volume-06

Back to Volumes
 enigmatico, e le esperienze fatte dell'ambiente bizantino gli furono utilissime per il governo della Chiesa. La sua attività diplomatica a Costantinopoli non gli impedì di iniziare la celebre esposizione del Libro di Giobbe, conosciuta con il nome di Moralia, per la quale era stato pregato dall'amico s. Leandro di Siviglia.

Tornato a Roma nel 585 riprese la vita monastica al "Clivus Scauri", meditando e commentando le S. Scritture. Ma Pelagio II, che conosceva il valore dell'uomo, non mancava di usarne nelle difficoltà dei molteplici affari e non poche delle lettere del Pontefice, riferisce Paolo Diacono (Hist. Langobardorum, III, 30), sono opera di G. che gli fungeva da segretario.
II. Pontefice. - 1. Elezione. - Nell'ott. 589 si rovesciarono in Roma non poche sciagure che, come conclusione, portarono, nel genn. del 590, la terribile peste inguinaria (Gregorio di Tours, Hist. Franc., X, 1; G., Dial., III, 19; Paolo Diacono, Hist. Lang., III, 23; id., Vita Greg., 10; Giovanni Diacono, Vita Greg., I, 34-35). Tra le prime vittime fu papa Pelagio II che morì verso il 15 genn., ma i morti poi non si contarono più. Paolo Diacono (Vita Greg., 10) afferma che intere contrade della città rimasero spopolate.

In questo stato di abbattimento e di angoscia,
![img-4.jpeg](img-4.jpeg)
(1er. Hist. Nuntianiora)
Gregorio I, papa, santo - S. G. col libro dei Morali aperto sopra un leggio, alle sue spalle un angelo, dinanzi il diacono Pietro. Minatura dei Morali contenuti nel cod. 53 DD. eseguito per ordine dell'abate Teobaldo (1022-35) " Montecassino.
con i gravi pericoli che incalzavano, si vide la necessità di provvedere subito all'elezione del nuovo pontefice. Fu acclamato da tutto il popolo G. che cercò di sottrarvisi. Anche il tentativo di pregare l'Imperatore che non confermasse l'elezione, andò a vuoto, poiché il prefetto ritenne la lettera di G. e inviò la supplica del popolo romano perché Maurizio si affrettasse a confermare la designazione del suo amico. Dopo un vano tentativo di fuga, G. fu costretto a lasciarsi condurre in S. Pietro per esservi consacrato papa. La cerimonia fu compiuta il 3 ott. 590 (Lib. Pont., I, p. 312).
2. Azione pastorale: a) a Roma e in Italia. Mentre si era ancora in attesa della conferma imperiale, G. usel dal monastero e si pose subito all'opera per organizzare i soccorsi, tenne al popolo un discorso che era insieme un grido di angoscia e un invito alla speranza (Giovanni Diacono, Vita Greg., I, 41), indiceva così per il giorno seguente una processione di penitenza che doveva muovere dalle varie chiese di Roma verso la Basilica Liberiana: la cosiddetta litania septiformis, che fu ripetuta tre giorni di seguito.

Quando cessò la peste, Roma andò soggetta ad altre sciagure: la fame, che G. cercò di alleviare sollecitando da Giustino, pretore della Sicilia, spedizioni di grano superiori alle normali (Reg., I, 2); il pericolo di occupazione longobarda, che rimaneva sempre minaccioso; la guarnigione che si agitava perché non veniva pagata (Reg., I, 3); si aggiungevano le tempeste che sradicavano gli alberi e facevano cadere le case e le chiese (Homil. in Evang., I, 1, 5). G. con le sue lettere e con le sue omelie incoraggiava tutti ed esortava i funzionari al compimento esatto dei loro doveri.

## Page 670

![img-5.jpeg](img-5.jpeg)
(Int. Antitram)
Gregorio I, papa, santo - Dipinto di Niccolò Pizzolo (ca. 1492) - Padova, chiesa degli Eremitani.

Come capo della Chiesa universale e patriarca di Occidente, esercitò un'autorità particolare, quella cioè di metropolita, sulle Chiese d'Italia che costituivano la sua giurisdizione "suburbicaria", con a nord la Toscana e a sud la Sicilia. G. esercitò un costante controllo tanto sulle elezioni vescovili quanto sull'adempimento dei doveri dei vescovi : i rettori che, in ogni provincia dove la S. Sede aveva dei beni, erano incaricati dell'amministrazione dei medesimi, gli servivano d'intermediari ufficiali per compiere inchieste e rendere note le decisioni. La loro nomina veniva notificata ai vescovi che, a loro volta, dovevano considerarli come rappresentanti del Papa. Quando un caso particolare poi lo avesse richiesto, il Papa designava un visitatore che sul luogo stesso compisse un'inchiesta, facesse il suo rapporto e promulgasse, all'occorrenza, le decisioni prese.

La storia della Chiesa di Napoli, sotto G., ha procurato un esempio significativo di tali interventi (cf. Reg., III, 15, 58, 60; X, 19; XI, 12, 53; XII, 29). Non meno risoluti furono gl'interventi di G. con i vescovi di Amalfi e di Taranto. Come però G. era risoluto nell'esigere dai vescovi i loro doveri, lo era altrettanto nel difendere i loro diritti : appena un "defensor», incaricato del patrimonio di Sicilia, usurpa i diritti del vescovo, cui solo spetta guidare il proprio clero (Reg., XI, 24) o si profitta della vacanza della sede per compromettere i diritti del successore su un monastero della diocesi (Reg., XI, 54), il Papa interviene per impedire gli abusi che mettono in pericolo l'autorità dell'episcopato.

All'infuori della metropoli di Roma e del suo territorio, l'Italia si divideva in tre metropoli : Milano, Aquileia e Ravenna. Il più delle volte G., rispettoso come era dei diritti altrui, non corrispondeva direttamente con i vescovi di dette circoscrizioni, ma solamente con i metropoliti, i quali rispondevano dei loro suffraganei, come egli dei propri. Ma quando il caso richiedeva un'azione presso i singoli vescovi, per il bene comune della Chiesa, non mancava di farlo. Così infatti fu posto fine allo scisma di Aquileia, quando il metropolita Severo non volle sottomettersi al giusto richiamo del Papa (cf. Reg., XII, 13; XIII, 36).

Nella provincia di Milano la prudenza di G. riusci a vincere le ultime resistenze alla condanna dei Tre Capitoli, dovute soprattutto alla pressione di Teodolinda,
regina dei Longobardi, la quale, benché cattolica, vi era attaccata per ispirazione del suo direttore di coscienza, il monaco Secondo (cf. Reg., XIV, 12).

