volume-06

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XIV silele, Parigi 1932; F. Harrison, English manuscripts of the $14^{\text {th }}$ century, Londra 1937. Per una rapida informazione generale cf. il capitolo Malerei in W. Wattenbach, Das Schriftwesen im Mittelalter, 3a ed., Lipsia 1886, p. 344 sgg., e G. Battelli, Lezioni di paleografia, 3a ed., Città del Vaticano 1949, pp. 234-44. Si veda pure, alle voci dei singoli artisti, P. D'Ancona-E. Aeschlimann, Dictionnaire des miniaturistes du moyen âge et de la renaissance dans les différentes contrées de l'Europe, 2a ed., Milano 1949. Alessandro Pratesi

## GOTICA, VERSIONE DELLA BIBBIA.

I Visigoti (v. GOTI) nelle molte loro razzic sul territorio romano fecero prigionieri anche dei sacerdoti cattolici, dai quali conobbero il cristianesimo. Nel sec. in già molti Visigoti erano cristiani, ed un metropolita goto sottoscrisse i decreti del Concilio di Nicea (a. 325).

In una delle loro razzic nell'Asia Minore i Visigoti fecero prigioniere anche delle donne cappadocie e da una di esse, maritata ad un goto, discende il famoso vescovo Ulfila, traduttore della Bibbia nella lingua gotica, Ulfila, n. probabilmente nella religione cattolica, ma, consacrato vescovo nel 341 da Eusebio di Nicomedia, sotto il suo influsso si fece ariano e lavorò per la conversione della sua gente al cristianesimo sotto la forma dell'arianismo. Presto si accorse che era necessaria una traduzione della Bibbia in lingua gotica, e a questo scopo inventò l'alfabeto gotico, le cui lettere sono riprodotte nel I vol. della Poliglotta Londinense (1657), Prolegomena II, p. 13, n. 11.

Ulfila tradusse tutto il Nuovo Testamento, tranne l'Epistola agli Ebrei. Se abbia tradotto anche il Vecchio Testamento è tuttora incerto. Giacché di quest'ultimo esiste soltanto Neh. 5-7, e non è certo che questi frammenti siano stati tradotti da Ulfila, e che da essi si possa concludere ad una traduzione dell'intero Vecchio Testamento.

La traduzione del Nuovo Testamento è fatta

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![img-32.jpeg](img-32.jpeg)
(fot. Andersou)
In alto: IL "TRE DI MAGGIO, (1808) - Madrid, Galleria del Prado.
In basso: LA FAMIGLIA REALE DI CARLO IV - Madrid, Galleria del Prado.

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![img-33.jpeg](img-33.jpeg)
(fot. Gab. fot. naz.)
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(fol. Soprintendenza - Trieste)
In alto: SARCOFAGI CRISTIANI (sec. v-vi) - Piazza della Vittoria.
In basso: INTERNO DEL DUOMO, dedicato ai ss. Ermagora e Fortunato (sec. vi).

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dal testo greco, abilmente, chiaramente e molto fedelmente, tranne il passo Phil. 2, 6, tradotto in senso ariano. L'originale greco si intravede specialmente nelle forme composte dei nomi propri. Parecchi termini di origine pagana sono trasferiti alle nuove idee cristiane, mentre altri termini specificamente religiosi furono ritenuti in forma greca, p. es., aggilus, aihlesio, aipiscaupus, ecc.

La traduzione gotica è oggi conservata: 1) nel Codex argentens della Biblioteca universitaria di Uppsala, il quale è di origine italica (sec. v o vi), e conteneva originariamente i 4 Vangeli nel seguente ordine: Matteo, Giovanni, Luca, Marco; dei 300 fogli rimangono oggi soltanto 187 . Nel margine si trovano glosse di mano posteriore, contenenti lezioni varianti in lingua gotica (Codex Argentinus Uptaliensis insta senatus Universitatis Upsaliensis phalotypice editus, Uppsala (1927), con ampia introduzione critica di A. Grape e O. v. Friesen e appendice di H. Andersson). 2) Nel Codex Carolinus di Wolfenbüttel sono frammenti della Epistola ai Romani. 3) Nel 1817 Angelo Mai trovò nella Biblioteca Ambrosiana 5 polinsesti: il Codex Ambros. A contiene frammenti dello Lettere di s. Paolo, alle quali sono da aggiungere 4 fogli trovati nel 1866 da Reifferscheidt a Torino (Codex Tominiensis); il Codex Ambros. B contiene la II Epistola ai Carinti e frammenti di altre lettere; il Codex Ambros. C frammenti di Mt. 25-27, e il Codex Ambros. D frammenti di Neh. 5-7. 4) In un codice di Vienna (Salzburg-Würzer Alkainhandschrift) si trovano pochissimi frammenti di una traduzione gotica, ed in un foglio pergamenaceo della Biblioteca universitaria di Giessen frammenti di $L c .23-24$ in lingua gotica e latina.

BbL.: Edizsion di A. Uppström, Uppsala 1854; W. Streitberg, Die gotische Bibel, I. Heidelberg 1908, $2^{\text {a }}$ ed., ivi 1919; E. Neale, Die gotische Bibelübersetzung des Ulfile, in Realenzylilopädie für post. Theologie und Kirche, III. $3^{\text {a }}$ ed., pp. 29-61; A. Wilmart, Les Etonnoles gothiques, in Revue biblique, 36 (1927), pp. 46-61; P. H. Höpfl, Introductio generalis in Sacram Scripturam, Roma 1940, pp. 336-38; G. Bardy, Ulfila, in DThC. XV (1948), coll. 2046-57.

Arduino Kleinhans
GOTTARDO (Godeardo), santo. - Benedettino, vescovo di Hildesheim, successore di s. Bernward. N. a Reichersdorf (Niederaltaich) nel 960, m. ad Hildesheim il 5 maggio 1038.

Educato austeramente nella badia di Niederaltaich, si fece monaco nel 990 , nel 996 vi divenne abate; nel roor-1002 passava come abate a Tegernsee, donde riformava e dirigeva, nel periodo 1005-12, anche il monastero di Hersfeld, tornando nel ro13 a Niederaltaich; fu dunque sostenitore della riforma di Cluny (v.), Dall'imperatore Enrico II nominato vescovo di Hildesheim (1022), alla santità della vita aggiunse un'intensa operosità. Costrul e consacrò più di 30 chiese, fra cui il duomo di Hildesheim, ed istitul una scuola di scrittura e pittura. Fu il primo bavarese canonizzato (da papa Innocenzo II nel 1131). La sua festa ricorre il 4 a 3 maggio. Molte chiese e santuari gli sono dedicati. E invocato in diverse malattie e contro i fulmini e la grandine.

