marta da cui dipendeva il territorio, richiamandovi i Cappuccini spagnoli che vi giunsero il 7 genn. 1888.

Il vicariato apostolico venne eretto il 17 genn. 1905 con decreto della S. Congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari e ad esso furono annesse le due province di Padilla e Valledupar con decreto dell'11 nov.

1906 del delegato apostolico di Colombia, approvato dalla S. Congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari. E affidato ai Cappuccini ed ha una supertice di kmo. 46.000 . Sacerdoti 18, fratelli 9, suore 71, catechisti 84. La popolazione è di ca. 126.547 di cui 113.014 cattolici, catecumeni 33, protestanti 160 , pagani 13.540 , parrocchie 13 , elazioni primarie 3 , secondarie 59 , dispensari 6 , orfanotrofi 9 con 175 ragazzi e 310 ragazze, scuole elementari 20 con 836 alunni, scuole superiori 4 con 270 alunni. La tipografia stampa due periodici.

BibL.: MC, 1939, p. 42.
Saverio Paventi
GOAR, Jacques. - Orientalista dell'Ordine dei Predicatori, n. a Parigi nel 1601, m. il 23 sett. 1653. Ordinato sacerdote, si applicò allo studio della lingua e letteratura greca, e, per conoscer meglio le istituzioni della Chiesa bizantina, si recò in Oriente, dove fu priore del convento di Chio, e dove approfondi la conoscenza degli usi e delle cerimonic religiose degli Orientali. Tornato, lo si trova a Roma nel 1637 priore a S. Nisto, poi a Parigi nel 1642 .

Durante i suoi numerosi viaggi, ebbe modo di consultare i manoscritti delle varie biblioteche soprattutto a Parigi e a Roma, e del monastero di Grottaferrata, mantenendosi sempre in stretto contatto con gli eruditi del suo tempo Basilio Falasca, Leone Allasio, G. Corcoio, Pantaleone Liguridio, ecc. Frutto dei suoi studi sono il commentario all'opera di G. Codino: De Officiis magnae ecclesiae et aulae Constantinopolitanae (Parigi 1648), e molti altri lavori di minore importanza. Tuttavia il capolavoro del G. rimane l'edizione dell'Eúco $\lambda \delta \gamma_{10}$ sive Rituale Graecorum (ivi 1647); altra edizione con nuovo titolo: ivi $1676,2^{\circ}$ ed. Venezia 1730.

Bib.: E. Renaudot, Collectio liturgicarum orientalium, I, Parigi 1716, p. 360; Quétif-Echard, II, ivi 1719, pp. 574-75; A. Teurom, Histoire des hommes illustres de l'Ordre de si Dominique, V, ivi 1748, pp. 357-63; L. Delisle, Le gabinet des manuscrits, II, ivi 1874, p. 245.

Placido De Meester
GOAZMOAL, Guillaume: v. Agostino della VERGINE MARIA.

GOBAT, Georges. - Gesuita, moralista, n. a Charmoille (Basilea), il $1^{\circ}$ ag. 1600 , m. a Costanza il 23 marzo 1679. Gesuita nel 1618 , fu professore, prima di filosofia a Friburgo di Svizzera (1631-40), poi per 24 anni ( $1641-66$ ) di teologia morale nella stessa Friburgo, a Lucerna, Hall, Monaco, Ratisbona e Costanza, dove fu anche per 21 anni penitenziere della Cattedrale. Nello stesso tempo fu anche rettore ad Hall (1647-50) e a Friburgo (1654-56).

Molte opere scrisse di teologia morale e casistica intorno alle indulgenze, i Sacramenti, l'ubriachezza, i voti, le superstizioni, il Matrimonio, diffuse tanto che i superiori gli ordinarono di raccoglierle insieme. Il G. vi attese, rivedendo tutto bene; ma il suo lavoro fu interrotto dalla morte. Quindi quest'opera principale, che abbraccia tutte le altre, and postuma: Opera maralia annia (3 voll., Monaco 1681). Dei trattati ivi contenuti va ci-

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tato in particolare Clipens clementium indicum (Costanza 1659; migliore l'ed. di Augusta 1612; ancor migliorata nell'Opera moralia omnia) in difesa del probabilismo contro gli assalti e le accuse del Pascal. Gli Opera omnia furono colpiti dalla censura del vescovo di Arras, che dall'ed. di Douai (1701) estrasse 32 proposizioni, giudicate lassiste: Censure faite par mons. l'évêque d'Arras (Arras 1703); il che suscitò molti difensori, tra cui principale: [Crist. Rassler], Vindicine Gobatianae (s. l. 1706). Veramente il G., di una straordinaria strettezza e austerità, quando si trattava di sé, si mostrò, spinto da troppo buon cuore verso gli altri, soverchio largo in alcune sentenze, che furono condannate da Innocenzo XI il 2 marzo 1679.

