on vasta bibliografia; Fliche-Martin-Frutaz, VII, pp. 64-72. Lucchesio Reading
GREGORIO, antipapa. - Eletto dalla fazione dei Crescenzi alla morte di Sergio IV (m. il 12 maggio 1012) in contrapposizione a Teofilatto dei conti di Tuscolo, candidato della fazione dei Tuscolani, che, eletto dalla maggioranza, prese il nome di Benedetto VIII. Dopo alcune schermaglie, G., espulso da Roma, si recò dal re Enrico II con cui si incontrò a Pöhlde in Sassonia, il giorno di Natale. Il re lo trató con deferenza e gli promise di decidere la questione, "secundum morem romanum" come scrive Tietmaro, nel suo prossimo viaggio a Roma. Intanto G. fu invitato a deporre le insegne pontificali, dopo di che se ne perde totalmente le tracce.
BibL.: Thietmarus, Chronicon, VI, 61, ed. J. M. Lappenberg, in MGH, Scriptores, III, p. 835; Lib. Pont., II, p. 268; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontifical, $3^{e}$ ed., Parigi 1911, pp. 371-72; E. Amann, L'Eglise au pouvoir des laïques, in A. Fliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, VII, Parigi 1940, pp. 80-81.
GREGORIO VI, papa. - Giovanni Graziano; pontificò dal 5 maggio 1045 al 20 dic. 1046. Arciprete di S. Giovanni ante Portam Latinam, uno dei precettori di Ildebrando-Gregorio (v. gregorio viI); acquistò con una certa somma da papa Benedetto IX la tiara, per liberare la Chiesa da quel Papa. Uomo degno, fu eletto unanimamente dal clero e dal popolo romano, salutato con entusiasmo da s. Pier Damiani e riconosciuto dal re di Francia e da principio anche da Enrico III re di Germania. Quest'ultimo però, inteso sinceramente alla riforma della Chiesa e totalmente contrario alla simonia, nel Sinodo di Sutri (dic. 1046), oltre a Benedetto IX e Silvestro III, che già aveva deposti, depose anche G. VI, quantunque personalmente degno, a causa dell'arto simoniaco nell'acquisto del sommo pontificato e lo mandò in esilio. Lo segui, come suo cappellano, Ildebrando, fino a Colonia, dove G. VI mori ben presto.
BibL.: Jaffé-Wattenbach, I, II, n. 524 sgg.; II, II, n. 709; G. Bovino, L'elezione e la deposizione di G. VI, in Archivio della reale Società romana di storia patria, 39 (1916), pp. 141252, 293-410; P. Kehr, Vier Kapitel aus der Geschichte Heinrichs III, (Abb. d. preuss. Ah. d. Wiss., philos-hist. Klasse, 3), Berlioz 1920; G. Bovino, Invites ultra montes cum donmo P. G. abii, in Studi gregoriani, I, Roma 1947, pp. 3-46. Lucchesio Spätling
GREGORIO VII (Ildebrando), papa, santo. -
I. Vita di Ildebrando prima del suo pontificato. - La tradizione sulla famiglia, sul luogo e l'anno di nascita di G. non è unanime. G. Marchetti-Longhi cercò sostenere la tesi che fosse nato da una famiglia di alta nobiltà romana, forse degli Ildebrandi-Stefaneschi, fondandosi molto probabilmente sul nome di battesimo di G., Ildebrando. Ma secondo la tradizione primitiva Ildebrando è nato a Soana (Sorano) nella Maremma toscana ca. il 1020, figlio di Bonizone, fabbro, e di «Berta, maggiore suburbana». Per l'istruzione nelle scienze liberali e per la disciplina morale fu dai suoi genitori affidato allo zio, abate di S. Maria in Aventino (del priorato dei Cavalieri di Malta). Della sua prima giovinezza passata a Roma, Ildebrando stesso dà quattro volte notizie precise nelle sue lettere pontifice, secondo le quali fu accolto nel Palazzo Lateranense ed ebbe due celebri precettori, Lorenzo di Amalfi e l'arciprete Giovanni Graziano, poi papa Gregorio VI, con il quale, dopo la deposizione fatta dal re Enrico III di Germania nel Sinodo di Sutri (1046), andò rilutrante in esilio presso Colonia, quale suo cappellano. Probabilmente ivi prese l'abito benedettino. La controversia fra gli storici se Ildebrando sia stato monaco o no, è stata decisa positivamente (cf. G. B. Borino, Quando e dove si fece monaco Ildebrando, in Miscellanea G. Mercati, I, Città del Vaticano 1946, pp. 218-62).
Con papa Leone IX tornò a Roma, più malvolentieri ancora. Dallo stesso Pontefice, Ildebrando monaco fu ordinato suddiacono e divenne priore ed economo a S. Paolo fuori le mura. Vi rifornis la disciplina monastica e restaurò la Basilica.
Dal papa Leone IX e suoi successori, Vittore II e Stefano IX, Ildebrando fu impiegato in diverse missioni diplomatiche in Francia (p. es., contro Berengario di Tours) e in Germania. Papa Stefano IX fu ordinò discono e lo costituì arcidiacono di S. Romana Chiesa. Dopo la sua morte prematura, Ildebrando preparò con grande abilità la caduta di Benedetto X, eletto non connoticamente dal partito dei Tusculani, e l'elezione del papa Niccolò II (1059-61). Dal suo successore, papa Alessandro II (1061-73), suo amico nella riforma, fu creato cardinale e cancelliere di S. Romana Chiesa, dopo la morte del card. Umberto di Silva Candida (1061), divenne, con s. Pier Damiani, la mano destra del Papa nella lotta per la riforma ecclesiastica.
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II. L'elezione di Ildebrando (22 apr. 1073). Immediatamente dopo la sepoltura di Alessandro II Ildebrando fu acclamato papa dal popolo nella Basilica Lateranense e poco dopo eletto dai cardinali a S. Pietro in Vincolis e prese il nome di G. Dubbi intorno alla canonicità della elezione si sollevarono molto più tardi, all'inizio della lotta con il re Enrico IV di Germania. Il giovane re sembra avere confermato l'elezione di Ildebrando : fu l'ultima volta che l'Imperatore germanico compiva quell'atto.
III. La personalita e il carattere di G. VII. - Il-debrando-G. aveva compiuti cinquant'anni, quando raggiunse il sommo pontificato. Era di statura straordinariamente piccola, di faccia pallida, ma di incomparabile forza di volontà e spirito. Ciò che concepiva, realizzava. Preferiva immagini e similitudini prese dal linguaggio bellico. S. Pier Damiani talvolta lo paragonò al vento aquilonore, tal'altra lo chiamò - santo Satana -. Apologeti ferventi e furenti avversari contemporanei non dànno un giudizio equanime del suo carattere e della sua grande anima che risplende dalle lettere scritte di proprio pugno, agli amici fedeli quali la contessa Matilde di Toscana, Ugo abate di Cluny, Ermanno vescovo di Metz. La particolarità predominante del suo atteggiamento spirituale era una fede ardente illuminata da una mistica pietà verso la persona di Gesù. La giustizia era il leitmotiv del suo pensare e agire.
