pera di radicale rigenerazione della Chiesa iniziata da Pio V. Sotto l'influenza del card. Borromeo, e seguendo fedelmente in tutte le questioni importanti le orme del suo grande predecessore, G. XIII ci si mostra in tutti gli anni del suo pontificato impegnato senza posa nel rinnovare il mondo cattolico con la integrale e puntuale attuazione dei decreti di riforma del Concilio di Trento. Sotto di lui la Riforma cattolica e la restaurazione cattolica fecero paesi immensi, e, mentre prima l'opera di rigenerazione era stata condotta soltanto in Italia e Spagna, si sviluppò con ritmo celere e sicuro in tutta la cristianità.
Strumento validissimo fu per G. XIII l'Ordine dei Gesuiti. La Campagnia, da poco fondata, sviluppò le sue attività in quasi tutti i paesi europei, nel Brasile, nelle Indie, nel Giappone, e, mentre portava il Vangelo nelle terre pagane le più lontane e inospitali, aiutava e sorreggeva i cattolici nei paesi protestanti, e lottava per ricondurre alla fede principi e popoli smarriti. Su un piano diverso, ma con non minore intensità, lavoravano i Cappuccini che, sotto gli auspici di G. XIII, si diffusero nell'Europa centrale e occidentale.
La strenua attività di G. XIII e dei suoi cooperatori non ricondusse alla unità religiosa i popoli cristiani d'Europa, perché naufragarono i tentativi di riunire alla Chiesa la Svezia e la Russia, falli il tentativo di abbattere la regina Elisabetta d'Inghilterra, e in Francia rimase per il momento indecisa la lotta tra cattolici e calvinisti. Ma fu anche coronata da vittorie grandiose : così nei Paesi Bassi la causa cattolica riprese il sopravvento, la Polonia fu definitivamente riconquistata alla Chiesa e ivi sradicato il protestantesimo, in Germania, grazie anche alla benemerita attività dei duchi di Baviera e di insigni principi ecclesiastici tedeschi, il protestantesimo fu arrestato nel suo espandersi e molto del terreno perduto fu riconquistato dalla Chiesa.
Nelle nazioni latine le condizioni religiose furono del pari oggetto delle vigilanti cure di G. XIII. Da ricordare in particolare la riforma delle Carmeliane di Spagna per opera di Teresa di Gesù, e la istituzione della Congregazione detta dei Preti dell'Oratorio ad opera di Filippo Neri.
Impulso ebbero sotto G. XIII le missioni, che erano già state largamente favorite da Pio V, e risultati eccellenti furono ottenuti fra i popoli pagani dell'America e nel lontano Oriente. Anche qui i Gesuiti si acquistarono imperitori titoli di gloria.
G. XIII favorì anche le scienze e le arti. Edifici di pubblica utilità e monumenti insigni sorsero in Roma, inoltre chiese e numerosi collegi per l'educazione dei sacerdoti delle diverse nazioni, che riuscirono di grandissimo vantaggio per la formazione del clero e di conseguenza per la Riforma e la Restaurazione cattolica nonché per le missioni. Nel campo scientifico il Papa si occupò di una nuova edizione dei testi di diritto canonico, del Martirologio romano, e della riforma del calendario: fatto storico di grandissima importanza, quest'ultimo, al quale rimane legato il nome del Pontific:
G. XIII mori ottantaquattrenne il 10 apr. 1585 , e i suoi resti mortali furono deposti in S. Pietro, in una tomba che soltanto nel 1723 fu adornato di sculture di Camillo Rusconi. Il suo pontificato, anche se non fu particolarmente fortunato per quanto riguarda l'attività più propriamente politica (il Papa si adoperò con zelo di crociato perché le potenze cristiane si collegassero ancora contro il Turco, ma non riusci nel fine), e addirittura infelice nei riguardi dell'amministrazione interna dello Stato pontificio (sterile riusci la lotta contro i banditi che infestavano lo Stato), deve essere considerato come uno dei più gloriosi dell'età moderna per i risultati cospicui raggiunti nel campo più strettamente religioso, specie per quanto concerne la Restaurazione e la Riforma cattolica.
BibL.: A. Ciappi, Compendio delle attioni et vita di G. XIII, Roma 1991; G. Baglieno, Le vite de' pittori, scultori, architetti del pontificato di G. XIII dal 1372, Napoli 1733; G. P. Maffei, Annali di G. XIII Pontifice Massimo, Roma 1743; Correspondence du card. Gramselle, a cura di E. Pauller e C. Piot, Bruxelles 1878 sg.; P. Herre, Papsttum und Papstuahl im Zeitalter Philipp II, Lipsia 1907; L. Karttunen, Grégoire XIII comme politicien et souverain, Helsinki 1911; R. Beltrami, La Roma di G. XIII negli avvisi alla corte subnuda, Milano 1917; Pastor, IX, passim. Per i rapporti con le Chiese orientali; R. Lefevre, L'Etiopia nella politica orientale di G. XIII, in Annali lateranensi, II (1947), p. 295 sgg.; G. Levi della Vida, Documenti intorno alle relazioni delle Chiese orientali con la S. Sede durante il pontificato di G. XIII, Città del Vaticano 1948. Per i rapporti con l'Impero: E. Tomck, Kirchengeschichte Österreichs, II, Innsbruck-Vienna 1949, passim e bibl. ivi citata. Mario E. Viora
GREGORIO XIV, PAPA. - Niccolò Sfondrato, di antica famiglia cremonese, n. a Somma l'1 1 febbr. 1535. Studiò diritto a Perugia e Padova, si laureò a Pavia; poi abbracciò lo stato ecclesiastico. Decisiva influenza sulla sua vita ebbe l'essere stato accolto tra i familiari di Carlo Borromeo. Ad appena venticinque anni, fu da Pio IV nominato vescovo di Cremona ( 12 marzo 1560). In tale qualità, il 13 marzo 1561 partecipò ai lavori del Concilio di Trento, dove sostenne la tesi contraria all'accumulamento dei bene-
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fici ecclesiastici e il dovere dei vescovi di non allontanarsi dalla propria sede. Rientrato nella sua diocesi e, trovatola senza preti, introdusse Teatini e Barnabiti. Nel Sinodo del 1580 accolse in pieno i salutari decreti della riforma della Chiesa. Fu da Gregorio XIII nominato cardinale di S. Cecilia. Morto il 15 dic. 1583 Urbano VII, dopo un Conclave durato oltre due mesi, rimosto famoso per l'agitarsi delle fazioni e delle influenze, fu, il 5 dic. 1590 , "per sazietà di intrighi ", quasi ignaro ed incredulo, eletto papa a voti unanimi dei cinquantaquattro cardinali presenti. L's dic. era coronato. M. dopo 10 mesi e 11 giorni di regno ( 16 ott. 1591 ).
