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cc.), diviene nome di una regione ( ${ }^{\text {mara }}$ ga-ga-ia: J. A. Knudtzon, Die El-Amarna-Tafeln, I, Lipsia 1907, linn. 37-39) e quindi di persona (gügu : cilindro B. IV, 2 di Assurbanipal, ecc.). In I Par. 5, 4 G. è un discendente di Ruben;

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mentre M. in Gen. 10, 2 è una popolazione del nord, fra i discendenti di Iapheth. L'accoppiamento G. e M. è proprio di Ezechiele: M. è il regno del simbolico G., il quale impersona i vari capi che in un lontano futuro ( $38,8.16$; cf. 39, II) muoveranno contro la tesorazia rinata dopo l'esilio, in un supremo tentativo di annientamento (profesta realizzatasi con Antioco IV Epifane ed i suoi successori).

Pertanto ogni tentativo di identificazione con questo o quel re del passato (Gige [oss. gugu] : Frd. Delitzsch, E. Meyer; o Gigi, capo degli Sciti: Giuseppe Flavio, s. Girolamo, gli antichi, F. Lenormant, ecc.) si rivela arbitrario ed errato. E solo possibile che l'impressione lasciate dall'invasione scita ( $632-622$ a. C.), la quale lambì la Palestina (Erodoto, I, 104 sgg.), abbia influito sulla concezione di Ezechiele per alcuni particolari (38, 9. 15; 39, 3). S. Giovanni ha scelto i due nomi G. e M. da Ezechiele, ma senza alcun rapporto con la storia e la geografia; ne ha fatto l'emblema di tutte le forze bestiali in perpetua lotta contro il regno di Dio, nella sua fase terrestre.

Biel.: J. Halévy, G. et M., in Revue sémitique, 12 (1905), pp. 370-72; S. A. Hooke, G. and M., in Expansory times, 27 (1912), p. 317 sgg.; E. B. Allo, L'Apocalypse, $3^{\circ}$ ed., Parigi 1933, p. 313 sgg.; D. Buzy, Autéchrist, in DBs, I, col. 297 sg.; F. Spadafora, Ezechiele, Torino 1948, pp. 276-93 (con riferimenti e bibl.).

Francesco Spadafora
GOGOL', Nisolà VASIL'SVIČ. - Scrittore russo, n. a Soročincy il 20 marzo 1809, m. a Mosca il 21 febbr. 1852. Il suo dramma poggiò su un contrasto fra natura etica e natura poetica, fra l'ambizione di investire l'arte di un contenuto, e un temperamento di stilista inadatto a sostenerlo. Nutrì fin dalla giovinezza il convincimento di essere predestinato ad arrecare "un bene" all'umanità e credé individuarlo nella "giustizia". Sognò dapprima di diventare un grande legislatore, ma una breve esperienza del mondo burocratico bastò a disingannarlo.

In attesa di scoprire la sua "vera missione", cominciò a scrivere e pubblicare dei racconti: le Veglie a una fattoria presso Dibau'ha (1831-32) segnano il suo primo successo, confermato nel 1835 da Mirgorod e Arabeschi. La fortuna letteraria lo fa convinto di avere finalmente trovato la sua strada e comincia a guardare all'arte come al mezzo naturale di attuazione del proprio ideale. Nello stesso 1835 pone infatti mano a un'opera, Il revisore, in cui vuol colpire "tutte le ingiustizie "che si commettono laddove "occorre più d'ogni altra cosa giustizia ". Ma la rappresentazione della commedia (1836) si muta in una catastrofe. G. è accusato di essere scrittore incapace di sentirsenza umano. Ne è esacerbato; fugge dalla Russia affinché più nulla gli ricordi la commedia : vuole sottoporsi a una educazione spirituale che lo preservi da altri errori, e purificarsi in solitudine per conseguire una maturità che gli condizioni un'opera che egli ha concepito come "poema" del suo riscatto: le Anime morte in cui raffigurerà personaggi ideali. A Roma (1837-39) ritrova la pace, ma nel 1842 quando, stampata la prima parte del romanzo, sente rinnovarsi le medesime accuse, la crisi diviene tragica. La sua "educazione" prende ora un indirizzo mistico; ma egli è ormai quasi del tutto incapace di proseguire nel lavoro. Nel 1846 si accorge di avere già svolto in forma teorica, in alcune lettere ad amici, quel contenuto ideale che è incapace di tradurre poeticamente nel romanzo. Si sconfessa scrittore, abiura tutta la sua opera artistica e stampa il "primo libro utile»: I Passi scelti dalla corrispondenza con gli amici (1847). Questo volta lo si accusa di bigotteria, oscurantismo, superba umiltà. E, in prima linea, Belinskij inizia contro di lui la battaglia in nome del razionalismo. E il colpo di grazia. Cerca inutilmente salvezza e pace in pellegrinaggi (Palestina 1848), digiuni, preghiere. Gli ultimi anni sono un lento trascinarsi di pena in pena, fisica e morale. Ai primi di febbr. del 1852 , in un accesso di sconforto, brucia il manoscritto delle Anime morte
e il 21, esausto da troppo acerbo e prolungato digiuno, muore. L'arte di G. muove dallo stile; lo stile da un giuoco avveduto e complesso di contrasti. La deformazione della realtà attraverso la tessitura stilistica, il grotesco, l'iperbole, le conferisce un carattere "realistico" assai relativo. Ricco di fantasia, ma povero di inventiva, G. sostiene la narrazione fuori dei limiti dell'intreccio: nel ritratto, che diviene specchio di profonda, cordiale umanità nel Mantello. Con la figura di Akakij nel Mantello, G. rivoluziona il concetto tradizionale, classico e shakespeariano, dell'eroe, assumendo alla funzione di quest'ultimo, ed elevandolo ad eguale grandezza, il "fratello" meschino e risibile. Dostojevskij, nelle sue opere giovanili, si riconnette direttamente a questo particolare aspetto dell'arte di G.

Biel.: Opere : Polnoe sobr. soč. (Opere), 1* ed., Mosca 1889 1897; Píšna (Lettere), Pietroburgo 1901. Studi: L. Léger: G., Parigi 1914; D. Merschkowskij, G., Monaco 1914; E. Haertel, G. a Roma, in Riv. di lett. slave, 7 (1932); L. P. Savij, Il dramma religioso di G., in Il frontespizio, 3 (1940), pp. 296-304; id., Il Revisore di G., Napoli 1947; E. Lo Gotto, Storia della lett. russa, Firenze 1944, pp. 219-36 (con ampia bibl.). Leone Pacini

GOIÁS, ABCidiOCESI di. - Arcidiocesi e città, capitale dello Stato omonimo nel centro dell'altipiano del Brasile. Ha una superficie di 227.230 kmq , con una popolazione di 479.66 I dei quali 455.677 cattolici, distribuiti in 35 parrocchie con 19 sacerdoti diocesani e 60 regolari, i seminario, II comunità religiose maschili e 14 femminili (1949).

