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tria d'Atra, finito da Pietro ParleT (sec. xv) - Praga.

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Tav. LXVIII
GOTICA ARTE
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GORCUM, MARTIRI di - Gruppo di 19 religiosi e sacerdoti secolari caduti in mano ai calvinisti (Gheusi del mare) alla presa della città di G. (Olanda), il 26 giugno 1572 .

Essi sono: in francescani, dei quali 9 sacerdoti : Nicola Picck, guardiano, Girolamo di Weerden, Teodorica di Emden, Nicasio Johnson, Willibald danese, Goffredo di Merville, Antonio di Weerden, Antonio di Hoornaer, Francesco Rhodes, e 2 fratelli laici: Pietro di Asche e Cornelio di Wich; a premostratensi : Adriano di Hilvarenheek e Giovanni Lacope; i domenicano: Giovanni di Colonia; i agostiniano: Giovanni di Oesterwych; 4 sacerdoti secolari: Leonardo Wechel, parroco, di G. e il suo vicario Nicola Poppel, Goffredo di Duynen, Andrea Wouters. Incarcerati e torturati, difesero la presenza reale nell'Eucaristia e il primato del papa. Condotti a Driel vi furono impiccati il 9 luglio 1572. Beatificati da Clemente X nel 1675, furono canonizzati da Pio IX il 29 giugno 1867. Festa il 9 luglio.

Bibl.: G. Estius, Historiae Martyrum Gercamientium, Doust 1603, riprodotto in Acta SS. Iulii, II, Parigi 1867, pp. 736 832; Wadding, Annales, a. 1572, nn. 5-47 (XX, 1933), pp. 562-97; J. de Brocyer, Compendia... de' beati m. di G., Roma 1675; A. de Osimo, Storia dei diciannove martiri gercamieri, ivi 1867; A. da Sanfelice, Il centenario di s. Pietro e i martiri gercamieri, ivi 1867; Leone (da Clary), L'annada serafica, III, Quaracchi 1899, pp. 35-44; J. Meerbergen, De HH. Martelaren van G., Tangerloo 1928; G. Hesse, De andere historiographice der III. Martelaren van G., in Collectanea Franciscana neerlandica, 2 (1931), pp. 447-98. Livario Oliger

GORDIANO III (M. Antonius Gordianus), IMperatore romano. - N. a Roma il 20 dic. del 224 da Giunio Balbo c Mecia Faustina, m. in Siria, presso Circesio, nel febbr. o marzo 244. Fu imperatore dal 238 al 244. Morti in Africa lo zio Gordiano II e il nonno Gordiano I nel 238, fu acclamato imperatore dai soldati e dal popolo di Roma contro il Senato che aveva investito dei poteri Pupieno e Balbino, uccisi poco dopo.

Nel 241 sposava Fulvia Sabinia Tranquillina, figlia dell'abile condottiero T'imesiteo, che G. elevò a prefetto del pretorio divenendo l'effettivo signore dell'Impero. Con lui, nell'anno seguente, G. si recò a combattere i Persiani in Siria. Ma mentre le armate imperiali trionfavano, riconquistando Antiochia, Carre, Nisibi, T'imesiteo morì nel 243, mutando così lo sorte del giovane G., poiché il nuovo prefetto del pretorio, Filippo l'Arabo, che aspirava all'Impero, eccitò contro di lui i soldati che lo uccisero nei primi mesi del 244. Sotto G. la Chiesa godette di un periodo di pace, consolidatasi sotto il successore Filippo l'Arabo, indice forse d'un mutato indirizzo di politica interna, ma che durò poco.

Bibl.: E. F. W. Lehmann, Kaiser Gordian III., Berlino 1911; von Rohden, s. v. in Realencycl., I, coll. 2620-28: G. Costa, in De Ruggiero, Dizionario epigrafico, III, pp. 540-52. Alberto Ghinato

GORDIANO e EPIMACO, santi, martiri. Scarne ed incerte sono le notizie che li riguardano. Nelle fonti più antiche ed attendibili non appaiono uniti né tanto meno sono designati come fratelli, come pretende sapere l'autore dell'itinerario De locis. Nei codici del Martirologio geronimiano, per quanto ricordati lo stesso giorno, 10 maggio, sono chiaramente distinti, ed in alcuni anzi G. è ricordato nel suo cimitero sulla Via Latina, mentre E. addirittura in quello di Pretestato sulla Via Appia.

Gli Itinerari, però, del sec. viI li ricordano nella stessa chiesa della Via Latina, ma nei Sacramentari Gelasiano e Gregoriano si trova soltanto la festa di G. Questi infatti è poco più conosciuto. Un'iscrizione, attribuita al sec. vi, riferisce che il presbitero Vincenzo ornò rinnovandolo il sepolcro di G., e la stessa Passio, falsa e leggendaria, parla solo di lui. Secondo questa, infatti, G. era vicario di Giuliano l'Apostata, incaricato durante la persecuzione di giudicare il presbitero Gennaro. Durante la notte però
ebbe un colloquio segreto con il sacerdote, si convertì insieme con la moglie Marina e 53 persone della sua casa e fu battezzato. L'Imperatore mandò allora un certo Clemenziano che rinchiuse in carcere Gennaro e G., e mandò Marina in una villa ai lavori forzati. Solo G. fu poi condannato alla decapitazione, ed il suo corpo, dopo essere stato esposto per cinque giorni ai cani, fu sepolto sulla Via Latina a circa un miglio fuori le mura, nella cripta dove già era stato sepolto E. La falsità di questa narrazione risulta evidente, a prescindere da tutto il resto, perché in aperta contraddizione con i dati dell'iscrizione sopra ricordata, e certamente più sicura, nella quale è detto che G. era un fanciullo di tenere età. La confusione in seguito aumentò poiché E. fu identificato con l'omonimo perito sotto Decio ad Alessandria (Eusebio, Hist. eccl., VI, 41) le cui reliquie sarebbero state trasferite a Roma, mentre consta che furono trasferite a Costantinopoli ed era venerato il 12 dic. La chiesa ed il cimitero della Via Latina, dove furono seppelliti i due Santi, non sono stati identificati con evidente certezza.

Bibl.: Acta SS. Maii, II, Parigi 1866, pp. 549-55; G. B. De Rossi, Inscriptiones Urbis Romae septimo soec. antiquiores, II, I, Roma 1888, p. 64; H. Quentin, Les Martyrologes historiques du moyen âge, Parigi 1907, p. 543; Martyr. Hieronymianum, p. 244; W. Hatzelt, Gordian und Epimachus, in Römische Quartalschr., 46 (1938), pp. 1-17; E. Josi, Cimitero cristiano sulla Via Latina, in Rtn. di arch. crisi., 16 (1939), pp. 23-37; 17 (1940), pp. 31-35; Martyr. Romanum, p. 182; R. Valentini-G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, ivi 1942, p. 84. Agostino Amore

GORGIA. - Generale della corte di Antioso IV Epifane (I Mach. 3, 38). Nella terza campagna contro Giuda ( 166 a. C.), Tolomeo aveva l'alta direzione; G., con il generalissimo Nicanore, stava a capo dell'esercito : 40.000 fanti e 7000 cavalieri.