BbL.: Due biografie del suo amico e discepolo Wolfher, in MGH, Scriptores, XI, pp. 162-221; lettere di lui e a lui, in MGH, Epist. select., III, pp. 59-70, 105-110; racconti di traslazione e dei miracoli, in MGH, Scriptores, XII, pp. 639-52; cf. anche BHL, p. 534 sg.; Acta SS. Maii, I, Parigi 1866, pp. 501 330; VII, ivi 1866, p. 861.

Lucchesio Späting
GOTTHELF, Jeremias. - Pseudonimo di Albert Bitzius. Romanziere svizzero, n. a Murten (Friburgo) il 4 ott. 1797, m. a Lützelflüh (Berna) il 22 ott. 1854.

Pastore protestante, intese elevare, con la penna, il suo popolo, rivelandosi poeta, sebbene alieno da ambizione artistica o da finalità estetiche. Fu artefice d'una sorta di epica realistica, con personaggi di rara vivezza, che lo fanno annoverare, nelle novelle di breve respiro, fra i grandi scrittori (magistrale, p. es., Elsi, die seltsame Magd, 1843). Si ricordano, degli innumerevoli romanzi : Bauernspiegel oder Lebensgeschichte des 7. G. (da cui trasse lo pseudonimo), 1837; Leiden u. Freuden eines Schulmeisters
(1838), Die Armennot (1840), Syllvesterlraum (1842) e il capolavoro: Uli der Knecht (1841), seguito da Uli der Pächter (1849).

BbL.: Opere: Gesammelte Schriften, 24 voll., Berlino 1825 1858, ed. critica di F. Hunziker in 26 voll., ivi 1811-25; antologia a cura di J. Mumbauer, Friburgo 1925. Studi: F. Rudolf, Die Welt der Schönen bei 7. G., Berna 1906; G. Tobler, 7. G. u. die Schule, ivi 1907; A. Bartels, 7. G.s Leben u. Schaffen, Lipsia 1908; O. Hunziker, 7. G., Frauenfeld 1927; W. Musche, G. Die Geheimnisse des Ercäblers, Monaco 1931; W. Gunther, Der eszige G., Erlenbach 1934; K. Gugasisberg, 7. G. Christentum und Leben, Zurigo 1939; W. Musche, G.s Persönlichkeit: Erinnerungen von Zeitgenossen, Basilea 1944. Giovanni Guerra

GOTTI (Antonio), Girolamo Maria. - Cardinale, n. a Genova il 30 marzo 1834, m. a Roma il 19 marzo 1916. Entrò giovanissimo nell'Ordine dei Carmolitani Scalzi, col nome di fra' Girolamo Maria dell'Immacolata Concezione. Ordinato sacerdote, insegnò filosofia nella scuole dell'Ordine e matematica nella Scuola Navale di Genova.

Teologo al Concilio Vaticano (1869), fu nominato nel 1871 procuratore generale dell'Ordine e nel 1881 priore generale, riconfermato nel 1887 per l'azione prudente da lui svolta nel far rifiorire l'Ordine.

Leone XIII lo volle, nel 1892, arcivescovo titolare di Petra per inviarlo internunzio nel Brasile e nel Concistoro del 29 nov. 1895 la creò cardinale, con il titolo di S. Maria della Scala. Dopo essere stato prefetto della Congregazione dei Vescovi e Regolari passò, nel 1902, prefetto della Congregazione di Propaganda Fide ove svolse un'indaticabile ed intelligente attività per l'incremento delle missioni cattoliche. Nel Conclave del 1903 ebbe diciassette voti per il pontificato.

BbL.: A. Pierconti, Da Leone XIII a Pio X, Roma 1904; M. De Camillin, Il card. G. M. G., in Nuovo cittadino (Genova), 27 marzo 1934.

Mario De Camillis
GOTTI, Vincenzo Ludovico. - Teologo e cardinale domenicano, n. a Bologna il 5 sett. 1664, m. a Roma il 18 sett. 1742. Religioso a Bologna nel 1680, studiò a Forli, a Bologna e poi a Salamanca. Tornato in Italia (1688), insegnò filosofia nel Convento di Mantova, poi nel Collegio di S. Maria sopra Minerva a Roma, quindi a Bologna. Nel 1695 divenne professore di teologia nell'Università bolognese. Nominato da Clemente XI inquisitore a Milano (1715), dopo due anni ritornò a Bologna, dove ebbe la cattedra di apologetica all'Università. Nel Concistoro del 30 apr. 1728 Benedetto XIII lo creò patriarca di Gerusalemme e prete cardinale del titolo di S. Sisto. Consultore di 9 congregazioni, prese parte attiva a tutte le discussioni. Ammalatosi nel Conclave del 1740, non si riebbe più. Fu sepolto nella chiesa del suo titolo.

Il G. fu una delle migliori intelligenze dell'età sua e non cessò mai di difendere con la penna la fede cattolica. La sua prima opera fu scritta mentre era inquisitore a Milano: La vera Chiesa di Cristo dimostrata da' segni e da' dogmi contro i due libri di Giacomo Picenino intitolati Apologia per i riformatori e per la religione riformata e Trionfo della vera religione ( 3 voll., Bologna 1719; $2^{\mathrm{a}}$ ed., Milano 1734) di questa si pubblicò una traduzione latina a Venezia nel 1750). E una confutazione sistematica degli errori del calvinista G. Picenino, al che più che un'opera polemica è un vero trattato di apologetica. In quest'opera stampata lontano dall'autore furono introdotte espressioni offensive contro il Picenino; ciò il G. condannò nella prefazione della seconda sua opera: Colloquia theologico-polemica in tres classes distributa (Bologna 1727). Sono 38 conferenze nelle quali in forma dialogica il G. difende contro il Picenino il celibato degli ecclesiastici. Ma la sua opera principale è la Theologia scholastico-dogmatica iuxta mentem D. Thomae Aquinatis ( 16 voll., ivi 1727-35; $2^{\text {a }}$ ed., 3 voll., Venezia 1750; $3^{\text {a }}$ ed., ivi 1783), dove l'autore, nelle prefazione, sostiene che bisogna abolire nello studio della teologia

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le questioni puramente scolastiche ormai sorpassate per dare maggior importanza allo studio delle fonti e delle eresie che si devono combattere. Contro il protestante olandese G. Le Clerc, che sosteneva la vera Chiesa essere quella di Calvino, scrisse: De eligenda inter dissentientes Christianas sententia, seu de vera inter Christianas religione eligendo (Roma 1734; $2^{\mathrm{a}}$ ed., Ratisbona 1740; $3^{\mathrm{a}}$ ed., Vienna 1749). In difesa della verità della religione cristiana scrisse pure: Veritas religionis Christianae et librorum quibus inuitur cautra atheos, polythoos, idolatrios, mahometanos et $t u$ daeos demonstrata ( 12 voll., Roma 1735; $2^{\mathrm{a}}$ ed., Venezia 1750). Questa seconda edizione contiene anche i Colloquia e il De eligenda.

