per la Cina nel 1812, stabilendosi a Macao, in attesa di poter entrare alla corte imperiale di Pechino. Si diede perciò allo studio della matematica e delle scienze. Ma venuto meno lo scopo, rivolse il suo interesse alla lingua cinese, che coltivò con vera passione.
Le opere principali sono: Grammatica latina ad usum Sinensium iuvenum (Macao 1828); Arte china constante de alphabeto e grammatica, comprehendendo modelos des differentes composiciones (ivi 1829); Diccionario portuguezchina no estilo vulgar mandarin e classico general (ivi 1831); Vacubularium latino-sinicum pronuntiatume mandarina latinis litteris (ivi 1837); Lexicon manuale latino-sinicum
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continens omnia vocabula utilia et primitiva, etiam Scripturae sacrae (ivi 1839); Lexicon magnum latino-sinicum (ivi 1841). Restano manoscritti: Lexicon magnum sinico-latinum e Versoo do Noon Testamento en china.
Biel.: E. Rosset, Notices bibliogr. sur les écrivains de la Congr. de la Mission. Angoulôme 1878. pp. 118-26.
Annibale Bugnini
GONDAR. - Città dell'Etiopia, dal negus Făsiladas (1632-67), scelta quale capitale del regno ed arricchita di uno splendido palazzo reale composto di parecchi edifici, alla cui costruzione parteciparono operai portoghesi. Le rovine di questi edifici (castelli di G.) testimoniano della magnificenza della costruzione. Dal 25 marzo 1937 è sede di una prefettura apostolica dipendente dalla S. Congregazione per la Chiesa orientale.
Bial.: F. Beguinot, La Cronaca abbreviata d'Abissinia, Roma 1901; Annuario Pontificin, 1950, p. 681. Mariano Baffi
GONDI, Antonio. - Fiorentino, della famiglia da cui uscì il card. de Retz (v.), m. il 18 sett. 1591. Uomo di grande pietà, amico e benefattore dei poveri vergognosi e dei luoghi pii, per 37 anni procuratore generale del monastero delle Domenicane di S. Vincenzo in Prato, fu il discepolo prediletto di s. Caterina de' Ricci.
La Santa gli scrisse numerose lettere, ma solo poche e secondarie ne rimangono. Abbondano invece cenni e richiami, interpolati nelle lettere scritte ad altri figli spirituali, sufficienti per fare capire la tenerezza materna di cui fu circondato. Nella sua stima la Santa non temeva di parificarlo a s. Giovanni, il discepolo prediletto di Gesù.
Biel.: Lettere spirituali di s. Caterina de' Ricci, raccolte ed illustrate da C. Guasti, Prato 1861. pp. 199, 297, 329; P. Bertini, S. Caterina de' Ricci, Firenze 1935, pp. 302-309.
Felice da Marcto
GONDI, Pietro. - Cardinale, n. a Lione nel 1532, m. a Parigi il 17 febbr. 1616. Cappellano di corte e cancelliere della diocesi di Langres, dove fu eletto vescovo nel 1566; fu trasferito alla sede di Parigi nel 1569 e creato cardinale da Sisto V il 18 dic. 1587. Esercitò il suo ministero di più e zelante pastore in momenti torbidi e difficili (v. uoONOTTI), e, per quanto non estraneo ad attività politiche (al colloquio di Poissy nel 1561, a Roma nel 1576 e nel 1585 , e nei negoziati per l'assoluzione di Enrico IV), svolse prevalentemente un'azione di caritatevole soccorritore dei poveri, soprattutto durante l'assedio di Parigi del 1589.
Biel.: Eubel, III. pp. 52, 226, 270; A. Ciaconius, Vitae et res gestae pontificum Romanorum et S.R.E. cardinalium IV. Roma 1677, coll. 180-82; Pastor, IX, passim.
Antonio Cistellini
GONET, Jean-Baptiste. - Teologo domenicano, n. a Béziers ca. il 1616 , m. ivi, il 24 genn. 1681. Entrò diciassettenne nel convento della sua città. Nel 1640 è dottore nella Università di Bordeaux, ove insegnò per oltre 20 anni. Dal 1660 al 1669 interruppe l'insegnamento a causa, sembra, del suo contegno nelle aspre lotte dottrinali del tempo. Appena ripresolo, dovette nuovamente lasciarlo perché nel 1671 venne eletto provinciale di Tolosa. Dopo il provincialato tornò alla cattedra, ma per breve tempo (1675-77). Infine si ritirò a Béziers. Il G. è alquanto risoluto contro il probabilismo, si dà avvicinarisi al rigorismo, senza però giungere a tale estremo. Non manca neppure di idee gallicanoidi, benché non sembrassero allora pericolose. Del resto egli non si oppone alla S. Sede. La sua opera principale, che incontrò molto favore, ha per titolo: Clypeus theologiae thomisticae contra novos eius impugnatores ( 16 voll.,

Gonfalone. - G. con la Vergine tra santi e confratelli. Dipinto nel rovescio del S. Sebastiano del Sodoma - Firenze.
Galleria Pitti.
Bordeaux 1659-69). Nel 1680 questo completo trattato di teologia dogmatica enumerava già 9 edizioni. Si ricordano inoltre quella di Lione 1681 in 5 voll., curata da J. B. Gonneau, che è la più perfetta. Lo stesso autore compendiò la dottrina del Clypeus nel Manuale thomistarum seu brevis theologiae thom. cursus in gratiam et commodam studentium ( 6 voll., Béziers 1682). La parte morale del G. fu completato dal p. Maderan: Supplementum Clypei theologiae thom. (ms. della Biblioteca municipale di Bordeaux, n. 154).
Biel.: Quétif-Echard, II, pp. 692-93; Hurter, IV, coll. 317 319; R. Coulon, s. v. in DThC. VI, II, coll. 1487-89.
Abete Redigonda
GONFALONE. - Deriva dall'antico tedesco Gundfano che equivale a Kriegsfalme, ossia bandiera di guerra. Nell'uso corrente ha lo stesso significato di stendardo. Usato nel medioevo come insegna religiosa e come vessillo militare, era portato a capo delle processioni e inalberato da compagnie militari. Il Villani narra che a Firenze il capitano del popolo nel 1257 consegnò 20 g . ai caporali delle compagnie.
Nella seconda metà del xiri sec. numerosissime compagnie di penitenti si riunivano sotto l'insegna di un g . A Roma sin dal sec. xiv c'era la Confraternita del g. Nel Veneto fu usanza collocare nelle piazze, ad ornamento, uno stendardo o g. Numerosi sono gli antichi g. dipinti o ricamati giunti fino a oggi, alcuni eseguiti in occasioni di particolari avvenimenti o per impetrare grazie singolari. Molti ve ne sono in Umbria. A Perugia, p. es., ve n'è uno di Berto di Giovanni nel Duomo, un altro del Perugino nella Pinacoteca, e altro ancora del Bonfigli a S. Maria Nuova e S. Bernardino. In tali g. è rappresentata al centro la Vergine che ripara sotto l'ampio manto gli abitanti della città dai dardi della peste lanciati da Cristo; ai lati i santi protettori. Nuova l'iconografia del g. di
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Niccolò Alunno per la città di Assisi (Priesterhaus di Kevelaer) : la Vergine è rappresentata da un lato come interceditrice, e per la prima volta, in luogo dei devoti genuflessi, appare la visione della intera città. Interessante anche il g. dello Pinacoteca di Città di Castello, dipinto da Timoteo Vite e Raffaello. Numerosi i g. cinquecenteschi, dell'età barocca, ed anche moderni, ancora usati quali vessilli di confraternite o associazioni religiose, taluni ricamati con eccezionale ricchezza. - Vedi tav. LXIII.
