). Secondo il Guiducci il G. si mostrò non del tutto alieno dal moto della terra. Fu nel 1626 l'architetto della chiesa di S. Ignazio a Roma e ne preparò il modello per il card. Ludovisi nel 1628-29; sul suo progetto la chiesa fu poi terminata nel 1685 .
BibL.: Sommervogel. III, coll. 1685-86; IX, col. 433; G. Bricarelli, G. Galilei e la teoria del canorchiale, in Cte. Catt., 1912, II, pp. 456-61; id., La figura morale di G. Galilei, ibid.,
1916. IV, pp. 416-29; id., Il p. O. G. architetto di S. Ignazio in Roma, ibid., 1922, II, pp. 13-25; G. Galilei, Opere, VI, Firenze 1932, pp. 21 sge., 109 sge. (qui si hanno le due prime opere del G.). Pio Paschini
GRATIA, Aretinus. - Canonista del sec. xili. Insegnò diritto romano a Bologna con il titolo di Magister decretalium.
Innocenzo III ed Onorio III gli inviarono molte decretali. Nel 1218 fu a Roma in qualità di capellanus Pontificio; nell'anno seguente ritornò a Bologna come arcidiacono con il privilegio di conferire i gradi accademici. Non si sa se debba identificarsi con il G. divenuto nel 1324 vescovo di Parma e durato in tale carica fino al 1236, oppure sia un personaggio distinto. Secondo il Diplovataccio scrisse dei commentari alle decretali; di sicuro si ha un Ordo iudiciorius pubblicato da F. Ch. Bergmann con questo titolo: Pillii, Tancredi, Gratiae libri de iudiciorum ordine (Gottinga 1842).
BibL.: F. C. von Savigny, Storia del diritto romano nel medioevo, trad. it. di E. Bollati, II, Torino 1857, p. 316; J. F. Schulte, Die Geschichte der Quellen und Literatur des canonischen Rechts, I, Stoccarda 1875, pp. 197-98.
Cosimo Petino
GRATIANUS, Cardinalis. - Canonista del sec. XII, designato negli antichi manoscritti con il nome generico di Cardinalis. N. a Pisa, insegnò diritto canonico a Bologna; dal 1168 si firma S.R.E. subdiaconus et notarius fino al 1178 , quando diviene Cardinalis diaconus tituli S.S. Cosinae et Damiani. Appartiene al gruppo dei glossatori principali del Decreto; sembra, difatti, che verso il 1160 abbia composto un Apparatus.
BibL.: J. F. Schulte, Die Geschichte der Quellen und Literatur des canonischen Rechts, I, Stoccarda 1875, pp. 145-48; A. Van Hove, Prolegomena, $2^{2}$ ed., Malines-Roma 1945, p. 428.
## Cosimo Petino
GRATITUDINE. - I. Nozione. - Dal lat. gratitudo, è la virtù che inclina l'uomo a riconoscere (con la mente e con le parole) i benefici ricevuti e, almeno in qualche modo, a ricambiarli. S. Agostino la chiama "virtù con la quale si manifesta la volontà di ricordare i benefici e le amicizie" (De diversis quaest., 83, p. 31 : PL 40, 21). E connessa alla virtù della giustizia. A differenza dell'obbedienza e della pietà che importano un obbligo che si suole chiamare "legale", la g. importa solo un dovere di convenienza o "morale"; obbligo cioè il cui adempimento non si può esigere a rigor di giustizia, ma soltanto per una certa onestà od equità. La trasgressione di questo dovere raramente è così grave da costituire peccato mortale; tuttavia la sua pratica è di grande importanza, non solo per la vita spirituale, ma anche per una pacifica e gioconda convivenza umana.
La g. sorge soltanto da un beneficio ricevuto; la g., però, come virtù speciale sorge solo da benefici ricevuti da uguali o inferiori. Infatti la riconoscenza a Dio per i benefici da lui ricevuti si chiama virtù di religione : quella dovuta ai genitori appartiene alla virtù della pietà; quella infine che si deve ai superiori, da cui si ricevono i benefici del governo e del bene comune, si riduce alla virtù dell'osservanza.
Tre elementi costituiscono la virtù della g.: a) riconoscere e ricordare i benefici ricevuti; b) manifestare con parole la riconoscenza per il beneficio ricevuto; c) ricambiarlo con i fatti, per quanto è possibile (Sum. Theol., $2^{2-260}$, q. 107, a. 2). Si potrebbero chiamare questi anche i tre gradi della virtù della g.
II. Qualitì. - La g. dev'essere : a) pronta, si deve cioè manifestare subito appena ricevuto il beneficio (cf. ibid., $2^{2-260}$, q. 107, a. 2); b) interna, e non solo esterna; deve cioè procedere da sincero, intimo affetto e non si deve semplicemente manifestare con fredde parole; c) umile, si deve cioè riconoscere che il beneficio è una cosa utile; chi infatti, disprezza il dono, non si può dire
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dotato della virtù della g.; d) disinteressata; la riconoscenza che si esprime non deve avere lo scopo di procacciarsi nuovi e maggiori benefici, come spesso avviene nei mendicanti.
III. Vizi opposti alla G. - Per eccesso si oppone la ricompensa del beneficio fatta o con una fretta smoderata o a chi non si deve, perché questo mostrerebbe piuttosto di non voler in alcun modo legarsi al benefattore (ibid., $2^{\mathrm{a}}-2^{\mathrm{ac}}$, q. rob, a. 4). Vizio molto più frequente, e che si oppone alla g. per difetto, è l'ingratitudine. Può essere : a) materiale : quando, senza che ci sia vero disprezzo, o si trascura l'obbligo della g. oppure si fa alcunché contro il benefattore. Ordinariamente non oltrepassa il peccato veniale, anzi non è neppure un peccato speciale : è piuttosto una delle circostanze del peccato contro il benefattore. Si sogliono enumerare vari gradi di questa forma di ingratitudine : dissimulare il beneficio; non ringraziare; non riconoscere pubblicamente il beneficio ricevuto; b) formale : quando si disprezza il benefattore o il beneficio; può essere peccato grave se questo disprezzo offende gravemente il benefattore e cosi lede in modo grave la carità. I gradi di questa forma di ingratitudine sono: a) contraccambiare il bene con il male (cf. Ier. 18, 20); b) vituperare pubblicamente il beneficio. A questo modo peccavano gli Israeliti quando nel deserto si lamentarono di essere stati tratti fuori dall'Egitto; c) riputare il beneficio quasi un maleficio.
BibL.: Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}-2^{\mathrm{ac}}}$, qq. 106-107: O. Schilling, Theologia moralis, II, Rottenburg 1940, pp. 299-301, n. 355: B. H. Merkelbach, Summa theologiae moralis, II, $3^{\circ}$ ed., Parig1 1947, pp. 793. 836-39, nn. 814, 875-80; VI. Jankélévitch, Traité des vertus, ivI 1949, pp. 484-98.
