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rie francesi (cui soggiacque nelle prime prove) per giungere ad un'interpretazione più personale, a forti contrasti di luci (Maja e l'uomo col mantello, Il bevitore, L'ombrello etc.). Affini alle popolari caratterizzazioni dei cartoni sono allora anche i personaggi religiosi dipinti in una delle cupole della chiesa di El Pilàr di Saragozza (1781-82); del 1781-84 è la grande composizione con S. Bernardino da Siena che predica ad Alfonso d'Aragona per la chiesa di S. Francisco el Grande. Di qualche anno posteriore (ca. 1785) sono l'Annunciazione (Duchessa di Osuna, Madrid) e il S. Gregorio e i. Isidoro (Museo Romantico di Madrid). Tra i ritratti più famosi di questi anni sono da ricordare quello dell'architetto Ventura Rodriguez (1781), di Cornelio van der Gotten (1872, Prado), della famiglia dell'Infante Don Luis (1783), quello dei suoi protettori, il Duca e la Duchessa di Osuna con i loro quattro figli (Prado), di re Carlo IV in costume di cacciatore e della Regina, oggi nel Museo di Capodimonte a Napoli, e del cognato Bayeu. Nei cartoni per arazzi di questi anni, inoltre, egli abbandona i crudi contrasti di luci, immergendo le composizioni in una calda luce dorata. Nel 1785 diviene presidente dell'Accademia; nel 1788 viene nominato pittore di corte da Carlo IV e un anno dopo dipinge per la cappella della cattedrale di Valenza il Transito di s. Francesco Borgia e S. Francesco che conforta un morente. Nel 1792 una grave malattia lo rende sordo e l'ottimismo che l'aveva fino allora sorretto vien meno. Il pittore si chiude in isolamento ma non diminuisce la sua portentosa attività e oltre i ritratti si ricordano le pitture murali in S. Antonio della Floridia (nei pressi di
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(fol. Anderson)
Goya y Lucientes, Francisco José - Autoritratto - Madrid, Galleria del Prado.

Madrid, 1798), il rembrandtiano Tradimento di Giuda nella cattedrale di Toledo e la pubblicazione (1797) dei Caprichos, le famose incisioni che lo rivelano attento e caustico osservatore, critico spietato delle false tradizioni, delle superstizioni, del fanatismo. Ai primi anni dell'800 può attribuirsi il ritratto della famiglia di Carlo IV (Prado), le due Maja, il ritratto del suo nuovo potente protettore, il primo ministro Godoy, e forse a questo momento sono anche da ricordare le sei pitture dell' Art Institute di Chicago rappresentanti la Cattura del bandito Margato da parte del frate Padre de Saldivia. Nel 1808, dopo l'abdicazione di Carlo IV in favore di Ferdinando VII, il pittore passa al servizio del nuovo sovrano e ne dipinge il ritratto equestre. Poi l'invasione napoleonica sconvolge la Spagna; G. è dapprima tra i simpatizzanti del movimento rivoluzionario, ma subito il suo entusiasmo si affievolisce ed egli diventa anzi uno dei più tenaci avversari del padrone straniero, e dal suo animo esacerbato scaturiscono le incisioni dei Désastres de la guerre (pubblicate postume nel 1863), spietato atto di accusa della dominazione francese. Partiti i Francesi nel 1814, nell'intento di celebrare la resistenza spagnola esegue il ritratto equestre del generale Palafox (Prado) e i famosi 2 maggio e 3 maggio. Nel 1815 pubblica la serie di incisioni della Tauromaquia; quindi quella dei Proverbi, Disparates, molti dei quali di significato oscuro. Del 1819 sono due delle sue più notevoli pitture religiose, la Comunione di s. Giuseppe Calasanzio e l'Agonia nell'Orto (Escuelas Pías, Madrid). In seguito all'instaurazione dell'assolutismo di Ferdinando VII (1823), l'artista preferisce abbandonare la Spagna e nel 1824, a 78 anni, si trasferisce in Francia stabilendosi a Bordeaux, ove continua a disegnare e a dipingere. Appartengono a quest'ultimo periodo La lattaia di Bordeaux (Conte di Muguiro, Madrid), S. Pietro (Phillips Memorial Gallery di Washington, 1827) e S. Paolo (Lilienfeld Galleries di Nuova York, 1827).

L'arte di G., è veramente, e non soltanto per la Spagna, l'annuncio di un'epoca nuova. Il pittore spagnolo si stacca dal conformismo dell'arte uffi-

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ciale e cortigiana per realizzare visioni fantastiche, ma tuttavia profondamente umane e pertanto, in certo senso, religiose. Perché G. esprime il suo sentimento religioso - come ha notato L. Venturi - " non quando deve rappresentare una scena religiosa, ma quando trova il motivo della propria religione, la religione dell'indipendenza, della libertà, dell'umanità. Non un volterriano scettico quindi, come da alcuni è stato definito, ma un uomo sostenuto da un profondo senso morale che lo porta a ribellarsi contro ogni corruzione, ipocrisia e sopruso. Anche la sua arte allora si presenta in forma nuova, con una tecnica impressionistica a contrasti di colori.

Già da principio i cartoni per arazzi gli offrono la possibilità di usare una tecnica più spontanea, perché meno finita e quindi meno accademica, e sulla sua visione ebbero certamente un'azione preponderante la scoperta dell'arte di Velásquez - del quale G. incise nel 1777-78 alcune pitture - e, in seguito, l'influsso del Tiepolo cui si sostituì ad un certo momento quello di Rembrandt. E quest'ultimo certamente il periodo più felice : è il momento dei "Capricci", espressione di sentimenti che vengono dal profondo violentemente e che vogliono essere realizzati violentemente. Un dinamismo di forma che è quello che determina anche, ad es., la pittura commemorativa delle Focilazioni del 3 maggio, uno dei capolavori più grandi dell'arte di G. Quanto alle opere religiose vere e proprie, invece, l'artista riesce a creare delle sentite opere d'arte soltanto verso la fine della sua vita, come nella Comozione di s. Giuseppe Calasanzio o nell'Orazione nell'Orto (1819). Nelle opere eseguite in Francia negli ultimi anni, la sua tecnica si evolve ancora verso un sintetismo più potente, basato su abolizioni di contorni e incupimento di colori: una visione per masse che è il raggiungimento ultimo della sua agitata fantasia di artista. - Vedi tav. LXXIII.