BibL.: L. Ruggeri, L'Archiconfraternita del g., Roma 1866: W. Bombe, G. umbri, in Augusta Perusia, 2 (1007), p. 1 sgg.; U. Guoli, Il g. dello zestr, in Bollettino d'arte, 2 (1911), pp. 63-70; id., Stendardo e g., in Enc. Ital., XXXII, pp. 694-95.
Sercna Madonna Setti
GONFALONE, ARCiconfraternita del. - Tale denominazione assunse nel sec. XIV la più antica Confraternita romana, quella dei Raccomandati, che fu fondata, con il concorso di s. Bonaventura, nel 1264 e fu una probabile derivazione del movimento ascetico promosso da Ranieri Fasani, come dimostrerebbero e il primitivo nome di Disciplinati, che ricorre in qualche documento, e la consuetudine della visita ai Sepolcri il Giovedi Santo, alla quale partecipavano in processione, flagellandosi e vestiti di sacco, tutti i confratelli.
Ebbe tra i suoi esercizi di pietà quello di rappresentare il mistero dell'Annunciazione e principalmente della Passione. Quest'ultima si' eseguiva nel recinto del Colosseo, quasi a redimere l'infame ricordo, in uno spazio sovrastante la cappella della Madonna della Pietà, il quale, avendo per sfondo un'ala circolare delle mura, si prestava ad essere utilizzato quale palcoscenico. Lo spettacolo si svolgeva con grande ricchezza di apparato dinanzi al popolo che vi accorreva foltissimo, e acquistava, nella cornice del gigantesco edificio, una singolare suggestione. Cospicue somme venivano devolute ogni anno dalla Confraternita per l'alleatimento scenico, per l'abbigliamento degli interpreti, per le decorazioni e per gli affreschi, uno dei quali raffigurava la città di Gerusalemme con il Calvario. Si citano quali autori del testo drammatico Bernardo di M. Antonio romano, e i guardiani del G. Giuliano Dati e Mariano Particappa. Non si può stabilire a quale data risalga questa tradizione drammatica della Confraternita; ma è da ritenersi sicuramente anteriore alla costruzione della cappella della Madonna della Pietà, che avvenne nel 1517.
La rappresentazione della Passione venne sospesa nel 1522 per essere ripresa con maggiore magnificenza ed impegno nel Giubileo del 1525 : dopo di allora, tenuto conto delle spese crescenti, da annuale divenne quadriennale. Nel 1539, sotto il pontificato di Paolo III, fu abolita per le perturbazioni dell'ordine pubblico che ne erano spesso conseguenza : difatti l'eccitamento e l'indignazione popolari, suscitati dalla realistica visione della crocifissione di Gesù, si sfogavano contro gli Ebrei e i birri con contumelie, con lancio di pietre e spesso con violenze che degeneravano in risse mortali.
Dopo il 1539 si tentò di ripristinarne l'uso: vari passi furono compiuti in tal senso dai guardiani del G.; e si riuscì nel 1561 ad ottenere da Pio IV il consenso, che fu poi revocato per informazioni al riguardo non rassicuranti. Tuttavia nel 1562 ebbe luogo, la prima domenica di maggio, un'ultima rappresentazione, non della Passione, ma dell'Annunciazione, nella chiesa della S.ma Annunziata fuori le mura : e questo fu il suggello di una gloriosa attività, che, certo non fu estranea alla rinascita del teatro in Europa.
BibL.: A. Fabi Montani, Feste e spettacoli di Roma dal sec. X a tutto il sec. XIV, Roma s. d.; L. Ruggeri, L'Archiconfraternita del p., ivi 1866. Sulle rappresentazioni sacre al Colosseo cf. M. Vattasso, Per la storia del dramma sacro in Italia (Studi e testi, 10), Città del Vaticano 1903, pp. 68-101.
Nicola Vernieri
GÒNGORA Y ARGOTE, Luis de. - Sacerdote e poera spagnolo, n. a Cordova l'ri luglio 1561, ivi m. il 23 maggio 1627. Beneficiario nella patria Catte-
drale e, in Madrid, cappellano d'onore di Filippo III, si dedicò alla poesia, procurandosi, per il suo singolare estro, ammiratori e amici.
Quando però pervenne a quegli eccessi di stile, che da lui furono chiamati «gongorismi», si attirò le ire dei suoi emuli, tra cui Lope de Vega e Quevido: tuttavia i suoi nemici stessi dovettero riconoscere l'eccellenza delle sue doti poetiche. Il «gongorismo» infine prevalse e, con il «gerundianismo», diede origine al barocco, di cui fu massimo esponente il g:suira Balsasar Graçän.
In G. occorre distinguere due diverse maniere di poesia: la giovanile, conforme allo stile popolaresco castigliano, di ispirazione agitata e, talora, picaresca: la seconda, propriamente gongorina, che si rivela nella Fábula de Polifemo y Galatea (composta negli wa. 1611-13) e nelle Soledades (la $1^{2}$ parte compiuta nel 1613; più tardi la 2*), dava il poeta sfoggia il suo brillante preassuismo pieno di luci e di ombre, ricco di immagini e di sottimesi. Molti riconoscono in G. il precursore di alcune forme poetiche moderne (parnassianesimo, simbolismo, ecc.).
BibL.: Opere: Obras poéticas de don L. de G., a cura di R. Foulché-Delbosc, 3 voll., Nuova York 1921; Romances de G., a cura di J. M. Cossio, Madrid 1927; Soledades, a cura di D. Alonso, ivi 1927. Studi: R. Foulché-Delbosc, Bibl. de G., in Revue hisp., 18 (1908), pp. 73-161; A. Reyes, Reseña de estudios gongorinos (1913-18), in Rev. filol. esp., 7 (1920), pp. 315-36; M. Artigas, Don L. de G. y A.-Biografia y estudio critico, Madrid 1923; E. J. Gates, The metaphors of L. de G., Filadelfia 1933. Cf. Rev. fil. esp., 14 (1927, iv), dedicato a G. Cf. inoltre: K. Vossler, Poesie der Eingamheit in Spanien, Monaco 1940, pp. 147154; B. Croce, Poesia antica e moderna, Bari 1941, pp. 285-304; T. Borghini, Poesia e psicologia spagnuola, Bologna 1945, v. indice.
Costanzo Eguia
GONNELLA, PIETRO. - Poeta e scrittore ascetico minorita, n. a 'l'ortona ca. il 1300, m. nel sec. XIV. Dotto e pio, letterato di valore, si devono a lui varie operette poetiche edite e inedite.
