volume-06

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interprete e s. Epifania, Modena 1892; M. Friedmann, Onkolas und Aquila, Vienna 1896; A. Bludau, Die Apokalypse und Theodotions Danielübersetzung, in Theol. Quartalschrift, 79 (1897), pp. 1-96; G. Mercati, D'alcuni frammenti esaplari sulla $V^{e}$ e $V^{3}$ edizione greca della Bibbia (Studi e Testi, 5), Roma 1901, pp. 28-46; H. R. Swete, An introduction to the Old Testament in Greek, Cambridge 1902, pp. 29-36, 62 sg.; A. Rahlfs, Quis sit 6 Group, in Mitteil. d. Sept. Unternebm., 7 (1915), pp. 404-12; J. Reider, Podegomena to a Greek-Hebreo and Hebreo-Greek Index to Aquila, Filadelfia 1916; G. Mercati, Se la versione dall'ebraico del codice veneto Greco VII sia Simone Atumano arcivescovo di Tebe (Studi e Testi, 30), Roma 1916; A. Rahlfs, Über TheodotionsLesarten im NT und Aquila-Lesarten bei Justin, in Zeitschrift f. neut. Wissenschaft, 20 (1921), p. 182; Th. Zahn, Herkunft und Lehrrichtung des Bibelübersetzers Symmachos, in Neue kirchl. Zeitschr., 34 (1923), pp. 197-209; W. W. Cannon, Jerome and Symmachus. some points in the Vulgate translation of Koheletb, in Zeitschrift f. neut. Wissenschaft, 42 (1925), pp. 191-99; A. E. Silverstone, Aquila und Onkolas, Manchester 1931; J. Ziegler, Textkritische Notizen zu den jüngeren griechischen Übersetzungen des Skylas Isaías, Gottinga 1939; id., Die jüngeren griechischen Übersetzungen als Vorlagen der Vulgate in den prophetischen Schriften, Braunsberg 1943; M. Johannessohn, Hierosymus und die jüngeren griechischen Übersetzungen des Alten Testamentes, in Theol. Lit. Zeit., 73 (1948), pp. 145-52. Ernesto Vogt

## VIII. Letteratura.

I. Antichitì. - Alle origini sta la leggenda che attribuisce al mitico Orfeo, sacerdote di Apollo, ed ai suoi discepoli e continuatori, Museo, Eumolpo, Lino, carmi celebranti la vita degli dèi e degli eroi. La leggenda li conferma come rappresentanti di una poesia religiosa anche per il fatto che la loro memoria è sempre congiunta al culto di qualche dio. Secondo Pausania (I, 18, 5), il licio Oleno compose per primo un inno ad Ilitia che i Delii solevano cantare nelle festività della dea.

Nella continuità di questa tradizione va ricercata l'origine dei 34 inni, pervenuti fino a noi sotto il nome di omerici, di varia lunghezza e composti in epoche diverse (secc. viII-IV). I più lunghi esaltano, in forma epica, le gesta del dio e le leggende relative alla sua vita, di cui un vivido esempio rimane l'inno ad Ermete; oppure narrano l'origine del santuario come negli inni dedicati ad Apollo e a Demetrs. Quelli più brevi sono un semplice preludio ad una più estesa narrazione epica. L'elemento descrittivo, pur distinguendo gli inni omerici dalla concisione e dal fervore di quelli orfeici - come già notava Pausania (IX, 30,12 ) - non va mai a discapito del loro contenuto.

Nell'insieme questa raccolta può considerarsi il primo documento di una poesia religiosa, oltre che una importante testimonianza sui culti sorti nei diversi centri della G.

Per Omero ed Esiodo, v. le voci rispettive.
Nel sec. vir, l'elegia segna il trapasso dalla epopea, esauritasi nei farraginosi poemi del ciclo, alla lirica. Elegia e giambo nacquero presso gli Ioni e la prima divenne guerresca e politica con Callino e Tirteo, amorosa con Mimnermo, gnomica con Solone e Simonide. Archiloco di Paro, perfezionando preesistenti forme metriche popolaresche, esprime in giambi la sua spavalda aggressività e, negli stessi metri, ipponate la sua virulenza sovente plebea.

Nelle isole dell'Egeo, a Lcabo, fiorì l'appassionato canto di Saffo e quello bellicoso di Alceo, secondo la tradizione eolica di esprimere nel verso ogni impulso del cuore.

Leggera e sorridente fu invece la musa di Anacreonte di Teo.

Sul continente, adattandosi all'indole religiosa delle stirpi doriche, la lirica si fa corale e uno dei primi poeti melici fu Terpandro, autore di severi inni religiosi, cantati al suono della cetra (vigo). Altri lirici furono Alomane, nativo di Sardi, de-

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licato autore di parteni, il mitico Arione ed alcuni, nati nella Magna G., come Ibico di Reggio e Stesicoro d'Imera. Le immagini poetiche di quest'ultimo più si avvicinavano alla forma epica.

Oltre ad essere l'espressione di un sentimento personale, la lirica rispecchia le mutate condizioni politiche della G., con l'affermarsi degli ordinamenti democratici di fronte al declino dell'aristocratica classe dirigente. Molti di questi poeti sono banditi dalla loro patria, come Teognide che nel tono pessimistico della sua poesia non sa dimenticare l'ingiustizia patita. La sua poesia rappresenta un estremo tentativo di irrigidimento sulle posizioni dell'antica morale nobiliare. Anche lui attribuisce agli dèi la predestinazione per le fortune degli uomini ( 133 sg .; 1029 sg .) e si inchina al loro volere (441), tuttavia si fa interprete delle ansie del tempo suo quando chiede a Zeus come mai i malvagi possono godere della stessa fortuna dei giusti ( 373 sg .). Il motivo della onniscenza degli dèi e della piccolezza dei mortali di fronte ai voleri della divinità si ritrova anche in Pindaro, ma l'impostazione è diversa. Gli dèi rappresentano per Teognide l'inevitabile, Pindaro li considera da un lato di più severa religiosità. Nella sua opera, che idealmente conclude l'età arcaica, appare fortemente sentita l'esigenza orfica di un ordine costituito nell'al di là: premio ai buoni e castigo ai reprobi.

In virtù di questa elevatezza la sua lirica si distacca da quella dei contemporanei Simonide e Bacchilide, anch'essi autori di epinici.

La fede religiosa di Pindaro è schiettamente monoteista; il poeta canta, attraverso il valore degli atleti, la virtù dell'individuo (ápexī). L'uomo, sotto pena di decadimento, deve saperla conservare, venerando gli dèi che gliel'hanno concessa ed avendo cura di evitare il loro sdegno ( $\varphi \vartheta$ óvos). Inoltre deve rispetto alle leggi terrene. Anche negli inni omerici ricorre l'invocazione: 81800 8'ápexīv, e il fulcro delle storie di Erodoto è questo valore dei Greci che, alimentato dalla sapienza e dall'osservanza delle leggi (VII, 102, I), riesce a sconfiggere le brutali migliaia di Persiani (VII, 103, 4), mentre gli dèi fiaccano l'úßpıc di Serse oppressore della libertà degli Elleni.