Si accamparono ad Emmaus ('Amwäs) : risultando impossibile dal nord, i generali siri si proposero di conquistare Gerusalemme attaccando direttamente da ovest. G. tentò con 5000 fanti e 1000 cavalieri di sorprendere con un attacco notturno i 6000 guerrieri di Giuda. Questi, evitatolo, attaccò e conquistò il grosso accampamento dei Siri, sconfiggendo Nicanore. G., di ritorno, non osò dar battaglia e si ritirò a Iamnia, rimanendo a capo di quel distretto (I Mach. 3, 38-4, 25). G. sconfisse Giuseppe e Azaria nel loro temerario attacco a Iamnia (I Mach. 5, 55-62); ma poco dopo fu sbaragliato da Giuda e per poco non fu fatto prigioniero (II Mach. 12, 32-37).

Bibl.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes, I, 4* ed., Lipsiz 1902, pp. 205 sg., 221; A. Vaccari, La S. Bibbia, III, Firenze 1948, pp. 362-63. 373 sg., 472; F.-M. Abel, Les livres des Maccables, Parigi 1949, pp. 65, 73-79, 105, 411, 441.

Francesco Spadafora
GORGIA di LENTINI : v. SOFISTI.
GORGONE. - Dal gr. Γαργώ, Tαργóon (lat. Gorgōn e Gorgōn). Figura femminile del mito greco, in origine unica, poi sdoppiatasi in tre sorelle : Steno, Euriale e Medusa, le due prime immortali, la terza mortale.

Le G. abitano una regione oscura all'estremo occidentale (Esiodo, Theog., 274 sgg.): rappresentano dunque le tenebre notturne e perciò una di esse, Medusa, è in lotta con l'eroe solare Perseo; nella leggenda di Argo questi le spicca il capo il cui occhio terribile è capace di impietrare gli uomini; altro simbolo naturistico della nube temporalesca da cui si sprigiona il fulmine annichilatore di vita. Il capo angucerinito è donato dall'eroe a Atena che lo pone in mezzo al suo scudo, il che ha fatto congetturare a qualche mitografo l'originaria unità di Medusa e Atena.

Due tipi di raffigurazioni si hanno di Medusa: una arcaica con il volto di fronte fornito di alette, e il corpo di profilo, gli occhi sbarrati, la lingua penzolante, la chioma serpentina, il che conferisce al tipo stesso un valore apotropaico; l'altra, più recente, con il volto composto a bellezza, che dell'antica figurazione serba solo le alette.

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Gorgone - Testa di G. Marmo (sec. vi a. C.) - Atene, Museo dell'Acropoli.

BibL.: Roscher, s. v. in Roscher, Lex., I, coll. 1692-1727; K. Ziegler, s. v. in Pauly-Wissowa, VII, coll. 1630-53; A. Ferrabino, Kalypso, Torino 1914, p. 338. Nicola Turchi

GORGONIA, santa. - Sorella di s. Gregorio Nazianzeno che la celebrò in un famoso elogio funebre, m. verso il 370 in età ancora giovane, dopo il marito ed i cinque figli. E commemorata nel Martyr. Romanum il 9 dic., ma il vero giorno della morte è ignoto, né sembra che sia morta a Nazianzo.

BibL.: S. Gregorio Nazianzeno, Sermo IV : PG 33, 787-818; Tillemont, IX, pp. 379-81; Martyr. Romanum, p. 575.

Agostino Amore
GORGONIO, santo, martire. - Martire romano, fu confuso da Adone con l'omonimo di Nicomedia (Eusebio, Hist. eccl., VIII, 6).

E già commemorato nella Depositio Martyrum il 9 sett. Il Martirologio geronimiano lo ricorda alla stessa data e sepolto nel cimitero "Ad duas lauros» sulla Via Labicana. Gli Itinerari dei pellegrini dei secc. viI e viII specificano che stava in interiore antro. Nessuna notizia precisa si conosce sulla vita ed il martirio. Papa Damaso gli dedicò un carme dal quale appare che G. era sacerdote. Sembra perito durante la persecuzione di Diocleziano.

Bibl.: Acta SS. Septembris, III, Parigi 1868, pp. 328-55; Martyr. Hierosymianum, p. 497 sg.; Martyr. Romanum, p. 387 ; R. Valentini-G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, p. 25 sg.; A. Ferrus, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, p. 165 sg. Agostino Amore

GORI, Antonio Francesco. - Sacerdote, n. a Firenze il 9 nov. 1691, m. ivi il 21 genn. 1757; pubblicò diverse opere erudite di archeologia, tra cui nel 1731 la raccolta epigrafica del Doni; raccolse molte iscrizioni cristiane di Roma nei mss. ora Marucelliani A, 6, 63, 77, 187, 195, 260 (Firenze). Egli voleva preparare un "corpus" di iscrizioni cristiane disposte per classi, a seconda della gerarchia e della disciplina ecclesiastica.

Bibl.: A. Silvagni, Inscriptiones Christianae, nuova serie, I, Roma 1922, p. liI, n. 106; P. Ducati, s. v. in Enc. It., XVII, p. 555 .

Enrico Josi

GORIZIA, ARCIDIOCESI di. - Nella Venezia Giulia. L'occupazione di Aquileia che, secondo i patti del 1445, avrebbe dovuto rimanere sotto il dominio temporale del patriarca, compiuta nel 1542 dalle truppe di Ferdinando I, re di Germania, per dispetto contro Venezia, venne a creare una situazione politica nuova nel paese. Ferdinando mal si adattava al fatto che un prelato veneziano fosse il titolare del patriarcato che occupava tanta parte dei suoi territori nel sudest; c'era poi di mezzo un conflitto di interessi e di confini con la Repubblica veneta, che rendeva spinose le relazioni politiche.