Bibl.: T. A. Riechini, De vita et studiis fr. V. L. Gottii commentarius. Roma 1742; Quétif-Echard, II, p. 814; G. Fantuzzi, Notizie degli scrittori bolognesi, IV, Bologna 1784, pp. 194-205; R. Coulon, s. v. in DThC, VI, coll. 1503-1507; R. Coulon-A. Pepillon, Scriptores O.P., $2^{\mathrm{a}}$ ed., Parigi 1909-34, pp. 730-36; A. Walz, I cardinali domenicani, in Mem. Dom., 57 (1940), pp. $48-49$.

Alfonso D'Amato
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GöttWEIG - Progetto non del tutto attuato dell'abbazia, di Giov. Luca von Hildebrandt (ca. il 1719), da una stampa contemporanea.

GöttTWEIG.

- Abbazia benedettina, sopra un colle, detto la «Gralsburg» austriaca, in diocesi di St. Pölten, con "casa di esercizi e 30 parrocchie incorporate (ca. 60.000 anime).
S. Altmanno, vescovo di Passavia, fondò nel 1073, presso le rovine di una torre-vedetta romana, un monastero per 12 canonici regolari, ma verso la fine della sua vita (m. nel 1091) vi chiamò i Benedettini cluniacensi di St. Blasien; si aggiunse anche un convento di monache benedettine, che durò fino al sec. xvI. Il monastero, riccamente dotato, esplicò nel medioevo una vasta attività di colonizzazione e la continuò anche più tardi (cultura agricola, forestale, celebre viticultura: le entrate del vino permisero la ricostruzione barocca del monastero). Già nel sec. XII esistevano sul monte di G. sette chiese. Nell'epoca gotica G. svolse una grande attività costruttiva e fu un baluardo contro il luteranesimo. Un immane incendio, il 17 giugno 1718, distrusse il monastero quasi completamente. G. Luca von Hildebrandt elaborò il piano grandioso della ricostruzione, che non poté mai essere compiuto (1717-88). Tuttavia G. è una delle costruzioni monastiche austriache più ricche e vaste. Ha una ricca biblioteca, molti incunaboli, grandi raccolte musicali. Dal 1939 al 1945 la totale soppressione nazista, vi installo una «Ordensburg». Celebre il dottissimo abate Goffredo Bessler (m. nel 1749) che pubblicò, fra l'altro, il Chronicon Gottwicense (Tegernsee 1732).

Bibl.: Ad. Dungel - Ad. F. Fuchs, Urkunden u. Regesten zur Geschichte des ben. Stiftes G. (Fontes rerum Austriacarum, 2, Li-Lvi e 3, 1), 5 voll., Vienna 1901-30; E. Schaffran, Das Benediktinestift G., ivi 1928; E. Tomek, Kirchengeschichte Osterr., I, ivi 1935, passim: II, ivi 1940 passim; H. Tausch, Benedikti. nisches Mönchstum in Osterr., ivi 1949; Cottineau, I, coll. 1307 1308.

Giuseppe Lów
GOUDIMEL, Claude. - Musicista, n. a Besançon intorno al 1508, m. a Lione il 27 ag. 1572, ucciso nella strage che segui alla notte di S. Bartolomeo.

Allievo del Despres, fu uno dei massimi compositori del suo tempo. Poco si conosce della sua vita, che si svolse tra Parigi, Metz, Besançon e Lione. Compose Magni-
ficat, salmi e mottetti (Parigi 1553), 4 messe (ivi 1558), nonché molte chansons stampate a Parigi dal 1557 al 1566.

La sua melodia è dolce ed ispirata, e sempre corretto il suo stile contrappuntistico, tanto vicino a quello del Palestrina. Molti manoscritti del G. sono nelle biblioteche romane, il che fece supporre la sua presenza a Roma; ma recenti studi lo hanno escluso. Certo è però che sulla scuola romana egli esercitò una grande influenza.

Bibl.: G. Becker, Cf. G. et son ocuvre, Parigi 1885; M. Brenet, C. G., ivi 1898; Pastor, VII, p. 303. Silverio Mattei

GOUDIN, An-
TOINE. - Filosofo e teologo domenicano, n. a Limoges ca. il 1639 , m. ivi il 25 ott. 1695 . Inaugurò la sua brillante carriera professorale nel Convento della medesima città, in cui s'era fatto religioso nel 1657. Più importante fu in seguito l'insegnamento come maestro aggregato dell'Accademia diAvignone, fino al 1669. A questa data divenne priore del Convento di Brives, poi fu mandato a Parigi per l'insegnamento teologico nel noviziato generale. Alla fine della sua vita era priore di S. Giacomo (Parigi).

Del suo insegnamento all'Accademia avignonese è frutto quel manuale che ancor oggi si può consultare con profitto: Pbilosophia iuxta inconcussa tutissimaque Divi Thomae dogmata tt. IV comprehensa (Lione 1671; corretto e aumentato, Parigi 1674). Nel 1692 contava già 10 edd., o fu più volte edito anche in seguito. Meno fortuna ebbero invece i suoi: Tractatus theologici juxta inconcnssa tutissimaque dogmata Thomae Aq., Doctoris Angelici, 2 voll., Colonia 1723 (postumi). Una nuova edizione fu curata da A. Dummormuth (Lovanio 1874). La causa del minor successo dei trattati teologici va forse cercata nella moderazione del G. sulle resi più discusse allora, benché egli rimanga fedele al tomismo.

Bibl.: Quétif-Echard, II, pp. 739-40; Hurter, IV, coll. 320321; R. Coulon, s. v. in DThC, VI, coll. 1508-16.

Abde Redigonda
GOUGAUD, Louis. - Storico benedettino, n. il 14 giugno 1877 in Malestroit (Morbihan), m. nell'abbazia di Farnborough il 24 marzo 1941. Entrato nel 1901 nell'Ordine benedettino, fu nominato nel 1910 priore dell'abbazia di S. Michele a Farnborough (Hampshire, Inghilterra), dove visse e lavorò tutto il resto della sua vita, se si eccettua il breve periodo della guerra mondiale 1914-18.

La sua operosità scientifica, specialmente storica, si svolse nelle ricerche sugli albori del cristianesimo presso i Celti, sul monachesimo, sulla liturgia ecclesiastica e monacale irlandese, sull'influsso esercitato dai monaci irlandesi nella cultura medievale del continente europeo. Nel campo della liturgia G. fu però all'avanguardia tra coloro che riconobbero il valore degli studi storici e patristici e lo usarono sapientemente per la storia generale della Chiesa e per gli studi celtici in particolare. G. contribuì con molti articoli ai diversi dizionari ed enciclopedie cattoliche, come al DACL, al Jahrbuch für Liturgien/steunicheft, ai tre primi volumi del DFC, e al DSp. Delle sue numerose pubblicazioni si citano solamente le

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più importanti: Les chrétientés celtiques (Londra 1911; $2^{\mathrm{a}}$ ed. ivi 1932); Gaelic pioneers in christianity (ivi 1923); Devotional and ascetic practices in the middle ages (ivi 1927); Ermites et reclus, études sur d'anciennes formes de vie religieuse (Ligugé [Vienna] 1928); Anciens coutumes claustrales (ivi 1930); The achievements and the influence of Irish monks, in Studies, 20 (1931), p. 154 sgg., con lavori preparativi per un nuovo Monasticon Hibernicum; Les saints irlandais hors d'Irlande (Lovario 1936).