Le prime, sulla cui autenticità non mancano dubbi, sono raccolte fra le Poésies populaires latines du moyen âge (Parigi 1847, pp. 10-21) edite dal Du Méril, e fra i Lateinische Hymnen des Mittelalters (I, Friburgo in Br. 1853, pp. 411-13) editi dal Mone; le altre venivano segnalate dallo Sharaglia (m. nel 1764) come esistenti nella Biblioteca O. F. M. Conv. del convento di S. Francesco di Torino e si conservano oggi, almeno in parte, nella Biblioteca nazionale di questa città. Fra le più importanti : Meditationes animae fidelis de contemptu mundi, de timore mortis, de poena peccatoris, de gandio electorum (edite); Carmina de naticitate Domini, Opus de cocubulis quod Apiarium nuncupistur (inedite e conservata, quest'ultima, alla Biblioteca nazionale di Torino, E. III. 26).
BibL.: Sbarales, II, p. 341; B. Hauréau, Des poèmes latins attribués à et Bernard, Parigi 1822, pp. 38-42; T. Accardi, Emendationes et additiones, in Sbarales, II, pp. 341, 394.
Giovanni Odoardi
GONSALVO Ispano, detto di Vallebona o di Balboa. - Teologo francescano, n. in Galizia, m. a Parigi il 13 apr. 1313. Religioso nella provincia di S. Giacomo, di cui divenne ministro ca. il 1290. Compì gli studi a Parigi; ottenne il baccalaureato verso il 1288, ed il magistero ca. il 1301. Nell'anno scolare (scholaris) 1302-1303 era magister rege is all'Università di Parigi, che fu costretto ad abbandonare in seguito al dissidio tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII, non avendo voluto sottoscrivere alla convocazione del Consiglio generale proposta dal re contro il Papa. In Spagna, fu eletto ministro della provincia di Castiglia, e nel Capitolo generale del 1304, in Assisi, ministro generale dell'Ordine. Durante questo ufficio presentò G. Dune Scoto, che aveva conosciuto experientia longa, all'Università di Parigi per il conseguimento del magistero, con lettera del 18 nov. 1304, che è il primo e più lusinghiero elogio del «dottor sottile».
Principali suoi scritti sono le Conclusiones theolo-
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gicae edite a Venezia nel 1503 e a Parigi nel 1891, sempre sotto il nome dello Scoto; le Quaestiones disputatae e il Quadlibet ed. da L. Amorós nel 1935. Seguono altri scritti minori inerenti al suo ufficio di generale dell'Ordine o collegati alla controversia fra la comunità e gli Spirituali.
BibL.: J. Pou y Marti, Fr. G. de B., brimer General Español de la Orden, in Revista de Estudios Franciannos, 7 (1911), pp. 171180, 332-342; E. Longpré, G. de B. et le b. D. Srot. in Etudes franciscaines, 36 (1924), pp. 640-45; e specialmente l'introduzione di L. Amorós, Fr. G. Hispani Ouaestiones. Hupot. et de Quadlibet (Bibl. Franc. Schol. M. A., 9), Quaracchi 1935, pp. xilt sgg. Celestino Piana
GONTRANNO, re franco, santo. - N. verso il 525 , m. il 28 marzo 592. Figlio di Clotario I, alla morte del padre (fine del 561 ), nella spartizione del Regno franco, gli toccò la Borgogna, l'Orléans, Arles, Marsiglia, territori che ampliò più tardi mediante conquiste e trattative. Nelle frequenti lotte tra i Signori franchi, parteggiando or per l'uno or per l'altro, riuscì ad accapparrarsi influenza e protezione sui territori dei fratelli man mano che morivano, come pure prese la tutela del nipote Clotario II, figlio di Childerico e Fredegonda.
Combatté i Goti, spesso con esito sfavorevole ( 586 e 589 ), ma con tenacia, come nemici della religione cristiana (perché ariani). Restato senza figli, per il patto di Andolor del 23 nov. 587 fra lui e Childeberto, G. istituì costui suo erede.
S. Gregorio di Tours, contemporaneo e amico, lo loda assai per la sua carità, per l'erezione di monasteri e di chiese, per lo selo nel promuovere la disciplina ecclesiastica, specialmente con concili, e per il rispetto usato all'autorità ecclesiastica. Non fu tuttavia immune da gravi macchie (relazioni illecite, spargimento di sangue), ma per l'epoca in cui visse G. fu certamente un'eccezione. Fu sepolto nella chiesa del monastero di S. Marcello a Chalon-sur-Saône, da lui costruito. Festa il 28 marzo.
BibL.: La fonte principale della sua biografia è la Historia Francorum di Gregorio di Tours, i cui passi relativi sono riportati in Acta SS. Martii, III, Parigi 1865, pp. 712-28; Fliche-MartinFrutas, V, pp. 347-53; cf. Martyr. Hieronymianum, p. 162; Martyr. Romanum, p. 116.
Alberto Ghinato
GONZAGA, Bonaventura. - Tcologo e scrittore ascetico dei Minori conventuali, n. a Reggio Emilia nella $1^{\text {a }}$ metà del sec., xvi, m. a Parma il 5 apr. 1586 .
Filosofo e teologo, resse vari Studi, tra cui quello di Venezia nel 1566; fu pure poeta spirituale e soprattutto scrittore ascetico, molto versato nella mistica. Nel 1574 era segretario generale dell'Ordine. Tra le sue opere, molto ricercate al suo tempo, da segnalarsi: Ragionamenti sopra li sette peccati mortali (Venezia 1566), Parafrasi de' sette Salmi penitenziali, in versi (ivi 1566) e in prosa, con meditazioni et affetti (ivi 1572), commenti alle Sette parole della b. Vergine e al Magnificat (Napoli 1569, Parma 1585 ).
BibL.: G. Franchini, Bibliosefia di scrittori franc. conventuali, Modena 1693, pp. 122-24; Sbaralea, I, p. 189.
Lorenzo Di Fonzo
GONZAGA, famiglia. - Del tutto leggendaria è l'asserita discendenza germanica dei G. e anche la loro presunta parentela con gli Ottoni. Circa la loro origine è tuttora discusso se fossero milites della contessa Matilde di Canossa o, fin da tempi molto antichi, vassalli minori del monastero di S. Benedetto in Polirone (il vincolo feudale con questo monastero sussisteva ancora verso la fine del Trecento). Nella seconda metà del sec. xir i G. si stabilirono nella città di Mantova ed allargarono sempre più i loro possessi intorno ad essa e verso Reggio Emilia. Nel sec. xir furono banditi da Reggio e i loro beni nel mantovano confiscati, ma la protezione dei Bona-

(bol. Uab. fol. sec.) Gonzaga, famiglia - Frammento di velluto controragiato con lo stemma della famiglia G. (sec. xviI) - Venezia, Museo Correr.
colsi permise loro di risollevarsi, e verso la fine di quel secolo avevano raggiunto una grande potenza economica : i loro territori si estendevano largamente nel Veneto e si spingevano fino a Ivrea.