Dopo le guerre persiane, nel sec. v, ad Atene, sotto l'illuminata guida di Pericle, allo splendore delle arti fa riscontro quello dei diversi generi letterari, massime nella tragedia e nella commedia, originatesi ambedue dal culto di Dioniso. Il fiorire della scuola permette una più larga diffusione della cultura che diviene, ben presto, un ideale spirituale.

Isocrate, uno dei caposcuola più celebri della retorica, potrà scrivere più tardi, ammirato, che Elleni erano ormai quelli che avevano la stessa comunanza di cultura piuttosto che i nati nella stessa G. (Paneg., 50). La predicazione sofistica, iniziatasi con la metà del secolo, instaura l'interesse politico, favorendo di conseguenza l'individualismo, spinto con Crizia alle teorie più estreme. Di questo interesse verso i valori reali si avvanteggerà la storiografia che, dopo la tendenza geografica e genealogica di Erodoto, troverà con Tucidide il più acuto giudice ed indagatore degli umani eventi. Gli studi di linguistica e di retorica, iniziatisi con i siracusani Corace e Tisia, avvantaggiano la prosa e l'eloquenza giudiziaria e politica. Questa, nel sec. Iv, toccherà la professione con la serie degli oratori attici tra cui eccelle Demostene.

Ma, dietro questo innegabile progresso stilistico e culturale, si va delineando una crisi dei valori religiosi e]morali di cui si possono cogliere i segni premonitori nel teatro drammatico. Dopo le severa religiosità di Eschilo, che rispetta l'onnipotenza degli dèi e le leggi dello Stato, il dramma sofocleo è più distaccato nella contemplazione delle passioni umane.

Il concetto caratteristico della morale arcaica per cui i figli scontano le colpe dei padri, già apparso nell'elegia di Solone (12-31 sg., Dishī) e radicato in Eschilo, in Sofocle comincia a perdere molto della sua importanza. Anche lo Stato vien posto in discussione e nell' Antigone appare il contrasto tra le norme codificate della тó $\lambda \iota \varsigma$ e quelle non scritte del diritto naturale ( $\dot{\alpha} \gamma \rho \alpha \varphi 0 \varsigma$ vó $\mu \iota \varsigma$ ). I drammi di Euripide, infine, denunciano il dubbio che si insinuava nelle azioni umane e nei loro rapporti con il divino. La commedia, poi, poneva in aperta caricatura gli dèi, come negli Uccelli di Aristofane, anche se questo poeta seguiva un ideale conservatore. Il dramma satiresco aveva portato sulle scene le burlesche avventure di un dio sia pure minore, Eracle, e ne aveva fatto il suo eroe.

L'equivoco in cui si dibatte Atene alla fine della sua potenza e di cui Tucidide ha lasciato un suggestivo quadro (l. III, capp. 82-83) troverà il suo epilogo nel processo e nella morte di Socrate, la cui isolata reazione contro i sofisti sarà giudicata un'offesa ai valori divini che ora si tentava di riabilitare dopo averli fatti inaridire nelle coscienze. Un mondo costruito unicamente sui valori umani dimostrava ben presto la sua caducita per cui Platone nel corso della sua speculazione filosofica oltre che revisione spirituale, verrà rifiutando questa realtà per affisarsi nuovamente verso il divino.

L'opera di Platone riassume tutte le esperienze e le aspirazioni dell'età attica. A partire dal sec. III, per effetto delle conquiste di Alessandro, la civiltà greca a contatto dei paesi d'Oriente ne assorbe e modifica le varie correnti spirituali. Il sorgere di nuove città, prime fra tutte Alessandria ed Antiochia, il progresso economico dei regni d'Egitto e di Siria, l'affermarsi di una classe borghese dedita ai traffici ed alla mercatura, la lingua divenuta comune (xotvī), sono tra gli elementi di una civiltà non più greca ma diffusa in tutti i paesi del Mediterraneo che il Droysen, con felice espressione, denominò ellenistica.

Atene, decaduta dal suo antico prestigio politico e commerciale, diventa una città di rètori alla cui scuola si va per specializzarsi. Anche la religione si trasforma con l'ingresso di numerose divinità egizie ed orientali e ci si rivolge ormai a quegli dèi che si credono più adatti alla propria protezione. I papiri magici dànno una chiara idea del sincretismo religioso che si andava formando e della torbida mescolanza dei diversi riti. L'individuo tende ad estraniarsi - « vivi nascostamente», raccomandava l'etica epicurea - e ad evitare qualsiasi conflitto spirituale seguendo i precetti di una morale improntata a pratica utilità. La stessa fortuna ( $\tau \dot{u} \chi \eta$ ) è intesa non come protettrice della collettività ma del singolo. Alla luce di questi fattori si comprende come la letteratura acquisti una sua particolare espressione, mutevole nei diversi generi letterari. Rivirono le vecchie forme dell'elegia, della tragedia, dell'epica, ma il loro contenuto è diverso.

Gli inni religiosi di Callimaco sono condotti con una raffinata tecnica stilistica, sapientemente ampliati con immagini mitologiche, ma non possiedono un sentimento schietto e spontaneo. Apollonio Rodio, con le sue Argonautiche introduce nell'epica il motivo amoroso. In genere l'arte si adegua alla realtà umana cogliendone l'immediato valore ma senza trasfigurarla. Così le commedie di Menandro colgono le situazioni piccolo-borghesi dell'età sua nella loro intimità, e i mimiambi di Eroda rappresentano gli

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aspetti più triti e volgari della vita. Questi ultimi hanno quasi una correlazione con la scultura dell'epoca non aliena dal raffigurare grinzosi pescatori o vecchie ubriache. Solo gli idilli di Teocrito costituiscono un'eccezione, anche se la realtà bucolica che egli idealizza cade talvolta nel preziosismo.

Nascono invece forme letterarie come il romanzo e l'epigramma, preferito per la sua breviá, testimonia una predilezione più raffinata verso uno stato d'animo saputo cogliere con levigatezza e concisione. Il maggior merito dell'età ellenistica è costituito dal fervore degli studi scientifici e filologici, a cui diede grande impulso la fondazione del Museo di Alessandria, con l'opera dei suoi dotti bibliotecari che curarono le edizioni dei testi classici e posero, con Erodoto ed Aristarco, le basi della questione omerica. Gli studi geografici ed etnografici assumono dignità di scienza, specie con Eratostene e più tardi con Posidonio. Accanto alle storie nazionali si allineano quelle dei popoli d'Oriente, con Megastene che scrisse sulle genti dell'Inclis, e la storia dell'antico Egitto di Ecateo di Abdera condotta con intendimenti filosofici ed eruditi. Polibio di Megalopoli, il più grande degli storici ellenistici e vissuto in età romana, dona alle sue storie un indirizzo pragmatico, vale a dire che ha per oggetto le azioni politiche; egli stesso, criticando il metodo di Timeo di Tauromenio, dice che non può adempiere al suo ufficio di storico chi si formi soltanto sui libri e manchi della esperienza politica e militare e della conoscenza diretta dei luoghi (XII, 25 b).

