volume-06

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one di ben 400 vescovi (!), cifra esagerata, dato che nelle epoche successive le sedi note, risultanti anche da sinodi nazionali, non superano $30-40$. Tutte le chiese furono dotate di benefici ecclesiastici, consistenti di 4 campi per quelle dei villaggi e di 7 fabbricati per quelle di città. La sede del katholikós ebbe 15 centoni ricchi in varie province dell'Armenia, tra i quali Aštišat fu il principale. Di tale dotazione fatta dal Re parlano documenti posteriori degni di fede.

Si ignora la data della morte di s. G. Durante il Concilio di Nicea (325) era ancora vivente; ma fu rappresentato nel Sinodo da s. Aristakes, suo figlio. Gli ultimi anni di G. trascorsero nella solitudine fra i monti Sepuh. Le reliquie, gelosamente custodite, furono in seguito parzialmente trasferite a Costantinopoli. In Armenia rimase sempre la mano destra, diventata poi simbolo della giurisdizione patriarcale. A Napoli, nella chiesa di S. Gregorio armeno, si conserva il teschio, molto venerato dagli Armeni. Gregorio XVI inseri il nome di G. nel martirologio romano, fissandone la data al $1^{\circ}$ ott., però vi appare al 30 sett. come nei Sinassari e Menologi bizantini.

Bibl.: F. Tournehize, Arménie, in DHG. II, coll. 294-95; M. Ciancian, Storia dell'Armenia (in arm.). I. Venezia 1784, v. indice: Zenob de Glak, Histoire de Taron, trad. di E. Prudhomme, Parigi 1864 passim; Agatangelo, Storia (trad. di V.Languia), in Collection des historiens anciens et modernes de l'Arménie, I, Parigi 1867, pp. 99-194; H. Geizer, Die armenische Mythologie und die Anfänge der armenischen Kirche, Gottinga 1893, pp. 109-14; S. Weber, Die katholische Kirche in Armenien vor der Trennung, Friburgo in Br. 1903, pp. 55-590; Bardenhewer, V, pp. 182-83; Martyr. Romanum, p. 426 sg.; G. Garitte, Documents pour l'étude du livre d'Agathunge, Città del Vaticano 1946.

Garsbed Amaduni
GREGORIO Mammas. - Patriarca cattolico di Costantinopoli, successore di Metrofane (m. nel 1443) pure cattolico. Nel 1451 dovette rifugiarsi a Roma, dove m. nel 1459. G. partecipò al Concilio di Firenze negli anni 1438-39 in qualità di vicario del patriarca greco d'Alessandria, di protosincello del patriarca di Costantinopoli e di confessore dell'imperatore bizantino Giovanni VIII presente in quell'assemblea. Sottoscrisse la bolla d'Unione del 6 luglio 1439 e rimase sempre fedele all'unità della Chiesa romana; anzi ne diventò un difensore con i suoi due trattati apologetici diretti contro l'acerrimo avversario Marco Eugenico e con uno scritto teologico diretto all'Imperatore di Trebisonda in difesa della dottrina cattolica.

Questi 3 lavori sono già editi, mentre altri 3, dei quali egli stesso parla (PG 160, 198 C), sono ancora inediti; questi pure trattano degli articoli di fede definiti nella bolla d'Unione dei Greci. G. M., di carattere no-
bile, fu molto stimato dai papi Eugenio IV, Nicola V, Callisto III e Pio II. Quest'ultimo lasciò scritto di lui che fosse morto "non senza la fama di santità ". Si conosce la sua iscrizione sepolcrale, ma purtroppo la sua tomba, probabilmente a S. Giorgio in Velabro a Roma, non è stata ancora scoperta.

Bibl.: Krumbachcr, p. 119; M. Jugu, Theologia dogmatica Christianaeum orientatione ab Ecclesia catholica dissidentium, Parigi 1926, pp. 487-88; Spyr, Lampros, Eкrүs̆qavv ēmrypagum Tpgy, Kаvүтвүтүvацлй́ллag, in N225 'E12.5yypvq̆pav, 4 (1907), p. 114; G. Hofmann, Papri Pior II. und die Kircheneinheit des Ostens, in Orientalia Christiana periodica, 12 (1946), p. 223.

Giorgio Hofmann
GREGORIO Narekatzi (di Narek), santo. È la figura più luminosa della letteratura armena antica. N. nel 945 , m. nel 1010 , fu teologo dottore mistico, oratore eloquente, esegeta e poeta.

L'opera sua più giovanile è il Commentario al Cantico dei Cantici, ove in stile elegante e facile spiega il senso mistico del libro. Scrisse poi i noti ponegirici su s. Giacomo di Nisibi, sugli Apostoli, sulla S. Croce, sulla Beata Vergine; quest'ultimo è il più bello. A lui sono attribuite anche parecchie Liriche religione, dove talvolta elementi di poesia popolare ed immagini di spiccato realismo si intrecciano, con concetti e sentimenti mistici. Il suo capolavoro è la raccolta di preghiere, chiamato da lui Elegie, ma comunemente Nareh, dal nome del monastero, dove visse e mori. Sono 95 preghiere, ciascuna composta da varie parti le quali assommate danne il numero 366. Nel Nareh, sotto la forma di preghiera non soltanto il poeta ci esprime il suo ardente desiderio di essere purificato ed elevato alla stessa santità increata, ma l'universo intiero, purificato ed elevato, scioglie un cantico di amore al Signore. Tutto in quest'opera è espresso con clevatezza di concetti, con profondità di sentimenti, con effusione di immagini, in uno stile denso e personalissimo, in un linguaggio ricco di dovizie lessicali.

Bibl.: Opere: furono edite a Venezia 1789, 1840. Studi: Avedikian C. Narckloux, Episcopaisni di Nareh (in arm.), Venezia 1859; anon., Traduzione del panegirico alla B. Vergine, Venezia 1904; U. Faldati, Liriche mistiche di s. G. di Nareh, in Bestartone, 38 (1922), pp. 144-46.

Cirillo Kibarion
GREGORIO Nazianzeno. - Insieme con Basilio di Cesarea e Gregorio di Nissa, G. di Nazianzo forma la triade dei cosiddetti "luminari di Cappadocia ". Non ebbe, o non l'ebbe nello stesso grado in cui l'ebbe Basilio, la virtù dell'azione, né il vigore speculativo del Nisseno, ma ebbe, sia pure in misura minore, l'una e l'altra virtù (sebbene il suo fosse un temperamento meditativo, amante della solitudine, e la sua mente fosse più di letterato che di filosofo) : e, più grande che negli altri due, il dono della parola; ma non della parola per se stessa, ch'è la ragione dell'impressione di vuoto e di falso che lasciano i libri degli scrittori pagani contemporanei, ma della parola riempita di tutto il suo significato dialettico ed emotivo. Più che "teologo", come fu chiamato, meriterebbe d'essere detto "l'oratore".