Giuseppe Sotic
GRATO, santo. - Vescovo e patrono della diocesi di Aosta, molto venerato nelle regioni alpine circonvicine, è indentificato con il presbyter Gratus che sottoscrisse, a nome del proto vescovo aostano, Eustasio, gli atti del Sinodo di Milano del 45 I. Prese parte alle solenne traslazione del martire tebeo s. Innocenzo in Agauno, descritta in una relazione della fine del sec. v (cf. ed. B. Krusch, in MGH, Scriptores rerum Merovingicarum, III, Hannover 1896, p. 40). E sconosciuto l'anno della sua morte; noto invece è il giorno della sua deposizione, dall'iscrizione sepolcrale 7 sett. (cf. P. Barocelli, Inscriptiones Italiae, vol. XI, Regio xi, fasc. i. Augusta Praetoria, Roma 1932, p. 24), data che diventerà tradizionale nei libri liturgici valdostani a cominciare dal più antico calendario aostano (non propriamente liturgico), inserito in un messale del sec. xi: «VII id. Sept.: Augusta depositio sancti Grati» (cf. A.-P.

(da Inscriptiones Italiae, a cura di P. Barocelli, vol. XI regio XI, Jostinatus I: Augusta Praetoria, Roma IIII, p. 81) Grato, santo - Iscrizione sepolcrale (sec, v) - St-Christophe (Aosta), chiesa parrocchiale.
Frutaz, Un missel noté du XIe siècle, in Revue grégorienne, 14 [1929], p. 134).
Il culto di s. G. ebbe un forte impulso nel sec. xim con la traslazione delle sue reliquie dalla Collegiata di S. Otto alla Cattedrale, ricordata al 27 marzo, in un Martirologio della Cattedrale della fine del sec. xim. E onorato quale protettore delle campagne e dei loro prodotti. Le reliquie del Santo sono conservate nella Cattedrale in una suntuosa cassa-reliquiorio gotica (v. tav. LXXI), in argento e rame dorato, con figure a mezzo tondo, opera dell'orafo Giovanni di Malines (1421-58).
Il racconto leggendario ed anacronistico che il canonico aostano Giacomo de Curis (m. nel : 285 ) inseri nell'ufficiatura del Santo, composta per incarico del Capitolo cattedrale, e che costituisce la fonte di tutti i racconti posteriori, non merita alcun credito. Secondo questo racconto e le amplificazioni posteriori, accettati comunemente dagli storici locali, s. G., d'origine greca, sarebbe stato vescovo d'Aosta al tempo di Carlomagno (ca. il 775 e l'810) e avrebbe partecipato all'invenzione del capo del Precursore in Palestina e ne avrebbe portato una parte notevole ad Aosta.
BibL.: Acta SS. Septembris, III, Vemeria 1761, pp. 73-78 (cf. anche ibid., Febriarii, I, ivi 1732, pp. 98-99; Inuii, IV, ivi 1753, pp. 761-62; completare il testo relativo all'invenzione del capo del Precursore, con P. Poncelet, C'utodagut radd. hagiographiterem lat. Bib. capituli estl. Cath. Epmedicam, in Analecta Bollandiana, 41 [1925], pp. 327-28 [leggerdatus del sec. xiv] e Septembris, VI, Anversa 1757, p. 349): P.-E. Duc, Cults de st Grat, 8 fascc., Torino-Aosta 1602-07 (op. 12 di molto interesse): F. Savio, Gli antichi vescovi d' Italia datlo evsgitu al 1300. II Piemonte, Torino 1898, pp. 72-76; J.-A. Duc, Histoire de l'Eglise d'Aoste, I, Aosta 1901, pp. 78-88, 169-203 e parsim negli altri 9 voll.; L. Duchesne, Fastes épiscopaux de l'uaeicnne Gaula, $2^{2}$ ed., Parigi 1907, pp. 228, 247-48; Laemoni, pp. 1033-35; G. B. CurtiParini, Il culto di s. G. e le pratiche relizioue contro le intemperie di s. Colombano al Lambra. Ledi 1924; V. Leroquois, Les bréviaires mss. des bibliothèques pub de France, I, Parig1 1934, p. 32 (Ginevra, sec. xv); II, p. 196 (Mäcon, sec. xv); IV, p. 96 (Roanne, sec. xv): id., Les Peautiers mss. des hohl. pub. de France, I, Mâcon 1940-41, p. 238 (Mäcon, sec. xv); II, p. 139 (Aosta, sec. xv).
A. Pietro Frutas
GRATRY, Alphonse. - Filosofo, n. a Lilla il 30 marzo 1805, m. a Montreux il 7 febbr. 1872. Compiuti gli studi medi entrò all'« Ecole polytechnique». Lo determinava a questo passo un fermo proposito di preparazione scientifica che gli permettesse di affrontare validamente quel programma di restaurazione cristiana del pensiero che il suo spirito, superato un periodo di crisi intellettuale, si era proposto. Ordinato sacerdote il 22 dic. 1832, dopo un periodo passato a Strasburgo insieme con altri giovani sacerdoti sotto la direzione del Bautain, ritornava nel 1841 a Parigi per dirigere il Collegio St-Stanislas.
Più tardi veniva nominato aumônier all'« Ecole normale supérieure», incarico che tenne fino a che la polemica con E. Vacherot, direttore della scuola, sulle origini del cristianesimo, nata dalla pubblicazione del-'Histoire critique de l'Ecole d'Alexandrie del Vacherot stesso non l'indusse a lasciare la scuola quasi contemporaneamente al suo avversario. Nel 1851 entrò nell'Oratorio in cui vedeva farsi realtà il suo sogno di un cenacolo sacerdotale di studi. Qui elaborò le sue opere maggiori, De la connaissance de Dieu (1855), La logique (1855), De la connaissance de l'âme (1857). Ma l'ideale, per contrasti di mentalità tra il G. e il Pétérot, spirito nobile ma rigido e nustero, non poté attuarsi compiutamente. Nel 1861 G. si ritirava dall'Oratorio non tralasciando però gli studi (Les sources [1862]; Les sophistes et la critique [1864]), ma facendo in essi maggior posto ad argomenti più propriamente religiosi (La paix [1861]; La philosophie du Crédo [1861]; Commentaire sur l'Evangile selon st. Mathieu [1863]; La morale et la loi de l'histoire [1868]). Insieme attese ad attività pratiche promovendo (1867) la Lega internazionale della pace che tendeva a riunire a questo scopo uomini di differenti idee religiose e politiche. In questo stesso anno veniva chiamato all'Accademia.
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(da Pontà/au des illustrations francaises ou XIXc siede public soun le direction du l'ictee Frand (lierge, Parigi s. a.) Glaxroy, Alphonsa. - Ritratto.