Si sa che fu mira di Ferdinando creare un vescovato a G. per liberarsi il più possibile dalla soggezione al patriarcato. G. era allora una semplice pieve, che s'era staccata dalla vicina Salcano ed aveva acquistato importanza, situata com'era sotto il Castello, ai margini superiori della pianura friulana; l'arciduca Carlo di Stiria, figlio di Ferdinando, riusci nel 1574 a farla mettere a capo di un arcidiaconato, dividendolo da quello di Aquileia; quindi dal 1583 si diede molto da fare per crearvi un vescovato sostenuto anche dal nuncio pontificio a Graz. Trovò ostilità a Venezia e nella Curia papale e mori (1591) prima di vedere adempito il suo disegno. Qualche altro tentativo nel secolo seguente non ebbe miglior risultato, anche perché non si trovava il modo di costituire le dote della nuova fondazione. I contributi di cittadini goriziani (Gullin e Codelli) agevolarono l'esecuzione del disegno che trovò nell'attività riformatrice dell'imperatrice Maria Teresa il più valido sostegno. Benedetto XIV, nonostante la tenace opposizione della Repubblica veneta e del patriarca Daniele Delfino, risolse dapprima la questione, costituendo in G. un vicariato apostolico che affidò al conte Carlo Michele Attems, vescovo titolare di Pergamo (1749). Il 9 luglio 1751 lo stesso Pontefice con la bolla Inioncta nobis, con cui soppresse il patriarcato di Aquileia, costituì l'arcivescovato di G. per i territori soggetti all'Impero e nominò l'Attems primo arcivescovo. La nuova arcidiocesi ebbe per suffragance : Pedena in Istria, Trieste, Trento e Como. L'ordinamento non durò perché Giuseppe II, consenziente Pio VI, nel 1788 elevò ad arcidiocesi la sede di Lubiana, aboli la sede di G. ed istitui in sua vece quella di Gradisca. Ma il 12 sett. 1791 il Papa d'accordo con l'imperatore Leopoldo ricostitui la sede vescovile di G. ossia Gradisca, finché Pio VIII il 27 luglio 1830 elevò di nuovo G. a sede metropolitana con le diocesi suffragance di Luoiana, Trieste-Capodistria, Parenzo-Pola e Veglia; da dopo la guerra del 1915-18 Lubiana e Veglia, comprese nella Jugoslavia, sono immediatamente soggette alla S. Sede (1920). Il territorio della diocesi, dopo diverse vicissitudini è ora costituito dalla sola parte italiana con il seminario; ha una superfice di ro3o kmq. e 168.000 ab. in 85 parrocchie fra le quali sono comprese Aquileia e Grado. Il santuario di Monte Santo sopra G., celebre in tutta la regione, è rimasto nel territorio assegnato alla Jugoslavia. A G. al momento della divisione del patriarcato fu assegnato il Tesoro con una parte dei codici essendo l'erede del patriarcato di Aquileia. - Vedi tav. LXV.

Bibl.: B. M. De Rubois, Monum. Ecclesiae Aquileiensis, Argentina, ma in realtà Verona 1740; G. Morelli, Hist. della Contea di Gorizia, 2 voll., Gorizia 1855; G. De Rinaldis, Mem. stor. del tre ult. sec. del patriarcato d'Aquil., rari 1751, Udine 1888; Documenta histor. Archid. Gorit. illustrantia, Gorizia 1907; Studi goriziani, voll. I-XI, ivi; V. Joppi, Documenti goriziani (Arch. di Trieste); Pastor, XVI, 1, v. indice; A. Battistella, I prodromi della spartiz. del patriarc. d'Aquileia, in Memorie storiche foragiuliesi, 9 (1913); P. Paschini, Riforma e Controriforma al confine nord-orientale d'Italia, in Arcadia, 4 (1922), p. 42 sgg.; id., La basilica di Aquileia (IX Centenario), Bologna 1931; id., Storia del Friuli. III, Udine 1936; id., Tentativi d'un vescovato a Gorizia nel Cinquecento, in Rin. di storia della Chiesa in Italia, 3 (1949), pp. 165-90; v. anche Memoria storiche foragiulienxi, 19051942 e Studi goriziani, 1923 sgg.

Enrico Marcon
Il santuario di Montesanto. - Santuario mariano, la cui fondazione risale ad una apparizione del 1539. Affidato dal 1566 ai Francescani di Bosnia, nel 1786 venne

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soppresso da Giuseppe II, che asportò anche l'immagine miracolosa della Madonna. Nel 1793 tuttavia fu riaperto e nel 1901 vi tornarono i Francescani, che lo ufficiano anche attualmente, affidato dal 1924 alla provincia di Trento, che lo riedificò interamente dopo la distruzione subita nella guerra 1915-18. L'immagine della Madonna fu solennemente incoronata nel 1717, e nel 1907 il santuario venne eretto in basilica.

Bibl.: T. Castcllie, Il santuario di Monte Santo, Udine 1922; T. Asson, Stabilimento del Francescani nel Trentino, in Contributi alla storia dei Frati Minori della provincia di Trento, Trento 1926, pp. 36-39. Alberto Ghinato

Il santitario di S. Maria di Barbana. - Santuario mariano situato in un'isoletta del litorale gradense. Le sue origini risalgono ai tempi del patriarca di Aquileia Elia (571-88), che vi costrui anche un monastero benedettino. Leone X nel 1513 soppresse l'abbazia aggregandola a quella di S. Maria in Sesto in Silvis presso Portogruaro. Passato ai Conventuali dal 1577 fino alla soppressione veneta dal 1769 , nel 1901 venne affidato ai Frati Minori, che recentemente riedificarono la chiesa, consacrata nel 1936, e vi aggiunsero ampi locali per i pellegrini, particolarmente frequenti nel periodo estivo. L'immagine della Madonna fu solennemente incoronata il 15 ag. 1863.

Bibl.: V. Meneghin, L'Inclu della Madonna. Storia del santuario di S. Maria di Barbana nella laguna di Grado, Isola di Barbana 1950. Alberto Ghinato

GÖRRES, Guido. - Scrittore religioso per il popolo e la gioventù, n. a Koblenz il 28 maggio 1805 , m. a Monaco il 14 luglio 1852.

Visse sempre nell'ombra del molto più celebre suo padre Johann Joseph Görres (v.), cui sopravvisse solo ca. 4 anni. Di fronte alla potenza "profetica" di questi, Guido era "di un candore pensoso, tendente al poetico" (D.II. Haneberg [v.] nel discorso funebre). Lasciò presto la carriera scientifica, iniziata con belle promesse nella storia e filologia, per dedicarsi, seguendo il suo talento affettivo, alla letteratura religiosa educativa.

Si distinse come agiografo popolare dai toni caldi: Nikolaus von Flie (1831), Johanna von Arc (1834). Anche come pubblicista rimase fedele alla sua indole pensosa; fino alla morte fu condirettore dei Historisch-politische Blätter che nel 1838 aveva fondato con altri. Eccellente è la sua traduzione (1839) del De Imitatione Christi. Tra i suoi vari tentativi poetici si distinguono i Marienlieder, composti a Roma nel 1842 : nel gusto del tempo, ma profondamente sentiti, parte di essi sono ancor oggi tra i cantici cari ai cattolici tedeschi.

Bibl.: W. Kosch, Deutsches Literatur-Lexikon, I, $2^{2}$ ed., Berna 1940, p. 674 (con esauriente bibl. e indice completo delle opere di G.). Baldassarre Fischer

GÖRRES, Johann Joseph von. - N. a Coblenza il 25 genn. 1776, m. a Monaco il 29 genn. 1848. Subisce inizialmente l'influenza della « rivoluzione filosofica» kantiana, e vorrebbe innestarla sulla rivoluzione politica, che giunge in Renania con le armi francesi. Torna però disilluso da una missione a Parigi (1799). Dal 1801 insegna scienze naturali a Coblenza, ma pubblica pure una Mythengeschichte der asiatischen Welt (1810), che dedica a Creuzer, il grande studioso dei miti antichi.