IV. Il suo programma di diforma. - Ildebrando-G., che già da più di venti anni prima del suo pontificato aveva lavorato per la riforma della Chiesa, cominciò sin dal primo anno del suo pontificato ad attuare con tutti gli sforzi il suo programma di riforma. Conscio della pienezza di potestà del successore di Pietro si accinse a sradicare i vizi più radicati nel clero: la simonia e la clerogamia. Per quest'opera riformatrice desiderava l'accordo tra la potestà spirituale e secolare, tra il sacerdozio e l'Impero. Nel Sinodo quaresimale del 1074 emise decreti contro la simonia e il nicolaismo, e insieme incoraggiò il popolo a non assistere più alle funzioni liturgiche dei preti ammagliati. L'opposizione dei vescovi e dei chierici in Germania, Italia, Francia e Inghilterra, fu grande me G. continuò l'opera con crescente fervore ed energia. Nel Sinodo del 1075 oltre alla rinnovazione dei decreti precedenti ne emise un altro contro l'investitura laicale dei vescovi e abati, e chiese la libertà nella loro elezione canonica, senza l'intervento del re o della potestà civile. Contro questo decreto sorse l'unanime resistenza dei signori feudali, specialmente dalla parte del re di Germania. Perciò la rottura fra Papato ed Impero fu inevitabile. Dello stesso tempo è il cosiddetto Dictatus Papae, 27 brevi sentenze dettate da G. VII e inserite nel suo registro originale [fra l'ep. 55 e 56 del 1. II]. Tra le diverse ipotesi del suo carattere forse la più probabile è quella di G. Borino, secondo cui il Dictatus Papae sarebbe l'indice di una collezione canonica. Nel suo contenuto il Dictatus Papae rappresenta l'espressione del primato del Romano Pontefice istituito da Gesù Cristo e trasferito a s. Pietro. Da lui proviene la posizione del primato della Chiesa di Roma e del suo vescovo con titoli d'onore, privilegi e diritti reali. Ne deriva la sua somma potestà nella legislazione, amministrazione e giurisdizione sulla Chiesa universale e sulle singole chiese. Al Dictatus Papae è anche annesso il concetto di G. VII, sulle relazioni fra la Chiesa e lo Stato : concezione molto discussa e che può principalmente rilevarsi dalle sue lettere ad Ermanno, vescovo di Metz (1076-81). A fondamento del suo concetto sta la illimitata potestà di legare e sciogliere data da Gesù Cristo a s. Pietro, e l'evidente superiorità della potestà sacerdotale sul potere regale. La potestà apostolica e regale sono destinate da Dio a dirigere il mondo e la concordia di ambedue le potenze era la meta, che per la salvezza della cristianità G. VII si prefiggeva nel suo agire. Egli considerava opera del diavolo non lo Stato in sé, ma il cattivo governo dei tiranni e nemici della Chiesa nella civitas terrena, nel senso di s. Agostino.

(da A. dilcunod, Mounuendo cplerephara, Ciltà del Vailpana III. (ar. 38, 6) Gregorio VII, papa (1073-84) - Bolla con notizia dei fondi della basilica dei SS. Giovanni e Paolo - Roma.
V. La lotta tra il sacerdozio e l'Impero sotto G. VII e il re Enrico IV. - Questa lotta ingente e tragica tra le due potenze può essere ripartita in tre periodi.
1. Il periodo di preparazione (1073-75). Dalle prime lettere pontifice di G. VII risalta la sua benevolenza verso il re Enrico IV. Ma questi, giovane di alto ingegno ma di debole carattere, si rese presto esoso con la sua azione religiosa e politica ai legati papali che G. nel 1074 mandò alla sua corte per riconciliare con il re i Sassoni ribelli, comporre le cose ecclesiastiche e promulgare i decreti di riforma: il re riconciliato promise il suo aiuto.
2. Il periodo di transizione (1075-80). - Ma di fatto Enrico IV, malgrado il decreto contro le investiture, continuava ad istituire i vescovi della Germania e anche d'Italia, e specialmente di Milano e licenziò insoddisfatti i legati pontifici che G. mandò a lui sulla fine del 1075. Poco dopo il 24 genn. 1076 Enrico IV nel Sinodo di Worma dichiarò deposto il Papa. La risposta di G. a tale deposizione fu il Sinodo romano del 1076, nel quale solennemente scomunicò il re e sciolse i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà. Gli effetti della scomunica si prospettavano disastrosi per Enrico IV. I Sassoni si ribellarono nuovamente, molti vescovi che erano stati costretti a firmare la deposizione di G. si risortomisero al Papa, e i principi della Germania gli minacciarono la deposizione se non avesse ottenuta l'assoluzione entro un anno. Per ottenere la riconciliazione, Enrico IV scese in Italia nell'inverno del 1076-77 e trovò G. in viaggio verso la Germania, per recarsi al comizio di Augusta, nel castello di Canossa presso la contessa Matilde di Toscana. Enrico IV in abito di penitenza implorò per tre giorni l'assoluzione dalla scomunica. G. cedette alle preghiere e lo assolse. Il drammatico avvenimento di Canossa è variamente giudicato dagli storici. Ma oggi la maggioranza
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conviene nel riconoscere che G. VII in tale circostanza sacrificò lo statista al sacerdote, ed Enrico IV guadagnò di nuovo la sua corona.
3. Il periodo conclusivo della lotta (1080-85). Nel Sinodo romano del ro8o G. VII decise la causa tra Enrico IV e il suo rivale Rodolfo di Svevia in favore di Rodolfo e dichiarò Enrico deposto e scomunicato, perché infedele alle sue promesse. Dopo il Sinodo di Bressanone (ro8o), nel quale Enrico IV elesse l'arcivescovo di Ravenna Guiberto quale antipapa (si chiamò Clemente III), il re intraprese una spedizione militare contro G. VII. Ma solo nel ro84 Enrico poté conquistare la Città leonina con S. Pietro, dove intronizzò l'antipapa Clemente III e si fece coronare imperatore. Roberto Guiscardo, con l'esercito dai Normanni, liberò G. VII dal Castello di S. Angelo e lo condusse nel Palazzo Lateranense: ma a causa del saccheggio della città compiuto dai Normanni, G. VII andò via con i suoi federati. A Salerno scomunicò di nuovo in un Sinodo del nov. del ro84 Enrico IV e tutti i suoi complici e scrisse una enciclica che fu come il suo testamento, nella quale diede la sintesi della sua opera riformatrice e esprimeva la sua fiducia nell'avvenire della riforma. Il 25 maggio 1085 moriva a Salerno con le note parole sulle labbra: «Ho amato la giustizia e odiato l'iniquità, perciò muoio in esilio». Fu sepolto nella cattedrale di Salerno dove ancora oggi riposa.