Eretta a prelatura il 6 dic. 1745 , fu elevata a diocesi da Leone XII il 15 luglio 1826, quale suffraganea prima di Bahia, poi di Mariana. Il papa Pio XI, con la cost. apost. Quae in faciliorem in data 18 nov. 1932, erigeva G. a metropolitana, per smembramento dalla provincia ecclesiastica di Mariana, assegnandole come suffraganee la diocesi di Porto Nazionale e le prelature nullius di Bananal, Jataí e S. Giuseppe di Alto Tocantins. La popolazione è dedita specialmente all'allevamento del bestiame e all'agricoltura.

La Cattedrale è dedicata a s. Anna; altre chiese sono quelle della Buona Morte, del Carmine, del Rosario, di S. Francesco; sontuoso è l'asilo di S. Vincenzo de' Paoli.

Biel.: T. Hunt, s. - in Cath. Enc., VI, p. 687; anon.,Goyao, in Enc. Eur.-Am., XXVI, p. 837; AAS, 22 (1922), pp. 142-47. Enrico Josi
GOJIM. - Termine ebraico: le "genti, i «popoli» (Gen. 10, 5.20; 17,4; ecc.), usato spesso in senso peggiorativo, in quanto "le genti" sono nemici d'Israele, detto di solito 'am "popolo». I g. sono spesso stigmatizzati dalla Bibbia come idolatri e immorali (Ex. 34, 24; Lev. 18, 24; ecc.; v. etnico).

Nel giudaismo posteriore vige l'odio e il giudizio più severo contro i g., ritenuti rei dei più gravi delitti: tutti i g. sono destinati alla gehenna (v.); le loro ossa non rendono impuri, ché non sono ossa umane (J. Bonsirven, p. 103 sg.). Da vari secoli, molti giudei intendono, praticamente, per g. i cristiani (i musulmani son detti jismééélim).

Biel.: J. Bonsirven, Le judaïsme palestinien, I, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1933, pp. 99-107; F. Zorell, Lexicon Hebraicum, Roma 1940, p. 145 sg.; A. Romeo, Il giudaismo, in N. Turchi, Le religioni del mondo, ivi 1946, pp. 340-44. Francesco Spadafora

GOJOZ, JEANNE-BÉnIGNE. - Mistica, n. a Vieux, presso Champagne (Ain), il 20 luglio 1615 , m. a Torino il 5 nov. 1692. Entrò a 20 anni nel primo monastero della Visitazione di S. Maria di Annecy. Scelta dalla fondatrice, s. Giovanna Francesca di Chantal, si recò con essa a Torino nel 1638 per fondarvi un monastero, con il quale la Congregazione delle Visitandine fece il suo ingresso in Italia.

E sconosciuto il luogo della sua sepoltura; le ricerche fatte dopo la Rivoluzione Francese, ed ultimamente, sono rimaste infruttuose. Fu favorita dei più alti doni di orazione. Tra essi sono ben riconoscibili : la contem-

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plazione, l'unione mistica arida e l'unione estatica, la vita riparatrice e l'unione trasformante. Durante la sua vita edificantissima e di riconosciuta virtù, ebbe, secondo la sua testimonianza, frequenti comunicazioni da Dio, il cui contenuto, riguardante "l'incanto dell'Amore Divino", istruzioni sui Misteri, sulla Grazia e sull'esercizio delle virtù, G. affida allo scritto ( 800 foglietti ca., manoscritti, presso la Visitazione di Torino) o confidò oralmente alla madre Maria Elisabetta Geltrude di Provana di Leyni.

Bibl.: G. de Provane de Leyni. Le charme du divia amour ou la vie de l'hundle aneur Franne-Bénigne G. religieuse de la Visitation Ste Marie du monastère de Turin. Besancon rovi. Giovanni Rolando

GOLA. - Peccato capitale che consiste nell'appetito disordinato del cibo e della bevanda. E vizio opposto alle virtù speciali dell'astinenza e della sobrietà, le quali si ricollegano alla virtù generale della temperanza e moderano secondo ragione il desiderio e l'uso del cibo e della bevanda. La golosità è una degenerazione dell'istinto che porta l'uomo ad appetire l'alimento necessario per l'esistenza; è un capovolgimento di valori per cui i piaceri della tavola passano in primo piano e ciò che è puro mezzo diviene il fine.

Secondo s. Gregorio (Moral., XXX, 13) e s. Tommaso ( $2^{\mathrm{a}}-2^{\mathrm{er}}, \mathrm{q} .148, \mathrm{a} .4$ ) il disordine della g. può aver luogo nei cinque modi indicati dal seguente verso : praepropere, laute, nimis, ardenter, studiose, e cioè : praepropère, mangiando fuori tempo, molto frequentemente; laute, procurandosi cibi o bevande prelibate, molto costose; nimis cibandosi oltre le esigenze ragionevoli dell'appetito; ardenter, applicandosi al cibo con eccessiva avidità; studiose, esagerando nel modo di condire i cibi allo scopo di renderli sempre più gustosi.

Quanto alla malizia della g. : 1) l'eccesso nel prendere il cibo, è per sé veniale in quanto si tratta di esagerazione di una cosa in sé lecita. Può tuttavia accidentalmente diventare mortale a motivo del danno grave alla salute; della provocata incapacità ad attendere al proprio dovere; dello scandalo; della eccessiva prodigalità che può nuocere anche ad altri, come, ad es., ai famigliari e ai debitori; ma soprattutto del fine cattivo, quale è quello del vivere per mangiare. In questo senso, cioè della riprovazione del piacere come fine, va intesa la condanna che Innocenzo XI ha dato della seguente proposizione: «Non è peccato mangiare e bere fino a sazietà per il solo piacere, a patto che non si rechi nocumento alla salute, poiché l'appetito naturale può lecitamente godere dei suoi atti " (Denz-U, 1158). Quando infatti la ricerca del piacere sia conforme a ragione, serva cioè di stimolo alla necessaria alimentazione, non puó essere illecita dal momento che l'Autore stesso della natura ha annesso il piacere all'adempimento di questa funzione vitale. Per l'eccesso nella bevanda, v. alcoolismo; ubriachezza.

Quanto alla gravità della colpa, evidentemente non può essere che mortale il provocare senza proporzionato motivo l'ubriachezza perfetta. La S. Scrittura elenca anche questo tra i peccati che escludono dal Regno dei cieli (I Cor. 6, 10) e la stessa ragione persuade facilmente come non può essere che grave il privarsi, per il semplice piacere, dell'uso di ragione, senza poi dire delle conseguenze gravi che ordinariamente si accompagnano a questa privazione violenta. L'ubriachezza imperfetta per sé non è che colpa leggera. Accidentalmente anche questa può diventare grave. Principali rimedi contro la g. sono: la considerazione delle conseguenze fisiche e morali che sogliono accompagnare questo vizio; la fuga dell'occasione, specialmente quando si tratta dell'ubriachezza; l'esercizio della temperanza.