Come già lo Herder, e come Creuzer, G. porta un vivo interesse religioso nello studio del "primitivo" e del mito. Fra il 1806 e il 1808 insegna all'Università di Heidelberg e riscopre, a contatto con i romantici von Arnim, Brentano, ecc. l'antica letteratura e poesia popolare tedesca; rivaluta il medioevo e la Chiesa. Con il giornale Rheinischer Merkur (genn. 1814-genn. 1816) guida il patriottismo antinapoieonico, poi l'opinione pa-triottico-liberale. Perseguitato, specie dopo la pubblicazione di Deutschland und die Revolution (1819), dove
difende anche la libertà della Chiesa, si rifugia a Strasburgo, e ivi si ritrova cattolico. Scrive fra l'altro Europa und die Revolution (1821) e collabora al Katholik. Nel 1827 è chiamato a coprire una cattedra di storia a Monaco di Baviera e fa di quella Università, con il Döllinger e con il Möhler, un centro europeo di cultura cattolica. In difesa dell'arcivescovo di Colonia, Droste, imprigionato nel 1837, scrive l'Athanasius. Fra il 1836 e il 1842 esce in 4 voll. la Christliche Mystik, in cui si afferma la reazione romantico-fideistica al razionalismo. In questi anni il G. collabora pure alle Histo-risch-politische Blätter, fondate dal figlio Guido e dal Phillips nel 1838.

Come altri grandi spiriti dell'età romantica, il G. ha esigenze enciclopediche, ma tende soprattutto a sollevarsi a quelle grandi costruzioni di filosofia della storia, in cui risalta infine, pur con un ricco e nuovo senso dell'individualità storica, un certo deteriore intuizionismo. Riscoprsto il sostrato religioso dell'individualità, il G. lotta contro gli opposti "giacobinismi" della Rivoluzione e del prussianesimo burocratico; difende "le libertà dei popoli ", anche contro la "santa alleanza" (Gesammelte Schriften, XIII, p. 415); pone la Chiesa più in alto dello Stato, ma vuol l'eguaglianza delle confessioni dinanzi alla legge (Athanasius).

Così lo Stato cristiano a cui aspira il G. concilia l'esigenza romantica e cattolica di unità religiosa con quella del rispetto delle varie fedi, in una nazione divisa sotto l'aspetto confessionale; ma il G. non costruisce propriamente una "dottrina", come i giuristi Stahl e Phillips. Negli studi storico-religiosi ha vivo il senso per le forme primitive ed intuitive di vita spirituale, ed è ancor debitore, per la psicologia, dello Schelling che aveva molto studiato ed ammirato: non parte invece da adeguate premesse critiche, né si afferma come storiografo ecclesiastico o come teologo da paragonarsi a un Döllinger, a uno Scheeben.

Alla prima edizione dei suoi scritti politici e delle sue lettere, in 9 voll. (Monaco 1854-74), han fatto seguito le Gesammelte Schriften, curate da W. Schellberg per la Görres-Gesellschaft (Colonia 1926 e sgg.). Esiste una breve antologia italiana dalla Mystik (trad. di S. Lupo, Torino 1929: nella collana $\mathrm{Pa}-$ gine cristiane).

Bibl.: W. Schellberg, 7. von G., Colonia 1926; F. Schnsbel, Storia religiosa della Germania nell'200, trad. di M. Bendiscioli, Brescia 1944, pp. 91-93 e passim; J. Droz, L'Allemagne et la Révolution Francaise, Parigi 1949. Ettore Passerin

GÖRRES-GESELLSCHAFT. - Società cattolica tedesca costituitasi nel centenario della nascita di Görres ( 25 genn. 1876) a Coblenza per promuovere ricerche scientifiche nei diversi campi dello scibile umano.

La G. G. zur Pflege der Wissenschaft im katholischen Deutschland comprende otto sezioni : storia; scienze giuridiche e politiche; scienze sociali ed economiche; filosofia; scienze naturali; antichità; arte; letteratura. Degne di nota sono le pubblicazioni di carattere storico: la rivista Historisches Jahrbuch, Oriens Christianus, la raccolta degli atti del Tridentinum e le Quellen zur Geschichte der päpstlichen Hof-und Finanzverwaltung im 14. Jahrhundert; lo Staatlexikon ( 5 voll.). Dal 1888 esiste 0 Roma l'Istituto storico della G. G. che ha grandemente agevolato le ricerche degli studiosi tedeschi nell'Archivio Vaticano. Della G. G. furono presidenti G. von Hertling, H. von Grauert, H. Finke. Durante il regime nazionalsocialista la G.-G. fu sciolta nel 1941 ed i beni confiscati. Fu ricostituita nel 1948.

Bibl.: H. Cardauns, Die G.-G., Colonia 1901; A. Allgeier, a. v. in LThK, IV, coll. 585-86. Silvio Furlani

GORZE (Gorzia). - Città della Lorena, a 20 km . a sud-ovest di Metz, con resti di un acquedotto romano del sec. Iv. Fu un centro fortificato dell'omonimo territorio di Metz e sede di una delle più influenti abbazie benedettine.

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(per cortesia del p. Cassio Hallinger)
Gorze - Carta storica del movimento riformatore dell'abbazia di G. (sec. x-xII)

L'abbazia di G. (monasterium S. Gorgonii o Gurgitanum) fu fondata il 22 maggio 749 da Crodegango, vescovo di Metz; nel 756 fu posta sotto la protezione della curia vescovile di Metz; nel 765 ebbe le reliquie del martire Gorgonio; nel sec. IX, data in commenda, decadde (825-933); il vescovo Adalberone di Metz la rioccupò (933) e pose la basi della riforma di G., che rifiorì sotto gli abati Aginoldo (933-67), Giovanni da Vandières ( 967 976), Immo (977-1016), Sigisfredo (1016-55), Enrico il Buono (1055-93) e Teodovino (1126-32); dalla sua scuola monastica uscirono Adalberone di Reims (m. nel 989), Adalberto di Metz (m. nel 1005), il cancelliere Eriberto di Colonia (m. nel 1021), Errando di Halberstadt (m. nel 1102); Giovanni di G. che fu legato di Ottone il Grande alla corte di Abderrahmano III in Cordova, e l'abate Teodovino (m. nel 1147) che fu nominato cardinale legato per la Germania. Durante l'epoca feudale (11471445) G. fu fortezza e i monaci seniores; l'abate dispose di baroni e di un piccolo esercito.