BibL.: P. D'Achiardi, s. v. in Enc. Ital., XVII (1933), p. 601 e sgg.: G. Estrada, Bibliografia di G., Nuova York 1941; J. LopezRey, A contribution to the artist's life-G. and the world around him, in Gazette des Beaux-Arts, 1945, pp. 129-50; id., The "unfrothing" drawings of $F$. de G., in Gazette des Beaux Arts, 1945, pp. 287-96; Revista de Ideas Esteticas, numero straordinario dedicato a G., 1946, nn. 15-16; L. Venturi, Pittori moderni, Firenze 1946, pp. 8-28; [A. Malraux], Dessins de G. au Musée du Prado, Genève 1947; J. Lopez-Rey, Goya's still-life, in The Arts Quarterly, 1948, pp. 250-61; J. Lopez-Rey, A XX Century forger of G.'s works, in Gazette des Beaux Arts, 1948, pp. 107-16; E. D'Ors, L'arte di G., trad. it., Milano 1948; A. Malraux, Sa. turnc, Essai sur G., Parigi 1950. Gilberto Ronci

GOZECHINO. - Scolastico di Liegi, m. ca. il 1059. Scrisse una lunga Epistola ad Valcherum (PL 143, 885-909), per scagionarsi, con il suo antico discepolo, d'aver abbandonato l'insegnamento con il suo ritiro a Magonza, accampando la malizia dei tempi e lo scandalo dell'eresia di Berengario di Tours, (v.), che stigmatizza come apostolus Satanae. Vi si dimostra rigido tradizionalista, contrario alle "novitates quaestionum", professando una fede eucaristica semplice e ortodossa.

BibL.: Hurter, II, coll. 903-96; F. Béguinot, La Très Sainte Eucharistie, II, Parigi 1902, pp. 281-82; I. Geiselmann, Die Eucharistielehre der Vorscholastik, Paderborn 1926, p. 360. Antonio Polanti

GOZO. - Isola, città e diocesi nelle isole di Malta. Ha una superfice di 84 kmq ., conta 29.787 ab. tutti cattolici; 14 parrocchie, con 144 sacerdoti diocesani e 28 regolari, un seminario, 4 comunità religiose maschili e 13 femminili (1949).

Il 16 marzo 1863 il papa Pio IX elevò mons. F. M. Butigieg a vescovo titolare di Lita nominandolo ausiliare dell'arcivescovo vescovo di Malta, promovendo G. il 22 sett. 1864 a diocesi, e istituendo cattedrale la chiesa dell'Assunta, eretta da Lorenzo Gata tra il 1697 e il 1703. Santuario molto venerato è quello della B. Vergine "ta Pinu".

BibL.: A. Vella, s. v. in Cath. Enc., VI, pp. 687-88. Enrico Josi

GOZZANO, Guido. - Poeta, n. ad Agliè Canavese il 19 dic. 1883 , ivi m. il 9 ag. 1916. Laureato in giurisprudenza non esercitò l'avvocatura, orientandosi invece alla vita letteraria. Come poeta e come prosatore riusci a conquistare un suo stile, in cui anche le imitazioni (pascoliane, dannunziane, nicciane) e gli echi di letture dantesche si fondono in cifra di musicalità e di singolari atteggiamenti della parola. La sua opera, fatta di versi e di narrativa sparsa in periodici, si raccoglie in volumi: I tre talismani (fiabe, 1904); La via del rifugio (liriche, 1907); Colloqui (liriche, 1911); L'Altare del passato (novelle, 1916); Verso la cuna del mondo (lettere dall'India, 1917); La principessa si sposa (fiabe, 1917); L'ultima traccia (novelle, 1919); I primi e gli ultimi colloqui (1925).

Minato dalla tubercolosi (ne mori a 33 anni durante la prima guerra mondiale), G. senti acutamente, nello sfacelo stesso dell'energia fisica, tutto il dramma di un'epoca di transizione, oscillante tra la dolce nostalgia del passato e l'accorato presentimento dell'avvenire. Turbato da una sensualità inesperata, mentalmente disorientato dalla cultura contemporanea percorsa da filosofie paradossali, spiccatamente sincero verso gli altri e verso se stesso, smarri la certezza di Dio, pur aspirandovi sempre dolorosamente tra le pieghe di un'ironia senza cattiveria, sorridente di tranquillo distacco, come rivela negli Ultimi colloqui e nell'interrogativo: "non moriro premendomi il rosario - contro la bocca in grazia del Signore?n.
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(lol. Alinarli)
Gozzoli, Benozzo - S. Agostino sbarca in Italia. Affresco nella chiesa di S. Agostino - S. Gimignano.

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BibL.: Edizioni : Opere a cura di C. Calcaterra e A. De Marchi, Milano 1948. Studi: G. A. Borgese, La vita e il libro, $2^{2}$ serie, Torino 1911, pp. 400-12; R. Serra, Le lettere, Roma 1914 (ristampa ivi 1920), pp. 77-82; G. Petronio, Porti del nostro secolo, I crepuscolari, Firenze 1937, pp. 29-60; P. Pancrazi, G. G. senza i crepuscolari, in Scrittori italiani del Novecento, Bari 1939, pp. 1-11; B. Croce, Lett. della nuova Italia, VI, ivi 1940, pp. 379-88; M. Marchesi, Poeti crepuscolari: Carozziule G., Roma 1942, pp. 73-130 (con bibl.); C. Calcaterra, Con G. G. e altri poeti, Bologna 1946, pp. 9-125. Salvatore Lombardo Restivo

GOZZI, CARLO. - Scrittore, n. a Venezia il 13 dic. 1720, ivi m. il 4 apr. 1806.

Fratello minore di Gasparo, va ricordato per la Marfisa bizzarra, per le Fiabe (delicate, talvolta gustose, spesso appesantite da superflue cllegorie, che comunque ebbero notevole fortuna specialmente nella Germania romantica), e per le Memorie imutili, smaliziata rievocazione della sua vita. Diretto avversario di Carlo Goldoni che accusava di scarsa poesia e di non-moralità, è interessante figure della rigida tradizione veneta contraria alle "follie" moderne letterarie e morali; fedele propugnatore dell' obbedienza ai governi costituiti, è oppositore convinto del distacco tra filosofia e religione operato dai "filosofi", i quali, secondo il G., al "rossore" e alla "vergogna" hanno posto il nome di pregiudizio.

BibL.: E. Carrara,
Studi sul teatro ispano-veneto di C. G., Cagliari 1901; H. Hoffmann-Russck, G. in Germany, Nuova York 1930; G. Ziccardi, Forme di vita e d'arte nel Settecento, Firenze 1931, pp. 111-80; B. Cestaro, C. G., Torino 1932; A. Bobbio, Studi sui drammi spagnoli di C. G., in Coesistion, nuova serie, 2 (1948), pp. 722-71; B. Croce, La letteratura italiana del Settecento, Bari 1949, pp. 152-64; M. Petrocchi, Il tramonto della Repubblica di Venecia e l'assolutismo illuminato, Venezia 1950, cap. 4.

Massimo Petrocchi
GOZZI, GASPARO. - N. a Venezia il 4 dic. 1713, m. a Padova il 25 dic. 1786. Scrittore di classico nitore, di un classicismo ricco di umana ironia anche se spesso un po' uniforme nei suoi atteggiamenti, è noto soprattutto per la Gazzetta veneta, l'Osservatore, Il mondo morale, che sono raccolte di dialoghi, monologhi, moralità varie, con quell'acuta attenzione verso "les moeurs» di tipico sapore settecentesco.

