volume-06

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ce ritorno a Strasburgo, dove morì.

A lui è dovuta una edizione del Corpus iuris civilis, cum notis (Ginevra 1563) più volte ristampata; pubblicò inoltre Fontes iuris canonici (Lione 1583), Praxis iuris civilis (Francoforte 1591) ed una serie numerosa di opere giuridiche e di volgarizzazione.

BibL.: D.C. Godefroy-Ménilglaise, Les savants G., Parigi 1873.

Rodolfo Danieli

GODEFROY (Gotofredo), Jacques. - Giurista, figlio di Denis, n. a Ginevra il 13 ott. 1578, ivi m. il 22 giugno 1652.

Ricopri varie cariche pubbliche e fu incaricato di missioni in Germania, Francia e Savoia. Dal 1610 fu professore di diritto a Ginevra. E autore di un Manuale iuris (Ginevra 1676) e di Fontes IV iuris civilis (ivi 1638) in cui tentò anche una ricostruzione delle XII Tavole (v.). Ma l'opera sua maggiore è l'edizione del Codex Theodosianus (v.) pubblicata postuma a cura di Antonio Merville (Lione 1665) e ripubblicata a Lipsia nel periodo 1736-45; il commento che la accompagna è una miniera di dottrina storica e giuridica, indispensabile per la conoscenza dell'organizzazione giuridica del tardo Impero romano.

BibL.: D. C. Godefroy-Ménilglaise, Les savants G., Parig 1873.

Rodolfo Danieli
GODESCALCO di Limburg. - Poeta e teologo tedesco, n. tra il 1010 e il 1020 , m. il 24 nov. 1098. Fu llenedettino nel monastero di Limburg al Monte Haardt e in quello di Klingenmünster nel Palatinato; in seguito divenne cappellano di corte dell'imperatore Enrico IV di Franconia e priore della Liebfrauenkirche in Aquisgrana.

Scrisse poesie in forma di sequenza senza rima; compilò Sermones de beste Maria Virgine e De ss. martyribus Irenaeo et Abundio (patroni del convento di Limburg) e un Opusculum de S. Cruce. E importante il dubbio da lui sollevato sull'Assunzione corporea della Madonna, che suscitò viva opposizione.

Le sue opere sono edite da G. M. Dreves, Gottschalk, Miluck von Limburg, Lipsia 1897.

BibL.: Manitioe, III, pp. 998-1000.
Alba Cori
GODESCALCO d'Orbais. - Protagonista della controversia predestinaziana al sec. Ix, n. in Sassonia verso l'801, m. tra l'867 e l'870 o forse qualche anno dopo. Giovanissimo, entrò come oblato nel monastero di Fulda, ove compì i primi studi sotto la guida di Rabano Mauro : studi che completò a Reichenau, dove strinse amicizia con Walafrido Strabone, suo condiscepolo. Ritornato a Fulda, cercò invano di ottenere da Rabano, divenuto nel frattempo abate, di essere dispensato dai voti religiosi. Il Sinodo di Magonza dell'829 gliene riconobbe il diritto, ma tale sentenza rimase senza effetto duraturo: G. dovette restar monaco. Abbandonata quindi la Germania si recò in Francia, prese parte a Corbia alle lezioni di Ratramno, dimorò per un certo periodo di tempo nei dintorni di Reims, probabilmente a Hautvillers, e in ultimo entrò a far parte della comunità di Orbais (diocesi di Soissons). Tra l'835 e l'840 fu ordinato sacerdote, ma in condizioni irregolari. Poco dopo si recò nell'Italia settentrionale, ed ivi si mise ad insegnare al popolo la doppia predestinazione. Nell'a. $845-46$ fu ospite di Eberardo, conte del Friuli, ma per intervento di Rabano fu cacciato da quella regione.

Si trasferi allora in Dalmazia e si diede ad evangelizzare la Pannonia e il Norico, spingendosi fino in terra bulgara. Nell'848 tornò di nuovo improvvisamente in Germania. Cercò di scolparsi dinanzi al Sinodo di Magonza presieduto dall'arcivescovo Rabano, ma fu condannato e inviato al suo metropolitano, Inconaro di Reims, perché decidesse sulla sua sorte. Inconaro convocò un'assemblea di vescovi nel Palazzo reale di Quierzy, verso i primi dell'849. Avendo G. sostenuto le sue idee con ostinazione, fu dichiarato eretico ed incorreggibile, degradato dal sacerdozio, sottoposto a flagellazione e condannato alla segregazione perpetua. Fu posto difatti sotto la sorveglianza di Ilduino, abate di Hautvillers: e fu proprio in questo monastero che finl i suoi giorni. Tale reclusione non gli impedl tuttavia di prendere parte attiva, sebbene in maniera clandestina, alla controversia sulla predestinazione che egli aveva suscitato. Si occupò pure di altre

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questioni teologiche, in particolar modo della Trina Deitas e dell'Eucaristia. Speró fino all'ultimo di veder trionfare le sue idee e sollecitò a questo scopo l'attenzione del papa Niccolò I: nulla si sa sull'esito di questi passi. G. mori impenitente.

Copioso fu la produzione letteraria di G.: poesie, lettere, opuscoli, trattati sotto forma di libelli (scheduine), opuscoli grammaticali; di tutta questa produzione però non rimane che una piccolissima parte. Le opere in prosa si trovano riunite nell'edizione curata da C. Lambot, Oeuvres théologiques et grammaticales de Godescalc d'Orbais ([Spicilegium sacrum Lovaniense], Lovanio 1945). Ivi sono contenuti, in primo luogo, 26 frammenti di scritti diversi e un opuscolo De Trina Dritate, riportato da Incmaro nella confutazione che ne fece, piú una lettera e due professioni di fede (Confessio minor et prolizior); vi sono, inoltre, gli opuscoli teologici scoperti da G. Morin nel ms. Berna 584 , riguardanti argomenti vari: predestinazione, libero arbitrio, Trina Dritas, Eucaristia ecc., intramezzati da florilegi biblici e patristici; vengono riportati infine due opuscoli di grammatica conservati nel ms. Bzma 83. La maggior parte di queste opere fu redatta da G. durante la prigionia di Hautvillers. I frammenti dei versi sono stati pubblicati in edizione critica in MGH, Poetas Latini Medii Aevi, Poetas Latini aevi Carolini; III, ed. L. Traube, B.rlino 1896, pp. 724-38; IV, II, ed. K. Strecker, ivi 1923, pp. 934-36. N. Fickermann sta attualmente preparando dei supplementi che verranno inseriti nella stessa edizione.
G. sostiene esservi una duplice positiva predestinazione, quella dei buoni alla Grazia e alla salvezza eterna, quella dei malvagi al fuoco eterno, non però al peccato. A sostegno di tale tesi, egli adduce, oltre l'autorità di s. Agostino, l'argomento della immutabilità di Dio che dev'essere ad ogni costo salvata. Per quanto riguarda la Trinità, difende contro Incmaro l'ortodossia della formola Trina Deitas, che è, a suo avviso, assolutamente necessaria pur esprimere nello stesso tempo l'unità della natura divina e la trinità delle persone. Relativamente all'Eucaristia, afferma la presenza reale, pur negando l'identità totale e assoluta tra il Carpo eucaristico e il corpo storico di Gesù Cristo.