Bibl.: J. Hennig. The historical work of L. G., in Irish historical studies, 3 (1942), pp. 180-86 (con elenco completo delle pubblicazioni di G.). Lucchesio Späling

GOULBOURN, diocesi di: v. CANBERRA-GOULbourn, diocesi di.

GOUNOD, Charles. - Musicista, n. a Parigi il 17 giugno 1818, m. a St-Cloud il 17 ott. 1893. Di precoce ingegno, studiò musica, lettere e filosofia. Vincitore del Grand prix de Rome, fu a Roma nel 1840 e 1841 , dove fu avvinto dalle esecuzioni polifoniche palestriniane, si da comporre egli stesso una messa, eseguita poi con successo, che gli valse la nomina a maestro di cappella a S. Luigi de' Francesi.

Fu poi a Vienna e a Lipsia. Tornato a Parigi, iniziò una brillante carriera operistica. Scrisse numerose opere che ebbero varia fortuna, fra cui il Faust, autentico capolavoro. Compose molta musica sacra: gli oratori Tobias, Jésus sur le lac de Tibériades (1882), La Redemption (1883), Mors et vita, quattro messe solenni, mottetti, uno Stabat, un Requiem e la celebre Ave Maria adottata al preludio di Bach.

Uomo austero, nobile e religiosissimo (da giovane era stato educato in seminario) ha impresso la sua personalità nell'arte, dove hanno larga parte il sentimento
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(Job. Bildarchio d. $\theta$. Nationalbibliothek)
Göttweis - Scalone imperiale dell'abbazia su disegno di Giov. Luca von Hildebrandt (1738).
![img-37.jpeg](img-37.jpeg)
(da Punthion des illustrations francuiros au XIX ricle public sous la direction de Victor Frond.Clergi, Parigi s. a.)
Gousset, Thomas-Marie-Joseph - Ritratto. Litografia.
e la dolcezza. Lo strumentale è signorile e robusto, benché sia spesso dominato dalla ricerca dell'effetto.

BibL.: M. A. Bovet, Ch. G., his life and his works, Londra 1890; L. Pagnerre, Ch. G., sa vie et ses oeuvres, Parigi 1890; I. G. Prod'homme e A. Dandelot, Ch. G., sa vie et ses oeuvres, 2 voll., ivi 1911; P. L. Hillemacher, Ch. G., ivi s. d.

Silverio Mattei
GOURNAY, Marie de Jars de. - Letterata francese, n. a Parigi il 6 ott. 1565 , m. ivi il 13 luglio 1645.

Imparò da sola il latino e il greco e, giovanissima, lesse con entusiasmo gli Essais di Montaigne, che la adottò come figlia. Frequentava la corte, ben vista da Enrico IV, protetta da Richelieu e onorata dal pubblico letterario. Difese i Gesuiti attirandosi le ire dei nemici dell'Ordine e sostenne l'ideale letterario di Montaigne contro le teorie di Malherbe e il preziosismo. Curò l'edizione definitiva degli Essais (1593) e scrisse versi e trattati di morale (Traité sur l'education des enfants de France).

Bibl.: Opere: una prima edizione delle opere apparve, a Parigi, nel 1626 sotto il titolo Omdres de la demoiselle de G.; ad essa ne seguirono altre nel 1634 e 1641 sotto il titolo di Les advis ou les presens de la demoiselle de G. Studi: M. BayleL. Fougéro, Mille de G., étude sur sa vie et ses ouvrages, Parigi 1853: M. Schiff, La fille d'alliance de Montaigne, M. de G., ivi 1912; J. Dappen, M. de 7. de G., die - Wahltochter - Montalgues, Düsseldorf 1927; L. M. Richardson, The forerunners of feminism in French literature of the Renaissance from Christine of Pisa to M. de G., Baltimora 1920 (passim). Elena Bosticep

GOUSSET, Thomas-Marie-Joseph. - Cardinale, n. a Montigny-les-Cherbien il $1^{\circ}$ maggio 1792, m. a Reims il 22 dic. 1866. Ordinato sacerdote fu professore di teologia dogmatica e poi di teologia morale nel Seminario di Besançon (1818). Divenne vicario generale della diocesi nel 1831, vescovo di Périgueux nel 1836 ed arcivescovo di Reims nel 1840. Vi ristabili la liturgia romana e tenne nel 1848 , 1853, 1857 il Sinodo provinciale. Avversario vittorioso del rigorismo ed ardente promotore della reazione antigallicana in Francia, per gli insigni suoi meriti fu da Pio XI creato cardinale nel 1858. Fondò un'accademia letteraria ed una ricca biblioteca ad uso del clero.

Fra le sue opere ha grande importanza la Théolo-

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gie morale (2 voll., Parigi 1844), per il nuovo indirizzo dato in Francia con la divulgazione della Theologia moralis di s. Alfonso. L'opera era stata preparata da Justification de la théologie morale du b. A. M. De Liguria (2a ed., Besançon 1832). Pure interessanti la teologia morale sono le altre due opere: Exposition sur la doctrine sur le prôt d l'intérêt (Reims 1824); Le code civil commenté dans ses rapports avec la théologie morale (Parigi 1827).

Scrisse inoltre: Concilia Remensia (Reims 1842); Théologie dogmatique ou exposition des preuves et des dogmes de la religion catholique (2 voll., ivi 1848, 1856); Exposition des principes du droit canonique (ivi 1859, scritta per confutare le teorie gallicane); Du droit de l'Eglise touchant la possession des biens destinés au culte et la souveraineté temporelle du pape (ivi 1862, erudita compilazione da testimonianze patristiche e decreti sinodali); La croyance générale et constante de l'Eglise touchante l'Immaculée Conception de la Bienheureuse V. Marie (ivi 1855).

Bibl.: L. Besson, Vie de S. E. mgr le card. G., 2 voll. Parigi 1870; J. Fèvre, Histoire de S. E. mgr le card. G., ivi 1882; F. Gounet, Le card. G., 20 vie, ses oeuvres, son influence, Besançon 1903.

Pietro Palazzini
GOUVEA, Alexander de. - Del Terz'Ordine regolare di S. Francesco, vescovo di Pechino, n. il 2 ag. 1751 ad Evora (Portogallo), m. il 6 luglio 1808. Emise i voti religiosi nel 1773; fece i suoi studi all'Università di Coimbra ove conseguì la laurea in scienze matematiche. Fu membro dell'Accademia reale delle scienze di Lisbona. Eletto vescovo di Pechino nel 1782, ricevette la consacrazione a Goa il 2 febbr. 1783.