Nel 1328 LuUo G. abbatté la signoria dei Bonacolsi e fu proclamato capitano generale di Mantova, con diritto di designare il suo successore. Da Ludovico il Bavaro ebbe il titolo di vicario imperiale. Partecipò alla lega contro Giovanni di Boemia, poi a quella contro gli Scipierii; ma nel 1338 dovette riconoscere l'alta sovranita dei Visconti. Morì nel 1360. Gli successero nella carica di capitano generale Guido (1360-69), Ludovico (1369-82), Francesco (1362-1407). Francesco cercò di sottrarsi al prudeninio visconteo appoggiandosi a Venezia. Il vincolo feudale che legava i G. al monastero di S. Benedetto fu annullato da Bonifacio IX, il quale eresse Mantova in feudo direttamente dipendente dalla S. Sede, esonerando i G. da qualsiasi tributo anche formalc. Francesco riformò gli statuti bonacolsiani e, concentrando il potere nelle sue mani, gettò le basi del principato. Nel 1403 l'imperatore Venceslao gli dette il titolo di marchese, ma Francesco non ne fece uso. Il suo successore Gianfrancesco (14071444) rifiutò nel 1413 lo stesso titolo, ma lo comprò poi nel 1433 da Sigismondo, quando ritenne che questi si fosse consolidato sul trono imperiale : ebbe così il diritto di aggiungere al suo stemma quattro aquile con ali aperte. Gianfrancesco si trovò in difficili condizioni, stretto fra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia in guerra tra loro. Nel 1438 abbandonò l'alleanza veneziana per quella milanese, e la Pace di Cremona lo costrinse ad una notevole cessione di territori a Venezia. Durante il suo governo fiorì a Mantova la scuola di Vittorino da Feltre. Alla sua morte Gianfrancesco divise lo Stato fra i quattro figli, ma la morte di due di essi e la ribellione di un terzo, Carlo, permisero all'altro figlio, Ludovico (14441478) di rimanere solo signore. Nel 1450 Ludovico si alleò con Francesco Sforza, al quale dette valido aiuto per la conquista del Ducato di Milano; ma la Pace di Lodi confermó per Mantova la perdita dei territori precedentemente ceduti a Venezia. Durante il suo governo Ludovico accrebbe grondemente il prestigio del marchesato, specialmente per la sua attività nelle opere civili. Donò terre di bonifica ai coltivatori, dedicò particolari cure al regime delle acque, fece costruire due chiese su disegni di Leon Battista Alberti e la celebre torre con l'orologio regolato da Bartolomeo Manfredi. Appassionato lettore di classici, largheggiò di sovvenzioni a letterati e ad artisti. Anche Ludovico dispose che dopo la sua morte lo Stato fosse diviso fra diversi eredi, causando cosi una dispersione di potenza e di ricchezza. Mentre, dei suoi figli, Francesco fu il primo a vestire la porpora cardinalizia (nel 1461): per lui il Poliziano scrisse l'Orfeo e Ludovico ebbe il vescovato di Mantova, a Gianfrancesco fu assegnata la signoria di Sabbioneta, Bozzolo ecc., e a RoDolfo, che mori nella battaglia di Fornovo, quella di Castiglione delle Stiviere, Solferino, ecc.
Del ramo di Gianfrancesco è da ricordare Scipione,
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figlio di Carlo, n. nel 1542 , che studiò a Padova, nel 1565 si recò alla corte di Massimiliano e ne ottenne per sé e i suoi il titolo di principe dell'Impero, fu da Sisto V nel 1585 creato patriarca di Gerusalemme e nel 1588 nominato cardinale; ebbe nel 1590 da Vincenzo I il governo del Monferrato e morì nel 1593. Scipione fondò nel 1564 l'Accademia degli Etrrei, che accolse fra i suoi soci il Tasso, e fu uno dei revisori eletti dal poeta per la Gerusalemme. Allo stesso ramo appartenne Giulia, figlia di Ludovico, n. nel 1513, sposata a Vespasiano Colonna, che con il suo fascino personale attirò intorno a sé dotti e poeti, fu cantata dall'Ariosto e da altri letterati, effigiata da Sebastiano del Piombo e dal Tiziano. Giulia prese parte al movimento della «riforma» e fu in corrispondenza con il Carnesecchi. Morì nel 1566. Del ramo di Castiglione delle Stiviere sono da segnalare s. Luigi (v.), pronipote di Rodolfo, e Luigi (1745-1819), erudito e avventuriero. Egli si atteggiò in Francia a giacobino, poi in Austria cedette a Maria Teresa ogni diritto di sovranità in cambio di un appannaggio vitalizio.
Sul trono di Mantova a Ludovico successe Federico (1478-84), che comandò per qualche tempo le milizie dello Sforza nella guerra tra Firenze e Sisto IV. Con Francesco (quarto marchese di Mantova, 1484-1519), il marchesato fu coinvolto nelle grandi lotte politiche e militari del tempo. Mentre sua moglie, Isabella d'Este, faceva di Mantova un grande centro culturale, Francesco, posto nel 1495 a capo della Lega italiana, teneva un'ambigua condotta, sicché, quando nel 1500 il dominio francese fu ristabilito a Milano, evitò a stento che i suoi territori fossero spartiti tra la Francia e Venezia. Il suo successore Federico (1519-40), sebbene dal 1521 avesse la carica di capitano generale della Chiesa, cercò il favore di Carlo V, e durante la guerra della Lega di Cognac, d'accordo con Alfonso d'Este, aprì la strada ai lanzichenecchi. Da questo momento egli rimase fedele alla politica imperiale, ma la sua speranza di riavere le terre cedute a Venezia e la sua aspirazione al Ducato di Milano andarono delusc. Soli compensi alla sua attività di agente cesareo furono l'erezione di Mantova in ducato ( 1530 ) e il dono di quel Monferrato che doveva essere causa di tante sciagure per i G. Alla morte di Federico ebbe la reggenza per il nipote giovinetto Francesco, Ercole (n. nel 1505 , m. nel 1563) che l'abbandonò durante il breve governo di Francesco, e la riassunse poi fino al 1550. Ercole fu nominato vescovo nel 1521, andò poi allo Studio di Bologna e nel 1526 ebbe la porpora cardinalizia. Durante la sua ruggenza Ercole restaurò l'economia dello Stato frenando il lusso della corte, nominò prefetto delle acque e degli edifici Giulio Romano, rinnovò la Cattedrale chiamando a decorarla il Veronese, diede commissioni di quadri al Tiziano. Nel 1561 fu dei cinque legati pontifici al Concilio di Trento, del quale gli fu affidata la presidenza, che tenne fito alla sua morte.
Fratello di Ercole fu Ferrante (1507-57), che partecipò nel 1527 alla campagna di Roma con gli imperiali, e nel 1530, morto l'Orange, comandò l'esercito all'assedio di Firenze, prese poi parte alla spedizione di Tunisi e alla guerra di Provenza. Nel 1539 acquistò Guastalla. Nel 1546 fu nominato governatore di Milano. Ma dopo la congiura contro Pier Luigi Farnese e l'infelice esito della guerra di Parma del 1551-53, fu richiamato a Bruxelles, e Milano venne data al duca d'Alba. La signoria di Guastalla, alla morte di Ferrante, passò al suo primogenito Cesare. Un nipote di Ercole, figlio terzogenito di Federico, Ludovico, nel 1549 fu portato giovinetto in Francia, dove raccolse l'eredità della nonna materna, Anna d'Alençon. Egli divenne un personaggio autorevole alla corte di Enrico II, fu un ascoltato consigliere di Caterina de' Medici e un sostegno del partito cattolico. Sposando Enrichetta di Clèves, ebbe i titoli e i beni dei Rethel e dei Nevers. Un altro G., Curzio (1536-99), fu inviato dal card. Ercole presso Carlo V come delegato per la pace di Cateau-Cambrésis. Si trasferì poi a Roma, dove venne ammesso all'Accademia delle notti vaticane fondata dal card. Borromeo; scrisse Rime e un poema cavalleresco.