I metropoliti di Ravenna, data la particolare situazione della città, sede dell'esarca bizantino, sembravano talvolta perdere veramente il controllo, per conseguenza i rapporti del Papa con loro richiedevano speciale attenzione, che G. non mancò di usare. Costretto dal proprio ufficio a far sentire la sua severità, lasciava introvedere la tenerezza del suo cuore, mantenendo sempre alto il prestigio della Sede di Roma (cf. Reg., V, 11, 15; XI, 21; XIII, 30).
b) Nella Spagna. - Tra le province dipendenti dal patriarcato d'Occidente una delle più tranquille, durante il pontificato di G., era la Spagna. Nel 587 era avvenuta la conversione del re visigoto Recaredo e nel 589 il III Concilio di Toledo ricevette la notizia ufficiale della conversione di tutti i Visigoti. Leandro di Siviglia che aveva tanto lavorato a questa conversione ne informò il nuovo Papa che era anche suo amico. G. dimostrò la sua gioia in una lettera dell'apr. 591 (Reg., I, 41). Recaredo stesso inviò poi a G. tre abati che dovessero presentare i suoi omaggi e i suoi doni, ma il mare fu cosi cattivo che non permise loro di andare oltre Marsiglia. Da parte sua G. aveva mandato a Malaga il sacerdote Probino e il Re lo invitò a corte, senza che questi vi potesse andare per ragioni di salute. Vi fu però lo scandio dei doni tra Recaredo e G. Questi, con i suoi buoni uffici e con la discrezione richiesta, aiutò il Re perché i Bizantini rimanessero nella costa sud-est, lungo il litorale. Anche in questo territorio G. esercitò il suo ufficio di giudice supremo nelle questioni ecclesiastiche : intervenne nei confronti del governatore Comiziolo che aveva fatto deporre arbitrariamente due vescovi, inviando il "defensor" Giovanni per ristabilire le cose.
c) In Africa. - Dopo la vittoria di Belisario sui Vandali, l'Africa settentrionale era passata ai Bizantini e, per conseguenza, la Chiesa aveva ripreso a poco a poco il suo vigore. Un improvviso rifiorire del donatismo impegno l'azione pastorale di G., il quale si oppose con tutte le forze a fare scomparire gli scandali che ne provenivano. Dopo aver fatto inutile appello all'autorità civile, si rivolse alle sole forze dell'episcopato e, affiancato da si validi cooperatori, ottenne quanto desiderava. Dopo il 596 non si trova più alcuna lettera di G. che parli dei donatisti.
d) In Francia. - La Gallia era stata recentemente unificata sotto il Regno cattolico dei Franchi, ma le guerre civili che agitarono e sconvolsero il Regno merovingico, le inaudite crudeltà dei sovrani e dei principi ebbero un riflesso doloroso anche sulle condizioni morali e disciplinari della Chiesa. Le condizioni della Chiesa franca, quando G. fu eletto papa, erano veramente disastrose (cf. Gregorio di Tours, Hist. Franc., IV, 12, 43; VII, 20; VIII, 29, 29). Pregato da Childeberto, re dell'Austrasia, G. inviò a Virgilio di Arles il pallio e lo nominò vicario pontificio delle province d'Austrasia, di Burgundia e di Aquitania, con facoltà di risolvere le questioni di minore importanza, usando la sua stessa autorità, e quelle più gravi con l'aiuto di dodici vescovi. Solo in casi estremi doveva ricorrere a Roma. G. intervenne ripetutamente e con successo presso la regina Brunichilde per far cessare lo scandalo della simonia, della consacrazione dei laici all'episcopato e delle pratiche paganeggianti ancora in uso, specialmente nelle campagne.
e) In Inghilterra. - Quando nel 590 G. ascese il soglio pontificio, nulla lasciava intravedere che l'Inghilterra fosse alla vigilia di divenire una nazione cristiana. Gli Angli e i Sassoni invasori vi avevano ristabilito il paganesimo. Il bisogno della conversione degli Anglosassoni nella mente di G. sorse non appena le condizioni politiche del Regno franco gli dettero garanzia di passaggio ai missionari che avrebbe mandato. Nel 595 G. ordinava al prete Candido di acquistare dei giovani schiavi anglosassoni, perché fossero educati in uno dei monasteri di Roma e nel 596 tentò l'impresa inviando un gruppo di monaci missionari dal suo monastero «ad Cilvum Scauri». Nel 597 la conversione del re Etelberto e di dieci mila

## Page 671

anglosassoni diceva che il disegno di G. era pienamente riuscito (v. AGOSTINO, vescovo di CANTERBURY, santo). G. tracciò anche le linee generali della gerarchia cattolica in Inghilterra (Reg., XI, 39), basata sulla divisione romana dell'Impero, che però s. Agostino di Canterbury, tenendo conto della situazione politica attuale, credette bene modificare. Nell'epitaffio di G. è fatta menzione della conversione dell'Inghilterra per opera sua (cf. il testo in A. Silvagni, Inocciptiones christionae urbis Romae soeculo septimo antiquiores, II, Roma 1935, n. 41 56).
f) In Oriente. - Le relazioni tra la Chiesa di Roma e quelle di Oriente, al tempo di G., si riducono in massima parte alle vicende del dissidio con la Chiesa di Costantinopoli, che la prudenza e la costanza del Papa non valsero a risolvere. Nel Concilio di Costantinopoli del 587 , il patriarca Giovanni il Digiunatore, che lo presiedette, firmando gli atti si sottoscrisse con il titolo di "patriarca ecumenico ". Pelagio II si rifiutò di riconoscere legale tale Concilio radunatosi senza la sua autorizzazione e protestò contro il titolo di "patriarca ecumenico" assunto dal Digiunatore (cf. Reg., V, 44), nel quale vedeva, giustamente, compromessa la stessa autorità del papato in Oriente.

G. aspettò cinque anni dopo la sua elezione per domandare a Giovanni la rinuncia del titolo che non gli spettava. L'occasione gli fu offerta dall'appello che due sacerdoti dell'Asia Minore avevano fatto alla S. Sede (Reg., V, 45). Con le lettere all'Imperatore, all'Imperatrice e al Patriarca (Reg., V, 37, 39, 44) nel giugno 595, insisteva specialmente sul carattere orgoglioso del titolo suddetto, simmatizzando l'orgoglio del Digiunatore con termini molto chiari (Reg., V, 37). Nelle lettere inviate ai patriarchi di Alessandria e di Antiochia, che sono dello stesso tempo, G. rifaceva la storia del conflitto a cominciare da Pelagio II : ricordava che il Concilio di Calcedonia non aveva dato ai romani pontefici un tal titolo ed esortava i patriarchi a non volerlo assumere né darlo a lui nelle loro lettere (Reg., V, 41). L'imperatore Maurizio non fece nulla perché il patriarca Giovanni rinunciasse al titolo suddetto, anzi nel 597 fece un serio tentativo per vincere l'intransigenza di G. verso il patriarca Ciriaco, succeduto a Giovanni nel sett. 593 (Reg., VII, 30). Ciriaco, già amico di G., ritenne l'aborrito titolo. Gli sforzi di G. per risolvere la questione andarono falliti, ma il pericolo che egli temeva finì per essere allontanato mediante il significato speciale che prese il termine "ecumenico", divenuto sinonimo di autocefalo.
3. Azione politica: a) con i Longobardi. - Il 5 sett. 590 moriva Autari, il primo dei re longobardi, che i duchi avevano eletto per provvedere al pericolo della loro situazione anarchica (Paolo Diacono, Hist. Lang., III, 35). Autari aveva vietato di battezzare i Longobardi secondo il rito cattolico. Gli successe Agilulfo, duca di Torino, che sposando la vedova, lasciò concepire grandi speranze, poiché Teodolinda, venendo dalla Baviera, professava non già l'arianesimo ma il cattolicesimo, ed era amatissima dal suo popolo. La realtà presente però non offriva nulla di rassicurante e G. vi conosceva i segni precursori della fine del mondo. Invano cercava di attirare l'attenzione dell'esarca Romano e dello stesso Imperatore sul grave pericolo. Una sola azione tentata dall'esarca fu una manovra inopportuna, che indusse Agilulfo a marciare su Roma.