Bbiz.: Sommervogel, III, coll. 1302-1:; I. Döllinger e F. H. Reusch, Gesch. der Monstbtrettigheiten in der sismisch catbolischen Kirche, I, Nördlingen (680, p. 292 sg.; V. Kratz, G. G., in Zeitschr. Jär bathol. Theolog., 24 (1913), pp. 646-74; 13. Dahr, Gesch. der Joun-: ten in den Litud, in deutscher Zunig, III, Mon- naco-Rutishana 1921, pp. $536-38$.

Celestino Testore
GOBELIN: v.
abazzo.
GOBINEAU,
Joseph-Arthur, conte di. - N. a Ville d'Avray il 14 luglio 1816 , m. a Torino il 13 ott. 1882. Diplomatico in molte capitali europee ed extraeuropee, fu scrittore vario e fecondo. Scrisse poesie, no-
velle, romanzi, co-
me Les Pléiades (1874); drammi, come La Renaissance (1877), brillante rievocazione del Cinquecento italiano nelle sue figure più significative, quali il Savonarola, Cesare Borgia, Giulio II, Leone X, Michelangelo; libri di viaggi, di storia, di religione e di filosofia, come Religions et philosophies dans l'Asie centrale (1865) che gli diede fama di orientalista; e saggi politici, come La troisième République et ce qu'elle vant e Ce qui arriva à la France en 1870. L'opera principale è Essai sur l'inégalité des races humaines, uscito in quattro volumi tra il 1853 e il 1855 , che contiene le sue idee antidemocratiche e razzistiche.

Partendo dal presupposto che i problemi della storia si possono e debbono spiegare alla luce di principi emici, trova che il destino dei popoli è determinato dalla diversità delle razze e che quanto di grande è stato fatto nel mondo è dovuto alle razze forti, le quali dominano fino a quando si mantengono immuni dalla mescolanza con le razze deboli. Cosi gli Ari, che prevalsero dovunque si stabilirono, non decaddero se non quando si mescolarono con i vinti, dando origine a quelle razze ibride, di cui oggi è popolato il mondo. La razza ariana non è però del tutto scomparsa, ma restano ancora a rappresentarla alcuni individui puri sparsi per il mondo, "figli di re» e "calandri", come sono chiamati ne Les Pléiades.

Il popolo presso cui questi individui sono più numerosi è - secondo il G. - il popolo germanico. Questo spiega il successo del Saggio in Germania, dove ha alimentato le moderne teorie razzistiche.

Bbiz.: E. Krexer, Pos. Arth. Graf von G., Lipsia 1902; E. Scillière, Le comte de G. et l'arianisme historique, Parigi 1903; R. Dreyfus, La vie et les prophéties du comte de G., ivi 1905; J. de Lacretelle, Quattro études sur G., ivi 1921; M. Lange, Le comte A. de G., Strasburge 1926; L. Deffoux, Trois aspects de G., Parigi 1930; G. M. Spring, The vitalism of coust de G., Nuova York 1932; A. Combris, La philosophie des races du comte de G. et sa portée actuelle, Parigi 1937.

Michele Lecce
G O B L E T D'ALVIELLA, EcCÊNE. - Uomo politico belga, militante nel Partito liberale a colorito anticlericale, e storico delle religioni, n. a Bruxelles nel 1846 , ivi m. il 9 sett. 1925. Fu senatore dal 1892 e professore di storia delle religioni nella cattedra per lui creata (1884) nell'Università libera di Bruxelles, dove seguì la corrente di etnologia religiosa patrocinata da E. B. Tylor e H. Spencer.

I suoi vari contributi minori in materia, prima sparsamente pubblicati in Revue de Belgique, Revue de l'histoire des religions, Revue des deux mondes, furono poi raccolti in tre volumi con il titolo generale di Croyances, rites, institutions (Parigi 1911).

Egli ha proposto di distribuire gli argomenti atinenti alla storia delle religioni in tre branche: hierographie, hierologie, hierosophie, intendendo per ierografia (" descrizione del sacro") l'esposizione delle credenze e dei riti dei vari popoli; per ierologia ("dottrina del sacro") la trattazione dei principi costitutivi della scienza delle religioni e della fenomenologia religiosa generale; per ierosofia ("filosofia del sacro") l'insieme delle conclusioni teologiche e filosofiche che si possono dedurre dall'esame comparativo dei fatti religiosi, soprattutto nei riguardi dell'uomo e della sua relazione con Dio e con l'universo.

Opera notevole è l'Evolution religieuse contemporaine chez les Anglais, les Americains et les Hindous (Parigi 1883) nella quale intende fornire il materiale per la storia del razionalismo religioso nella seconda metà del sec. xix. E rispetto a questo scopo l'opera, pur dal suo punto di vista, riesce utile perché espone lo sviluppo delle varie correnti protestanti in Inghilterra e in America, nonché l'influsso esercitato dal cristianesimo sugli spiriti colti dell'India, regione da lui visitata nel 1876 al seguito del futuro Edoardo VII; influsso che sbocco nella costituzione del Brahma Samaj (v.) la « Società di Dio», miscuglio di teismo cristiano e panteismo indù, società la quale si diramò poi in varie altre.