VI. Le relazioni di G. VII con le altre nazioni d'Europa e con l'Oriente. - Benché la sua lotta con Enrico IV, re di Germania, avesse occupato tutto il suo pontificato, ebbe tuttavia relazioni con le altre nazioni d'Europa ; così con Guglielmo il Conquistatore di Inghilterra, generalmente amico della riforma; con il re Filippo I Augusto di Francia, nemico della riforma; con la Spagna, con i Regni di Danimarca, Norvegia, Svezia, Irlanda, con la Polonia, Boemia, Ungheria, Croazia e Dalmazia. Gli stava anche molto a cuore l'unione tra l'Occidente e l'Oriente cristiano.
VII. Giudizio su G. VII. - Benché moltissimi studi siano stati fatti su G. VII, la sua personalità oscilla ancora tra l'ammirazione e l'odio delle opposte fazioni. Nella grandiosa storia dei papi forse nessun altro dei pontefici romani fu così eccellentemente dotato dalla natura e dalla grazia divina per combattere quella battaglia gigantesca ch'egli ingaggiò per affrancare la Chiesa da tanti legami terreni ed impacci politici. La sua grandezza più che umana e la sua fermezza inflessibile preparò ai suoi successori la via alla dominazione non solamente spirituale, ma anche temporale del mondo del medioevo. Papa Paolo V l'iscrisse nel catalogo dei santi pontefici romani come propugnatore acerrimo dei diritti della Chiesa. Festa il 25 maggio. - Vedi tav. LXXXII.
Bibl.: Fonti: Registro di G. VII: PL 148, ed. nuova e critica di E. Caspar, in MGH, Epistolae suer. XIII e revestis pontificum Romanorum selectae, II. 2 voll., Berlino 1920-23; MGH, Libelli de lite saecc. XI et XII, 3 voll., ivi 1891-97; Annales Lamperti Hersfeldensis: Chronica Bernoldi Constantiensis, Chronicon Hugonis, "Gesta Flaviacensis ", I. II con molti documenti contemporanci; Vita Gregorii VII, autore Paulo de Bernried (del 1128) : PL 148. - Studi: C. Mirbt, Die Publizistik iun Zeitalter Gregors VII., Lipsia 1894; W. M. Peitz, Das Originalregister Gregors VII. (Sitz.-Ber. der Wiener Ab. d. Wiss., 165), Vienna 1911: E. Bernheim, Mittelalterliche Zeitanschauungen, I, Tubinga 1918 e le numerose dissertazioni della sua scuola a Greifswald; E. Caspar, G. VII. in seinen Briefen, in Hist. Zeitschr., 130 (1924), pp. 1-30; A. Fliche, La referma gregorienne, I, La formation des idées grégoriennes, Parigi-Lorano 1924; id., II, Grégoire VII, ivi 1925; id., L'acquisition anti-grégorienne, Lovanio 1937; W. Wühr, Studien zu G. VII. Kirchenreform u. Weltpafitih, Monaco 1930; G. Tellenbach, Libertas, Kirche u. Weltordnung
im Zeitalter des Investiturstreites, Tubinga 1936: R. Morghen, G. VII, Torino 1943: visione alquanto incompleta e parziale del grande pontefice, come rileva M. Scaduto, Essenza della riforma di G. VII, in Civ. Catt., 96 (1943, ivi, pp. 176-83, cui il Morghen rispose con Storia medievale e storia della Chiesa. A Proposito di due recensioni, ecc., in Arch. Deb. reon. di storia patria, 69 (1946), pp. 97-116). Cf. anche G. B. Pizotti, Ancora una parola su certe questioni gregoriane, ibid., pp. 117-26 cui segue una nuova replica del Morghen, pp. 126-30. Studi gregoriani (raccolta di studi, in occasione del IX centenario del primo esilio di Ildebrando, a cura di G. B. Borino), 3 voll., Roma 1947-48; H.-S. Arquilière, La sionifcation théologique du pontificat de Grégoire VII, in Revue de l'Université d'Ottawa, 20 (1930), pp. 140-61. Lucchesto Spätline
GREGORIO VIII, ANTIPAPA. - Maurizio Burdino (soprannome che significava asino), originario della Francia meridionale, monaco dapprima a Limoges, passato nel ro95 in Spagna ed elevato poco dopo alla sede episcopale di Coimbra, nel ro98 succedeva a s. Giraldo nell'arcivescovato di Braga. A Roma, da Pasquale II ottenne il pallio e la nomina a suo legato per trattare la pace con Enrico V. Eletto Gelasio II, Enrico V entrò in Roma, mentre il nuovo Pontefice fuggiva a Gaeta.
Invitato a rientrare da Enrico, con la minaccia di eleggere un antipapa se non obbediva, Gelasio, respingendo l'intimazione, propose un concilio per definire le vertenze tra Chiesa e Impero. Enrico fece allora eleggere antipapa il Burdino, che già prima l'aveva incoronato imperatore. Gelasio, raggiunta Capua, il 7 apr. scomunicò l'Imperatore e l'antipapa, inviando Conone, vescovo di Preneste, a pubblicare la sentenza in Germania. Enrico fu costretto perciò a ritornare in Germania, per timore di perderne il controllo, e Gelasio il 5 luglio 1118 rientrò a Roma. Per una sommossa Gelasio dové ripartire e si avviò in Francia, dove, a Cluny, il 29 genn. 1119 moriva. Eletto Callisto II, alla fine dell'anno furon nuovamente scomunicati l'Imperatore e l'antipapa e nel giugno del 1120 Callisto entrò in Roma. Nel 1121 mandò il card. Giovanni di Crema contro G. VIII che si era rifugiato a Sutri. Fu ricondotto a Roma seduto per scherno a rovescio su di un cammello. Finì così lo scisma; l'antipapa fu inviato al monastero di Cava, poi a Rocca Iemola, presso Montecassino, e nel 1125 a Castel Fumone; nel 1137 era ancor vivo a Cava.
Bibl.:C. Erdmann, in Quellen und Forschungen aus italianischen Archiven und Bibl., 19 (1927), pp. 205-61; P. F. Palumbo, Lo scisma del MCXXX, Roma 1942, v. indice; A. Fliche, L'Europe occidentale de 886-1123. Parigi 1941, pp. 473-82 sg.; Fliche-Martin-Frutaz, VIII, p. 377 sgg. Alberto Ghinato
GREGORIO VIII, PAPA. - Alberto de Morra, di Benevento, m. a Pisa il 17 dic. 1187, canonico regolare di S. Agostino, del quale istituto fondò pure una Congregazione a Benevento con rigidi statuti. Nel 1155-56 era cardinale diacono, nel 1158 cardinale prete e dal 1178 cancelliere di S. Romana Chiesa. Eletto papa a Ferrara il 21 ott. 1187, veniva consacrato a Pisa il 25 dello stesso anno. Dopo soli 57 giorni la morte troncava un pontificato che si presentava promettente per i disegni che G. aveva concepiti, specialmente per una nuova crociata, la riforma della Chiesa e la pacificazione con l'Impero.