Per la neghittosità dell'Esarca, G. s'incaricò di trattare con il Re longobardo, e, mediante un tributo di 500 libbre d'oro, indusse Agilulfo a ritirarsi. Paolo Diacono ha colorito il racconto drammatico dell'incontro di G. con Agilulfo, così da farlo somigliare a quello di Leone Magno con Attila (Vita Greg., 26); così pure l'anonimo continuatore della Cronaca di Prospero, verso il 640 , era giunto ad assicurare che G. non sarebbe uscito da Roma per supplicare Agilulfo, ma lo avrebbe incontrato sulla gradinata di
![img-6.jpeg](img-6.jpeg)
(per cortesia del dott. B. Degenhart)
Grecogio I. papa, santo - Scppellimento di S. G. e sommossa leggendaria contro la memoria di S. G. avvenuta dopo la morte del Pontefice; il diacono Pietro dall'ambone rende testimonianza a s. G. mentre il popolino getta al rogo i libri del Pontefice. Interessante la facciata del vecchio S. Pietro. Disegno della Vita s. Gregorii, contenuto in un codice del sec. XI proveniente da Farfa - Windsor, Eton College, ms. 124.
S. Pietro (Prosperi auctarii Avicensis novissima, 17). Tutto questo però sta a ribadire il concetto gregoriano della protezione di Roma per mezzo del Principe degli Apostoli, che agiva nella persona del suo successore (cf. O. Bertolini [v. bibl.], p. 283).

I buoni rapporti fra il Papa e la regina Teodolinda furono frustrati nei loro effetti di pace per l'ostinazione dei Bizantini che vedevano con altro occhio il problema longobardo. Nel 595 Agilulfo era disposto ad una tregua generale con l'Esarca e, in mancanza di questa, ad un'altra con il Pontefice, ma a condizioni assai meno vantaggiose. G. ne rese edotto il rappresentante imperiale di Ravenna (Reg., V, 34) ma senza esito, anzi l'Esarca ne trasse motivo per accusare il Papa a Costantinopoli che trattava separatamente con il Re longobardo. L'Imperatore ebbe l'impudenza di rampognare G. con l'ingenuità di un fatuo, ma il Pontefice non perdette la sua calma, rispose come un uomo dolorosamente ferito, ma per nulla intimorito e fermo nel suo patriottismo, sicuro della sua buona coscienza (Reg., V, 36). L'Esarca fece ancora affiggere in Ravenna un libello anonimo in cui l'opera di G. per la pace veniva stigmatizzata come un delitto. Il Papa rispose con la scomunica qualora il calunniatore non fosse riuscito a provare le sue accuse, ipotesi impossibile a verificarsi, sicurissimo come era G. del fatto suo (Reg., VII, 42).

La morte dell'esarca Romano, avvenuta quando il Papa aveva maggiore motivo di lamentarsi della ferocia dei Longobardi, portò un cambiamento di

## Page 672

cose. Il successore Callinico si mostrò più ragionevole e, per la mediazione di G., nell'ott. 598 fu firmata la tregua che il Papa intendeva giovasse all'uno e all'altro popolo, cioè ai Longobardi e ai Romani, e costituisse il fondamento della "repubblica cristiana".

In questo senso vanno intese le felicitarioni e i ringraziamenti del Pontefice ad Agilulfo e alla regina Teodolinda (Reg., IX, 66-67). La politica di G. aveva abilmente preferito le trattative all'intransigenza dell'imperatore Maurizio, salvando ad un tempo gl'interessi dell'Italia e quelli della Chiesa, avvicinando i Longobardi, ancora ariani, al cattolicesimo.

La tregua del 598 fu rotta per l'imprudenza di Callinico, che fece prigionieri a Parma la figlia e il genero del Re longobardo, ma il nuovo imperatore d'Oriente, Foca, comprese che la politica di G. era l'unica da seguire in Italia, mandò pertanto il vecchio esarca Smaragdo, amico del Papa, per restituire la situazione. G. si fece mallevadore della tregua dei trenta giorni, firmata nel giugno 603 (Reg., XIII, 36), che poteva essere rinnovata e che, secondo il nuovo accordo, doveva durare fino all'apr. del 605. Una lettera scritta dal Papa nel dic. 603 alla regina Teodolinda (Reg., XIV, 12), prega di ringraziare il Re per la tregua concessa ed esprime la gioia di G. per la nascita del principe Adaloaldo che ricevette il Battesimo e nel giugno 604 fu proclamato re (Paolo Diacono, Hist. Lang., IV, 25, 27, 30): doveva essere il primo re cattolico dei Longobardi, ma G. non era più tra i vivi.
b) Con i Bizantini. - Nei suoi rapporti con Bisanzio G. si considerava sempre come suddito dell'Imperatore e nelle relazioni epistolari non cambia minimamente il formulario protocollare dei predecessori. Ma conscio della sua responsabilità, non ha alcun timore di opporsi anche energicamente all'Imperatore quando questi veniva ad intaccare l'autorità della Chiesa e della S. Sede.

Afferma il principio di indipendenza di fronte al potere civile e rivendica con risolutezza i diritti di s. Pietro, che più volte dichiara avere il fondamento nel S. Vangelo (Reg., V, 37; cf. P. Batiffol, St Grégoire le Grand, 3 e ed. Parigi 1928, p. 207, nota 1). Si oppone energicamente a tutto ciò che possa diminuire l'autorità del primato romano, come del primato ecumenico; mantiene ed estende il diritto di appello alla S. Sede su tutte le tendenze diocesane, come pure quello di intervenire sulle questioni disciplinari di tutte le diocesi.

Ritiene poi che l'Imperatore abbia il dovere di difendere Roma e l'Italia contro i Longobardi, ma se la necessità lo esige o i soccorsi imperiali non vengono, nulla gli proibisce di assumere agli stesso la difesa.