Il suo dolce scetticismo è tutto su un piano letterario. Depreca i danni dell'irrazionale fortuna, desidera nell'intima di «vivere quetamente», ma d'altra parte sente le esigenze del «cuore», fugge la «raison» che non conosce la virtù, rispetta il «fine delle santissime leggi», e, quel che più conta nella storia della spiritualità italiana, è in diretta polemica contro il pirronismo di Pietro Bayle, contro l'astrattismo illuministico, contro "la vanità di voler comparire spirito forte».

Un equilibrato senso della tradizione lo fece polemizzare contro le Lettere virgiliane di Saverio Bettinelli, espressione queste ultime di un divertito «esprit géométrique» tutto teso a notomizzare la Divina Commedia.

BibL.: A. Zardo, G. G. nella letteratura del suo tempo in Venezia, Bologna 1923; G. Ortolani, Voci e visioni del Settecento veneziano, ivi 1926, p. 203 sgg.; A. Cajumi, I cancelli d'oro, Milano 1926, pp. 57-64; F. Pedrina, L'accademia gozziana, ivi 1929; O. Bassi, G. G., ivi 1932; E. Falqui, Il sorriso del G., in Letteratura, II (1939), p. 3 sgg.; G. De Robertis, Studi, Firenze 1944, pp. 94-100; G. Toffanin, L'Arcadia, Bologna 1947, pp. 159-63; M. Petrocchi, Il tramonto della Repubblica di Venezia e l'assolutismo illuminato, Venezia 1950, cap. 4.

Massimo Petrocchi
GOZZOLI, Benozzo. - Pittore, n. a Firenze ca. il 1420, m. a Pistoia il 4 ott. 1497. Il suo vero nome era: Benozzo di Lese di Sandro, e solamente nella $2^{2}$ ed. delle Vite vasariane ricorre il cognome G. Fu scolaro e seguace dell'Angelico; appare tuttavia nominato la prima volta (genn. 1444) in atto di impegnarsi a collaborare alle famose porte del Battistero fiorentino con Lorenzo e Vittorio Ghiberti. A Roma (1447) e Orvieto (1449) lavora invece con l'Angelico come pittore.

I momenti essenziali della sua attività nell'Umbria e nella Toscana possono riassumersi nel modo seguente : dipinge a Montefalco (1450); a Viterbo (1453: Storie di s. Rosa, perdute), a Firenze (1459: Corteo dei Magi, Palazzo Riccardi); offresco in S. Agostino a S. Gimignano (1463-65); dal 1467 al 1484 esegue le Storie del Vecchio Testamento (Pisa, Camposanto, quasi distrutte); lo si trova, infine, a Firenze nel genn. 1497.

La consistenza della sua attività di scultore accanto ai Ghiberti è sconosciuta, ma dovette, comunque, valere in modo circoscritto e subordinato. D'altra parte, collaborando a Roma alla decorazione pittorica della Cappella Niccolina, il G. fu ligio all'Angelico.

Altrettanto dicasi per Orvieto (Duomo, cappella di S. Brizio, i due spicchi nella vòtta), ove non è facile isolare la sua individualità artistica.

Ma a Montefalco (tavola dell'Assunta, Pinacoteca Vaticana, ca. 1450; chiesa di S. Francesco, Storie del Santo, 1452), il G., ormai indipendente, dimostra la tendenza a dilatare le forme del maestro; a suggerire un più generico plasticismo tramite un colore più pesante, semplificando l'effetto dei cangianti; a complicare la ricerca prospettica e paesistica, senza però sintesi spaziale. L'arte di B. G. si risolve in un racconto piacevole, convincente, talore poetico (affresco in Palazzo Riccardi), in uno stile che non esorbita dai termini del gusto dell'Angelico, senza tuttavia intenderne il significato interiore e religioso. Il G. non rimase indifferente alle conquiste innovatrici di pittori fiorentini quali il Baldovinetti e Filippo Lippi, ma senza modificare la tipologia formale del proprio maestro. Tra le opere più significative : le Storie di s. Agostino a S. Gimignano; la Madonna, angeli e santi (1461) della Galleria di Londra; la Madonna e santi (1466) nella Galleria di S. Gimignano; l'altra nella Gal-

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leria di Terni (1466), ecc. L'influsso di B. G. sulla pittura umbra del Quattrocento fu assai vasto, segnatamente sull'Alunno, il Bonfigli, il Mezzastris, il Boccatis ed altri.

Bibl.: G. Gronau, s. v. in Thieme-Becker, III, p. 349 (con bibl.); G. Pacchioni, Gli inizi artistici di B. G., in L'arte, 13 (1910), p. 423; R. Van Marle, The development of the italian schools of painting, XI, L'Aia 1929, p. in sgg. (con bibl.); R. Papini, s. v. in Enc. Ital., VIII, p. 651 sgg. (con bibl.); M. Lagaimo, Un'opera ignorata di B. G., in L'arte, 39 (1936), p. 237 sgg.

Luigi Grassi
GRADE, Johann Ernst. - Patrologo, protestante, n. a Königsberg nel 1666, m. a Oxford nel 1711. Insegnò dal 1685 all'Università di Königsberg. La lettura degli scritti di Bellarmino l'orientò verso il cattolicesimo.

Nei suoi Dubia diretti al Concistorio della Chiesa luterana incolpò Lutero d'eresia. Solo l'intervento del pietista Spener impedì la sua conversione. Nel 1697 emigrò in Inghilterra, divenne anglicano e prese residenza a Oxford. Famoso per i suoi scritti patristici che dovevano contribuire alla riunione delle Chiese : Spicilegium sonctorum Patrum et haereticorum (2 voll., Oxford 1698-99; $3^{\text {a }}$ ed. ivi 1724; all'Indice [decr. 15 genn. 1714]). Edizione della I Apologia di Giustino (ivi 1700), di Ireneo (ivi 1702). Il suo capolavoro fu l'edizione dei Settanta, basata sul codice alessandrino (voll. I e IV, ivi 1707 1709; voll. II-III, postumi, ivi 1719-20).

Bibl.: Allgemeine deutsche Biographie, IX, pp. 536-38; Dict. nat. biogr., XXII, p. 306 sg. Sulla sua importanza per gli studi dei Settanta v. P. Lagarde, Mitteilungen, II, Gottinga, p. 190; B. Swetz, An introduction to the Old Testament in greek, Cambridge 1914, p. 182 sg.

Erik Peterson
GRABMANN, Martin. - Storico della teologia, n. a Winterzhofen (Baviera) il 5 genn. 1875, m. il 9 genn. 1949 a Eichstätt, dove si era ritirato definitivamente nel 1943. Sacerdote nel 1898, convittore di S. Maria dell'Anima in Roma (1900-1902), dottore in filosofia e teologia, dedicò qualche anno al sacro ministero. Insegnò dogmatica nel Liceo diocesano di Eichstätt (1906-13), filosofia cristiana all'Università di Vienna (1913-18) e dogmatica in quella di Monaco (1918-39), fino alla soppressione della Facoltà di teologia da parte del governo nazista. Nelle sue lezioni gli autori preferiti erano s. Tommaso d'Aquino e lo Scheehen, che definì : «il più grande in dogmatica nel sec. xix».