Bibl.: G. Klemann. Papst Gregor VIII., Bonn 1913; P. Kehr. Papst Gregor VIII., als Ordensgründer, in Miscellanea P. Ehrle, II (Studi e testi, 38), Roma 1924, pp. 248-73. Alberto Ghinato
GREGORIO IX, PAPA. - Discendente della famiglia dei conti di Segni, n. ad Anagni (verosimilmente nel 1170 e non, come molti affermano, nel 1140) e chiamato Ugo (Ugolino). Era parente di Innocenzo III «in terzo grado» (Vita) ed anche Alessandro IV apparteneva alla sua famiglia. Ricevuta la sua prima formazione nella scuola vescovile di Anagni, proseguì poi gli studi a Parigi («sacrae paginae doctor», RIS, III, p. 575) e si dedicò anche allo studio del diritto a Bologna, ma non vi fu
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mai professore. Particolare influsso esercitò su di lui il cistercense Rainerio, che ne spinse la naturale inclinazione alla contemplazione a tal punto, che Innocenzo III ne fece cenno quasi con biasimo (PL 214, 675). Del resto assai poco si sa della sua gioventú; di certo non fu, come venne detto, camaldolese.
Sassmario: I. Legazioni. - II. Azione religiosa. - III. Politica ecclesiastica. - IV. Decretali. - V. Inquisizione. - VI. Missioni. Vita ecclesiastica. - VII. Carattere e importanza.
I. Legazioni. - Appena eletto, Innocenzo III creò G. cappellano papale (uditore di Rota), e, successivamente, lo stesso anno, cardinale diacono; inviandolo poi nel 1199 nell'Italia meridionale presso Markwald di Anweiler, margravio di Enrico VI. Dopo che, nel 1206, fu creato cardinale vescovo di Ostia, si recò due volte legato in Germania, nel 1207 e nel 1209.
Anche Onorio III riconobbe i suoi meriti di negoziatore e lo inviò legato, per lo più alle città dell'Italia settentrionale (la più importante legazione fu quella del 1221 per la quale G. iniziò un proprio registro). Là infatti le più fiorenti città (come Lucca, Pistoia, Parma, e in modo particolare Milano) venivano minacciando le libertà ecclesiastiche o erano (come Imola e Faenza, Aquileia e Treviso) in lotta tra loro e vi stava facendo il suo ingresso anche l'eresia; mentre in molti conventi il retro spirito era da ripristinare.
Ma al Papa stava a cuore anzitutto l'imminente Crociata, che era stata indetta dall'Imperatore per l'ag. 1221. Federico, che aveva forti riserve da fare, nominò volentieri suo vicario G., senza però dargli tutti i poteri di un nunaio imperiale. G. si accinse cautamente, ma con fermezza, all'opera: promulgò in Lombardia la leggi antieretiche dell'Imperatore e cercò di inserire le nuove leggi imperiali ed ecclesiastiche negli statuti comunali. Questa legazione divenne una grande conferma di pace; ma forse G., secondo Federico, aveva fatto troppo per la pace e per Onorio, troppo poco per la Crociata. Questa comunque non ebbe luogo.
II. Azione religiosa. - Fin da questo tempo G. rinunciò alla politica e si dedicò interamente all'azione religiosa. Aiutò i Camaldolesi, la fondazione di Gioacchino da Fiore e i Cistercensi; in modo particolare facilitò s. Domenico e il suo Ordine, che aveva fatto buona prova nella Francia meridionale contro gli Albigesi. Ma assai più documentate sono le sue premure per il movimento francescano. G. riconobbe nei Mendicanti i messaggeri del rinnovamento religioso, che però correvano nello stesso tempo il pericolo di oltrepassare i confini dell'ortodossia e comprese l'opportunità di guidarli e di dare loro un forte appoggio. Federico li chiamò i «mali angeli» del Papa (Hist. diplom. Frederici, v. bibl., II, v, p. 1039).
L'atteggiamento di G. verso l'Ordine francescano fu tacciato da parecchi, tra cui il Sabatier, di aver falsato dall'interno il carattere del movimento. Oggi, generalmente, anche da parte scartolica, tale atteggiamento viene invece valutato in senso positivo e compreso più profondamente nei particolari, e perciò apprezzato. Il Vangelo rientrò da capo e in maniera fondamentale nelle coscienze, l'imitazione della vita povera di Gesù fu considerata come sostanza della perfezione; e riprese vigore l'impegno missionario della Chiesa nell'invio di missionari e nella organizzazione della loro attività.
Una parte particolare ebbe G. nel perfezionamento dell'Ordine delle Clarisse (tanto da venirne detto il loro fondatore) e del Terz'ordine francescano. Per gli Ordini mendicanti emanò molte lettere commendatiste e decreti, che più tardi nei loro punti principali vennero inclusi nel corpo delle Decretali (Deer., V, 31 c, 16 sg .) : concesse loro nuovi privilegi, soprattutto quelli di poter predicare e confessare (Potthast, 8042); rinnovò l'istituzione del noviziato (id., 10959); suggerì a Tommaso di Celano l'idea per la Vita I di s. Francesco, nella quale questi diede particolare rilievo alle relazioni fra G. e s. Francesco; pose la prima pietra della chiesa sepolcrale del Santo in Assisi e spiegò nella bolla Quo elongati (1230; che avrà più tardi una risonanza partico-
lare nella questione degli Spirituali) che il testamento di s. Francesco non aveva valore obbligatorio. Tutti e due i grandi Ordini mendicanti, Domenicani e Francescani, godettero senza dubbio della più spiccata simpatia di G. fin dal momento che questi s'incontrò con s. Domenico e con s. Francesco (Firenze 1217) e assunse il loro prototorato.
III. Politica ecclesiastica. - Il pontificato di G. è caratterizzato dalla politica ecclesiastica nei riguardi di Federico II. Mentre questi, con sempre nuovi pretesi, rimandava la Crociata, gli minacciò la scomunica, che annunciò alla cristianità il 10 ott. con un'enciclica (Hist. diplom., cit., III, 24), sciogliendo dal giuramento i crociati, che in parte avevano già intrapreso il viaggio o erano periti di febbre nell'Italia meridionale. Federico, che non si aspettava che il nuovo Papa adoperasse maggiore energia di Onorio, per dispetto si diresse nel 1228 a Gerusalemme e patteggiò con il Sultano. I prigionieri cristiani vennero posti in libertà, una parte di Gerusalemme e qualche località passarono in mani cristiane, in cambio di sufficienti libertà concesse ai maomettani, anche in territorio cristiano, e Federico cinse la corona di re di Gerusalemme.