Così G. non esitò a fare le sue rimostranze presso l'imperatore Maurizio quando giudicò che la legislazione civile fosse in contrasto con quella ecclesiastica (cf. Reg., III, 61, 64). Biasima fortemente il patriarca di Alessandria Eulogio per non avere approvato i quattro Concilî generali e il Tomus ad Flavianum di Leone Magno, per non aver condannato con sufficente chiarezza Eutiche; Dioscorp e Severo, e non aver definito con precisione teologica le due nature in Cristo (cf. O. Bardenhewer, Ungedruckte Exerpte einer Schrift des Patriarchen Eulogius von Alexandrien (580-607) über Trinität und Incarnation, in Theologische Quartalschrift, 78 [1896], pp. 353-401). Lo stesso G., in una lettera al vescovo di Siracusa, affermava chiaramente che "la Chiesa di Costantinopoli sia sottomessa alla Sede Apostolica, ciò che il piissimo Imperatore e il nostro fratello, il vescovo della città non cessano di riconoscere" (Reg., IX, 26).
4. Azione amministrativa. - La legislazione imperiale e le particolari condizioni determinate dall'occupazione longobarda, dal cattivo governo dei Bizantini e dalle calamità, avevano, a poco a poco, imposto ai vescovi di Roma compiti che esorbitavano dalla semplice sfera religiosa ed entravano, non solamente, come si è veduto, nel campo politico ma anche amministrativo ed economico. Anche in questo campo G., nonostante la sua professione di distacco totale dalle cose della terra, dimostrò che l'esperienza personale della giovinezza e della maturità era stata veramente feconda.

La parte più cospicua dell'attività amministrativa ed economica della Chiesa di Roma proveniva dalle estesissime proprietà fondiarie che la facevano considerare la più grande proprietaria di terre nell'Italia bizantina. L'insieme di queste proprietà era indicato con la denominazione di "patrimonium s. Petri", in quanto affermava che il proprietario era lo stesso Principe degli Apostoli.

Al tempo di G., i gruppi patrimoniali della Chiesa di Roma erano: il "patrimonium Alpium Cottiarum ", tra le Alpi Marittime e Cozie, il Po, l'Appennino tosco-emiliano e il mare (Giovanni Diacono, Vita Greg., II, 33); il "patrimonium Ravennate et Hestriae" (Reg., XI, 8); il "patrimonium Piceni ", fra l'Adriatico e l'Appennino umbromarchigiano (Giovanni Diacono, loc. cit.); il "patrimonium Tusciae ", fra l'Arno, il Tevere e il Tirreno (Reg., IX, 96); il "patrimonium Sabinum et Carseolanum" (Reg., XIII, 38; III, 21); il "patrimonium Appiae ", lungo le Vie Appia e Ostiense (Reg., XIV, 14); il "patrimonium Urbanum ", i beni immobili nell'interno di Roma (Giovanni Diacono, loc. cit.); il "patrimonium Sanniticum" (id., ibid.), andato quasi completamente perduto con l'occupazione longobarda; il "patrimonium Apulum" molto danneggiato (id., ibid.); il "patrimonium Calabritanum" (Reg., IX, 205-206); il "patrimonium Campaniae ", che comprendeva proprietà anche nelle isole antistanti (Reg., XIII, 29); il "patrimonium Lucaniae et Brutiorum" (Reg., IX, 124-27), con l'occupazione longobarda si poteva praticamente parlare del solo "patrimonium Brutiorum ", quello lucano essendo scomparso. Era invece rimasto intatto il "patrimonium Siciliae ", distribuito in tutte le parti dell'isola (Reg., IX, 29), che indusse G. a rendere più agevole l'amministrazione ripartendolo in due circoscrizioni: "patrimonium Panormitanum" nella Sicilia occidentale, e "patrimonium Siracusanum ", nella Sicilia orientale (Reg., IX, 38).

Vi erano ancora il "patrimonium Sardiniae" e il "patrimonium Corsicanum ", nelle rispettive isole (Giovanni Diacono, loc. cit.); il "patrimonium Germanicanum ", dalla città Germanicia nella Numidia (id., ibid.); il "patrimonium Dalmatianum" e il "patrimonium Illyricum", ambedue assai ridotti dalle incursioni degli Avari e degli Slavi (Reg., II, 23); il "patrimonium Galliarum", non molto esteso (Reg., VI, 6).

Ogni patrimonio costituiva un'amministrazione particolare, gestita da un rettore, nominato dal Papa, scelto di solito fra i diaconi o suddiaconi per i patrimoni di maggiore importanza; fra i notai della Sede Apostolica e tra i difensori della Chiesa romana per gli altri. G., come si è veduto, conferì ai rettori poteri così ampi, anche nel campo spirituale, da farne dei veri e propri legati papali.

Il rettore era coadiuvato da funzionari di concetto, detti notarii, chortolarii, defensores e da altri impiegati minori, detti actionarii.

Organo di collegamento tra il rettore ed i funzionari del suo ufficio da una parte e la massa dei rurali dall'altra, era una categoria di fittavoli detta dei conductores; fattori, massari, che esercitavano le unità agricole (condunnoe, massoe), dalle quali dipendevano la unità elementari (fundi), con i rispettivi fittavoli minori e i lavoratori della terra in genere (coloni, rustici Ecclesiae).

Tutte le varie amministrazioni locali dei patrimoni facevano capo a Roma, all'amministrazione centrale della Chiesa nel Palazzo Lateranense. Al tempo di G. la cassa dell'amministrazione centrale era gestita da un diacono, con il titolo di "dispensator Ecclesiae Romanae". Tutte le entrate e le uscite, le pensiones in argento e in oro pagate dai fittavoli e dai coloni, erano elencati in un grosso registro, impiantato da papa Gelasio I, detto perciò Gelasianum polyptychum (Reg., II, 38; IX, 199; Giovanni Diacono, Vita Greg., II, 24). Tutta questa mirabile organizzazione funzionava regolarmente sotto il controllo di G. e le lettere con le quali impartiva le sue direttive ai conductores sono veri modelli di illuminata saggezza amministrativa (cf. Reg., I, 39 a, 42; II, 38).

Ingenti somme di denaro ed enormi quantità di prodotti affluivano a Roma in modo che la S. Sede poteva provvedere non soltanto alle spese della Chiesa, del personale degli uffici centrali e provinciali, ma anche ai bi-

## Page 673

![img-7.jpeg](img-7.jpeg)
(par cortesia di mons. A. P. Frutas)
GREGORIO I IN ATTO DI DETTARE. Il diacono Pietro osserva la colomba, simbolo dello Spirito Santo, posata sulle spalle del Pontefice. Miniatura del Registrum S.ti Gregorii (sec. x) - Treviri, Stadtbibliothek.

## Page 674

![img-8.jpeg](img-8.jpeg)
![img-9.jpeg](img-9.jpeg)

DICTATUS PAPÆ - Archivio Vaticano, Reg. Vat. 2, ff. 80 v - 81 r.

## Page 675

sogni della città. Giustamente Giovanni Diacono (Vito Greg., II, 26), dopo aver descritto le copiose distribuzioni generali e le offerte che G. faceva compiere il primo giorno di ogni mese, dice la Chiesa "nihil aliud quam communia quaedam horres» e colui che "discreissime» presiedeva a tali distribuzioni, "paterfamilias Domini».
III. Schittore. - G. è il primo grande scrittore del medioevo e tra i papi il più fecondo. La sua attività letteraria va dagli anni della nunziatura a Costantinopoli fino alla morte. Le sue opere riflettono tutte il carattere eminentemente pratico dell'opera sociale, disciplinare e morale che svolse.