Fu uomo piissino, di costumi severi e purissimi; di bontà esemplare, della quale dette prova quando, nel Giubileo del 1575, apri ospitalmente la sua casa ai pellegrini. Ebbe l'amicizia di Filippo Neri. Come Papa fu, anche a giudizio del Pastor, troppo debole, mite e condiscendente. Di cattiva salute e fiacco di corpo, non avendo esperienza degli affari per esser sempre vissuto tra religiosi, nel suo breve pontificato si trovò ben presto costretto a giovarsi di consiglieri, quale il minorita Panigarola, celebre oratore; ma forse troppo si lasciò prendere la mano da suo nipote Paolo Emilio Sfondrato che egli esalts a ventinove anni agli onori della porpora ( 19 dic. 1590 ) e pose a capo della Segreteria di Stato. Pur essendo poco esperto delle cose del mondo, sebbene di famiglia tradizionalmente al servizio spagnolo e deferente al monarca spagnolo che lo aveva aiutato a salire sul soglio pontificio, nonostante vedesse nella conservazione e nell'inserpanento della monarchia spagnola la salvezza e l'avvenire della Chiesa cattolica, egli non fu succube del velere e delle grandi, ambiziose mire cesareo-papiste di Filippo II e di Filippo III.
G. XIV lavorò con insistenza per guarire Roma e lo Stato dalle tre piaghe dominanti: epidemia, carestia, brigantaggio. Nel combattere la peste che in un solo anno, dall'ag. del 1590 . troncò la vita a ca. 60.000 persone e nella pubblica assistenza fu aiutato dal fervore di carità di Camillo De Lellis e dai confratelli. La carestia, dovuta a scaracata di raccolti e un po' anche a imprevidenza del card. Sfondrato nel non rifornire a sufficenza il mercato, dette luogo a proteste, a pasquinate, a sollevazioni, a saccheggie dei granai del Pantheon, di Piazza Giudecca, di Campo dei Fiori e fin'anche all'invasione delle stanze del Pontefice da parte della folla affamata ed eccitata. Il Pontefice, venuto a giorno delle difficoltà del paese, ch'erano dissimulate dal card. Sfondrato, provvide accordando anche agli eretici la più ampia libertà d'importazione di granaglie (ne arrivarono da Danzica e da Lubecca) e facendo larghissima distribuzione di buoni di pane. L'approvvigionamento di Roma era spessissimo reso impossibile dal fatto che i banditi imperversavano nell'Umbria, in Sabina, fino alle porte della capitale. Ad affrontarli furono impegnati mezzi e decisa volontà. Un corpo di soldati, agli ordini di mons. Grimaldi, vinse una masnada di 800 banditi nelle vicinanze di Ascoli e li inseguì fino ai confini del Napoleismo.
G. XIV fu geloso custode dei diritti e dei privilegi della Chiesa cattolica. Di ciò egli dette chiara prova allorchè allargò il diritto di asilo sollevando recriminazione e resistenza da parte dell'autorità laica, donde derivarono polemiche e diatribe tra la Curia, che intendeva difendere diritti tradizionali, ele monarchie, che miravano ad affermare il loro potere assoluto. G. XIV prese parte attiva alle lotte interne della Francia, sostenendo la Lega cattolica e fiancheggiando la politica di Filippo eccitato a ciò dal nipote card. Sfondrato e dalla Curia nella quale era forte il partito spagnolo e dei simpatizzanti per la Spagna. Per finanziare il partito della Lega e per seguire la politica di guerra e d'intervento in Francia, per combattere gli eretici e gli ugonotti, egli sperperò i tesori accumulati da Sisto V (ma molta parte di essi servirono ad arricchire la famiglia Sfondrato, e soprattutto l'omonimo cardinale, sempre bisognoso ed avidissimo di de-
naro). E quella politica condusse agli estremi allorché lancio contro Enrico IV l'interdetto.
Il Regno di G. XIV è fondamentale anche per lo sviluppo religioso: G. XIV emanò una costituzione ( 15 maggio 1591) circa i titoli di quelli che aspiravano al vescovato; vietò la celebrazione della Messa in case private; accordò la borretta rossa ai cardinali; provvide per la migliore edizione e la stampa della Volgata; accordò protezione a Camillo De Lellis e ai «Padri della buona morte»; difese i Gesuiti e li sostenne anche contro l'Olivares; ridusse Sigismondo a scegliersi una sposa cattolica; spiegò una politica diretta ad attirare la Germania. Protesse le arti, com'è testimoniato dall'aver condotto a compimento la cupola di S. Pietro, le costruzioni di Sisto V al Quirinale, al Vaticano e a S. Maria Maggiore; la protezione concessa al Palestrina; qualche larghezza di consultazioni di fonti vaticane accordata al card. Baronio.
Bial., M. Pacini. Il pontificato di G. XIV su documenti inediti dell' Archivio Vaticano e degli Archivi di Stato di Firenze, Venezia, Torino e Roma, Roma 1911; Pastor, X, p. 332 sgg. Raffaele Cusca
GREGORIO XV, PAPA. - Alessandro Ludovisi, n. a Bologna il 9 genn. 1554, fu a Roma per due anni nel Collegio Germanico, diretto dai Gesuiti, e seguì i corsi umanistici al Collegio Romano; si laureò in filosofia e religione a Roma (1569-71), conseguì la laurea in giurisprudenza e la «venia docendi» a Bologna (1575). Si decise allora per il sacerdozio. Da Gregorio XIII, suo concittadino, fu nominato presidente dei giudici del Campidoglio, incaricato ad accompagnare in Polonia il legato pontificio Ippolito Aldobrandini, nominato membro della Commissione consultiva per Ferrara, referendario della Segnatura. Ebbe dal Pontefice incarichi delicati che assolse con tatto e con piena soddisfazione, ad es., la nomina del primate di Spagna, l'artrito fra papato e Napoli per la questione di Benedetto a proposito delle turbolenze francesi (ag. 1604), il conflitto di Paolo V con Venezia. Nominato arcivescovo di Bologna ( 12 marzo 1612), fu poi, per l'opera pacificatrice tra Carlo Emanuele I di Savoia e Filippo III di Spagna, nominato cardinale (19 sett. 1616). Fu acclamato papa a 67 anni il 9 febbr. 1621. M. l's luglio 1623.