Mentre le truppe siciliane irrompevano nella marca papale, G. inviò truppe in Sicilia, ma, dopo alterni successi, firmarono unbedue la pace di Ceprano ( 28 ag. 1230). In seguito Federico, appoggiato da Piero delle Vigne, creò nella Sicilia, che egli teneva come feudo papale, un nuovo Stato burocratico di tipo assolutista, proclamandovi le Costituzioni di Melfi che cemo contrarie sotto molti aspetti alle libertà comunali ed ecclesiastiche; egli avrebbe inoltre desiderato tale unità fra Chiesa e Stato, in modo che il Papa scomunicasse tutti coloro, contro i quali l'Imperatore avesse combattuto. Ma tanto non riusci ad ottenere (Potthast, 9261). Quando poi Federico, contro il preciso volere di G. suo signore feudale sposò il figlio Enzo con l'eredc di Torres e Gallura e occupò la Sardegna, G. lo scomunicò di nuovo (1239), pubblicò un atto di accusa di 17 punti (Hist. diplom., V, 286 sgg .), che doveva essere proclamato ogni domenica o giorno festivo a suono di campane (Potthast, 10723), e colpi d'interdetto la sede abituale dell'Imperatore. Federico allora oppose alcuni scritti e si appellò ad un concilio. La battaglia raggiunse talora il tono di polemica passionale da una parte e dall'altra: G. rinfacciò all'Imperatore, che aveva paragonato alla bestia apocalittica (Potthast, 10766), la parola dei tre ingannatori. Questi indicava il Papa come erotico o addirittura come anticristo (Hist. dipl., V, 348). Federico cercò di por fine al contrasto con le armi e la sorte non gli fu malevola. Il Papa da parte sua trovò in Gregorio da Montelongo, suo legato in Lombardia, un abile patrocinatore degli interessi nazionali, che ora cominciarono a farsi chiari; quando però indisse effettivamente il Concilio, la cosa non interessò più Federico, il quale prese prigionieri i prelati, che dovevano effettuare il viaggio per mare. In Germania la scomunica non trovò dapprima molta eco, perché in quel tempo i Tartari stazionavano ai confini del Regno, e quando Federico si stava avvicinando nel 1247 con grande seguito a Roma, il Papa mori. G. aveva voluto la libertà della Chiesa contro un sovrano molto abile e spregiudicato e che si serviva, per i suoi scopi, d'ogni mezzo.
IV. Decretali. - G. già aveva preso in considerazione, fin dall'inizio del suo pontificato, la sistemazione della nuova legislazione papale, che fu poi veramente decisa quando Federico promulgò le Costituzioni di Melfi, che dovevano, per molti aspetti, essere invise alla Chiesa. La redazione della raccolta venne affidata a Raimondo di Peñafort, che la consegnò dopo tre anni. Vi si legge certamente una chiara contrapposizione alla Costituzione siciliana dell'Imperatore, come, p. es., nei riguardi del privilegium fori del clero e nelle questioni civili e penali; ma il suo scopo fondamentale era, come dimostra la bolla Rex pacificus, quello di creare, accanto alle raccolte private degli editti papali, un ordinamento ufficiale ed esclusivo, anche da parte della Chiesa. Caratteristico che i Mendicanti vi conservino l'esenzione e altri privilegi ( $163, \mathrm{X}, \mathrm{V}, 37$ ), ai laici sia proibito predicare
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(da Cotalogno d'une Coltertina de Manuscrits a miniaturcs des XV-XVY siecles, Amsterdam 1278, loc. 16) Gregorio IX, papa - Decretali con miniatura raffigurante i fincrali della Vergine, opera di Niccolò da Bologna (sec. XIV) firmata. Nella iniziale G. il ritratto di G. IX - Amsterdam, Mercato Antiquario 1929.
(14, X, V, 7), l'eresia del contraente liberi dagli obblighi contratti (2, X, V, 26), la bestemmia sia punita dal braccio secolare ( $16, \mathrm{X}, \mathrm{V}, 7$ ), "nullam in hoc misericordiam habiturus - Le concessioni posteriori di G. sono entrate, in parte, nel Liber Sextus di Bonifacio VIII (p. es., che ogni vescovo possa degradare da solo un proprio sacerdote eretico e che non vi sia più bisogno di sei vescovi). Anche se non teoreticamente, questo libro di leggi, che presto venne tradotto nella lingua del popolo (Actus, III, 249, 291), significa un poderoso rinvigorimento dell'autorità pontificia e del suo influsso. Nel futuro, specialmente gli arbitri privati verranno impediti dalle raccolte delle leggi.
V. Inquisizione. - Sotto G. IX venne costituito il processo medievale dell'Inquisizione. Nel 1224 Federico aveva ordinato, per la Lombardia, che tutti gli eretici nelle mani dei vescovi diocesani fossero affidati al braccio secolare, perché venissero bruciati o fosse strappata loro la lingua (MGH, Const., II, p. 1267). Ora G. istituì nel 1227 in Italia (Firenze) e in Germania delle commissioni contro gli eretici, contro i quali fino allora si erano pronunciati solo i vescovi e si servì soprattutto dei Domenicani (Bullarium Ord. Fratrum Praedicatorum, a cura di T. Ripoll-A. Bremond, I, Roma 1726, p. 20), senza trascurare altri Ordini o sacerdoti secolari, come Corrado di Marburgo, confessore di s. Elisabetta. Il fatto di aver affidato questo istituto ad un Ordine giovò alla sua durata. Un passo innanzi si ebbe quando il crudele decreto di Federico del 1224 venne introdotto negli aa. 1230-31 nel registro papale (Reg., 535), e venne promulgato come legge (ibid., 539 sg .). Un'ultima fase si ha con il decreto di Federico (proprio del diritto normanno) per la Sicilia (1231) e per il Regno (1239) secondo il quale gli eretici dovevano essere ricercati dalle forze dello Stato. Alla denunzia segue ufficialmente il processo dell'Inquisizione. Accanto al tribunale vescovile G. istituì il tribunale generale papale (Bullarium cit., I, 47) e nominò da parte sua gli inquisitori, perché non voleva lasciare il potere di investigare soltanto agli organi statali. Nel 1234 viene inserita nelle Decretali (15, X, V, 7) la disposizione che gli eretici, che si convertono per timore della morte, debbano essere trattenuti prigionieri a vita per punizione (Hist. diplom., cit., IV, 301).
VI. Missioni. Vita ecclesiastica. - Già come legato e predicatore della Crociata, G. si era adoperato per la conservazione dell'Impero latino di Costantinopoli, al quale, sotto il suo pontificato, si presentò come nuova nemica la Bulgaria. Il Papa persuase Giovanni di Brienne, che aveva combattuto per lui in Sicilia e nel 1223 era stato eletto in Costantinopoli reggente per il non ancora maggiorenne Baldovino II, di assumersi, anche se di mala voglia, questo ufficio (1231-37) e lo sostenne energicamente. Nel 1232 inviò Annone di Faversham, futuro ministro generale dei Francescani, con parecchi teologi, alla corte imperiale greca di Nicea, ma non riuscirono a nulla. Si dovette invece nel 1235 a Giovanni di Brienne se, dopo un doppio attacco da parte greca e bulgara, riuscì a salvare Costantinopoli. Quando poi lo stesso Baldovino si recò in Occidente per cercare aiuto, G. si adoperò in tutte le maniere per suscitare una grande Crociata; ma solo in Francia trovò volenteroso ascolto e aiuto. Anche a Baldovino restò impossibile riguadagnare la parte asiatica dell'Impero, che nel 1261 tramontò definitivamente. La lotta contro i Ghibellini fu fatale anche per l'Impero latino; perché Federico era in lega con i Greci e impedì con la forza il passaggio dei cavalieri crociati attraverso l'Italia settentrionale.