Le Epistole sono la fonte più ricca e preziosa d'informazione su tutto ció che si riferisce alla sua molteplice attività di Papa. Ne sono pervenute 854 , raccolte e distinte cronologicamente secondo gli anni del suo pontificato in 14 libri o "registri", dirette a imperatori, re, patriarchi, vescovi, monaci, laici di ogni grado e condizione, per i quali spiega un apostolato di zelo, pieno di prudenza, sapienza e bontà. Lo stile semplice ma dignitoso, intuitivo ed efficace, anche se non rifinito nella forma, contribui non poco alla formazione del latino ecclesiastico, particolarmente del protocollo curiale e giuridico.

La Expositio in beatum Job libri $X X X V$, più nota con il nome di Moralia, fu iniziata a Costantinopoli, durante il tempo della nunziatura, ma fu terminata a Roma verso il 595. L'esegesi di G. tiene fermo il triplice senso della Sacra Scrittura, ma fa prevalere all'interpretazione storica la considerazione morale. Questa è la ragione per cui nel medioevo quest'opera fu adottata come manuale di morale applicata a tutte le condizioni della vita, particolarmente sacerdotale (cf. F. Lieblang, Grundfragen der mystischen Theologie nach Gregors des Grossen "Moralia" und Ezechielhomilien, Friburgo in Br. 1934).

La Regula pastoralis rientra sotto quest'ultimo punto di vista. In 4 ll. espone il programma di G. nell'atto di assumere il pontificato, ed è una specie di esame di coscienza: vi è proiettata la figura ideale di un buon pastore. E noto il successo straordinario di quest'operetta che, ancora vivente l'autore, fu fatta tradurre da imperatori e da re nella loro lingua, e dai concili venne imposto ai sacerdoti come codice di vita (cf. S. C. Hedley, Lex levitorum, Parigi 1922).

Le 40 Homiliae in Evangelia che si possiedono nella raccolta pubblicata da G. nel 593, furono probabilmente svolte dal Papa durante l'anno liturgico 590-91. Le prime 20 furono dettate durante la sua infermità e lette in sua vece al popolo che amava di ascoltarlo (cf. Reg., IV, 17 a). Le 22 Homiliae in Ezechielem furono pronunciate dal Pontefice durante l'assedio dei Longobardi, raccolte da stenografi e rivedute poi, alcuni anni dopo, da lui (cf. Reg., XII, 16 a).

I Libri IV Dialogorum de vita et miraculis patruun Italicorum et de aeternitate animarum furono composti durante gli stessi anni delle Homiliae in Ezechielem, 593-94, quasi a sollievo delle gravi cure d'ufficio. In forma di
dialogo con il diacono Pietro, nei ll. I e III narra le gesta prodigiose di santi italiani, mentre il II l. lo ha dedicato tutto alla vita di s. Benedetto e il IV al racconto di apparizioni di defunti, per provare l'immortalità dell'anima; nel IV, 55 si ha il fondamento della devozione riconosciuta dalla Chiesa, detta delle "Messe Gregoriane ".

I Dialoghi che G. offrì alla regina Teodolinda (Paolo Diacono, Hist. Lang., IV, 5), ebbero immediatamente un successo da non dirsi. Nel sec. viII, papa Zaccaria, greco di nascita, li tradusse nella lingua materna, poi si ebbe una serie di traduzioni in arabo (sec. viII), in sazanne (sec. IX), in francese (sec. XII), in italiano (sec. 2IV). I Greci e gli Slavi per distinguere G. dagli omonimi, lo chiamarono "Il Dialogo, 6 JJJJoyos".

Tra le opere che portarono il nome di G. bisogna ricordare il Sacramentarium e l'Antiphonarium. La tradizione antica che risale a Giovanni Diacono (Vita Greg., II, 6-10, 17) e al Venerabile Beda (Hist. eccl. gentis Anglorum, I, 25; II, 20; IV, 2, 12, 18; V, 20) attribuisce a G. un'attività liturgica che fa capo ad ambedue le opere suddette.

Il Sacramentario cosiddetto gregoriano contiene le orazioni della Messa, negli esemplari oggi conosciuti, ha subito ritocchi, aggiunte, trasformazioni che, non di meno, gli hanno lasciato l'impronta del Papa ordinatore.
C. Mohlberg ha chiarito lo sviluppo del Sacramentario gregoriano con la classificazione dei manoscritti conservati in due gruppi : nel primo gruppo figurano il codice di Padova D. 47 del sec. IX (C. Mohlberg-A. Baumstark, Die älteste erreichbare Gestalt des "Liber Sacramentarum anni circuli" der römischen Kirche [cod. Pad. D. 47], in Liturgische Quellen, 11-12, Münster in V. 1927]), e il codice glagolitico di Kiew, parimenti del sec. IX (C. Mohlberg, Il Messale glagolitico di Kiew [sec. IX] e il suo prototipo romano del sec. VI-VII, in Memorie della Pont. Accad. romana di archeologia, 2 [1928], pp. 207-20); nel secondo gruppo vanno posti, ma in due classi, i manoscritti pubblicati da H. Lietzmann (Das "Sacramentarium Gregorianum" nach dem Aachener Urexemplar, Münster in V. 1921) e H. A. Wilson (The Gregorian Sacramentary, Londra 1913).

La compilazione dell'Antiphonarium, che contiene i canti da eseguirsi durante la Messa, ha seguito, a un dipresso, lo stesso sviluppo. G. conosceva i canti usati prima di lui nella Chiesa romana, li ha ordinati secondo il cielo liturgico, moderando l'esuberanza dei neumi e aggiungendo parti mancanti. Non è certo che sia stato il fondatore della Schola cœatorum; le diede, però, una costituzione, ciò che ha giustamente portato a dare ben presto il nome di "gregoriano" al canto della Chiesa romana.
IV. Conclusione. - G. visse e operò in un periodo di profonda trasformazione politica e religiosa della società. Si può dire che fu l'ultimo dei romani e il primo del medioevo, come pure fu l'ultimo dei classici maestri della Chiesa e il primo degli scolastici.

Ebbe una intelligenza chiara, una mente vasta

## Page 676

e profonda, una coscienza pura, riunendo così le doti del vero romano. Il suo pontificato fu una vera provvidenza per la Chiesa e per l'Italia. La cristianità in Occidente usciva appena dal caos della disorganizzazione barbarica: la Gallia, allora unificata nella fede dei cattolici Franchi, si dibatteva in difficoltà di ogni genere; la Spagna vedeva la conversione dei Visigoti solamente nei primi anni del pontificato di G.; l'Inghilterra era ancora immersa nelle tenebre della superstizione e dell' crrore. L'Italia poi, invasa dai Longobardi ariani, malamente protetta dai cattolici Bizantini, era in un vero disordine politicoreligioso. L'unica forza capace di agire tra tendenze così varie e disparate, armate l'una contro l'altra allo scopo di distruggersi a vicenda, era la Chiesa, elemento di centro e moderazione morale. G. inaugura l'opera medievale di questa forza di produzione e rigenerazione civile e religiosa.