Bibl.: Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}}-2^{\mathrm{er}}, \mathrm{q} .148$; J. Viauurous, Joresse, in DR. III, coll. 1048-50; V. Oblel. Gourmandise, in DThC, VI. col. 1520 sgg.; A. Tanqueroy, Compendio di teologia ascetica e mistica, $7^{2}$ ed., Roma 1928, n. 864 sgg.; S. Ignazio di Loyola,

Exercitia spiritualia, Torino 1928, nn. 210-17. pp. 187-93; F. Tillmann, Il maestro chinma. $3^{2}$ ed., Brescia 1945. pp. 231-34; G. S. Lewis, Le lettere di Berlicche, Verona 1947. pp. 101-105. Loiai Moreshilin!

GOLA (arte). - Termine con il quale viene indicata una delle sette modanature fondamentali dell'architet. tura classica. Il suo profilo ha il carattere di un doppio incavo, cioè è determinato da due archi tangenti con la concavità a lati opposti. Si distingue una g. diritta da una g. revocita; la prima porta la concavità superiormente alla convossità, l'altra viceversa; v. GRIDII ARCHITETTONICI.

GOLDHAGEN, Hermann. - Gesuita, filologo ed esegeta, n. a Magonza il 14 apr. 1718, m. a Monaco il 28 apr. 1794. Insegnò da prima letteratura classica a Mannheim e Magonza ( $1746-56$ ), indi ese. gesi ( $1756-64$ ), consacrandosi di poi alla pubblicazione di opere apologetiche e scritturali a confutazione degli errori imperversanti dei teisti e degli illuministi. Soppressa la Compagnia di Gesù, fu consigliere di corte a Magonza e poi a Monaco.

Lasciando da parte numerosi testi scolastici, scritti in elegante latino, vanno citati: IIndegus Biblicus, sive nova methodus S. Bibliom intra onnum, cum fructu legendi, horne quadrante quat diebus impenso (Magonza 1763); Introductio in S. Scripturam (3 voll., ivi 1765-68); Vindiciae harmonico-criticae in S. Scripturam (2 voll., ivi 1774-75). Di ascetica compose: Anceisung zu der hochsichtigen Andrecht zum hettigsten Herzen f. C. (St. Gallen 1767); Grundlehren des Christenthums (Magonza 1771). Pubblicò pure il periodico bimensile: Religions-Journal (1776-94), raccolto di tristi di vari scrittori in difesa del cristianesimo, con commenti; continuato dal 1797 al 1804 da altri, col titolo di Journal der Religion, Winbtheit u. Literatur.

Bibl.: Sommervogel, III, coll. 1538-44; B. Duhr, Gesch. der Jesuiten in den Ländern deurscher Zunge, IV. 11, MonacoRatisbonia 1928. pp. 112-13. 281, 476. Celestino Testore

GOLDONI, Carlo. - Commediografo, n. a Venezia il 26 febbr. 1707, m. a Parigi il 6 febbr. 1793.

La sua vita si mescola così intimamente, anche nelle vicende esterne, all'arte, che i Mémoires, scritti negli ultimissimi anni nel disinvolto francese della cultura internazionale settecentesca, sono la guida più opportuna a comprendere il suo teatro. Nato a Venezia di famiglia oriunda modenese, accompagna il vagabondaggio avventuroso di suo padre, studia grammatica e retorica dai Gesuiti a Perugia, e filosofia scolastica da un dotto domenicano di Rimini, è assistente medico a Chioggia, studente di diritto nel Collegio Ghislieri a Pavia, aggiunto e coadiutore nelle cancellerie criminali di Chioggia e di Feltre, laureato a Padova nel ' 31 , ed avvocato veneziano. Le esperienze di teatro, come autore e come attore, le compie in questo noviziato di studi; e poi, dal dilettantismo passando alla professione, quando, allontanatosi da Venezia, incomincia una sua vita errabonda: "avventuriero onorato ", disse di sé in una commedia; e "povero allegro venturier modesto" lo definì Carducci in una coroncina di sonetti dove il suo ritratto è piacevolmente inquadrato in uno sfondo storico e pittoresco. Passando per la composizione di «intermezzi», forse musicali da rappresentare fra un atto e l'altro dell'opera maggiore e delle tragicommedie in versi, pompose e volenterose, giunge lentamente a scoprire la propria natura.

La sua attività di commediografo si può dividere nei tre periodi che fan capo ai tre teatri veneziani: di S. Samuele (con la compagnia Imer; e vi passò dalle tragicommedie e dagli intermezzi alla commedia di carattere, scrivendo intera la parte di Momolo in alcuni scenari dedicati al Pantalone Golinetti) ; di S. Angelo (dove

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(sit. Eno. Catt)
Goldoni, Carlo - Rirratto, in un dipinto contemporaneo. Roma, Biblioteca Angelica.
si ridusse con la compagnia Medebae, tornando a Venezia dopo qualche anno di vagabondaggio comico e di avvocatura pisana; ed è il periodo più intenso della sua opera, quando si studia e studia con ardore indefesso: il periodo della Vedova scultra, della Putia onorata, della Famiglia dell'antiquaria, della Locandiera, della Figlia obbediente); di S. Luca (dove, in un ambiente più vasto, con un impegno più grave di pubblica e di polemica letteraria contro Pietro Chiari e Carlo Gozzi, si prodiga in due direzioni diverse, quella della commedia avventurosa in versi martelliani, la trilogia di Ircana, ad es., e quella delle commedie in dialetto veneziano, libere ormai da ogni impaccio di maschere, stupendamente sciolte e commosse, I rusteghi, Le baruffe chiazzotte, La casa nuova; ma si annoverano anche capolavori di arditissima osservazione psicologica, come la trilogia della Villeggiatura e Gli innamorati). Ultimo periodo quello parigino, dall'ag. del ryba: andava per riconfortare le cadenti fortune della commedia italiana in Francia; e dovette ricominciar da capo a lavorare sulle consuetudini degli attori dell'arte, piegandosi a loro, per meglio persuaderli. Ma fra gli scenari scrisse, alla maniera appunto dell'arte, l'armoniosissima invenzione del Ventaglio, un puro gioco scenico, disinvolto da ogni preoccupazione che non sia di battuta e di danza; e compose in francese due commedie, Le bourru bienfaisant e L'avare fastueux, omaggio del Veneziano alla tradizione e alla casa di Molière.

Passa dunque da un noviziato a una missione teatrale, per dirla secondo una maniera goethiana che sottolinei l'impegno del poeta in quel suo teatralissimo secolo.