Sommario: I. Vita. - II. Opere. - III. Dottrina.
I. Vita. - G. di Nazianzo n. verosimilmente nel 330, ad Arianzo, borgo della Tiberina in Cappadocia, in vicinanza di Nazianzo. Suo padre, Gregorio anche lui, si era convertito al cristianesimo, dopo essere appartenuto alla setta giudeo-pagana degli Hypsistari, adoratori dell'« Altissimo", poi era diventato prete e poi vescovo; la madre, Nonna, era cristiana, ed era « donna riguardo al corpo, ma nel carattere superiore ad un uomo" (De vita sua, 39). Essa desiderava vedersi in casa un figlio maschio racconta G. - e si rivolse a Dio, offrendogli in dono il nascituro; e le apparve una visione notturna, che le rivelò l'aspetto e il nome del figlio venturo. E quando venne il figliuolo, esso era già alieni iuris,

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apparteneva a Dio "come un agnello o un vitello, vittima nobilissima e ornata della ragione». Incominciò gli studi a Cesarea in Cappadocia, dove conobbe Basilio, al quale doveva legarsi di una devota amicizia, a cui non nocque la diversità dei temperamenti (mobile e incostante quello di G., quanto deciso e sicuro quello di Basilio), e nella quale la parte di G. conserva sempre il tono di un'umiltà generosa. Si recò poi a Cesarea di Palestina, dove ebbe come maestro il retore Thespesio, e quindi ad Alessandria, nel tempo in cui vi era patriarca Atanasio; e da qui, dopo un viaggio avventuroso, ad Atene, dove fu raggiunto da Basilio e dove ascoltò Proeresio, il retore cristiano, e conobbe Giuliano, il futuro imperatore apostata. Ad Atene si fermò un po' più a lungo di Basilio, e forse vi tenne lezioni di retorica; nel viaggio di ritorno verso la patria, si fermò a Bieznzio, dove si incontrò con il fratello Cesario, e dove ricevette il Battesimo (sembra, nel 360 ). Tornato a Nazian$z 0$, "danzò per gli amici ", come egli stesso dice; fece, cioè, il retore: incerto, poi se abbandonarsi alla solitudine desiderata e realizzare cosi il suo ideale di vita ascetica, che la dimora ad Alessandria, con gli esempi di vita cenobitica che offriva, aveva dovuto confermargli nell'animo, o dare la necessaria assistenza ai genitori vecchi e ammalati, scelse una soluzione di mezzo, dividendosi un po' fra Nazianzo e l'eremitaggio di Basilio nei pressi di Neocesarea.

Di quest'epoca è forse, insieme con la redazione delle regole monastiche, la Philocolia, una serie di estratti, fatti anch'essi in collaborazione con Basilio, dalle opere di Origene, il cui ricordo aveva trovato vivo nelle scuole di Cesarea di Palestina e di Alessandria, e al cui influsso non doveva sottrarsi senza difficoltà. Le condizioni della Chiesa di Nazianzo rendevano infatti necessaria la presenza di G., in un tempo in cui il pericolo dell'eresia - la formula di Rimini, sottoscritta anche dal padre di G., "per semplicità d'animo ", come dice il biografo del figlio -
e le agitazioni dei monaci minacciavano la pace e l'unità della Chiesa. G. riconduce la pace, probabilmente nel 360 ; l'anno dopo - se la data è sicura - egli viene ordinato prete dal padre, "con atto tirannico", come dice egli stesso; e fugge allora, smarrito dinanzi all'imponenza del compito, nel Ponto, presso l'amico Basilio, e non ne torna che in séguito alle insistenti preghiere del padre, accento al quale rimarrà nove anni, aiutandolo nell'amministrazione della diocesi. Uno degli atti più notevoli da
lui compiuti in questo periodo fu la pacificazione tra il vescovo di Cesarea, Eusebio, e Basilio, compiutasi mercé i suoi buoni uffici. Nel 368 muore il fratello Cesario; nel 371 Basilio, già da un anno arcivescovo di Cesarea, durante la lotta di giurisdizione che ebbe con Antimo, vescovo di Tiana, creò alcune nuove diocesi, e a capo di quella di Sásima pose l'amico G. Il triste borgo, posto nel mezzo della via maestra di Cappadocia, polveroso e risonante di grida, di pianti, di ceppi, abitato da forestieri e da viaggiatori, non era certo l'ambiente adatto per quella vita di "filosofia ", ch'era il sogno di G., e, sotto il rispetto religioso, offriva la prospettiva non lieta di un periodo di turbolenze e di lotte. G. non seppe rifiutare, nonostante la tristezza e lo sdegno che gli destava il provvedimento di Basilio, ma non prese possesso della diocesi, ché già appena avvenuta l'elezione, egli aveva (come dice il suo biografo) "meditato la fuga nell'animo". Si rifugia nella solitudine, ma ancora una volta ne torna per le preghiere del padre, a cui fa da coadiutore. Morti, nel 374, i genitori, G. restò libero (" Libero in cattivo momento ", oú $\kappa \alpha \lambda \tilde{\omega} \varsigma$ é $\lambda \varepsilon \cup \vartheta \varepsilon \rho \circ \varsigma$ ), e lascia allora Nazianzo per ritirarsi nel convento di S. Tecla, a Seleucia d'Isauria; ed è qui che apprende la notizia della morte di Basilio, avvenuta nel 379 (ma solo nel 381 potrà pronunciarne l'elogio funebre a Cesarea). Ma intanto maturavano avvenimenti che dovevano trarlo ancora dalla sua quinte.

Alla morte di Valente, era succeduto, nel 379, Teodosio al governo dell'Impero d'Oriente; con editto del 27 febbr. del 380 , il nuovo Imperatore annunziava ai suoi popoli che tutti dovevano professare "la religione già insegnata dall'apostolo Pietro ai Romani, e attualmente proclamata dal pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria». A Costantinopoli padroni delle chiese erano ancora gli ariani, con a capo il vescovo Demofilo;