Non il suo spirito eminentemente pratico, ebbe subito la visione netta dei doveri e dei diritti del papato. Egli non fu un teologo, né un filosofo, né un letterato nel vero senso della parola. Fu un maestro di disciplina, un monaco, un apostolo, profondo conoscitore del diritto romano, dotato di non comuni facoltà organizzative.

Maestro di disciplina al popolo, al clero, ai vescovi, dettò le leggi e fissò le basi della predicazione che reputava il primo dovere dell'episcopato. Monaco di costumi rigidi ed austeri, fu vigile custode della vita morale del clero, di cui corresse gli abusi, e la ricondusse a una più esatta osservanza dei precetti e dei consigli evangelici. Apostolo, trasse alla luce del Vangelo le province che erano ai confini dell'antico Impero, combatté i residui del paganesimo e delle eresie. Organizzatore, salvò Roma dalla fame, s'improvvisò comandante d'esercito, patteggiò tregue. Amministratore, riordinò la complessa gestione del "patrimonium S. Petri» determinando la gerarchia amministrativa, eliminando gli abusi, ristabilendo la giustizia.

La posizione di preminenza da lui acquistata al papato nel mondo e il riordinamento dell'ingente patrimonio della Chiesa, unite allo spirito di iniziativa di fronte alle circostanze, crearono la preparazione prossima alla costituzione del dominio temporale dei papi.

Come scrittore, G. spicca per la tendenza pratica che ebbe non solo efficacia nell'indirizzo pure pratico della scolastica, ma su tutta la vita e il progresso della Chiesa durante il medioevo. La sua importanza dogmatica è piuttosto pedagogica, per avere adattato cioè alla media intelligenza del suo tempo e dei popoli la dottrina tradizionale, particolarmente quella di s. Agostino.

Nell'attività liturgica si presenta come un riordinatore del patrimonio del passato, al quale imprime l'impronta del suo carattere.
G. è uno dei quattro Dottori della Chiesa occidentale. La sua festa ricorre il 12 marzo.

Bim. : Fonti: la fome più importante e la raccolta delle lettere di G. o Registrum epistolarum, ed. P. Ewald e L. M. Hartmann, in MGH, Quotidie, 1-II (1891-99), e le altre sue opere, la cui edizione maurina di D. Sommartanus (De Sainte Marthe) uscì nel 1703 e, migliorata da Galliccioli (Venezia 1768-76), fu accolta dal Munc. PL 77-79. Per i Dialoghi v. l'ed. di U. Moricca nella collezione Fonti per la Storia d'Italia. Scrittori del ter. VI. Roma 1924. La Vita più antica di G. e quella del Liber Pontificalis, ed. Duchesne, I, p. 312 ; ed. Mommsen, pp. 161-62. La Vita Gregorii f. scritta dal monaco di Whitley, ma segnalata da P. Ewald (Die alterte Biographie Gregor) f., in Historische Aufsätze dem Andenken an G. Waitz ge-tidm-t. Hannover 1886, pp. 17-24), e pubblicata da A. Gusquet, A life of pope Gregory the Great. Westminster 1904, risale al primo decennio del sec. viII. Ca. il 787 scrisse la Vita, Gregorii Magni Paolo Diacono, edita da H. Griner, in Zeitschrift fur Kuthol. Theologie, II (1887), pp. 162-72.

Giovanni Diacono scrive infine la S. Gregorii Magni vita (PL 73, 59-242) a Roma tra l'872 e l'873. In tutte queste vite, vi sono pochi elementi che non provengono dalle opere di G.

Notizie su G. si hanno anche nella Historia Francorum di Gregorio di Tours, ultimata nel 391; in De satis illustribus de Isidoro di Siviglia (m. nel 676); in De sicuram illustrium scriptis di Ildefonso di Toledo (m. nel 667); nella Historia gentis Augloram di Beda (m. nel 733).

Letteratura: su G. esistono non poche monografie, ma fino a quella di Ed. Clauser, Si Grégoire le Grand, pope et Docteur d'Eglise, Parigi 1886-91, sono tutte di scarso valore critico. Degna di nota sono quelle di C. Wollsgruber, Gregor der Grosse, Ravensburg 1897; H. Dudden, Gregory the Great, his place in history and in thought, Londra 1903; H. Griner, S. G. Magno, trad. it. di A. De Santi, Roma 1928 (ristampa); P. Batiffol, Si Grégoire le Grand, Parigi 1928.

Non è raro che nelle grandi storie della Chiesa vi siano dei capi su G. di notevole importanza, come in J. P. Kirsch, Kirchengeschichte, I. Friburgo in Br. 1930; E. Carpas, Geschichte des Papsttums von den Anfängen bis zur Höhe der Weltherrschaft, II, Tubinga 1933 (del medesimo autore v. anche lo studio: Gregor der Grosse, in Meister der Politik, 3 [1923], p. 327 sgg.); Fr. X. Seppelt, Das Papsttum im Frühmittelalter, Lipsia 1934; Fliche-Martin-Frutaz, V, pp. 19-83. Così pure le storie generali: The Cambridge Medieval history, II, Cambridge 1913; A. Fliche, La chrétienté medievale, Parigi 1929; L. Halphen-Ph. Sagnac, Peuples et civilisations, V, 27 ed., ivi 1930.

Parimenti dicasi delle storie della letteratura come quelle di O. Bardenhewer, U. Morieca e M. Manitius. Sull'azione pastorale di G., particolarmente in Italia, v. L. Duchesne, Les évêchés d'Italie et l'invasion lumbarde, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 23 (1903), pp. 83-116 e 23 (1903), pp. 363-99; C. Giuriani, L'italianità nell'opera di G. Magno, Cemo 1934. Sull'azione politica con i Longobardi e con i Bizantini v. O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e al Longobardi, Bologna 1941, pp. 241-59. Sull'azione amministrativa v. P. Fabre, De patrimonios Romonas Ecclesiae usque ad aetatem Carolinarum, Lilla 1822; R. Aigrain, Le patrimoine de l'Eglise romaine, in Fliche-Martin-Frutaz, V, pp. 263-73.

Sull'attività letteraria di G. v. la relativa bibl. in Morieca, III, it. Torino 1934, pp. 1363-67; sull'attività liturgica v. la relativa bibl. in B. Altaner, Patrologia, trad. it. della $3^{a}$ ed. riveduta da A. Ferrus, Torino 1944, pp. 329-40, note 3.

Benedetto Pesci

## Page 677

V. S. G. nell'arte. - Dai tempi più antichi (affresco in S. Maria Antiqua a Roma, sec. viri) rappresentato in veste pontificale, dal sec. xir (affresco di Nonnberg) anche con la tiara, s. G. reca inoltre il pastorale con semplice o doppia Croce e, come Dottore della Chiesa, un libro.