Fondatore della nuova commedia italiana, al centro della favola pose l'osservazione della moralità e del costume, adunandovi il gioco di un liberissimo e lietissimo immaginare. Ma nell'aridità di una cifra difficilmente si rassegna l'arte dell'esperto e umano autore, sempre pronto alla sorpresa delle novità impensate fra le vecchie parvenze, sempre attento alla vicenda delle sue creature e all'infinita varietà della natura umana e dei casi della vita. Né egli è commediografo che proponga un programma per essere discusso altrove che nella calda e mobile cerchia degli spettatori: anche quando parlò di «riforma»
della commedia, che impigriva e si degradava nella scurrilità dei comici dall'arte, o di a caratteri», quasi a giustificare secondo i canoni della verosimiglianza l'invenzione dei personaggi comici, si preoccupava solo di disporre con l'adunanza attuale e futura una stabile e consapevole intesa. Le ambizioni intellettuali, le saccenterie dottrinali, le vanaglorie furono estranee ad un uomo che del suo secolo colse gli aspetti più garbati, le festevoli condiscendenze, la profonda fiducia nell'umano e nel ragionevole. La commedia italiana s'apre con lui alla sua terza stagione, dopo aver conosciuto il frammentismo mimico della giulleria medievale e l'organizzazione tecnica della commedia dell'arte; ma nella paziente e fecondissima fatica del suo cauto disporre, del suo volenteroso proporre, le tradizioni di una forma espressiva, che era stata tanta parte del costume d'Italia, rimangono intatte nel loro significato autentico. Il suo dialogo è di una immediatezza tale che sembra chiedere solo all'evidenza della cosa direttamente vista e della parola immediatamente ascoltata, in un brevissimo cerchio di suggestione, la sua forza persuasiva. Dialogo mimico, appunto; e la struttura delle sue commedie è così esattamente calcolata, che la sapienza della composizione e il nitore del colorito scenico sembrano spontaneamente nascere nell'atto di recitare: con l'illusione dell'improvvisare ch'era dell'arte. Per giungere a questo riasuunto, che s'apriva al moderno senza nulla perdere dell'antico, e guadagnar senza rivoluzioni il popolo d'Italia a una nuova parola e a una più attenta partecipazione alla vita morale, egli si vale delle novità introdotte da un secolo nel teatro francese e nostrano; e la commedia letteraria, svoltasi da Molière attraverso i suoi epigoni francesi ed italiani, non ha segreti per lui; ma ogni scoperta matura nella concretezza di un'esperienza minutamente circostanziata, che calcola tutte le possibilità degli attori e l'esatta rispondenza del pubblico.

La sua grandezza è nella spontaneità cui giunge, rappresentando una natura umana che con una agevolezza mirabile si atteggia, non mai del tutto brutta e ferita, ma ragionevolmente disposta al meglio. Una bontà connaturata, dunque, e i doni di una fiduciosa, ma troppo agevolmente paga, società cristiana, che il cristianesimo aveva assorbito tutto in costume, né ardiva riproporre i temi della speculazione teologica. Dal teatro, in cui si sperimenta con una fatica enorme, giungendo a stupendi effetti di chiarezza e agile modulazione, passa ad un'osservazione morale che fonda l'umana convivenza in termini di ragionevolezza appunto, di viver bennato, di saggia disposizione: vizi e passioni vi compaiono, ma attenuati dalla cautela saggia e come allontanati da un pensiero che fa prevalere la norma morale e le buone disposizioni sopra ogni eccesso di volontà e di passione. E quell'osservazione morale si riassume in armonia arguta e limpida, quasi che il poeta offra una cifra per ricomporre in grazia pensosa ma fidente l'immagine di tutta la vita. Troppo facile ridurre, nei limiti del costume e della moralità settecentesca, una cosi matura e complessa esperienza, tanto scaltrita ed accorta quanto più schiva di clamori e di bandi, aliena dal sorprendere, romanticamente, la buona fede e il buon senso e il senso comune. In realtà, G. è l'erede più maturo della civiltà umanistica italiana, e di lì, dalla sua commedia e dalla sua proposta, muove il costume e la vita sociale dell'Ottocento italiano, in quanto ebbe di più attivamente partecipato e di più volenteroso e di più fiducioso : inspiegabile, senza G., la storia della poetica manzoniana; ma incomprensibile la stessa vita sociale della penisola : anche se G., nel teatro europeo, resta come il modello irraggiungibile della teatralità più accorta che tutto sembra risolvere nell'armonia del gesto e della battuta.

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BibL.: Testo fondamentale è l'edizione centenaria, promossa dal Municipio di Venezia, dal 1907 in avanti, a cura di G. Ortolani, con note storiche dello stesso Ortolani, di E. Maddalena e di C. Musatti; e Tutte le opere, a cura dello stesso Ortolani, pubblicate dall'editore Mondadori, Milano, dal 1935 in poi. Per la critica, oltre alle notizie e alle note delle edizioni citate, cf.: H. C. Charfield-Taylor, G. a biography, Nuova York 1913, trad. it., Bari 1927; M. Apollonio, L'opera di C. G., Milano 1932; E. Rho, La missione teatrale di C. G.: storia del teatro goddoniano, Bari 1936.

Mario Apollonio

## GOLDSCHMID : v. AURIPABER, AEGIDIUS.

GOLFIERI, Gaetano. - Sacerdote e scrittore, n. a Bologna il 7 giugno 1808, m. ivi nel febbr. 1889. Fu precettore in casa del conte Giovanni Marchetti e per molti anni insegnante nel Seminario diocesano, bibliotecario e professore d'eloquenza all'Università di Bologna. Per non essere obbligato a prestar giuramento di fedeltà al nuovo governo, nel 1859 lasciò la cattedra, alla quale successe il Carducci.

Le sue Pessie (2 voll., Bologna 1867), di tradizione montiana secondo la scuola classicista romagnola, abbracciano temi d'occasione: feste religiose, nozze, morti, lauree. Sono, tuttavia, di qualche interesse le prose ritmiche dei suoi Salmi ( 8 del G. l'inno popolare del 1848 per Pio IX : «Su, fratelli, a letizia si canti» divulgato sull'aria del Rossini), i poemetti: S. Pio V e Le glorie del Pontificato, dedicato a Leone XIII, nel quale l'autore riepiloga il suo pensiero sulle vicende del Risorgimento italiano.

BibL.: A. Evangelisti, La varia e viva letteratura di mans. G. nel bolognese, in Giouve Carducci, Bologna 1934, pp. 110-13; L. Simeoni, Storia della Universitd di Bologna, II, ivi 1940, p. 211 .

Giovanni Pallani
GOLFO SAN LORENZO, diOCESI di. - Città e diocesi del Canadà, già prefettura apostolica dal 29 maggio 1882 e vicariato apostolico il 12 sett. 1905. La diocesi è stata creata dal papa Pio XII con la cost. ap. Ad Christi fidelium bonum del 24 nov. 1945.

La diocesi si estende a nord fino ai confini del vicariato apostolico del Labrador, cioè alla loro intersezione con il $53^{\circ}$ parallelo, quindi verso ovest fino al $70^{\circ}$ meridiano.

A sud è limitata dai fiumi Saguenay e St. Laurent fino al Natashquan, compresa l'isola di Anticosti. Ad est, il Natashquan; ad ovest, il $70^{\circ}$ meridiano fino al fiume Saguenay. Si estende per ca. 162.975 kmq . con una popolazione di ca. 30.000 ab . dei quali 29.505 cattolici, in gran parte di lingua francese. Ha 25 parrocchie, 24 stazioni, 25 chiese, 20 cappelle, 21 sacerdoti diocesani, e 19 regolari, 3 comunità religiose maschili e 5 femminili un seminario (1949). La Cattedrale è dedicata a s. Giovanni Eudes. La diocesi è suffraganea di S. Germano di Rimarki.