Appena eletto, malatissimo com'era, scelse a suo collaboratore per gli affari il nipote Ludovico Ludovisi, che nominò cardinale, a 25 anni, il 15 febbr. 1621. Lavorò nello spirito della Riforma tridentina e si dedicò specialmente alla formazione di un clero modello. Il nipote completava magnificamente lo zio. Giovine, segretario di Stato, portò nella politica papale un impulso di energia fresca, che doveva assai giovare alla causa della restaurazione cattolica. Unico lato negativo nella vasta ed intelligente attività del card. Ludovisi fu che le grandi dignità, gli onori, i benefici ecclesiastici e le vistose sue rendite gli consentirono di acquistare grandi feudi (ad es., Zagarolo, dai principi Colonna), palazzi e ville. Con G. XV saliva al soglio pontificio per la prima volta uno scolaro dei Gesuiti. Egli nominò a due riprese nuovi cardinali ( 19 apr. e 21 luglio 1621). Grande energia spiegò nella vita interna della Chiesa, ad es., nel difendere il card. Lerma, già primo ministro ed onnipotente con Filippo III di Spagna, poi dal successore Filippo IV sottoposto a processo per indebito arricchimento ed internato; a proposito di conflitto giurisdizionale scoppiato a Milano; nel resistere alle pretese della corte spagnola di voler controllare previamente tutti i documenti pontifici; nella difesa del nunzio alla corte del re cattolico. In due bolle fissò
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il codice elettorale del conclave, oggi in vigore. Istituì la Congregazione dell'Immunità ecclesiastica e, perfezionando l'opera di Gregorio XIII, la Propaganda Fide per le missioni non soltanto in America e in Asia e nelle colonie portoghesi, ma anche nella Gran Bretagna, dove il contrasto fra il re Giacomo I e il Parlamento rendeva ancora più difficile qualunque tentativo di penetrazione, e dove, specie nel Parlamento, era viva l'antipatia contro i cattolici. Autorizzò i Domenicani a discutere dell'impeccabilità della Vergine Maria, ma privatamente, a patto di concludere affermativamente; proibì agli ecclesiastici di confessare e predicare senza licenza dei vescovi rispettivi. Canonizzò s. Teresa, s. Filippo Neri, s. Pietro d'Alcantara. Mite, non volle interventi dell'Inquisizione romana; pur vietando agli ereticl di fissarsi in Italia, non li perseguitò; pubblicò provvedimenti contro le streghe e contro quanti, spinti da furore diabolico, miravano a nuocere alle persone e ai campi; riformò la Costituzione pontificia, sì da eliminare simonie ed influenze estranee; protesse i Gesuiti e i Cappuccini.
Nel campo politico, con G. la politica pontificia di assestamento raggiunse il suo apice. Egli lavorò a mantenere la pace fra le potenze amiche di Roma; cercò di guadagnare alla causa cattolica la Gran Bretagna profittando del matrimonio del futuro Carlo I con l'infante spagnolo e con l'avvento di Giacomo I al trono inglese. G. XV intervenne per appianare la controversia per la Valtellina cercando così di salvare la pace tra Spagna e Francia, la cui vecchia inimicizia sembrava cessata con il matrimonio di Luigi XIII con la principessa spagnola Anna; influì per la stipulazione del Trattato di Madrid tra Spagna e Francia, che restituiva la Valtellina ( 25 apr. 1621). A differenza dei protestanti che miravano alla caduta degli Asburgo e alla distruzione della Chiesa cattolica, la politica di G. XV in Germania era volta a mantenere l'itnpero in mani cattoliche, a conservare e difendere la fede antica in Germania. A questo scopo mirò la missione del nunzio pontificio Carlo Carafa, diretta a sollecitare il trasferimento del seggio elettorale, reso vacante dal bando inflitto al palatino Federico V, al duca Massimiliano di Baviera, rigidamente cattolico, assicurando così la maggioranza cattolica nel Collegio dei principi elettori, e doveva esigere che continuasse la guerra contro i principi protestanti. Questa politica, che incontrava resistenze perfino nel Collegio cardinalizio, trionfò per la tenacia di G. XV che segretamente infeudò a Massimiliano l'elettorato palatino. Esortò Filippo III a rompere la tregua con le Province unite, stipulata il 1609 ; incoraggiò in Francia le tendenze anticalviniste ed eresse in metropoli il vescovato di Parigi. G. XV ebbe parte notevole anche nel nuovo riordinamento della Boemia e della Moravia, nella loro ricattolicizzazione, dopo la vittoria alla Montagna Bianca. Fu in gran parte opera di G. XV se fu avviata la restaurazione cattolica del Palatinato e se fu consolidata la + Controriforma + in Ungheria.
G. XV non sopravvisse al pieno sfruttamento della vittoria riportata nel 1621 e 1622 da Massimiliano e da Tilly.
Non vi fu forse altro breve pontificato che lasciasse tracce così profonde, come quelle di G. XV. Egli, eletto tre mesi dopo la vittoria alla Montagna Bianca, ebbe la fortuna di assistere al grande rivolgimento compiutosi in favore della Chiesa cattolica. L'edificio protestante crollo; così pure l'ostinatezza del Palatino e l'egoismo dei suoi alleati condussero al crollo completo di Federico e alla decadenza del calvinismo. G. XV emanò provvedimenti per i poveri; si studiò di far abbondare nel Regno vettovaglie a buon mercato, impiantò un nuovo acquedotto in Borgo, restaurò le mura cittadine. Onorò gli studi e le arti, come è dimostrato dai restauri al Vaticano e dalla decorazione delle cappelle del coro in S. Pietro. - Vedi tav. LXXXIII.
Bial. Una nota critica sulle biografie di G. XV di Iacopo Accaresi, lavoro fondamentale, basato su buone fonti, che in-
tegra le scarse notizie che per l'addietro si avevano su G. XV, è in Pastor, XIII, pp. 1007-1009. Sulla Vita del card. Ludovico Ludovisi di L. A. Giunti, cf. ibid., pp. 1009-14, Inoltre : Pastor, XIII, p. 42 sgg., dove ricorrono le opere e le fonti storiche più importanti sul papa G. XV. Cf. ancora C. Stornajolo, Il Conclave in cui fu eletto papa G. XV, in Miscellanea Ceriani, Milano 1910. pp. 331-50.
Raffaele Ciasca
GREGORIO XVI, PAPA. - Bartolomeo Alberto Cappellari, n. a Belluno il 18 sett. 1765 dai nobili Giovanni Battista e Giulia Cesa-Pagani, m. a Roma il $1^{\circ}$ giugno 1846. Di pronta e viva intelligenza, d'animo riflessivo e semplice, ebbe a dimostrare ben presto temperamento austero, fermo e tenace, profondi sensi di convinta ed evangelica bontà e religiosità, spiccata inclinazione per gli studi e per le speculazioni erudite.