La sua vasta cultura gli meritò la carica di presidente del Tribunale delle scienze matematiche di Pechino. Benché sotto regime di persecuzione godé grande stima alla corte e per questo ottenne la scarcerazione di alcuni vicari apostolici. Pastore zelantissimo riusci a pacificare gli animi e colmare le divisioni tra i missionari. I suoi manoscritti in cinese, latino e portoghese si trovano presso la Biblioteca del Convento di N. Signora de Jesús a Lisbona.

Bibl.: A. Duvigneau, A propos de mgr Al. de G., évêque de Pékin (1782-1808), in Bulletin cath. de Pékin, 26 (1939), pp. 319328; 27 (1900), pp. 257-62. Altre indicazioni si trovano, in Streit, Bibl., VII, nn. 3722, 3741, 3815, 3857; X, nn. 1109. 1112, 1115-17, 1316, 1389, 1416.

Carlo Santi
GOVERNO. - Il termine non ha una accezione univoca, coprendo concetti diversi, anche se connessi, dei quali converrà dire partitamente.

Dal punto di vista obiettivo o funzionale, per g. può assai generalmente intendersi tutta l'attività dello Stato, nei suoi organi costituzionali esplicanti le funzioni attive o primarie della sovranità, la quale, ravvisati nella dinamica della vita statale gli interessi da assumersi come generali e propri della comunità unitariamente considerata, crea i presupposti ed attua i mezzi idonei a realizzarli. Pertanto come tale va considerata non solo l'attività che in via immediata può dirsi attuazione degli interessi generali medesimi (ad. es., la stipulazione di un trattato), bensì, e forse in maggior misura, anche quella che, influendo sulla formazione degli organi, determinando le linee direttrici secondo cui ha da svolgersi l'azione dei poteri, imprime all'azione varia e molteplice dell'apparato statale quell'indirizzo unitario che, in via mediata, serve alla realizzazione di un programma, di una politica; quella che l'attività di g. appunto elabora e realizza. Questo criterio teleologico o contenutistico, che quasi generalmente si assume ad individuare l'attività di g., spiega da un lato perché la stessa non possa correttamente configurarsi come funzione in senso giuridico, quasi quarta funzione della sovranità, accanto ed al di sopra delle tre tradizionali (legisla-tiva-esecutiva-giurisdizionale), le quali si caratteriz-
zano invece per elementi giuridico-formali, e cioè per la struttura o per la forma o per l'efficacia degli atti del loro esercizio, e sembrano invero le irriducibili forme di manifestazione della volontà dello Stato. E spiega per converso perché la stessa attività di g. debba ritrovarsi presente nelle manifestazioni degli organi supremi, sia del potere esecutivo che del potere legislativo, concretandosi quindi giuridicamente in atti appartenenti a funzioni giuridiche diverse.

Dal punto di vista subbiettivo o istituzionale, per g., in ampio senso, può intendersi il complesso delle istituzioni o degli organi dello Stato che in un dato ordinamento costituiscono i centri da cui promana l'attività ora delineato come di g.; siffatta ampia accezione abbraccia pertanto non solo gli organi, semplici o collegiali, partecipanti in modo attivo all'esercizio di tale attività, ma anche quelli che, in via di controllo, condizionando l'agire dei primi, esercitano un influsso sostanziale sulla formazione della direttiva politica.

E appunto avendo riguardo a tale ampia accezione che va proposto il problema della classificazione delle varie forme di g.; problema di fronte al quale, dopo la vastissima letteratura in argomento e le sraristissime opinioni avanzate, più di una voce nella dottrina ha espresso un atteggiamento di quasi scetticismo circa la possibilità di pervenire a risultati scientificamente attendibili. E tuttavia, posto che l'utilità della distinzione è fuor di dubbio, merita ch'esas venga cercata. Or, se si vuole che risponda a fini di logica classificatrice, evitando gli accostamenti descrittivi di connotati non essenziali, la distinzione deve da un lato fondarsi sul criterio giuridico sostanziale, desunto sia dalla varia pertinenza della funzione di g. all'uno o all'altro organo, sia dalle varie relazioni che si pongono tra gli organi che vi partecipano; dall'altro lato essa deve eliminare la complicazione che tale problema soffre assai spesso con quello della classificazione delle forme di Stato, problema logicamente inassimilabile al primo, poi che il g., pur inteso in senso ampio, costituisce solo una parte dell'organizzazione giuridica, la quale a sua volta è uno soltanto degli elementi di cui si compone lo Stato; e pertanto deve tale distinzione operarsi, riecheggiando un'opinione autorevole (Crosa), entro l'ambito omogeneo di quegli Stati che siano riconducibili al prototipo di un'unica forma di Stato; precisamente, badando a quella forma che, nel mondo occidentale, ancor oggi può considerarsi prevalente, è a dire che la distinzione va cercata entro quegli Stati che siano suscettibili di appartenere alla forma dello Stato moderno-libero, caratterizzato sinteticamente come Stato costituzionale, rappresentativo e come Stato di diritto, con tutte le specificazioni implicite in tali caratteristiche (pluralità degli organi costituzionali, divisione dei poteri, guarentigie del principio di libertà e di eguaglianza per tutti i cittadini, ecc.).

Procedendo alla distinzione in modo siffatto, si superano o, quanto meno, si considerano come affatto secondarie, tradizionali distinzioni, come (per tacere della tripartizione aristotelica in monarchia, aristocrazia, democrazia) quella fatta dal Machiavelli tra monarchia e repubblica; la quale, applicata nella realtà degli ordinamenti moderni, si riduce a descrivere il modo di organizzazione di un organo, il capo della Stato, configurato come rappresentativo nelle monarchie, mentre per il resto lascia del tutto insopressi gli elementi essenziali che valgono ad integrare la forma di g.; ancora, applicando il principio discretivo entro il campo di una stessa forma di Stato, si evita di far tutt'uno di forme di g. le quali, ancorché apparentemente simili, coprono fenomeni affatto eterogenei, cosicché non si perverrebbe con esse ad una unificazione concettuale valida. E infine, delimitando il campo della distinzione nel senso sopra indicato, è ovvio che viene escluso ogni riferimento alle forme di g. che si presentano nelle moderne ed attuali forme di Stato autoritario, il cui ordinamento si allontana

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in misura più o meno profonda (vulnerazione del principio della divisione dei poteri, vulnerazione del contenuto dei diritti civili e politici, ecc.) dai canoni strutturali dello Stato moderno libero.