BibL.: V. Borrasch, Der Münch Gottschalk von Orbais, Thorn 1868; L. Traube, Provpeto-biografico e bibliografio antico, in MGH, Poetas Latini aevi Carolini, III, 1, Berlino 1886, pp. 707-20; A. Freystedt, Studien za G'sttschalkz Leben und Lehre, in Zeitschrift für Kirchengeschicbte, 18 (1897), pp. 1-12, 161-82, 529-43; Id., s. v. in Reulensyhl. für poetest. Theol. u. Kirche, VII, pp. 39-41; G. L. Perugi, G'sttschalk, Roma 1911; E. Rosa, Il monaco G. e la contramoria predestinazione, in Civ. Catt., 1911, iv. pp. 188-201; G. M.vin, G'sttschalk retrowed, in Revue bésćdictine, 43 (1931), pp. 303-12; C. Lamhot, Opuscules grammaticane de Gottschalk, ibid., 44 (1932), pp. 121-24; N. Fickermann, Wiedererkannte Dichtungen Gottschalks, ibid., 44 (1932), pp. 314-21; B. Lavaud, Précesseur de Calvin ou témoin de l'angastinisme. Le cas de Gotescalc, in Rtova (b.ma'ste, 15 (1912), pp. 71-101; M. Cappuccas, Jean Seat Erigine, Lovanio 1933, pp. 81-107; E. Dinkler e E. Wissmann, Gottschalk der Sachse, Stoccarda 1936; E. Aegertter, Gottschalk et le problème de la prédestination au IXe siècle, in Revue de l'histoire des religions, 116 (1937), pp. 187-223; H. Dorries, Gottschalk, ein christlicher Zeuge deutscher Frühzeit, in 7unge Kirche, 5 (1937), pp. 670-84; W. Peltier, Puschate Radbert. abbé de Corbie, Amiens 1938, pp. 264-67; D. Kadner, Aus den neuentdeckten Traktaten des Münches G'sttschalk, in Zeitschrift für Kirchengeschichte, 61 (1942), pp. 348-58. Cirillo Lambot

GODIN, Guillaume-Pierre. - Cardinale domenicano, n. a Bayonne nel 1260 ca., m. ad Avignone il 4 giugno 1336. Religioso nella città natale, studiò a Brives, insegnò ad Orthez (1281), Bordeaux (1282), Condom (1283, 1290), Montpellier (1284-86, 1292), Bayonne (1287), Tolosa e Parigi. Fu provinciale di Provenza (1302-1303) e poi di Tolosa (1303-1304). Maestro in teologia nel 1304, insegnò a Parigi (13041305) dove sostenne una disputa con Duns Scoto. Dal 1306 al 1312 fu Maestro dei S. Palazzo. Il 23 dic. 1312 fu creato cardinale del titolo di S. Cecilia, nel 1317 trasferito alla sede suburbicaria di Sabina.

Godé grande ascendente sui pontefici Clemente V, Giovanni XXII e Benedetto XII, che lo ricolmarono di onori e di benefici, e gli affidarono varie missioni diplomatiche (p. es., la legazione di Spagna). A lui venne affidata la direzione del processo per l'esame della dottrina di Ubertino da Casale. Fu uno dei principali rappresentanti del tomismo in un'epoca nella quale anche nell'Ordine domenicano si tentava un compromesso con dottrine teologiche eterogenee. La sua opera più nota è la Lectura Thomasina (conservata in vari manoscritti) : un commento alla Sentenza, che dimostra la sua fedeltà all'Aquitate. Di lui si conserva pure una Quaestio sul principio di individuazione e un Tractatus de causa immediata ecclesiasticae potestatis (Parigi 1306, edito sotto il nome di Pietro da Palude).

BibL.: Quétif-Echard, I, pp. 591-93; P. Fournier, Le cardinal G. P. G., in Bibliothèque de l'Ecole de Chartes, 86 (1923), pp. 100-31; M. Grabmann, Kardinal G. P. de G. und seine Lectura Thomasina, in Divus Thomas (Friburgo), 4 (1926), pp. 385203; R. Martin, Les questions sur le péché original de la Lectura Thomasina de G. G., in Mélanges Mandonnet, I, Parigi 1930, pp. 411-21; M. H. Laurent, Le testament et la succession du cardinal dominicain G. P. G., in Archivum Fr. Praed., 2 (1932), pp. 84-213; A. Walz, I cardinali domenicani, in Memorie domenicane, 36 (1932), p. 185.

Allonso D'Amato
GODINEZ (Wadding), Michacl: v. wadding (GODINEZ), MICHAEL.

GODOLIA (ebr. Gédhaljáh[â] "grandezza di Jahweh»). - Esponente del partito favorevole ad un accordo con i Babilonesi e primo governatore della Giudea dopo l'infelice guerra del 588-86 a. C., conclusa con la distruzione di Gerusalemme e l'imprigionamento del re Sedecia. G. era figlio di Ahicam, figlio di Saghan (Ier. 39, 14).

Ahicam era amico del profeta Geremia, e in un momento critico ne prese le difese (Ier. 26, 24). Probabilmente G. durante l'assedio era passato ai Babilonesi, come tanti altri avversi al partito filoegiziano (cf. Ier. 38, 19). Eletto governatore, G. si stabilì in Maspha (v.), già centro religioso di grande importanza ai tempi di Samuele (cf. Ier. 40, 5; I Sam. 7, 5 sgg.; 10, 1 sgg.). Geremia, cui i Babilonesi usarono ogni riguardo, si unì a G. per riabibire l'ordine nella regione, mezzo devastata ed ancora in fermento. Finché vi fu il timore dell'esercito babilonese, G. poté signoreggiare la situazione, infondendo fiducia e calma agli sfuggiti alla strage ed alla deportazione (cf. Ier. 40, 12). Allontanatisi i Babilonesi, un gruppo di nazionalisti fanatici, aiutati dal re degli Ammoniti, ordì una congiura contro G. Quastl. sebbene avvisato in tempo, non volle prendere precauzioni rigorose e perciò rimase vittima dell'attentato eseguito da un certo Ismaele, figlio di Nathania (Ier. 41, 2; II Reg. 25, 25).

Angelo Penna
GODOY, Pedro de. - Teologo e vescovo domenicano, n. a Aldeanueva (Estremadura spagnola) all'inizio del sec. xvir, m. a Sigüenza nel 1677. Religioso a Salamanca, compì gli studi a Valladolid. Tenne per 23 anni con onore e fama la cattedra di teologia a Salamanca. Nominato vescovo di Osuna ( 71 marzo 1664), nel 1672 fu trasferito alla sede di Sigüenza.

D'intelligenza profonda, pronta e sottile riuscì uno dei migliori teologi e predicatori del tempo. Pubblicò il suo commento a s. Tommaso in vari volumi: I Disputationes theologicae in tertium parrem d. Thomae (3 voll., Osuna 1666-68); II Disputationes theologicae in primam partem d. Thomae ( 3 voll., ivi 1669-71); Disputationes theologicae in primam secundae d. Thomae (ivi 1672; quest'ultima parte è incompleta perché contiene solo il commento al De beatitudine, De peccatis e al De Gratia). Il Gonet fu entusiasta ammiratore del G. e introdusse nel suo Clipeus theologiae thomisticae (1659-69) vari passi delle Disputationes, prima ancora che queste fossero pubblicate, avendole conosciute attraverso i molti manoscritti dell'opera, che per la fama del maestro presto si moltiplicarono in Spagna, in Italia e in Francia.