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ma appena la situazione accennò a farsi più favorevole, gli ortodossi ripresero animo e pensarono di riorganizzarsi. Gli ortodossi d'Oriente incoraggiavano questa ripresa dei loro amici di Costantinopoli, e tra di loro, già dal tempo del suo ritiro di S. Tecla, fu scelto G. perché reggesse quel nucleo di ortodossi. G. si fece molto pregare, ma si indusse alla fine, nel 379 , a partire per la "nuova Roma". Una chiesetta improvvisata, l'Anastasis dal bel nome simbolico, accolse il piccolo gregge dei Niseni ed assistette - finché la Cattedrale non fu restituita ai cattolici - al trionfo della grande eloquenza di G. (sono di questo periodo le cinque orazioni teologiche, che gli valsero il nome di "Teologo"), per la quale Gerolamo si recava dalla Siria e Costantinopoli ad ascoltare la parola di colui che doveva salutare suo maestro ( $D e$ viris ill., 177). Ma il compito del nuovo pastore era reso particolarmente difficile, oltre che dalla ostilità degli ariani, dalle rivalità e dalle discordie dei cattolici. Il caso di Massimo, figura equivoca di filosofo cinico e d'asceta, che forte dell'appoggio del vescovo di Alessandria, Pietro, dopo essersi insinuato nell'amicizia del buon G., tenta con un colpo di mano di farsi proclamare vescovo di Costantinopoli, è caratteristico del costume religioso del tempo. Massimo fu scacciato dalla massa dei fedeli che amavano G., ed invano tentò di farsi ragione presso Teodosio e presso il vescovo di Alessandria - in seguito, con miglior fortuna sembra, anche a Roma, presso Damaso -; ma insidie d'ogni sorta e violenze (già in principio G. aveva corso pericolo di essere lapidato) dovevano finire con lo stancare una tempra come quella di G. : il quale sarebbe ancora una volta fuggito, se non fosse stato il pensiero che "insieme con lui sarebbe partita da Costantinopoli la Trinità ". Intanto la situazione si risolveva in favore di lui. Teodosio entrava in Costantinopoli il 24 nov. del 380 e, due giorni dopo, toglieva le chiese agli ariani per ridarle ai cattolici, Demofilo era costretto ad allontanarsi da Costantinopoli; G., dietro all'Imperatore, veniva condotto in processione a S. Sofia con grande solennità, in mezzo a un largo spiegamento di forze. Nella chiesa, dove il sole irrompendo improvvisamente dalle vetrate nella mattina nuvolosa era parso il segno del favore di Dio, la folla acclamò vescovo G.; e vescovo egli fu di fatto, anche prima che il Concilio convocato da Teodosio, nel 381 , sotto la presidenza del vescovo di Antiochia Melezio - almeno i primi vescovi arrivati - l'avesse proclamato vescovo di Costantinopoli. Sorsero tuttavia ben presto nuove difficoltà; morto, durante quei giorni, Melezio, era aperta la successione alla sede di Antiochia; G., conciliativo, che intanto era stato chiamato a presiedere l'assemblea, era per la successione di Paolino, che era stato vescovo di Antiochia durante lo scisma di quella sede, ed era la soluzione naturale, caddeggiata anche dagli Occidentali. Ma i meleziani, ch'erano la maggioranza nel Concilio, decisero di non riconoscere Paolino e gli contrapposero un altro candidato, Flaviano. Intanto giungevano nuovi partecipanti al Concilio, i vescovi d'Egitto e di Macedonia, favorevoli a Paolino (tra i quali Timoteo, succeduto a Pietro nel seggio di Alessandria), i quali, non per odio verso G., ma verso i meleziani che l'avevano eletto, si posero a contestare l'elezione di G., con il pretesto che egli, vescovo di Sàsima, non poteva, in virtù del canone di Antiochia, essere trasferito ad altra sede (in realtà G. non aveva mai preso possesso della diocesi di Sàsima). Tutto ciò amaraggiò profondamente G., il quale, alla fine, si dimise dalla sua carica - nella quale fu sostituito da Nettario - e, nel luglio del 38 r , dato un addio alla sua chiesa di Costantinopoli, ritornò in Cappadocia, a Nazianzo. Vi rimase due anni, ad amministrare quella chiesa che era rimasta per molto tempo priva del suo vescovo; dopo, fattosi nominare un successore nella persona di Eulalio, si ritirò ad Arianzo dove visse - pare fino al 389 o al 390 - tra le pratiche ascetiche e gli studi diletti, dai quali gli avvenimenti della vita, talora turbinosi, l'avevano distratto, ma non allontanato del tutto.

Dottore della Chiesa, festa 9 maggio; nella chiesa greca 19 o 25 genn.

Bou.: Fonti per la vita: soprattutto le opere stesse di G., specialmente il carmo De vita sua; ma tutte, quale più quale meno,
le opere di G. sono ricche di notizie riguardanti la sua biografia. Di qualche utilità e l'ampia biografia, scritta nel sec. vir, dal prete Gregorio: notizie, oltre che in Socrate, Teodorato, Sostimeno, anche in s. Girolamo, in Rufino, nella Scala, in Agostino (Ep. III e Contra Iubimum Pelagianum, II, I e II), Simeone Metafrate, ecc. - Studi : Oltre i noti trattati di storia della Chiesa e di letteratura cristiana: Tillemont, IX, p. 305 sge.; C. Ullmann, Gregorius von Nazianz, Gotha 1887; L. Montaut, Revue critique de quelques auctions se rapportant a'st G. de N. et à son siècle, Parigi 1878; A. Bernit, St G. de N., ivi 1884; I. Sajdak, Quae ratio inter Gregorium Nazianzensum et Maximum Cynicum interceder, in Eos, 15 (1009), pp. 18-48; A. Puech, Hist. de la litt. grecque chrétienne, III, Parigi 1930, pp. 318-95; E. Floury, Hellenisme et christianisme, St G. de N. et son temps, ivi 1930; S. Giet, Sasime, une méprise de st Basile, ivi 1941; P. Gallay, La vie de st Grégoire de Naziance, Lions-Parigi 1543.
II. OPERE. - L'opera di G. è avasi vosta: comprende 45 orazioni, 245 lettere e una grande quantità di versi, ca. 17.000 , distribuiti in alcune centinaia di carmi. Delle orazioni, pochissime sono quelle di carattere esepetico (XXXVII, XLV : quello che racconta Girolamo, Ep. 5 ad Nepotiamon, su una dichiarazione che gli avrebbe fatto G. in materia esegetica è meno -anzi non è affatto- una prova della faciloneria dell'oratore in questo campo, che delle abitudini della folla, "che ammira di più quello che non capisce -), e morali in senso stretto. Tra queste bellissima è quella sull'amore verso i poveri, XIV, tenuta a Cesarea, probabilmente nel 373 , qualche tempo prima della costruzione di quel grande ospizio per i poveri e i lebbrosi, che fu la "citta di Basilio" (con la quale comunque va messa in relazione). Le più sono discorsi d'occasione o polemici; poche, ma di somma importanza, sono le orazioni teologiche.

Tra i discorsi d'occasione sono soprattutto da ricordare gli Epitafi o discorsi funebri: per il fratello Cesario (VII, pronunciato fra il 368 e il 369 : va detto subito, anche se l'osservazione non riguarda questa orazione, che la cronologia delle orazioni è in molti casi controversa), per la sorella Gorgonia (VIII, tra il 369 e il 374), per il padre (XVIII, del 374), e specialmente quello per Basilio, cha da molti è considerato, e non a torto, come il capolavoro di G. (XLIII, del 381) : tutti ricchi di notizie familiari e storiche, e freschi di ricordi e d'impressioni vive, pur negli schemi retorici del genere. Particolare importanza ha l'Apologia della sua fuga [II, del 362, segue di poco alla I pronunciata al ritorno dalla sua fuga) : in essa - l'orazione che si conserva è uno sviluppo di quella pronunciata - egli si giustifica d'essere fuggito, dopo l'ordenazione e prete fattagli dal padre: una giustificazione tuttavia che tratta specialmente dei compiti e dei doveri del sacerdote, dinanzi all'imponente dei quali egli era fuggito, non per vitia o debolezza, ma per tema d'essere inferiore ad un compito del quale vedeva, a differenza di altri, la incomparabile altezza sovrumana: l'omelia è perciò quasi un trattato, e merito d'essere tenuta presente da s. Giovanni Crisostomo nella composizione del suo bellissimo De sacerdotio.