La monacazione della sorella Caterina tra le benedettine di S. Gervasio, e l'annuente conforto del canonico Giovanni Carrera, suo educatore, l'indussero diciottenne ad entrare nel cenobio camaldolese di S. Michele a Murano ( 1783 ), assumendo il nome religioso di Mauro. Emessi i voti solenni il 23 ag. 1786, sacerdote l'anno seguente, docente di filosofia e scienze nel 1790 , difendeva con successo in pubblica disputa una tesi sull'infallibilità pontificia per l'abilitazione a lettore di teologia, ed ebbe dal Santo Uffizio di Venezia l'incarico della revisione delle opere da pubblicarsi.
A trent'anni, il 5 ag. 1795, don Mauro accompagnava come socio in Roma a S. Gregorio al Celio ed a S. Romualdo il procuratore generale dell'Ordine. I tristi eventi dell'occupazione giacobina l'indussero a dare alle stampe, con dedica al martire Pio VI: Il trionfo della Santa Fede e della Chiesa contro gli assalti dei novatori, combattuti e respinti con le stesse loro armi (Venezia 1799), ponderoso lavoro apologetico, convinto e tempestivo atto di fede nelle prossime immancabili vittorie del papato e della cattolicità.
Abate di S. Michele a Murano nel 1805 , procuratore generale nel 1807, malgrado l'imperversare della persecuzione napoleonica seppe con l'aiuto del confratello Placido Zurla impedire lo scioglimento delle comunità camaldolesi di Venezia e di Padova. Nel 1814 il card. Fontana, auspice Pio VII, lo richiamava a Roma, ove ebbe presto la nomina a consultore di varie Congregazioni, nonché incarichi d'esaminatore dei vescovi, di vigilanza su alcune università e istituti d'alta istruzione, di revisione dei libri della Chiesa orientale, mentre declinava insistentì offerte delle sedi vescovili di Zante e di Tivoli, per dedicarsi tutto alla ripresa del suo Ordine, di cui divenne vicario generale nel 1823.
I tempi frattanto maturavano: opprezzatissimo da Leone XII, stimato dai dotti, buon conoscitore degli affari e del meccanismo della Curia, pie, erudito, attivissimo, venne dallo stesso Pontefice creato cardinale in petto il 21 marzo 1825 e pubblicato il 13 marzo dell'anno seguente. Non esitò allora ad assumersi quella prefettura di Propaganda Fide, ove per il rilassato decadimento dovuto allo stesso clima del secolo precedente, e per l'abbandono e la stasi provocati dalla Rivoluzione, tutto era da riprendere e da rifare tanto in Roma, quanto nei luoghi di missione. Vi si distinse per zelo apostolico e per intensità operativa, elegantemente risolvendo anche ardue ed annose questioni, come quella del Concordato olandese (1827), o l'altra della nomina di un metropolita cattolico per gli Armeni (1829).
Così dal difficile e lungo Conclave, apertosi con la sede vacante di Pio VIII (m. il 30 nov. 1830), fu contrasti di tendenza abilmente sfruttati dalle potenze e minacce incombenti di disordini novatori in Europa e nell'Italia centrale, usciva eletto papa il Cappellari, non senza ripetute e supplichevoli ripulse, il 12 febbr. 1831 , con 32 voti su 41 , scegliendo il nome di G. XVI, proprio in memoria del quel Gregorio VII che si era eretto a campione medievale della libertà della Chiesa, e le cui orme egli intendeva strenuamente seguire appunto per
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Gregorio XVI. papa - Rirratto - Roma, monastero di S. Gregorio al Celio.
amore di quella piena libertà ecclesiastica, che nei riguardi della liberissima e vigorosa espansione cattolica d'America settentrionale gli faceva esclamare: "In nessuna parte del mondo mi sento tanto papa, quanto negli Stati Uniti!".
Di qui tutto il suo inflessibile programma, tutta la quasi bellicosa opera di integrale rivendicazione e restaurazione delle libertà religiose e civili del papato, della Chiesa e delle masse fedeli fra l'evo moderno, ormai al tramonto, e quello contemporaneo ancora agli albori. Libertà ed indipendenza da rivendicarsi e da restaurarsi, sia di fronte alle languenti sopraffazioni cesaropapiste delle vecchie monarchic di diritto divino come nei riguardi delle insorgenti pretese giurisdizionalistiche del liberalismo illuministico e laicista. Ossia, in sostanza, al cospetto e nei confronti di una società o scettica, o largamente imbevuta di vago e vacuo teismo romantico, e cosi intimamente permeata di preconcetti anticristiani e cosi presa da materiali interessi da pretendere libertà per tutto e per tutti, salvo che per la Chiesa, e da non saper più credere e confidare nell'intima forza perenne non solo religiosa, ma anche sociale e politica del cattolicesimo. E però pontificato di netto richiamo alle glorie evangeliche passate, di resistenza contro le avverse forze del momento, di ripresa e propulsione verso l'avvenire. Opera, dunque, essensialmente orientativa quella di G., da troppi contemporanei e posteri malintesa e fraintesa, cui tuttavia tempo ed eventi han dato e stanno dando ragione.
Piissimo e semplice, chiaro nel pensare e conseguente nell'agire, nutrito di cultura religiosa ed umanistica, che aveva attinto da una formazione monastica tradizionalmente pervasa dal più cristiano e civile medievalismo, G. vide netta e precisa, fra il groviglio convulso e confuso delle idee, delle tendenze, delle aspirazioni dell'epoca, la grande via maestra da riprendere e da battere. Cosi al costruttivo e lungimirante suo magistero fece nuovamente eco sul piano universale, forse per la prima volta
dopo qualche secolo, quell'onda concorde di fecondo trasporto, quell'obbedienza devota dell'episcopato, del clero e delle schiere fedeli, che doveva appunto costituire il fulcro della grandezza odierna della Chiesa. "Una potenza meravigliosa è sorta come d'incanto - scrisse l'Eichendorff - ed è l'affermarsi dell'opinione cattolica..
Per quanto si riferisce al magistero, gli ardui problemi, balzanti dal succedersi e scontrarsi di opposti regimi politici, vennero dal Pontefice risolti con naturale sviluppo di ponderata prassi ecclesiastica. Alicno dall'entrare nel merito dei diversi sistemi di ordinamento della cosa pubblica e dal fare per principio del legittimismo o del progressismo, egli si disse pronto a trattare, per la esclusiva salvaguardia degli interessi spirituali e per il bene delle anime, con chiunque di fatto detenesse il potere politico. Ed impose alla gerarchia ed ai fedeli d'ogni nazione di rendere al regime vigente obbedienza, al fine di mantenere la pubblica quicte senza pregiudizio per i diritti della Chiesa e per le pendenti questioni de iure tra le parti in contrasto (encicl. Sollicitudo ecclesiarum, 7 ag. 1831). Così sciolse anche il nodo dell'«equivoco liberale»; ne smascherò le insidie colpendo alle radici la filosofia del senso comune e la teoria delle rigenerazioni liberatrici del Lamennais (encicl. Mirari vos, del 15 ag. 1832, e Singulari nos, del 25 giugno 1834). Né meno fondate ed opportune apparvero le riserve espresse sugli scritti del Bonald e del De Maistre, troppo inclini a deprimere natura e ragione, mentre anche si condannava il fideismo antintellettualistico dell'abate Bautain (lettera apost. Accepimus, 20 dic. 1834).