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BibL.: M. Cavalieri, Galleria dei Sommi Pontefici ecc., I, Benevento 1696, p. 699; Hurter, IV, col. 7; Quétif-Echard, II, pp. 672-74. Alfonso D'Amato

GODUNOV, Borís Fëdorovič. - Zar di tutte le Russie, discendente di un capo tartaro, n. probabilmente nel 1551 e m. il 13 apr. 1605 . Regnò dal $1^{\circ}$ sett. 1598. Nel 1591, in un ambiente di intrighi e di fazioni, era morto il principe ereditario Dimitri), che, con la madre, si trovava in esilio a Uglif. La voce che il fanciullo fosse stato ucciso per ordine di G. (il quale in tal modo non avrebbe trovato ostacoli al pieno potere), non è storicamente accertata.
G. istitul il patriarcato ( 1589 ) e mise ordine nell'apparato amministrativo. Fece una politica estera piuttosto pacifica; riconquistò tuttavia, in guerra con gli Svedesi, le terre perdute da Ivan il Terribile. Una grande corestia flagellò la Russia durante il suo regno. In seguito ai torbidi che ne trassero origine, apparve il cosiddetto Falso Demetrio (v.).

La complessa figura del G. ha interessato vari ar tisti russi ed in prima linea il poeta Puškin. Parecchi aspetti della sua personalità sono tuttora controversi.

BibL.: K. Waliszewski, Les origines de la Russie moderne. La crise révolutionnaire (1584-1614), Parigi 1906; S. Platonov, B. G., trad. it., Milano 1931; St. Graham, B. G., Nuovo Haven 1933; E. Lo Gatto, Storia della Russia, Firenze 1946, pp. 171-94. Wolf Giusti

GODWIN, William. - N. a Wisbeach il 3 marzo 1756, m. a Londra il 7 apr. 1836. Spirito irrequieto, dopo aver studiato nel Collegio "dissidente" di Hoxton, fu nominato pastore del gruppo «dissidente" di Ware. Più tardi divenne sociniano.

Il suo scritto principale è An enquiry concerning the principles of political justice (Londra 1793), nel quale si configura l'estrema formulazione di un individualismo "anarchico" e di un astrattismo razionalistico che va dall'opposizione ad ogni pedagogia legata al governo fino alla visione della proprietà e dell'unione matrimoniale come soffocatrici della "libertà" (il G. è pure acre oppositore del meccanicismo della vita militare, delle caste militari e dello stesso segreto militare). Dopo la morte della moglie e già sua amica (1797), Mary Wollstonecraft (autrice della Vindication of the rights of women [1792], dove si sosteneva la tesi della scuola mista), il G. dovette superare una profonda crisi. Risposatosi, fu celebre editore per ragazzi.

BibL.: per la bibl. fino al 1932 v. B. Cellini, s. v. in Enc. Ital., XVII, p. 457; per altra bibl. F. W. Bateson, The Cambridge bibliography of english literature, II, Cambridge 1940, pp. 655-56: v. inoltre: G. Woodcock, W. G., a biographical study, Londra 1946.

Massimo Petrocchi
GÖ'EL. - Termine ebraico-biblico equivalente quasi a "vindice" e "riscattatore". Concetto originato dall'ambiente familiare e tribale, nel quale il g. ha il dovere legale di difendere la libertà, la vita e gli averi dei componenti della sua tribù; se un israelita è costretto a vender se stesso schiavo, un suo congiunto, oppure egli stesso, se riesce a procurarsi il denaro necessario, ha il diritto di riscatto (gé'ullah), restituendo il prezzo dell'acquisto in ragione degli anni durante i quali ha prestato servizio (Lev. 25, 47 sgg.; Ruth 2, 20; 3, 9; 4, 1.14).

Il g. had-dâm è invece il «vendicatore del sangue", cioè colui il quale è tenuto a vendicare l'omicidio volontario ai danni di un suo congiunto, solo però nel caso in cui l'autorità abbia sentenziato trattarsi veramente di omicidio volontario, cosicché "la vendetta è non solo frenata, ma ridotta ad aver più l'apparenza che la realtà di privata esecuzione" (A. Vaccari, La S. Bibbia, I, Roma 1942, a Num. 35, 18 sgg .; trad. e nota a p. 431). Tre città di rifugio nella Cisgiordania offrivano all'omicida involontario la possibilità di sottrarsi alla vendetta irragionevole del vindice del sangue (Deut. 19, 1 sgg.; cf. Ios. 20, 1 sgg.).

Gáal, riferito a Dio (ca. 40 volte), significa non ricomprare, ma liberare. Dio è g. in quanto salvatore e molía'. Dio redime dalla schiavitù d'Egitto (Ex. 6, 6), da quella babilonese e dalla mano del forte (Jer. 31, 11; Mich. 4, 10). Gli uomini salvati dal pericolo di smarrirsi nel deserto e da malattie che li insidiavano sono detti "redenti" dal Signore. Mentre in Exechiele Dio agisce per riguardo al nome Sue santo, e non per pietà verso Israele peccatore, in Isnia il g. è nello stesso tempo il Santo d'Israele ( 7 volte i due termini si trovano uniti), e il Signore redime per amore e pietà verso gli uomini (Is. 63, 9).

Il concetto di redenzione si lega in particolare a quello di "resto" d'Israele.

In aramaico, la radice gáal è sostituita dalla radice prq, usata nel Vecchio Testamento nel senso di separare, cancellare i peccati, che nel Targûmîm sostituisce anche le radici $p d h$ e $j i^{\prime}$, il che sta a dimostrare quale ampio significato questo verbo abbia assunto.

Nel linguaggio rabbinico, il verbo gáal conserva il senso di liberazione, ed è applicato più particolarmente alla liberazione dalla servitù egiziana e alla liberazione finale che precederà la restaurazione definitiva, cioè quella messianica. I teologi ebrei contemporanei, p. es., Kleusner, Neumarck, usano gé'ullah correntemente per designare tutto il processo messianico.

BibL.: P. Vola, Teoria II, Lipsia 1932, p. 21: J. Bonsirven, Le judaizme palestinien, Parizi 1934, p. 350, note 1, 3; L. Köhler, Theologie des Alten Testaments, Tubinga 1936, p. 225; A. Vaccari, Il Pentateuco, in Lo Sacro Bibbio a cura del Pont. Ist. Bibl., Firenze 1942, passim; S. Garofalo, La nozione profetica del "resto d'Israele", Roma 1942, passim. Eugenio Zolli

GOES, BENTO de. - Gesuita, missionario ed esploratore, n. a Villa Franca do Campo, nell'Isola S. Michele (Azzorre), m. a Suchow (Cina) l'1 1 apr. 1607. Soldato in India, entrò una prima volta nella Compagnia di Gesù, come fratello coadiutore nel 1584, dopo una mirabile conversione; ma uscitone, perché intendeva avviarsi al sacerdozio, vi fu riammesso nello stesso ufficio nel 1588. Destinato alla missione presso la corte del Gran Mogul, Akbar, se ne guadagnò talmente la simpatia che questi lo inviò ambasciatore di pace a Goa presso il viceré delle Indie (1601). Tornato, fu deciso che sarebbe andato ad esplorare il Cataio, di cui avevano parlato Marco Polo e antichi missionari, per constatare se corrispondeva, o no, alla Cina, e per scoprire i nuclei e gruppi di cristiani, che si diceva vi esistessero da tempo con i loro sacerdoti, ma senza nessuna comunicazione con Roma.