L'attività scientifica del G. appare soprattutto dalla mole straordinaria di pubblicazioni riguardanti principalmente la teologia e la filosofia medievale. Un centinaio si dovrebbe aggiungere oggi ai 215 numeri della bibliografia annessa alla raccolta miscellanea di 77 articoli Aus der Geisteswelt des Mittelalters ( $=$ Beiträge zur Gesch. d. Philos. u. Theol. d. Mittelalters, Supplementband III, Münster), offerta al sessantenne G., nel 1935. Per la storia della teologia dall'età dei Padri in poi, tre sono le opere fondamentali: Die Geschichte der scholastischen Methode... (2 voll., Friburgo in Br. 1909 e 1911), condotto fino all'inizio del sec. xili; Die theologische Erkenntnis-u. Einleitungslehre des Thomas von Aquin auf Grund seiner Schrift in Boechium de Trinitate (Friburgo 1948), complemento della Geschichte in attesa di un secondo volume sulla Philösophische Wissenschaftslehre dell'Aquinate; Die Geschichte der katholischen Theologie seit dem Ausgang der Väterzeit (Friburgo in Br. 1933; vers. it. Storia della teologia cattolica dalla fine dell'epoca patristica ai tempi nostri, $2^{2}$ ed., Milano 1939).

Delle numerose pubblicazioni su s. Tommaso, meritano di essere messe in rilievo Thomas von Aquin, seine Persönlichkeit u. Gedankenwelt (Monaco 1946, $8^{\text {a }}$ ed., vers. it. Milano 1920); Das Seelenleben d. hl. Th. v. Aq. (Monaco 1924); Die Werbe d. hl. Th. v. Aq. (Münster 1931; $3^{2}$ ed. ivi 1949), Einführung in die Summa theologiae d. hl. Th. v. Aq. ( $2^{2}$ ed. Friburgo in Br. 1928; vers. it. Milano 1929), Die Lehre d. hl. Th. v. Aq. von der Kirche als Gotteswerk
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(da Aus der Geisteswelt des Mittelalters, Monaco 1889) Grabmann, Martin - Ruratto.
(Ratisbonia 1903), Die Idee des Lebens in der Theologie d. hl. Th. v. Aq. (Paderborn 1922), Die Kulturphilosophie d. hl. Th. v. Aq. (Augusta 1925; vers. it. Bologna 1931).

Il Mittelalterliches Geistesleben (2 voll., Monaco 1926, 1936) è, con qualche eccezione, una raccolta di 42 trattazioni, già pubblicate, ma qui rielaborate o ampliate, sulla storia della scolastica e della mistica medievale; ivi sono vagliati Aristotele, s. Agostino, Procio e lo PseudoDionigi riguardo al medioevo, l'influsso di Alberto Magno e di s. Tommaso, trattati di logica, commenti di s. Tommaso, autori domenicani, scrittori averroisti.

Per lo studio dell'aristotelismo nel sec. xili sono importanti Forschungen über die lateinischen Aristotelesübersetzungen des XIII. Jahrhunderts (Münster 1916), I divieti di Aristotele sotto Innocenzo III e Gregorio IX (Roma 1941), Guglielmo di Miserbehe O.P., il traduttore delle opere di Aristotele (ivi 1946). L'influsso della logica aristotelica nella Facoltà delle arti è trattata specialmente in Die Sophismaliteratur des 22. u. 13. Jahrhunderts mit Textausgabe eines Sophisma des Boetius von Dacien (Münster 1940). Numerosi sono gli studi sugli "artisti", specialmente nel Sitzungsberichte der Bayerischen Akademie der Wissenschaften (philos.-hist. Abteilung). L'influsso della filosofia aristotelica sugli scritti politico-ecclesiastici del medioevo è esaminato, da un autore all'altro, nello studio Der Einfluss der aristotelischen Philosophie auf die mittelalterlichen Theorien über das Verhältnis von Kirche u. Staat (Monaco 1934).

Si deve ricordare anche, oltre note o necrologi di scienziati, la collaborazione di G. al Lexikon $f$. Theologie u. Kirche (1930-38), la direzione, assunta dopo la morte di Cl. Baeumker (1925), della collezione Beiträge zur Geschichte der Philosophie u. Theologie des Mittelalters,

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quella del Philosophisches Jahrbuch (dal 1927 in poi, con editore Hartmann) e quella della Series scholastica, fondata nel 1929 con il P. Pelster, nella collesione Opuscula et textus historiam Ecclesine eiusque vitam atque doctrinam illustrantia.

Nelle sue pubblicazioni G. non tratta gli autori e le opere come entità isolate, da considerarsi per se stesse, ma le ripone nella serie del genere, esaminando anche, a seconda del caso, gli influssi subiti o esercitati. Il merito singolare delle sue pubblicazioni (studi o testi), è il suo ricorso alle fonti e ad una infinità di manoscritti, ed una informazione bibliografica ricchissima. Così ha corretto molte attribuzioni false e dissepolti numerosi autori e scritti, dei quali riproduce spesso estratti o testi interi. Si citano soltanto le sue scoperte per Alberto Magno, Guglielmo di Shyreswood, Pietro di Spagna (Giovanni XXI), Sigicri di Brabante, Boezio di Dacia, Eckhart, Taddeo da Parma, Enrico di Bruxelles.
G. era protonotario apostolico, socio delle Accademie di Monaco, di Berlino e di Vienna, dell'Accademia di S. Tommaso di Roma, dottore honoris causa delle Università di Lovanio, di Innsbruck, di Milano, di Budapest, socio della Direzione centrale dei Monsteiesta Germaniae Historia. Pio, modesto, affabile, G. ha dato, come nessun altro in questo secolo, un contributo importantissimo alla conoscenza scientifica del medioevo filosofico e teologico.

Bibl.: I. Lechner, Protonotar Professor Dr. theol. et phil. M. G. zum 50 - säbrigen Priesterjubiläum, in Ellerudblatt, 13 (1948), n. 8; L. Ort, M. G. zum Gedächtnis, Eichstätt 1949; M. Gr. a. seine Verdienste um die Thomasforschung, in Divas Thomas (Friburgo), 27 (1949), pp. 129-53; anon., Mons. M. G., in Rivista di filosofia neascolastica, 4 (1949), pp. 283-84; E. Gilson, Mgr M. G., in Archives d'histoire doctrinale et littérature du moyen âge, 18 (1949), pp. 5-8; L. Olt, M. G. und seine Verdienste um die Thomasforschung, in Divas Thomas (Friburgo), 27 (1949), pp. 129-33.

Auguste Pelzer
GRACIÁN, Girolamo della Madre di Dio: v. Girolamo della madre di dio.

GRACIÁN Y MORALES, Baltasar. - Gesuita e scrittore spagnolo, n. a Belmonte l'8 genn. 1601, m. a Tarazona il 6 dic. 1658. Entrò nella Compagnia di Gesù a Tarragona (1619) e, ordinato sacerdote, visse alternativamente in Huesca, Zaragoza, Lérida, Gandia, Valencia e, a intervalli, in Madrid, ove si segnalò come sacro oratore.

