ions préhelléniques, Parigi 1948 (un II vol. sullo religione della G. classica è in preparazione), con ricchissima bibl.; M. P. Nilsson, Religiosità greca, trad. it., Firenze 1949; id., Minoan Mycenaean religion and its survival in Greek religion, 2 r ed., Lund 1950. Mario Camozzini
IV. Storia civile dal cristianesimo ad oggi.
I. Epoca imperiale. - Dal principio dell'era imperiale la G., devastata nel suo territorio, dove si erano combattute le ultime battaglie della Repubblica (Farsalo, Filippi, Azio), decimata nella popolazione, impoverita nelle ricchezze (Strabone nel I. VIII della Geografia ne fa una descrizione pietosa), poté salutare la sua restaurazione con l'avvento di Augusto all'Impero. Questi nel 27 a. C. staccò il Peloponneso dalla Macedonia, ricostituì le amministrazioni locali, specialmente quelle che avevano significato panellenico, come l'anfizionia di Delfi, e ne costituì di nuove, come quella propria delle popolazioni dell'Acaia, con sede in Argo, con a capo un * elladarca ", quasi risurrezione simbolica dell'antica lega Achea; e richiamò in vita il tribunale dell'Areopago, sostituendo però l'elezione alla scelta per sorteggio.
Fu criterio di Roma di largheggiare nelle autonomie locali, accentrando però in mani imperiali il
governo generale del paese, il cui titolare era di nomina senatoria. Atene, Sparta e Rodi godevano il privilegio di città libere, esenti cioè dal controllo del governatore romano.
Durante i primi due secoli dell'Impero la storia della G. non presenta fatti degni di rilievo. La vita del paese è tutta presa dagli affari dell'amministrazione e dalle ambiziose gare municipali, chiusa nel ricordo del glorioso passato, aliena dal partecipare con i suoi uomini al governo dell'Impero, anche quando l'editto di Caracalla concesse pure ai Greci la cittadinanza romana. La grecità è sentita soprattutto nella celebrazione dei giuochi olimpici, tradizionale simbolo di panellenismo, che fin dal 776 a. C. furono sempre celebrati (servendo anche, dal sec. iv in poi, a fissare il calcolo del tempo) fino al 393 d. C., quando Teodosio I ne proibì l'ulteriore celebrazione.
Neppure dal punto di vista religioso, salvo Corinto distrutta da Silla e riedificata da Cesare mediante l'afflusso di coloni stranieri, vi fu compenetrazione tra l'elemento latino ed il greco, nonostante la simpatia che gli imperatori dimostrarono per la G. Claudio (m. nel 54) imbevuto di ellenismo non le lesinò la sua simpatia; Nerone (m. nel 68) vi raccolse facili allori; Adriano (m. nel 138) dimorò a lungo in Atene, nel 131 consacrò il nuovo Olympicion e fondò nella città un'assemblea comune (sinedrio) dei Greci attorno al tempio da lui costruito a Zeus Panellenio, con annesso culto imperiale, collegio sacerdotale, feste e giuochi.
Ma nel sec. III, durante la crisi dell'Impero, comincia a turbarsi la tranquillità della regione. Sotto Decio (m. nel 245) i Goti ne minacciano le frontiere, tanto che sotto Valeriano (m. nel 260) si dovettero elevare le mura di Atene e nel 267 , sotto Gallieno (m. nel 268), la città fu occupata da Goti ed Eruli, ricacciati dal generale greco Dexippo. Nel 396 si presenta di nuovo dinanzi ad Atene Alarico che non l'assale perché atterrito dalla statua di Athena Prómachos dominante dall'Acropoli, ma distrugge il santuario di Eleusi (395) e devasta il Peloponneso, da cui Stillicone lo ricaccia.
L'ordinamento provinciale stabilito da Augusto durò fino alla riforma di Diocleziano, il quale assegnò la G., sotto il nome di Acaia, al prefetto del precetto dell'Illirico. Unica superstite del classicismo rimase l'Università di Atene, fedele al platonismo tradizionale sempre vivo pur nella sua interpretazione neoplatonica, ostile al cristianesimo. La sua chiusura, ordinata da Giustiniano nel 529, segnò la morte del paganesimo culturale in G.
II. Medio evo. - Sotto la dominazione di Bisanzio, che, iniziata con la fondazione di Costantinopoli (530), assume il suo aspetto specifico con Giustiniano (527-65), la posizione della G. passa in sottordine. In forza della divisione in themi che tradusse in atto nelle varie province dell'Impero la situazione già da lui stabilita per gli esarcati di Ravenna e di Africa - per la quale venne di nuovo riunita nella mano di uno stesso governatore (stratego) l'amministrazione civile e militare che Diocleziano aveva affidato a due funzionari diversi - la provincia di Acaia fu abolita e sostituita da due circoscrizioni : 1. Ellade, che comprendeva l'Attica, la Beozia, la
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Focide, la Locride e la Tessaglia, con Tebe per residenza dello stratego; 2. Peloponneso, con sede a Corinto.
Le invasioni dal nord di Vandali (467-77) e di Slavi (549, 588) nel Peloponneso, dove questi ultimi finirono per insediarsi definitivamente, alterarono la composizione etnica della popolazione, per quanto i Greci, con la loro superiore cultura, riuscissero ad assorbire il preponderante elemento elavo. Le antiche città sono ridotte a villaggi e il latifondo si estende sulle terre già coltivate. Questo tristi condizioni del popolo greco finiscono per sfociare in una aperta ribellione, presto domata, che scoppia in Atene nel 727, quando Leone III Isaurico iniziò la lotta iconoclasta. Né cessarono qui le tribolazioni della G. perché nel 746-47 una grave pestilenza spopolò Atene, continue lotte dovette il paese sostenere per arginare la progressiva invasione degli Slavi nel territorio; le incursioni che gli Arabi musulmani, insediatisi dall'823 a Creta, compivano nelle isole e sulle coste della G.; l'invasione dei Bulgari che Basilio II, detto perciò il Bulgaroctono, sconfisse nel 1018 presso Atene e il saccheggio che Ruggero II di Sicilia nel 1147-49 operò in Acarnania e in Etolia, occupando i due centri commerciali di Corinto e Tebe.
L'espugnazione di Costantinopoli da parte della IV Crociata (1204) portò un profondo rivolgimento nella situazione della G. alla quale i condottieri latini, specialmente di Francia, occupandola, applicarono il sistema feudale. Sorsero così il principato di Morea retto dalla dinastia di Goffredo di Villehardouin, il ducato di Atene che passò da Bonifacio III di Monferrato a Ottone de la Roche, a Gualtieri di Brienne e da ultimo agli Acciaioli di Firenze. Né sono da dimenticare le relazioni, sia commerciali sia politiche, che a causa dell'importanza della sponda adriatica il mezzogiorno d'Italia mantenne sempre con la G.; onde si può ben dire che la catastrofe di Costantinopoli nel 1453 fu catastrofe non solo dei Greci ma anche della latinità estromessa, con la sua cultura occidentale, dalla regione.