Partito da Agra il 29 ott. 1602, travestito da mercante armeno e con il nome di Abdullah Isai, a capo di una grande carovana, giunse a Lahore, dove congedo la carovana e si scelse solo pochi compagni, tra cui il fedele Isacco, armeno. Riprese il viaggio, uno dei più coraggiosi e difficili nella storia delle esplorazioni, e attraverso Cabul, Ciaricar, Iarcand, Casgar, il Pamir, Cialin, Turfar, giunse finalmente a Suchow, in Cina, verso il 22 dic. 1605 , dopo un percorso di ca. 4000 km . Il p. Matteo Ricci, che aveva ricevute sue lettere, gli mandò incontro il cinese cristiano G. Fernandes o Ciommill; ma questi lo trovò quasi moribondo. Il G. morì, infatti, poco dopo, non solo per le fatiche e i disagi tollerati, ma anche, pare, per veleno, propinatogli dai musulmani.

Il G. aveva steso un diario accurato del suo viaggio, ma Isacco non riusci a strapparne agli avidi musulmani se non alcuni fogli, che consegno, poi, con il Fernandes, al p. Ricci, a Pekino. Questi se ne servì per scrivere alcuni capitoli (cf. I. V, capp. 12-14) dei suoi Commentari della Cina.

I meriti del G. sono riconosciuti dai migliori geografi; la Società Geografica di Lisbona ne volle celebrare il terzo centenario della morte con una speciale pubblicazione; e nella stessa occasione i suoi concittadini di Villa Franca do Campo gli eressero un monumento, che lo rappresenta

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nei tratti e nel vestito di mercante arabo, come era, partendo da Agra.

Bibl.: Sommervond, III, coll. 1529-30; H. Yule, Cathay and the Way Thither, II, Londra 1866, pp. 329-96; nuova ed. a cura di H. Cordier, IV, ivi 1916, pp. 169-239; J. Brucker, Beacit de Goes (1603-1607), in Etudes, 1879, III, pp. 389-612, 678-95; Vari autori, IV Centenario de Bento de Goes, 1607 1907, Hommagerm de Sociedade de Grage, de Lisboa, Lisboa 1907; M. Ricci, I commentari della Cina, I, V, capp. 12-14, ed. P. Tacchi Venturi, Opere storiche del p. M. Ricci, I, Macerata 1911, pp. 326-38 (cf. anche II, Lettere, ivi 1913, pp. 346-57), ed. P. d'Elia, Ponti Rircione, Storia della introdaz. del Cristianesimo in Cina, II, Roma 1949, pp. 391-443; C. Wessel, Early Jesuit Travellers in Central Asia (1603-1721), L'Aia 1924, pp. 142; E. Moelagan, The Jesuits and the Great Magul, Londra 1932, pp. 50-58, 340-72; H. Bernard, Le freve Bento de Goes chez les Matulmans de la Haute Asie (1603-17), Tientsin 1934.

Celastino Testore
GOES, Damiano di. - Storico portoghese, n. ad Alenquer nel 1502, m. ivi nel 1574. Ebbe incarichi diplomatici presso quasi tutte le corti europee, e viaggiò moltissimo, venendo a contatto o contraendo amicizia con numerose personalità del tempo, Erasmo, Sadoleto, Lutero, Melantone.

Nel 1546 fu nominato dal re Giovanni III capo archivista di Torre do Tombo, e si dedicò alla ricerca storiografica, compunendo una Cronica do principe dom Jodo, ed il suo capolavoro Cronica do rei dom Manuel. Scrittore fine ed obbiettivo di tendenze erasmiane, concepisce la storia come studio critico dei fatti e delle fonti storiche. Pur non abbracciandone le idee, coltivò relazioni con i novatori tedeschi, e per questo ebbe contrasti e condanne dall'Inquisizione.

Bibl.: M. Barbosa, Bibliotheca Lusitana, I, Lisbona 1741, pp. 615-21; J. F. da Silva, Diccionario bibliographico portuguez. II, ivi 1839-70. pp. 123-23; IX, pp. 102-104. Piero Sannazzaro

GOES, Uco van der. - Pittore, n. probabilmente a Gand nella prima metà del sec. xv, è da considerarsi uno dei massimi artisti fiamminghi di quel tempo, erede dei van Eyck e di Roger van der Weyden. Poco si conosce della sua vita. Nel 1467 fu nominato "maestro"; in seguito fu "giurato" della corporazione dei pittori di Gand, finché nel 1474-75 divenne decano della Gilda. Tale carica tenne egli per breve tempo, perché in seguito risulta converso in un convento nei dintorni di Bruxelles. Nel chiostro (dove s'era rifugiato in seguito a disillusioni amorose) continuò la sua attività di pittore, sinché, assalito dal male e turbato da profondi scrupoli religiosi, morì nel 1482 .

Il capolavoro del pittore (non potendosi giudicare le molte opere eseguite a guazzo ed oggi perdute) resta il trittico eseguito per la famiglia Portinari di Firenze, già in S. Maria Nuova di quella città, ora esposto nella Galleria degli Uffizi. Tommaso Portinari, rappresentante dei Medici a Bruges, ordinò direttamente all'artista il dipinto, che tanta ammirazione suscitò nell'ambiente artistico fiorentino. Di tale ammirazione si rese interpetre massimamente Domenico Ghirlandajo che imitò l'Adorazione del fiammingo in una famosa tavola, oggi nella chiesa di S. Trinitz.

Osservatore acuto della natura e grande colorista, il pittore rivela la sua forte personalità nei ritratti pieni di vita e di carattere, nelle felici composizioni, cosi ricche di elementi illustrativi, delle sue scene sacre: dove il paesaggio, realisticamente ed obbiettivamente rappresentato, ha grande importanza (i pittori fiorentini studiarono attentamente i paesaggi del trittico Portinari). Oltre il dipinto ricordato, altre opere di U. v. d. G. si trovano a Berlino, a Francoforte, a Bruges, a Filadelfia. Notevole fu l'influsso esercitato dal pittore sugli altri artisti fiamminghi, tra cui Gerard David ed Albrecht Bouts.

Bibl.: M. J. Friedländer, s. v. in Thieme-Becker, XIV, pp. 311-13, con bibl. precedente. V. inoltre: Venturi, VII, 1, p. 703; R. van Marle, Italian schools of painting, XIII, L'Aia p. 46 sg.