Nella condotta religiosa e nel gusto letterario non ebbe sempre serenità di giudizio. Cosi riluttò alla censura dei suoi libri da parte dell'Ordine, e, nelle sue opere, ai pregi associò eccessi di concisione e di acutezza.

I suoi libri sono programmi di educazione sociale dei diversi tipi degli uomini di mondo: El Héroe (Madrid 1637), El politico Fernando (Saragozza 1604), El discreto (Huesca 1646), El oráculo manual y arte de prudencia (ivi 1647), El Criticón (Saragozza 1651 ; Huesca 1653; Madrid 1657). Quest'ultimo è un romanzo filosofico in tre parti, corrispondenti alle tre età dell'uomo, ispirato dalle Acutezze del Pellegrini e dal Conacchiale aristotelico del Tesauro, dove G. spiegò tutto il suo spirito critico, analizzando i tipi, le regioni, i costumi del suo tempo, con satira sentenziosa, profonda e, a volte, implacabile.

G. molto contribuì alla diffusione del culteranismo e del concettismo, specialmente con la sua Agudeza y arte de ingenio (Huesca 1648).

Immune dai consueti difetti formali è, invece, il Comulgatorio (Saragozza e Madrid 1655), in cui G. rivela il suo spirito devoto e il fondo sincero del suo carattere.

Bibl.: Opere: El discreto, Oráculo manual, El Héroe, in Bibl. de autores españoles, LXV; El Héroe, El discreto (con intr. di A. Farinelli), Madrid 1900; Cartas autografas (a cura di A. Bonilla), in Rev. crit. hisp., 2 (1916), pp. 212-35; El Criticón (a cura di M. Romera-Novarro), Filadelfia 1938-40 (trad. it. di E. Mele, Bari 1927); Sommervogel, III, coll. 1646-56. Studi:
B. Croce, I trattatisti italiani del concettismo e B. G., Napoli 1899; F. Rahola, Estudio critico sobre B. G. y an "Criticón", Barcellona 1908; A. Morel Fatio, Les moralistes espagnoles du XVIIe siècle et en particulier sur G. B., in Bull. hisp., 12 (1910), p. 577 sgg.; A. Couret, B. G., in Rev. hisp., 20 (1913), p. 347 sgg.; F. Maldonado, B. G. como pesimista y politico, Salamanca 1916; A. F. G. Bell, B. G., Oxford 1921; G. Marone, Morale e politica di B. G., Napoli 1923; E. Sarmiento, La estética de B. G., in Bull. hisp., 37 (1935), p. 27 sgg.; A. Farinelli, G. y la literatura dolica en Alemania, in Discussiones hispánicas, II, Barcellona 1936, p. 97 sgg. Una rassegna bibliografica su G. a cura di M. Romera-Navarro si trova in Hisp. rev., 4 (1936), p. 11 sgg. Cf. inoltre: A. Ferrari, Fernando el católico en B. G., Madrid 1943; J. M. Garcia Lopez, G. B., Barcellona 1947.

Costanzo Eguia
GRADENWITZ, OTTO. - Giurista, n. a Breslavia il 16 maggio 1860 , m. a Heidelberg il 7 luglio 1935.

Fu professore di diritto romano, dapprima straordinario a Berlino nel 1890 , donde passò a Königsberg (1895), poi a Strasburgo (1907) e infine a Heidelberg dove insegnò fino al 1928. Fu colui che risuscirò la critica delle fonti, ricollegandosi a quanto avevano fatto Cuiacio e Fabro; e, per il momento in cui apparve (1887), nel massimo fiorire della pandettistica, la sua opera Die Interpolationen in den Pundekten, è l'opera di un precursore (v. interpolazioni). La critica del testo ebbe in lui un indagatore acutissimo e di straordinaria versatilità, che applicò il metodo della decomposizione ai testi giuridici giustinianei e teodosiani, alle leggi repubblicane, alla Regola di s. Benedetto e agli scritti di Bismarck. A lui si deve l'impulso dato al Vocabularium iurisprudentiae romanae; alla sua fatica personale è dovuto l'Heidelberger Index zum Theodosianus (1923; v. codex theodosianus), l'indice della Nocelle teodosiane e posteodosiane; i Laterzoli vocum latinarum (1904), doppio indice di tutto il lessico latino in ordine alfabetico diretto ed inverso.

Curò inoltre l'edizione dei Fontes iuris romani antiqui del Bruns arricchendola di indici; e scrisse una Einführung in die Papyrushunde (Lipsia 1900) ancora utilmente consultata.

Bibl.: O. G., in Die Rechtswissenschaft der Gegenwart in Selbstdarstellungen, Lipsia s. d.; E. Albertario, O. G., in Studia et documento historine et iuris, 2 (1936), p. 231 sgg.

Rodolfo Danieli
GRADI: a) accademici: v. BACCELLIERE, BACCELLIERATO; LAUREA; LICENZA; b) gerarchici: v. POtere, divisione del; c) di cognizione: v. affinità; CONSANGUINETÀ.

GRADISCA, diOCESI di : v. GorIZIA, diocesi di.
GRADO. - Il nome antico di G. è Gradus, primo scalo delle navi dirette ad Aquileia lungo il Natisone (come Gradus Arnensis - S. Pietro a Grado presso Pisa e Gradus Massaliorum presso Marsiglia) e non Aquae gradatae; il centro di Gradus era al limite di una campagna abitata e coltivata, quasi interamente libera dalle acque e non su un'isola.

La storia di G. comincia propriamente con il 568 , quando il patriarca d'Aquileia, Paolo, vi si trasferì dinanzi all'irrompere dei Longobardi nella Venezia. Ma allora era già luogo forte e sicuro, fornito di edifici di culto e di abitazioni; l'Impero bizantino vi si poté mantenere finché Venezia durante il sec. viri lo sostituì. Intanto, sul principio del sec. vir, in territorio longobardo si costituì il nuovo patriarcato di Aquileia; mentre a G. continuò la successione dei patriarchi che non poterono più rimetter piede nell'antico Aquileia. Si ebbero così di fronte, a pochi chilometri di distanza, due patriarcati, dei quali quello di G. ristretto quasi unicamente all'isola omonima, metropolita però dei piccoli vescovati veneti che sorsero lungo il litorale sino a Chinggia. Il patriarcato fu da Niccolò V nel 1451 trasferito a Venezia ed il primo patriarca ne fu s. Lorenzo Giustiniani, già vescovo di Castello. G. fu da allora solo una parrocchia.