I Turchi Ottomani di Maometto II conquistarono Costantinopoli nel 1453 e nel 1456 s'impadronirono di Atene. La G. fu divisa in sei distretti organizzati militarmente: Morea, Beozia e Attica, Tessaglia, Etolia e Acarnania, Epiro, Eubea. Così la sua unità territoriale veniva ricostituita e il paese sotto il regime turco poté godere di una pace misera ma effettiva. Questo tuttavia non apportò nessun miglioramento civile perché il governo ottomano, modellato su quello proprio delle orde nomadi, fu come accampato nei territori occupati, governando con la legge del deserto, ignaro dell'amministrazione civica. Durante questi lunghi secoli di regime ottomano non vi sono eventi politici interni da registrare, salvo la progressiva occupazione, in danno dei Veneziani, dell'Eubea (1470), di Lepanto, Ciorone, Modone, Navarino (1499-1501), cioè di quasi tutta la G., da parte dei Turchi.
Le ostilità tra Veneziani e Turchi, nonostante le paci del 1503 e del 1573 , continuarono sempre finché nella lunga guerra dal 1645 al 1669 i Veneziani perdettero dopo una eroica resistenza l'isola di Candia e in quella dal 1685 al 1689 il Peloponneso. Fu durante questa guerra che il Partenone, dai musulmani adibito a polveriera, andò quasi distrutto per una bomba lanciata dai Veneziani di Francesco Morosini (27 sett. 1687). Con l'aiuto dell'imperatore Leopoldo I il Morosini poté di nuovo impadronirsi del Peloponneso il cui possesso gli fu confermato dalla pace di Carlowitz (1699), ma per pochi anni, perché nel 1718, per la pace di Passarowitz, passò di nuovo ai Turchi, senza rimpianto dei Greci che dichiaravano preferire il Sultano ai Veneziani e il patriarca greco di Costantinopoli al papa latino di Roma.
III. L'Imppendenza nazionale. - La Rivoluzione Francese provocando ovunque il sorgere dei nazionalismi, oltre a quelli dei Serbi, Bulgari, Rumeni della penisola balcanica soggetta al turco, suscitò anche quello della G. incoraggiata (qui come presso le altre popolazioni citate) dalla Russia che da Pietro il Grande in poi si è sempre sentita la naturale protettrice delle popolazioni ortodosse.
L'opposizione a questo moto di liberazione veniva dall'Austria di Metternich, contrario, in nome dei principi della Santa Alleanza ad ogni spirito di nazionalismo che, qualora avesse prevalso, avrebbe finito per sgretolare, come poi avvenne di fatto, lo stesso Stato austriaco; ma veniva platonicamente incoraggiato dalla Russia che sosteneva le associazioni segrete (eterie) ed accoglieva nelle file dell'esercito e negli uffici civili i Greci profughi dalla Turchia; e più efficacemente dall'Inghilterra che, scoppiata l'insurrezione, inviò in appoggio la sua flotta. La rivoluzione scoppiò a Jassy per iniziativa di Alessandro Ipsilanti, aiutante di campo dello zar Alessandro I, e si sviluppò in Acaia sotto la guida di P. Mauromikali e T. Colocotroni, con la benedizione dell'arcivescovo di Patrasso, che innalzò nelle mura di Calavrita la bandiera dell'insurrezione e con l'azione efficace di M. Bötzaria e degli ammiragli Canaris e Misiùlis.
Primo effetto dell'insurrezione fu la riunione a Epidauro, il $1^{\circ}$ genn. 1822, di un'assemblea degli insorti che proclamò l'indipendenza della G. ed elesse un consiglio di cinque membri e un senato di 39 membri presieduto da Demetrio Ipsilanti, fratello di Alessandro. Mentre le potenze accoglievano con freddezza l'appello degli insorti, illustri liberali europei accorsero volontari all'appello: basti ricordare lord G. Byron, caduto poi a Missolungi, e Santorre di Santarosa, caduto a Sfacteria. La G. intanto, a sopire le discordie interne, aveva instaurato un regime dittatoriale sotto il corfoita conte Giovanni Capodistria (1827), già ministro alla corte dello zar Alessandro I, ben presto ucciso (1831) per il suo contegno autoritario.
In difesa del Sultano si -chierò il valore d'Egitto Mehemet Ali, nominato per l'occasione pasciá di Morea, il quale mandò suo figlio Ibrahim ad occupare Navarino, Tripolitza e Missolungi (1827). Le tre potenze interessate agli avvenimenti (Francia, Inghilterra e Russia), interposero la loro mediazione, ma Ibrahim, dopo averla accettata, non volle sottostare alle condizioni di armistizio e allora la flotta inglese entrata in azione annientò quella egiziana ottenendo cosi la liberazione della G. dai Turchi. Il Trattato di Adrianopoli (sett. 1829) confermato dalla Conferenza di Londra (1830) riconobbe l'indipendenza della G. entro i limiti dell'Ellade, Peloponneso, Eubea e di alcune isole dell'arcipelago, fissando a nord il confine secondo una linea, dal golfo di Volo a quello di Arta, che escludera le popolose province di Epiro, Tessaglia, Macedonia, nonché le grandi isole di Creta, Rodi, Samo e Chio.
La corona del nuovo Regno fu offerta al principe Leopoldo di Sassonia-Coburgo e avendo questi rifiutato fu offerta a Ottone, secondogenito di Luigi di Baviera, che fece il suo solenne ingresso a Nauplia, capitale provvisoria, nel 1833 e fissò ad Atene la capitale del Regno. A causa del suo sistema di governo, troppo accentratore alla tedesca, scoppiò nel 1862 una rivoluzione che persuase Ottone a ritornarsene in Baviera. Gli successe il principe Giorgio di Danimarca, favorito dall'Inghilterra, la quale per l'occasione cedette alla G. le isole Ionie (1864) che deteneva dal 1815 .
La nuova Costituzione che dava alla monarchia un carattere democratico, in quanto la sovranità del popolo vi era riconosciuta attraverso il sistema parlamentare, andò in vigore nel 1864.
Sotto il regno di Giorgio I la G. migliorò la sua condizione interna; grazie alle due guerre balcaniche aumentò il suo territorio con la conquista di Salonicco fatta dal diadoco Costantino, salito al trono (come XII di questo nome, per riannodarsi all'ultimo dei Paleologi caduto sotto le mura di Bisanzio nel 1453) dopo l'assassinio del padre a Salonicco (1913). Ma la prosperità raggiunta fu annullata dalle vicende della prima guerra mondiale a cui il crerese Venizelos volle che la G. partecipasse, contro il parere del Re che voleva la neutralità, e che dovette andarsene in esilio (1917) da cui fu richiamato, in seguito a un plebiscito, nel 1920. Ma la sconfitta, infittagli dai Turchi in Asia Minore (1922), costrinse Costantino XII a un'abdicazione definitiva nel 1922. Gli successe, essendo premorso Alessandro I (che regnò dal 1917 al 1920), l'altro figlio Giorgio II che, in seguito alla rivoluzione repubblicana capitanata dal Plastiras, dovette abdicare nel 1924.