Pietro Zampetti

GOETHE, Johann Wolfgang von. - Poeta, n. a Francoforte sul Meno il 28 ag. 1749, m. a Weimar il 22 marzo 1832. Dovette la prima educazione alla intelligenza vivace e amorosa della madre (Frau Rath), che addolciva la severità del padre, dottore in diritto e consigliere imperiale. Studiò a Lipsia e poi a Strasburgo, dove compì i suoi studi di giurisprudenza e dove conobbe Herder che rivelò al suo spirito di indagine e al suo desiderio di sapere un mondo più vasto, nel quale, accanto ai problemi della natura e all'entusiasmo per l'arte, trovarono posto i problemi della storia. Al calore delle parole rivelatrici di Herder, per il quale egli aveva una incondizionata ammirazione, germinarono i disegnt del primo vero lavoro teatrale, Goetz von Berlichingen come dalle circostanze della vita ebbe occasione di concepire il Werther, il cui successo valicò subito i confini della Germania. Degno coronamento alla sua attività giovanile sono altre opere drammatiche e un gruppo di liriche, ora graziose, ora agitate da forte passione, ora impetuose. Nel 1775 G. si trasferì a Weimar, presso la corte del principe Carlo Augusto, dove si occupò delle cure del piccolo Stato, fu colmato di onori e visse per molti anni in affettuosa dimestichezza con Herder, Schiller e Wieland, fino alla morte. Il soggiorno di Weimar fu interrotto solo nel 1786, quando il poeta si recò in Italia, dove, in due volte, passò quasi due anni e dove si trasfuse a pieno cuore nelle nostre città, saziò gli occhi delle nostre bellezze naturali e artistiche e dove maturò il suo genio di poeta.

Frutto di questo soggiorno furono, vari anni dopo, la Italienische Reise e Die römischen Elegien e, per molta parte, la compiutezza e la forma nuova dei suoi capolavori drammatici, come Tasso e Iphigenie auf Tauris, turta pervasa di spiriti classici, similmente al soave idillio, in linee epiche, Hermann und Dorothea, una delle gemme più brillanti della sua corona di poeta. Intanto alla lunga serie delle liriche, di squisita fattura, egli aggiungeva due romanzi, il Wilhelm Meister, in due parti, ricche di pagine stupende e di scene indimenticabili, e Die Wablrervcandtschafien e il poema drammatico Faust, che non soltanto è considerato il suo capolavoro, ma una delle opere più elevate che onorino il pensiero umano.

La vita e la poesia di G. sono caratterizzate da un inesausto anelito verso il più alto, ciò che di per sé contraddice alla comune e erronea opinione di un G. olimpico, imperturbabile sopra tutte le tempeste della vita. Egli fino agli ultimi anni conservò, invece, la brama faustiana dell'ascendere, in una ininterrotta lotta di superamento e di perfezionamento di se stesso. Tuttavia, tra il titanismo del giovane G. e il faustismo dell'uomo maturo una differenza c'è ed è quella che corre tra uno "Streben", fatto di impulsi e di reazioni, e un attivismo fondato sopra una concezione nuova della vita; due posizioni che si esprimono nella dannazione di Prometeo e nella salvazione di Faust. Analogamente, mentre il giovane G. corre alla catastrofe nel dramma di Margherita, l'uomo, divenuto saggio, pensa perfino a una catarsi trascendentale; come alla irosa invettiva di Prometeo, scagliata contro Giove, seguirà l'umile atto di contrizione del saggio che riconosce l'impossibilità per l'uomo di misurarsi con gli dèi.

Ma qual'è, per G., il limite dell'attività umana? Limitare a priori questa attività, che dà il possesso delle cose, è impossibile. L'attività creatrice si protende e dilata all'infinito e G. cosi traduce questa assenza del limite: "se io opero instancabilmente sino alla fine, la natura è obbligata ad assegnarmi un'altra forma di esistenza, ove

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(per cortesia del dott. B. Degenbert)
Goethe, Johann Wolfgang von - Ritratto dal vero eseguito dalla Signora Charlotte von Stein (ca. 1780).
quella attività non basti più al mio spirito ". L'idea ispiratrice del Faust dello Sturm und Drang, continua perciò a svolgersi e a dominare anche nel secondo Faust e da essa germina, coerentemente, la fede nella trasmigrazione delle anime: "la monade nostra - diceva il vegliardo a Eckermann- deve passare di attività in attività per conservarsi e, assumendosi un'altra natura, non le verrà a mancare una occupazione nei giri eterni del tempo". Così G., con la sua insonne attività, si pone entro il fluire stesso della vita. Ma donde trae egli questa fede nella perennità della esistenza umana che è anche la sua fede nell'eterno? Geniali intuizioni gli avevano dischiuso il mistero di profonde leggi della natura. Forte di tali conquiste, egli affirma ill-mitate possibilità di conquista anche per lo spirito. Egli crede che, come nella natura la monade superiore ascende, avvalendosi di quella inferiore, cosi l'uomo si avvale, per salire, delle forze naturali da lui conosciute; e, come la natura, operando instancabilmente, è obbligata ad assegnarsi alfine un'altra forma di vita, la stessa cosa avviene per lo spirito nella sua illimitate possibilità di conquista, in quanto l'evoluzione della vita della natura e di quella dello spirito è regolata dalle stesse leggi.

Ma l'agire è per G., soprattutto, fonte del conoscere e fondamento del vivere nel modo che a ciascuno è adeguato e commisurato. Noi non possiamo conoscere noi stessi se non quando e in quanto siamo attivi : ecco un altro pensiero fondamentale che diverrà per lui norma di vita. E quando afferma che ogni azione, volta a conoscenza, è di per sé morale, ovvero che tra l'uomo il quale esplica tale attività e la collettività cui appartiene, non esiste né può esistere contrasto alcuno, ovvero ancora che "la somma delle singole attività, purché volta a questo medesimo fine, conduce a una universale armonia ", è chiaro che egli intende esprimere pensieri densi di contenuto ideale, i quali presuppongono negli uomini, sempre, una natura buona e anche la possibilità, in ciascuno, di un progressivo perfezionamento, sol che segua l'impulso e la voce della propria natura. E tale convincimento
è cosi radicato nel suo pensiero che, con maggiore distacco dalla realtà, gli suggerisce di trasferire il suo ideale nel campo metafisico, per farne una verità immutabile, inerente alla vita stessa del cosmo. "Nessuna essenza afferma - può disfarsi nel nulla. Nessuna epoca, nessuna potenza è capace di spezzare la forma che si (volve ". E il destino di Faust, la cui ansia di passione conoscitiva trasforma in lotta la sua vita e la cui attività conduce a salvazione. G. completa in tal modo la visione dei romantici dando anche un suggello morale alla loro inessuata brama di conoscere e di andar più oltre. Ma poiché, appunto, il pensiero goethiano vuol racchiudere anche un valore morale, non senza sgomento si ascolta la trista parola di Mefistofele, sussurrata all'orecchio di Faust, tentato di distruggere, senza pietà, la pacifica dimora e perfino la vita felice di due vecchi innocenti : Filemone e Boaci. E lo sgomento che la parola del demonio possa essere accolta come norma di vita singola o associata. Certo, neppure quando venne a contatto diretto col mondo latino, felice di sentirsi " gli occhi e la mente sgombri dalle ultime nebbie nordiche ", G. ebbe del tutto chiara la coscienza che l'attività creatrice dell'uomo mai potrà uguagliarsi a quella della natura, creatura di Dio, e a Dio medesimo. Senza accettare questa concezione dualistica, egli continuò a sentire la divinità come il termine supremo del divenire umano e a inseguire quindi il mi raggio di trasformare il divenire nell'essere, nel quale miraggio è da vedere la più profonda tragedia del pensiero tedesco. D'altro canto, la sua stessa evoluzione intelletruale lo aveva guidato alla conoscenza di assosi misteri della vita e di questa conoscenza seppe alfine appagarsi il suo spirito, contribuendo a creare quell'equilibrio interiore e quella armonia che sono appunto le doti più evidenti della sua personalità: un equilibrio e un'armonia che egli ardentemente desidero per tutti gli uomini. Un desiderio di fraternità umana gli ispirò ancora l'apostolato inteso a una intima e larga collaborazione nel campo della scienza e della cultura; e lo stesso sogno di una Weltliteratur ha le sue più profonde radici in questo sentimento di umana solidarietà che affratella i popoli, spezzando tutte le barriere che li dividono e li rendono troppo spesso nemici.