Con la dominazione romana (I-II sec. d. C.) la letteratura seguita a calcare le vie già tracciate dalla rigogliosa attività del periodo ellenistico, ma senza più alcuna convinzione. Fra i tanti autori, di cui questo periodo abbonda nei diversi generi letterari, emergono Plutarco con le sue cinquanta biografie di uomini che furono illustri nella storia greca e romana, scritte con intendimenti didattici e moraleggianti; l'ignoto autore del $\mathrm{H}_{\varepsilon \rho \mathrm{l}} 0$ 000s, fine trattatello estetico, e il fresco romanzo pastorale Dafni e Cloe di Longo Sofista. Di un movimento retorico erudito che va noto sotto il nome di «seconda sofistica» il più notevole rappresentante è Dione di Prusa, detto Crisostomo, autore di numerosi discorsi. Ultimo rappresentante di questo ellenismo in decadenza è Luciano di Samosata con la sua opera brillante, spregiudicata e irreligiosa. Nei suoi Dialoghi i nomi degli dèi ad altro non servono che come pretesto letterario. I tempi erano ormai maturi e ad affrettarne la conclusione si era già levata, secondo la tradizione, nell'areopago di Atene, la voce dell'apostolo Paolo.

Bini..: Fra le numerose storie e manuali, indispensabile strumento di studio. W. Christ, Geschichte der griechischen Literatur, riveduta da O. Stäblin e W. Schmid (I-II in 3 parti), $6^{a}$ ed., Monaco 1912-24. Questi ultimi due autori l'hanno rifatta e completamente sostituita in una trattazione che giunge sino all'età attica inclusa (Monsco 1929-48, $1^{2}$ parte in 3 voll.). Per i tempi ellenistici, tuttora fondamentale F. Susemihl, Geschichte der griechischen Literatur in der Alexandrinerzeit, 2 voll., Liptia 1891-92. Di indirizzo estetico A. e M. Croiset, Histoire de la littérature grecque, 5 voll., Parigi 18961901. Per le questioni relative ai singoli autori sono necessaria fonte d'informazione gli articoli in Psulp-Wissowa. In Italia, una storia condotta con intendimenti scientifici è quella di C. Cessi, I. Torino 1933 (interrotta ad Omere). Tra i manuali, utili quelli di A. Bostagni, $16^{2}$ ed., Milano 1946 e quello di E. Bignone, Firenze 1941.

Tra le opere che considerano l'espressione letteraria greca sotto l'urgenza dei vari problemi morali, sono significative : I. Girard, Le sentiment religieux en Grèce d'Homère à Ecchyle, Parigi 1869; R. Hirsel, Themis, Dike and Verwandtes, Liptia 1907; U. von Wilamowitz-Moellendorf, Der Glaube der Hellenen, 2 voll., Berlino 1935; W. Jaeger, Paideia, I, Berlino 1935, II-III, Oxford 1943-44 (trad. it. I vol., Firenze 1936); W. Nestle, Vom Mythos zum Logos, Stoccarda 1942; F. Heinemann, Nomos und Physik, Basilea 1945; C. Del Grande, Mybris da Omere a Cleante, Napoli 1947; H. I. Marrou, Histoire de l'éducation dans l'antiquité, Parigi 1948; W. Chase Greene, Moira, Fate, Good,

Evil in Greek thought, Cambridge (Mass.) 1948; M. P. Nilsson, Grebish Religioutet, trad. it. a cura di C. Diano, Firenze 1940.

## Lanfranco Fiore

II. Medioevo. - Il periodo di saldatura tra lo scorcio dell'epoca imperiale e l'epoca bizantina è detto del «basso impero» e va da Costantino a Giustiniano. E un periodo di transizione nel quale tra gli scrittori di lingua greca si noverano come storici Eusebio di Cesarea (v.), Socrate e Sozomeno; come eruditi Stobeo; come retori Libanio e Giuliano l'Apostata; come oratori i grandi Padri cappadoci s. Basilio (v.), s. Gregorio Nazianzeno (v.), s. Gregorio Nisseno (v.); come filosofi Proclo e gli epigoni della scuola di Atene; come poeti Nonno di Panopoli, Quinto Smirneo e Museo.

Giustiniano è l'imperatore che dà l'impronta alla civiltà bizantina, che si rivela nella concezione cristiana di lui, grandiosa nei monumenti dell'arte, rigidamente teologica nella esplicazione della verità religiosa, ostile alla libera investigazione filosofica, noncurante della severa indagine in materia di storia, cosciente dei cinque secoli di pensiero e di prassi cristiana che hanno improntato di sé la cultura dell'impero.

La letteratura bizantina è caratterizzata dal contrasto tra il rispetto della forma antica e le nuove correnti portate dal pensiero cristiano. I bizantini, infatti, hanno molto letto gli autori antichi e specialmente gli alessandrini, più eruditi che ispirati, e sono pertanto portati a porre entro le antiche forme il nuovo contenuto. Questo è costituito di veri elementi, e cioè dalla solenne romantia dell'Impero sul quale è ricalcata la vita amministrativa e la consuetudine della corte e dalla visione cristiana nel pensiero e nella prassi, di un cristianesimo già adulto e dogmaticamente fissato, e divenuto, anzi, con il suo credo la tessera di unificazione e di riconoscimento tra le varie genti cristiane che costituiscono l'Impero. Il quale, proiettato ormai verso l'Oriente, da questo ha preso religiosamente le manifestazioni di un pesante ascetismo compiacentesi spesso in strane manifestazioni esteriori, e politicamente l'ossequio servile verso il despota che impera a Bisanzio.

Prescindendo dal periodo di transizione, la letteratura greca del medioevo, o bizantina, si può dividere in tre periodi: 1) da Giustiniano (sec. vi) al sorgere della dinastia macedone (sec. IX); 2) epoca degli imperatori macedoni (secc. X-xII); 3) epoca dei Comneni e dei Paleologhi (secc. XII-XV) sotto l'ultimo dei quali Bisanzio cade in potere dei Turchi.

Per la produzione strettamente teologica e morale di queste tre epoche v. bizantina, letteratura. Qui si darà un breve cenno panoramico della letteratura non ecclesiastica, distribuito secondo le epoche suddette, rimandando alle singole voci le figure più importanti.
r. Nell'epoca di Giustiniano stanno in primo piano gli storici. Procopio (m. ca. il 562 ; v.), autore della Storia delle guerre di Giustiniano: persiana, vandalica, gotica, in 8 libri; Agathia di Myrina (m. nel 582), che proseguì la storia dell'Imperatore dal 552 , anno in cui l'aveva lasciata Procopio, al 558 , e che fu continuata a sua volta da Menandro Protettore (metà sec. vi) fino al 582 ; Malala di Antiochia (metà sec. vi), autore di una Cronografia dalle origini del mondo alla morte di Giustiniano.