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Il regime repubblicano durò fino al 1935 quando l'Assemblea nazionale, con uno schiacciante plebiscito, richiamò Giorgio sul trono. L'equilibrio instabile dei partiti persuase il nuovo presidente del Consiglio Metaxàs ad assumere un atteggiamento dittatoriale. Gli eventi, intanto, coinvolgevano il paese nella seconda guerra mondiale: attacco alla G., muovendo dall'Albania, da parte di inadeguate forze italiane delle quali ebbe ragione l'abile difesa del generale Papagos (1940-41); intervento della Germania in G. (1941); sbarco degli alleati anglo-americani (1944); intiro del re Giorgio in Inghilterra; reggenza dell'arcivescovo Domaskinos (1945); sanguinosa guerriglia fra il fronte nazionale (Elam) e l'esercito popolare (Elas) di liberazione ossequiente ai Soviet, sotto la guida di Markos; plebiscito istituzionale (1946) che vota il ritorno del Re. Questi muore nel 1947 e gli succede il fratello Paolo II. Dopo la cessione alla G. delle isole del Dodecanneso (1946), un trattato di antici. zia tra l'Italia e la G. viene firmato a S . Remo il 5 nov. 1948.
BibL.: per la storia della G. medievale v. la bibliografia alla voce
GR ENTE. IMPERO SOMAND di, Storia. - Per la G. moderna: Fr. Ch. Pouqueville, Hist. de la régénération de la Grèce, Parigi 1826; G. G. Gervinus, Risorgimento della G., 3 voll., Milano 1863-64; G. F. Hertzberg, Gesch. Griechenlands seit dem Absterben des antiken Lebens bis zur Gegenwart, Gotha 1876-78; F. Gregorovius, Gesch. der Stadt Athen im Mittelalter, 2 voll., Stoccarda 1889; W. Miller, Greece, Londra 1928; J. Ancel, Pongios et nations des Balkans, Parigi 1930, pp. 19. 98, 109, 127, 183; G. Zoras, Nel primo centenario della costituzione del Regno ellenico, in L'Europa orientale, 13 (1923), p. 106 sgg .; id., La restaurazione monarchica in G., ibid., 16 (1936), p. 177 sg.; M. Vasmur, Die Slaven in Griechenland, Berlino 1941. Nicola Turchi
V. Storia ecclesiastica.
I. Dagli inizi del cristianesimo fino al sec. xx.1. Età apostolica. - La Bibbia ebraica chiama i greci Jâvơn ("Ioni»). Jâwân era un discendente di Iapheth; Settanta ('I 6000 'v) e Volgata (Iavan) ne trascrivono il nome nelle genealogie (Gen. 10, 2. 4; I Par. 1, 5. 7); altrove lo traducono "E $\lambda \lambda \eta \nu \varepsilon \varepsilon$ e Graeci, o 'E $\lambda \lambda \dot{\alpha} \varepsilon$ e Graecia. In assiriaco si diceva Jâmna, Jâmann, Jâvvanu ("Ioni»). In Is. 66, 19 Jahweh promette che farà giungere gli Israeliti fino ai Greci e alle "isole». Ez. 27, 13.19 e Ioel 3, 6 (ebr. 4, 6) parlano del commercio di schiavi, vasi e metalli che i Tiri facevano con i Greci. Dan. 8, 21 sgg. e 11, 2 descrive la potenza dell'ariete o Alessandro «re dei Greci» (" primo re dei Greci»: I Mach. 1, 1; 6, 2). Anche i Seleucidi sono "re dei Greci" (Dan. 10, 20; Zach. 9, 13; I Mach. 1, 11; 8, 18: contro essi i Giudei chiedono aiuto ai Romani, che li liberino dal "giogo dei Greci ").
Le prime relazioni politiche tra Giudei e abitanti della G. propriamente detta ebbero luogo (I Mach. 12, 20-23) sotto il re di Sparta Areios I (309-265 a. C.) e il sommo sacerdote Onia I (325-300) o II (ca. il 265). Ionathan Maccabeo ( $168-142$ a. C.) si richiama a un'antichissima parentela tra Spartani e Giudei (I Mach. 12, 6. 21; 14, 20; 16. II Mach. 5, 9, e Fl. Giuseppe, Antiq. Iud., XIV, 10, 22); Simone (142-134) rinnovò l'alleanza su desiderio di Sparta (I Mach. 14, 16-23).
Nel periodo " greco" o "ellenistico", iniziatosi dopo la conquista d'Alessandro Magno (m. nel 323 a. C.), la Palestina, dopo un breve periodo di governo tolemaico, fu sotto l'Impero "greco" dei Seleucidi re di Siria. Si
diffusero allora tra i Giudei, specie sotto Antioco IV (v.), i costumi pagani dei " Greci ", nonostante la resistenza dei nuclei fedeli (II Mach. 4, 15; 9, 24); ebbero corso la lingua ellenistica e le monete greche (v. DOHAMMTA; DRAAMMA). Alla l'intentro del giudaismo con l'ellenismo (v.) ebbe luogo principalmente ad Alessandria (v.), ed ebbe poi altri focolai a Antiochia, Cirene, Smirne. Per i Giudei detti "ellenisti", perché di lingua greca, diffusi nella diaspora (v.), furono fatte le versioni greche della Bibbia, la più antica e importante delle quali è detta dei Settanta; si sviluppò inoltre un'importante letteratura giudeo-ellenistica, il cui principale esponente fu Filone (v.). Al tempo della predicazione apostolica, la G. propriamente detta era la provincia romana di Acaia. Conquistata nel 146 a. C., fu dapprima aggregata alla Macedonia; fu elevata a provincia senatoria da Augusto nel 27 a. C., con capoluogo Corinto (v.) "totius Graeciae lumen" (Cicerone, Pro lege Man., 5). Dell'Acaia, distinta dalla Macedonia (Act. 20, 2), era proconsole Gallione (v.; Act. 18, 12) quando giunse a Paolo, fuggitivo da
Tessalonica, ad Atene e Corinto. Vi prosperavano comunità giudaiche e sinagoghe (Act. 18, 1-4); l'Apostolo vi introdusse il cristianesimo.
I libri del Nuovo Testamento menzionano numerosi Giudei ellenisti a Gerusalemme (Act. 6, 1; 9, 29) : $\varepsilon \lambda \lambda \eta-$ vicTg (da $\varepsilon \lambda \lambda \varepsilon \alpha \hat{\varepsilon} \varepsilon \varepsilon \nu$ " " vivere come i Greci " o " parlare greco"), tradotto dalla Volgata (a torto) Graecus, è il giudeo che parla greco (Act. 21, 37-39) perché nato o domiciliato nel mondo di lingua e cultura ellenica. Il termine "E $\lambda \lambda \eta \nu$ (Volg. Graecus) equivale nel Nuovo Testamento a "pagano" (Io. 7, 35; Act. 11, 19; 14. 1; 18, 4; Rom. 1, 14. 16; 2, 9 sg.; 3, 9; Gal. 3, 28) in opposizione a 'Iou8aĩos; oi "E $\lambda \lambda \eta \nu \varepsilon \varepsilon$ equivale a $\cdot \bar{a} \varepsilon \theta \nu \eta$ (cf. Act. 13,47 ), con esplicito riferimento al mondo culturale grecoromano. La civiltà e la potenza greco-romana s'identificava infatti con il paganesimo (I Cor. 1, 22-24). Ma nel cristianesimo, tolta ogni distinzione all'infuori della fede in Cristo, non vi è più distinzione tra Giudei e Greci (Rom. 10, 12; Gal. 3, 28), né tra Greci e barbari (Rom. 1, 14; Col. 3, 11). La G. fu il focolaio donde si diffuse la civiltà nel mondo ("oikoumène") antico. Il suo pensiero filosofico e religioso contribuì indirettamente e più spesso negativamente, a preparare l'umanità al messaggio cristiano universale e personale. A.-J. Festugière espone, in ricca sintesi, le correnti profonde, non di rado esoteriche, che rivelano il travaglio soggiacente all'irrequieta indagine greca intorno a Dio, all'anima, al cosmo, al tempo della comparsa del cristianesimo.