Bibl.: R. M. Meyer, G., Berlino 1905; G. Simmel, G., Lipsia 1913; G. Guberti, Le "affinità elettive" come espressione di una crisi pessimistica, Milano 1914; V. Errante, Il mito di Faust, Bologna 1924; A. Birlschowski, C. sein Leben u. seine Werke, Monaco 1928; F. Gundolf, G., Berlino 1930; E. Kuehnemann, G., Lipsia 1030; Ph. Witkopf, G., Stoccarda 1931; L. Mazzucchetti, La vita di G. seguita nell'epistolario, Milano 1932; J. Petersen, Aus der Goethezeit, Lipsia 1932; F. Sternbere, G., Trieste 1932; B. Croce, G., Bari 1939; A. Farinelli, La morte di Faust, Torino 1940; G. Lukacs, G. e il suo tempo, Milano 1949; R. Bottacchiari, L'Italia e G., in Kleist, Roma 1949, pp. 213-37. Rodolfo Bottacchiari

GOFFREDO Babione. - Scolastico di Angers, m. nei primi decenni del sec. xir. Successe, nell'ufficio di « magister scholarum », a Marbado di Reims verso l'anno 1096.

A lui sono rivendicati, dal Wilmart, molti dei 141 Sermones stampati dal Migne (PL 171, 343-951) sotto il nome di Dileberto di Le Mans (Cenomanentis), cioè : 1, 10, 11, 15, 16, 18, 22, 26, 27, 28, 30, 34, 37, 38, 40, $41,44,46-49,51,52,56,65,71,81-84,91,92,94,95$. 96, 98 (?), 104, 106-10, 113, 116, 118, 120, 123, 124, 126, 128. Interessanti per l'Eucsristia i Sermones 37-38.

Bibl.: G. Morin, Un écrivain belge ignoré du XIIe siècle. Geoffroy de Bath au Geoffroy Babion, in Revue bénédictine, 10 (1893), pp. 28-36; L. De Ghellinck, Eucharistie au XIIe siècle, in DThC, V, II, col. 1248; G. Paré, A. Brunet, P. Tremblay, La renaissance du XIIe siècle: Les écoles et l'enseignement, ParigiOttawa 1933, p. 25; A. Wilmart, Les sermons d'Hildebert, in Revue bénédictine, 47 (1935), p. 12 sge.; Hurter, II, col. 82; W. Lempen, De sernanibus Gaufredi Babionis scholastici Andegavensis, in Antonianum, 19 (1944), pp. 145-68; J. de Ghellinck, L'essor de la littérature latine au XIIe siècle, I, Bruxelles-Parigi 1946, p. 226. Antonio Piolanti

GOFFREDO, conte di Buglione (Bouillon), duca della Bassa LoreNA. - Figlio di Eustachio II

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(Jul. Anderson)
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In alto: FACCIATA DEL PALAZZO DUCALE (sec. xiv-xv) - Mantova: In basso: LODOVICO II CON LA SPOSA E I FIGLI DI FEDERICO. Particolare dell'affresco di Andrea Mantegna - Mantova, Palazzo Ducale, o Reggia dei Gonzaga.

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(per cortesia del p. Alberto Gbinato)
In alto: CHIESETTA GENTILIZIA DELLA FAMIGLIA FIORENTINA RABATTE, nel borgo del Castello (sec. xiv) - Gorizia. In basso: INTERNO DEL DUOMO (sec. xvi-xviII).

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(per coricsta dell'ifticio Blanpa dell'Ambasciata Bpagnola - Roma)
In alto: ABSIDE E FACCIATA di mezzogiorno della cattedrale di Léon (sec, xili-xiv).
In basso: INTERNO DEL TRANSETTO DELLA CATTEDRALE di Léon (sec xiv).

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conte di Boulogne e di Ida sorella di Goffredo III, duca della Bassa Lorena. Alla morte dello sio nel 1076 ebbe la contea di Verdun e la marca di Anversa: nel ro89, il ducato. Come vassallo imperiale aveva combattuto al seguito di Enrico IV contro Rodolfo di Svezia e poi in Italia nelle lotte contro Gregorio VII e la contessa Matilde.

Quando e perché abbia fatto voto di partecipare alla Crociata, non è noto. E leggenda che fosse già stato pellegrino in Terra Santa prima della prima Crociata. Partì per l'Eriente nell'estate del ro96 con i fratelli Eustachio, Baldovino ed altri parenti. Intendeva di raggiungere Costantinopoli, ritrovo dei Crociati, per la via di terra, seguendo il Danubio ed attraversando i Balcani. Trovò gravi difficoltà per entrare in Ungheria, dove i saccheggi delle colonne di Pier l'Eremita avevano irritato le popolazioni. G. dovette dare ostaggi. Anche a Costantinopoli i Crociati renani destarono malumore per il rifiuto dei capi di aderire alle richieste dell'imperatore Alessio Commeno di impegnarsi con giuramento alla fedeltà ed alla restituzione dei territori che si togliessero ai Turchi. Il contrasto degenerò in un conflitto armato, sulla cui entità e durata le fonti sono contraditrorie; G. finì per sottomettersi alle imposizioni bizantine.
G. passò in Asia nel maggio 1097 e partecipò all'assedio di Nicea e poi a quello di Antiochia, ma in posizione di inferiorità rispetto agli altri principi crociati francesi. Solo nell'estate del ro98, dopo che il fratello Baldovino era diventato conte di Edessa, nel conflitto tra Boemondo d'Attavilla e Raimondo di Tolosa, il duca di Lorena acquistò maggiore influsso e partecipò al gruppo dei principi che doveva giudicare della vertenza. Il conte di St-Gilles anche a lui fece proposta di assoldarlo per denaro: G. rifiutò. Nella dissoluzione delle forze crociate, G. rimase con il conte di Fiandra ed insieme partirono da Antiochia il i nov. 1098 con l'intenzione di assediare Gibelletto. Poi accorsero ad Irka in aiuto del conte di St-Gilles. Caduto definitivamente per la questione della S. Lancia il prestigio di Raimondo, ed essendo lontano Boemondo, il duca di Lorena passò ora in prima linea. Egli assoldò Tancredi e diresse la marcia su Gerusalemme. Alla presa della Città Santa, il 15 luglio 1099, G. partecipò energicamente, attaccando alla porta di Giaffa. Dopo la conquista, contro Raimondo di StGilles che era osteggiato dai principi, G. venne sostenuto dal duca di Normandia e dal conte di Fiandra nella questione del governo. G. acconsentì a rimanere in Terra Santa e ad assumere il governo di Gerusalemme, però non con il titolo di re ma soltanto di "Avvocato del S. Sepolcro». Solo da questo momento G. diventò la figura dominante del movimento crociato ed il rappresentante della cristianità europea. Seguendo il duca di Lorena nella sua attività di crociato si può in lui riscontrare una certa ponderatezza pacata ed assennata, una certa fedeltà al programma della spedizione che lo differenziano da quasi tutti gli altri principi avidi di acquistare. A torto la critica moderna lo ha qualificato mediocre; la tradizione posteriore, immedesimando in lui addirittura la stessa Crociata, lo ha sentito forse più della critica. Egli aveva conoscenza di tutto il peso dell'ufficio; certo non aveva ambizione di crearsi un regno e sentiva l'importanza degli impegni assunti verso l'Imperatore bizantino. Fu costretto ad accettare il governo perché occorrerà eliminare l'irrequisito e forse poco capace conte di Provenza.