Siccome già miniature tedesche del tardo sec. x, nonché il Sacramentario d'Ivrea, lo raffigurano con la colomba dello Spirito Santo che gli detta i suoi scritti, tale colomba divenne poi il suo attributo individuale. Fra le rappresentazioni isolate del Santo spiccano: un quadro di Antonello da Messina (ivi, Museo civico), un rilievo di Luca della Robbia (Firenze, Duomo), la statua del Cordier (r602, S. Gregorio al Celio a Roma) e, nell'arte tedesca, il quadro di M. Pecher dall'«altare dei Quattro Dottori - a Monaco, dove, accanto a s. G., compare la figura dell'imperatore Traiano, salvato da questi dell'inferno; tra le altre storie della leggenda l'arte figurativa prescelse la liberazione del monaco Giusto dal purgatorio (rilievo di G. Capponi, Roma, S. Gregorio al Celio), la cena dei poveri (dipinti di P. Veronese a Vicenza e del Vasari a Bologna) nonché il brandium sanguinante (quadro di A. Sacchi nella Pinacoteca Vaticana, copia in musaum in S. Pietro a Roma). Un'immagine di per sé stante venne costituita dalla cosiddetta Messa di s. G. con l'apparizione di Cristo piagato sull'altare, rappresentata prevalentemente da artisti settentrionali del sec. xv.

Brig. E. Wischer-Becchi, Le monacie di s. G. M, nella sua casa del Mente Celio, Roma 1903; J. Endres, Die Darstellung der Gregoremene im Mittelalter, in Zeitschrift 7, christl. Kunst, 29 (1917), p. 146 scc.; K. Kunstle, Ibanographie der Heiligen, Friburgo in Br. 1926, pp. 282-87; id., Ibanographie der christlichen Kunst, ivi 1928, p. 486 sg.; L. Brüber, L'art chrétien, Parigi 1920, v. indice; J. Braun, Tracht und Attribate der Heiligen in der deutschen Kunst, Stoccarda 1941, coll. 303-307. Kurt Rathe
VI. S. G. nel folslohr. - La fantasia popolare fin dal medievo ha attribuito alla figura del grande Papa il motivo leggendario dell' incestuoso inconsapevole -, già riflesso nel mito di Edipo. Tale adattamento in stima agiografico di un tema proprio dall'antica mitologia e della fuitistica popolare s'informò all'idea cristiana - che non vi ha sì gran colpa la quale non si lavi dinanzi a Dio con la penitenza rigorosa e sincera (D'Ancona) : e scelse s. G. come personaggio rappresentativo per eccellenza. In

Francia (dove forse è nata come opera letteraria), in Germania, in Inghilterra e anche in Italia, la leggenda ispirò numerose narrazioni in versi e in prose, dalla Vie du pape Grégoire le Grand (inizi del sec. xit) al poema Gregorius of dem Stein di Hartmann von Ave (1130-1220) e all'antico romanzo inglese Sir Dejore (sec. xiri). Essa ebbe straordinaria diffusione anche nell'Europa orientale, e discese nella tradizione orale dei volghi, presso cui tuttora si conserva. In Italia la si trova sia in forma di faba, sia come santo narrativo in endecasillabi epici : quest'ultimo derivato da un antico poemetto, di cui una lezione abruzzese fu pubblicata da G. Ciccone (v. bibl.). Lo stesso motivo mitico-fiabesco ha dato luogo anche alla - leggenda di Vergogna -, - Vedi tav. LXXXI.

Bull.: G. Ciccone, Un poemetto abruzzese del sec. XV sulla leggenda di s. G. papa, in Bollettino della Società di storia patria degli Abruzzi, $2^{2}$ serie, 20 (1911), pp. 99-136; A. D'Ancona, Saggi di letteratura popolare, Livorno 1912, pp. 47-139; F. Lanzoni, Genesi, scolejimento e tramonto delle leggende storiche, Roma 1923, p. 63; P. Toschi, La poesia popolare religiosa in Italia, Firenze 1933, p. 140.

GREGORIO II, papa, santo. - Pontificò dal 712 al 731 . N. nel 669 a Roma, accompagnò il papa Costantino I (709-11) a Costantinopoli e partecipò attivamente alle trattative sull'approvazione dei canoni del Trullenum (692). E il primo romano elevato alla sede di S. Pietro, dopo una lunga serie di pontefici stranieri, nel sec. viI.

Nel 716 ricevette a Roma il duca Teodoro di Baviera, primo pellegrino di quella stirpe, cui diede una istruzione scritta di 13 capitoli circa l'organizzazione della Chiesa di Baviera.

Da lui Winfrido Bonifacio il 15 maggio 719 riceveva il mandato d'andare in Germania per convertire gli infedeli e battezzarli secondo il rito romano. Avvertito dei primi successi apostolici di Winfrido Bonifacio, lo stesso Pontefice lo consacrava vescovo il 30 nov. 722 , legandolo alla Sede romana mediante il giuramento dei vescovi della provincia metropolitana di Roma. L'Ordine benedettino, a cui s. Bonifacio apparteneva, era oggetto di particolare cura del Papa. Cinque anni del suo pontificato, dal 728 in poi, furono occupati dalla lotta con l'imperatore Leone III Isaurico iconoclasts. Al suo comando
![img-10.jpeg](img-10.jpeg)
(da A. Silvagni, Monumenta epigraphica, Città del Vaticano. BUI, tav. II, I) Gregorio II, papa, santo (712-31) - Elenco degli oliveti che formirano l'olio per l'illuminazione della basilica di S. Pietro.

## Page 678

di imporre il censo nel ducato romano, G. II resistette apertamente. Con tale atto prendeva parte alla rivoluzione nazionale italica, contro il dispotico governo bizantino. Se G. II, accusato di crimen loesae maiestatis, non subj la sorte di papa Martino I lo dovette non solamente alla milizia romana, ma anche ai vicini duchi longobardi, con i quali coltiro buone relazioni.

Questo conflitto, all'inizio solo politico, divenne ben presto anche religioso a causa della lite riguardante la venerazione delle sacre immagini, nella quale G. II con piano diritto si opponeva al cesaropapismo orientale. Papa G. II spedì due lettere all'Imperatore la cui autenticità fu provata da E. Caspar. Con un linguaggio coraggioso il Papa scrive fra l'altro: «Tutto quanto l'Occidente ha grande fiducia in noi e in colui, la cui immagine tu intendi rovinare, in s. Pietro, che tutti i Regni dell'Occidente venerano come un dio. Noi prenderemo la strada delle regioni più lontane dell'Occidente verso coloro che chiedono il S. Battesimo». Non poté tuttavia intraprendere questo viaggio perché prevenuto dalla morte nel febbr. 731. Ma l'avere formulato ed espresso un simile disegno, indice della chiaroveggenza con cui intravvedeva la missione della Chiesa in quel momento storico, ci mostra in G. II il più grande pontefice romano del sec. viII. Se ne celebra la festa il 13 febbr.