Muri di edifici romani sono apparsi sotto la basilica di S. Agata e dalla laguna o da demolizioni provengono epigrafi romane e rilievi. Nell'interno della cinta murale a rettangolo allungato (probabilmente sec. v), solo in parte conservata, si riconoscono tre basiliche e tre battisteri. Il Duomo (S. Eufemia) è un'ampia basilica di

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(fot. Soprintendence, Trivolo)
Grado - Iacrizione sepolcrale musiva di un Pietro ebreo convertitosi al cristianesimo, ritrovata nell'aula rettangolare sotto il Dumno (sec. v).
scc. v e rifatta nel ix; anch'essa aveva un battistero. Nei pressi di G., nell'isola di Barbana, è un santuario della Madonna, cui convengono pellegrinaggi da tutta la regione; pittoreschi quelli della prima domenica di luglio e dell'Assunta. - Vedi tav. LXXIV.

Biel.: R. Cattaneo, L'architettura italiana dal sec. VI al Mille circa, Venezia 1888, pp. 47-55; G. Caprin, Lagune di G., Trieste 1890; H. Svoboda-W. Wilberg, Bericht über Ausprübungen in G., in Jahreshefte d. österr. archäol. Inst., 9 (1906), Supplemento, coll. 1-24; P. Paschini, Le vicende politiche e religiose dal territorio friulano da Costantino a Carlo Magno, in Memorie storiche forogluliesi, 7 (1911); 8 (1912); 9 (1913); C. Costantini, Aquileia e G., Milano 1916; A. Morassi, Antica arclistica italiana, ivi 1936, p. 33; G. Brusin, Aquileia e G., Udine 1947; P. L. Zovato, Il battistero di G., in Rivista di archeologia cristiana, 23-24 (1947-48), pp. 231-51; V. De Grassi, Esplorazioni archeologiche nel territorio della laguna di G., in Aquileia nostra, 21 (1950), coll. 3-24.

Mario Mirabella Roberti
GRADUALE. - I. Il libro. - L'attuale Liber gradualis, di cui un estratto riunito poi con parti dell'Antifonario, costituisce il diffusissimo Liber usualis, approvato dalla Chiesa come raccolta dei canti della Messa, nell'edizione vaticana del 1907. Contiene in più del fondo antico tutte le aggiunte posteriori, dovute all'introduzione di nuove feste nel calendario.

La denominazione definitiva dei libri liturgici può risalire ad Amalario di Meta (sec. ix). Il termine Antifonario si applicò dapprima a ogni raccolta di canti liturgici. Questo termine fu riservato poi al manoscritto che riportava le antifone sia della Messa che dell'Ufficio. Per ultimo "Antifonario" fu solo il libro contenente i canti dell'Ufficio, compresi i responsori: il "Cantatorium" o "liber Gradalis" o "Gradualis", che in un primo tempo conglobava i canti della Messa destinati al
solista, diventò poi la raccolta di tutti i canti della Messa. I canti responsoriali della Messa entrarono nel "Liber Responsorius" destinato ai responsori dell'Ufficio, nel "Liber Sacramentorum", compilato per il celebrante (dal sec. x-x) in poi "Missale plenarium" erede del "Liber Sacramentorum") e che compendió anche i canti della Messa e le letture.
II. Il canto. - G. è il canto eseguito durante la Messa dopo la lettura dell'Epistola. L'Introito, l'Offertorio, il Communio - canti che accompagnano un'azione - furono introdotti nella celebrazione della Messa dopo il G., il Tractus e l'Alleluia (che sostitui il Tractus). Questi ultimi seguono qualche lettura, sia la primitiva lettura dei Profeti rimasta in alcune Messe (quattro Tempora), sia la seconda lettura, quella dell'Apostolo, l'attuale Epistola: sono canti di riposo, o meglio di contemplazione, destinati a dare all'uditore tempo di penetrarne l'insegnamento e, con l'aiuto della musica, a provocare quegli affetti che formano la parte conclusiva delle meditazioni secondo i metodi moderni. I canti detti di azione devono invece mantenere desta l'attenzione dei fedeli mentre si svolge il rito: processione, oblazione o Comunione. I canti dopo le letture sono ereditati dalla Sinagoga; gli altri sono innovazione della Chiesa.

Si sono date etimologie diverse della parola G. La meno accettata fa derivare "gradualis" da "gradahs" piacevole, perché la melodia, molto ornata, riesce di gusto gradevole. La più comunemente ricetuta, si riferisce al posto che occupava il solista per cantare questa melodia, e cioè l'ambone o "gradus": il diacono saliva fin sul pulpito; il lettore dell'Epistola e il cantore del G. rimanevano su qualche grado inferiore, donde l'espressione "responsorius gradualis", canto eseguito sui gradini. Il termine più antico dato a questo canto è quello di "Psalmus responsorius". Forse questa espressione si sarà abbandonata quando, alla forma semplice del ritornello, si saranno sostituite melodic più ricche che hanno fatto ridurre il numero dei versetti del solista. Infatti, il testo del Responsorio g. va di regola preso dal Salterio. Nel ms. 739 di S. Gallo, buon testimone della tradizione antica, su 118 G. se ne contano 104 presi dai Salmi: gli altri provengono da testi biblici, uno eccettuato, per la Dedica, "Locus iste". In un primo tempo, il salmo era cantato per intero (cf. s. Agostino, in Ps. 138). Il ritornello consisteva in un versetto, o parte di versetto, preso dal medesimo salmo, e si ripeteva dopo ognuno dei
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(fot. Soprintendence, Trivolo)
Grado - Capsella d'argento del Duomo (principio del v sec.).

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(fol. Enc. Catt.)
Graduale - Frontespizio del G. romanum. ed. Giunta, Venezia 1386 - Roma, esemplare della Biblioteca Istituto Nazionale d'archeologia e Storia dell'arte.
versetti eseguiti dal solista. Nel sec. viII il canto del G. si trova ridotto alla forma attuale, cioè senza ritornello, di modo che non è più un responsorio. Non è più neanche un G., poiché non si canta più all'ambone, ma in piano con le antifone. Eccezionalmente, qualche manoscritto riferisce ancora 2 versetti. Alcuni vestigi dell'uso antico persistono, p. es., nella Settimana di Pasqua : ogni giorno dell'Ottava si riprende il G. "Haec dies", e i versetti sono tutti dello stesso Ps. 117; in origine erano cantati tutti nello stesso giorno. Anche nella domenica $1^{0}$ di Quaresima il Tractus "Qui habitat", che modula l'intero Ps. 90, altro non è che un G.; lo stesso nel Mercoledí della Settimana Santa e nel Venerdí Santo per il Tractus... «Domine audivi».

In alcuni luoghi, p. es., in Inghilterra, si continuò fino al sec. xili a ripetere il ritornello dopo il versetto. La forma responsoriale propria del G. vuole infatti che la prima parte del canto sia intonata e cantata integralmente dal solista: il coro ripete il ritornello. Il solista, riposato, eseguisce allora un versetto ornato, e il coro ripete il ritornello; dopo tutti i versetti, il coro riprende ancora una volta il ritornello, e poi daccapo tutta la prima parte del canto. Se questo canto fosse stato molto ornato, ne sarebbe derivata una lunghezza esagerata e una disporporzione nella celebrazione della Messa: s. Agostino si scusa in un suo sermone perché il psalmus responsorius era durato più del suo desiderio: il salmo scelto aveva 24 versetti (Ps. 138). Questa è una ragione per antmettere una evoluzione nello stile melodico del Responsorium graduale. E probabile che agli inizi non solo la prima parte destinata al coro, ma anche il ver-
setto del solista fosse pressapoco sillabico: una prova di questa opinione si trova nel fatto che per i Responsori dell'Ufficio la parte del solista è rimasta di tale stile, anai con formole fisse, mentre la parte destinata al coro è molto più variata e ornata.