Nuovo periodo di commende fu dal 1445 al 1580. L'occupazione della Lorena da parte di Francesco I mandò in rovina tra il 1542 e il 1556 la chiesa abbaziale di S. Pietro, benedetta il 26 giugno 1068. Gregorio XIII soppresse l'abbazia e con la bolla In supereminenti del 5 dic. 1572 assegnò parte dei beni al nuovo Collegio dei Gesuiti a Pont-à-Mousson. Il movimento di riforma del vescovo Adalberone nel 933 fu favorito dai signori feudali e dagli Ottoni e si propagò fino a 170 comunità diramate nei dieci seguenti gruppi di filiazioni : I) gruppo della Lorena, il più genuino, frutto di G., con oltre 31 comunità (ad es., S. Apro in Toul, Stablo, Moyenmoutier); 2) gruppo di Treviri, centro S. Massimino con oltre 18 monasteri; 3) gruppo di Ratisbona, centro S. Emmerano con oltre 18 comunità (Schwarzach sul Meno,

Lorsch, Bleidenstadt, Fulda, ecc.); 4) gruppo di Niederaltaich con ca. 15 monasteri, tra i quali S. Leno presso Brescia e per un certo tempo Monte Cassino; 5) gruppo di Lorsch, con ca. 12 monasteri; 6) gruppo di Fulda, con ca. 10 comunità; 7) gruppo di Magonza, con ca. 3 monasteri; 8) gruppo alamannico, centro Einsiedeln con ca. 12 monasteri; 9) osservanza-mista della Lorena (S. Vironio, Verdun), con oltre 33 monasteri; 10) gruppo di Nuova-G., centri Schwarzach sul Meno e Ilsenburg in Sassonia con ca. 20 comunità. A differenza del movimento cluniacense, queste comunità non ebbero tendenze centralizzatrici, ma mantennero la libera elezione dell'abate con diritto di disporre dei beni, ebbero fede nell'organizzazione feudale, conservarono fino al sec. xili la foggia del vestito anianense.

Fiorirono fino al 1122 le abbazie di Reichenau, S. Emmerano di Ratisbona, Niederaltaich, ecc.; tra i santi e beati si annoverano Giovanni di G., Guiberto di Gembloux, Sandrato di S. Massimino, Ramboldo di Ratisbona, Godeardo di Niederaltaich, Drutmare di Nuova-Corbia, Egberto di Münsterschwarzach, ecc.

Bibl.: P. Wattenbach-Holtzmann, Deutschlands Geschichtsquellen, I. II, Berlino 1939, pp. 178-86. - Fonti : Vita Johannis Goraion, in MGH, Scripioro, IV, pp. 537-77; Mir. s. Gorgonii, ibid, pp. 238-47; Notae dedicationum, ibid., XV, pp. 973-77; Codex traditionum, ed. A. D'Herbomez, Meitonia, II, Por'gi 1898 (cf. Sehrh. der Gesellschaft für loth. Geschichte, 14 [1902], pp. 270-89); Psalterium sec. XI, in Neuer Archiv. 9 (1885, 1), p. 201; A. Molinier, Les abissaires francais. Parigi 1800, p. 214; Connuetudines saec. XI, Monaco, Staatsbibl. clm. 14, 765, ed. B. Albers, Connuetudines monasticae, II, pp. 67-116. - Studi : A. Calmet, Histoire... de Lorraine, III, Nancy 1728, p. 120; D. Lager, Stud. Mitt. O.S.B., 8 (1887), pp. 32 sgg., 328 sgg., 540 sgg.; F. Chaussier, L'abbaye de G., Metz 1894; C. Wolff,

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Eb.-Lathringisches Jahrbuch, 9 (1930), pp. 95-111; Cottinesu, I, coll. 1303-1304; K. Hallinger, Gorze-Klany (Studia Anselmiana, 22-23), 2 voll., Roma 1950.

Cassio Hallinger
GOSS. - Già abbazia di monache benedettine, situata presso Leoben (Stiria) e trasformata in birreria dal 1886.

La fondazione si deve alla famiglia degli Ariboni, del ramo dei conti di Leoben (Adula e Aribo, poi arcivescovo di Magonza) e cade fra gli aa. 994 e 1020. All'inizio, come pare, ci furono delle canonichesse regolari; ma, certamente dal sec. xir, le monache benedettine. Oltre l'influsso econo-mico-sociale, il monastero ebbe sempre grande fama come istituto di educazione della nobiltà femminile. La badessa ebbe posto e voce nella Dieta della Stiria. Inoltre G. fu sempre un centro dell'arte femminile : celebre il «Gösser Ornat», riccamente ricamato, opera grandiosa del sec. xiri, ora nel Museo dell'arte ed industria di Vienna. Affreschi del sec. xiri si trivano nell'ex-aula capitolare; il coro della chiesa abbaziale è posteriore al 1338 , ma conserva sotto la cripta del sec. xi. Le tre grandi navate gotiche furono consacrate nel 1515; si conservano quattro enormi pilastri tortili e un grandioso portale. Nonostante le vive proteste nella Stiria, Giuseppe II soppresse l'abbazia nel 1782, servendosi delle rendite per l'effimero vescovado di Leoben (1786-1836). Da notare, nei pressi di G., l'ex-chiesa di S. Lamberto che si dice consacrata da S. Leone XI.

Bibl.: J. Wichner, Geschichte des Nonnenblosters G., Ord. S. Benedicti bei Leoben in Steiermark, in Studien, 21 (1892), p. 161 sgg .; 14 (1893), pp. 15 sgg ., 515 sgg .; J. Keussl, Die Abtis. siven an G., Graz 1807; E. Tomek, Geschichte der Diäzese Sechau, I, Graz 1917; B. Pullean, Geschichte des Ben. Stifts G. bei Leoben in Steiermark, ivi 1924; Cottinesu, I, col. 1305. Giuseppe Löw

GOSSAERT, Giovanni di Mambge : v. Mabuse.
GOTI. - Di origine certamente scandinava (G., da Gotland, maggiore isola della Svezia, o da Götaland, Svezia meridionale), noti ai Romani dal tempo di Tacito, i G. acquistano peraltro un ruolo nella
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(per cortesia del p. O. Löw)
Göss - Cripta romanica intorno al 1000.
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(Isi, Bildarchiv d. G. Nationalbibliothek)
Göss - Interno della chiesa abbaziale. Coro del 1338 , compiuto nel 1521; altare maggiore (1791-93), opera di F. X. Krenauer.
storia con il loro trasferirsi nella regione della ${ }_{3}$ Vistola è poi nelle finitime regioni della Germania. Il loro è tutto un movimento di infiltrazione verso le terre del sud, in cui dilagano a partire dal sec. III, dividendosi in gruppi di tribù. Si distaccano dal primitivo ceppo unitario forse per primi i Gepidi, ma la grande divisione sarà tra Ostrogoti e Visigoti, il cui diverso orientamento, nella sistemazione territoriale, si farà palese sul finire dello stesso secolo. Ma prima sanguinose lotte si svolgono ai margini dell'Impero tra gli imperatori Massimino il Trace, Gordiano III, Decio, Treboniano Gallo, e le tribù gotiche. Nel 257, avanzandosi fino a Tessalonica, esse ponevano fine al dominio romano nella Dacia, da cui poi dilagavano nell'Ellesponto e nella penisola greca.

Dei due grandi gruppi goti, più comunemente nota è la vicenda di quello che si confuse con la nostra storia: gli Ostrogoti, o G. d'oriente, dall'insediamento avuto sulle rive del Mar Nero, mentre i Visigoti (o "G. dell'occidente», per quanto l'originario significato del termine "Visi» sia riportabile piuttosto ad un titolo di nobiltà) erano stanziati ad occidente del Ponto e del suo grande emissario, il Nistro.