Pure all'epoca di Giustiniano va con ogni probabilità collocato l'innografo s. Romano (v.) di Emesa in Siria, cui si debbono quei mirabili contaci, carmi ricalcati su uno schema fisso (irmo) con metrica non quantitativa ma sillabica. Romano fa seguito da melodi più recenti, autori di canoni e non di contaci, tra cui i più notevoli sono s. Giovanni Damasceno (v.) e suo fratello Cosma il Cantore, Teodoro Studita (v.) e suo fratello Giuseppe di Tes-

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salonica. Anche l'epigramma, già gloria dei poeti alessandrini fiorisce nel sec. vi, ma naturalmente trasformato dal cristianesimo che lo libera dalla aduggiante imitazione mitologica e gli permette più libero sfogo personale. I più celebri epigrammisti del tempo sono Rufino, Paolo Silenziario e lo scolastico Sinesio.
2. L'epoca degli imperatori issurici, tutta presa dalla lotta iconoclasta, non favoril o sviluppo delle lettere; ma con l'avvento della dinastia macedone, che inaugurò l'epoca più gloriosa della storia di Bisanzio, un gran rifiorimento si verifica anche nella letteratura. Illustre rappresentante ne è Fozio (m. nell'897). L'imperatore Costantino VII (m. nel 959) è piuttosto un compilatore erudito a cui si debbono i libri De thematibus, De administrando imperio, prezioso per la storia dei popoli slavi, la Biografia dell'antenato Basilio I, De coereumis aulae Byzantinae. A Suida (o Suda) si deve un Lessico enciclopedico pieno di notizie di interesse storico, geografico e filologico.

Fu Costantino VII che ordinò al grande logoteta Simeone di tradurre in greco da varie lingue (donde l'epiteto di Metafraste) le vite dei santi più notevoli : il cui contenuto, spesso romanzesco, fa rivivere l'ambiente re-ligioso-sociale di Costantinopoli. Dell'epoca dell'imperatore Giovanni Zimisce ( $969-76$ ) è il Philopatris, dialogo antiarabo, di spirito nazionalistico, di imitazione lucianza.

Una menzione speciale va fatta del poema popolare intitolato Digenis Ahritis. Il protagonista dell'anonimo poema si chiama Digenis perché nato da un emiro musulmano e da una principessa greca ed ha l'epiteto di Akrita perché ha il compito di difendere la frontiera (akra) dell'Impero verso oriente. Secondo la diffusa esigenza dell'epos popolare egli è bellissimo, valoroso guerriero, è amante riamato di una fanciulla che rapisce e fa sua sposa, viene onorato dalla visita dell'imperatore, e muore a trentatre anni di morte gloriosa. Questa epopea è uno specchio della vita brillante e movimentata che si viveva dai baroni bizantini ai confini orientali dell'Impero.
3. Il sec. xI è quello degli imperatori Comneni che ha inizio con Isacco I (m. nel 1059) e termina con Andronico I (m. nel 1185). Durante i 126 anni del loro regno, grazie alle temporaneamente migliorate condizioni politico-militari, si verifica un movimento letterario che da una parte manifesta l'aumentata influenza dell'Occidente latino, al cui ideale culturale il re Manuele I si ispira, dall'altra un ritorno verso i modelli del passato, un richiamo alle grandi figure dei poeti e dei filosofi classici, l'uso nel comporre, di una lingua più pura della usuale (atticismo).

Anna Comnena (ro83- m. in data sconosciuta), primogenita di Alessio I, moglie dello storico dei Comneni, Niceforo Briennio (m. nel 1137; la cui narrazione si ferma al 1079), narra nell'Alessiade, poema in 15 libri, le imprese guerresche compiute da suo padre contro i nemici esterni dal ro69 al 1118. Il poema è ricco di reminiscenze classiche, storicamente documentato, atticizzante nello stile e nella lingua.

Menzione speciale va fatta di Michele Psello (m. nel 1078; v.), poligrafo versatile, segretario di quattro imperatori, tutto impregnato di cultura ellenica, la cui opera di scrittore (esegesi di testi greci, questioni filosofiche, giuridiche, storiche, elogi funebri, lettere, elogi di viventi) ha un valore notevolissimo, soprattutto dove rievoca la classicità greca. La sua Cronografia, che va dal 976 al 1077 , oltre al pregio storico, ne ha anche uno letterario di primo ordine.

Nel sec. xir non difettano né storici né filologi. Tra gli storici va ricordato Giorgio Cedreno (fine sec. xi), autore di una Cronaca dalle origini ad Isacco Comneno, e Giovanni Zonara (v.), che scrisse una Storia universale da Adamo ad Alessio Comneno. Come filologi ed eruditi vanno menzionati Eustazio vescovo di Tessalonica, scoliaste di Pindaro e commentatore dei due poemi omerici,
lavoro prezioso quest'ultimo perché riporta scolii più antichi; Giovanni Tzetze (m. dopo il 1158) che scrisse in versi politici (cioè popolari, plebei, basati non sulla quantità ma sul numero [15] delle sillabe e sull'accento finale) una serie di storie di vario contenuto che furono poi distribuite in dodici gruppi di mille, donde il nome di Chiliadi.

Il sec. xir, infausto per Bisanzio, si apre con la fondazione dell'Impero latino di Costantinopoli, epoca certo non favorevole allo sviluppo delle lettere. Va in modo particolare ricordata, anche perché proveniente da Atene, l'opera poetica di Michele Acominato, che fu arcivescovo di quella città dal 1175 al 1204. Egli ne canta l'antica gloria e bellezza, rievoca le rive dell'Ilisso ed esprime la gioia di poter contemplare l'Acropoli. Suo fratello Niceta, che visse alla corte di Teodoro Lascaris a Nicea, al tempo dell'Impero latino, scrisse in 20 libri una Storia dal 1118 al 1206, comprendente l'epoca dei Comneni fino a Baldovino di Fiandra.

In questo stesso tempo scrisse un'opera di contenuto autobiografico Niceforo Illemmide (m. nel 1272) Geografia sinottica, frutto dei suoi viaggi per l'Impero di Oriente, fino all' Athos. Suoi allievi furono Giorgio Acropolita, cui si deve la Storia dell'Impero di Nicos (1203-61). Scolaro di Giorgio fu Teodoro Metochilo, grande erudito autore di una Miscellanea filosofica e storica. Del resto, sotto l'Impero di Nicea, come reazione allo spezzettamento politico seguito alla catastrofe del 1204, si ebbe un grande sviluppo intellettuale, orientato verso i modelli dell'antichità.