Sulla scorta del criterio discretivo e del limite che si è assunto, vanno perciò distinte le seguenti forme di g. :

1) G. costituzionale-puro, che, con la scomparsa nel 1918 dell'Impero germanico e delle monarchie che ne facevano parte, nelle quali comunemente se ne ravvisava una esemplificazione, si presenta attualmente solo nella specie repubblicana, denominandosi anche g. presidenziale; l'esempio più cospicuo ne è offerto dagli Stati Uniti d'America. In tale forma la funzione di g. si incentra nel capo dello Stato che è pertanto anche capo del g.; egli procede, in modo autonomo ed indipendente dal controllo delle Camere, alla determinazione dell'indirizzo politico; nomina e revoca, in base alle proprie valutazioni, i ministri, i quali non costituiscono nel loro insieme un organo collegiale o gabinetto, ma sono collaboratori subordinati del presidente, verso lui solo, e non anche verso le Camere, responsabili. Il presidente, che è eletto dal popolo, incentra una indiretta responsabilità politica solo di fronte a quest'ultimo, non invece di fronte alle Camere.
2) G. parlamentare, che nelle sue varie estrinsecazioni storiche, sia monarchiche, sia repubblicane, si caratterizza per l'incentrarsi della funzione di g. in via prevalente od esclusiva, nel Parlamento o, quanto meno, nel ramo elettivo di quest'ultimo. Tale forma, sorta principalmente in via di prassi (così, ad es., nell'ordinamento inglese e nello stesso ordinamento italiano fino all'avvento del fascismo) ed assunta nella storia costituzionale recente anche sul piano normativo, colge che l'azione dell'organo collegiale (gabinetto), al quale appare normalmente affidata l'attività di g. nella sua fase esecutiva, sia aderente in modo costante ai voleri della maggioranza parlamentare. Tale rapporto di dipendenza e di responsabilità politica del gabinetto verso le Camere si esprime col dire che esso ha bisogno costantemente della fiducia del Parlamento, venendo meno la quale gli incombe l'abbligo di dimettersi. Siffatto rapporto di fiducia, che nella prima fase del g. parlamentare trovava luogo nelle fluide norme della consuetudine costituzionale, venne nelle costituzioni recenti e recentissime regolato minutamente dal diritto, che ha disciplinato forme e condizioni per la sua concessione e revoca.

Il capo dello Stato è l'altro perno su cui si è articolata solitamente questa forma di g.; nelle prime forme storiche, evolutesi dalla monarchia costituzionale, esso costituiva un organo che poteva concorrere in modo sostanziale al funzionamento del sistema; infatti essendo il gabinetto, normalmente, da lui nominato e revocato, sia pure sulla base delle indicazioni della maggioranza parlamentare, poteva sussistere, almeno in via eccezionale, una ulteriore responsabilità politica dei ministri verso di lui. Ma, via via, con l'accentuarsi della forza politica nel Parlamento, esso venne perdendo gradualmente ogni potere sostanziale di influsso sulla direttiva politica, cosicché o venne addirittura soppresso o, almeno, svuotato come organo istituzionalmente autonomo, come accadde in talune costituzioni ultraparlamentari del primo dopoguerra (Baviera, Prussia, Estonia, Austria 1920), ove la competenza anche formale a nominare e revocare il gabinetto era assegnata alle assemblee parlamentari; o, in ogni caso, venne a trasformarsi in modo decisivo, diventando un ingranaggio costituzionale essenzialmente estraneo alla funzione della direttiva politica. Esso appare investito invece d'un ruolo diverso, vuoi di tutore della normalità costituzionale nell'azione di g., vuoi, più specificamente, di reintegratore della stessa normalità costituzionale, quando sia turbata, nei momenti di crisi governativo. Qui infatti può operare il suo intervento, o con la designazione della personalità che appare in grado di raccogliere intorno a sé l'appoggio della maggioranza delle Camere, formando un nuovo g.; oppure, quando alla ricostituzione di una maggioranza il Parlamento si riveli assolutamente incapace, procedendo, su conforme proposta del g. dimissionario, allo scioglimento delle Camere.
3) Un'ultima forma che, quantunque solitamente assorbita in quella precedente, merita invece di esserne distinta in base al principio discretivo assunto, è quella che, per il rilievo nettissimo che in essa assume il corpo elettorale, potrebbe denominarsi di g. popolare. Tale forma, che sembra ormai consolidata nell'ordinamento inglese e verso la quale potrebbero a lor volta evolvere i sistemi parlamentari degli ordinamenti continentali, presenta l'organo attivo di g., cioè il gabinetto, più esattamente il capo di questo, il Primo Ministro, come traenti direttamente la loro investitura dal popolo nelle elezioni generali. Il ruolo che nella forma descritta come parlamentare gioca le Camere, sembra essere qui rivestito dal corpo elettorale, di fronte al quale il g. si presenta ogni volta che questioni relative all'indirizzo politico siano di tale portata da involgerne la piattaforma e la stabilità; qui dunque l'elezione acquista il valore di approvazione della linea politica del g. oppure di ripudio della medesima, con contestuale indicazione, attraverso la prevalenza dell'opposta corrente politica della personalità che, come capo della stessa, dovrà essere scelto dal re e nuovo primo ministro. Tale forma di g. si appoggia essenzialmente al cosiddetto «two party system» (sistema dei due partiti) e cioè ad una distribuzione delle forze politiche e ad un sistema elettorale che, lungi dal frantumare la volontà degli elettori in una gamma variopinta di forze, ciascuna delle quali è impotente a dar vita a un g. efficente (come più spesso accade con l'adozione del sistema proporzionale) assicuri invece più facilmente la polarizzazione dei suffragi attorno a due alternative, delle quali la prevalente ottiene il potere di g., l'altra costituisce l'opposizione.

In un'ultima più ristretta accezione, il termine g. allude all'organo, semplice o collegiale, che, costituendo l'organo centrale del potere esecutivo, esplica l'attività di g. nel suo momento attivo e propulsore, anche se per la sua permanenza nell'ufficio e per il suo funzionamento esso sia soggetto al controllo del Parlamento o del popolo, quando in essi si accentri, come s'è visto, la gravitazione politica del sistema. Mentre il g., in tale senso tecnico, si presenta come organo semplice solo nella forma presidenziale, ove si identifica nella persona del Presidente della Repubblica, nelle forme di g. parlamentari si presenta nella forma collegiale, posto che, normalmente, nell'organo che riunisce i ministri (gabinetto) giace la competenza a formare la direttiva politica. Le esigenze di una più efficente ed unitaria azione di g. hanno condotto peraltro in tempi recenti ad un contemperamento del principio collegiale, nell'organizzazione di quest'organo, con il principio monocratico, per cui un rilievo ed una posizione in tutto eminente sugli altri ministri è venuta in taluni ordinamenti ad acquistare il suo capo. Così, ad es., nell'ordinamento inglese, ove il Premier ha conquistato un rilievo nettissimo sui colleghi di gabinetto, anche per il fatto di trarre, come s'è detto, la sua investitura quasi direttamente dalla volontà popolare. Tale preminenza che è sancita, come per lo più accade sull'ordinamento inglese, nelle elastiche norme delle «constitutional conventions», può peraltro variare assai in dipendenza del prestigio e delle qualità personali del primo ministro. Una posizione di analogo rilievo era stabilita, anche formalmente, per il Reichskanzler (cancelliere del Reich) nella costituzione tedesca di Weimar (1919), spettando a lui di tracciare le direttive della politica, di proporre la nomina dei ministri al capo dello Stato, e di presiederne il consiglio con voto preponderante in caso di parità. A tali principi sembra anche parzialmente ispirarsi la struttura data al g. dalla nuova costituzione italiana.