Si distinguono dagli altri, per la loro particolare natura, i due "discorsi d'infamia ", $\lambda$ ó $\gamma o t$ oтy $\lambda$ ıтeutıxol - IV e V, del 363-64 - contro Giuliano l'Apostata, che quasi certamente non furono mai pronunciati; discorsi di una violenza straripante, e perciò forse non sempre sereni nella valutazione dei fatti, e carichi di artifici retorici, ma animati di un soffio di sincera, potente passione. Alcuni sono penegirici di santi (di s. Cipriano d'Antiochia [XXIV, del 379], s. Atanasio [XXI, del 373 o del 379]) o elogi (di Herone, filosofo alessandrino, nel quale è stato visto il cinico Massimo [XXV, del 379], dei Maccabei, XV, del 375), o discorsi destinati a particolari solennità festive (Natale, XXXVIII, del 379-80; Epifania, XXXIX, del 380-81; Pasqua, XLV, posteriore al 383 ; Pentecoste, XLI, fra il 379 e il 38 r , con quello sul Buttesimo, XL, pronunciato il giorno dopo; In novam dominicam, XLIV, del 383).

Un particolare interesse presentano quei discorsi che si riferiscono a fatti ed episodi della vita di G. o ad

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avvenimenti che anche indirettamente lo riguardavano: alla sua nomina a vescovo di Sasima (IX-XI, del 372) al tentativo di Massimo (XXVI, del 380), alla sua proclamazione in S. Sofia (XXXVI, del nov. 380), alla sua partenza definitiva da Costantinopoli, dopo le dimissioni (XLII, del 381), allo scisma di Antiochia (XXIII e XXXII, del 379), al contegno del suo pubblico (III, del 362 all'incirca), al suo insediamento nella chiesa di Nazianzo (XII, del 372), alla consacrazione di Eulalio vescovo di Doara (XIII, del 373), a condizioni della città di Nazianzo (XVI, XVII, del 373; XIX, del 374), alla controversia con gli ariani a proposito della restituzione delle chiese (XXXIII, XXXV, del 379-80), all'arrivo degli Egiziani (XXXIV, del 380), alla riconciliazione tra il padre di G. e i monaci (VI, forse del 364 ).

Le orazioni teologiche sono cinque (XXVII-XXXI) a furono pronunciate nel 380 , precisamente, parrebbe, dopo il 28 febbr. e prima del 24 nov., a Costantinopoli, in difesa dell'ortodossia nicero, contro gli ariani: esse rappresentano quanto di meglio abbia prodotto l'eloquenza teologica nel sec. iv. Nella prima, rivolta contro gli Eunomiani, parla delle qualità - che non sono del primo venuto, anche se di talento, ma richicdono il raggiungimento di un elevato grado di perfezionamento morale - che deve possedere colui che è chiamato a parlare del dogma; nella seconda, parla della natura e degli attributi di Dio, e riafferma l'impossibilità di definirlo in termini positivi e senza ricorrere a espressioni antropomorfiche, il che offrirebbe però il rischio di cadere nell'idolatria: nella terza, che ha per argomento il dogma della Trinità, stabilisce l'uguaglianza delle Tre Persone, e afferma, mediante il ricorso ai testi delle Scritture e alla fede, la divinità e la consustanzialità del Figlio, in opposizione alle vedute di Eunomio; nella quarta dà la giusta interpretazione dei testi biblici, prima di tutti di $P_{\text {voci }}, 8,22$, di cui si valevano gli ariani; nella quinta afferma, contro le obiezioni dei pneumatomachi o macedoniani - che si facevano forti dell'assenza di ogni accenno in proposito nelle Scritture - la natura divina dello Spirito Santo, non generato (a differenza del Figlio), ma procedente dal padre per Eantipouaic, per processione. Altri discorsi di carattere teologico sono il XX e il XXXII, l'uno De dogmate, nel quale è dimostrata la necessità della scienza delle Scritture e della santità della vita in coloro che vogliono occuparsi di teologia (ed è affermata, contro Ario e Sabello, l'unità di natura e la trinità delle Persone in Dio), l'altro De moderatione in disputationibus, nel quale è combattuta la mania teologica degli Orientali : il primo, pronunciato nel 379, il secondo, nel 380-81. Polemici, ma di contenuto fondamentalmente dottrinario, sono anche i discorsi citati XXXIII e XXXV, contro gli ariani, e quello sull'arrivo degli Egiziani (XXXIV).

Le epistole appartengono in massima parte, sembra, agli ultimi anni della vita di G. (383-89): importanti dal punto di vista letterario - esse sembrano serite in vista della pubblicazione - lo sono meno, o non lo sono quanto le lettere di Basilio o quelle, anche, di Giovanni Crisostomo, nel riguardo storico e documentario. Alcune
-la CI e la CII al prete Cledonio, la CCII - hanno anche importanza teologica, per la chiarificazione ch'esse portano nei concetti dogmatici, e per la battaglia ch'esse combattono contro l'eresia, specialmente apollinarista, ed esercitarono notevole influsso - la CI - sulla elaborazione teologica dei Concili di Efeso e di Calcedonia. Duhhia è l'autenticità dell'epistola CCXLIII, a Evagrio, anch'essa notevole nel rispetto teologico (discussa, ma non sembra con vero fondamento, quella delle lettere XLI, XLII, XLIII).

Le poesie, anch'esse, in massima parte, produzione degli ultimi anni della vita di G., si potrebbero distinguere in autobiografiche (tra esse, notevolissimo il lungo carme De vita sua, di 1949 versi; si potrebbero comprendere in questa sezione anche le poesie satiriche e polemiche, come quella contro
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Nassimo e quelle contro Apollinare), e relative agli altri-, e in poesie teologicomorali. Una sezione a parte formerebbero gli epitafi e gli epigrammi; di Amfilochio di Iconio sembra siano i giambi a Seleuco. Molte di queste poesie, e non solo quelle che obbediscono a fini unicamente pratici, sono nulla più che prosa versificata; ma in parecchie è vera poesia - quelle nelle quali l'autore -si confessa-, si interroga, si rivolge alla sua anima, esprime sentimenti nuovi, ignoti alla poesia pagana, e, talvolta, con accenno nuovo - e che riflettono, anche più che le orazioni e le lettere, il suo temperamento
di uomo dalla sensibilità delicata, portato più alla meditazione che all'azione, nel conflitto che sempre tormentò il suo spirito, tra l'ascesi e la vita attiva. Ma anche talune delle poesie di pensiero, delle poesie dogmatiche, pur sotto il peso dei ricordi eruditi e lo sforzo della costruzione polemica, rivelano talora, nel tremito di commozione e nell'ansia di conquista, il dramma dell'anima nel quale è poesia. Due carmi sono particolarmente ricordati - l'Ione vespertino e l'Esortazione a una vergine - perché presentano forse il più antico esempio di merteca accentuativa. Non sua, ma di autore molto più tardo, è la tragedia X312765 7:69750v, che nei manoscritti porta il suo nome, opera del resto di scarsissimo valore.