BibL.: AAS. 38 (1946), pp. 332-38; Le Canada ecclésiastique, 1949, Montréal 1949, pp. 332-35. Enrico Josi

GOLGI, CAMILlo. - N. a Corteno (Brescia) il 7 luglio 1844, m. a Pavia il 21 genn. 1926. Allievo di Bizzoczero. Fu professore di istologia e di patologia generale all'Università di Pavia. Si servì di un suo particolare metodo (colorazione cromo-argentica) con cui scoprì le cellule nervose multipolari e con il quale rese possibile l'indagine istologica per la conoscenza della struttura del tessuto nervoso; queste ricerche gli meritarono il conferimento del premio Nobel per la medicina del 1906.

Descrisse per il primo accuratamente lo sviluppo del parassita della malaria nell'uomo, trovando un rapporto tra il ciclo di sviluppo del plasmodio e le curve della temperatura febbrile; indicò la differenza tra la malaria perniciosa e le febbri intermittenti terzane e quartane e ne specificò la cause. Non ha mai affrontato il problema religioso ed affermava che la scienza non ha e non avrà mai nulla da dire in proposito.

I suoi scritti in Opera omnia (Milano 1903).

Bibl.: A. Castiglioni, s. v. in Enc. Ital., XVII, p. 405; cf. anche: Pio XI, Discorso per il X Congr. internaz. di chimica, in L'osterv. romano, 22 maggio 1938. Giorgio M. Baffoni

## GOLGOTA: v. CALVARIO.

GOLIA (ebr. Goliath). - Eroe filisteo, sconfitto e ucciso da David (I Sam. 17). Era di Geth (v.) ma la desinenza del suo nome farebbe pensare che non fosse né cananco né filisteo d'origine; discendeva forse dagli 'Anäqîm, sterminati da Giosuè (Jos. II, 21).

Aveva statura gigantesca, misurando " 6 braccia e I spanna " d'altezza (ca. m. 2,90); era armato d'elmo, corazza a scaglie (di ca. 40 kg .), schinieri, tutto di bronzo; brandiva una lancia con punta di ferro (di 5 kg .), portava al fodero una forte spada e, appeso tra le spalle, un givellotto di bronzo. Lo precedeva il suo scudiero, coprendogli tutto il corpo con il grande scudo. G. prese parte ad una campagna contro Saul in terra di Giuda (" valle del terebinto ", oggi Wâdi es-Sanţ) v, non decidendosi i due eserciti ad attaccare, sfidò ripetutamente un eroe israelita a singolar tenzone: il loro duello avrebbe posto fine alla guerra. Udi la sfida, in mezza al tremore universale (non vinto dalle ricche promesse di Saul), il giovane David (v.), capitato a caso, che accetto senz'altro e gli andò incontro con il suo bastone da pastore: le armi di Saul gli erano riusciue d'impeccio. Ma il bastone era un pretesto: nella bisaccia aveva cinque sassi, e nella sinistra, nascosta, la fionda. Mestre G., adirato di ciò che credeva uno scherzo, si avanzava scoperto contro il pastore, ricevette in fronte una frombolata che l'uccise. Era stata, ne era convinto il vincitore, la rivalsa "del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d'Israele ", sfidato dal cultore degli idoli. David recò la sua testa, più tardi, a Gerusalemme come trofeo. La spada, prima appesa come ex-voto nel Tabernacolo, verrà ripresa da David fuggitivo (I Sam. 21, 8 sg .).

Gino Bressan
Iconografia. - Nell'arte cimiteriale cristiana antica il gigante non figura nella pittura, ma nei sarcofagi, i quali rappresentano il combattimento tra lui e David. Il primo esempio è offerto dal coperchio del sarcofago di Ancona, nel quale i due antagonisti si preparano al combattimento; David ha nella destra la fionda, e nella sinistra il pedo pastorale; G. è vestito da soldato romano (Wilpert, Sarcofagi, II, p. 264, tav. 14, 3).

Gli altri sarcofagi sono turti della Gallia; quello di Reima è noto da una copia del Peiresc (Wilpert, ibid., p. 18, fig. 5 e p. 264); nel Museo di Vienna si hanno due esempi in due coperchi (ibid., p. 264, tav. 194, i; p. 265, tav. 194, 2); tanto in questi, quanto nel distrutto sarcofago di Marsiglia (ibid., fig. 24, pp. 37 e 264) David è assistito nel combattimento dall'angelo. Nel sarcofago di Marsiglia però, nel lato destro, era rappresentata l'unica scena dal giovane David che porta al re Saul la mozzata testa di G.

In una basilica della Spagna, forse Saragozza, al principio del sec. v, era rappresentato David che uccide G. Ne resta il ricordo nel distico illustrativo della scena, che fu dettato dal poeta Prudenzio (Dittocbacon, n. 19). Il combattimento tra David e G. è scolpito anche nella capsella eburnea di Brescia (J. Kollwitz, Die Lipsanotherh von Brescia, Berlino 1933, pp. 24, 62, tav. 3); in bordi marmorei per bacino: uno proveniente da Cipro, ora al Museo del Louvre; un secondo trovato a Sbeilla, ora a Tunisi nel Museo del Bardo; un terzo al Museo de l'Ermitage a Leningrado (E. Michon, Reborde de bassins chrétiens ornés de reliefs, in Revue biblique, nuova serie, 13 [1916], p. 128).

La scena si trova anche nel Salterio greco 139 del sec. 2 della Biblioteca nazionale di Parigi (H. Omont, Fac-similés des plus anciens manuscrits grecs de la Bibliotheque nationale, Parigi 1902, tav. 4, 7).

L'v ordo commendatonia animae "conserva l'invocazione "libera o Signore l'anima del tuo servo, come liberasti David.... dalla mano di G. ". - Vedi tav. LXII.

BibL.: H. Leclercq, Goliath, in DACL, VI, coll. 1374-75. Enrico Josi

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Gollardi - Carmina Burana: inno contro l'avarizia, inno a Maria, inno a s. Caterina (sec. XII-XIII) - Monaco, Biblioteca, cod. 1847, f. 3.

GOLIARDI. - Nome dato a quei "clerici" che nel secc. XII-XIII, attratti verso le sedi universitarie dalla fama di questo o quel maestro, giravano di città in città associandosi spesso alle orgie chiassose degli studenti, ad onta del loro stato ecclesiastico.

L'etimologia del nome è incerta: secondo alcuni si ricollega a Galia, appellativo attribuito simbolicamente ad uno o più di tali chierici (lo stesso Abelardo fu cosi chiamato dai nemici), divenuto in seguito il prototipo di una numerosa schiera; secondo altri a gula, per significare la tendenza alla crapula in questi individui. La seconda spiegazione appare in linea assoluta meno probabile della prima, ma non è escluso che una falsa etimologia abbia contribuito a fissare definitivamente l'uso del nome. I g. sono stati spesso identificati con i clerici vagantes della tradizione medievale, tardi epigoni - in ambiente diverso - dei circumcellianes di cui parla s. Agostino (Enarr. in Ps. 132, 3) e dei monaci girovaghi (semper vagi et numyum stabiles et propriis voluntatibus et gulae inlecebris servientes) cui eccenna la Regola benedettina (cap. 1) e su cui si sofferma ampiamente la Regula Magistri; in realtà essi ne costituiscono una categoria particolare: spiriti irrequieti che hanno dilapidato la propria prebenda o ne sono stati privati per provvedimento disciplinare, colpiti per la loro condotta da numerose deliberazioni conciliari e a volte anche per disposizione diretta del pontefice, i g. vivono con la protezione di questo o quel signore compiaciuto dei loro lazzi o cercando ospitalità presso studenti e professori, come giullari eruditi di un mondo che discende spiritualmente dalle corti feudali e prelude all'ambiente del Decamerone boccaccesco.