Le difficili missioni dell'Europa orientale, Finlandia, Lituania, Ungheria, Romania, dove lavoravano principalmente i nuovi Ordini Mendicanti, sono state finora poste poco in luce. Dopo la Crociata di Federico, intorno al 1230, appaiono i cavalieri teutonici; l'Ordine considerò questi territori come di conquista, terre dell'Impero loro assegnate. In Lituania G. permise che si predicasse la stessa Crociata di Europa (Bullarium cit., I, 32), e introdusse in Lettonia i Premostratensi (Potthast, 7886).
Quanto alla scienza ecclesiastica, è degna di nota la fondazione ( 30 apr. 1233) dell'Università di Tolosa (Potthast, 9176). All'Università di Parigi concease il libero studio dei libri di Aristotele (Reg., 607).
Incrementò la vita religiosa per mezzo di numerose canonizzazioni: Francesco (1228), Antonio da Padova (1232), Vigilio di Salisburgo (1233), Domenico (1234), Elisabetta di Turingia (1235), mentre non poté portare a termine la canonizzazione di s. Ildegarda di Bingen.
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(Int. Alivarii
GREGORIO XI, PAPA - Il papa G. ritomo da Avignone. Particolare dell'affresco di Matteo di Giovanni di Bartolo (1443) - Siena. Ospedale di
S. Maria della Scala.
VII. CabatteRE E IMPORTANZA. La personalità di G. è piuttosto quella di un tipo formale che non di un suscitatore di grande iniziativa. Le sue più alte capacità erano note anche a Federico, che lo riconosceva "religione perspicuus, facundia eloquentissimus, scientiae titulis circumspectus" (Levi, v. bibl., p. 151). G. dimostrò infatti attitudini di organizzatore e rivelò nel tutelare i diritti politici della Chiesa una tenace energia, contro gli eretici una rara fermezza e combatté (come, p. es., nelle lettere
a Federico) la forza della passione. D'altro lato egli rivelò una tenera e spesso dolce sensibilità per gli amici e i bisognosi d'aiuto. Mantenne volentieri relazioni personali con le più grandi figure religiose del suo tempo; ebbe scambi epistolari con s. Chiara, Elisabetta di Turingia, Agnese di Praga; tentò pure la poesia religiosa. Si può parlare di lui come di una personalità antitetica. La sua schiettezza è riconosciuta anche dai nemici. L'aver egli penetrato acutamente i compiti storici del suo pontificato e cercato di attuarli come una sicura esigenza del loro fondamento religioso, dà la misura della grandezza del suo pontificato. Con lui il papato in Occidente comincia a porsi lentamente sulla difensiva.
BibL.: Fonti : il primo tentativo di una raccolta delle fonti fu fatta da J. Vossius, Gesta et monumenta Gr. IX cum schaliti, Roma 1386. I testi più importanti sono: 1) il Registro originale, terminato dopo la legazione del 1221 (Biblioteca nazionale di Parigi, ms. 3132); insostituibile per la storia delle città dell'Italia settentrionale e per i rapporti con Federico; Registri dei cerdd. Uggilim d'Ostia e Ottociano degli Ubaldini, ed. G. Levi, Roma 1890; 2) il Registro Vaticano, ed. L. Auvray, Les registres de Grégoire IX, Parigi 1896-1910; mancano ancora l'ultimo fascicolo e l'indice; 3) la Vita (ex Curia), che venne scritta da un chierico di Curia, terminata prima della morte di G. (di molto valore); 4) un'altra Vita, composta da Bernardo Gui O. P., è solo una compilazione senza grande uso critico di fonti; entra specialmente nei particolari dell'Inquisizione. Ambedue sono edite in RIS, III, 279-87 e 270-74. Il Potthast segnala ca. 3200 lettere. Altro materiale si trova nelle fonti per la storia di Federico II i Huillard-Bréholles, Hist. diplom. Friderici II, Parigi 1852 sgg., e C. Rodenberg, MGH, Epistolae saec. XIII e regestis pontificam, I, p. 261 sgg. - Studi : la più antica bibl. (fino al 1903) è indicata da U. Chevalier, Biobibl., I, Parigi 1905, p. 1882 sg.; biografie propriamente dette: P. Balan, 3 voll., Modena 1872 sg., J. Felten, Friburgo 1886; cf. anche Hefele-Leclercq, V, II, pp. 14671611; Wadding, Annales, XVII (la più recente raccolta di tutti i decreti fino al movimento francescano); R. Honig, Rapporti fra Federico II e G. IX rispetto alla spedizione in Palestina, Bologna 1896; W. Norden, Papsttum und Byzanz, Berlino 1903, p. 303 sgg.; E. Graefe, Die Publizistik im letzten Kampfzwischen Kaiser Fr. und Papst Gr. IX., Heidelberg 1909; E. Bren, Papst Gr. IX, bis zum Beginn seines Postificates, ivi 1911; W. Fuchs, Die Besetzung der deutschen Bistömer unter Gr. IX., ivi 1911; G. Marchetti-Lungi, La legazione in Lombardia di Gregorio di Monte Longo negli aa. 1238-31, in Arch. della Soc. romana di st. patria, 36 (1913), pp. 225-85, 385-687, ecc.; H. Golubovich, Disputatio Latinorum et Graecorum seu Relatio Apocrisarum
Gr. IX de gestis..., 1234, in Arch. Franc. hist., 12 (1919), pp. 418 470; K. Hampe, Die Ahtemstüche zum Frieden von S. Germano 1230, Berlino 1926; A. Galleboat, Antune de la rencontre à Florence de st François et du card. Hugolin, in Arch. Franc hist., 19 (1926), pp. 530-38; J. Müller, Die Legationen unter Gr. IX., in Rom. Quesiatsch., 37 (1929), pp. 27-136; L. Zanecke, Der Anteil des Kard. Ugolins an der Ambildung der 3 Orden des hl. Franziskus, Lipsia 1930; B. Zöllig, Kardinal Hugolin und der hl. Franziskus, in Franzisk. Stud., 20 (1933), pp. 1-33; Actus Congressus iuridici internationalis, III (Derretales Gregori) IX), Roma 1936; C. Thouzellet, La légation en Lombardie du card. Hugolin (1221), in Rev. d'hist. err., 45 (1930), pp. 308-42. Orincaro Bonmann
GREGORIO X, PAPA. - Tedaldo Visconti, n. in Piacenza ca. il 1210 ; divenne canonico e professore nella città natale; assunto al servizio del card. Pecorara, famoso diplomatico del tempo, acquistò esperienza e fece conoscenze; risiedette a Parigi mentre vi insegnavano s. Tommaso e s. Bonaventura, fu nominato arcidiacono della diocesi di Liegi, e legato papale in Inghilterra. Si recò in Oriente con una spedizione che falli per la morte di Luigi IX. Alla morte di Clemente IV il S. Collegio, adunato in Conclave a Viterbo, era diviso da aspri dissensi e non giungendo ad alcuna conclusione, finì con il nominare una commissione con la facoltà di decidere e, forse su consiglio di s. Bonaventura, fu scelto Tedaldo, che non era né cardinale né prete e si trovava ancora in Terra Santa ( $1^{\circ}$ sett. 1271). Al suo ritorno fu incoronato ( 23 marzo 1272) ed assunse il nome di G. X.