L'ultima battaglia, fallita poco dopo il 1870 , avvenne durante il Concilio Vaticano. G., con quattro lettere, attaccò il dogma dell'infallibilità provocando, e non senza ragioni, un richiamo severo del superiore dell'Oratorio. Proclamato il dogma G. l'accettò obbedientemente. Morì provato da amarezze e da una durissima malattia. La sua salma fu tumulata a Parigi.
Il pensiero del G. è dominato dal motivo che al vero si va "con tutto l'essere»; nell'abbandono di questo metodo il G. vede la ragione del disperdimento della filosofia del suo tempo. Il neo-criticismo, il positivismo, il fideismo, ma soprattutto il neo-hezelismo di Vacherot e di Schérer sono l'espressione di un pensare "isolato", che non sa "trarre che l'errore dallo spettacolo delle cose visibili, dai fatti interiori dell'anima e da quello degli avvenimenti umani" (Conn. de Dieu, I, p. 21), ed ha dimenticato che "lo sviluppo solido e sano del pensiero procede dallo sviluppo dell'anima intera e della volontà" (op. cit., p. 41). A questo metodo integrale occorre ritorni la filosofia perché essa sia veramente apportatrice di vita e non di crisi. La ricerca filosofica esige uno spirito alto e intenso, sinceramente religioso, ed insieme la conoscenza del mondo delle scienze sperimentali e matematiche che, pur nella loro peculiarità, si richiamano anzi si unificano in quanto la matematica dà luci e formule alla metafisica, la geometria alla psicologia. Questo patrimonio unitario di conoscenze, che solo si conquista attraverso la cooperazione di spiriti eletti (è l'ideale e lo scopo dell'Oratorio) costituisce quella scienza comparata che è condizione indispensabile per ben filosofare. Di qui moverà quindi il pensiero per affrontare le questioni più importanti, anzitutto quella di Dio.
G. inizia infatti la sua elaborazione dalla teodicea, convinto che "la filosofia è tutta intera nella teodicea" (op. cit., I, p. 71). Ed è appunto nello studio del problema di Dio dove il G., pur affermando di non
pretendere a nuove prove della sua esistenza ma solo di approfondire e rendere inattaccabili quelle già date, presenta alcune delle sue teorie caratteristiche, quali quella del procedimento dialettico e del senso divino. All'esistenza di Dio si giunge infatti, per il G., non solo attraverso le prove classiche ma anche attraverso il procedimento dialettico. Esso è già inizialmente operante nel calcolo infinitesimale e consiste appunto "nel passare senza alcun processo intellettuale, se pure aderendo ad uno slancio più che legittimo della ragione, dal finito all'infinito, dall'essere finito che si è, che si vede, che attualmente si tocca, all'essere infinito realmente ed attualmente esistente, che l'esistenza del finito implica e suppone" (op. cit., I, p. 59). Ma questo procedimento, in cui vien trascurata la necessaria distinzione tra l'infinito matematico e l'infinito metafisico, non è tuttavia sufficente per affermare l'esistenza di Dio. "La ragione avrà bisogno dei dati esterni del mondo per conoscere il mondo, dei dati interiori dell'anima per conoscerla, e non avrà bisogno di nulla per riconoscere Dio? Non si appoggerà su Dio per conoscerlo e non avrà bisogno di alcun dato di Dio per elevarsi sino a Dio ?" (Lagique, I, p. 100). Questo ci è offerto appunto dal "senso divino" che G. definisce "l'inevitabile attrazione del sommo bene in ogni anima" (Conn. de Dieu, I, p. 69). Esperienza viva di Dio operante in noi, e che dipende da noi ascoltare o tradire, questo senso divino non è però un senso misterioso che si sostituisce alla ragione ma si chiarisce alla fine come uno slancio, uno stimolo della ragione stessa.
Chi si dà alla ricerca filosofica con tutto l'essere unendo alla ragione la volontà e il cuore, perché « i pensieri sono grandi quando il cuore li dilata" (Sources, p. 8), non può dunque non arrivare a Dio; né può non coronare la sua ricerca con l'adesione alla fede che ci dà con il possesso di Dio una felicità piena e tanto alta da identificarsi quasi, per il G., con la visione beatifica. Preparata dalla fede naturale nei principi indimostrabili, intrinseca alla stessa ragione, anticipata da questa, la fede soprannaturale si presenta come legittimo coronamento del nostro pensiero limitato, che della fede vede anche la necessità come condizione indispensabile per non decadere spiritualmente. L'unione con Dio pacifica, fa intensamente uomini, e, per l'aiuto della grazia, veramente liberi e capoci di intendere, malgrado i dolori, la viva bellezza dell'universo, in cammino non già verso la morte, ma verso uno stato di mirabile unità e stabilità dove tocciono le attuali dispersioni e cambiamenti, e le anime beate, unite ai loro corpi trasformati, hanno il loro luogo. Perché l'immortalità non è solo dell'uomo ma, in forma diversa, di tutto l'universo, intimamente legato alla nostra vita di esseri immortali.
Il pensiero del G. si svolge ricco di vita e di motivi, vittima talora di un sentimento troppo vivo e di eccessivi simbolismi. Così, ad es., quand'egli ricerca analogie tra la vita dell'anima e la vita dell'universo, e nella teoria sul linguaggio nella quale il G. segue in parte i tradizionalisti, sostenendo che la parola è sorta per un cospirare dell'attività di Dio, di Adamo e delle cose, e che esprime l'essenza delle cose stesse. Come non va esente da critica la teoria sull'induzione e la deduzione che accentua eccessivamente la distinzione tra i due procedimenti; e la riduzione del principio di causalità a quello di ragion sufficente, e del principio di identità all'identità di sostanza.
Ma anche queste posizioni contribuiscono a chiarire la vera personalità del G. che unisce a un'immaginazione talora troppo fervida, un animo appassionato di Dio e dell'uomo, un anelito di salvazione e di donazione ricco di potenza educativa. G. ha saputo parlare agli uomini del suo tempo; il suo insegnamento, raccolto dall'Ollé-Laprune (v.), operò nella filosofia religiosa francese dell'Ottocento, né può dirsi che esso sia del tutto spento.