BibL.: Lib. Pont., I, pp. 396-414; Jaffé-Wattenbach, 21 23-2288; F. Dahmen, Das Pontifikat G. II., Düsseldorf 1889; A. Schäfer, Bedeutung G. II. u. III. für die Gründung des Kirchenstaates, Münster 1913; E. Caspar, G. II. und der Bilderstreit, in Zeitschrift für Kirchengeschichte, 52 (1933), pp. 29-89. Lucchesio Spätling

GREGORIO III, PAPA, santo. - Siriaco, dotto e attivo, pontificò dal 731 al 741 ; continuò la lotta contro gli iconoclasti, che scomunicò al Sinodo romano del nov. 731. Per rappresaglia l'imperatore Leone III confiscò i patrimoni pontifici nell'Italia meridionale e in Sicilia e separò le diocesi di quelle regioni e dell'Illirico dal patriarcato romano occidentale, mettendoli sotto il patriarca di Bisanzio.
![img-11.jpeg](img-11.jpeg)
(da A. Silvagni, Monumenta epigraphica, Città del V'altrano 1918 , (on. II, I)
GREGORIO III, PAPA, santo (731-41) - Parte delle tavole marmoree contenente la fondazione dell'oratorio della B. V. nella Basilica di S. Pietro - Grotte Vaticane.

Fu minacciato anche da Liutprando, re dei Longobardi, e in tale frangente chiese aiuto a Carlo Martello maggiordomo dei Franchi, inviandogli una legazione, che pertava le chiavi del sepolcro di s. Pietro e reliquie delle sue catene. Ma poiché Carlo Martello era federato con Liutprando, rifiutò un intervento militare. G. III fu, come il suo predecessore, un intelligente promotore dell'opera missionaria di s. Bonifacio, che nel 732 nominò arcivescovo e incaricò, come legato apostolico, di organizzare la Chiesa nella Baviera, Turingia e Assia.

BibL.: Lib. Pont., I, pp. 416-25; Jaffé-Wattenbach, coll. 22292237; Codex Carolinus, in BHG, Epistolae, III, nn. 1-2; L. Hartmann, Geschichte Italiens im Mittelalter, II, u. Lipsia 1897, p. 169 sgg.; A. Schäfer, Bedeutung G. II. u. III. für die Gründung des Kirchenstaates, Münster 1913. Lucchesio Spätling

GREGORIO IV, PAPA. - Nobile romano, sacerdote del titolo di S. Marco, eletto pontefice senza intervento dell'imperatore Ludovico il Pio, ma consacrato soltanto dopo l'arrivo d'un legato imperiale che esaminò l'elezione secondo il Constitutum dell'824; pontificò dall'827 all'844. Nelle rivolte dei figli di Ludovico il Pio contro il padre, G. IV appoggiò infelicemente Lotario, figlio primogenito. Prima di varcare le Alpi, spedì ad Agobardo, arcivescovo di Lione, una lettera in cui prescriveva preghiere e digiuni per far scendere la benedizione divina sull'impresa che meditava. In un invito formale ai vescovi di venirlo ad incontrare, G. protestava le sue intenzioni pacifiche, di ristabilire cioè la concordia fra il padre ed i figli. Mentre Agobardo appoggiava il Papa, condannando gli attentati alla divisione dell'Impero dell'817, i vescovi imperialisti protestarono, con una lettera collettiva assai forte, contro il contegno di G. nella suddetta questione. La risposta, a carattere polemico, di G. IV non accrebbe la sua autorità già compromessa dall'ingloriosa avventura. Invano Pascasio Radberto e Wala, accorsi presso il Pontefice, cercarono di suggerigli degli argomenti per giustificare il suo passo.

Ritornato dal "campo della menzogna", trovava in Italia un nuovo pericolo: gli Arabi dell'Africa del nord, sbarcati in Sicilia nell'827 e padroni di Palermo dall'831. Anche i Mori di Spagna imbaldanzirono al punto di sbarcare sulle coste tirreniche d'Italia. Per difendere l'imbocco del Tevere, G. IV fece ricostruire le fortificazioni di Ostia ( $840-41$ ) che dal suo nome chiamò Gregoriopoli. Del resto, G. IV si era dimostrato anche in Roma solerte restauratore di edifici religiosi e vivili.

Nell'831-32 G. IV confermò Ansgario a apostolo del nord "come arcivescovo di Amburgo e lo costituì legato pontificio per i Danesi, Svedesi e Slavi del nord. Nella questione di Ebbone, arcivescovo di Reims, G. IV per nulla si affrettò a sanzionare la sentenza di deposizione pronunciata a Thionville nell'835. G. IV m. nel genn. dell'844 diapo un pontificato di diciassette anni.

BibL.: Lib. Pont., II, pp. 73-85; Jaffé-Wattenbach, 2575 sgg.; MGH, Epistolae, V, p. 223 sgg.; Fliche-Martin-Frutes, VI, pp. 214-26, 280-84. Lucchesio Spätling

GREGORIO V, PAPA (996-99). - Brunone di Carinzia fu il primo papa germanico nel medioevo. N. nel 972, figlio del duca Ottone di Carinzia, fu educato dal vescovo Ildebaldo di Wormazia, e divenne cappellano di corte. Su preghiera d'una legazione romana fu nominato papa dall'imperatore Ottone III quale successore di Giovanni XV e ben accolto dal clero e dal popolo romano, per il suo eccellente carattere e illibati costumi. G. V coronò imperatore Ottone III. Verso la fine del 996 fu espulso da Roma per una nuova ribellione di Giovanni Crescenzio II, che, pur essendo stato poco prima graziato dall'Imperatore per mediazione del Papa, con aiuti clandestini dai Bizantini, creò l'ambizioso antipapa Giovanni XVI. Nel febbr. 998 G.

## Page 679

![img-12.jpeg](img-12.jpeg)

Gregorio V. papa - Epitaffio di G. V (n. 999) - Grotte Vaticane.
V fu ricondotto a Roma da Ottone III con l'appoggio di forze militari. Nella lite ecclesiastica di Reims, G. V intervenne con successo per i diritti d'Arnulfo, ma dopo diede a Gerberto (più tardi papa Silvestro II) l'arcivescovado di Ravenna e il pallio. Contro il re Roberto II di Francia difese energicamente le leggi matrimoniali della Chiesa. G. V mori, troppo presto, di malaria. L'epitaffio, nelle Grotte Vaticane, elogia la sua attivita coritatevole e lo zelo, e ricorda come predicasse in tre lingue.

BibL.: Lib. Pont., II, p. 261 sg.; Jaffé-Wattenbach, I, in, 489-92; K. Guggenberger, Die deutschen Päpste, Monaco 1916. pp. 13-28; A. Celli, Ricerche religiose, VI, 1930, p. 137 sgg. (sulla morte di G. V); Fr. X. Seppelt, s. v. in LThK, IV, col. 662 sg., con vasta bibliografia; Fliche-Martin-Frutaz, VII, pp. 64-72. Lucchesio Reading
GREGORIO, antipapa. - Eletto dalla fazione dei Crescenzi alla morte di Sergio IV (m. il 12 maggio 1012) in contrapposizione a Teofilatto dei conti di Tuscolo, candidato della f