G. X. svolse una notevole attività, avendo per obiettivo la pacificazione degli animi e delle nazioni: si recò personalmente in molte città italiane per accordare le fazioni guelfe e ghibelline, ma con poco frutto; impose agli elettori imperiali di scegliere un titolare per metter fine al grande interregno (riuscì, per suggerimento dello stesso Papa, il modesto feudatario Rodolfo d'Asburgo, ed anche questa fu una mossa intesa a controbilanciare l'invadenza francese ed angioina); fu tollerante verso gli Ebrei, s'interessò molto del viaggio di Marco Polo in Oriente, accolse benevolmente gli ambasciatori dei principi tartari e mongoli, istituì la Elemosineria apostolica e fissò nuove norme per il Conclave.
Nel 1274 celebrò il Concilio di Lione (v.) in cui raggiunse l'unione con la Chiesa greca che tuttavia durò poco. Nel viaggio di ritorno da Lione a Roma G. X incontrò a Losanna Rodolfo d'Asburgo e s'intese con lui per l'incoronazione ed una spedizione in Oriente, ma prima di arrivare alla sua sede morì ad Arezzo il 10 genn. 1276; fu sepolto nel Duomo e nel sec. sviti gli fu riconosciuto il titolo di beato. Il programma del suo pontificato denota un grande zelo ed una non comune capacità politica.
BibL.: Per le fonti si possono vedere la Cronica di fra' Salimbene, quella dei Villani, gli Annali gommini, quelli piosentini ecc.; inoltre I. Guiraud, Les registres de Grégoire X, fascc. I-iv, Parigi 1892-1906; A. Eisterer, Gregor X. und Rudolf von Hobsburg in ihren beiderseitigen Beziehungen, Friburgo 1891; O. Iselson, Die Papstwahlen des 13. Jahrhunderts bis zur Einführung der Conclaveordnung Gregors X., Berlino 1928; G. Soranzo, Il papato, l'Europa cristiana e i Tartari, Milano 1930, pp. 217227; E. Nasalli Rocca, Problemi religiosi e politici del Doutento nell'opera di due grandi italiani (card. G. da Pecoraro e G. X), Piacenza 1938.
Paolo Brezzi
GREGORIO XI, PAPA. - Pierre Roger de Beaufort, figlio di Guglielmo di Beaufort e di Maria Champion, n. nel 1329.
All'età di 42 anni, eletto papa all'unanimità il 30 dic. 1370, prese il nome di G. XI. Fu incoronato il 5 genn. 1371, ultimo dei sette papi francesi d'Avignone. A 12 anni era canonico di Rodez e di Parigi; a 19 suo zio, Clemente VI, l'aveva creato cardinale diacono con il titolo di S. Maria Nova. Cardinale, anziché vivere tra lo sfarzo della corte avignonese, preferì dedicarsi agli studi : fu a Perugia, dove studiò diritto sotto la guida di Pietro Baldo degli Ubaldi.
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Pontefice, riformò Ordini monastici fra i quali i Fratelli Pescatori; intervenne in Oriente a difesa dei pellegrini, concependo l'idea di una Crociata, mai però effettuata. La sua politica riusci a raggiungere la pace fra Carlo IV e Luigi d'Ungheria e tra il duca di Baviera e il conte di Savoia. Tentò, invano, di rappacificare Francia e Inghilterra, poiché intuiva che solamente la pace franco-inglese avrebbe reso possibile il realizzarsi di due grandi disegni: il ritorno a Roma della S. Sede e la Crociata; ma la sua azione in proposito venne osteggiata dallo stesso re di Francia, Carlo V.
Già il Petrarca aveva più volte anspicato questo ritorno ed i Romani stessi avevano indirizzato a G. accorati inviti accompagnati dal voto e dalla profezia di s. Brigida; ma in Italia due grandi potenze avversavano il ritorno: i Visconti e Firenze. G. inutilmente tento di abbattere la signoria vlscontea, e contro Firenze, che mal vedeva il consolidarsi ai suoi confini dello Stato della Chiesa,

GREGORIO XII, papa. - Monumento di G. XII (a. 1417) - Recanati, Duomo.
così bene avviato dall'Albornoz, il 31 marzo 1376 lanciò l'interdetto. Ben presto molte città, fino allora fedeli al Pontefice, si andarono ribellando aderendo alla Lega fiorentina. G. comprese che il potere temporale in Italia stava dileguandosi, se egli fosse rimasto più a lungo in Avignone; s. Caterina da Siena, che i Fiorentini nel frattempo avevano inviata al Pontefice quale mediatrice, vinse le ultime resistenze dell'animo suo e il 13 sett. 1376 G. lasciava Avignone entrando in Roma, accolto dalla popolazione festante il 17 genn. 1377. La morte lo colse il 27 marzo 1378. Fu sepolto in S. Maria Nova dove Pier Paolo Olivieri, per incarico del Senato romano, gli creese nel 1589 un monumento.
Boll.: J. P. Kirsch, Die Rückkehr der Päpste Urban V. u. G. XI, von Avignon nach Rom. Paderborn 1898; St. Baluzian, Vitae paparum Anenionemium, ed. G. Mollat, I, Parigi 1916, pp. 415-25; G. Mollat, Les papes d'Avignon, ivi 1921, pp. 117128 con bibl.; E. Dutré Thesciáer, I Papi di Avignone e la questione romana, Firenze 1939, passim; R. Fawtier - L. Canet, La double experience de Catherine Benincasa, Parigi 1948, passim, Romualdo Paolucci
GREGORIO XII, papa. - Angelo Correr, di antica famiglia veneziana, n. a Venezia verso il 1325 , patriarca di Costantinopoli, poi cardinale prete di S. Marco. Per mettere fine allo scisma della Chiesa, che durava dal tempo di Urbano VI, adunatosi il Conclave per eleggere il successore di Innocenzo VII (1406), giurò con altri 13 cardinali "romani» che, in caso di elezione, avrebbe rinunziato al papato, a patto che eguale rinunzia facesse Benedetto XIII (De Luna), antipapa sedente in Avignone. E poiché quest'ultimo fece analogo giuramento, si sperava vedere presto terminare lo scisma di Occidente. Il Correr, eletto papa il 30 nov. 1406, ultrasettantenne, soprattutto perché ritenuto convinto sostenitore dell'unità della Chiesa, prese il nome di G. XII e fu coronato il 3 dic. Avendo il Conclave deciso che, entro tre mesi dall'elezione, il nuovo Papa dovesse avviare trattative con il competitore per venire ad un abboccamento, G. XII dichiarò ch'egli avrebbe "preso
subito il bastone del pellegrino "o "in uno schifo" si sarebbe portato dal suo competitore e non avrebbe posato finché non avesse soddisfatto al suo voto. Per suggerimento dell'astuto Benedetto XIII, fu fissata quale sede dell'incontro Savona (29 sett. 1407), allora sotto il dominio del re francese Carlo VI. Questi a mezzo del governatore Bucicoldo, del cardinale genovese Luigi Fieschi, e con le armi, andava attuando il piano di estendere l'influenza dell'antipapa avignonese in Italia ed era riuscito a sottrarre dalla fedeltà verso Roma molte città, fra le quali Genova, che aveva accolto esultante l'antipapa ( 20 maggio 1405).