Di discussa autenticità - ma sembra a torto - è il Testamento, con cui G., fin dal 381 , prima di partire da Costantinopoli, disponeva dei suoi beni in favore della chiesa di Nazianzo.

Bibl.: Edizioni: Ed. princeps, Basilea 1250; cd. a cura di Cl. Marel, Parigi 1609, e 1630: di J. Billius, Colonia 1690; ed. benedettina, I, ivi 1778: II, ivi 1840; PG 32-38. - Edizioni parziali : a cura di J. A. Mason, Cambridge 1899 (dei cinque discorsi teologici); di L. de Sinner, Parigi 1836 (dell'elogio funebre di Cesario) : di F. Boulanger, ivi 1908 (delle orazioni funebri di Cesario e di Basilio; nella collezione di Hemmer-Lejay). Traduzioni : in latino, di Rufino (parziale, pubblicata nel Corpus Vindob.); di J. Billius: in francese di Fontaine, Parigi 1693; in italiano, parziali, di A. Caro, di N. Tommaseo, di Q. Cataudella, Torino 1932 (dell'invettiva in Iulianum, della De pauperum amore, dell'elogio di Basilio). - Studi: Sulle orazioni, in particolare: M. Villemain, Tableau de l'éloquence chrétienne au IVe siècle, Parigi 1865. pp. 104-43; Th. Sinko, De traditione orationum Gregori Nazianzeni (Mésistemata palvistica, 2), Crecavia 1877; J. Sajdak, Quaestiones Nazianzenae, in Eos, 12 (1909), pp. 18-48; M. Guignet, St G. de N. et la thétorique, Parigi 1911; A.B.Poynton, Greg. of Nazianzus and the greck rhetoricians, Oxford 1933. -

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Sulle lettere: M. Guignet, Les procédés épistolaires de st G. de N., Parizi 1911 (in appendice al già citato volume); G. Praychocki, De Gregorii Nazianzeni epistolis quaestiones selectae, Cracovia 1912; P. Gallay, Langue et style de st G. de N. dans sa correspondance, Parigi 1933; id., Liste des manuscrits des lettres de st G. de N., in Revue des ét. grecques, 1944, pp. 106-24. - Sulle poesie : A. Grenier, La vie et les poésies de st G. de N., ClermontFerrand 1858; P. Stoppel, Quaestiones de Gregorii Nazianzeni poetarum scarnitorum imitatore, Rostock 1881; W. Ackermann, Die didaktische Poesie des Gregor von Nazianz, Lipsia 1903; L.F.M. De Jango, De Gregorí Nazianzeni carminibus quae inseribi salent aegí havro6, Amsterdam 1910; Q. Cataudella, Le poesie di G. N., in Atene e Roma, 1927, pp. 88-96; M. Pellegrino, La poesia di G. N., Milano 1932; B. Wyss, in Musone Helveticum, 6 (1949), pp. 177-210.
III. Dottrina. - G. fu, pur con i vizi dell'asianismo imperante, riscattati in gran parte dalla sincerità del sentimento, uno scrittore di qualità non comuni, oratore vigoroso ed efficace, polemista vivace, ragionatore lucido e agguerrito: ma non fu un pensatore originale, un filosofo, non creò, e nemmeno ebbe, un sistema preciso di dottrine, al di fuori del campo dogmatico. Conobbe i filosofi greci, e sono riconoscibili nell'opera sua influssi di Platone (l'idea, p. es., che il simile si conosce con il simile, ecc.), dei filosofi stoici, cinici (in certi aspetti della morale), del neoplatonismo (il mondo delle essenze spirituali, ecc.) : la scienza profana, a differenza di quello che facevano alcune correnti del pensiero cristiano, egli non rinnegava, ma voleva ancella della sacra. Nel riguardo morale, e specialmente in quello sociale, sono notevoli certe sue radicali affermazioni sulla uguaglianza naturale di tutti gli uomini-schiavi e liberi, ricchi e poveri - e sul problema, del resto visto in funzione morale, della proprietà individuale e della ricchezza; ma anche qui l'autorità su cui si appoggia è costituita essenzialmente dai libri sacri e dalla tradizione apostolica.

Nonostante il soprannome di "Teologo" che egli ebbe, e l'autorità da lui acquistata in questo campo, per cui Rufino poté dire (nella prefazione alla sua traduzione di alcune orazioni di G., CSEL, 46) non esse rectae fidei omnem qui in fide Gregorio non concordat, non si può mettere l'opera sua sullo stesso piano di coloro che costruirono l'edificio della teologia cattolica. Non sarebbe giusto tuttavia ridurre, come spesso suol farsi, l'opera di G. a quella di un semplice rappresentante autorizzato della credenza comune della Chiesa greca del iv sec., e cioè di semplice interprete della dottrina ricevuta per tradizione.

Certo, egli è un interprete di prim'ordine della fede trinitaria, espositore lucido e coerente della dottrina di Atanasio e di Basilio (la formula che egli difende "una sola essenza in tre ipostasi" è precisata dall'altra unum tres divinitate, et hoc unum tres proprietatibus, che esprime con mirabile chiarezza la sua dottrina sulla indivisibilità della divinità nella distinzione delle tre ipostasi), ma bisogna anche aggiungere che di quest'ultimo non ha le esitazioni, attribuite da G. alla sua olesvquia e cioè a concessioni prudenti all'opportunità del momento, in un punto della dottrina trinitaria, quello riguardante la divinità dello Spirito Santo. G. non esita a proclamarla apertamente (i Dio è lo Spirito? Certamente. Dunque consuetenziale, 6proózasco? Si, se è Dio», Or., XXXI, 10), e nella definizione del rapporto tra le Tre Persone, e in particolare delle relazioni dello Spirito Santo con le due altre Persone, per la quale non esisteva ancora una dottrina in tutto stabilita, dà il suo apporto di chiarificazione e di precisazione, andando più avanti di quel che avessero fatto i suoi predecessori, nel formulare la dottrina della processione ( $\varepsilon$ eтtóqquats) dello Spirito Santo. Egli definisce la prima delle Tre Persone (hypostaseis) mediante l'éyevngatis, la seconda mediante la yévnnts, la terza mediante l'érotóqcuats. Lo Spirito Santo - egli dice nella
medesima orazione teologica V - in quanto procede dal Padre, non è creatura, in quanto è ingenerato, non è Figlio, in quanto è in mezzo tra l'ingenerato e il generato, è Dio. "Tu mi domandi che cosa sia mai questa éxtóqzúats: ebbene, dimmi tu che cosa sia la áyévngatis del Padre, ed io ti spiegherò che cosa sia la yévngats del Figlio e la éxtóqzúats dello Spirito Santo ". La teologia cattolica non doveva fare che un passo più avanti, con la proclamazione del Filioque, per giungere alla ortodossia, quale doveva essere dopo definitivamente fissata.