La fede portata da s. Paolo in G. vi si sviluppò rapidamente. S. Clemente Romano (sec. I) vi suppone comunità numerose. Molti vescovi vi erano già nei primi tre secoli. Atene ridiventò il centro dell'erudizione per l'Occidente; l'Accademia pagana vi fu chiusa solo nel 529. Dal tempo di Costantino la maggior parte dell'antica G. passò alla prefettura dell'Illirico; da Valentiniano I la G. fu unita alla prefettura d'Italia; nel 379 passò di nuovo all'Impero romano d'Oriente.
Bibl.: J. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Testamento, trad. it., IV, Torino 1914, pp. 205-1v; M.-J. Lagrange, Le judaïsme avant Jésus-Christ, Parigi 1931, pp. 35-46; H. Windisch, "E $\lambda \lambda \eta \eta$, 'E $\lambda \lambda \varepsilon \varepsilon$... in Theologische Wörterbuch zum Neuen Test., II 11933, ristampa 1950), pp. 501-14. Sulla mentalità religiosa greca in rapporto al messaggio cristiano: A.J. Festugière, L'idéal religieux des Grecs et l'Evangile, Parigi 1933; id., La
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révélation d'Hermès trisméciste, I. L'astrologie et les sciences occultes, ivi 1948: II, Le Dieu cosmique, iv: 1949, cui segatranno, III. Les doctrines de l'âme, e IV. Le Dieu inconnu et la gnose: cf. M. P. Nilsson, Religiosità greca, trad. it., Firenze 1949.
Antonino Romeo
2. Età subapostolica. - Lo sviluppo successivo esterno della Chiesa greca si manifesta nella partecipazione dei suoi vescovi ai concili ecumenici. Già nel Concilio di Nicea (325) sono presenti 405 vescovi della Macedonia e della Tessaglia, 3 dell'Acaia, 4 delle isole. Nel Concilio di Efeso (431) si nota la presenza di 5 vescovi della Macedonia e della Tessaglia, di cui uno rappresentava anche il vescovo (vicario papale) di Salonicco, del metropolita di Corinto con 6 suffraganei, del metropolita dell'Epiro vecchio con 2 suffraganei, e del metropolita di Rodi con 4 suffraganei. Nel VII Concilio ecumenico (787) si trovano i sinodali della G., cioè il metropolita di Salonicco, quello di Gortina con 9 suffraganei, i 5 vescovi delle isole di Corfu, Zante, Cefalonia, Egina, Lemno, il metropolita di Nicopoli (Epiro) ed altri 3 vescovi del Peloponneso e di altre regioni greche.
L'intera organizzazione ecclesiastica dell'Illirico orientale a cui le diocesi della G. erano incorporate, eccettuati però i vescovati della metropoli di Rodi, comprendava alla fine del sec. IX ed anche più tardi una sessantina di diocesi. Tale sviluppo era dovuto almeno in grandissima parte alla concordia con la Sede Romana a cui quelle diocesi appartenevano di diritto ed anche di fatto fino al 732; ai sacrifici fatti nelle prime persecuzioni dai martiri come Dionigi, Publio, Leonida, Cirillo di Creta, Demetrio, Isidoro, i Dieci di Creta; alla teologia apologetica e do zmatica insegnata dagli apologeti Aristide ed Atenagora, dal maestro Teodoro, il futuro arcivescovo di Canterbury, da Andrea di Creta, da Giuseppe di Salonicco fratello di s. Teodoro Studita, e dai futuri apostoli degli Slavi, i ss. Cirillo e Metodio provenienti da Salonicco; allo zelo e al buon esempio di Nicone Metanoeite (m. nel 998) e dei fondatori di celebri monasteri, Luca (m. nel 946), Atanasio Atonita (m. nel 1000; v. ATHOS), e Cristodulo di Patmos (m. nel 1093). La separazione di Bisanzio dalla Chiesa cattolica (v. costantiriopoli, I, Il patriarcato) trascinò la Chiesa greca nella stessa triste sorte. I due Concili ecumenici di Lione (1274) e di Firenze ed altri molti tentativi dei papi ebbero soltanto un successo temporaneo. Anzi dopo il rifiuto dei tentativi d'unione crebbe spesso l'odio contro la Chiesa cattolica come viene dimostrato da tanti scritti dei controversisti greci. Nel sec. xiv poi la nuova eresia del palannismo, propagata da Gregorio Palamas, metropolita di Salonicco, e dai suoi seguaci e successori Nilo e Nicola Cabanilas, aggiunge un grave ostacolo all'Unione. La dominazione latina che dal sec. xili abbracciò molte parti della G. moderna, giovò poco all'Unione, risultò anzi spesso, per i metodi usati dai governi, un vantaggio dei dissidenti benchè i loro vescovi non fossero ammessi ufficialmente nelle loro sedi. Quando cessò la dominazione dei Latini, si poterono meglio constatare i gravi detrimenti patiti dalla Chiesa cattolica specialmente a cagione dei matrimoni misti. Un esempio caratteristico viene offerto da Creta, occupata dal sec. xili fino all'a. 1669 dai Veneziani; ivi ebbero origine i patriarchi più avversi alla Chiesa cattolica come Melezio Pegas e Cirillo Lukaris. Sotto la dominazione turca, la gerarchia greca poté di nuovo riorganizzarsi. Tuttavia la sua cultura ed il suo influsso non erano certamente floridi, principalmente a cagione della triste situazione dei loro patriarchi. Proprio in quei tempi, come si vedrà sotto, la Chiesa greca dissidente chiese ed accettò ben volentieri i servizi dei missionari cattolici e della Sede Romana. Non si vuole però negare che anche in quei tempi, particolarmente per aiuto di benefattori "ortodossi», dell'estero, furono istituite scuole, ad es., al Monte Athos, ad Atene, Chios, Patmos, Janina, Missolungi, nelle isole Ionie, ecc.