La peste, scoppiata improvvisamente a Genova, consigliò quest'ultimo a sgombrare da quella città per riparare a Savona, e poi di là a Marsiglia, dove lo raggiungeva la missione romana. G. XII, diffidando delle intenzioni dei Genovesi, e non avendo potuto ottenere da Venezia e da Ancona delle navi, si mise in viaggio per terra e
giunse a Portovenere, mentre il suo competitore si allontanava da Savona a Marsiglia. Nel frattempo la flottiglia del Bucicoldo tentava di impadronirsi di Roma, tentativo sventato da Ladislao di Napoli. Nonostante che poche miglia separassero i due competitori, questi non s'incontrarono mai. Delusi da ciò, molti cardinali seguaci di G. XII lo abbandonarono. Per bilanciare la loro influenza ostile, G. XII, allora a Lucca, fra grandi proteste del Collegio cardinalizio, nominò quattro nuovi cardinali ( 9 maggio 1408). Ciò contravveniva all'impegno del Papa (e dell'antipapa) di non procedere a nuove nomine di cardinali per non eccitare gli animi e non rendere più difficile l'unità della Chiesa. Mentre la Francia si sollevava contro G. XII e Firenze lavorava con impegno per l'unità, e re Roberto di Napoli sosteneva, con zelo spesso eccessivo, G. XII, nove cardinali fin allora fedeli a quest'ultimo, staccatisi da lui ed intesisi con quasi tutti i partigiani di Benedetto XIII, si dettero convegno a Pisa per provvedere alla salute della Chiesa. Il Sinedo piuano ( 25 marzo 1409) si dichiarò canonicamente convocato, eucumenico e rappresentante dell'intera Chiesa cattolica, processò G. XII e Benedetto XIII, li dichiarò entrambi spergiuri, scismatici, eretici e li depose; proclamò papa il card. Pietro Filargo da Candia con il nome di Alessandro V. G. XII e Benedetto XIII resistettero; e così invece di due, si ebbero tre Papi, ognuno dei quali era sostenuto dalla propria fazione, ispirata e mossa da brama di potere, da intrighi, da orgoglio. Crebbe così la scissione nella Chiesa; mentre le ardenti discussioni circa la superiorità del concilio sul papa fecero diffondere l'opinione che solo il sinodo potesse mettere fine alla confusione nel seno della Chiesa. L'elezione del nuovo Papa fu dichiarata nulla dai due Papi deposti. G. XII convocò un Concilio a Cividale, contando sull'appoggio del re dei Romani Roberto che concorreva ad assicurare alla devozione di Roma gli animi dei Tedeschi. Essendosi Venezia abilmente schermita di accogliere fra le sue mura G. XII, questi mirò a propiziarsi quella Repubblica elevando a patriarca di Aquileia il veneziano Antonio da Ponte, vescovo di Concordia, e nominando ancora un certo numero di nuovi cardinali. Ma crescendo attorno a lui le ostilità, non riconosciuto da principi cristiani, salvo che da La-
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dislao di Napoli e da qualche minore sovrano, fuggi in Austria; e di là, più tardi, ad invito di Ladislao, si trasferì a Goeta, e poi a Rimini presso Carlo Malatesta. Morto nel frattempo Alessandro V (3 maggio 1410), fu eletto successore Baldassarre Cossa con il nome di Giovanni XXIII. Il Concilio di Costanza, convocato per iniziativa dell'imperatore Sigismonda (I nov. 1414), depose Giovanni XXIII, entrò in trattative con G. XII, consentì a farsi convocare canonicamente da lui, ritenendolo legittimo Papa, egi in modo che G. rinunciasse veramente al papato ( 4 luglio 1415), rinunzia che fu, in un certo senso, compensata con la nomina di Angelo Correr a legato perpetuo a latere della Marca di Ancona, e con il diritto, riconsciutogli, del primo posto dopo il Papa. Godé poco questa sua nuova posizione; ché m. a Recanati il 18 ott. 1417, ventiquattro giorni avanti l'elezione di Martino V.
BibL.: N. Valois, La France et le grand Schisme d'Occident, III-IV, Parigi 1901-1902; L. Zanutto, Itinerario del pontefice G. XII da Roma ( 9 ag. 1407) a Cividale del Friuli (16 maggio 1409). Studio storico, Udine 1901; Pastor, I. v. indice; A. Mercati, La biblioteca privata e gli arredi di cappella di G. XII, in Miscellanea Fr. Ebrle, V (Studi e testi, 42), Città del Vaticano 1924, pp. 158-63; D. De Campos, Un ritratto ideale di G. XII attribuito a Gerolamo Muciano, nuovamente collocato nella Pinacotera Vaticana, Firenze [1939].
Raffaele Cissca
GREGORIO XIII, PAPA. - Ugo Boncompagni, quarto figlio di Cristoforo, commerciante bolognese, e di Angela Marescalchi, n. il $1^{\circ}$ genn. 1502 in Bologna. Ivi si addottorò, e fu professore di diritto negli aa. 1531-39. Indi, recatosi a Roma al servizio del card. Parisio, fu ordinato sacerdote all'età di ca. 40 anni. Ben presto da Paolo III fu impiegato in vari uffici giudiziari, e nel 1546 nominato abbreviatore del Concilio di Trento. Paolo IV adoperò il dotto giurista in varie missioni diplomatiche, e nel 1558 lo nominò vescovo di Vieste, ma continuò tuttavia ad impiegarlo in Curia. Verso la fine del 1561 da Pio IV fu di nuovo inviato al Concilio di Trento come compagno del cardinale legato Simonetta, e, grazie alla sua competenza canonistica ed alla suo eccezionale forza di lavoro, rese preziosi servizi. Terminato il Concilio rientrò a Roma, e il 12 marzo 1565 ricevette la porpora con il titolo di S. Sisto. Morto Pio V a distanza di sei mesi dalla vittoria di Lepanto e nove anni dopo la chiusura del Concilio di Trento, il S. Collegio, dopo un brevissimo conclave, il 14 maggio 1572 nominò papa il card. Boncompagni, che assunse il nome di G. XIII.
Il nuovo Papa, malgrado i 70 anni compiuti, dimostrò subito eccezionale energia e volontà inflessibile di continuare l'opera di radicale rigenerazione della Chiesa iniziata da Pio V. Sotto l'influenza del card. Borromeo, e seguendo fedelmente in tutte le questioni importanti le orme del suo grande predecessore, G. XIII ci si mostra in tutti gli anni del suo pontificato impegnato senza posa nel rinnovare il mondo cattolico con la integrale e puntuale attuazione