Subito dopo l'occupazione di Gerusalemme, G. dovette parare un attacco degli Egiziani: la battaglia vittoriosa di Ascalona assicurò il possesso della Città Santa e consacrò il prestigio dell'« Avvocato del S. Sepolcro» ( 12 ag. 1099). Ma pochi mesi dopo, la comparsa del delegato apostolico Dainberto de' Lanfranchi, arcivescovo di Pisa, mise in dubbio la posizione di G. Dainberto costrinse G. ad eliminare Arnolfo di Rohes che si era fatto eleggere patriarca e si installò egli stesso come patriarca ierosolimitano. Deciso partigiano delle idee teocratiche gregoriane, costrinse G. e Boemondo a riconoscersi suoi vassalli ed a ricevere da lui l'investitura:
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Iftet. Biblioteca Vaticana]
Goffredo, conte di Buolione - Sepolcro di G. di B. Disegno contenuto nel Liber I, de Sancta Civitate Jerusalem... descripia... 27 sett. 1725 : cod. Vat. lat. 9233 f. $103^{\circ}$ - Biblioteca Vaticana.
poi, con la pretesa di volere che il patriarcato riavesse tutti i diritti e possessi del periodo anteriore all'occupazione turca, chiese a G. la cessione della stessa Città Santa e della città di Giaffa. G. cercò di accontentare Dainberto in parte, ma di fronte alle minacce del patriarca dovette cedere: il Sabato Santo del 1100 ( 1 apr.) G. riconobbe al patriarcato il possesso di Gerusalemme e territorio, riservandone il godimento sino a che non avesse occupata un'altra città. La stessa concessione rinnovò G. quando poco dopo si ammalò. M. il 18 luglio 1100 e fu sepolto nella basilica del S. Sepolcro.

BinL.: Sulla vita di G. di B. prima della Crociata, v. A. Breysig, Gottfried v. B. vor dem Kreuzzuge, in W'estdeutsche Zeitschrift f. Geschichte, 17 (1898), pp. 169-201: per la partecipazione alla Crociata v.: F. Chalandon, Histoire de la première Croisade, Parigi 1923; F. Cognasso, Le precvi della Crociata, Torino 1934; R. Groussot, Histoire des Croisades, I, Parigi 1935.

Francesco Cognasso
GOFFREDO di FONTAINES. - Maestro secolare dell'Università di Parigi dal 1283 al 1296, m. dopo il 1303. E autore di quindici Quodlibeta e di Quaestiones ordinariae (edizioni di M. de Wulf, A. Pelzer, J. Hoffmans e O. Lottin nella collezione Les philosophes belges di Lovanio dal 1904 al 1937).

Ammiratore di s. Tommaso, ritenne ingiustificata la condanna del 1277. Fu però un discepolo indipendente : mentre segue s. Tommaso nella teoria della conoscenza (che spiega con l'astrazione, rifiutando l'illuminazione agostiniana), si scosta da lui in altre dottrine: nega la distinzione reale di essenza ed essere nelle creature e la teoria dell'individuazione per la materia signata quantitate.

Bibl.: M. de Wulf, Etude sur la vie, les ocuores et l'influenze de Godefroid de Fontaines, Bruxelles 1004; M. De Wulf, Storia della filosofia medievale, II, $2^{\circ}$ ed., Firenze 1942. pp. 269-73. 283 (bibl.): O. Lottin, Psychologie et morale aux XIIe et XIIIe siècles, Lovanio 1942, pp. 304-39.

Sofia Vanni Rovighi

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GOFFREDO di Poitiers (Gaufridus Pictaviensis). - Teologo scolastico m. ca. il 1225 . Scolaro di Stefano Langton, insegnò nei primi anni del sec. xiri all'Università di Parigi. Nel 1221 si trovava insieme con Guglielmo di Auxerre alla corte di Gregorio IX, incaricato della riforma degli studi.

Scrisse un'ampia Summa theologica, probabilmente fra il 1212 e il 1215 , che mostra una forte dipendenza da Stefano Langton e da Roberto de Courçon (inedita). Tratta specialmente i problemi delle virtù e del peccato. Bibl.: M. Grabmann, Storia della teologia cati., $2^{2}$ ed., Milano 1939. pp. 85. 435 (con bibl.).

Anneliese Maier
GOFFREDO di San Vittore. - Filosofo, n. nei primi decenni del sec. xir, m. nel irg4. Mancano particolari dati biografici.

Scrisse : Fons philosophiae, che è una classifica delle scienze con l'indicazione delle antiche fonti filosofiche (Platone, Aristotele, Boezio, Macrobio, ecc.). Nella stessa opera si trovano preziosi ragguagli storici sulle diverse soluzioni del problema degli universali; De microcosmo (Biblioteca Nazionale, Parigi, cod. lat. 14.515), opera filosofico-ascetica, in cui il platonismo di Chartres e la dialettica di Abelardo si fondono con il misticismo della scuola di S. Vittore.

Bibl.: M. De Wulf, Storia della filosofia medievale, trad. it., I, Firenze 1944, p. 216; J. De Ghellinck, L'essor de la littérature latine au XIX siecle, I, Bruxelles-Parigi 1946. pp. 27-38; M. Grabmann, Gottfried, in LThK, IV, col. 621-22.

Antonio Piolanti
GOFFREDO di Strasburgo. - Massimo rappresentante della poesia cavalleresca in Germania, vissuto alla fine del sec. xir, m. fra il 1210 e il 1220. Compose il più bel poema epico del medioevo tedesco: il Tristano e Isotta (ca. 20.000 vv., lasciato incompiuto), la cui leggenda - già dai troveri francesi del secolo poetizzata un po' dovunque in Europa e da Eilhart v. Oberge verso il rigo in Germania - trasse dal francese Thomas.