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BibL.: A. Perraud, Le p. G., sa vie, ses oeuvres, Parigi 1900; vers. it., Milano 1917; A. Chauvin, Le p. G., $2^{\circ}$ ed., ivi 1911; P. Rovaux, Le p. G., sa vie et sa doctrine, ivi 1912; C. L. Braun, G.s Theorie der religiösen Erhenntnis, dissert., Strasburgo 1914; B. Pointud-Guillemot, Essai sur la philosophie de G., ivi 1917; M. Barbano, Profile di A. G., nella raccolta di passi del G., La sete e la sorgente, Torino 1936, pp. v-sLv; J. Marias, La fi. luadla del p. G., Madrid 1941; A. Largent, s. v. in DThC, VI, coll. 1734-63; A. D. Sertillanges, Il cristianesimo e la filosofia, vers. it., II, Brescia 1948, pp. 313-19. Romeo Crippa
GRAUERT, Hermano von. - Storico tedesco, n. a Pritzwalk (Brandeburgo), da famiglia oriunda della Westfalia, il 7 sett. 1850, m. a Monaco di Baviera il 12 marzo 1924. Compiuti gli studi storici e giuridici nelle Università di Gottinga (dove si laureò nel 1876), di Berlino e di Monaco, fu addetto all'Archivio di Stato in Baviera dal 1877 al 1883, nel quale periodo fu due volte a Roma per fare delle ricerche nell'Archivio Vaticano (1882-83). Dal 1883 al 1923 fu professore di storia nell'Università di Monaco prima come libero docente, poi dal 28 dic. 1884 come ordinario; nel 1915-16 vi fu anche rettore magnifico. Fu socio della Accademia bavarese e nel 1914 gli fu conferito il titolo nobiliare ad personam. Tre soggetti caratterizzano la sua attività scientifica: il papato, l'impero e la pace (internazionale) di cui vedeva un promotore in Dante.
Intorno a queste tre idee s'aggira la maggior parte dei suoi studi, pubblicati per lo più nel Historisches Jahrbuch dalla Görres-gesellschaft (di cui divenne presidente nel 1920). Egli diresse questa importante rivista dal 1885 quasi fino alla fine della sua vita. Uno dei suoi primi e migliori lavori fu sul famoso decreto di Niccolò II sull'elezione del romano pontefice (1059), in Historisches Jahrbuch, 1 (1880), pp. 501-602; cf. anche ibid., 13 (1892), pp. 172-91; 19 (1898), pp. 827-41; 20 (1899), pp. 236-325. Importante anche lo studio sulla donazione costantiniana (ibid., 3 [1882], pp. 3-30; 4 [1883], pp. 4595, 525-617, 674-80; 5 [1884], pp. 117-20). Contro W. Martens dimostrò che Ildebrando (Gregorio VII) era stato monaco benedettino (ibid., 16 [1895], pp. 283311; 17 [1896], pp. 952-55). I suoi studi danteschi comparvero nel citato Hist. Jahrb. (16 [1895], pp. 510-44; 18 [1897], pp. 58-87; 20 [1899], pp. 718-62); in Histo-risch-politische Blätter (120 [1897], pp. 81-100, 173-80, 321-56, 512-56, 633-52, 789-822), e nell'opuscolo Danir und Hauston Steucari Chamberlain (Friburgo in Br. 1904). Negli Atti dell'Accademia bavarese (classe fil. filol. stor., 27 [Monaco 1912]), pubblicò Magister Heinrich der Poet und die römische Kurie (introduzione e testo), rivendicando l'opera poetica, già attribuita a Vinsalvo (Vinsauf), al canonico Enrico di Würzburg. Ha inoltre al suo attivo diversi altri scritti nei quali difese gli ideali della cultura cattolica.
BibL.: Autobiografia presso W. Zils, Geistiges und häusllerisches München in Selbstbiographien, Monaco 1913 (v. indice); H. Günther, H. v. G., in Historisches Jahrbuch, 44 (1924), pp. 169-96; W. Kosch, Das katholische Deutschland, I, Augusta 1933, coll. 1107-1109. Livario Oliger
GRAUN, Karl Heinrich. - Musicista, n. a Wahrenbrück il 7 maggio 1701, m. a Berlino l'8 ag. 1759. Compi a Dresda seri e profondi studi con illustri maestri del tempo.
Le sue prime composizioni sacre lo imposero all'ammirazione di tutti, dopo di che passò con successo al genere teatrale. A Brunovig fu maestro di cappella e direttore del teatro, per il quale scrisse molti spartiti che gli conquistarono generali simpatie. Fra i suoi lavori pregevoli per purezza di ispirazione e rigida fraseologie musicale, vanno annoverate: cantate, Te Deum, l'oratorio Der Tod Jesu (1 1 apr. 1754, Berlino), sonate per organo, ecc.
BibL.: C. Mennicke, Hause und die Brüder Graun als Symphoniker (con ricchi cataloghi tematici), Dresda 1906.
GRAVELBOURG, diOCESI di. - Città e diocesi nel Canadà, eretta il 31 genn. 1930 dal papa Pio XI con la cost. apost. Universa Christi fidelium cura.
La diocesi si estende per 19.695 kmq.; conta 126.000 ab. dei quali 18.500 cattolici, distribuiti in 36 parrocchie, 28 missioni con cappelle e 9 senza cappelle, servite da 42 sacerdoti diocesani e 27 regolari; due comunizi religiose maschili e 11 femminili (1949). La diocesi è suffraganea di Regina; la Cattedrale è dedicata a s. Filomena.
BibL.: AAS, 22 (1936), pp. 309-11; Le Canada ecclésiastique, 1949, Montréal 1949, pp. 331-56. Enrico Josi
GRAVIDANZA. - E lo stato della donna che porti in sé uno o più ovuli fecondati che si sviluppano, attraverso gli stadi di embrione e di feto, fino a quella perfezione organica che ne permetta la vita separata da quella materna. In condizioni di normalità, giungendo la g. al suo termine fisiologico e risolvendosi con l'espulsione del feto maturo nell'atto del parto (v.), essa ha una durata (gestazione) fissa per le singole specie animali; in particolare nella donna si compie in un tempo che oscilla tra 260 e 270 giorni, cioè ca. 9 mesi; meno ( 180 - 260 giorni) se il parto è prematuro; al di sotto di 180 giorni si parla di aborto (v.) e tale epoca fissa il termine legale sotto cui il feto è considerato incapace di vivere staccato dall'organismo materno.
La g. è, com'è chiaro, soltanto degli animali i cui figli si sviluppino nell'organismo stesso della madre, venendo all'osterno vitali (vivipari), pur se, come per l'uomo, inetti nei primi tempi a muoversi liberamente nell'ambiente esterno e a procacciarsi da soli l'alimento, necessità adempiute dall'allattamento e dall'allevamento del neonato, atti che assumono al massimo grado nella specie umana contenuto psicologico e morale, primi svolgimenti di quell'educazione della prole da cui i genitori possono esonerarsi solo per corrispondenti gravi motivi (CIC, can. 1013).
Lo stato di g. produce nella madre una serie di modificazioni che, se appaiono manifestamente chiare nel suo apparato della generazione, rivestono sempre, più o meno intensamente, a volte tanto da creare addirittura uno stato di malattia, tutta la sua entità psico-fisica, dagli apparati organici più diversi al suo equilibrio neuropsicologico e morale.