Il solista del Responsorio graduale era fino a s. Gregorio un diacono, come tuttora nella liturgia ambrosiana. Un eccessivo zelo per le esibizioni vocali fece togliere ai diaconi il loro privilegio dallo stesso s. Gregorio, nel Concilio romano del 593. Nel sec. vit in Spagna il numero dei solisti per il versetto del G. può essere di due o tre (cf. s. Isidoro di Siviglia, De eceleriasticis afficiis, I, cap. 9); a Roma bisognerà aspettare il sec. xir per registrare questo cambiamento: per cinque secoli, il solista rimase unico e fu scelto tra i più capaci della Schola cantorum. L'uso di cantare a memoria imponeva una competenza che non era di tutti : al più il solista portava in mano il "Cantatorium" dove originariamente leggeva le sole parole senza neumi. Nei primordi nella salmodia responsoriale il coro incaricato di "rispondere" era forse l'assemblea dei fedeli; quando il ritornello è di stile neumatico e talvolta anche melismatico, l'esecuzione spetta non più a persone senza cultura musicale ma alla schola cantorum.

Si osserva che non tutti i modi gregoriani sono adoperati per le melodie del G.: manca il modo $8^{\circ}$; i modi $1^{\circ}$ e $4^{\circ}$ sono poco rappresentati. E vero che generalmente la prima parte del G. si canta nella forma plagale del modo e il versetto nella forma autentica, e così i G. di $5^{\circ}$ modo, i più numerosi e probabilmente i più antichi, sono nella $1^{\circ}$ parte di $6^{\circ}$ e nella $2^{\circ}$ di $5^{\circ}$ modo.

Il genere di composizione melodica a cui appartengono i G. è per lo più il genere centonizzato: le formole preesistenti sono cucite secondo precise regole d'arte. Questo genere venuto dall'uso della musica greca - e forse anche ebraica - dimostra insieme con la scelta del testo salmodico l'antichità del canto del G.

Le liturgie orientali hanno nella Messa un canto equivalente al G. romano, il "Prokeimenon»; nell'Ufficio un canto seguito a una lettura esiste pure con termine che richiama i gradini sui quali stava il solista romano si chiama la "Katabasia». Nella liturgia ambrosiana il canto che segue la lettura dell'Epistola si chiama "Psalmellus" e corrisponde al G. romano.

Bibl.: H. Leclerc, s. v. in DACL, IX, coll. 344-54; A. Gastoué, Les origines du chant romain, Parigi 1907, p. 70 sgg.; P. Ferretti, Estetica gregoriana, I. Roma 1934, p. 168-89; R. Aigrain, Liturgie, in Entzéppédie de connoissances liturgiques, Parigi 1947, passim.

Pietro Thomas
GRADUALI, SALMI. - Quindici Salmi (119-33 secondo la Valigata; 120-34 secondo l'ebraico) che formano una breve collezione a sé, inserita nel V libro del Salterio. La denominazione deriva dalla traduzione latina (canticum graduum) del titolo šir hamma dithh, che andrebbe tradotto piuttosto a cantico delle salite» o "ascensioni».

Finora non è stata presentata una spiegazione sicura, da tutti accolta, della strana espressione. Alcuni, badando all'uso della radice verbale ebraica per descrivere il ritorno dell'esilio, ritengono che i S. G. furono composti o cantati in questa fausta occasione. Altri vedono nel termine un riferimento all'uso di cantarli nel Tempio su i "gradini", che conducevano dall'atrio delle donne in quello degli Israeliti. Alcuni moderni, poi, hanno voluto scorgere nel titolo un'indicazione sul genere poetico dei carmi, nei quali si noterebbe una "gradazione" o "concatenazione progressiva" di idee. L'ipotesi più probabile è ancora quella che spiega il nome come un riferimento alla consuetudine di cantare detti S. durante i pellegrinaggi annuali, mentre gli Israeliti "salivano" a Gerusalemme o si recavano al colle del Tempio.

Bibl.: S. Garofalo, Il Salterio del Pellegrino, Brescia 1930. Angelo Penna

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GRAF, Arturo. - Letterato e poeta, n. in Atene il 19 genn. 1848, m. a Torino il 30 maggio 1913. Di padre tedesco e di madre italiana, visse fino ai 15 anni in Grecia e Romania. Venuto in Italia, si laureò in giurisprudenza nel 1870 a Napoli, ove fu anche scolaro di Francesco De Sanctis. Nel 1871 tornò in Romania dove attese all'azienda commerciale del fratello. Nel 1874, trasferitosi a Roma, si dedicò a indagini di storia del costume e della cultura medievale.

Dal 1876 fu professore di letteratura italiana nell'Università di Torino; nel 1883 tra i fondatori del Giornale storico della letteratura italiana e condirettore fino al 1890. La sua anima, assillata dal problema del dolore e della finalità della vita, passò da un amaro positivismo a un più fiducioso spiritualismo razionalistico: "La religione che faccia per me deve essere una religione aperta, libera, mobile, senza dommi immutabili; l'anima della religione è la fede, non il preciso contenuto della fede" (Per una Fede, 1906). Documento del suo pensiero religioso sono inoltre le Lettere
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(per certeia della Pext. Cessn. di Archcologia Sacra)
Graffiti - G. con invocazione agli apostoli Pietro e Paolo (sec. III) nelle Triclia Apostolorum in Catacumbas - Roma, S. Sebastiano.

GRAFFFIN, REnE. - Orientalista, n. a Pontvallain (Sartho, Francia) il 22 marzo 1858, m. a Ste-Radegon-de-en-Touraine il 3 genn. 1941, dopo aver dato in Francia un impulso decisivo allo studio delle lingue e letterature dell'Oriente cristiano.

A Roma compì nel Pontificio seminario francese i suoi studi teologici fino al sacerdozio; ivi ebbe, fin dal 1880 , la sua vocazione insieme missionaria e scientifica: far conoscere ai cristiani d'Occidente ed alle stesse Chiese orientali i tesori patristici, agiografici e liturgici delle letterature orientali. Dopo un anno di perfezionamento a Innsbruck, tornò all'Istituto Cattolico di Parigi, dove fondò (lett. 1886) il corso di lingue e letterature cristiane orientali : siriaca, araba, copta, etiopica, armena e finalmente, nel 1927, georgiana; nel 1894 iniziò la pubblicazione della Patrologia Syriaca, affiancata (dal 1907) dalla Patrologia Orientalis, per le quali fece disegnare, incidere e fondere ben 9 caratteri orientali speciali; nel 1896 appariva la Revue de l'Orient chrétien come supplemento trimestrale all'Genove d'Orient. Alla morte di mons. G. le Patrologie contavano 28 voll. e la Revue 30 voll. In questa immensa opera il suo principale ed infaticabile collaboratore fu un suo antico discepolo, il sacerdote F. Nau.