La potenza dei G. raggiunse il suo culmine con un altro nipote di Ercole, Guglielmo (1550-87),
il quale fece sposare la figlia Anna a Ferdinando d'Austria e la figlia Margherita a Alfonso II d'Este, e ottenne che il Monferrato fosse eretto in ducato. Il suo successore Vincenzo I (1587-1612), con il lusso smodato della corte e le folli spese per arricchire la sua galleria (donò un feudo in cambio di una Madonna di Raffaello), diede un gravissimo colpo alle finanze dello Stato. Egli tentò di risolvere il problema del Monferrato con le nozze del suo primogenito Francesco e di Margherita figlia di Carlo Emanuele I, ma Francesco morì a breve distanza dal padre, lasciando solo una figlia, Maria. Il trono toccò al fratello di Francesco, Ferdinando, sesto duca di Mantova (1612-26), che rinunziò alla porpora cardinalizia per sposare Caterina de' Medici, ma non ebbe figli. Nel 1625 Ferdinando istituì a Mantova uno Studio universitario, che affidò ai Gesuiti. Anche il matrimonio del fratello e successore di Ferdinando, Vincenzo II (1626-27) rimase sterile. Apparendo imminente l'estinzione del ramo principale della famiglia, nel 1625 Ferdinando aveva chiamato a Mantova Carlo di Rethel. Questi, n. nel 1580, era figlio di Ludovico Gonzaga Nevers e aveva vissuto fino allora in Francia, dove aveva preso parte alle lotte dei principi durante la reggenza di Maria de' Medici. La successione di Mantova spettava a Carlo, ma per legittimarne ancor più i diritti di fronte alle prevedibili reazioni della Spagna e dell'Impero, Vincenzo II, alla vigilia della morte, consentì al suo matrimonio con Maria G.; Carlo I (1627-37) trovò l'erario esausto per le pazze prodigalità di Vincenzo I, di Ferdinando e di Vincenzo II. Si aggiunsero l'assalto e l'invasione di un esercito imperiale, che devastò e depredò selvaggiamente tutto il paese. Il figlio di Carlo I, Carlo, premorì al padre, mentre una figlia, Anna (1616-84), rimasta in Francia, esercitò notevole attività durante la Fronda e fu soprin-

Gonzaga. Famiglia - Busto di Francesco G. Terracotta di G. C. Romano (sec. xv) - Firenze. Museo Bardini.
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tendente della casa della regina fino al 1660 . Sul trono di Mantova salì nel 1637 il nipote di Carlo I, Carlo II (1637-55), sotto la tutela della madre Maria fino al 1647 . Maria si dedicò con tutte le sue energie alla ricostruzione dei pacse, e la sua attività parve dare buoni frutti; ma il governo dell'imbello Carlo II, e poi quello di Ferdinando Carlo (16551708) attirarono su Mantova nuove guerre, nuove invasioni franco-ispane e imperiali e nuove devastazioni. Il 30 giugno 1708 Ferdinando Carlo fu dichiarato reo di fellonia, e la Dieta di Ratisbona avocò il Ducato di Mantova alla diretta potestà imperiale. Due anni dopo anche Guastalla passava a far parte degli Stati ereditari di casa d'Austria. Mantova conservò tuttavia il titolo ducale fino al 1815 , quando il suo territorio venne annesso al Regno lombardoveneto. - Vedi tav. LXIV.
Bibl.: G. B. Intra, Maria G., Firenze 1897; M. Brombilla, Ladooico G. duca di Nevers, Udine 1905; P. Torelli, L'archivio G. di Mantova, I, Ostiglia 1920; A. Luzio, L'archivio G. di Mantova, II, Verona 1922; R. Quazza, Mantova e Monferrato nella politica europea alla vigilia della guerra per la successione di Mantova e Monferrato, Mantova 1922; id., La guerra per la successione di Mantova e Monferrato, ivi 1926; G. Fochessati, I G. di Mantova e l'ultimo duca, Milano 1929; M. Bellonci, Segreti dei G., ivi 1947 (con bibl.).
Roberto Palmarocchi
GONZAGA, Francesco. - Vescovo, venerabile, n. a Gazzolo (Mantova) il 31 luglio 1546 , m. a Mantova l'1 marzo 1620. Figlio del principe e marchese Carlo G., fu zio di s. Luigi G. Educato giovarnetto alle corti di Fiandra e di Spagna, ove studiò all'Università di Alcalá, ivi abbracciò l'Ordine serafico nel 1562 e nel 1570 fu ordinato sacerdote.
Richiamato nel 1573 in Italia fu incorporato alla provincia francescana veneta, e consegui ben presto le piú alte dignità dell'Ordine: nel 1578 fu ministro provinciale, e l'anno seguente ministro generale. Visitò a piedi quasi tutte le province d'Europa. Rinunciò alla dignità cardinalizia e all'arcivescovato di Milano offertogli dopo la morte di s. Carlo Borromeo. Nel 1587 deponeva il governo dell'Ordine per ritirarsi a vita solitaria, ma Sisto V lo nominava l'anno stesso vescovo di Cefalù e nel 1593 di Pavia, trasferendolo finalmente a Mantova, ove mori. La causa di beatificazione fu introdotta fin dal 1627. Scrisse anche varie opere; ma il suo nome è particolarmente legato al De origine seraphicae religionis (Roma 1587), una delle più vaste compilazioni di storia francescana.
Bibl.: I. Donasmundi, Vita di F. G., Mantova 1622 (l'autore fu segretario del G.): [B. Mazzara-Fr Paolini], Vita del ven. F. G., Roma 1906; I. Beschio-G. Palazzolo, Martyr. Franc., Vicenza 1939. p. 92 (con bibl.).
Alberto Ghinato
GONZAGA, Luigi: v. luigi gonzaga.
GONZAGA VALENTI, Luigi. - Cardinale, n. a Revere (Mantova) il 15 ott. 1725, m. a Roma il 29 dic. 1808. Nipote di Silvio V. G., segretario di Stato di Benedetto XIV, fu dallo stesso Pontefice nominato cameriere segreto soprannumerario, consultore dei Riti, protonotario apostolico e presidente della Camera Apostolica. Clemente XIII lo creò nel 1764 arcivescovo titolare di Cesarea e nunzio apostolico in Svizzera, ove riuscì a conciliarsi le simpatie anche dei protestanti.
Clemente XIV nel 1773 lo trasferi in Spagna, e Pio VI, il 15 apr. 1776, lo creò cardinale e lo riservò in petto, pubblicandone la nomina il 20 maggio successivo, assegnandogli il titolo del SS. Nereo ed Achilleo. Fu successivamente prefetto della Congregazione dell'Immunità ecclesiastica e dell'Economia di Propaganda Fide, legato apostolico di Ravenna (ove restaurò ed abbellì la tomba di Dante), bibliotecario di S. Romana Chiesa. Nel 1795 optò per la sede di Albano e nel 1807, divenuto sottodecano del S. Collegio, per quelle di Porto, S. Rufina e Civitavecchia. Restaurò numerose chiese e fu amato
e venerato per le copiose elemosine distribuite ai poveri. Nel Conclave di Venezia (1800) fu tra i porporati che ebbero voti per il pontificato.