La gestazione, com'è noto, si svolge nell'utero, organo muscoloso cavo situato nella regione più bassa del bacino; esso, della grandezza circa d'una piccola pera nello stato di verginità, accolto in sé l'uova fecondato, circa ormai alla fine della prima settimana di vita, grande quanto un granello di canapa, deve seguire lo sviluppo progressivo del nuovo essere e degli annessi ovulari che l'accompagnano (membrane, liquido amniotico, placenta), giungendo, g. a termine, a un volume tale da invadere pressoché interamente la cavità addominale, ricacciando all'indietro e in alto le anse intestinali, all'innanzi la parete anteriore dell'addome che così rivela, nei periodi più avanzati della g., lo stato particolare della donna.
Da ciò una prima serie di modificazioni di ordine meccanico, che si fanno sentire sugli organi e sulle funzioni della digestione, della respirazione, della circolazione, creando molestie e disturbi che, pur raggiungendo spesso un limite quasi intollerabile negli ultimi tempi della g., vanno considerati dell'ordine fisiologico, tali da non costituire malattia in senso stretto.
Ma, oltreché meccanicamente, la donna è gravata dalla g. per le particolari condizioni del suo ricambio organico, spostato nel suo equilibrio dalle più difficili condizioni di attività delle sue grandi funzioni organiche, come poco prima s'è detto, e ciò vale particolarmente per i grandi emuntori delle sostanze metaboliche di rifiuto (intestino, reni, fegato) e appesantito dagli scambi vitali del feto che chiudono il loro ciclo nella madre attraverso la circolazione della placenta.
A tutto ciò va aggiunto un nuovo equilibrio della costellazione endocrina (v. ENDOCRINE, GLANDOLS) proprio della donna in g.; esso sarebbe dovuto alla secrezione del corion e della decidua producenti iperfunzione della tiroide, dell'ipofisi, della corteccia surrenale; ne segue uno spostamento dell'equilibrio neurovegetativo, con pre-
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valenza del vago nei primi mesi e del simpatico negli ultimi mesi della g.; a ciò particolarmente vanno attribuiti i disturbi gravidici (nausee, vomiti), presenti in quasi tutte le donne nei primi mesi del nuovo stato.
Ma simili condizioni di anormalità, per cosi dire fisiologica, possono esser sorpassate, comparendo stati morbosi, anche assai gravi, legati alla g.; questi, i difetti ginecologici e le anormalità ostetriche che possono porre in pericolo la vita della madre, creando le cosiddette indicazioni all'aborto (v.) terapeutico e la loro discussione morale.
Gli stati morbosi d'indole medica, legati alla g., sono rappresentati dall'aggravarsi di malattie di cui già la donna era inferma, in maniera manifesta o occulta, o dallo svilupparsi di episodi, intossicazioni gravidiche (v.), di gravita varia, che di solito scompaiono nel corso e al termine della g., a volte invece possono esser l'inizio d'uno stato morboso che rimarrà permanente. Del primo gruppo assumono particolarmente interesse pratico la tubercolosi e le malatitie di cuore, che creano senza dubbio uno stato di misurazione sulla donna che s'incammina alla g. e nel passato costituivano una delle più assolute indicazioni all'aborto terapeutico.
Nei riguardi della tubercolosi (v.), le progressive conquiste nel campo della terapia chirurgica (pneumotorace, toracoplastica, ecc.) e particolarmente medica (antibiotici : streptomicina, PAS, ecc.) hanno indubbiamente trasformata la prognozi della malattia e in particolare la necessita medica dell'interruzione abortiva della g. Se la donna a ben assistita e curata durante la gestazione, il parto e il puerperio, si può assistere alla nascita anche ripetuta di figli senza apprezzabile danno per la salute della madre.
Nei riguardi delle malattie di cuore, va tenuto presente trattarsi di forme a decorso cronico, le quali per loro conto procedono, più o meno lentamente, verso il fatale esito dello scompenso cardiovascolare, legato all'usura che lo svalgersi dell'attività giornaliera impone al cuore con la continua richiesta di prestazioni. Si può sostenere che, nel valore delle cause di tale logorio che la vita materna, nonostante le ascresciute comodità meccaniche, impone in particolare al sistema nervoso e a quello circolatorio, la g. pesa in maniera secondaria e assai ridotta; per cui la donna malata di cuore, eventualmente alleggerita dell'allattamento, non riceve, come prima si pensava, un colpo decisivo in rapporto alla maternità, mentre è dimostrato che l'interruzione della g. è per la donna un rischio maggiore che non la sua continuazione. Il ben noto cardiologo di Budapest I. Zarday in una sua comunicazione il cui riassunto testualmente si riporta (A. V. Lombardi [v. bibl.], pp. 217-22), afferma: «Prima del 1900 la mortalità delle cardiopatiche gravide era, in media, del $48,4 \%$; mentre nei primi 4 decenni di questo secolo tale cifra si è ridotta al $6,2 \%$ ". Nel materiale osservato dal Lombardi e nelle casistiche di altri, la mortalità dovuta a scompenso - in corso o a termine di g. - è dello $0 \%$ (!). Egli ritiene che il rischio costituito dalla coincidenza della gestazione con le cardiopatie possa, mediante adeguato trattamento, essere cosi ridotto da non rendere mai necessaria l'interruzione della g.
Il normale decorso della g. e, in fine, del parto (v.) possono esser morbosamente modificati da anomalie congenite o acquisite dell'apparato riproduttore materno (cause ginecologiche) o da anomalie nello svolgimento della gestazione, dall'impianto dell'ovulo altrove che in sede uterina, dal presentarsi di emorragie, dalle malposizioni e dalle anomale presentazioni del feto al momento del parto (cause ostetriche). Tali eventualità possono costituire un attentato anche assai grave per la vita della donna, dell'embrione, del feto più o meno maturo in corso di sviluppo e all'atto di abbandonare l'organismo materno che l'ospitava. Tra la medicina, che pone in primo luogo la vita della madre e tenta salvarla anche sacrificando quella del figlio, e le morale che, valutando sullo stesso piano il diritto naturale di entrambi alla vita, vieta in maniera assoluta ogni atto positivo che risulti letale per il nascituro, sorgono i più dolorosi contrasti nella prescrizione e nella valutazione dell'aborto (v.) e degli atti
embriotomici (v. Embriotomia). Cosi, p. es., per quanto riguarda il caso dell'inserzione ectopica dell'ovulo fecondato con sviluppo extrauterino della g. (nel caso più frequente, sviluppo nella tromba o g. tubarica), mentre la medicina amorale, valutando unicamente il grave pericolo, anche mortale, della madre e il preponderante valore sociale di questa, consiglia e applica l'asportazione preventiva della tromba gravida, donde l'aborto, che in tal caso viene permesso purtroppo da molte leggi civili in qualità di aborto terapeutico e non criminoso, la medicina che rispetta i limiti dell'etica, al contrario, ne vieta l'esecuzione, considerandolo diretta uccisione e ritiene lecita l'operazione soltanto se già sono in atto le gravi complicazioni emorragiche e imminente il pericolo di morte per le donna; in tal caso l'azione è diretta primitivamente a riparare questi danni, mentre la morte del feto, se già non avvenuta, segue indirettamente non voluta in sé (aborto indiretto [P. G. Payen, v. bibl.]).