Anche nel problema della due nature nella persona di Cristo, Basilio non era stato abbastanza rigoroso, almeno non quanto G., che combatié tenacemente l'eresia apollinorista (Basilio era accusato invece d'essere stato in buoni rapporti con Apollinare), sostenendo l'impossibilità che Cristo abbia posseduto solo il vó̄s divino e non anche il vó̄s umano, e dimostrando che la Reden sione non poteva essere opera che di un Gesù nella persona del quale le due nature, umana e divina, fossero unite insieme, senza che una delle due avesse dovuto subire qualche diminuzione. A Mova egli riconosce esplicitamente il titolo di Orotóats, di Madre di Dio. Circa la dottrina della Redenzione, G. condanna recisamente, a differenza di quanto avevano fatto gli altri, l'idea di un prezzo del riscatto - che sarebbe il Cristo - pagato da Dio al demonio: credere una cosa simile gli sembra fare ingiuria al Signore. Ammette l'esistenza di un primo peccato, e, pur non negando il contributo portato dall'uomo, attribuisce alla Grazia il principio e la fine d'ogni bene: crede - contro i novazioni - nell'ufliocia della penitenza.

Nell'esegesi biblica G., pur suls, nilo chiaramente l'influsso di Origene, tenne, come gli altri Cappadoci, una posizione intermedia fra l'interpretatione allegorica degli Alessandrini e quella letterale della scuola di Antiochia (ma, a differenza del Nisseno, con una più accentuata tendenza verso la prima); per altro, egli considera come depositari della verità rivelata, non soltanto la Bibbia ma anche quanti, sotto l'influsso dello Spirito Santo, ne furono illuminati.

BIBL.: Ohre i noti trattati dogmatici e le storie della Chiesa: M. Schubach, De Sancti Potris Gregorii Nazianzeni carminibus commentatio patrologica, Coblenza 1871; H. Weiss, Die grossen Kappadazier Basilica, Gregor v. Nazianz und Gregor von Nyssa als Exegeten, Braunsberg 1872; G. Hammer, Der hl. Gregor von N. des Theol. Lehre von der Gnade, Kempten 1890; I. B. Asmus, Gregorius v. Nazianz und sein Verhältnis zum Kynismus, in Theol. Studien und Krit., 67 (1894), pp. 314-39; J. Dracscke, Gregorius v. Nazianz und sein Verhältnis zum Apollinorismus, ibid., 65 (1892) pp. 473-512; id., Neoplatonisches in des Gregorius von Nazianz Trinitätslehre, in Byzantinische Zeitschrift, 13 (1906), pp. 141-80; C. Gronau, De Basilia, Gregorio Naz., Nystemque Platonis imitatoribus, Gottinga 1908; I. Dzisch, De Gregorio Nazianzeno diatribae quae dicitur alumno, Posen 1925.

Quintina Cataudella
GREGORIO Nisseno, santo. - Uno dei grandi dottori che, nella seconda metà del sec. iv, diedero un improvviso splendore alla chiesa di Cappadocia; non è inferiore a nessuno come speculativo e contemplativo, come filosofo e mistico.

Sommario : I. Vita. - II. Opere. - III. Dottrina.
I. Vita. - N. a Cesarea di Cappadocia ca. il 335 , m. ca. il 394. La sua giovinezza è piena di quei contrasti che sono caratteristici del suo tempo e del suo ambiente. Nessuna famiglia più cristiana della sua. I suoi nonni erano stati discepoli di Gregorio il Taumaturgo.
G. risenti di tanti diversi influssi. Non si sa in quali condizioni compi i suoi studi, ma è certo che acquistò una formazione molto completa. Scrittore, egli è tra i più caratteristici rappresentanti della seconda sofistica. Già Fozio notava che il suo stile superava quello di qualunque altro retore, quanto a musicalità e colorito. Móridier è riuscito a ritrovare in lui tutti i precedenti artistici che caratterizzano questa scuola (L'influence de la seconde Sophistique sur l'oeuvre de Grégoire de Nysse, Parigi 1906). Filosofo, sembra aver posseduto la cultura eclettica che i sofisti d'allora davano ai loro scolori e che

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comprendeva allo stesso tempo elementi platonici, aristotelici e stoici; lesse certamente Plotino, con il quale presenta innegabili affinità (cf. H. F. Cherniss, The Platonism of G. of Nissa, Berkeley 1930). La sua opera dimostra anche conoscenze molto serie di medicina, dimostra, musica.

Per quanto assorto nei suoi studi, questi non in distolsero dalla vita cristiana. Decise, infatti, di prendere gli ordini e fu ammesso al grado di lettore. Ma l'amore dei libri santi non aveva distaccato il suo cuore dalla letteratura profana. In quel tempo scoprì Libanio, di cui gli aveva parlato Basilio. "Divenni appassionatamente innamorato della bellezza della vostra arte" scriveva più tardi egli stesso allo scrittore "senza potermi sazione di tale passione" (PG 46, 1030 A). Abbandonò allora i suoi doveri sacri e abbracciò la professione di retore (si sposò forse in quel tempo? Lo si è immaginato da una lettera di Gregorio Nazianzeno, e l'interpretazione non è contestata (PG 37, 321 A-324 B]). La saggezza greca trionfava nel suo cuore sulla "barbarie" cristiana.

Nonostante ciò, si delineava intorno a lui, nella sua famiglia e tra i suoi amici, una vasta corrente di vita spirituale. Basilio, il primo toccato dalla Grazia, si era ritirato in mezzo alle colline della valle dell' Iris, non lungi dal luogo ove sua sorella Macrina doveva fondare, dal canto suo, un monastero femminile. Ben presto egli attirò a sé il suo amico Gregorio, il futuro vescovo di Nazianzo, e tutto un gruppo di giovani; vivevano li, uniti nello studio e nella perghiera, inaugurando una forma di vita che avrebbe avuoc in seguito immensa fortuna in Oriente e in Occidente.

La defizione di G. rattristava Gregorio Nazianzeno il quale gli scrisse una lettera, che ancora si conserva (PG 37, 4 I II - 44 II), in cui lo rimproverava di essersi lasciato riprendere dalle ambizioni mondane e di preferire il nome di retore a quello di cristiano; tentava anche di fargli comprendere quale scandalo la sua condotta dava ai fedeli e quale pena essa causava ai suoi amici, e lo supplicava di ritornare in se stesso. Non si sa quali siano state le lotte nell'animo del giovane retore; ma l'appello di Dio fu più forte e G. raggiunse suo fratello e i suoi amici.