Venne poi la volta delle false dottrine dell'Hermes, intese a ridurre la fede a vacuo sentimentalismo romantico, privo di contenuto razionale, ed a misconoscere l'opera carismatica della Grazia e la reale facoltà umana del libero arbitrio (lettera apost. Dum acerbissima, 26 sett. 1835). Ma documento culminante resta quello con il quale G. severamente insorgeva contro l'infame tratta degli schiavi, colpendola definitivamente in tutti gli aspetti. L'accorata lettera apostolica relativa del 3 dic. 1839 ebbe tanta eco in tutto il mondo civile, da indurre tre anni dopo le principali potenze europee a concludere un apposito trattato di repressione : fu quello il colpo mortale inferto ad un barbaro costume e ad un turpe commercio, che già era stato ripetutamente colpito e proibito da parecchi pontefici.
Tanta sollecitudine di G. per i "selvaggi ", ossia anche per quelle primitive genti di natura i componenti delle quali il Papa imponeva fossero considerati, alla luce della divina paternità, tutti membri dell'umana famiglia, eguali, fratelli e liberi, ossia "uomini" al pari di ogni altro e non già "animali impuri ", come proprio allora si accingeva a fare la pseudo scienza ufficiale del naturalismo e del sociologismo evoluzionista, non poteva dissociarsi, nel cuore dell'ex-prefetto di Propaganda Fide, da un particolarissimo amore per le missioni. Rileva a buon proposito il Sylvain che G. "consacrò tutti gli istanti del suo pontificato allo sviluppo delle missioni cattoliche ", e che "nessuna fra le molteplici e gravi preoccupazioni fu mai capace di distrar[io] da un obbicrtivo così glorioso ed importante ". E difatti G., anche in questo degno figlio di s. Romualdo, può considerarsi lungimirante pioniere degli odierni successi delle missioni in ogni parte del globo. Al rapido potenziamento della penetrazione missionaria cosi fra i pagani come tra gli eterodossi, penetrazione
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presto suggellata dal sangue di novelli martiri specialmente in Estremo Oriente e dall'espandersi di stazioni missionarie in Abissinia, in Egitto, in Algeria, India, nelle Americhe ed in Oceania, oltre che in Europa settentrionale ed orientale, fece degno riscontro il sorgere ed il fiorire di appositi istituti volti alla formazione dei missionari ed alla raccolta dei relativi mezzi economici. Così, accanto alla ripresa piena e fervidissima di vecchie e nuove famiglie religiose, anche in senso missionario, si ricorderanno le meritorie iniziative dell'opera per la Propagazione della Fede di Lione, della Santa Infanzia e della Società Leopoldina di Vienna. Né mancarono da parte del Pontefice avveduti provvedimenti intesi a controbattere il lavorio dei protestanti, a riorganizzare e potenziare la S. Congregazione di Propaganda ed il relativo Collegio, nonché a costituire nei luoghi di missione appositi seminari per il clero indigeno. Lo stabilimento di ben trentasei nuovi vicariati apostolici, la fondazione di quindici nuove diocesi e la nomina di 95 vescovi, sempre per decreto di Propaganda, sono evidente dimostrazione del meritato premio raccolto da G. in questo campo della sua multiforme attività pontificale.
Parimenti volto ai più elevati e puri fini religiosi fu sempre ed in tutti i settori il suo governo ecclesiastico. Le sollecitudini per la concorde unione dell'episcopato e per la migliore formazione e disciplina del clero secolare si affiancarono alle costanti cure per la rinascita degli Ordini e delle Congregazioni religiose dopo il turbine rivoluzionario, per il costituirsi ed il rafforzarsi di nuove fondazioni, specialmente se intese all'educazione della gioventù e all'assistenza sociale. Canonizzò cinque santi (1839), fra cui s. Alfonso de' Liguori e s. Pietro d'Alcantara, e compl alcune beatificazioni, riconoscendo l'antico e costante culto di trentaquattro servi di Dio. Estese alla Chiesa universale l'Ufficio e la Messa di s. Luigi Gonzaga e volle l'introduzione della causa dell'apostolo dei fanciulli Giovanni Battista de la Salle. Importanti norme furono emanate per l'osservanza delle prescrizioni liturgiche e per il ritorno alle genuine fonti e forme della musica sacra. Devotissimo della Vergine, si fece valido propulsore del moto e degli atti preparatori per la proclamazione del dogma del. l'Immacolata Concezione. Basti ricordare l'interesse da G. posto nel chiarire le prodigiose circostanze della conversione dell'ebreo Ratisbonne; le indulgenze concesse ai fedeli devoti della Medaglia miracolosa; l'introduzione dell'aggettivo immaculata nel praefatio della Messa propria della Concezione; l'aggiunta dell'invocazione Regina sine labe originali concepis alle litanie lauretane. Oltre a diverse notevoli riforme di struttura degli organi della Curia, come quella della rinnovazione del corpo dei protonotari apostolici, tenne cinquanta concistori, pronunziando allocuzioni quasi sempre degne di rilievo per zelo e per fermezza. Ebbe sommamente a cuore il decoro ed il prestigio del S. Collegio: felice nella scelta degli ottantadue cardinali da lui creati (si pensi al paleografo Mai, al poliglotta Mezzofanti, al piissimo pastore Mastai- Ferretti), in ogni atto si avvalse dei consigli e della collaborazione dei più competenti porporati di Curia. Nuove energie e capacità seppe apportare nell'episcopato preconizzando ben settecentocinquantacinque fra patriarchi, arcivescovi e vescovi.
Egualmente intesa alla esclusiva salvaguardia dei diritti morali e spirituali dell'immenso gregge affidatogli, e sempre immune da qualsiasi preoccupazione ed influenza temporalistica, ebbe a dimostrarsi l'avveduta e lungimirante sua "politica" ecclesiastica nelle pur difficili ed ardue relazioni con i diversi Stati. Politica che se poté far valida leva sulla sempre più concorde, coordinata ed annuente forza pastorale della grandissima maggioranza dell'episcopato e del
clero d'ogni paese, trovò d'altro canto nuovo e notevole appoggio e seppe avvalersi della crescente influenza civico-sociale delle masse dei fedeli presso le opinioni pubbliche delle relative nazioni.
Assiattio ed assecondato da collaboratori diretti come un Bernetti ed un Lambruschini, G. pervenne così a tenere alto in ogni occasione il prestigio della Chiesa e della S. Sede, superando talvolta, talaltra preparando il superamento delle più gravi e molteplici difficoltà.