Bibl.: L. Mariès, Mgr R. G., in Construire, 3 (1941), pp. 216-27; S. Grébaut, Un grand orientaliste: mgr R. G., in Revue de l'Orient chrétien, 30 (1946), pp. 225-30.

Stanislas Lyonnet
GRAFFITI. - G., come dice il nome, sono disegni o scritture eseguiti con punta dura sopra un fondo meno duro, come intonaco murario, terracotta, o anche marmo o metallo. Il disegno è caratterizzato dal suo aspetto piatto, senza quasi rilievo, per quanto si cerchi di supplirvi con ombreggiature e minute; lo scritto dalla natura cursoria, e sommaria, che ne fa generalmente un testo di difficile lettura.

Per compenso esso suole esprimere con più freschezza ed immediatezza i sentimenti personali. Per questo motivo sono preziosissimi gli innumerevoli g. che si sono trovati quasi su ogni muro di Pompei; per la storia del cristianesimo lo sono non meno quelli lasciati dai primi cristiani sopra le loro tombe, sui muri delle loro.case e specialmente sulle pareti del loro santuari. Proprio grazie ad essi è stato più volte possibile riconoscere santuari venerati di martiri nelle catacombe, ad es., la "memoria

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Apostolorum = lungo l'Appia ove poi sorse S. Sebastiano. Per il genere di tali scritture cf. capitale, scrittura.

Bib.: G. B. De Rossi, La Roma sotterranea cristiana, II, Roma 1867, pp. 13-20; H. Leclercq, Graffites, in DACL, VI, coll. 1423-1242. Antonio Ferrus

GRAFOLOGIA. - Da $\gamma \rho \alpha \varphi \dot{\eta}$ (scrittura) e $\lambda \dot{\eta} \gamma \circ \varsigma$ (discorso) ha come oggetto di studio la ricerca degli eventuali rapporti che intercedono tra la scrittura dell'individuo e le sue caratteristiche nervose, psichiche, morali; secondo alcuni autori (vecchi tentativi di J. Chr. Grohmann e moderni studi di G. Moretti) perfino le note fisiche della costituzione corporea; donde la possibilità di conoscere l'intera personalità attraverso la perizia grafologica.

Nell'evoluzione delle teorie e dell'applicazione pratica della g. si susseguirono concetti informativi differenti, sia per quanto riguarda la valorizzazione indiziale da dare di preferenza a questo o quell'elemento del complesso grafico, sia per il loro corrispondente valore periziale, sia per il potere di rivelazione delle sole note innate o anche di quelle acquisite della natura individuale (v. carattere e caratteristiche; indole).

L'esame grafologico prende in considerazione i numerosi elementi della scrittura, dai segni grafici elementari nelle loro caratteristiche di forma, inclinazione, intensità di tracciato, maggiore o minore unione o distanziamento tra lettere e parole; alle particolarità di allineamento e direzione del rigo, di semplicità o armonicità o superfluità del disegno. Si giunse, cosi, dai grafologi a dare un corrispondente valore somatico e psicologico ai singoli segni, o meglio, più modernamente, ai complessi grafici costituiti dall'associazione o combinazione di essi, complessi indicativi delle disposizioni affettive-attive, delle attitudini intellettuali, finanche dell'abito morfologico del soggetto in esame. Uno dei più autorevoli cultori moderni di g., il recanatese p. Girolamo Maria Moretti, dell'Ordine dei Minori Conventuali, nel suo trattato elenco, descrive, studia criticamente il valore diagnostico di settanta segni grafici, distinti in sostanziali, modificati, accidentali, classificati ciascuno nei riguardi del proprio valore quantitativo con un personale sistema di classificazione decimale. Le singole tendenze e il loro diverso valore decimale nel combinarsi condurrebbero alla determinazione della risultante psicologia o quadro psicografico personale.

Per quanto riguarda l'esposizione più particolareggiata della storia, delle regole e dell'applicazione pratica della g., si rimanda alle opere citate nella bibliografia, particolarmente alle più moderne, svolte sotto forma di trattati a impostazione scientifica.

Per quanto concerne invece un giudizio della scien-
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(da G. Moretti, Trattato di g., Padova 1913, 7n ed., p. 628, fig. 417)
Grafologia - Scrittura di s. Francesco di Sales. Intraccata del primo modo (comando, imperiosità), angolosa (risentimento, permaliosità), ascendente (tendenza a perfezionare la propria personalità), diritto con direzione quasi verticale delle sate (sostanuta nelle manifestazioni dei sensi e dell'affettività), larga di lettere e tra lettere (profondità d'intelligenza e generosità); inoltre chiara, cioè tale che ogni segno rappresenta bene se stesso (chiavezza d'idea e di comunicativa). Scrittura in accordo con le tendenze innate del Santo, portato naturalmente al dominio all'ira al risentimento, divenuto modello di dominio di sé e di mitezza, attraverso un continuo eroico sforzo, sorretto e potenziato dall'opera della Grazia.
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(da G. Moretti, Trattato di g., Milano 1911, 6n ed., p. 626, fig. 217)
Grafologia - Scrittura del mahatma Gandhi. Vanno notate principalmente: la larghezza delle singole lettere (profondità d'intelligenza), quella tra le lettere (generosità) e tra le parole (ragionamento, critica); l'intrezatura del primo modo, cioè l'essere vergata con pressione forte e continua (comando, imperiosità), l'angolosità (risentimento, permaliosità), la sinuosità, cioè la varia inclinazione dell'asse delle singole lettere (profonda sensibilità); inoltre il mantenere il rigo (fermezza di propositi), l'esser profusa cioè con slanci di lettere e ricci (expansività), fluida e scorrevole (spontaneità).
tificità della g., e il conseguente giudizio morale d'essa, è da notare che senza dubbio è possibile, sulla base di argomentazioni fisiopsicologiche scientifiche, sostenere la esistenza di ben definiti rapporti tra le caratteristiche della personalità, intesa nel senso più ampio e comprensivo, alla maniera delle moderne scuole costituzionalistiche e i vari tipi di linguaggio (v.) esterno (mimico, fonico, grafico). L'osservazione di ogni giorno e, in particolare, lo studio dell'individuo in differenti condizioni di sanità o di malattia fisica o psichica, mostra corrispondenti modificazioni del gesto, della parola, della scrittura; l'indagine anatomo-fisiologica del sistema nervoso pone in evidenza la presenza di centri del linguaggio, della scrittura, mimico-fasici ben determinati e collegati tra loro in rapporti strutturali, di correlazione e collaborazione (v. localizzazioni cerebrali; nervoso, sistema). Come non può dubitarsi che, ben inteso in condizioni di spontaneità, il gesto e la parola siano personali all'individuo e manifestazioni del suo io psico-fisico, cosi ciò deve ritenersi egualmente certo per la scrittura. Punto pratico della questione rimane il prob