Bibl.: G. Maroni, Dic. d'vrod. storico-eccl., XXXVII, p. 248; E. Pistolesi, Vita del vovono pontefice Pio VII, I, Roma 1824; M. De Camillis. Il card. L. V. G., in L'osservatore romano, to sctt. 1943.
Mario De Camillis
GONZÁLEZ, Francisco Javier. - Teologo ascetico, n. a Siviglia il 3 dic. 1712, m. ivi il 29 febbr. 1784. A sedici anni entrò nell'Ordine dei Minimi della sua città natale; divenuto sacerdote e professore vinse il concorso per l'insegnamento della S. Scrittura nella reale e pontificia Università di Siviglia ove tenne la cattedra dal 10 giugno 1759 fino alla morte. Fu anche professore di teologia e diritto canonico, socio consultore della reale Accademia di Medicina, esaminatore sinodale.
Ebbe doni soprannaturali: diresse spiritualmente molte pie persone, tra cui il cappuccino b. Diego da Cadice, il quale, tessendo poi l'elogio del defunto suo direttore, asserì tra l'altro essere il G. l'uomo più santo e più sapiente del secolo $»$. Scrisse opere di teologia morale, dogmatica e mistica che però rimasero inedite. Solo recentemente il cappuccino A. Valencina pubblicò la corrispondenza tra i due servi di Dio dal titolo El director perfecto y el dirigido sancto, Siviglia 1924.
Bibl.: A. Valencina, El director perfecto y el dirigido sancto. Cenni biografici del p. G., pp. 13-36: Corrispondenza dei due S. d. D., pp. 37-714; G. Roberti, Disceno storico dell'Ord. d. Minimi, III, Roma 1922, pp. 587-91; D. da Cadiz, Elecco del p. G., Barcellona 1928.
Gennaro Moretti
GONZÁLEZ de Santa Cruz, Roque: v. paraguay, martiri del.
GONZÁLEZ y DIAZ TUÑON, Zefirino. - Filosofo neoscolastico, domenicano, restauratore del tomismo in Spagna, n. a Villoria (Asturie) il 28 genn. 1831, m. a Madrid il 29 nov. 1894. Studiò a Manila (Filippine) nell'Università di S. Tommaso dove fu in seguito (dal 1857) professore. Ritornato in Spagna, insegnò nel Collegio di Ocaña (1868-71). Nominato vescovo di Malaga (1873), l'anno seguente passò alla sede di Cordova, quindi (1883) a quella arcivescovile di Siviglia, infine, creato cardinale (1884), a quella di Toledo (1885) divenendo primate di Spagna. Ritornato, per ragioni di salute, alla sede di Siviglia (1886), vi rinunziò nel 1889.
Opere principali: Estudios sobre la filosofia de Sto Tomas (3 voll., Manila 1864; $2^{\text {a }}$ ed., ivi 1866); Philosophia elementaria (3 voll., Madrid 1868; $2^{\text {a }}$ ed., ivi 1877); Historia de la filosofia (3 voll., ivi 1878-79; $2^{\text {a }}$ ed., in 6 voll., ivi 1885); La Biblia y la ciencia (2 voll., ivi 1891; $2^{\text {a }}$ ed., ivi 1894 ).
Bibl.: Necrologia in Analecta S. Ordinis Fratrum Praedicatorum, 3 (1895), pp. 34-41. Umberto Degl'Innocenti
GONZÁLEZ de MENDOZA, Juan. - N. a Torrecilla de Cameros (Spagna) nel 1545, ca. il 1563 entrò in Messico nell'Ordine degli Eremitani di S. Agostino. Tornato in Spagna, nel 1580 Filippo II lo designò ambasciatore in Cina. Nel 1581 giunse nel Messico; però, dopo le notizie avute sulla Cina e varie difficoltà inserite, tornò nel 1582 in Spagna e proseguì il viaggio fino a Roma.
Qui, scrisse la celebre opera: Historia de las cosas mas notables, ritos y costumbres del gran Reyno de la China. Era il primo libro che trattava diffusamente e sistematicamente della Cina e perciò ebbe un successo enorme. Nel 1593 G. fu nominato vescovo di Lipari (Sicilia), nel 1607 vescovo di Chiapa, nel 1608 di Popayán, ove mori il 14 febbr. 1618.
Bibl.: Streit, Bibl., IV, pp. 331-33 in cui sono elencate molte edizioni della sua opera; G. de Santiago Vela, Ensayo de una biblioteca ibero-americana de la Orden de s. Agustín, III, Madrid 1917, pp. 201-37.
Giovanni Rommerskirchen
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GONZÁLEZ de SANTALLA, Tirso. - Moralista, acerrimo oppositore del probabilismo e decimoterzo Generale della Compagnia di Gesù, n. ad Arganza (dioc. di Astorga) il 18 genn. 1624, m. a Roma il 27 ott. 1705. Professore di filosofia e teologia a Salamanca ( $1655-65$ e 1676-87); nell'intervallo (16551676) predicatore, assai efficace e seguito, di missioni popolari in 24 diocesi della Spagna. Inviato a Roma per la $13^{a}$ Congregazione, vi fu eletto Generale ( 6 luglio 1687) in ossequio ai desideri di Innocenzo XI.
Il suo nome è legato all'acceas questione sorta intorno al probabilismo. Già durante il periodo della predicazione, il G. aveva rilevato il danno recato dalle opinioni troppo larghe nella morale; la lettura dell'opera del p. M. de Elieade, De recta doctrina morum (Lione 1670), stampata senza il permesso dei superiori, lo persuasse a combattere non soltanto quelle singole opinioni, ma lo stesso probabilismo, reputatone la causa. Però lo scritto preparato nel periodo 1670-72, Fundamentum theologiae moralis, non ebbe dal Generale G. P. Oliva la licenza di stampa. Il G. non modificò per questo le sue opinioni, anzi, eletto a sua volta Generale, fece stampare segretamente a Dillingen ( 1690 ) un'altra opera contro il probabilismo: Tractatus succinctus de recto usu opinionum probabilium, che per l'opposizione dei padri. Assistenti dell'Ordinc, restò a Dillingen e pare non ne rimanga che un solo esemplare. Veduta la cattiva accoglienza a quest'opera, tornò a quella, prima proibita di stampare, e, rivedutala, la pubblicà con l'autorizzazione di Innocenzo XII, ma non senza lunga lotta contro i membri del suo Ordine: Fundamentum theologiae moralis (Roma 1694), che ebbe quell'anno amato dodici edizioni. Le risposte e le repliche continuarono forti e senza risparmi. Tra i contradditori vi fu anche il p. Paolo Segneri, l'oratore, che già aveva usato della sua influenza per impedire la stampa di Dillingen, ed era scendeva in lizza con tre lettere, forti e risolute, in favore del probabilismo contro il probabiliorismo e contro le asserzioni del G.: Massimo degli Afflitti, Lettere sulla materia del probabile, stampate solo più tardi (Colonia 1703; in Opere del p. P. Segneri, IV [Torino 1856], pp. 285-386). La lunga questione non ebbe fine che nel 1696 , quando, con le parole: Recedant vetera, nova sint omnia Innocenzo XII esortò la Congregazione generale dell'Ordine a cessare ogni disputa.