In Piemonte si pervenne alla chiusura di annose vertenze ristabilendo la nunziatura, sistemando le questioni relative allo stato civile, alla soppressione delle decime di Sardegna, ai tributi per il clero ed alle immunità ecclesiastiche. Vigile ed agile fu la linea di condotta seguita dal Pontefice di fronte all'indifferentismo sospettoso prima, all'invadenza interessata poi della Monarchia di Luglio, in sostanza troppo scettica per voler apparire persecutrice, mentre fra quei cattolici prevaleva il monito dell'Ozanam: "Rinunziate allo spirito politico a favore dello spirito sociale". La S. Sede vi incoraggiava le sone tendenze neo-guelfe e vi sosteneva il moto per la libertà di insegnamento; il generoso sacrificio dei Gesuiti trovava qualche compenso nel tacito ritorno dei Benedettini e dei Domenicani. Felice equilibrio di costruttivo compromesso poté raggiungerei nel Belgio, ove per l'opera accorta ed abile del nunzio Pessi fu superata anche la spinosa controversia delle commissioni d'esame. Nella penisola Iberica fra Cristina, Isabella e Don Carlos, fra Miguel, Pedro e Maria da Gloria, con il complicarsi dei conflittı dinastici in contrasti ideologici, fra assolutismo regalistico operante e liberalismo laicistico insorgente, larghe persecuzioni e vessazioni ebbe a soffrire la Chiesa che, al solito, fece le spese per tutti. Sino a quando, grazie alla fermezza di G. nel salvaguardare i principi ed alla sua duttilità nel cogliere ogni contingenza solutiva, in Spagna, disfatto Espartero, non ci si avviò a nuova sistemazione concordataria ( $1843-45$ ), ed in Portogallo non si delineò, ricevendo a Roma il Carreira ed inviando a Lisbona mons. Capaccini, un clima di evidente distensione pacificatrice.
Non altrettanto può dirsi della Svizzera, dove nel conflitto politico fra federalisti, fedeli alle antiche autonomie dei cantoni, e radicali a tendenza centralistica ed unitaria, si inserisce espro contrattro religioso essendo i primi volti a salvaguardia delle libertà della Chiesa, tendendo gli altri a laicistica e razionalistica oppressione. Sostenuti i cattolici dalla forza del buon diritto e del conforto di G., condotti dal Leu e dal Meyer, lottano vittoriosamente fin dal 1832 contro il tentativo di organizzare la Chiesa elvetica in senso nazionale ed autonomo dalla S. Sede. Ma i radicali, sconfitti sul piano della legalità democratica, ricorrono al diritto della forza: l'ri dic. 1845 sorge la lega difensiva del Sonderbund, e s'aprono così le ostilità della guerra civile.
Mentre in Austria si notano ( $1833-44$ ) segni precursori d'una prossima distensione attraverso la pratica e graduale desuetudine della legislazione giusappinista, con conseguente riaccentuarsi dell'influenza di Roma, le relazioni con la Prussia volgono di necessità all'estremo, cempre più intensificandosi lo sforzo di realizzare l'unificazione confessionale dello Stato con la campagna dei matrimoni misti e con subdole manovre intese a dar luogo ad una sintesi sincretistica delle diverse confessioni. All'arrenderole conoscenza di alcuni vescovi e prelati prontamente rispose G. XVI, ribadendo le sagge direttive di Pio VIII (breve Litteris, 25 marzo 1830), e condannando le dottrine dell'Hermes. Sorsero allora nelle persone del Droste-Vischering e del Dunin mirabili campioni della verità e della Fede, contro l'arresto dei quali si levò la voce del Papa (alloc. conc. del ro dic. 1837, 13 sett. 1838, S luglio 1839), destando un'onda d'entusiasmo e di sdegno non solo nel paese, ma in tutto il mondo civile. Più accorto di Federico Guglielmo III, il successore, quarto dello stesso nome, avvedutosi che, invece che all'unità, si minacciava di pervenire ad irreparabili fratture della
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(fol. Altinari)
MONUMENTO A GREGORIO XV, opera di Pietro II Le Gros (1714-19) - Roma, chiesa di S. Ignazio.
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(fot. Archives photographiques)

(fot. Archives photographiques)
In alto: CHIESA DI S. LORENZO, lato nord (sec. XII con restauri posteriori). In basso: CRIPTA DELLA CHIESA DI S. LORENZO (sec. viI dopo i restauri).
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compagine dello Stato, sin dal 1840 mutava politica, liberava i pastori imprigionati e creando con funzionari cattolici una apposita sezione cattolica presso il Ministero dei culti (1841), preparava trent'anni di pace religiosa nel paese.
Quanto all'Inghilterra, alla Scozia e all'Irlanda cattolico, l'azione di G. XVI fu non meno viva ed intensa, ma sempre volutamente contenuta sul puro piano religioso, puntando più a far breccia nelle prevenzioni e nelle leggi che vietavano e quei fedeli di usufruire delle tradizionali libertà riconosciute a tutti gli altri cittadini, che non ad incorrere con negoziati diplomatici nel pericolo di prevedibili inframmettenze statali. Così, grazie anche alla paterna amicizia con il Wisemann e alla non celata ammirazione per gli sforzi rivendicativi degli irlandesi, notevole divenne la fioritura della Chiesa romana in quelle terre, mentre si raddoppiava il numero dei vicariati apostolici ( 1840 ) e si imponeva sempre più, anche politicamente, la soluzione del problema dell'Irlanda, per il cui clero il Papa ampliava e sistemava il collegio nazionale di S. Agata ai Monti.
Ed infine, accanto a cosi alterne vicende della vecchia Europa, facevan netto contrasto d'ombre incombenti e di luci vitali Russia da un lato, Americhe dall'altro. Di fronte alla Polonia martire ed alla Russia conculcatrice, l'atteggiamento di G. XVI si concretizab con equa linearità nei ripetuti inviti rivolti ai fedeli polacchi di rifuggire per lo stesso loro bene spirituale e materiale del ricorso al disordine ed alla violenza, ma ancor più nelle reiterate proteste volte a smascherare la perfida ipocrisia connaturata con il barbaro assolutismo moscovita. Nelle Americhe, viceversa, il tempestivo consenso e riconoscimento dal Pontefice fattivamente espresso ai sistemi di non antireligiosa libertà democratica, contro ogni pretesa d'inframmettenza iberica o di aprioristica distinzione fra diversi tipi di reggimento, purché sempre salva fosse la libertà della Chiesa, gettava le buone fondamenta delle mete oggi raggiunte. E basti dire delle consolazioni provenienti a G. dagli Stati Uniti, ove con il suadente e libero proselitismo sorgevano sempre nuove circoscrizioni ecclesiastiche ed i concili nazionali succedentisi in Baltimora riuscivano ad ogni sessione sempre più folti ed edificanti.