Il g., come tale, non era contemplato nello Statuto

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albertino, che conteneva solo poche norme (art. 65,67 ) relative alla nomina, alla revoca ed alla responsabilità dei ministri. Ma nella vita costituzionale italiana l'organo collegiale raggruppante i ministri, attraverso i quali necessariamente doveva esercitarsi la prerogativa regia, dovendo essi farsi responsabili con la loro controfirma degli atti del sovrano, si configurò subito in modo autonomo, come gabinetto, dando luogo alla forma di g. parlamentare, che si sviluppò senza soluzioni di continuità fino all'avvento del fascismo. L'ordinamento e la struttura interna del Consiglio dei ministri vennero invece più volte regolati dalla disciplina positiva, la quale, in tempo prefascista, attuava (D. 14 nov. 1901, n. 466) una organizzazione del ministero informata essenzialmente al principio della collegialità, restando il presidente del Consiglio soltanto un "primus inter pares ". La legge fascista del 24 dic. 1925, n. 2263, sulle attribuzioni e prerogative del capo del g., facendo di questo l'unico organo competente a determinare l'indirizzo politico, svincolandolo nel contempo da ogni controllo del Parlamento, segnava in Italia la fine della forma di g. parlamentare, ed avviava in modo decisivo il processo d'instaurazione della forma di Stato autoritario.

La disciplina del g., nella nuova Costituzione italiana, ha inteso innanzitutto realizzare, statuendola anche sul piano normativo, la forma di g. parlamentare. Essa si attua peraltro con talune essenziali innovazioni, posto che la responsabilità politica del g. si pone ormai esclusivamente verso le Camere, e non anche verso il capo dello Stato, al quale è stato tolto il potere di revoca, prima spettante al re nei confronti dei ministri; potere che consentiva, sia pur in via eccezionale, al sovrano di intervenire profondamente nella funzione di g.; da questa sembra invece sia fatto oggi del tutto estraneo il presidente della Repubblica, il quale riveste prevalentemente un ruolo di garante della Costituzione, che già si è descritto come la tendenza più significativa palesata da questo istituto, nell'evoluzione della forma parlamentare di g.

Secondariamente, il rapporto di fiducia non si presenta più oggi come il fluido legame, che era da presumere esistente nel sistema statutario in via normale, finché non fosse spezzato da un voto ostile al g. dato dalle Camere. Ora il g., che entra nell'ufficio all'atto del giuramento dei ministri dinanzi al presidente della Repubblica, non può procedere all'esecazione del suo programma, se non a patto di ottenere espressamente la fiducia da entrambe le Camere (art. 94); è disposto pertanto che il g. entro dieci giorni dalla sua formazione si presenti alle Camere per ottenerla; che essa sia concessa o revocata con mozione motivata per appello nominale. Ed ai fini di una maggiore stabilità governativa, si è differenziato opportunamente il voto di dissenso dalla mozione di sfiducia, stabilendosi che solo quest'ultima (presentata da almeno un decimo dei componenti delle Camere e messa in discussione non prima di tre giorni dalla sua presentazione) importi l'obbligo per il g. di dare le dimissioni; obbligo che è temperato dalla facoltà (alternativa) dello stesso g. di farsi promotore dello scioglimento delle Camere, al presidente della Repubblica.

Nella nuova Costituzione il g. ha avuto una configurazione chiaramente distinta ed autonoma rispetto al capo dello Stato; esso si articola sul presidente del Consiglio, sui ministri, e sulla riunione di questi nel Consiglio dei ministri. Il presidente del Consiglio ha assicurata infatti una posizione distinta, non più solo formalmente rispetto agli altri ministri; a lui, che è nominato direttamente dal presidente della Repubblica, spettano le attribuzioni : di proporre la nomina degli altri ministri al capo dello Stato; di dirigere la politica generale del g., della quale è responsabile; di promuovere e di coordinare l'attività dei ministri, ai fini dell'unità di indirizzo politico ed amministrativo. D'altronde sussiste sempre il principio collegiale, posto che i ministri incontrano, accanto alle responsabilità individuali per gli atti del loro dicastero, una responsabilità collegiale per le deliberazioni del Consiglio dei ministri. Quale dei due principi organizzativi abbia la prevalenza diranno in futuro le leggi organizzative, alle quali la Costituzione demanda di
fissare il numero e le attribuzioni dei ministri, nonché l'organizzazione della presidenza del Consiglio. L'accusa contro il presidente del Consiglio ed i ministri, per reati compiuti nell'esercizio delle loro attribuzioni, può essere promossa dal Parlamento in seduto comune; sulle accuse è competente a giudicare la Corte costituzionale, con composizione specialmente integrata (art. 136, $6^{\circ}$ co. Cost.).

Suss.: Oltre alle opere generali, delle quali per tutti v. 0. Ranellotti, Istituzioni di diritto pubblico, I. Milano 1948, p. 86 sgg., cf. in particolare: J. Hatachck, Englishes Staatsrecht, II. Tubinga 1905, p. 30 sgg.; G. Pardo, Il conflitto costituzionale e le trasformazioni del diritto pubblico inglese, in Riv. dir. pubblico, 1 (1910), pp. 407-14; R. Redslob, Die parlamentarische Regierung in ihrer nobrea u. in ihrer soechten Form, Tubinga 1918; J. Hasbach, Die parlamentarische Kabinettsregierung, Stoccarda-Berlino 1919; W. Schelcher, Das parlamentarische Spaten, in Archiv des öffentlichen Rechts, 41 (1921), p. 267; R. Carré de Malberg, Théorie générale de l'Etat, II. Parigi 1921; R. Redslob, Le régime parlementaire, ivi 1924; J. Scheuner, Über die verschiedenen Gestaltungen des parlamentarischen Regierungsystems, in Archiv d. öffentl. Rechts, 47 (1927), p. 360; E. Crossa, Lo Stato parlamentare in Inghilterra e in Germania, Padova 1929; G. Bourdieu, Le régime parlementaire dans les constitutions européennes d'après la guerre, Parigi 1930; trad. it., Milano 1930; C. Mortati, L'ordinamento del g. nel nuovo diritto pubblico italiano, Roma 1931; E. Cross, Sulla teoria delle forme di Stato, in Riv. intero. di filosofia del diritto, 11 (1931), p. 232 sgg.; L. Raggi, Alcune ossere, sulla distinzione delle forme di Stato, in Studi in on. di F. Cammeo, II, Padova 1933, pp. 313-18; S. Lessona, La patecisi di g. ecc., in Revista di dir. pubblica, 2 (1934), pp. 32-45; M. Dendica, La fonction gouvernementale et les actes de son exercice, Parigi 1936; J. Keith, The blog, the constitution, the empire, ecc., Londra 1938; E. Cross, Sulla classificazione delle forme di g., in Scritti giur. in on. di S. Romano, I, Padova 1940, pp. 441-72; G. M. De Francesco, Il g. fascista nella classificazione delle forme di g., ibid., pp. 275 292; W. Jennings, Cabinet Government, Cambridge 1947, p. 24 sgg. Quanto al g. nella nuova Cost. italiana, cf., oltre ad A. Amorth, La costituzione italiana, Milano 1948, p. 127; C. Cereti, Diritto costituzionale, Torino 1948, p. 137 sgg.; G. Virga, La crisi e le dimissioni di gabinetto, Milano 1948, p. 30 ; G. Balladore-Pallieri, Diritto costituzionale, ivi 1949, p. 215; A. Tesauro, Nazioni elementari di dir. cost. italiano, Napoli 1949. Serie Galeotti