Dopo la liberazione dai Turchi il governo greco promosse le scuole elementari e medie e nel 1837 fondò l'Università di Atene con una facoltà di teologia. Certamente la Chiesa greca trasse da queste istituzioni dello Stato parecchi vantaggi ma anche detrimenti a cagione della statolatria liberale dei governanti d'allora. La Chiesa greca stessa patì una trasformazione, in quanto il governo liberale, col consenso di un'assemblea di vescovi, proclamò nel 1833 l'indipendenza della Chiesa greca dal patriarcato bizantino. Seguirono altri fatti di importanza capitale, come la soppressione di molti vescovati e di molti monasteri maschili e femminili. Su queste ed altre difficoltà v. atene, arcidiccesi di.
Gregorio XVI, nel difendere sicchuamente i principi religiosi nelle leite interne della G. (prima metà del sec. xix), ha certamente reso servizi alla causa della santa libertà contro la statolatria. Egli istituì la delegazione apostolica. Nella seconda metà del sec. xix continuò l'influsso dei protestanti cominciato già prima; anche il fatto che molti professori di teologia si fossero formati nelle università tedesche, particolarmente presso maestri pretestanti, ebbe effetti poco salutari. Le lettere encicliche di Pio IX e Leone XIII che inviavano i dissidenti all'Unione trovarono in G. forte opposizione anche nella stampa. Non mancò però anche in giorni tristi la fiducia dei genitori "ortodossi" che afficlavano i loro figli agli istituti cattolici tenuti da religiosi e da suore.
II. La Chiesa cattolica, dal sec. xili al sec. xx. - Papa Innocenzo III crcò nel 1209 l'arcivescovato latino di Atene con il sedi suffraganee. Altri vescovati latini furono eretti verso lo stesso tempo in Creta ed altrove. Anzi la G. di allora presentava una grande organizzazione ecclesiastica. Furono lasciati in carica quei pochi vescovi che prestarono il giuramento di obbedienza al Papa e ai suoi rappresentanti. Accorsero in aiuto delle anime anche religiosi occidentali.
Così il monastero di Daphni venne nelle mani dei Cistercensi. I Domenicani, Francescani ed altri religiosi fondarono residenze nella G., soprattutto in Creta. Ma le conversioni dei Greci non furono numerose. La dominazione latina non meno gli abitanti indigeni alla fede cattolica dei loro padroni. Non fu colpo della Chiesa che parecchi dei signori ed anche qualche ecclesiastico non fossero di condotta esemplare. Felice fu l'iniziativa promossa, soprattutto dopo il Concilio di Firenze, di attrarre soavemente i dissidenti alla Chiesa cattolica per mezzo di sacerdoti cattolici di rito greco: anzi forse la causa principale dello scarso risultato dell'apostolato cattolico nei secoli precedenti fu appunto il latinismo. In Creta, in Metone e in Corone si formarono forti gruppi di cattolici sotto sacerdoti di rito greco. Il vescovo cattolico di rito greco Giuseppe che prima portava il nome di Giovanni Plusiadeno, fu un valente scrittore ed esemplare prelato, morto presso il suo gregge nell'espugnazione di Metone nel 1500 . I cardd. Bessarione ed Isidoro di Kiev sostenevano col loro autorevole influsso i cattolici di rito bizantino. Nel sec. xvir molti prelati dissidenti della G. indirizzarono lettere alla Curia romana chiedendo aiuto; lo stesso fecero i monasteri greci dell'Athos, Nea Mone (Chios) e Patmos. La S. Sede fu benigna e caritatevole verso tali suppliche, benché qualche volta si mostrasse restia in conseguenza di alcune tristi esperienze fatte con gli Orientali. Furono ottenute anche conversioni di prelati dissidenti; alcuni nondimeno non perseverarono. In ogni caso l'apostolato dei missionari cattolici nella G. trovò spesso fiducia presso gli «ortodossi». Le scuole dei Gesuiti, Cappuccini e Lazzaristi furono frequentate da non pochi figli di genitori dissidenti. Quando nel sec. xix iniziò un rigoglio di fondazioni ca-
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ritatevoli ed educative con tutte le attrezzature moderne in Atene, nel Pireo, a Salonicco, in Creta, a Chios, a Naxos, a Syros, a Santorino, a Tinos, a Corfú ed altrove, i genitori "ortodossi " mostrarono grandissima fiducia verso queste scuole e verso altre istituzioni del genere. Cosi è rimasto fino ad oggi benché non siano mancati nel decorso dei tempi attacchi contro le opere cattoliche. Per il contributo culturale dei cattolici greci nell'Occidente, v. collegi ecclesiastici (IX. Greco, Pontificio).
Bibl.: G. Chassiotis, L'instruction publique chez les Grecs depuis la prise de Constantinople par les Turcs jusqu'à nos jours, Parisi 1881; V. Laurent, La liste épiscopale du syvadicon de Thessalonique, in Echos d'Orient, 32 (1933), pp. 300-10; Chryx. Papadopulos, "E $\lambda \lambda \eta \gamma \omega \eta$ Eox $\lambda \eta \eta \tilde{\alpha}$, in $\mathrm{R} \alpha \gamma \omega \dot{\eta}$ "E $\lambda \lambda \eta \gamma \omega \eta$ "Egoox $\alpha \lambda \alpha \alpha \alpha \dot{\alpha} \theta$ в, X (1934), pp. 657-86; G. Hofmann, Vescovodi cattolici della G.: I. Chios: II. Tinos: III. Syros: IV. Naxos: V. Thera (Santorino), Roma 1034-41 (cf. Orientalia Christiana, 34 [1934, 1]; Orientalia Christiana analoeta, 107 [1936]; 112 [1937]. 113 [1938]. 130 [1941]); id., La Chiesa cattolica in G. (1600-1830), in Orientalia Christiana periodica, 2 (1936), pp. 164-90, 395-436; C. Silva-Tarouca, Epistalarum Romanarum pontificum ad vicarius per Illyricum abireque episcopos collectio Tims. subniscensis (Tistus et documento, series thenlogica, 23), Roma 1937; H. Guizotiniuni, History of Chios, edita da Phil. P. Argenti, Cambridge 1943; G. Hofmann. Papa Gregorio XVI e la G., in Gregorio XVI. Miscellanea commemorativa, II, Roma 1948, pp. 135-57; E. Deleuzgin, Les pailleellines et la guerre de l'indépendance, 138 Lettres inidites de 7. Orlando et A. Louriotis, Atene 1949.
Giorgio Hofmann
III. Nel sec. xx. - La Chiesa « ortodossa * greca ha ricevuto una nuova Costituzione nel 1940. Fino al 1923 era stata governata da un Sinodo permanente di 5 membri presieduto dall'arcivescovo di Atene. Lo Statuto del 1923 sostituì questo Sinodo con un altro composto da tutti i vescovi, lasciando all'arcivescovo di Atene il disbrigo degli affari ordinari. Questo ordinamento durò fino al 1925. Un nuovo Statuto costitui nel 1931 un'Assemblea generale di tutti i vescovi da radunarsi almeno ogni 3 ar ni e un Sinodo permanente di 8 membri. Lo Statuto del 1940 ritenne questi due organi, soltanto ridusse a 6 i membri del Sinodo ai quali affidò il compito dell'elezione dei nuovi vescovi da farsi mediante la presentazione di 5 candidati al governo, che ne avrebbe poi scelto uno. Furono soppresse alcune diocesi ed altre fuse insieme, cosicché risultarono 65 diocesi e l'arcidiocesi di Atene, sottomesse al Sinodo di G., mentre la provincia di Creta, soggetta al patriarca bizantino, numera un metropolita e 7 vescovi suffraganti.