Altre opere di G. d'A. sono Introd. à l'histoire générale des religions (Parigi 1887); Ce que l'Inde doit a

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la Grèce (ivi 1898); Eleusinia (ivi 1903); Les sciences auxiliaires de l'histoire comparée des religions, in Trans. of III Intern. Congr. Hist. Rel. (II, Oxford 1008, p. 365 sgg.). E all'Indice (decreto 26 genn. 1803): L'idée de Dieu d'après l'anthropologie et l'histoire (Parigi 1892).

BibL.: Rühle, s. v. in Die Religion in Geschichte und Gegenwarr, II, col. 1489; [R. P.]. G. D'A., in Studi e materiali di st. delle religioni, 1 (1926), p. 243. Nicola Turchi

GOCH (Capupper), Johannes Puppes da. Scrittore morale-ascetico, n. nel principio del sec. xv a Goch (basso Reno). Diresse per molti anni il monastero Thabor delle suore di S. Agostino, presso Mecheln (Paesi Bassi). Si ignoran> gli studi che fece e se appartenesse ad un Ordine religioso.

Scrisse De libertate Christiana (1473); Epistola apologetica super doctrina doctorum scholasticarum; Dialogus de quattuor erroribus circa evangelicam legem exortis. Dopo la sua morte questi scritti furono editi con una prefesione dell'unonista fautore dei riformatori C. Grapaus. Il suo libro In divinae gratiae et Christianae fidei commendationem fragmenta aliquot fu edito senza luogo ed anno da Martino Lutero, il quale encomia nella prefesione l'autore come "vere Germanus et gnesios theologus".

L'Indice dei libri proibiti del Concilio di Trento elenca J. da G. fra gli scrittori proibiti, senza dubbio più a causa delle prefazioni degli editori, che non della dottrina dell'autore, il quale scrisse da cattolico. Dai protestanti fu a torto incluso tra i "preriformatori". Solamente sembra avere difeso l'idea che i voti basati sui consigli evangelici, sebbene meritevoli, non abbiano fondamento nella S. Scrittura.

BibL.: Opere: De libertate Christiana. Epistola apologetica e Fragmenta, sono edite da F. Pijper, Haag 1909. Studi: O. Clemen, 7. P. von G., Lipsia 1896. Sull'origine e sulla famiglia di G. cf.: Ann. des historischen Vereins für den Niederrhein, Colonia 1855, pp. 276-84.

Fedice Rütten
GODEAU, Antoine. - Prelato e letterato francese, n. a Dreux nel 1605, m. a Vence nel 1672. Frequentò l'Hôtel de Rambouillet e le conversazioni letterarie in casa di Contrart, da cui doveva nascere l'Académie Française, della quale G. fu tra i primi membri, quando Richelieu la costitul ufficialmente.

Fu amante della vita mondana nella prima gioventù, ma, creato vescovo dallo stesso Richelieu, condusse un'esistenza molto austera scrivendo agiografie e trattati d'indole religiosa, che contrastano vivamente con le opere giovanili. Godé grande reputazione ancora in vita; la sua opera migliore è La morale chrétienne ( 3 voll., Parigi 1709) ristampata col titolo di Theologia moralis (a voll., Augusta 1774 ).

BibL.: R. de Kerveler, A. G., Parigi 1879; A. Counet, A. G., ivi 1900; G. Doublet, G. évêque, ivi 1911; P. David, L'épître d'A. G. d la reine Louise de Gonaogues, in Petit Courier de France et de Pologne, ott.-nov. 1930.

GODEFROY (Gotofredo), Denis, detto il VecCHO. - Giurista, n. a Parigi il 17 ott. 1549, m. a Strasburgo il 17 sett. 1621 o 1622.

Studiò a Lovanio, Colonia ed Heidelberg. Fattosi protestante fuggi dalla Francia e si rifugiò a Ginevra (1579), dove divenne professore di diritto. Nuovamente costretto alla fuga dinanzi all'invasione delle truppe del duca di Savoia, dopo un soggiorno a Basilea, trovò ricovero a Strasburgo, dove occupò la cattedra di Pandette; passato ad Heidelberg, rifiutò di tornare in Francia per ricoprirvi la cattedra di Cuisclo e, dopo varie peregrinazioni, fece ritorno a Strasburgo, dove morì.

A lui è dovuta una edizione del Corpus iuris civilis, cum notis (Ginevra 1563) più volte ristampata; pubblicò inoltre Fontes iuris canonici (Lione 1583), Praxis iuris civilis (Francoforte 1591) ed una serie numerosa di opere giuridiche e di volgarizzazione.

BibL.: D.C. Godefroy-Ménilglaise, Les sa