Ad essi è attribuita la paternità di un nucleo di componimenti poetici in latino, di carattere giocoso e licenziosi sia nel tema che nell'espressione, tramandati in una serie numerosa di codici, ognuno dei quali ne conserva una silloge più o meno estesa (la più ampia è quella dei cosiddetti Carmina Bu-
rana, cod. Clm. 4660 della Biblioteca di Stato di Monaco). La poesia goliardica ha origine in suolo francese, si diffonde in Inghilterra e in Germania, e giunge poi anche in Italia, dove però non ha una vita cosi rigogliosa come nei paesi d'oltralpe. E poesia ritmica, spesso anche in rima, e tratta, non senza monotonia, alcuni argomenti convenzionali (indegnità dell'alto clero, ingordigia della Curia romana, decadenza della società, voluttà del vino e dell'amore), in forma ora satirica ora parodica, pervasa sempre di un'accesa sensualità, raramente illuminata da un fremito di commozione.

Non mancano i precedenti, soprattutto nell'età merovingica (i cosiddetti Toca monachorum, la Cena Cypriani, il Bauchetto e i canti amorosi del Canzoniere di Cambridge), ma nella poesia goliardica è più evidente l'influsso di scuola, l'origine erudita che si manifesta nell'eleganza del latino, nelle reminiscenze virgiliane e più ancora ovidiane, il substrato dottrinale che non riescono a nascondere né le scarse movenze popolari né l'uso promiscuo, in componimenti essenzialmente latini, di versi in tedesco o in francese d'ail. Soprattutto, poi, c'è qui in più un tono di ribellione, un atteggiamento da "scapigliatura", una spregiudicatezza cosciente che pone a nudo un lato assai interessante di quella società di cui la letteratura mistica e la poesia cortese ci rivelano altri aspetti. La critica moderna è riuscita a dare contorni storici ad alcuni autori di questi componimenti: Ugo d'Orizians, nato come "il Primate", fiorito verso la metà del sec. xit; il cosiddetto "Archipoeta", originario della Renania, vissuto tra il 1130 e il 1180 ca.: Serlon di Wilton, inglese, abate nel 1173; Gualtiero di Lille, che tocca le soglie del sec. xirI; Filippo "cancellarius" di NotreDame, che occupò tale carico fra il 1217 e il 1219, e altri minori, fra cui l'italiano Morando da Padova. Ma la maggior parte rimangono tutto i veli dell'anonimo, cosi come restano ancora insoluti vari problemi connessi con la poesia goliardica: fra gli altri se tutti i g. furono autori di versi o soltanto menestrelli di questo genere poetico, e se effettivamente lo stato ecclesiastico fu comune a tutti i g. (clericus fu usato a volta nel medioevo come semplice sinonimo di "dotto", "istruito ").

La critica romantica nutri per la poesia goliardica uno spiegabile ma infondato entusiasmo : in realtà essa ha un valore soprattutto documentario; mentre dal lato poetico non ci dona che qualche sprazzo di luce in un buio groviglio di velenosa acrimonia e di bassa sensualità.

Bibs.: Bd. : E. du Maril, Poésies populaires latines antérieures au XIIe siècle, Parigi 1843; id., Poesies populaires latines du moyen âge, ivi 1847: I. A. Schmeiler, Carmina Burana. Latrinische und deutsche Lieder und Gedichte einer Handschrift des XIII. Jh. aus Benedictbnuern, Stoccarda 1847 ( $5^{2}$ ed. ivi 1928); F. Novati, Carmina medii aeri, Firenze 1883; W. Meyer, Die Grundelsammlung mittellatrinischer Lieder, Gottinga 1908; K. Breul, The Cambridge songs, Cambridge 1912; P. Lehmann, Poredistische Texte. Beispiele zur lateinischen Parodie im Mittelalter, Monaco 1923; K. Strecker, Carmina Cantabrigensia, Berlino 1926; R. Ulich-M. Manitius, Vagantenlieder aus den lateinischen Dichtungen des 17. und 13. Jahrb., Jena 1927; K. Strecker, Moralisch-satirische Gedichte W'alters von Chdtillon, Heidelberg 1929; O. Schumann-A. Hilka, Carmina Burana, I, ivi 1930; II, ivi 1941. Studi : Sono numerosissimi: si rimanda per tutti a O. Dubische-Reijdesvensky, Les poésies des goliards (Les textes du Christianisme, 9), Parigi 1931, e al ricco indice bibliografico ivi contenuto, cui si può aggiungere: A. Straccali, I G. ovvero i clerici vagantes nelle universita medievali, Firenze 1880; P. Novati, I G. e la poesia latina medievale, nel vol. A riculta, Bergamo 1907, p. 71 sgg.: G. Bertoni, La poesia dei G., in Nuova ant., $2^{2}$ serie, 154 (sg. 1911), pp. 600-41, ripubblicato in Poesie, leggende e costumanze del medioevo, Modena 1917, pp. 1-40; V. Crescini, Postille goliardiche, in Atti del R. Istituto senato, 82 (1925-26), pp. 1065-88; F. Veri, La fortuna di una parola: "G.", in Pan, 1 ott. 1934, pp. 220-26; F. Ermini, Medioevo latino, Modena 1938; M. Escobar, Nota sui Carmina Burana", in Poesia, 1 (1945), pp. 27-29; L. Vertova, Canti goliardici medievali scelti dal Carmina Burana, Firenze 1949. Alessandro Pratesi

GÖLLER, Emil. - Storico e sacerdote, n. il 25 genn. 1874 a Berolzheim, m. il 29 apr. 1933 a Friburgo in Br.

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Insegnd diritto canonico (1909-17) e storia della Chiesa all'Università di Friburgo, scrisse opere assai importanti condotte con critica squisita: Die päpstliche Pönitentierie bis zu Pius V. (Roma 1907-11) capitale sull'argomento; Die Einnahmen der apostolischen Kammer unter Johann XXII., Roma 1910; Einnahmen der apostolischen Kammer unter Benedikt XII., ivi 1920.

Bibl.: H. Finke, E. G., in Historisches Jahrbuch der Gö-ren-Gesellschaft, 22 (1923), pp. 277-79. Silvio Furlani
GOLUBINSKIJ, Eefgenij. - Professore di storia ecclesiastica nell'Accademia ecclesiastica di Mosca, (1834-1912). Fu il primo che ardi combattere le idee tradizionali spesso storte o addirittura false dei suoi antecessori mediante l'uso di fonti da poco pubblicate e da lui criticamente vagliate. Niente di strano quindi che specie nei primi anni del suo insegnamento abbia avuto da fare coi funzionari della censura statale. Nondimeno il metropolita di Mosca, Macario Bulgakov, lo protesse validamente.