Ritornati, con Michele VIII Paleologo, i greci sul trono di Bisanzio si ha, per i secc. xiv-xv, una serie di scrittori che si dedicano specialmente alla filologia erudita o alla storia, non dalle origini come un tempo ma limitandosi più o meno all'epoca nella quale gli autori hanno vissuto. Si trovano così Massimo Planude (m. dopo il 1310) autore, fra l'altro, di un'Antologia di epigrammi in sette libri; Demetrio Triclinio, buon filologo, scoliaste di Esiodo, di Pindaro e dei tragici; Giorgio Acropolita (m. nel 1282), che narra la storia di Costantinopoli durante l'occupazione latina; l'imperatore Giovanni VI Cantacuzeno (divenuto monaco, dopo aver per 14 anni, dal 1341 al 1355 , occupato per usurpazione il trono), il quale scrisse, sotto lo pseudonimo di Joasaf, nel suo monastero dove si circondò di un censorio di letterati, filosofi e poeti, una Storia bizantina da Andronico Paleologo a lui stesso che è in sostanza un'autobiografia apologetica; Giorgio Pachimere (m. ca. il 1310), autore di una Storia dei Paleologi da Michele VIII ad Andronico; Niceforo Gregoras (m. ca. il 1359) cui si deve una Storia di Costantinopoli, in 37 libri, dal 1204 al 1359. Va pure ricordato Demetrio Cidone, un teologo e retore che tradusse in greco la Somma di s. Tommaso, prese parte alle controversie teologiche e lasciò una voluminosa corrispondenza.

Chiudono la serie dei letterati bizantini Giorgio Frantze (m. ca. il 1477), che dopo la caduta di Costantinopoli in mano dei Turchi passò in Italia, stabilendosi poi a Corfù e scrisse in quattro libri una Cronaca che va dal 1258 al 1476; e Laonico Calcondila (m. dopo il 1480) ateniese che non passò, come il fratello Demetrio, in Italia, ma restò in Grecia dove scrisse una Cronaca in dieci libri dal 1298 al 1463.

Con questi autori si chiude la storia della letteratura profana greco-bizantina, della quale la storiografia costituisce la materia più continuativa ed abbondante, cominciando essa con Zonara, che narra la vita di Costantino, e giungendo con Laonico Calcondila alla caduta di Bisanzio; il pensiero filo-

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sofico, pur rispettando il lato strettamente dogmatico, fissato dalla lunga serie di teologi, moralisti, oratori sacri, sente nella decadenza del presente il bisogno di rifarsi al passato, riesumando Platone, commentando con amorosa sollecitudine i grandi poeti classici, adottando la lingua dotta e pura degli antichi autori ed evitando il linguaggio usuale adoperato dal popolo, infarcito di parole straniere derivate dai contatti con slavi, turchi, italiani, franchi, ma viva ed efficace. Nasce così e si sviluppa quel dualismo tra lingua scritta e lingua viva che è tuttora vivo nella letteratura della G. moderna.

Bibl.: Krumbscher, fondamentale; K. Dietcrich, Geschichte der Byz. und neogirech. Literatur, Lipsia 1902; G. Monte. latici, Storia della letteratura bizantina, Milano 1916; v. le opportune correzioni e integrazioni di S. G. Mercati, in Roma e l'Oriente, 1918, pp. 171-83; A. Veniero, Paolo Silveziario, Catania 1916; B. Stumpo, L'epigramma a Costantinopoli nel sec. VI d. C., Palermo 1926; N. Jorga, Médaillons d'bistoire littéraire byzantine, in Byzantion, 2 (1929). Come infornazione generale sulla cultura e sulla civiltà bizantina v.: D. E. Hesseling, Stasi me la civilisation byzantine, Parigi 1907; N. Turchi, Le civilid bizantina, Torino 1913; Ch. Dodd, Byzance, Grandeur et décadence, Parigi 1919; N. Jorga, Histoire de la vie byzantine, 3 voll., Bucarest 1934.

Nicola Turchi
III. Letteratura neogreca. - Dal 1453 all'inizio dell'Ottocento ogni manifestazione di cultura greca è soffocata dalla tirannica oppressione dei Turchi, ma la tradizione linguistica e letteraria non si estingue. L'isola spirituale del Fanàr (patriarcato di Costantinopoli) serba la tradizione classica e chiesastica e non è esente da influssi occidentali, ma un'attività artistica originale si svolge solo nelle isole, Cipro, Rodi e Creta, in un clima di maggior libertà (predominio veneto). Qui, e specialmente a Creta, si foggia la nuova lingua popolare e si costituisce un patrimonio letterario di grande interesse storico e poetico. Modelli cavallereschi occidentali sono risentiti e rifusi da una sensibilità fresca e vigorosa nel poema cretese Erotocritos, di undicimila decapentasillabi, di Vincenzo Cornares (sec. xvi), popularissimo ovunque, mentre l'anonimo Sacrificio di Abramo e l'Erofili di Chortatzis fanno rivivere una poesia drammatica. In tutto il periodo, e in tutta la G., fiorisce con eccezionale rigoglio quantitativo e qualitativo la poesia popolare (v. le traduzioni del Tommaseo), amata e imitata in Occidente nell'età romantica e post-romantica: questa poesia, evocatrice di tutta la vita dell'uomo greco, raggiunge vertici di ingenua liricità, intimità di drammatico pathos, e rispecchia, pur nella trasfigurazione dell'arte, l'anima greca nei suoi caratteri perenni.

Coincide con l'eroica guerra d'indipendenza (18211828) il risveglio della grande poesia, precoce nell'Epta. neso. S'impone la figura del "Dante neogreco", Dionisio Solomòs (Zante 1798-Corfù 1857). Educato in Italia (vasta produzione in italiano), egli si conquistò laboriosamente il nuovo strumento espressivo della lingua neogreca, in cui effuse un mondo di supremi ideali (patria, fede, libertà) intimamente sentiti. Acquistatasi, specie con l'Inno alla libertà, che fu caro a patrioti d'ogni paese nel periodo delle rivoluzioni nazionali, la dignità e la fama di vate, il Solomós si liberò progressivamente da residui retorici e da torbidi romanticismi (Lambros, poema incompiuto), e nei versi d'un poema su Missolungi. I liberi assediati, fatalmente frammentario, diede la più alta natura della sua ispirazione sofferta e pensosa. La esaltazione dello Arcti (la virtus) ispira la lira patriottica dello zacintio Andrea Calvos, amico del Foscolo, di atteggiamenti linguistici e metrici singolari. Ai margini del circolo ideale del Solomós e seguaci (Marcoràs), fiorì l'esuberante e carica poesia del leucadio Aristotele Valaoritis, influenzata dal romanticismo vittorughiano e colo. rita di patriottismo.