Il G. scrisse anche altre opere; Selectae disputationes ex universa theologia (4 voll., Salamanca 1680-86) contro i neotomisti e i giansenisti; Manuductio ad conversionem Multunentunorum, ( 2 voll., Madrid 1687); De infallibilitate Romani Pontificis (Roma 1681), composta e stampata per ordine e a spese di Innocenzo XI, contro le asserzioni dell'Assemblea del Clero di Francia; di cui però fu impedita la divulgazione da Alessandro VIII per timore di turbamenti politici. Il G. aveva anche composto negli ultimi anni un Opasculum historico-theologicum de ortu et origine probabilismi... ma restò manoscritto, nonostante sollecitasse i suoi Assistenti a pubblicarlo dopo la sua morte (Biblioteca Casanatense, ms. 1361).
Il G. meglio si condusse nella questione suscitata da Luigi XIV, il quale voleva che la provincia gesuitica delle Fiandre passasse sotto l'Assistenza di Francia. Il Generale si oppose recisamente, non volendo che il governo interno dell'Ordine dipendesse dalle alterne vicende politiche, né si arrese nonostante persecuzioni e minacce di scissioni; cosi che il Re alla fine si ritrasse dalle sue pretese.
Sotto il suo generalato, molto si svilupparono le missioni dell'America spagnola, della Cina e dell'India.
BibL.: Sommervogel, III, coll. 1591-1602; I. Döllinger e F. H. Reusch, Gesch. der Moralstreitigkeiten in der römisch.-batbal. Kirche, I, Nördlingen 1889, pp. 120-273; II, ivi 1889, pp. 49152 (abbondante raccolta di documenti interessanti); A. Astruin, Hist. de la Comp. de Jesús en la Asistencia de España, VI, Madrid 1920, p. 240 sgg.; Pastor, XIV, II, pp. 318-23, 456-66; P. Bernard, a. v. in DThC, VI, coll. 1423-96; A. Koch, Neue Dokumente zum G.-Streit, in Theol. Quartalschrift, 87 (1905), pp. 95111; E. Reyero, Missiones de p. T. G. de S., Santiago 1913; E. Rosa,
I Gesuiti dalle origini ai giorni nostri, $2^{2}$ ed., Roma 1930, pp. 329 341; I. Arturo, Las misiones de un catedrático de prima. Vitoria 1946; A. Eberle, Das "probabile, bei Thyrsos G. in seiner Kampfschrift gegen den Probabilismus als Grundlage seines Moralsystems, in Theol. Quartalschrift, 128 (1947), pp. 295-331.
Celestino Testore
GONZÁLEZ TELLEZ, Manuel. - Canonista e teologo spagnolo, della prima metà del sec. xvir (m. 1649 ?). Alunno e dottore dell'Università di Salamanca, dal 1635 professore di diritto canonico nella stessa Università e in quella di Cuenca. Fu inquisitore in Valladolid, consigliere e fiscale nel supremo consiglio della S. Inquisizione, avvocato alla corte reale.
I suoi Commentaria perpetua in singulos textus quinque librorum Decretalium Gregorii IX (4 voll. in-fol., Lione 1673 e successive edd.) vanno raccomandati tanto per l'urudizione filologica e l'eleganza della forma, quanto per la sodezza della dottrina giuridica. Pregio particolare l'avervi curato la storia dei singoli istituti canonistici. Scrisse pure: Concilium Iliberitatum (Lione 1665).
BibL.: G. Philipps, Kirchenrecht, IV, Ratisbona 1872, p. 341 ; J. P. von Schultz, Die Geschichte der Quellen und Literatur des canonischen Rechts, III, 1, Stoccarda 1880, p. 742; J. Bund, Cate. logus auctorum qui scripserunt de theologia morali et practica, Rotterdam 1900, p. 39; Hurter, IV, col. 255. Zaccaria da San Mauro
GONZALVE DE SILVEIRA: v. silveira.
GOODIER, Alban. - Gesuita, scrittore ascetico, arcivescovo di Bombay, n. a Great Harwood (Lancashire) il 14 apr. 1869, m. a Teignmouth (Devonshire) il 13 marzo 1939. Studiò nel Collegio dei Gesuiti a Stonyhurst e nel 1887 entrò nella Compagnia di Gesù. Fu professore e prefetto degli studi prima a Roehampton (1905-14), poi nel Collegio di S. Francesco Saverio a Bombay (1914-19), dove fu anche rettore dal 1917. Nel 1919 fu consacrato arcivescovo di Bombay.
Vi lasciò una profonda e larga impronta nel campo morale e sociale; eresse la St. Catherine's Rescue Home, le St. Anthony's Homes per i derelitti, la St. Elisabeth's Nursing Home; ma le difficoltà e le fatiche ne minarono la salute. Rinunciato alla carica nel 1926, si ritirò a Londra, esercitando vari ministeri e coadiuvando il cardina e arcivescovo di Westminster. Negli ultimi anni fu cappellano delle Benedettine a Teignmouth, dove si consacrò alla composizione delle sue opere ascetiche, improntate agli Esercizi di s. Ignazio.
Degne di ricordo: The Passion and Death of our Lord (Londra 1930; vers. it., Verona 1947); The pubblic Life of our Lord Jesus Christus ( 2 voll., Londra 1931; vers. it., Verona 1947); The Life that is Light (3 voll., Londra 1935); The inner life of the Catholic (ivi 1935; vers. it., Brescia 1935); An Introduction to the Study of asceticul and mystical Theology (Londra 1938).
BibL.: H. Keane, A. G. (1889-1939), in The Month, 173 (1939, i), pp. 408-13; anon., Death of Archiebishap G., in The Examiner, 60 (1939), pp. 204-206; C. Lattey, Two Biblical Scholars. A. G. and I. Keating, in The Month, 173 (1939, II), pp. 452-57.
Celestino Testore
GORAKHPUR, PREFETTURA APOSTOLICA di. E situata nelle province unite dell'India settentrionale. Venne eretta l'i i luglio 1946, distaccandone il territorio dalla diocesi di Allahabad ed è suffraganea di Agra. Confina con le diocesi di Allahabad, Lucknow, Patna, Ranchi ed il piccolo Stato del Nepal. Nell'ambito territoriale della prefettura è compreso. il distretto civile e la città di Benares bagnata dal Gange, centro sacro dell'induismo, sed. principale della dottrina e della cultura bramanica e famosa per la ricchezza dei suoi mausolei.
Misura kmq. 33.000 di superfice ed ha una popolazione di 11.758 .000 ab . E affidata ai Cappuccini. I quattro quinti degli abitanti seguono l'induismo e l'altro.