Nel 1938 l'arcivescovo Crisostomo Papadopulos fu sostituito alla sua morte da Crisanto Filippides, il quale a sua volta ebbe come successore, nel 1941, Domaskinds, divenuto poi reggente del Regno fino al ritorno del re; egli morì nel 1949 ed ebbe come successore Spyridon.
Negli ultimi 20 anni la Chiesa «ortodossa» ha avuto relazioni tese con la Chiesa cattolica e invece molto amichevoli con quelle protestanti. La tensione, la cui causa fu l'arrivo in G. di numerosi cattolici di rito greco insieme al loro vescovo dopo la guerra contro la Turchia (1921), si è manifestata in numerosi atti legislativi contro il "proselitismo", nel costante rifiuto di riconoscere l'arcivescovo latino di Atene, nell'opposizione del clero contro l'istituzione del matrimonio civile (la legge riconosce soltanto il matrimonio «ortodosso * degli «ortodossi *, cosicché il "matrimonio misto» fatto nella Chiesa cattolica viene ritenuto invalido), nella nuova legge del 1938 che spiega le clausole costituzionali sulla religione e finalmente nell'efficace opposizione allo stabilimento di rapporti diplomatici con la S. Sede.
La Chiesa greca si è fatta rappresentare in tutte le principali conferenze pancristiane (Losanna 1927; Edimburgo 1938; Amsterdam 1948). I rapporti con gli anglicani sono particolarmente stretti. Dietro invito furono
inviati delegati alle Conferenze Lambeth del 1920, 1930 e 1948. Nel 1931 si trattò ufficialmente sulla dottrina e sulla possibilità dell'intercomunione con gli anglicani e i vecchi-cattolici. Ma soltanto nel 1938 la Chiesa greca riconobbe le ordinazioni anglicane, il che fu poi imitato da altre Chiese "ortodosse».
Il livello dell'educazione del clero nella Chiesa greca è, per ragioni della sua grande povertà, piuttosto basso. La maggioranza degli studenti nella facoltà teologica di Atene non aspira al sacerdozio ma soltanto a qualche carriera connessa con la Chiesa (ad es., cancellierato nelle diocesi, cattedre di teologia quasi tutte tenute dai laici). L'adozione del nuovo calendario nel 1924 dette luogo a dissensi locali che durano ancora.
Nel 1907 fu fondata, in maggioranza dai laici, un'associazione chiamata $\mathrm{Z} \omega \hat{n}$ (Vita) con un regolamento di tipo monastico per la formazione di catechisti e per il fomento delle scuole domenicali. Essa pubblica un settimanale omonimo. Nel 1938 sorse l'Unione cristiana dei laureati per elevare il livello della vita religiosa; pubblica 'Aкт'se5 (Raggi). Dopo la prima guerra mondiale altri movimenti hanno avuto vita specialmente per iniziativa dei laici per il rinnovamento religioso.
La situazione dei cattolici latini nella G. durante il sec. xx non ha avuto cambiamenti degni di rilievo. Si è organizzata l'Azione Cattolica secondo le moderne direttive. Nel 1947 la diocesi di Chios è stata posta sotto l'amministrazione dell'arcivescovodi Naxos e quella di Santorino sotto quello di Syros.
Bibl.: v. supra. Giuseppe Gill
IV. Il RITO GRECO. - Fino a pochi anni addietro, si usava sempre questo termine per designare il rito della Chiesa bizantina osservato in varie regioni. Per distinguere lingue e paesi di questo rito, si diceva greco-cusso, greco-bulgare, greco-georgiano, greco-mellita (arabo), ecc. Ora è invalsa l'espressione di rito bizantino; v. bizantina, liturgia.
Placido de Meester
VI. La $\kappa \circ \iota \eta^{\prime}$.
La xotv $\eta$ ("comune") o $\dot{\varepsilon} \lambda \lambda \eta \eta \iota \eta \dot{\alpha} \dot{\alpha} \dot{\alpha} \lambda \varepsilon \varepsilon \tau \circ \varsigma$ designa la lingua greca dal tempo di Alessandro (ca. 730 a. C.) fino al periodo bizantino; è la grecità postclassica che da Alessandria (v.) si diffuse in tutto il mondo romano. Lingua della conversazione e delle relazioni commerciali, dura fino al 500 d . C., allorché incomincia la fase del neo-greco; detta anche * ellenistica *, ché $\dot{\varepsilon} \lambda \lambda \eta \pi \sigma \mu \dot{\sigma} \varsigma$ era detto il raggruppamento di tutto il popolo greco, oltre le barriere dei singoli Stati, in un mondo culturale comune ( 400 200 a. C.). La xotv $\eta$ si estende alle diverse forme della produzione letteraria ellenistica (iscrizioni, lettere private, opere storiche e bibliche); resta un compromesso tra la lingua parlata e la tradizione del classicismo.
Tale lingua internazionale, comoda per le transazioni, spezza l'esistenza dei disletti greci. La lingua letteraria, che sensibilmente differiva dalla lingua parlata e rimaneva sotto l'influsso e l'imitazione del greco classico, dal sec. I a. C. si sforza di riaccostarsi agli antichi modelli classici (atticismo); mentre quella parlata si sviluppa per proprio conto, e ha come termine di sviluppo il greco moderno. La tendenza atticista non ha intaccato la tradizione manoscritta del Nuovo Testamento, per quanto un'atticizzazione sporadica dei Sinottici può rilevarsi in singoli manoscritti o gruppi di manoscritti (Michaelis).
La xotv $\eta$ si formò sulla base dell'attico, di cui conserva per lo più fonologia e flessione; l'influenza dorica è minima o nulla, mentre il contributo dello ionico è abbondante. La scelta dell'x o dell' $\eta$, il vocalismo di certe voci, i casi di aspirazione, le leggi di contrazione, la declinazione e coniugazione si attengono, con poche eccezioni, alle regole dell'attico; mentre lo ionico, penetrato solo accidental-
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mente nella flessione e nel vocalismo della xotv $\hat{\eta}$, ha influito di più nel vocabolario, lasciando di ciò uno strascico anche nel greco moderno, il cui fondo tiene alla xotv $\hat{\eta}$.
Al sec. Iv epigrafi di vasi, iscrizioni lapidarie, formole di giuramento adottano termini stranieri, soprattutto ionici nel parlare corrente e nelle composizioni letteraric, dotici nell'epigrafia. Nel III e II sec. la xotv $\hat{\eta}$ prende incremento, si diffonde ed ha il suo nascere effettivo; ma già nel sec. III a. C. presenta iscrizioni ellenistiche la Ionia, le cui isole si adoperano alla diffusione della xotv $\hat{\eta}$; Al sec. I d. C. in Rodi la lingua è dorica, ma l'epigrafia è della xotv $\hat{\eta}$.