Una ideale filiazione del Fanàr fu rappresentata dalla cosiddetta "prima scuola ateniese", che contaminò un romanticume di bassa lega con un arcaismo formale, e oscillò fra un pessimismo spesso convenzionale e una orecchiabile facilità di consonetta (fratelli Suzzos, Paraschos). Da tali caratteri deteriori, che allontanarono la poesia greca come dalla lirica popolare così dalla nobile tradizione eptanesia, non furono immuni il Paparrigòpulos e il Vasiliadis, prematuramente morti.

L'annosa e aspra polemica linguistica fra i sostenitori della catharkvana (lingua "pura", arcaizzante) e la dhimatiki (lingua dell'uso e delle maggiori opere poetiche) parve trovare una soluzione nell'opera Il mio viaggio (1888) di Giovanni Psicharis (1854-1929), tentativo di superamento della diglossia, di capitale importanza. Il dissidio incrudì invece fino alla lotta cruenta dopo le versioni del Nuovo Testamento in lingua popolare, ma lo Psicharis e Alessandro Pallis (traduttore di Omere) determinarono l'affermazione della dhimatiki, che, pur con vari temperamenti e atteggiamenti secondo le singole personalità creatrice, è oggi l'intonstrastato strumento d'espressione letteraria. Ma a tale affermazione contribuì potentemente il poeta Costis Palamàs (1859-1943), nella cui opera multiforme si riassume oltre un sessantennio di vita letteraria greca. La sua poesia (La vita immutabile, Il flauto del re, Il dodecalogo dello zingaro) è frutto di vasta assimilazione d'ogni sorta di voci, da Esiodo ai parnassiani, ma è anche l'espressione d'un'anima autentica di poeta.

Il Palamàs esercitò un'influenza preponderante su più generazioni poetiche, anche là dove (poesia «runaflota» di Malaoasis e Athanas; Porfiras, ecc.) genuine nature artistiche seppero affermare una loro originalità. I poeti della cosiddetta "generazione del 'zo" tentarono di fare un'esperienza greca di alcune correnti occidentali, ma non si elevarono dalla mediocrità. Al Palamàs si contrappose in certo modo la poesia "minore", crepuscolare, percorsa da uno humour amaro, di Costas Ca. riotakis (m. suicida nel 1928), ma il vero "antipalamàs" fu il grande Costantino Cavafis (Alessandria d'Egitto 1868-1933), che, nell'isolamento pratico e letterario dalle correnti poetiche elleniche, in una solitudine umbratile barricata da anomalie sessuali, diede voce, in poco più che 150 poesie, a un tragico mondo di passione morbosa, di esilio, di "condanna", resuscitò dalle pagine della storia alessandrina, bizantina, romana, figure e vicende illuminate di luce ambigua, incise come nel nitore severo del marmo epigrammi dogni dell' Autologia Palatina, trasse dalla memoria personale evocazioni di ebbreeze e di tormenti, d'ansie o di sazietà, e intonò la sua lirica singolarissima con movenze schive e lontane dal "canto", ma sostenute da una contenuta vibrazione e di potente originalità.

Oggi, dopo la morte del Palamàs, lo scettro di poetavate si attribuisce al leucadio Angelo Sikelianòs (n. nel 1888), anch'egli di notorietà internazionale, specie per l'ideazione d'un centro delfico di spiritualità e di fraternità universale ispirato agli ideali perenni dell'umanità. Nella vasta opera lirica e drammatica (in versi) del Sikelianòs si riscontrano, accanto ad accenti entusiastici di panismo pogoneggiante, ripensamenti di motivi etico-religiosi che portano il poeta a visioni sincretistiche metacordessionali (orfismo-dionisismo e cristianesimo). Il mondo poetico del Sikelianòs è ricco e interessante e la poesia svela un temperamento eccezionalmente dotato, ma spesso privo della sovrana misura della grande arte. Una figura complessa e interessante, ma senza profonde risonanze e ignara delle vette nonostante le grandi ambizioni, è quella di N. Casaraskis. Il campo della poesia è oggi, però, tenuto validamente da un gruppo di giovani ("generazione del '32"), che, con un'intima esperienza di poesia europea e mondiale (dal simbolismo al surrealismo, all'ermetismo, a Eliot), ma con anima greca e mediterranea, hanno rinnovato la tradizione liberandosi da ogni residuo moralistico e descritrivistico e da ogni facile orecchiabilità, e in modi «contemporanei» (valori analogici ed evocativi moventi dalla riscoperta d'un linguaggio poetico) hanno espresso una sensibilità "contemporanea». Il maggiore

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poeta greco vivente è Giorgio Seferis (n. a Smirne nel 1900).

La prosa neogreca, che fiorì più tardi della poesia, ebbe in passato i suoi maggiori rappresentanti in Alessandro Papadiamantis (1851-1911; verismo paesano) e in Gregorio Xenòpulos (n. nel 1867 e ancora vivente), letterato "mondano" di grande popolarità e fecondità, creatore del romanzo d'ambiente e talora buon delineatore di caratteri, ricco dei toni più vari. Una verve sottile ed elegante animò i chronografimata ("elzeviri") di Paolo Nirvanas. Dopo la prima guerra mondiale la prosa ha avuto una fioritura di straor dinaria intensità e ricchezza. I migliori narratori contemporanei sono Stratis Mirivilis ( $L a$ vita nella tomba) e Ilias Venezis (Il numero 31328), assai fecondi, specie il Venezis, eccezionalmente letto negli ultimi anni. Molti eccellenti scrittori di romanzi e novelle (Cosmas Politis, Theotocàs,
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(da Filioks - Martin - Fratac, III, Torino 1892, p. 271)
Grecia - A sinistra: pianta della basilica di Tebe. A destra: pianta della basilica di S. Demetrio di Salonicco.
Petsalis, ecc.) sono in piena attività creativa.

Il teatro neogreco è poverissimo. Dopo i misteri e drammi cretesi, vanno ricordate la Galatea del Vasiliadis e la Trisévieni del Palamàs. Lo Xenòpulos riportò brillanti successi anche come commediografo; ma il più significativo drammaturgo greco resta forse Spiro Melàs (n. nel 1881), che, nonostante influssi ibseniani e russi e "tesi" sociali, ha raggiunto in alcune opere potenti effetti. Vanno citati ancora Pantelis Chorn e il più giovine Demetrio Bogris. La copiosa produzione di teatro boulevardier, di vaudevilles, ecc. non è degna di conto.

Nella critica, assai giovine, dopo il Palamàs, che ne fu quasi il fondatore, va ricordato G. Apostolakis (1886-1947). Fra i viventi si sono affermati fra gli altri per informazione e gusto I. M. Panaiotòpulos, E. Churmusios, C. Paraschos, per serietà di cultura filosofica il Papanutzos. Enorme in ogni tempo l'attività pubblicistica.