Se, dunque, non solo G. nel governo della Chiesa e nella sua "politica " ecclesiastica riguardo ai diversi Stati non fu per principio contrario ai regimi di libera costituzione, ma anzi, come è stato scritto dall'Hofmann a proposito della Grecia, egli "nel difendere strenuamente i principi religiosi nelle lotte interne [d'ogni nazione] ha certamente reso servigi alla causa della santa libertà contro la statolatria", mostrando di apprezzare i vantaggi della libera espressione dell'opinione pubblica in senso non già illuministico, ma medievalmente civico e cristiano, che cosa resta dello sbandierato "oscurantismo" di questo Pontefice? Quella dell'"oscurantismo" di G. non fu in larga parte che una abile trovata propagandistica dei liberali contemporanei e postumi. E questo appunto il madornale errore in cui, anche riguardo G., continuano a dibattersi molti storiografi, i quali anziché giudicare certe figure nel quadro del tempo in cui vissero e delle istituzioni che ressero, riducono la loro funzione a farsi

(per carlcsia del conte Paolo Dalla Torre)
Gregorio XVI - G. XVI consacra l'altare detto della Confessione nella basilica di S. Paolo ( 5 ott. 1840). Litografia da discgno di Francesco Grandi.
qualche unificazione della smembrata Italia, a quelle abbandonavano i prìncipi stessi questa potente leva". E chiaro quindi che, quando anche G. l'avesse voluto, per far risorgere l'Italia nel senso accennato, che altro non poteva essere se non il senso neoguelfo di ieri e di oggi, non sarebbe certo bastato che egli solo e per suo conto lo volesse, ma bensì che cosi anche lo intendessero tutti quei prìncipi italiani e stranieri, e più ancora i liberali moderati aberranti nel pretendere di imporre al papato ed alla Chiesa i loro schemi ideologici, e soprattutto anche le sètte estremiste ed i loro anticlericali aderenti. La posteriore tragedia di Pio IX, fra il 1846 e il 1850 , insegna : dal fallimento della sua famosa Lega fra gli Stati della penisola per decisiva ostilità del Piemonte, dell'infratogersi dei suoi negoziati per una pacifica rinunzia dell'Austria, fino alla occasione del costituzionalista e federalista Pellegrino Rossi, alla rivoluzione, all'assalto al Quirinale ed alla partenza per Gaeta.
D'altro canto, convinto assertore e restauratore in senso medievalistico della libertà della Chiesa, tanto meglio se nel quadro generale delle libertà civiche e politiche, G. non solo come pontefice ma anche come sovrano temporale, non poteva e non doveva sacrificare quella a queste, specialmente poi nei suoi Stati. Perciò a lui si attaglia perfettamente, nei riguardi dei problemi politico-amministrativi dello Stato Pontificio, quanto appunto, dopo le esperienze di Pio IX, il card. Antonelli dichiarava nell'esilio di Gaeta (maggio 1849) al Balbo: "la coscienza del S. Padre non gli permette assolutamente di stabilire nulla che gli impedisca la sua libertà spirituale: non per altro essere stabilito il dominio temporale dei papi, se non per procacciar loro afflatta libertà verso le potenze esterne; inutile essere afflatta libertà se non rimane ai pontefici nell'interno del proprio Stato" (cf. P. Dalla Torre, L'opera riformatrice ed amministrativa di Pio IX fra il 1830 e il 1870, Roma 1945, pp. 9-13; nonché per tutta la accennata politica italiana di Pio IX i fondamentali studi di P. Pirri, in Rivista di
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storia della Chiesa in Italia, I [1947], pp. 38-84; 2 [1948], pp. 183-214). Non dunque chiuso e cieco oscurantismo da parte di G., ma semmai avveduto, coerente ed aderente senso di insopprimibili e spesso incoercibili realtà ed esigenze non solo politiche, ma anche e soprattutto religiose. Restavano, è vero, di fronte a cosi categorici diritti e doveri di una sovranità del tutto particolare, i giusti diritti di sudditi, ai quali in ogni modo spettava in senso cattolico, oltre che il privilegio secolare, anche il tradizionale dovere di servire e di collaborare anzitutto alla grande causa spirituale dell'indipendenza e della necessaria libertà del papato, ossia della Chiesa. Ma anche qui la condotta di G., se vista in questa luce e se rettamente giudicata, non può dar luogo a rilievi di principio perché tutto quanto gli fu dato fare per i sudditi operè; semmai si possono avanzare riserve sul modo con cui alcune fra le molteplici e ben congegnate sue misure e provvidenze vennero, causa le circostanze o responsabilità degli esecutori, attuate ed applicate.
E difatti, prescelta come unica possibile la via d'innovare le istituzioni anziché di concedere costituzioni, respinta come lesiva della sua sovrana libertà la straniera imposizione dei dettami del Memorandum riformistico delle potenze della Sacra Alleanza (1831), e liberatosi con il rafforzamento dell'esercito dal vincolante peso della duplice occupazione franco- austriaca, G. fece in sostanza per proprio conto assai più di quanto col Memorandum stesso non gli si chiedesse. Cosi, grazie al sapiente consiglio del card. Gamberini e di altri, ogni campo dell'amministrazione divenne, ancora una volta, oggetto di studi approfonditi, di modifiche spesso radicali e di pregevoli innovazioni, dalla amministrazione centrale a quella locale, comunale e provinciale, dalla giurisdizione amministrativa a quella civile e penale, dall'attività giuridica e sociale dello Stato a quella finanziaria e militare. E però a detta di un esperto cultore dei precedenti storici del diritto amministrativo italiano, lo Schupfer, e come dimostrano anche le recenti ricerche del Ventrone e di altri, "dire che l'amministrazione degli Stati Pontifici sia stata tra le meno pregevoli d'Italia, sarebbe dire cosa non vera... I pregi non mancarono [sin dal tempo di Pio VII]... ed il moto ascensionale delle organiche riforme proseguì il suo cammino sotto G. XVI" e sotto Pio IX, sicché "il passo più difficile verso la libertà e verso un'amministrazione perfezionata, poteva dirsi ormai superato ". "Non si può certo non rilevare - osserva il Ventrone - che le libertà, specialmente quelle politiche [erano] di molto limitate... [Ma] d'altra parte - aggiunge egli - non si può certo fare torto ad uno Stato di non volersi suicidare». A questo punto nell'impossibilità di dare qui un quadro anche riassuntivo della vastissima opera di G. come sovrano temporale e pur di quanto con spiccato amore egli, coltissimo, fece e per le scienze e per le arti e per la cultura in genere, e per la pubblica istruzione in specie, si veda lo studio di P. Dalla Torre su L'opera riformatrice ed amministrativa di G. XVI (in G. XVI. Miscellanea commemorativa, Roma 1948, II, pp. 29-121, con ampia bibl.).