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quinto l'islamismo. Esiguo è il numero dei protestanti, ca. 4000 ; più piccolo ancora quello dei cattolici che sorpassano appena i 3000 . Vi lavorano 10 cappuccini canadesi e 3 indigeni, 3 sacerdoti secolari e 9 fratelli, ca. venticinque suore tra estere e indigene. Già da qualche anno è sorta, nei pressi di Benares, una società missionaria, composta esclusivamente di elementi indiani, aventi per scopo la propagazione della fede in India, mediante l'apostolato di preti indiani. Tale società è di diritto diocesano e conta una trentina di scolastici diretti e istruiti da alcuni sacerdoti secolari. La prefettura di G., ch'è ancora agli inizi ed in via di organizzazione, risulta (1949) ecclesiasticamente divisa in 6 distretti, 3 parrocchie, 5 stazioni primarie e 5 stazioni secondarie, 4 chiese e 6 cappelle. Le opere caritative sono rappresentate da I ospedale con 110 letti, 3 orfanotrofi con 50 orfani, 6 posti di soccorso od ambulatori. Una quindicina di catechisti affiancano il lavoro dei missionari. Le scuole elementari hanno 264 alunni, quelle medie 305 , le superiori 242 ; maestri 27 , maestre 4.
Si nota in alcuni distretti civili della prefettura un movimento di conversioni tra le medie e le basse classi, che farebbe assai bene sperare dell'avvenire, se ci fosse più abbondanza di mezzi e di personale missionario.
BibL.: AAS, 39 (1947), pp. 165-66; archivio della S. C. di Propaganda Fide: Prospectus status missionis praefecturae apostolicae Gorakhquerensis. 1948: MC. 1950, pp. 224-25. Pompco Borama
GORAZD. - Discepoln di s. Metodio, n. nell'830, m. a Berat (Albania). Ordinato sacerdote a Roma nell'868 si recò in Moravia, dove collaborò con s. Metodio all'introduzione della liturgia slava. S. Metodio lo designò suo successore. Non essendo gradito né al vescovo Wicking di Nitra in Slovacchia né allo Svatopluk, egli si rifugiò nell'886 presso il principe dei Bulgari Michele ed abbracciò lo scisma greco diventando il secondo arcivescovo dei Bulgari. Sin da allora egli fu da loro considerato santo. Il 17 luglio se ne celebra la festa. Per opera sua la Bulgaria divenne il centro della liturgia slava e della scrittura glagolitica.
BibL.: J. Martinov, Annal. eccl. Graeco-Slav., Bruxelles 1864, p. 179; C. J. Jircček, Geschichte der Bulgaren. Praga 1876; Fr. Hybl, Gojiny odrada bichharshého (a Storia del popolo bulgaro -i, ivi 1930 .
Stumpf Miroslav
GORAZD. - Vescovo scismatico ceco, n. il 1879. Prima sacerdote cattolico di nome Mattia Pavlik, aderì al turbolento movimento religioso sorto dopo la guerra 1914-18 in Cecoslovacchia, che condusse alla proclamazione della Chiesa nazionale cecoslovacca a Praga l'8 genn. 1920 ad opera di alcuni sacerdoti apostati. Eletto primo vescovo di questa Chiesa, fu consacrato dal patriarca serbo "ortodosso" Demetrio il 25 sett. 1921. In questa occasione Pavlik assunse il nome di G., che era stato quello del primo successore di s. Metodio. Più tardi venne in disaccordo con gli altri dirigenti del movimento a causa dello sfrenato soggettivismo e liberallamo in materia di fede prevalso nella Chiesa cecoslovacca. Perciò il 5 marzo 1923 abdicò alla carica di vescovo della Chiesa cecoslovacca e aderì alla esigua comunità "ortodossa" ceca a Praga, di cui - non senza intrighi il 22 nov. 1925 assunse egli la direzione. Nel 1929 fu approvato da parte della Chiesa "ortodossa" serba e dal Governo cecoslovacco lo Statuto definitivo della Chiesa "ortodossa" ceca (nel 1940 non contava più di 7350 fedeli) e G. ne fu eletto vescovo.
G. insieme ad altri suoi collaboratori venne fucilato dai tedeschi il 4 sett. 1942, perché concesse asilo ai paracadutisti, esecutori dell'attentato contro Heydrich, Reichsprotektor tedesco della Boemia e Moravia.
BibL.: V. Grigorič, Pravalonnd cirhev ve stilié cechoslovenshém, 2* ed., Praga 1928; R. Urban, Die slavischnationalhirchlichen Bestrebungen in der Tschecholanahei, Lipsia 1938; F. Cinck, Orthodoxi dissidentes in Bohemia et Moravia, in Acta

(da Au trmpt du Servod Empire, Parigi DdS)
Gorce, Piefre de la - Ritratto.
academiae Velehradensis, 16 (1940), pp. 27-44. S1-102, 177203, 287-303; 17 (1941), pp. 128-44, 285-309.
Giuseppe Olär
GORCE, Piefre de la. - Storico francese, n. a Vannes il 29 giugno 1846, m. il 2 genn. 1934. Studiò all'Istituto St-Jean di Douai e all'Università di Parigi, dove si laurcò in legge nel 1870 . Abbracciò quindi la carriera del magistrato, ma dopo la promulgazione dei decreti sulla soppressione delle Congregazioni religiose nel 1880, diede le dimissioni perché, cattolico convinto, non intendeva partecipare né direttamente né indirettamente all'esecuzione di decreti che profondamente ripugnavano al suo animo.
Si diede pertanto agli studi storici ed investigò con particolare diligenza la storia francese dalla Rivoluzione in poi. Sua prima opera fu una storia della seconda Repubblica (Histoire de la seconde République française, 2 voll., Parigi 1887), seguita da una esauriente esposizione su quella del secondo Impero (Histoire du second Empire, 7 voll., ivi 1894-1905). La storia della Restaurazione e della monarchia di luglio fu da lui analizzata in tre biografie dedicate ai sovrani dell'epoca (Louis XVIII, ivi 1926; Charles X, ivi 1929; Louis-Philippe, ivi 1931). Sui rapporti tra Chiesa e Stato durante la Rivoluzione ed in genere sulla religione cattolica in Francia in questo periodo pubblicò la tuttora fondamentale Histoire religieuse de la Révolution Française ( 5 voll., ivi 1905-23), frutto di pazienti ricerche negli archivi nazionali ed in quelli dipartimentali.
BibL.: F. De Roux, Pierre de la G., in La revue universelle. 56 (1934), pp. 619-23; Ch. Lyon-Caon, Notice sur la vie et les travaux de m. P. de la G., in Stances et travaux de l'Académie des sciences morales et politiques, Compte-rendu 1935, I, pp. 44-60.
Silvio Furlani
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A sinistra: FACCIATA E CAMPANILE OTTAGONALE della chiesa di S. Maria delle Scale (sec. xiv-xv) - Vienna. A destra: PARTICOLARE DEL CORO della cattedrale di S. Vito, cominciato da Matria d'Atra, finito da Pietro ParleT (sec. xv) - Praga.
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Tav. LXVIII
GOTICA ARTE

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GORCUM, MARTIRI di - Gruppo di 19 religiosi e sacerdoti secolari caduti in mano ai calvinisti (Gheusi del mare) alla presa della città di G. (Olanda), il 26 giugno 1572 .
Essi sono: i