Bibs.: H. Bowsıeplon, 'Ioropla vīç veoe $\lambda \lambda \eta v \omega \tilde{n} \varsigma$ Loyorezvinc, Atene 1924 sgg. (incompiuta); A. Hesseling, Histoire de la littérature grecque moderne, trad. franc., Parigi 1924; G. Zoras, Lineamenti storici della letteratura neoellenica, $2^{2}$ ed., Roma 1929; S. G. Mercati-G. Zoras, s. v. in Enc. Ital., XVII, pp. 910-13; F. M. Pontani, s. v.(bid., Suppl. I, p. 1093; A. Knaedern, 'Ioropla vīç vèaç $\lambda \lambda \lambda \eta v \omega \tilde{n} \varsigma$ Loyoregviac (con l'appendice 'Iorogin vīç vrac $\lambda \lambda \lambda \eta v \omega \tilde{n} \varsigma$ apstorhg), $2^{\circ}$ ed., Atene 1948; A. Ilacrobípa, Nèa $\varepsilon \lambda \lambda \eta v \omega \tilde{n}$ ypquazro $\lambda$ oyia, ivi 1948; K. $\Theta$. $\Lambda \eta \mu \alpha \varrho \delta$, 'Iorogin vīç veoe $\lambda \lambda \eta v \omega \tilde{n} \varsigma$ Loyoregviac, 2 voll., ivi 1949.

Filippo Maria Pontani

## IX. Archeologia ed arte.

I. Archeologia. - Gli antichi edifici del culto cristiano in G. furono per la maggior parte distrutti tra i secc. vir e viri dalle invasioni dei popoli slavi. La fioritura di basiliche e chiese cristiane in tutti i luoghi dove ben presto il cristianesimo si era affermato è tale che nelle regioni occidentali della G. si
sono scoperti avanzi di basiliche cristiane a Corcira, a Dodona, a Nicopoli (due) e a Paramythia. Nel Peloponneso sono state rinvenute ad Argo, a Corinto (v.), a Epidauro, a Geraki, a Mantinea, a Nemea, a Olimpia e a Tegea; nove sono state identificate in Atene (v.), cinque nell'Attica, tre nel centro della G., sei in Tessaglia, sette in Macedonia, delle quali due notevolissime a Filippi (v.). Nelle isole dell'Egeo sono state trovate a Chio, a Coo, a Creta (v.), a Egina, a Eubea (due), a Kythera, a Lemnos (due), a Lesbo (quattro), a Melos, a Rodi, a Samo, a Scarpanto e a Tera.

Una caratteristica delle antiche basiliche cristiane della G. è il bema (v.) che va dall'abside a una parte quadrangolare recinta nella navata centrale; è limitato da tre parti mediante cancelli o transenne che prendono le denominazione generica di $\tau \dot{\varepsilon} \mu \pi \lambda \lambda \nu$.

Un altro uso caratteristico negli e-
E quello dei vela o velari che nascondevano la mensa, ed erano fissati intorno al bema o tra le colonne, come si vede, ad es., nella cassetta eburnea di Samagher.
G. Sotiriou, benemerito, insieme con A. Orlandos, per i ritrovamenti delle antiche basiliche cristiane della G., ha suddiviso queste in tre gruppi principali:

1) basiliche con transetto come a Corinto (v.), a Dafni (v.), a Dodona, a Epidauro, a Ilissos, a Nicopoli, dove si ha anche una basilica a cinque navate, a Paramythia (con tricora), a Tebe (v.), a Thasos, a Tessalonica (S. Demetrio, a forma di croce).
2) Basiliche di tipo ellenistico, cioè con abside semicircolare, interno a tre navate separate da colonne e con nartece, preceduto da un atrio. Tali sono, ad es., le basiliche rinvenute ad Argolaste, a Chio (due), a Demetrias, a Dion, ad Egina, ad Eleusi, a Glyphada, ad Halimous, a Hypate, a Kalyria, a Lauretikos, a Lemno (due), a Lesbo (quattro), a Olimpia, a Paleopoli, a Scarpanto, a Sepia, a Stobi, a Tebe (v.), a Tessalonica (S. Paraskevi) e a Touba.
3) Edifici del culto cristiano adattati in edifici anteriori, come ad Atene nel Partenone, nell'Eretteo, nel Teseo e ad Olimpia.

La chiesa di S. Paraskevi di Chalkis, costruita nel sec. Iv, fu ridotta nel sec. xiv dai Crociati a cattedrale gotica.

Per l'epigrafia cristiana si hanno le pubblicazioni di C. Bayet, De titulis Atticae christianis antiquissimis, Parigi 1871; nel Corpus inscriptionum Atticarum (Berlino 1882); G. Dittenberger pubblicò i Tituli sepulcrales Christianorum et Iudaeorum (pp. 240253; nn. 3435-3547); più tardi iscrizioni cristiane di Tessalonica furono pubblicate da P. Pedrizet: Inscriptions de Thessalonique, in Mélanges d'archéol. et d'histoire, 20 (1900), p. 229 sgg.; di recente furono

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Grecis - Convento della Pantàrossa (1365-1428) - Mistrà.
pubblicate altre iscrizioni cristiane della G. da R. D. Meritt, Greek inscriptions 1896-1927 (Corinth's Excavations, VIII, i), Cambridge 1931, n. 136 sgg.; altre ancora furono edite da N. Giannopulos, in A. Sotiriou, Ai Xpıotıavıxal Ө̄̄ßаı xai ai maàaıo$2 p ı \sigma \tau \iota \alpha v \imath \kappa a i$ Baotııxai $\tau \tilde{\eta} s$ 'Ex $\lambda \dot{\alpha} \delta \circ \varsigma$, Atene 1931, p. 139 sgg.

Enrico Josi
II. Arte sacra. - I. Architettura. - Le successive vicende politiche non permisero all'arte greca di svilupparsi nei secoli immediatamente successivi al vi : tuttavia la fedeltà alla tradizione rimane costante, giacché si rivela anche negli edifici di epoca bizantina, dove la maniera architettonica costantinopolitana risulterà moderata dai ricordi dei sacelli classici. Anche la collocazione degli edifici religiosi, generalmente accanto a sorgenti e boschi sacri, o ad antichi sacrari, continua la tradizione ellenica. La chiesa di S. Teodoro (1049) ha tre absidi molto sporgenti, la vòlta che copre la parte centrale del nartece è più bassa di quella del braccio occidentale della croce, ed ogni parte si conclude con un frontone isolato. Anch'essa è costruita di massi squadrati. La cupola, nella parte occidentale, non appoggia su colonne, ma sulle stesse ante del bema. Nella chiesa della Capnicarea, dalle pareti di pietra scura, si ritrova la cupola sorretta da quattro colonne. Fu ampliata nel sec. xim con un parascission, un esonartece e un portico.

Presso Atene, sul Monte Hymettos sorgono numerosi monasteri. Fra questi, il monastero di Kaisariani, in una valletta, ha una chiesa con cupola sorretta da quattro colonne tratte da un tempio pagano. La decorazione esterna è scarsa. La stessa nudità esteriore è caratteristica del monastero di Astery e della chiesa di S. Giorgio, presso Atene, di tipo basilicale. La più bella chiesetta dell'Attica è quella di Omorphi, di stile ateniese.