Il G. pubblicò molte opere, ad es., intorno ai santi russi. Tuttavia il suo capolavoro rimane la Storia della Chiesa russa ( 4 voll., Mosca 1880-1917), la quale abbraccia tutti i settori dell'amministrazione ecclesiastica e della cultura religiosa. La cecità colpi purtroppo precocemente l'insigne storico e padre della storia ecclesiastica russa. Perciò non potè continuare la sua opera, comprendente 4 grossi volumi, se non fino all'introduzione del patriarcato nel 1598.

Bibl.: A. M. Ammann, Storia della Chiesa Russa e dei paesi limitrofi, Torino 1948, pp. 473-74. Alberto M. Ammann
GOLUBOVICH, Girolamo. - Frate Minore, n. a Costantinopoli il 7 febbr. 1865 da famiglia oriunda di Ragusa, m. a Firenze il 9 genn. 1941. G. è lo storico dell'Oriente francescano e particolarmente della custodia della Terra Santa. A 12 anni nel 1879 fu condotto dalla madre in pellegrinaggio ai Luoghi Santi e vi rimase entrando nel Collegio scrafico di Ain-Karin.

Il 24 sett. 1881 vestì l'abito francescano nel Convento di Nazareth, cambiando il nome di Antonio in quello di Girolamo. Ordinato sacerdote il 18 giugno 1888, ebbe l'incarico di riordinare la nuova biblioteca del Convento di S. Salvatore in Gerusalemme, una delle più ricche della Palestina. Fu proprio in questo primo lavoro che rivelò la sua vocazione di storiografo della custodia di Terra Santa, ma ciononostante sembrò per alcuni anni dover prendere la via dell'apostolato nelle diverse missioni della custodia. Così nel 1889 fu inviato a Cipro, nel 1893 ad Aleppo in Siria; nel 1894 ad Alessandria d'Egitto e a Porto-Said, per tornare poi ancora a Cipro come parroco di Limassol. Nel 1898 venne mandato a Torino ove presiedere la sezione di Terra Santa all'Esposizione di arte sacra. Chiuse la sua vita propriamente missionaria con il superiorato della missione di Costantinopoli (1902-1904).

La conoscenza quasi perfetta della lingua greca, araba e turca, e di molte altre moderne, gli permise di spaziare rapidamente nel vasto mondo orientale antico e moderno. Il suo primo lavoro scientifico è la Serie dei rea.mi Padri custodi di Terra Santa (Gerusalemme 1898); fin d'allora concepl il vasto disegno sulla storia della custodia di Terra Santa, che il suo superiore di Gerusalemme approvò ed incoraggiò. Ebbe così origine la sua opera principale: Biblioteca biobibliografica di Terra Santa e dell'Oriente francescano che conta fino ad oggi 22 volumi in-80. G. con quest'opera intendeva cercare, catalogare, copiare, pubblicare anno per anno, secolo per secolo, personaggio per personaggio, tutto il materiale, sceverato, illustrato, in attesa della storia ordinata, completa, dell'Oriente francescano. Nel 1899 pubblicò a Milano Il trattato di Terra Santa di frate Francesco Suriano, custode di Terra Santa dal 1493 al 1495 e dal 1512 al 1514; nel 1902 a Roma, Ichnographiae locorum et monumentorum Terrae Sanctae accurate delineatae a p. Elzeario Horn O. M., Provinciae Turingiae, 1725-44, dal cod. Vat. lat. 9233. Nel 1904
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(da In memoria del vostro ris.da p. G. G. O.F.M., Firenze Bif. (av. 1. 1.)
Golubovich, Girolamo - Ritratto.
fu destinato al Collegio di S. Bonaventura a Quaracchi (Firenze) e nonostante i lavori cui doveva attendere insieme agli altri Padri per le edizioni allora in corso, nel 1906 poté pubblicare il primo volume della sua Biblioteca. G. fu anche il primo direttore dell'Archivum Franciscanum historicum (r.), incarico che declinò subito dopo, onde dedicarsi alle sue ricerche.

Nel 1930 si accinse alla ristampa degli Annales Minorum del Wadding diventati ormai rarissimi. Vi apportò delle correzioni e delle aggiunte, particolarmente per quanto riguarda le missioni, tali da farne veramente una nuova edizione, ultimata a Firenze nel 1935 ( 25 volumi in-fol.).

Negli ultimi anni della sua vita G. lasciò due scritti polemici per rivendicare l'autenticità del S. Cenacolo di Gerusalemme e della casa paterna di s. Francesco in Assisi: Il S. Cenacalo, sua autenticità e sue divine prerogative (Firenze 1938); La storicità delle casa paterna di s. Francesco d'Assisi, oggi "Chiesa Nuova" e la popolare leggenda della "Stalletta" (ivi 1941).

Bibl.: Nel giubileo sacerdotale del p. G. G. O.F.M. (18881938). Biografia. Bibliografia. Omaggio dei confratelli del Collegio di S. Bonaventura in Quaracchi-Firenze, Firenze 1938; In memoria del m. r. p. G. G. dell'Ordine dei Frati Minori, missionario apostolico di Terra Santa - 7 febbr. 1863 - 9 genn. 1941 - FirenzeGovissanti, ivi 1941; M. Bihl, P. Hieronymus G., in Archiv. Franciscanum historicum, 35 (1942), pp. 338-45.

Benedetto Pesci
GOMAR, François. - Teologo protestante belga, n. a Bruges il 30 genn. 1563, m. a Groninga l'11 genn. 1641. Studiò prima a Strasburgo e a Neustadt, poi teologia ad Oxford sotto John Reynold e con William Whitaker a Cambridge, ove conseguì nel 1584 il baccellerato, addottorandosi più tardi ad Heidelberg. Nel 1593, dopo essere stato per sei anni pastore della Chiesa riformata fiamminga di Francoforte sul Meno, ottenne una cattedra di teologia a Leida, ove nel 1603, morto F. Junius, ebbe

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per collega Giacomo Arminio, con il quale presto ingaggio una lotta senza quartiere che condusse alla divisione della Chiesa olandese in due fazioni fra di loro ostili.

Causa della lotta furono le nuove teorie più mitigate di Arminio (v.) sulla predestinazione, che il G., calvinista fervente, avversò con vigore tacciando Arminio di pelagianesimo. La lotta si estese ben presto ai loro seguaci, dando luogo al formarsi di un partito gomarista, successivamente detto anche dei controrimostranti, in opposizione ad un partito arminiano detto dei rimostranti, le cui contese andarono tanto oltre da rasentare quasi la guerra civile. Perfino il governo dovette intervenire, ordinando pubbliche discussioni, che però non giunsero alla conciliazione.