Secondo Thumb, i termini ionico-postici sono dei volgarismi, dovuti al numero elevato di soldati e commercianti ionici, che hanno contribuito ad ellenizzare l'Oriente; secondo Mayser, quei termini sono dovuti a tendenze particolaristiche di sorti autori di origine ionica, ed all'imitazione cosciente della lingua poetica.
Nell'elaborazione della xotv $\hat{\eta}$ intervennero influssi estranei al mondo ellenico: 1) dalla Fenicia; 2) dall'Asia Minore (Frigia, Licoonia, Lidia), ove si fusero nella fonetica l'elemento greco e quello indigeno (modifiche nel sistema vocalico, perdita dell'articolazione labiale, consonanti addolcite dopo una nasale, tendenza a livellare la quantità tra lunghe e brevi, ecc.); 3) dall'Egitto, dove però, a parte i nomi di mesi e di persone, il vocabolario rimane essenzialmente greco, quanto al culto, alla milizia, ai pesi, alle misure, alle monete.
Compresa in Egitto, come lingua superiore, ricca di vocabolario e adatta a rendere la sfumatura del pensiero, la xotv $\hat{\eta}$ influirà sugli indigeni, che, quando vorranno rimettere in onore la loro lingua, si serviranno delle lettere e di molti vocaboli greci.
Il greco biblico non è che il greco "comune" o xotv $\hat{\eta}$, cosi come era parlato e scritto in ambienti non letterari e puristi. Dopo la scoperta dei papiri non si può dubitare dell'esistenza e dello sviluppo di una xotv $\hat{\eta}$ non letteraria, parlata o scritta, corrente allora nel mondo ellenico, per quanto poté non essere interamente identica tra provincia e provincia. Il greco biblico ha una sua relativa originalità solo perché fu usato per tradurre originali semitici oppure per la natura dell'insegnamento nuovo di cui è il veicolo.
I Settanta ( v .) imprimono un particolare carattere alla xotv $\hat{\eta}$ nella loro versione. Così l'uso immoderato di forme, locuzioni, frasi, certamente greche, ma la cui frequenza non si spiega se non per la coincidenza con l'ebraico (teoria dell'«accumulazione ") : ebraismi secondari. Gli ebraismi primari o propriamente detti, evitati quando la locuzione ebraica è accomodata secondo lo spirito della lingua ellenistica (Pentateuco), consistono in forme non della xotv $\hat{\eta}$, per la superstizione della lettera (II Re, ecc.).
I semitismi del Nuovo Testamento sono o ebraismi (imitazioni coscienti o incoscienti del letteralismo dei Settanta), o aramaismi, cioè traduzione servile delle fonti semitiche orali o scritte, comprese le concezioni secondo la forma dello spirito semitico dello scrittore, rese servilmente in greco.
Termini latini erano entrati in circolazione nell'Oriente, in seguito alla conquista romana. L'integrità della lingua ellenistica non rimase intaccata dai "Iatinismi" introdottisi nel lessico della xotv $\hat{\eta}$ (termini amministrativi, militari, ecc.).
Bias.: E riccamente citata da J. Vergote, Grec biblique, in DBs, III, coll. 1320-69. Studi più notevoli: A. Thumb, Die griechische Sprache im Zeitalter des Hellenismus, Strasburgo 1901; A. Deissmann, Licht vom Osten, Tubinga 1908; A. Maidhof, Zur Begriffsbestimmung der Koine besonders auf Grund des Attizisten Moiris (Beiträge zur historischen Syntax der griechischen Sprache, xII), Würzburg 1912; W. Michadia, Der Attizismus und das Neue Testament, in Zeitschrift für die neutestamentliche Wissenschaft, 22 (1923), pp. 91-121; R. Laqueur, Hellentimus (Schriften der hessischen Hochschulen), Giessen 1925; F.-M. Abel, Grammaire du grec biblique, Parigi 1927; M. Jaquet, Grammaire du grec du Nouv. Test., Ivi 1927; H. Pernot, Etude sur la langue
des Evangiles, Parigi 1927; id., Obserationt sur la langue de la Septante, in Revue études grec., 42 (1929), pp. 411-25; P. Regard, La langue du Nouv. Test., in Revue études anciennes, 30 (1928), pp. 229-32: G. Sacco, La K. del Nuovo Testamento e la trasmissione del Sacro Testo, Roma 1928; F. Zorell, Lexicon Graecum Novi Test., $2^{\circ}$ ed., Parigi 1931; U. Holzmöster, De quibusdam generibus Hebraismorum in textu Novi Text. occurrentibus, in Verbum Domini, 12 (1933), pp. 295-302; G. Bonaccorsi, Primi saggi di Biologia neutestamentaria, I, Torino 1933; B. Bote, Grammaire grecque du Nouv. Test., Parisi 1932; G. Lattey, The languages of Holy Writ, in Clergy review, 6 (1933), pp. 32-43; E. Mayser, Grammatik der griech. Papyri aus der Ptolemäerzeit, Berlino-Lipsia 1933-34; J. Vergote, Het probleem van de Koine tot het licht der moderne linguïstich, in Phibd. stud., 6 (1934-35), pp. 81-107; G. Bardy, Hellénisme, in DBs, III, coll. 1449-53; G. Bertram, Der Sprachschatz der Septuaginta u. der des hebr. Alt. Test., in Zeitschrift für die alttestamentliche Wissenschaft, 16 (1939), pp. 85-101; E. C. Calwel - J. R. Mantey, A bellenistic Greek rendre. Selection from the Koine of the New Test., Chicago 1939; M. Zerwick, Graecitatis biblicae cognitio, quid ad S. Scripturam interpretandum conferat, exemplis illustratur, Roma 1944.
Emmanuale da San Marco
VII. Le versioni greche della Bibbia.
Essendosi estesa la lingua e cultura greca a tutto il mondo civile (v. ellenismo), i giudei, specie quelli della diaspora residenti a Alessandria (v.), ebbero cura di dare della Bibbia ebraica una traduzione (v. SEtTANTA) e un'interpretazione accessibile al mondo ellenistico. Ma nei secc. I e II d. C. la vecchia versione greca alessandrina andò perdendo ogni stima fra i giudei per due ragioni. Avendo, con la distruzione del Tempio, perduto il centro del culto, i giudei avevano necessità di un nuovo vincolo di unità spirituale; l'ottennero assoggettando il giudaismo mondiale al rabbinismo. In questa lotta per l'unità interna ebbe parte importante l'unificazione del testo biblico che prese inizio ca. il 100 d. C., principalmente per influsso del grande Rabbî 'Aqîbâ' (v.), il quale per poter basare tutta la tradizione orale giudaica sulla S. Scrittura attribuiva un significato ad ogni più piccolo parola e sillaba; tale ermeneutica esigeva un testo ben fisso. Ora i manoscritti greci dei Settanta discordavano in molti punti fra loro ed anche dal testo ufficiale ebraico. L'avversione ai Settanta che ne risultò crebbe per l'uso che i cristiani ne facevano nelle loro controversie cristologiche contro i giudei. Il giudaismo ufficiale rigettò dunque la versione greca alessandrina. Ma i giudei ellenisti, non conoscendo l'ebraico, avevano bisogno di una versione greca.