In Morea sono tre chiese del sec. xir, a Argolis, a Merbaca, Areia, e Chonica, strutturalmente simili. Celeberrimi invece, nella zona, sono gli edifici sacri di Mistrà, tipica città morta che durante il principato di Acaia assurse al grado di capitale, arricchendosi di costruzioni importantissime e sfarzose, fra cui il Palazzo imperiale. La chiesa dell'Evangeli. stria, dell'inizio del sec. xiv, di S. Sofia (del 1350 ca.) e del Peribleptos appartengono al tipo a croce greca. In tutte il braccio occidentale è leggermente prolungato. L'Evangelistria dovette essere una cappella cimiteriale, S. Sofia era una chiesa di corte, ad imitazione della grandi costruzioni costantinopolitane. Nel Peribleptos soprattutto sono notevoli influenze dell'arte occidentale, con decorazioni a rosette e a fiordalisi, ed un arco gotico nella torre campanaria.

Altre numerose chiese, particolarmente a croce greca, sono sparse in vari villaggi della Morea. Nella Focide, presso il monastero di S. Luca, sono due chiese del sec. xI, la più piccola delle quali, dedicata alla Panaghia, ha la cupola sorretta da quattro colonne, di tipo costantinopolitano; il tamburo esagonale, con doppie finestre, è arricchito di marmi scolpiti nella sua parte inferiore. Per influssi del Monte Athos l'edificio possiede un doppio nartece e un esonartece. L'edificio più vasto è quello dedicato a s. Luca, la cui parte centrale è cinta da 12 piloni, con arcate, ed è trasformata in ottagono per mezzo dei pennacchi angolari: in alto altri pennacchi trasformano il parallelepipedo così formato in circolo, per sorreggere la cupola. Le braccia dell'edificio sono coperte da vòlte e arricchite da gallerie. Soltanto l'abside mediana è aggettante, ed è arricchita da nicchie.

Come altri edifici, anche la notissima chiesa di Dafni (v.), sulla via sacra che da Atene conduce ad Eleusi, è analoga al S. Luca, tuttavia ha il bema ricoperto di vòlte a crocera, e tre absidi aggettanti, invece che una.

La chiesa di S. Teodoro a Mistrà (1295) sempre dello stesso tipo strutturale, ha le braccia coperte da vòlte a botte. A Monemvasia, la S. Sofia, che si innalza accanto a torri militari, ha nartece preceduto da una loggia di carattere veneto. Il tipo del S. Luca fu anche di esempio alla chiesa di S. Nicodemo (1044 ca.) ad Atene. Così la Parigoritissa di Atta, chiesa reale del despota dell'Epiro, che è formata di un cubo massiccio coronato da cinque cupole su tamburo. Essa possiede un triplice santuario e la cupola centrale si innalza a grande altezza, per influenza del verticalismo gotico.

Caratteristici i conventi delle Meteore, appollaiati sul culmine di coni rocciosi isolati. Le loro chiese hanno generalmente una pianta a croce greca, e mostrano tracce di influenza araba. Si tratta di costruzioni assai pittoresche, strettamente legate agli adiacenti ambienti monastici.

Ad Athos, come in tutta la G., lo stile architettonico bizantino perdura anche ai nostri giorni : notevoli solo le interruzioni dovute al diffondersi anche colà di un razionalistico neoclassicismo, nella metà dell'Ottocento, seguito da tracce di altri movimenti europei, perfino del revival neo-gotico.
2. La pittura. - a) I musaici. - Anche la G. nella seconda metà del sec. iv partecipa di quel linguaggio pittorico cristiano che con pochissime variazioni, durante il periodo giustinianeo, risulta diffuso tanto a Ravenna quanto a Nicea e Salonicco come a Costantinopoli. Tuttavia, nonostante la perdita quasi totale dei monumenti, si può pensare che esistessero

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(per cortesia della doti. E. Gerlini) Grecia - S. Ipazio, icona del pittore Cellinico (sec. XV) - Atene, Museo Bizantino.
alcuni centri artistici, quasi autonomi: uno di essi dovette essere appunto Salonicco, che avrebbe quindi efficacemente contribuito alla formazione dell'arte bizantina, quale si manifesta a partire dal sec. vi.

Lapiù antica decorazione rimasta è il catino della abside della chiesa di S. David, hatholithós del convento di Latomu. Nonostante le lacune, il musaico è ancora leggibile, e comprende al centro il Cristo apollineo che regge nella mano sinistra un rotulus e solleva come per un' allocuzione la destra. Accanto a lui i simboli degli Evangelisti e dei Profeti. La composizione, eseguita con una tecnica ancora compendiaria, è legata all'ambiente romano, pur con tracce di un sussistente ellenismo. Un confronto con i musaici di S. Maria Maggiore di Roma permette di notarne i caratteri paleocristiani comuni. La chiesa rotonda di S. Giorgio doveva possedere nella cupola una decorazione analoga a quella di S. Costanza in Roma; di essa è rimasto l'anello esterno, suddiviso in otto riquadri ricchissimi di elementi decorativi (uccelli, vasi, fiori, fronde, elementi architettonici). In ciascuno di essi, sullo sfondo di architetture quasi scenografiche, viene presentato un santo, nel tradizionale atteggiamento dell'orante, a braccia aperte. La mirabile finezza coloristica e decorativa della vòlta di S. Giorgio si ritrova in alcuni scarsi frammenti conservati nei settarchi delle navate e del nartece della rimaneggiata chiesa di Eski Giuma. In questi ultimi due monumenti pittorici si trova l'espressione di un'altra corrente artistica, più volta verso l'Oriente. Di derivazione romana, come il musaico di S. David, erano i pannelli votivi, sempre dei secc. v e vi, che decoravano la chiesa di S. Demetrio, e che andarono completamente distrutti durante l'incendio che devastò la chiesa nel 1917. Tre pannelli, rappresentanti i ss. Sergio e Demetrio tra personaggi barbuti ed il s. Demetrio con due fanciulli, sembrano risalire al rifacimento della chiesa, avvenuto dopo l'incendio che la devastò nel 634, ed appartengono quindi all'arte della prima età dell'oro, a cui si richiamano anche per la particolare finezza dell'esecuzione tecnica, a tessere minute e regolarmente disposte. Sono un documento importantissimo di quest'arte e, benché di un secolo più tardi, devono essere avvicinati ai riquadri nella decorazione di S. Vitale a Ravenna, che rappresentano l'imperatore Giustiniano e l'imperatrice Teodora con il loro seguito. Mirabile è il loro
splendore coloristico, le figure sono assorbite dallo spazio bidimensionale, astratto, che le circonda. Con essi l'arte bizantina appare costituita nei suoi fondamentali caratteri. Il quarto pannello conservato, con due figure virili che si son volute identificare con il prefetto Leonzio