A parte i predetti casi morali, la g. fa nascere particolari doveri per la donna che la porta; a questa, infatti, è affidato direttamente la tutela della nuova vita che s'è accesa e del nuovo organismo che va formandosi. In primo luogo verso Dio, che l'ha associata direttamente all'opera della creazione di nuove vite, poi verso il nascituro impotente a difendere da sé la sua vita e di cui essa è in gran parte arbitra, verso il coniuge che collaborò alla nascita, verso la società di cui il figlio fa parte già prima di venire alla luce, la donna assume doveri morali e legali, di cui anche la legge degli uomini le chiede stretto conto.
Essa, pur ammesso che attraversa uno stato che nella grandissima maggioranza dei casi appartiene all'ordine fisiologico, senza dubbio mezzo di raggiungimento e progressivo perfezionarsi di una piena femminilità, è legata, però, da alcune particolari cautele che possono farle conservare o raggiungere quello stato di salute necessario per un'ottima g.; deve quindi evitare, per quanto dipende da lei, eccessivo strapazzo (sport violenti), deperimento, intossicazioni voluttuarie (assai dannoso il fumo, come dimostra anche l'elevata percentuale di aborti spontanei nelle lavoranti di tabacchi, malattie, cause tutte che attraverso il danno al proprio organismo potrebbero influire, anche in maniera assai grave, sulla vita, sullo sviluppo, sulla futura salute del nuovo essere a lei affidato da Dio e dalla società. La donna in stato di g. ha il dovere di conoscere bene i doveri del proprio stato insieme con gli eventuali rischi ad esso connessi, riuscendo cosi più facilmente a evitarli; in ciò non dovrà valersi dei consigli e dei giudizi di persone non tecniche, spesso ignoranti e colme di pregiudizi dal lato igienico e morale, ma far regolare la propria condotta e il proprio regime di vita da guide oneste, intelligenti, di sicura scienza, come può essere il medico cattolico.
Anche la serenità psichica, la costante applicazione della mente alla riflessione della grandezza della maternità, della gioia d'una propria creatura che si desideri fisicamente e moralmente perfetta; il suscitare, attraverso sensazioni adeguate, immagini di bellezza, di bontà, di perfezione nella propria mente; tutto ciò, in accordo alla credenza popolare, esercita un benefico influsso sullo sviluppo e in parte sulla qualità del figlio. Tale convinzione è basata sulla natura psico-fisica dell'organismo umano, su quanto insegnano la fisiologia e la psicologia dei rapporti tra le passioni (v.) e i loro riflessi organici, sulla base dei reperti sperimentali della medicina psicosomatica (v. MEDICINA).
Biol.: L. A. Muñozvero. Deontologia médica, Madrid 1934; P. G. Payen. Dćontologie médicale d'après le droit naturel, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1932; R. Biot. A servizio della persona umana, Torino 1939, pp. 116-42; E. Alfieri-A. Bertino-I. Cilvio, ecc.. Trattato di ostetricia, $4^{\circ}$ ed., Milano 1942; E. Bon. Medicina e religione, trad. A. Alliney, $3^{\circ}$ ed., Torino 1946, pp. 384-98; P. Tournier, La medicina individuale, Roma 1947; I. Zarday. Cardiopatie e g., in Cuore e circolazione, I, ivi 1948; A. V. Lombardi. Orientamenti attuali in cardiologia, Milano 1920, pp. 217-22; A. Niethrmayer. Handbuch der speziellen Postoramedizin. IX, Vienna 1920.
Giuseppe de Ninno
GRAVINA, DIOCESI di. - Città e diocesi in provincia di Bari; deve il nome agli scoscesi burroni che si aprono sui fianchi delle Murge verso lo Ionio.
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(Int. Enc. Cart.)
Gravina, Gian Vincenzo - Ritratto - Roma, Biblioteca Angelica.
Storia. - Un aPetrus episcopus Gavensis partecipò alla consacrazione di papa Adriano II (867); per cui se, come pare giusto, lo si attribuisce a G., egli sarebbe il primo vescovo della città. A lui successe Leone, che intervenne quale delegato apostolico alla Dieta di Ponthion, indetta da Carlo il Calvo (876) e vi pronunciò un discorso. Nel 968 l'imperatore Niceforo Foca, con l'imposizione del rito greco, concedeva al nuovo metropolita di Otranto la facoità di eleggere i vescovi della regione e gli assegnava cinque altre città suffraganee, tra cui G. Il rito greco rimase nella roccaforte bizantina fino alla fine del sec. x, poi lentamente scomparve e la diocesi passò da Otranto a Matera (1052). Tra i vescovi si notano: Roberto, che intervenne al Concilio Lateranense di Alessandro III (1179) e Giulio Sozchetti, fiorentino (1623), poi cardinale. Nel 1818, Pio VII univa le due sedi di G. e Irsina. E oggi immediatamente soggetta alla S. Sede. La diocesi ha una superfice di 660 kmq . con 36.000 ab., conta 10 parrocchie, 33 sacerdoti diocesani e 4 regolari.
Monumenti. - La Cattedrale fu fondata nel 1092 dal normanno Umfrido, ma della costruzione medievale restano un rosonce e la facciata incompleta. La chiesa attuale, dedicata a Maria S.ma Assunta, è opera del sec. xv; pregevoli il coro ligneo (1579) e un armadio della sacrestia (1561). Caratteristiche le grotte che costellano le falde di un burrone accidentato, di cui le principali sono: la cripta di S. Michele, chiesa a cinque navate scavata nella roccia, con pilastri quadrilateri; la cripta Tota e la cripta del Redentore o di S. Vito Vecchio con un grande Cristo in trono e quattro angeli (ca. sec. xiv). Notevoli pure il chiostro romanico di S. Sebastiano con pilastri cruciformi, la chiesa di S. Francesco, opera del Rinascimento, e la chiesa di S. Sofia.
Bibl.: H. W. Schulz, Denkmäler der Kunst des Mittelalters in Unteritalien, I, Dresda 1860, pp. 9 e 159; IV, ivi 1860 , documento CCCXIII a p. 115; J. Gee, L'Italie méridionale et l'Empire byzantin, Parigi 1904, pp. 325, 352, 549 e passim; E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale, I, ivi 1904, pp. 117, 152, 150 e passim; P. Calderoni-Martini, G. e l'antica Silicium, Gravina 1920, pp. 45, 61 sgg.; A. Vinsccia, I monumenti medievali di Terra di Bari, I, Bari 1915, pp. 45-46; II, ivi 1915, pp. 123 e 147; G. Gabrieli, Inventario topografico e bibliografico delle cripte eremitiche basiliane di Puglia, Roma 1936, pp. 39-40; A. Medea, Gli affreschi delle cripte eremitiche pugliesi, ivi 1939,
pp. 59-67, tavv. 14-23; D. Nardone, Documenti inediti di Carlo VIII re di Francia in G., in Iapigia, 13 (1942), pp. 225-32. Parziale Teatisi
GRAVINA, Domenico. - Teologo domenicano, n. a Napoli nel 1547 ca., m. a Roma il 26 ag. 1643. Insegnò in vari conventi, fu promosso maestro in teologia nel 1608. Dal 16 ro professore al Collegio S. Tommaso a Roma, nel 1622 reggente allo Studio di Taranto; fu pure provinciale di Napoli e infine procuratore generale e vicario generale dell'Ordine (1643). Sepolto nella Chiesa della Minerva.