Sua qualità principale fu l'indagine più profonda cui sottomise l'elemento erotico della leggenda. Sono sue doti la finissima analisi psicologica, la fluidità del pensiero, la melodiosa armonia della lingua e della rima, la magistrale allegoria (di cui diede in Germania il primo esempio); ma in lui la glorificazione dell'amore non va purtroppo disgiunta da piaceri del senso. Ulrico di Türheim e, meglio, Enrico di Freiberg continuarono il racconto fino alla sepoltura degli eroi. Restano di lui anche alcune liriche; non è sua però una Laude della Vergine Maria.

L'editio princeps è guasta. Molte ne seguirono; eccelle la versione neotedesca di W. Hertz ( $4^{4}$ ed., Stoccarda 1904).

Bibl.: Ed. del Tristano a cura di Fr. Ranke, Berlino 1930. Studi: F. Papart, L'originalité de Godefroy de S., Lilla 1905; I. Kelemine, Geschichte der Tristan-Sage nach den Dichtungen des Mittelalters, Vienna 1923, p. 232 sgg., (con esauriente bibl.); E. Nickel, Studien zum Liebesproblem bei G. v. S., Königsberg 1927; G. V. Amoretti, Il Tristano di G., Pisa 1934; H. Küpper, Bibliographie zur Trist. Sage, Jena 1941. Giovanni Guerra
GOFFREDO da Tranl. - Canonista, n. a Trani, m. probabilmente nell'apr. 1245. Insegnò diritto civile a Napoli e diritto canonico a Bologna. Fu quindi auditor litterarum contradictarum e fu creato cardinale diacono nel 1244.

È autore di Glossae in Decretales Gregorii IX e di Quaestiones; ma l'opera sua maggiore è la Summa super rubricis Decretalium (composta negli aa. 1241-43), che acquistò grandissima autorità ed ebbe grande diffusione attraverso numerose edizioni (la prima è di Basilea 1487, l'ultima di Padova 1667).

Bibl.: J. Schulte, Die Geschichte der Quellen und Literatur des kan. Rechts, II, Stoccarda 1877, p. 88 sgg.; S. Kuttner, Der Kardinalat der G. von T., in Studia et documenta historiae et iuris, 6 (1940), p. 124 sgg.; A. van Hove, Prolegomena, $2^{2}$ ed., MalineaRoma 1945, pp. 473, 476, 489.

Rodolio Danieli

GOFFREDO di Vendôme. - Teologo e cardinale benedettino, n. da nobile famiglia ca. il 1070 ad Angers, ivi m. il 26 marzo 1132. Dopo aver frequentato la scuola episcopale di Angers, divenne monaco nell'abbazia della S.ma Trinità di Vendôme, dove, ancora diacono, fu eletto abate, il 21 ag. 1093. Particolarmente attaccato alla Sede Apostolica, fece 12 volte il viaggio a Roma (ter quater transalpinavi: PL 157, 55), difese Urbano II contro l'antipapa Guiberto, assistette a molti concili, ospitò a Vendôme Urbano II e Pasquale II, dai quali fu ricambiato con insigni favori. Come cardinale, ebbe il titolo di S. Prisca. La sua dottrina fu pari all'intrepido coraggio, con cui lottò per la libertà della Chiesa.

Ampio e importante il suo epistolario: vi sono lettere a Urbano II, Pasquale II, Ivo di Chartres, Ildeberto di Le Mans (PL 157, 34-212). Brevi e concettosi i trattati : De Corgore et Sanguine Domini; De ordinatione episcoparum; De uimonia; De arca foederis e altri (PL 157, 212-37). Ricchi di dottrina teologica gli 11 Serranies (PL 157, 238-82). Innamorato di Roma, ne parlò con profonda venerazione affermandone l'universale maternità (mater amnium Ecclesiarum Romana Ecclesia nos proprios et speciales filios habuit atque lacte suae dilectionis nutriuit: PL 157, 39) e l'infallibile insegnamento (uиицими errore connessi: PL 157, 42). Con la maternità della Chiesa esaltò quella di Maria (cere bona Maria peperit Christum et in Christo peperit christianos. Est itaque mater Christi, mater Christianorum: PL 157, 266). Limpida e sicura è la sua dottrina eucaristica.

Bibl.: Notitia historica et litteraria: PL 157, 9-28; Hurter, II, coll. 16-17; J. De Ghellinck, Enchuristic, in DThC, V, coll. 1244; id., L'essor de la littérature latine au XIX siecle, I, Bruxelles-Parigi 1946, pp. 111, 159; B. Heurtebise, Gcoffray de Vendôme, in DThC, VI, coll. 1229-30; J. Geisshmann, Enchuristielehre der Verscholatilh, Paderborn 1926, pp. 474-75; A. Piolanti, Mater unitatis; de spirituali Virginis maternitate secundum nonnullos saec. XII scriptores, in Mariamum, 11 (1949), pp. 424 c 420.

Antonio Piolanti
GOFFREDO da Viterbo. - Cronista, n. a Viterbo ca. il 1120 , forse di famiglia sassone, fu da Lotario condotto nel 1133 in Germania, ove, nella scuola di Bamberga, ebbe una buona preparazione culturale. Fatto cappellano e notaio nella corte di Corrado III, servì fedelmente lui e i successori Federico I ed Enrico VI, associato spesso nelle loro spedizioni : egli dice d'essere stato due volte in Sicilia, tre in Provenza, una in Spagna, spesso in Francia, e di aver fatto per quaranta volte il viaggio dalla Germania a Roma. Ebbe anche svariate incombenze diplomatiche.

Dei suoi scritti storici, in gran parte poetici, ne dedicò alcuni al giovane Enrico VI, di cui fu precettore e al quale forse sopravvisse. Scrisse uno Speculum regum (1180) in versi, che abbraccia la storia dal diluvio a Pipino; Gesta Friderici, pure in versi ( 118 I ), assorbito poi nella Memoria saeculorum (ca. 1185), parte metrica e parte in prosa. L'opera maggiore è il Pantheon, modellata in gran parte sulla cronaca di Ottone di Frisinga. Il valore storico delle narrazioni di eventi di cui non fu testimonio è assai scarso, mentre non è trascurabile il valore letterario.

Bibl.: Le opere furono edite in parte da G. Waitz, in MGH, Scriptores, XXII, pp. 1-352; A. Porthast, Bibl. hist. medii arvi, I, Berlino 1896, p. 533 sg.; Manitius, II, pp. 392-98.

Alberto Ghinato
GOG e MAGOG. - Simbolo dei nemici d'Israel (Ez. 38-39) e della Chiesa (Apoc. 20, 7-10). Nei testi cuneiformi, G., nome di una divinità (gaga, gugu: Enüma elif, III, ecc.), diviene nome di una regione ( ${ }^{\text {mara }}$ ga-ga-ia: J. A. Knudtzon, Die El-Amarna-Tafeln, I, Lipsia 1907, linn. 37-39) e quindi di persona (gügu : cilindro B. IV, 2 di Assurbanipal, ecc.). In I Par. 5, 4 G. è un discendente di Ruben;

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mentre M. in Gen. 10, 2 è una popolazione del nord, fra i discendenti di Iapheth. L'accoppiamento G. e M. è