Dopo un periodo di monarchia unitaria, che può essere ricondotta sino alla metà del sec. IV, quando entrambi i gruppi riconoscono per re Ermanarico, poi travolto dalla invasione unna, Ostrogoti e Visigoti si creano propri capi ed agiscono indipendentemente. Sotto gli Amali, della dinastia forse di Ermanarico e ancor prima di un mitico capostipite, Ostrogota, il gruppo orientale combatté Vandali e Slavi, riuscendo a formare un vasto regno ai due lati della Vistola. Ma l'attacco unno infranse il tentativo al suo nascere e contribui ad avviare al di là del

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Danubio i Visigoti e a far entrare gli Ostrogoti, come federati, nell'orbita di Roma. Ribellatisi, Stilicone li batté. Ma ritornarono all'alleanza dell'Impero, senza ritrarne alcun aiuto, quando gli Unni, nella loro foga guerrieri, li trassero con sé nella marcia verso l'occidente. Già attorno alla metà del sec. v la via dell'Italia appare nelle intenzioni degli Ostrogoti : Ezio, alleato dei Visigoti li forma. Alla morte di Attila e al dissolversi della fuggevole potenza unna, gli Ostrogoti, rinnovato il vincolo di federati con l'Impero (alleanza instabile, ché invadono l'Illiria), combattono ancora, sotto il loro re Teodemiro, contro Svevi, Rugi, Quadi e Marcomanni. Il figlio del re, Teodorico (v.), è accolto alla corte di Bisanzio, ospite e insieme ostaggio finché nel 474 eredita il potere sul suo popolo, recandolo a nuove e maggiori fortune.

Nel 489 , avendo Teodorico richiesto per sé e la sua gente di passare in Italia come patricius, per combattere Odoacre, gli Ostrogoti trasmigravano in Italia. L'imperatore d'oriente, Zenone, più che a favorire uno stabile insediamento per i G., mirò, come è evidente, ad allontanare un cosi pericoloso alleato. Popolo migrante, non esercito di guerrieri, quello che calava nella penisola. In una lunga lotta, Odoacre è vinto, dispersa è la sua gente, ed i conquistatori si assegnano ben più del terzo delle terre, rientrante ormai nella consuetudine barbarica.

Il lungo governo di Teodorico (v.), che l'imperatore Anastasio riconosce nel 498 , può cosi svolgersi, non privo di sagacia e di lungimiranza, come mostra, prima, il tentativo di fusione tra vinti e vincitori, Italici e G., poi la politica matrimoniale, che mirò a stringere i rapporti con gli altri maggiori regni barbarici (dei Franchi e dei Burgundi, dei Visigoti e dei Vandali). Terre anche al di là delle Alpi, ad occidente e ad oriente, furono congiunte al Regno goto d'Italia: ma poi i rapporti con Vandali e Franchi entrano in crisi, la politica matrimoniale subisce degli insuccessi ed anche il contrasto tra Romani e barbari si perpetua: differenza, soprattutto, di cultura e di religione, che ha il suo riflesso nel triste tramonto del vecchio Re, che l'urto con il Senato e la Chiesa di Roma, e il processo di Boezio, sanguinosamente colorano.

Il tramonto di Teodorico diviene anche quello degli Ostrogoti : indebolito il Regno durante la reggenza di Amalasunta, per la scissione tra romanizzanti e antiromani, Giustiniano poteva coglier l'occasione e stimolare, insieme, la resistenza romana per intraprendere la riconquista imperiale della penisola. Piacca la resistenza sul principio, poi eroica, sotto Totila e Teja. La gente ostrogota fu sterminata in battaglie di annientamento, come quelle di Tagina e del Monte Lattaro, dopo la quale scompare dalla storia, tratta affine a fondersi con gli Italici o le altre stirpi germaniche, che aveva sperato di dominare.

La conversione degli Ostrogoti in Italia dall'arianesimo si maturò durante il sec. vi di pari passe con la fusione del popolo che volevano dominare.

I Visigoti invece, dopo aver raggiunto un primo momento di grande potenza, sul finire del sec. IV, con Alarico, dopo la sconfitta patita ad opera di Stilicone a Polienza, e dopo il tentativo del passaggio in Africa, spezzato dalla morte del condottiero, nel 410 , in Calabria, avevano raggiunto la Gallia, sotto Atauffe, e poi la Spagna, costituendovi il Regno di Tolosa.

I Visigoti di Spagna, fra i quali con Eurico prevalgono un concetto di indipendenza e una tendenza antiromana, dopo aver vinti gli Svevi della Galizia, i Galloromani dell'Alvernia ed i pirati sassoni, non riuscivano a completare l'occupazione della penisola iberica e, sempre per l'urto di religione, subivano il contraccolpo del sorgere della potenza dei Franchi. Tardi giunge la fine della persecuzione anticattolica e il regolamento dei rapporti con i Romani (che si ha con il Breviarium Alaricianum). Il III Concilio di Toledo, celebrato nel 529 , che ricevette l'abiuria del re Recaredo, la cui conversione era avvenuta due anni prima, segnò la fine ufficiale dell'arianesimo visigoto e l'inizio del grande sviluppo della Chiesa cattolica in Spagna. Cessata ogni influenza fuori dei confini del Regno tolosano, la monarchia visigota, dopo aver per due secoli confuso la sua vicenda con
quella originaria della civiltà spagnola, aveva fine nel 711 con l'invasione araba.

BibL.: La più antica vicenda gotica è tramandata dai Getica di Giordane (MGH, Aestores antiquitatis), V, 1), epitomatore delle opere perdute di Cassiodoro; Cassiodoro, Variae, ibid., XII; importante per il governo dei G. in Italia, come per la sua fine, Procopio di Cesarea, La guerra gotica, ed. D. Comparetti, Roma 1893-98; nonché Agathias, in L. Dindorf, Hist. graeci minores, II (1871), pp. 132-433 e in PG 88, 1248-1608. Per i Visigoti, Isidoro di Siviglia, Idizio, Sidonio, Apollinare e Giovanni di Bufaro : MGH, Aestores antiquitatis), VIII, XI; per le leggi visigote: MGH, Leges, L. i. Per la storia unitaria dei vini gruppi goti : K. Müllenhoff, Deutsche Altertumskunde, I-IV, Berlino 1890-1900; B. Rappaport, Die Einfälle der Gaten in das römische Reich bis auf Constantin, Lipsia 1899; L. Schmidt, Geschichte der deutschen Stämme bis zum Ausgauge der Völkervanderung, I, Berlino 1904; F. Kauffmann, Deutsche Altertumskunde, I-II, Monaco 1913-23; L. Schmidt, Gesch. der german. Frühzeit, Bonn 1923; G. Kossinna, Ursprung und Verbreitung der Germanen in vor-und frühgeschichtlicher Zeit, I, Lipsia 1926; K. E. Karsten, Die Germanen, Berlino-Lipsia 1928. Per la storia degli Ostrogoti d'Italia: F. Dahn, Die Könige der Germanen, II-IV, Monaco-Würzburg 1861-66; id., Storie delle origini dei popoli germanici e romanici, trad. it., Milano s.d.; H. Bradley, The Goths, Londra 1888; Th. Mommsen, Ostgotische Studien, in Neuer Archiv, 14 (1889), pp. 433-544; G. Romano, Le dominazioni barbariche in Italo, $2^{\circ}$ ed., Milano 1939; O. Seeck, Geschichte der Untergones der antiken Welt, V-VI, Berlino 1913-20; L. M. Hartmann, Gesch. Italiens im Mittelalter, I. $2^{\circ}$ ed., Stoccarda 1923; L. Halphen, Les barbares, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1930. Per la storia dei Visigoti di Spagna: J. Aschbach, Gesch. der Westgotica, l'rancoforte s. M. 1827; C. Binaudo, Leggi dei Viespoti, Torino 1878; F. Guerra E. de Hinsjond - J. de la Rada, Historia de España desde la su. votida de los pueblos germánicos hasta la ruina de la monarquía visigota, Madrid 1894; J. Ortega y Rubio, Los Viespodos en España, ivi 1903; E. Stormont, L'Espagne politique et sociale sous les Visigothes, Bruxelles 1904; R. de Urena y Smentaud, La legislación góticobispana, Madrid 1905; M. Torres, El estado visigótico, in Anuario de historia del derecho español, 3 (1926). Pier Fausto Palumbo