Per qualche anno, G. si dedicò, sotto la direzione di Basilio, ch'egli chiama sempre suo padre e suo maestro, alla vita spirituale. Rimangono pochi documenti sulla sua vita d'allora, solo una lettera scritta a uno dei suoi amici sofisti per invitarlo nel suo deserto. Ma ci si può fare un'idea del suo stato d'animo da un'opera che scrisse in quel tempo, dietro ordine di Basilio, il trattato De virginitate, dove appare pienamente felice di potersi dedicare, lontano dal tumulto degli affari, al suo amore per la vita contemplativa. In questa opera della sua gioventù, in cui è ancora molto sensibile l'influenza neo-platonica, già si intravede quale grande mistico sarà un giorno G.

Nello stesso tempo, oltre che alla contemplazione, nel suo ritiro G. si dedicava allo studio. Esso rientrava infatti nel programma assegnato da Basilio ai suoi monaci. Si formò allora in G. il pensiero filosofico e teologico che si sarebbe manifestato più tardi, nelle opere della maturità. Oltre alle S. Scritture che si solevano leggere nei monasteri di quel tempo egli studiò i grandi Dottori che l'avevano preceduto, in particolare Origene, molto caro ai cappadoci, e anche il suo avversario Metodio d'Olimpo. Perfezionò inoltre la sua conoscenza degli autori profani, acquistando così quella doppia cultura di cui doveva un giorno lodarlo Gregorio Nazianzeno in un discorso.

Gli anni fervidi di studio di Annesi furono certamente tra i migliori della sua vita. Ma il servizio della Chiesa doveva presto strapparlo a questa pace. Nel 370 Basilio era stato eletto vescovo di Cesarea, dove doveva fronteggiare una difficilissima situazione : difficoltà con l'imperatore Valente che favoriva gli ariani, difficoltà con papa Damaso, che non si rendeva ben conto della situazione in Oriente. Aveva bisogno di collaboratori sui quali contare. Fece eleggere suo fratello G. vescovo di Nissa, cittadina non molto lontana da Cesarea, nel cuore dell'Asia Minore. Certo, egli non si faceva illusioni sulle capacità di quest'ultimo negli affari, ché la sua bontà e il suo candore lo rendevano troppo ingenuo. Quando
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(fol. Eur. Catt.)
Gregorio Nuseno, santo - Explicit del De Infantibus e Incipit del Ad Harmonium de professione - Biblioteca Vaticana, Vat. gr. 450 , f. $28^{\mathrm{r}}$ (secc. x-xi).

Dorotea, nel 375 , gli propose di inviare G. in missione presso il Papa, Basilio le rispose con una lettera che è, in pari tempo, una testimonianza del primato romano e un elogio di suo fratello: «G. sarebbe certamente venerato e apprezzato da un uomo benevolo, ma con un uomo altero come Damaso, compreso della sua importanza, posto in alto e appunto per questo incapace di intendere coloro che, dal basso, gli dicono la verità, la visita di qualcuno così estraneo all'adulazione come G. non servirebbe a nulla" (PG 32, 792 A).

Ma Basilio conosceva anche suo fratello come inflessibilmente fedele alla fede di Nicea. E questo, in un mondo in cui l'eresia sorgeva da ogni parte e in tutte le forme, era per lui l'essenziale. Gli avvenimenti gli diedero ragione. Elevato suo malgrado all'episcopato, G. si mostrò degno della sua carica. La sua fedeltà gli valse d'essere nel 376 l'oggetto delle persecuzioni del vicario del Ponto, Demostene, che favoriva gli ariani (PG 32, 840 B-C). Accusato a torto d'aver dilapidato i beni della sua chiesa, G. fu deposto e sostituito da una creatura di Demostene. Non vi ritornò che nel 378 , accolto dall'entusiasmo dei fedeli (PG 46, 1033-34). Ma il suo ruolo era ormai offuscato, finché la morte di Basilio, nel 379, lo fece passare in primo piano. La sua cultura, la comunanza d'idee che gli si conosceva con il fratello, gli diedero durante alcuni anni una parte preponderante nelle vicende d'Oriente. Nel 379 egli partecipa al Sinodo di Antiochia, dov'è incaricato di un giro d'ispezione nel Ponto e in Armenia; allora, sul principio del 380 assiste ad Annesi, a cui lo legano tanti ricordi, agli ultimi istanti della sorella Macrina (PG 46, 1075 A-C) e ha con lei quella celebre discussione sull'anima e sulla risurrezione che è quasi una contropartita cristiana del Fedone (PG 46, 12-160).

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Nel 38 I assiste al secondo Concilio ecumenico, a Costantinopoli. E possibile che sia stato incaricato di redigere la professione di fede che concluse i lavori del Concilio. In ogni caso è certo che fu designato da Teodosio, con altri quattro vescovi, quale testimonio dell'ortodossia orientale. Fu allora che pronunciò l'orazione funebre di quel Melezio d'Antiochia che tante difficoltà aveva provocato tra Oriente e Occidente (PG 46, 852-64). Sembra anche che allora sia stato incaricato di ristabilire l'ordine nelle Chiese di Palestina e di Arabia. Restano molte sue lettere che si riferiscono a questi viaggi; tra le altre, una, in cui critica gli abusi che accompagnavano allora i pellegrini e vi dichiara che è più importante elevarsi con gli affetti del cuore fino alla Gerusalemme celeste, che di rendersi a quella terrena, ha avuto larghissima fama all'epoca della riforma (PG 46, 1009-16).