La morte, accolta con l'umile ed austera semplicità monastica in cui aveva sempre vissuto ( $x$ voglio morire da frate e non da sovrano" disse con dolce fermezza a chi ancora si affannava a circondarne di fasto gli estremi momenti), lo colse sulla breccia il $1^{\circ}$ giugno 1846. Aveva regnato per tre lustri ed era in età di anni 81. Fu sepolto in S. Pietro e sul monumento erettogli spicca a giusto titolo, quasi unitaria commemorazione di tutte le grandi sue gesta, la "Propagazione della Fede ". Tenendo la mano destra sul mappamondo G. addita ai missionari, che lo circondano, la Croce, quasi ad incitarli a perseguire nei secoli la loro opera d'apostolato con lo stesso suo intrepido coraggio, e con la medesima sua fermissima perseveranza.
Stat.. Per gli atti di G. v.: Bullarii Romani continuatio, a cura di A. Barbèri, voll. XVI-XIX, Roma 1835: Acta Gregorii Papae XVI, pubbl. sotto gli auspici del card. V. Vannutelli a
cura di A. M. Bernasconi, ivi 1901-1904; Roccolta delle leggi e disposizioni di pubblica amministrazione dello Stato Pontifexo, ivi 1834-71. Pochi sono gli studi costruttivi ed obiettivi o semplicemente aggiornati su G. Oltre alla voce G. ed a moltissime altre connesse, nel Diz. di erudizione storico-eccl. di G. Moroni, XXXII, Venezia 1843, pp. 312-28, che assume come fonte contemporanea notevole importanza, una ampia ed informata revisione critica della storiografia si ha nei due volumi pubblicati dai Camaldolosi in occasione del centenario della morte: G. XVI. Miscellanea commemorativa, Roma 1948. Cf. inoltre: G. Bareldi, Pio VIII e G. XVI. Modena 1831; G. Batzglia, Cenni cronologici sul sommo pontefice G. XVI, Venezia 1837; A. Nibler, Roma nell'a. 1838, Roma 1838; F. Fabi-Monzonari, Notizie istoriche di G. XVI P. M. di santa memoria, ivi 1846; B. Wagner, Papst G. XVI., sein Leben und sein Pontifikat, Suhlbach 1846; Pius VIII and G. XVI, in The Edinburg Revieve, genn. 1839; N. Wiseman, Recollections of the last four Popes, $1^{4}$ ed., Londra 1838, trad. it., Milano 1860; G. Audrno, Storia religiosa e eivile dei Papi, V. Roma 1868, pp. 336-94; G. B. Del Bravo, Storia del pontifcato di G. XVI di s. m., ms. (1870) nella Biblioteca di S. Gregorio al Celio; A. Reumont, Geschichte der Stadt Rom, III, 11, Berlino 1870; La vérité sur G. XVI et son temps, Pluidaures de MM. Collin et Van Bieveliet devant le tribunal de premsire instance de Gand au prooir-intendé à la «Piondre Libérale " par M. Moroni, Parigi 1877; M. Bronch, Geschichte des Kirchenstaates, Gotha 1882; G. Lamantia, Storia della legislazione italiana, I. Roma e Stato Romano, Torino 1884; C. Sylvain, G. XVI et son pontifcati, Lillo-Parigi 1889; L. Forges, Le postoir temporal au dôbut du pontifcest de G. XVI, in Revue historique, 42 (1800); J. Hellert, G. XVI. and Pius IX., Praga 1895; P. Balan, Storia d'Italia, IX, Modena 1897; B. Gamberale, Gli inizi del pontifcato di G. XVI. La conferenza diplomatica in Roma e le riforme, in Rassegna stor. del Rione, 16 (1927), p. 627 sgg.; F. Hayward, Le dernier sicele de la Rome pontificali, Parigi 1927-28; H. Bustgen, Forschungen und Quellen zur Kirchenpalitih G. XVI., I, Paderborn 1929; G. Mollat, La question romaine de Pie VI à Pie XI, Parigi 1932; A. Ventrone, L'amministrazione dello Stato Pontificio dal 1614 al 1870, Torino 1936; E. Vercesi, Tre pontificati: Leone XII, Pio VIII, G. XVI, ivi 1936; A. Muñoz, Roma condann fa, Roma 1939; J. Schmidlin, Histoire des papes de l'époque contemporaine, I, parte 25, LioneParigi [1940], pp. 192-409; L. Salvatorelli, Pensiero e azione del Risorgimento, Torino 1943, v. indice; D. Federici, G. XVI tra favolo e realtà, Rovigo 1947; D. Demarco, Il tramonto dello Stato Pontificio. Il Papato di G. XVI, Torino 1948; A. C. Jomolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, ivi 1948, v. indice; J. Leffan, La crise révolutionnaire 1789-1826, in Histoire de l'Eglise dirvito da A. Pliche-V. Martin, XX, Parigi 1949, pp. 426-71; N. Storani, Viaggio di S. Santita G. XVI alla visita del santuario di S. Maria Laretana, nel sett. 1841 (s. n. t.); C. Schupfer, I precedenti storici del diritto amministrativo vigente in Italia, in V. E. Orlando, Primo trattato completo di diritto amministrativo italiano, I, Milano (s. a.), pp. 1226-84; da tenersi presente per la elencazione delle opere pubbliche [A. Tosti], A G. XVI. Epigrafi (s. d.).
Paolo Dalla Torre
GREGORIO da Rimini. - Celebre teologo agostiniano, n. a Rimini nella seconda metà del sec. atti, m. a Vienna nel 1358. Da una lettera di Clemente VI al cancelliere di Parigi ( 12 genn. 1345), si sa che G. aveva iniziato la sua vita di studente universitario nel 1323 : doveva essere molto giovane quando, indossato l'altro degli Eremitani, fu inviato a Parigi. Mentre insegnava come baccelliere, ebbe polemiche con un Giovanni Scoto (non il famoso francescano), di cui rimangono i Libri logicales (Lione 1513), diretti contro G. da R.
Nel 1339, conseguito il baccellierato, G. ritornò in Italia ed insegnò come cathedraticus principalis, nelle scuole dell'Ordine, a Bologna, Padova, Perugia. Nel 1341 riprese le sue lezioni a Parigi, e nel 1345, per l'intervento di Clemente VI con la lettera sopra menzionata, ottenne il magistero. Nel 1347 lo stesso Pontefice gli ordinò di lasciare la cattedra a Gerardo de Scholaribus; tornato quindi in Italia rioccupò il posto di cathedraticus principalis nel convento di Bologna.
G.