GOTICA, ARTE. - La designazione di "gotica" più propriamente, in origine, applicata alla architettura ogivale, ma poi estesa a tutte le arti di quel periodo, risale al maturo Rinascimento italiano (Vasari) e, nella sua storica inesattezza, implica un giudizio : il giudizio negativo del gusto classico - rinascimentale e mediterraneo, compreso il francese nei sccc. xvI-xviII - in confronto alle creazioni medievali e nordiche che più manifestamente si erano espresse nell'architettura. Il termine, per quanto inesatto, rimane nell'uso corrente; il giudizio si inverte con l'affermarsi del gusto romantico.

Quest'arte è veramente l'ultima manifestazione della civiltà medievale, la quale in essa raggiunse un perfetto equilibrio espressivo.

Ciò dà ragione di due tratti caratteristici che appaiono fondamentali nella fisionomia del gotico.

Il primo è la spontaneità dal processo evolutivo per il quale il nuovo linguaggio figurativo sembra sciogliersi dal vecchio quasi inavvertitamente. Non vi è una crisi del romanzo dalla quale nasca il gotico : ma è il romanzo che finisce per risolversi nel nuovo stile per una lunga e quasi insensibile lisi. L'altro carattere fondamentale del gotico è il raffinato manierismo; quando questo termine si intenda come procedimento fantastico pienamente valido, che cerca le sue motivazioni nelle precedenti esperienze, per una lenta e sottile elaborazione stilistica di temi, di schemi, di tipi ideali. V'è sotto questo aspetto una sorta di analogia dell'a. g. con l'arte classica, quando classicità valga come categoria stilistica, come modo di essere della fantasia e non come determinazione storica. Un'arte, dunque, sapientemente riflessa e satura di cultura, non solo figurativa, ma anche letteraria e soprattutto religiosa. Intellettualismo, dunque, che ancora si può paragonare a quello, può antitetico nei suoi contenuti, del Rinascimento : vòlti entrambi alla ricerca, dapprima solo intuitiva ma poi anche scientifica, di un sistema, di una legge essenziale, intima alla visione e alla rappresentazione; il Rinascimento la norma prospettica, il gotico l'equilibrio statico; con un contenuto naturalistico il primo, idealistico il secondo.

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![img-13.jpeg](img-13.jpeg)
(per cortisita del p. G. Lév)
Gotica, antie - Pionta della chiesa di Pallaubere (Stiria orientale), costruita verso il 1399 . Chiesa tipica a due navate, coro (abside) a quattro pilastri, della stessa larghezza delle navate.

Una terza caratteristica, infine, dell'a. g. è la tendenza per la quale ogni linguaggio particolare (architettura, scultura, pittura) sposta il suo centro, asse, direttrice, la sua "proprietà" insommo, verso il limite del linguaggio contiguo: l'architettura cosi volge al plastico, la scultura al pittorico, la pittura all'architettonico.

Questo sempre maggiore preponderare dei valori plastici nell'architettura trova la sua radice in quell'accorgimento tettonico dal quale, durante più che un secolo di mirabile fervore creativo, si sviluppa tutto l'arditissimo organismo dell'architettura gotica: cioè l'ar-
cus augiva (ma ora alcuni studiosi rifiutano questa etimologia), il costolone a crociera, di rinforzo alle vòlte, per aumentarne la forza portante.

Non è ancor chiaro se questo elemento, che è la chiave di tutto il sistema, compaia già precocemente in Italia nelle parti più antiche del S. Ambrogio milanese o nel S. Flaviano di Montefiascone; ma è certo che qui una tale idea struttura è rimasta sterile, mentre essa diventa seme che germoglia e si sviluppa con meraviglioso rigoglio in Francia, proprio nel cuore dell'Ile-de-France, che, dopo le tribolazioni del sec. x, si avviava ad un nuovo periodo splendido di ordinata prosperità : è il tempo nel quale il potere politico che amministra saviamente il paese, e l'autorità religiosa, organizzata in salde gerarchie attorno ai vescovi, promuovono del pari le grandi imprese della cultura, con la istituzione della Universitas Studiorum, e delle arti, con la costruzione delle superbe cattedrali, sempre più spesso dedicate alla Vergine, della quale tra il xir e il xiri sec. va sempre più crescendo la devozione. E il tempo anche della redazione dei grandi canti epici del ciclo carolingio e della fissazione di una lingua letteraria. Ed è il tempo delle Crociate, che importano larghi contatti, e non di solo contrasto, con l'Oriente, e quindi una nuova ricchezza e varietà di esperienze culturali.

In questa felicissima congiuntura, il motivo tecnico del costolone di rinforzo raggiunge le più straordinarie possibilità di sviluppo.

Usato con larghezza già per entro ai vecchi schemi romanici (p. es., da Guglielmo di Sens nella Cattedrale della sua città, nel secondo quarto del sec. xit) esso è destinato a trasformare radicalmente la immaginazione e la tecnica, a formulare una nuova poetica dell'architettura, a determinare addirittura una nuova concezione spaziale.

Ma arco ogivale non vuol dire ancora, a rigore, arco acuto, sebbene poi nell'uso corrente i termini di ogivale,
scuto e gotico abbiano finito per equivalersi e confondersi. L'arco acuto o "a terz'acuto" (derivante dalla intersezione di due archi tondi), non ignoto all'architettura orientale, aveva già trovato abbondante impiego, per gusto di varietà decorativa più che per necessità struttura, nella architettura borgognona romanica (Cluny, Autun, Paray-le-Monial, ecc.); ma solo quando questo profilo acuto si applica al costolone, alla ogiva, se ne comprende tutto il valore tettonico nella sua capacità di reggere tanto maggior carico, quanto minore è la sua spinta laterale. Di qui una serie di geniali soluzioni al problema di sempre più neutralizzare, verticalizzandola, questa pericolosa spinta laterale: gli "arcs boutants", sostituzione dei contrafforti romanici; il nodo robustissimo delle chiavi di vòlta; i pinnacoli e le guglie destinati a sovraccaricare i piloni aumentandone la spinta verticale ad assorbimento della laterale. Si agevola cosi il compito di coprire tutto l'edificio con materiale lapideo, riducendosi la vera costruzione alla ossatura: il valore architettonico è decisamente spostato dalle pareti alle nervature, dalle superfici ai volumi.