Neppure la morte di Arminio (19 ott. 1609) riusci a sedare le parti, anche perché a succedergli sulla cattedra fu chiamato un suo amico, professante gli stessi principi, Corrado Vorstius, la cui nomina era stata da G. con ogni mezzo ostacolata. Sdegnato per non esser riuscito ad impedirla, G. si ritirò a Middelburg (1611), ove si dedicò alla predicazione ed all'insegnamento della teologia e dell'ebraico. Nel 1614, accettata la cattedra di teologia nella facoltà di Saumur, rimase in Francia fino al 1618 ; rientrò quindi in Olanda, come professore di teologia e di ebraico a Groninga, carica che tenne fino alla morte. Partucipó al Sinodo nazionale di Dort (Dordrecht; 13 nov. 1618-29 maggio 1619), indetto dallo Stadtholder Maurizio di Nassau, schieratosi con i gomaristi, e presieduto da Giovanni Bogermann, già suo alleato all'inizio delle polemiche contro Arminio. Nel Sinodo G. si adoperò accanitamente a far condannare le teorie arminiane. Nel 1633 collaborò alla revisione, fatta a Leida, della versione fiamminga del Vecchio Testamento, comunemente citata sotto il nome di Bibbia olandese.

Uomo di vasta cultura, benché di scarsa sensibilità critica, il G. ha lasciato un'abbondante produzione letteraria, sia teologica che esegatica: Francisci Gomari opera theologica omnia, maximam partem posthuma, suprema authoris voluntate a discipulis edita, 3 voll., Amsterdam $1644 ; 2^{*}$ ed., ivi 1664.

BibL.: J. Regenboog, Historie van de Remonstranten, Amsterdam 1774; Ph. Schaff, A history of the creeds of Christendom, III, Nuova York 1884, p. 551 sgg.; J. Forget, s. v. in DThC, VI, coll. 1877-86; G. P. van Iiterson, F. G., L'Aia 1929.

Niccolò Del Re
GOMER. - 1. Popolo discendente da Iapheth secondo la tavola delle nazioni (Gen. 10, 2; cf. I Par. 1, 5).

Nelle iscrizioni accadiche appare sotto la forma Gi-mir-ra-i, nella quale è facile scorgere l'equivalente del Kquêptot degli autori greci (cfr. Odissea, XI, 14; Erodoto, IV, 12 sgg.). Tale popolo, probabilmente di origine tracia, abitava nel periodo storico nelle coste settentrionali del Mar Nero. Emigrato in Asia Minore, particolarmente in Armenia ed in Cappadocia, ebbe relazioni spesso ostili con i vicini Assiri. Almeno alcune sue propaggini si spinsero fino in Lidia, ove vennero in conflitto con diversi re finché furono respinte dal re Aliatte.

Nella Bibbia, specialmente in Ez. 38, 6, il termine G., più che un popolo o una tribù dai caratteri etnici ben definiti, indica le genti che abitavano le regioni più lontane del nord rispetto alla Palestina.
2. Figlia di Debelaim, nota come meretrice. Il profeta Osea fu obbligato a sposarla da un comando di Dio, che intendeva assumere il matrimonio del profeta a simbolo delle sue relazioni con il popolo di Israele (cf. Os. 1, 3 sgg.).

BibL.: Lehmann-Haupt, Kцриє́рол, in Pauly-Wissowa, XI, coll. 397-434.

Angelo Penna

GOMEZ da Lisbona. - Teologo francescano conventuale, m. nel 1513. Resse i principali studi dell'Ordine e fu professore di filosofia e teologia nell'Università di Pavia. Nel 1511 tenne il governo dell'Ordine in qualità di vicario generale apostolico. Intervenne al Concilio del Laterano (1512), e da Giulio II fu nominato arcivescovo di Nazareth. Non sembra che sia stato consacrato.

Fra le sue opere si citrno: Quaestio de cuiuscumque scientiae et praesertim naturalis philosophiae subiecto (ed. postuma, Venezia 1517), Quaestiones quodlibetules in via Scott rimaste inedite.

BibL.: Wadding, Annales, 1511, n. 8; 1513, n. 9; id., Scriptores, p. 101; Shazalca, I, pp. 327-28; L. Caravelli, Manuale O.F.M. Conv., Roma 1897, p. 260 , n. 42; N. Papini, Lertores publici O.F.M. Conv., in Miscell. Franc., 31 (1931), p. 172.

Giovanni Odoradi
GOMIDAS CHEUMURGIAN: v. cosma da carboniano.

GOMORRA: v. Sodoma e gomorra.
GONÇALVES, Nữo. - E il maggiore pittore portoghese del sec. xv. Francisco de Olanda lo proclamò uno dei più grandi maestri di tutti i tempi e ricordò suoi quadri nella cappella di S. Vincenzo della cattedrale di Lisbona.

Non esiste di lui alcuna opera firmata o documentata, tuttavia viene indicato con il suo nome un polittico trovato nel convento di S. Vincenzo di Fuori a Lisbona, oggi nel museo della città, che realmente può considerarsi tra le più belle pitture della Penisola iberica del sec. xv. Il polittico raffigura un santo non facilmente identificabile adorato dalla famiglia reale e da un folto gruppo di personaggi. Il fondamento stilistico del pittore è indubbiamente da ricercare nel gusto della pittura fiamminga, per la spietata incisiva acutezza del segno e la forte caratterizzazione dei tipi, ma non è da escludere che su di lui abbia influito, specie nella composizione, anche il modo tenuto dagli arazzieri francesi del ' 300 e ' 400 .

BibL.: I. de Figueiredo, $O$ pintor N. G., Lisbona 1910: F. C. W., s. v. in Th.eme-Becker, aiv, 366-67. Emilio Lavagnino

GONÇALVEZ, Giacomo. - N. nel giugno 1676 in Goa, nel 1700 oratoriano e nel 1705 missionario all'Isola di Ceylon. Si segnalò presto come missionario, superiore della missione e vicario generale del vescovo di Cochin (1730-42), e specialmente come scrittore.

Cres una letteratura cattolica in lingua singalese e tamsilca. Il suo capolavoro Deva Veda Puranaya (Storia Sacra), secondo il giudizio del vescovo singalese Edmondo Petris O.M.I. di Chilaw, lo pone con onore tra i classici singalesi. Gran parte delle sue opere ancora oggi sono ristampate e diffuse. M. il 17 luglio 1742 a Bollawatta, Ceylon.

BibL.: S. G. Perera, Life of Father Jacome G., Madura 1942: Streit, Bibl., VI, pp. 217-19.

Giovanni Rommerskirchen
GONÇALVEZ, Joaquin Alonso. - Sinologo, n. a Tojal (Traz-os-Montes, Portogallo) il 23 marzo 1781, m. a Macao il 3 ott. 1841. Am messo nella Congregazione della Missione il 17 maggio 1799, parti per la Cina nel 1812, stabilendosi a Macao, in attesa di poter entrare alla corte imperiale di Pechino. Si diede perciò allo studio della matematica e delle scienze. Ma venuto meno lo scopo, rivolse il suo interesse alla lingua cinese, che coltivò con vera passione.

Le opere principali sono: Grammatica latina ad usu