Uno dei più dotti ed illustri domenicani dell'epoca. Lasciò varie opere, la maggiore parte ancora manoscritto. Da ricordare: Catholicas praescriptiones adversus omnes veteres et nostri temporis haereticos, in 12 tomi, di cui editi solo quattro in 7 voll. (Napoli 1619-39). Contro il card. Bellarmino, che nel suo De gemitu calumbae aveva criticato gli antichi Ordini religiosi, scrisse: Vox torturis seu de florenti usque ad nostra temporu.... sacrarum Religionum statu (ivi 1623). Alla risposta di un gesuita (U. Roth), ribatté con Congeminata vox turturis.... iterato occinentis (ivi 1633). Contro l'apostata dalmata Marc'Antonio de Dominis, già vescovo di Segm e arcivescovo di Spalato, pubblicò : Pro sacro fidei catholicae et apostolicae deposito... apologeticus (ivi 1628), e Pro sacrosanto Ordinis sacramento vindiciae orthodoxae (ivi 1634). Scrisse ancora: Ad discernendas veras a faisis visionibus et revelationibus $\beta \alpha \alpha \alpha \dot{v} \sigma \tau \varsigma \varsigma$ haec est lapis Lydyus (2 voll., ivi 1638).
Bibl.: Quétri-Echard, II, pp. 232-34; P. Th. Milante, De viris inlustribus Congregationis S. Mariae Sumitatis, Napoli 1742, pp. 190-99; Arta Capitulorum generalium O. P., VI (Alfonso. Ord. FF. Praed. Hist., 11), ed. B. M. Bauchert, Roma 1902, pp. 106, 152, 341; VII, pp. 50, 139, 140; R. Coulon, s. v. in DThC, VI, coll. 1769-72.
Alfonso D'Amato
GRAVINA, Gian Vincenzo. - Letterato e giurista, n. a Rogiano (Cosenza) il 20 febbr. 1664, m. a Roma il 6 genn. 1718. Avviato agli studi classici dal cugino Gregorio Caloprese, cartesiano, studiò a Napoli anche storia e diritto. Nel 1689 passò a Roma, segretario del card. Pignatelli. Nel 1690 fu tra i fondatori dell'Arcadia e ne dettò le leggi nell'arcalco stile delle XII Tavole : ma dagli altri arcadi poi dissentì sembrandogli troppo superficiale l'indirizzo letterario prevalente, e nel 1711 ne uscì per fondare l'Accademia dei Quirini.
Alternò gli studi letterari con quelli della storia del diritto, né gli furono estranee preoccupazioni specificatamente morali e spirituali, come è testimoniato dall'opuscolo Hydra mystica sive de corrupta morali doctrina (1691, sotto lo pseudonimo di Prisco Censorino Fasi. stico) in cui denuncia i pericoli sia della casistica, sia dell'eresia protestantica. Nel 1699 ebbe da Innocenzo XII la cattedra di diritto civile alla Università di Roma, dopo aver pubblicato lo Specimen prisci iuris (1697) che ne rivelò l'ingegno giuridico; nel 1703 passò alla cattedra di diritto canonico. La sua originalità sta nell'aver reagito contro l'astratto giusnaturalismo di spirito cartesiano, ricollegando il diritto con la storia, con ingegno meno sintetico di quello del Vico, che gli fu amico, ma con magistero immediatamente più chiaro ed efficace; così che può essere considerato precursore e stimolatore del Vico stesso, e una delle fonti del Montesquieu. Tali argomenti sviluppò maggiormente nel De ortu et progressu iuris civilis (1701) che diventò, quindi, il primo libro dell'opera definitiva Origimun iuris civilis libri tres (1708).
Nel campo delle lettere la sua opera capitale è la Ragion poetica (1708; v. l'ed. a cura di G. Natali, Lanciano 1920) in cui si riattacca alla poetica aristotelica per reagire contro gli abusi secessititici, ma insistendo sul valore intimamente morale dell'esercizio della letteratura, preannuncia e prepara il clima del rinnovamento letterario del Settecento. Infelici invece sono le sue cinque tragedie (1712), che tuttavia contribuirono a combattere
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la vanità delle tragedie romanzesche, richiamando la tragedia verso la storia : a questo scopo fu più efficace il trattato Della tragedia (1715).
Notevoli sono anche i discorsi che scrisse sul metodo degli studi: De instauratione studiorum (1712) e le lettere inedite a Francesco Pignatelli, vescovo di Napoli, in cui tratteggia gli avvenimenti romani della fine del Seicento.
Bibl.: F. Moffa, G. V. G., Napoli 1907; B. Croce, L'estetica del G., in Problemi di evterica, Bari 1911, pp. 360-70; id., G. V. G. I'illuminante -, in Nuovi soggi sulla lett. ital. del Seicento, ivi 1931, pp. 341-46; B. Barillari, L'estetica di G. V. G., ivi 1937; id., Presctetica e filosofia del diritto in G. V. G., ivi 1937-39. Fausto Montonari
GRAVINA, Pietro. - Cardinale, n. il 16 dic. 1749 a Monte Vago (diocesi di Girgenti), m. il 6 dic. 1830 a Palermo. Studiò presso i Teatini a Palermo e nel Collegio Clementino di Roma e frequentò l'Arcademia ecclesiastica. Referendario dell'una e dell'altra Segnatura, ebbe il governo di Città di Castello, Spoleto, Jesi, Fano ed Ancona.
Nominato arcivescovo titolare di Nicea da Pio VI il 12 sett. 1794, fu inviato nunzio a Laserna; poi nel 1802 a Madrid. Nel 1812 condannò come illegali le disposizioni delle Cortes di Cadice sulla riduzione dei conventi, abolizione della manamorta, ecc., consigliando di regolare di comune accordo con la S. Sede e non unilateralmente le questioni controverse. Soprattutto la soppressione del tribunale dell'Inquisizione determinò un grave conflitto tra il governo ed il nunzio, il quale nel luglio 1815 dovette lasciare Cadice e rifugiarsi in Portogallo. Richiamato nel 1814, dopo il ritorno di Ferdinando VII, il G. rimase a Madrid altri due anni. Creato da Pio VII cardinale del titolo di S. Lorenzo in Pandoperna l'8 marzo 1816, ebbe nel sett. successivo l'arcivescovato di Palermo. Durante la rivoluzione siciliana del 1820 fu presidente della giunta provvisoria di pubblica sicurezza e tranquillità, nonché luogotencnte generale ed appoggiò il governo legittimo.