Su questi principi l'attività dei costruttori intreccia intuizioni poetiche a conquiste tecniche ed elabora un sistema organico mirabile per resistenza e per elasticità in un gioco di equilibri, favorito anche dalla bontà del materiale lapideo delle varie cave francesi.

Le possibilità tecniche offerte dall'arco acuto, ormai strettamente legato all'ogiva, stimolano gli architetti ad una gara di altitudine: il miraggio che li attrae è uno dei fascini di questa architettura. Slancio verso l'alto, ebbrezza della verticale, che, nella "vulgaris opinio ", sarebbero la tipica espressione del misticismo medievale. Opinione da accogliersi non senza molte riserve. Poiché, se mai, in codesti nuovi atteggiamenti stilistici sarebbe da scorgere l'espressione dei nuovi gusti ed aspirazioni della vita collettiva; un più agile ritmo, un più libero respiro, un più sereno tono; specialmente se si tenga presente una delle istanze più vive, e uno dei risultati più certi di questo nuovo stile: la luminosità degli ambienti. Comunque, quello che si suol designare come espressione del senso dell'infinito meglio si definirebbe come rappresentazione dell'indefinito.

Svuotata infatti la muratura perimetrale del suo originario valore architettonico, del suo significato di superfice e trasferita tutta la funzione tettonica alla compagine essenziale delle membrature dell'edificio, le pareti piene possono essere rose dalle finestre, inghiottite dal vuoto, fino a scomparire del tutto come nella Ste-Chapelle di Parigi, che è soltanto un enorme mirabile scrigno di vetro trasparente.

Per contro, per quanto ridotti alla loro pura necessità, pilastri e nervature vanno assumendo sempre più evidente importanza nella economia degli edifici e acquistano, con il predominio funzionale, una loro esistenza autonoma ed una sempre più distinta e corposa individualità. L'edificio cosi si risolve in una modulazione di masse alternativamente piene e vuote e l'immaginazione architettonica si concreta negli effetti del "medium" atmosferico variamente illuminato e colorito in rapporto alla consistenza lapidea dei volumi di sostegno attorno ai quali esso fluisce.

L'unità ambientale della costruzione risulta cosi rotta da una molteplicità di accidenti plastici. Il corpo delle grandi cattedrali diventa un susseguirsi di steli, che, al sommo, si aprono in diramazioni stellari incrociantisi in una fitta rete si da costituire un ritmo aperto ed indefinito che assorbe in un unico flusso navate, transetti, coro, raggiera absidale e annulla ogni distinzione spaziale. Ritmo continuo, il cui sviluppo si conclude con perfetta coerenza nella circolarità del coro a deambulatorio. E questo un motivo che, come tanti altri, il gotico assume dal romanico-monastico del settentrione, in specie cluniacense, svolgendolo secondo i propri principi, nel giro del peribolo e nella ruota delle cappelle raggianti attorno al sacrario.

In questa concezione spaziale la decorazione scultorea si afferma con sempre maggiore indipen-

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(da B. De Lasteyris, L'Architerture religizane en France à l'époque gothique, Parigi 1806, p. 168; 89. 110) Gotica, arte - Pianta della cattedrale di Tours (fine sec. xili-xiv).
denza non più rivestendo la superfice della struttura architettonica, ma associandosi ad essa in una sintesi integrale e con la sua ricchezza di movimenti contribuisce al moltiplicarsi degli effetti chiaroscurali.

Ma soprattutto a creare quella vita delle masse atmosferiche è efficace la decorazione delle vetrate istoriate, la grande arte nata proprio come il corollario necessario della architettura; vetrata e miniatura - che, come si vedrà, sono stilisticamente affini sono la vera pittura del gotico.

La trama figurativa delle storie non è evidentemente che il pretesto ad una composizione sinfonica di colore che è doppiamente valida; per trasparenza, come tramite fra i due diversi potenziali luminosi dell'interno e dell'esterno, e per diluizione, in quanto la densità della penombra interna s'imbeve tutta e si pinge della luce che l'esterno vi versa.

La cattedrale gotica è il supremo e compiuto capolavoro che domina il panorama dell'arte francese, anche sotto l'aspetto urbanistico. Ed è quasi commovente il vedere come, da lungi, nel profilo di città e di villaggi francesi, la cattedrale sovrasti la folla delle casupole che le si stringono intorno e le protegga e quasi, materna, le covi. Segno dei tempi!

Una così ricca e possente sintesi di linguaggi figurativi raggiunge sicuramente i vertici dell'arte come espressione piena e perfetta di un sentimento veramente cosmico. E, in verità, l'intima motivazione alla fantasia di codesti artisti è proprio uno
degli spettacoli naturali più solenni : quello della selva, non intesa come modello ma come modulo. La selva nel suo carattere di grandiosità sterminata, dominatrice e insieme liberatrice. Paragone, ovvio d'altronde, che già appare negli scrittori romantici da Forster a Chateaubriand.

Nata nel grembo del romanico, l'architettura gotica, dopo un inizio nel quale i vecchi schemi resistono frammischiati ai nuovi, viene sempre più definendo i suoi caratteri fondamentali in opere dove il nuovo linguaggio si esprime ormai in tutta la sua purezza : Notre-Dame di Parigi si può considerare l'esempio della raggiunta perfezione in questo tipo di costruzioni. La cattedrale di Amiens è stata detta il "Portenone" del gotico.

Le quali costruzioni, nella seconda metà del sec. xir e per tutto il xiri, si vanno fondando e crescono cosi nei grandi centri come nelle cittadine e nelle borgate. Imprese colossali alle quali collaborano tutti i ceti sociali e talora parecchie generazioni, che recano pertanto nei particolari l'impronta dell'evolversi dello stile, pur conservando quasi sempre una mirabile unità d'insieme, e si atteggiano in varietà di scuole regionali per l'influenza di tradizioni di gusto locale e per il diverso genio degli architetti (Ile-deFrance, Saissonnais, Champagne, Bourgogne, Normandie).

Oltre a questi confini della sua nascita e giovinezza, l'architettura gotica estende rapidamente il suo dominio (vera e propria conquista violenta, secundo il Viollet-leDuc, conseguente alla espansione della monarchia capetingia) in tutta la Francia, e poi, con sempre maggiori differenziazioni, per tutta l'Europa, e lo prolunga incontrastato fino a tutto il sec. xiv e a buona parte del xv e, specialmente in terra germanica, ben addentro al xvi, perfino nel cosiddetto Rinascimento tedesco. E tanto appare questo linguaggio connaturale al gusto t