Perciò ca. il 140 d. C. un proselita greco di nome Aquila ( $A b z ̧ l a s$ ) ne fece una. Conosceva molto bene il greco ed acquistò anche buone cognizioni di ebraico. Imbevuto del metodo ermeneutico di Rabbî 'Aqîbâ', cercò di riprodurre in greco il testo ufficiale ebraico con tutta esattezza, persino nelle più piccole minuzie. Realizzò questo compito con grande virtuosismo, però non senza violentare la lingua greca. Versione completamente nuova, indipendente dai Settanta, fu stimata moltissimo dai giudei ed adoperata per molto tempo nelle loro sinagoghe.
Ma non tutti i giudei si sentivano di ripudiare la venerabile versione dei Settanta. Perciò, poco dopo, forse ca. il 180 , un altro proselita, di nome Teodozione, fece una versione dall'ebraico che seguiva quanto poteva l'antica versione alessandrina, o piuttosto ne fece una revisione, armonizzandola con il testo ebraico. Questa versione, meno gradita ai giudei che quella di Aquila, era tanto più stimata dai Cristiani.
Un terzo interprete, l'ebionita Simmaco, forse ca. il 200 , si mise a tradurre la Bibbia ebraica, seguendo però altra norma che non i suoi predecessori. Si sforzò cioè di esprimere non parola per parola, come
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fece Aquila, ma piuttosto il senso delle frasi ebraiche. Lo fece in buon greco, spesso felicemente adattandosi al genio dell'idioma greco.
I cristiani ritenevano tuttavia la versione dei Settanta, pur sentendo le grandi differenze fra i singoli codici e la sua discrepanza dal testo ebraico. Il primo che tentò rimediare a questo inconveniente fu il grande Origene, il quale in una immensa opera (v. esame) armonizzò il testo alessandrino con il testo ebraico per mezzo delle tre versioni greche suddette, dalle quali prendeva parole e frasi inture per sostituire espressioni meno esatte e colorare lacune dei Settanta. Queste inserzioni, tratte quasi tutte da Teodozione, sono particolarmente numerose in Giobbe e si trovano, come nei più antichi manoscritti, tuttora nelle edizioni dei Settanta, notate però in quella di A. Rahlfs con asterischi. Nel libro di Daniele la versione di Teodozione soppiantò quasi interamente l'originale versione alessandrina.
Luciano, che fece un'altra celebre recensione dei Settanta, adoperò anche lui i "Tre", come si solevano chiamare, ma di preferenza Simmaco, il cui greco elegante gli piocque molto. Cosi tante lezioni esaplari, cioè lezioni dei "Tre", invasero i codici dei Settanta, al punto che non si può comprendere né il lavoro di Origene e di Luciano né l'ulteriore storia del testo dei Settanta, e molto meno restituirne criticamente la forma originale senza continuo comparazioni con i resti delle versioni posteriori.
Un interesse particolare meritano queste versioni per l'influsso che ebbero sulla nostra Yolgata latina, poiché s. Girolamo, per compiere la difficile opera di una traduzione dall'ebraico, le consultò spesse volte; stimava molto i "Tre", ma dava fiducia speciale ad Aquila che considerava "verborum diligentissimum explicatorem». Da Aquila prese, p. es., la trappia letterale espressione della faccia "cornuta" di Mosè (Ex. 34, 29).
All'infuori di queste versioni di tutto il Vecchio Testamento esistevano altre versioni parziali ed anonime, la Quinta, la Sesta e forse anche una Settima. Nell'antica letteratura cristiana si citano anche il Siro, che è una versione greca, fatta sull'ebraico da un siro sconosciuto, il Ssmoritano, di cui esistono ancora alcuni frammenti, e l'Ellenico.
La maggior parte di queste versioni greche si perdette. Se ne trovano dei resti, p. es., nei commentari di s. Girolamo e di altri Padri, nel margine del cod. marchaliano (Q), dei codd. 86 e 710 e della versione siro-esaplare. Nel 1875 i frammenti allora conosciuti furono raccolti ed editi con molta cura da Fr. Field, ma siccome non poté servirsi dei manoscritti, non merita sempre fede. Frattanto vi sono trovati nuovi frammenti, dispersi in varie pubblicazioni.
A Venezia esiste un codice con una traduzione greca incompleta del Vecchio Testamento fatta sull'ebraico. E scritta in greco attico, però le parti aramaiche di Daniele sono tradotte in dialetto dorico. G. Mercati ha provato che l'autore di questo "greco veneto" è Simone Atumano, arcivescovo di Tebe. Fu pubblicato da O. Gebhardt (Lipsia 1875), ma non ha valore per la critica testuale.
Bbbl.: 1) Edizioni di testi : Fr. Field. Origenis Hexaplorum quae supersunt, sive veterum interpretum graecorum in totum Vet. Test. fragmenta, 2 voll., Oxford 1875; G. Mercati, D'un palinsesto ambrosiano contenente i Salmi Exapli, in Atti della R. Accademia delle scienze di Torino, 31 (1895-96), pp. 654-63; E. Klostermann, Die von Mercati entdechten Mailänder Fragmente der Hexagia, in Zeitschrift f. altt. Wissenschaft, 16 (1896), p. 236 sg.; F. C. Burkitt e C. Taylor, Fragments of the Books of Kings according to the translation of Aquila, Cambridge 1897; C. Taylor, Hebreo-Greek Cnive Geniza palimpents, iv 1900; P. Grenfell e A. S. Hunt, The Amherst papyri I, Londra 1900; P. Glaue e A. Rahlfs, Fragments einer griechischen Übersetzung des samaritanischen Pentateuchs, in Mitteilungen des Septuaginta-Unternehmens, 2 (1911), pp. 31-68, 417 sg.; L. Luechemann e A. Rahlfs, Hexaplorische Handnoten zu Is. 1-16, ibid., 6 (1915), pp. 233386; A. Moehle, Theodoret von Kyros Kommentar zu fesaia, ibid., 5 (1952), specio p. xxiv; id., Ein neuer Fund zablreicher Stücke aus den fesaian-Übersetzungen des Akylas, Symmachos und Theodotion. Probe eines neuen "Field", in Zeitschrift f. altt. Wissenschaft, 52 (1934), pp. 176-83; Septuaginta...Guttingensis: XIV.
Isaías, ed. I. Ziegler 1939, pp. 106-15, e XIII. Dandecim Prophetae, ed. J. Ziegler 1943, pp. 102-109; E. Kantz, A fresh Aquila fragment recovered from Phila, in Journ. of theol. Studies, 47 (1948), p. 31 sgg. - 2) Altri libri ed articoli : G. Mercati, L'età di Simmaco interprete e s. Epifania, Modena 1892; M. Friedmann, Onkolas und Aquila, Vienna 1896; A. Bludau, Die Apokalypse und Theodotions Danielübersetzung, in Theol. Quartalschrift, 79 (1897), pp. 1-96; G. Mercati, D'alcuni frammenti esaplari sulla $V^{e}$ e $V^{3}$ edizione greca della Bibbia (Studi e Testi