GOYAU, Georges. - Storico, n. ad Orléans il 31 maggio 1869, m. a Bernay (Eure) il 25 ott. 1939. Accademico di Francia dal 1922; dell'Accademia fu anche, dal 1922, il segretario perpetuo; consultore della Sezione storica della S. Congregazione dei Riti dal 1930. Spirito sensibile e raffinato, rivive la storia e la tradizione cristiana con intima forza di suggestione, in quella che egli ha definito "histoire du droit de croire et du droit de prier" (v. L'Allemagne religieuse. Le catholicisme, I, Parigi 1910, p. 11, l'opera più solida anche nella sezione riguardante il protestantesimo).

Come esempio della sua sensibilità è notevole il volumetto La pensée religieuse de Joseph De Maistre (Parigi 1921), dove delinea un profilo religioso e non politico del savioiolo, la storia di un'anima e non di un'attitudine. In collaborazione con A. Pératé e Paul Fabre G. ha: Le Vatican, les papes et la civilisation; le gouvernement central de l'Eglise, ivi 1895; id., Le Vatican, la papauté et la civilisation, l'histoire et les arts, 2 voll., ivi 1901; sotto lo pseudonimo: Léon Grégoire, Le pape, les catholiques et la question sociale, ivi 1907, $4^{\circ}$ ed., libro che fece sensazione per la professione delle idee di Leone XIII in materia sociale; Autour du catholicisme social, 2 voll., ivi 1897-1912; Catholicisme et politique, ivi 1923. Nel campo storico ebbero meritata fortuna i nove volumi dell'Allemagne religieuse, ivi 1898-1913; i due: Une ville Eglise: Genève (1333-1907), ivi 1919, sulle vicende del riformismo ginevrino, e nell'immediato dopo guerra: L'Eglise libre dans l'Europe libre, ivi 1920, a preposito della libertà religiosa. Altro opere compose pure su argomenti storici e letterari; particolarmente importante fu l'attività di G. quale studioso e suscitatore di studi e di problematica missionaria. Fu tra l'altro direttore della Revue d'histoire des missions e scature di Missions et missionnaires (ivi 1931), Les grands desseins missionnaires d'Henri de Solages (ivi 1933), Clergé colonial et spiritualité missionnaire (ivi 1937) e, fondamentali,

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L'Eglise en marche. Etudes d'histoire missionnaire, $5^{\text {a }}$ serie, ivi 1928-36; La France missionnaire dans les cinq parties du monde, 2 voll., ivi 1948.

BibL.: J. Calvet, Le renouveau catholique dans la littérature contemporaine, Parigi 1931, pp. 277-97; V. Giraud, Un testament spirituel, catr. de Revue des deux mondes, 110 (15 ag. 1940); F. Veuillot, G. G., Parigi 1942; M. Petrocchi, Lo spirito di C., in L'uomo e la storia, Bologna 1944, pp. 109-15; G. Hanotaux, Vie de G. G., Parigi 1946; J. Ph. Heusey-Goyau (sua seconda moglie), G. G., ivi 1947. Massimo Petrocchi

GOYA Y LUCIENTES, Francisco José. - Pittore spagnolo, n. a Fucendetodos presso Saragozza il 30 marzo 1746 e m. a Bordeaux il 16 apr. 1828.

Fu allievo a Saragozza di José Luzán y Martínez, che aveva studiato anche in Italia, specialmente a Napoli, ove era stato condiscepolo del Solimena. A Saragozza restò dal 1760 al 1765 , allorquando si recò a Madrid, in un ambiente cioè che vedeva all'opera da alcuni anni il Mengs e G. B. Tiepolo.

Ma a Madrid il bollente spagnolo, più che a dipingere, pensò a vivere intensamente la sua vita, scendendo perfino nell'arena come torero, finché nel 1769 , forse per consiglio dello stesso Mengs, non si recò a Roma da dove però dovette essere rimpatriato per la vita avventurosa che vi conduceva. Al ritorno a Saragozza nel '72 egli ricevette importanti commissioni e si può dire che iniziasse soltanto da questo momento la sua effettiva carriera artistica. Nella vòtta del piccolo coro della cattedrale di Nuestra Señora del Pilàr dipinse la Gloria del Cielo (1772), fredda imitazione tiepolesca, come legate al Tiepolo sono anche le pitture per il monastero di Aula Dei. Più personali (e pertanto da alcuni critici ritenute eseguite anteriormente) sono le pitture murali ora al Museo di Saragozza, provenienti dal Palazzo di Sabradial. Verso il '75 sposò la sorella del pittore F. Bayeu, con il quale collaborò a Madrid nella preparazione dei cartoni per gli arazzi della manifattura reale di S. Barbara. Ed è a questi cartoni (che G. dipinse ad intervalli fino al 1791) che il pittore dovette gran parte della sua popolarità, il che gli procurò anche commissioni per ritratti. Nel 1780 venne nominato membro della «Accademia di pittura di S. Fernando», presentando quale saggio di ammissione il Crocifisso ora al Prado, che pur nell'impostazione accademica rivela tuttavia nei vigorosi colpi di pennello il segno del suo spirito ribelle. E quello stesso spirito che lo porta anche nei cartoni per gli arazzi - vere interpretazioni della vita spagnola del tempo - a svincolarsi dalla imitazione delle tappezzerie francesi (cui soggiacque nelle prime prove) per giungere ad un'interpretazione più personale, a forti contrasti di luci (Maja e l'uomo col mantello, Il bevitore, L'ombrello etc.). Affini alle popolari caratterizzazioni dei cartoni sono allora anche i personaggi religiosi dipinti in una delle cupole della c