La sua situazione nella chiesa d'Oriente lo spinge anche a prendere posizione nelle controversie dottrinali. Il suo temperamento intellettuale, la sua indulgenza naturale non l'avrebbero portato da quella parte. Ma era necessario illuminare gli spiriti; da ogni lato ci si volgeva verso G. Nessuno era più designato a questo che l'erede della fede di Basilio, colui di cui Gregorio Nazianzeno celebrava in un discorso la scienza e la santità. G. si mise allora al lavoro. Fu allora che scrisse le sue controversie contro Eunomio, contro Apollinare, contro i pneumatomachi. La sua autorità gli valse di pronunciare nel 386 l'orazione funebre dell'imperatrice Placilla. Morì nel 394. Non ha festa nella chiesa latina; è inserito nel Martirologio romano al 9 marzo; la Chiesa greca lo venera il io genn.
II. Oreas. - La produzione letteraria di s. G. è considerevole (PG, 44-46), e sembra essere stata conservata quasi integralmente. Comprende anzitutto le opere esegetiche, di vario genere. Vi si incontra per prima la In Hexaenemon explicatio apologetico (PG 44, 61-124). S. Basilio aveva pronunciato cinque omelie sull'Esamerone, e l'intenzione di G. era di completare l'opera del fratello, approfondendo alcune questioni ( 61 D ) e tentando di accordare il testo del Genesi e la scienza del suo tempo. L'opera è interessante per la conoscenza delle concezioni cosmologiche (v. K. Gronau, Posidonius und jüdisch-christliche Genestexegese, Lipsia 1914, pp. 112-41). Il trattato De hominis opificio ne è il seguito e obbedisce ad analoghe preoccupazioni. Somiglianze certe con il De natura deorum, l. II, di Cicerone, svelano l'influenza di Posidonia (cf. E. von Ivanka, Die Quelle von Ciceros De Natura deorum, II, 45-60, in Archiv. f. Philolog., 1935, p. I sgg.). L'ultimo capitolo è un trattato di fisiologia ispirato a Galeno. Ma vi sono anche qui pagine importantissime in cui G., partendo da una esegesi del Gen., 2, ispirata a Filone, sviluppa la teoria della doppia creazione dell'uomo, sulla quale si ritornerà. Dopo il trattato, la PG dà due omelie, In verba Scripturae faciamus hominem ad imaginem et similitudinem nostram (PG 257-97): un testo un poco diverso di queste omelie si ritrova nelle opere di s. Basilio, sotto il titolo De structura hominis (ibid. 29, 324 sgg.). Il p. Stephanouen aveva difeso l'autenticità basiliana (Le sixième jour de l'Hexaméron de st Basile, in Echos d'Orient, 31-32 [1932], pp. 385-98), mentre l'Ivanka le ha rivendicate a G. (Die Autorschaft der Homelien: "Faciamus hominem», in Byzant. Zeitschrift, 45 [1936], pp. 46-47). S. Griet distingue le due serie, ma secondo lui quelle di G. stanno fra le opere di Basilio e viceversa (St Basile a-t-il donné suite aux Homélies sur l'Hexaméron?, in Recherches de science religieuse, 33 [1946], pp. 317-39). Sembra piuttosto che le une e le altre siano tarde opere di ispirazione basiliana e che non debbano nulla a $G$.

Al contrario di queste prime opere che dipendono dall'esegesi letteraria, gli altri trattati esegetici di s. G. sono degli esposti di spiritualità in cui la Scrittura è interpretata in senso spirituale. G. vi fa un'esegesi piena di
allegorie, influenzata da Origene e anche, direttamente, da Filone. Il De vita Moysis comprende anzitutto una historia, spiegazione letterale dell'Esodo, poi una theoria che applica tale spiegazione all'itinerario dell'anima verso Dio, dopo l'uscita dall'Egitto, allegoria del peccato, fino all'ascensione sul Sinai (PG 44, 297-429). Questo è forse il capolavoro di G. Nella prefazione, egli espone la sua teoria principale che considera la vita spirituale come un perpetuo progresso. In questo trattato si trovano anche alcune pagine sulla tenebra mistica, ispirata a Filone, ma sorpassante di gran lunga le indicazioni di questi, che ispireranno più tardi la Teologia mistica dello Pseudo-Dionigi (J. Daniélou, Vie de Moise, Parigi 1944, introduzione, pp. 27-44). Vengono poi due trattati In Psalmos. Il primo tratta del simbolismo delle iscrizioni dei salmi (PG 44, 432-85), il secondo interpreta la prima parte del Salterio come una descrizione delle tappe della vita spirituale (PG 44, 488608). Un piccolo trattato De octava commenta il sesto salmo (PG 44, 608-16). Si citano inoltre i commenti di libri sapienziali. G. spiega che i Proverbi corrispondono all'infanzia spirituale, l'Ecclesiaste alla giovinezza, il Cantico dei Cantici alla maturità (PG 44, 768 A; questa divisione deriva da Origene e si ritrova anche in s. Basilio: PG 30, 412 sgg.). Sfortunatamente pare non abbia scritto alcun trattato sui Proverbi. Restano uno studio sull'Ecclesiaste e un altro sul Cantico dei Cantici. A differenza dei precedenti che erano dei commentari, qui si tratta di omelie. Le omelie In Ecclesiastea (PG 44, 615-753) contengono mirabili passi sulla trascendenza di Dio, ma ancor più mirabili sono le omelie In Cantica Canticorum (PG 44, 756-1120), dove G. trae esplicitamente ispirazione da Origene, ma sviluppa una mistica dell'estasi dell'amore estranea a questi, che apre nuovi orizzonti alla spiritualità. Meno composite del De vita Moysis, le omelie hanno a volte accenti più personali: esse sono tra le cime della letteratura spirituale di ogni tempo. Le opere sin qui citate si riferiscono al Vecchio Testamento. Ma restano anche due trattati che si possono collegare all'esegesi del Nuovo. Il primo è un opuscolo sulla preghiera, sotto forma di un commento al Pater noster (De oratione Dominica: PG 44 1119-93). Questo era un genere classico: anche il trattato sulla preghiera di Origene, e quello di Tertulliano sono dei commenti al Pater. Inoltre c'è un trattato De beatitudini. teo, commento alle beatitudini, che contiene, in particolare, un capitolo sulla purezza del cuore, molto importante per la teologia spicuale di G.

La seconda parte dell'opera di G. Nisseno è costituita da trattati di teologia, di cui la maggior parte è dedicata alle controversie sulla Trinità. Il più importante, sia per dimensioni che per valore dogmatico, è il Contra Eunomium; ma, in verità, si tratta qui di vari studi. Eunomio aveva, verso il 360 , pubblicato una Apologia ove esponeva che l'872vvypix è espressione dell'essenza divina. S. Basilio gli rispose con la sua Refutatio. Eunomio pubblicò allora la sua Apologia di una apologia. Ma Basilio morì nel frattempo (379) e G. si incaricò di confutare Eunomio, scrivendo tre opere che rispondono ai 3 libri di lui. Il primo, corrispondente al I I. dell'edizione attuale, apparve nel 380-81; il secondo corrisponde al libro XIII (381); il terzo contiene i libri dal III al XII (382). Infine il II l. della nostra edizione e un trattato diverso, confutante la confessione di Eunomio e datato verosimilmente dal 383 (v. M. Comes de Castro, Die Trinitätslehre des hl. Gregor von Nyssa, Friburgo in Br. 1938, pp. 7-13. L'edizione del Contra Eunomium di Werner Jaeger [Berlino 1921] segue quest'ordine).

Contro gli eretici pneumatomachi, G. scrisse il suo trattato De Spiritu Sancto, nel quale vuole dimostrarne la divinità : la data di questo lavoro non è sicura. Si connettono ancora alle controversie sulla Trinità altri trattati di minore importanza: Ad Simplicium de fide (PG 45, 115-35), Ad Eustathium de S. Trinitate (PG 32 [tra le opere di s. Basilio], 683-96), Adversus Graecus ex commonibus nationibus (PG 45, 175-87). A controversie cristologiche si connettono invece i due trattati Adversus Apollinarem (PG 45, 1123-1286). E questa u