Bibl.: G. Moroni, Diz. di erudiz. stor.-eccl., XXXII. pp. 78-80: A. Sansone, La ricalazione del 1820 in Sicilia, Palermo 1888, passim: J. Becker, Relaciones diplomaticas entre España y la S. Sede durante el siglo XIX, Madrid 1909, passim: J. Schmidlin, Pugstgeschichte der neuesten Zeit, I, Monaco 1033, passim: S. Furlani, La supresión de la posta de España en Roma en 1816, in Alunaria de historia del derecho español, 18 (1947), pp. 591-629, passim.
Silvio Furlani
GRAVITAZIONE. - I. Generalità. - Nello studio di fenomeni naturali si è, nel corso dei secoli, ripetutamente presentata l'opportunità di ammetter l'ipotesi che corpi materiali possano, o senz'altro debbano, mutuamente attirarsi (e talvolta eventualmente anche respingersi) pur non essendo in contatto o anche essendo sensibilmente distanti. Nette affermazioni in tal senso, che Empedocle, Anassagora e poi Leucippo e Democrito posero a base delle loro cosmogonie, sono ricordate in opere di Platone e di Aristotele, e in queste anche interessantemente avvicinate ai fenomeni di caduta dei gravi in prossimità della superfice terrestre. In questo campo si trova ancora, almeno latente, l'ammissione di una di codeste misteriose attrazioni fino al tempo di Galileo, che, con le sue simultanee scoperte della legge fondamentale della dinamica e della legge della caduta dei gravi, poté finalmente fissarne in modo assai più chiaro il carattere fondamentale. Fu infatti allora provato che la terra, ancor considerata globalmente, come un tutto, in vicinanza della sua superfice attraeva tutti i corpi materiali con una forza atta a imprimere loro una eguale accelerazione (cioè un eguale incremento della loro velocità, approssimativamente eguale a 980 centimetri al secondo, accelerazione che ormai si indica convenzionalmente con la lettera g). Segue immediatamente dalla legge dinamica di Galileo che la forza di attrazione su ciascun
corpo (cioè il suo peso) è necessariamente proporzionale alla sua massa.
Ma malgrado la straordinaria importanza di codesto risultato gal teiano che, assai più dei suoi celebri dialoghi su I massimi sistemi, fu quello che "all'Anglo che tanta ala vi stese - sgombrò primo le vie del firmamento -, non ci si trova ancora innanzi alla nozione e alla legge universale della g. La precisazione di quella nozione e la completa formulazione della sua legge furono prevalentemente opere di Newton.
II. La deduzione newtoniana. - In primo luogo il newtoniano terzo principio della dinamica, affermando l'esistenza, per reazione, di una eguale attrazione del corpo considerato sul corpo terra, stabiliva fra di essi una completa reciprocità. Si poteva quindi senz'altro estendere il risultato di Galileo affermando che "fra due corpi qualsiasi di massa $m$ e $m^{\prime}$ si verifica sempre una atttrazione proporzionale al prodotto $\mathrm{m} \mathrm{m}^{\prime}$ di quelle masse". Però il passo decisivo verso la concezione dell'universalità del fenomeno della g. fu compiuto da Newton solo quando, alla sua mente occupata nella ricerca della causa per cui la luna accompagna la terra nel suo moto nello spazio (nel 1666), balenò l'idea che essa dovesse condatere in una forza attrattiva avvincente reciprocamente terra e luna, della stessa origine e della stessa natura di quella che, in vicinanza della superfice terrestre, avvince terra e qualsiasi corpo materiale, determinandone il peso e, se libero, la caduta con l'accelerazione $g$.
In base al criterio sperimentale galileiano, l'attendibilità di codeste ipotesi poteva venir dimostrata solo dal pieno accordo di tutte le sue conseguenze con la realtà. La luna, per il solo fatto di muoversi intorno alla terra su un'orbita approssimativamente circolare, è necessariamente sottoposta a una accelerazione centripeta, che la cinematica, già allora sufficentemente costituita, permetteva senza difficoltà di calcolare in base alla sua distanza D dal centro della terra e al suo periodo di rivoluzione T; due grandezze già allora note con sufficente esattezza. Codesta accelerazione centripeta risultava eguale a 0,272 centimetri al secondo, cioè 3600 volte più debole di quella su corpi materiali alla superfice della terra. Per l'attendibilità dell'ipotesi newtoniana la forza attrattiva della terra su qualsiasi corpo situato alla distanza D dal suo centro avrebbe dovuto avere quello stesso valore.
A questo punto sorse una notevole difficoltà: i principi fondamentali di Galilei-Newton avevano permesso, data l'esistenza di una forza attrattiva fra due masse, di affermare che essa doveva essere proporzionale al loro prodotto; però nulla dicevano circa la dipendenza di tale forza dalla loro distanza. Ma anche qui Newton genialmente supplì con altre due ipotesi, che poi avrebbero dovuto a posteriori risultare in pieno accordo con l'ipotesi primitiva. In quel tempo era opinione assai diffusa che l'intensità di fenomeni che potessero considerarsi emanati simmetricamente da un centro (come, p. es., la luce da una sorgente puntiforme) dovesse attenuarsi proporzionalmente alla superfice sferica che raggiungeva, e quindi proporzionalmente al quadrato della distanza da quel centro. In tal caso, se anche l'emanazione non avvenisse dal solo centro, ma da strati sferici simmetrici intorno ad esso, l'effetto in un punto esterno doveva essere eguale a quello che si avrebbe avuto se tutta l'emanazione provenisse da quel centro. Cosi, supposte le masse della terra distribuite simmetricamente intorno al centro, Newton poté impostare i suoi calcoli come se tutta la massa terrestre fosse condensata nel suo punto centrale. Allora, indicando con R il raggio terrestre, e data la legge ammessa relativamente all'effetto della distanza, le forze e quindi la accelerazioni alle distanze R e D dovranno soddisfare la condizione $F$ in R: $F$ in D $=D^{2}: R^{2}$. Ma essendo l'accelerazione alla superfice della terra a in $\mathrm{R}=980$ e quella alla distanza della luna a in $\mathrm{D}=0,272$ centimetri al secondo e quindi a in R a in $\mathrm{D}=3600$, segue che il rapporto $\mathrm{D} / \mathrm{R}$ dovrebbe esser eguale a 60 , ossia che la distanza della luna dovrebbe essere eguale a 60 R . Ma allora, per l'inesatta conoscenza
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di R, la si riteneva di soli 56 R . L'ipotesi di Newton non risultava quindi in sufficente accordo con l'apparente realtà.
Ma nel 1683 fu resa nota la nuova e più rigorosa misura dell'arco di meridiano e