o: INCREDULITÀ DI S. TOMMASO - Vaticano, Pinacoteca.
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(fol. Anderson)
CRISTO IN TRONO INCORONA RE GUGLIELMO II.
Musaico del sec. xili - Monreale, Duomo.
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Ciudad de Bolivar, capitale dello Stato di Bolivar, situata sulla destra del fiume Orenoco.
La diocesi di estende per 241.000 kmq .; ha una popolazione di $683.887 \mathrm{ab}$., dei quali 680.240 cattolici, con 30 parrocchie, 16 sacerdoti diocesani e 12 regolari, un seminario, 4 comunità religiose maschili e 7 femminili (1949).
La diocesi fu creata dal papa Pio VI il 19 dic. 1791; primo vescovo fu mons. Francesco de Ybarra.
Ciudad Bolivar fu cosi chiamata nel 1818 per onorare Simon Bolivar, ma fu fondata nel 1762 da Moreno Mendoza, che l'aveva denominata Nueva G., Angostura de Orinoco; poi fu detta semplicemente Angostura.
Bibl.: A. A. Mac Erlean, St. Thomas of Gulana, in Cath. Enc., XIII, n. 382; anon., Ciudad de Bolivar, in Enc. Eur. Am., XIII, pp. $546-48$.
Enrico Josi
GUAYAQUIL, diOCESI di. - Città e diocesi, detta anche Santiago de G., nell'Equatore, alla riva destra del Fiume Guayas, sul golfo omonimo, il più grande del Pacifico nel Sud America. Il papa Pio XII con la cost. apost. Peramplum quarumdam del 6 maggio 1950 ha separato da G. il territorio delle isole Galapagos costituendole in prefettura apostolica sotto la giurisdizione della S. Congregazione di Propaganda Fide (AAS, 42 [1950], pp. 707-708).
Ha una superficie di $32.303 \mathrm{~kmq}$. con una popolazione di $683.887 \mathrm{ab}$. dei quali 680.240 cattolici; conta 40 parrocchie con 43 sacerdoti secolari e 25 regolari, un seminario, 13 comunita religiose maschili e 10 femminili (1949). La diocesi fu fondata il 27 genn. 1838 per smembramento della diocesi di Cuenca; fu suffraganea di Lima fino al 13 genn. 1849, quando pessó alle dipendenze di Quito. Il primo vescovo fu J. de Garaicoa (1538-51). Tra i monumenti sacri sono degni di nota la Cattedrale, le chiese di S. Francesco, di S. Domenico, di S. Alessio, di S. Giuseppe, dei SS. Cuori di Gesù e Maria. Pregevoli la Biblioteca e il Museo municipale.
Bibl.: Enc. Eur. Am., XXVI, pp. 1638-60. Enrico Josi
GUAZZO. - La pittura a g. è quella che usa come glottie, o veicolo, del colore una gomma invece delle colle animali, della cera e della chiara d'uovo impiegate nella tempera.
Il procedimento è antichissimo: fu molto usato nella pittura ellenistica, a Pompei, nelle catacombe. Trasparente e spedita, la pennellata a g. consente facili e suggestivi effetti e anche per il fatto che essa è di corpo assai sottile, quasi una velatura, dà modo di realizzare con immedianessa l'idea pittorica. Viene usata oggi per lo più nella scenografia che ne sfrutta utilmente la rapidita della tecnica e la sintetica visione pittorica.
Bibl.: G. Previsti, La tecnica della pittura, Torino 1903, v. indice; J. Vibert, La scienze de la peinture, Parigi 1923, v. indice; C. Cennini, Il libro dell'arte del sec. XV, ed. di Firenze 1943, v. indice.
GUBBIO, DIOCESt di. - Città e diocesi dell'Umbria, immediatamente soggetta.
Ha una popolazione di 50.000 ab . tutti cattolici; conta 65 parrocchie, 56 sacerdoti diocesani e 25 regolari, 7 comunità religiose maschili con 25 professi e 17 femminili con 135 professe (1948).
Una lettera di papa Innocenzo I del 19 marzo 416, conosciuta come uno dei più interessanti documenti nella storia della Chiesa antica (Jaffé-Wattenbach, 311) è indirizzata a Decenzio, vescovo di G., il primo vescovo che sia sicuramente noto. I praedecessores, di cui si fa parola nel documento, non si conoscono, e le liste compilate da autori locali e accolte da vari scrittori per supplire al silenzio dei documenti, non meritano alcuna fede.
Parimenti son da rigettare i nomi dei vescovi che gli stessi scrittori collocano, dopo Decenzio, fino al vescovo Gaudioso, il secondo di cui si ha sicura notizia (JafféWattenbach, 1712-13). Segue un periodo oscuro per le
vicende della Chiesa di G.; si conoscono solo di nome, da documenti del sec. x, i vescovi Leuderico e Pietro, di questo secolo. Una rinascita religiosa si manifesta dopo il Mille, particolarmente nel periodo della riforma: i vescovi della Chiesa eugubina mantengono vincoli strettissimi con il vicino eremo di Fonte Avellana. Secondo una tradizione il fondatore ne fu, intorno al Mille, Ludolfo, divenuto poi vescovo di G., e s. Pier Damiani, priore dal 1043 e riformatore dell'eremo, fu amministratore per qualche tempo della Chiesa eugubina (Epistulae, I, 14: PL 144, 223).
L'azione riformatrice del santo avellanita s'irradió per tutta la diocesi che contava, nel tempo, sedici eremi ed era governata da insigni figure di santi vescovi : Rodolfo, corrispondente con s. Pier Damiani (Epistulae, IV, 10, 11: PL 144, 320-21); il b. Giovanni da Lodi, diacopolo del Damiani e priore di Fonte Avellana (P. Cenci, Vita di s. Giovanni di Lodi, vescovo di G., Città di Castello 1906) e, più tardi, s. Ubaldo (1128-60: Acta SS. Maii, III, Parigi 1866, p. 623 sg.) di G., vissuto nella città, allora Comune, spiegandovi una efficace opera di pacificazione (P. Cenci, Vita di s. Ubaldo, Gubbio 1924); fu canonizzato da Celestino III il 4 marzo 1192. Nel sec. xiri, sotto il vescovo b. Villano, G. divenno, per l'apostolato di s. Francesco stesso in questa terra (1220-22: I Fioretti, cap. 21), uno dei più vivi centri del primitivo francescanesimo, ricca di ricordi e monumenti, tra cui il tempio innalzato da fra' Bevignate al Santo (1256; U. Paris, S. Francesco, i Francescani e la citta di G., Firenze 1928). Nell'età del Rinascimento la Chiesa eugubina ebbe vescovi commendatati ed amministratori; il più illustre titolare di quel tempo fu Marcello Cervini (1544-55) di Montepulciano, poi eletto pontefice (Marcello II 1553). Nel 1563 fu sottoposta come suffraganea a Urbino da Pio IV e Benedetto XIII rinnovò la disposizione nel 1725. Dal 1818 G. è immediate subiecta alla S. Sede.
La storia della città e diocesi è collegata con quella della formazione e sviluppo dello Stato pontificio. G. era una città della Pentapoli, detta montana (provincia castellorum) o annonaria, occupata da Astolfo nel 752 . Con la restituzione fatta dai Longobardi a Pipino nel 736 , con cui si costituiva un dominio della S. Sede, G. è espressamente menzionata tra le terre cedute (L. Duchesne, I primi tempi dello Stato pontificio, Torino 1947, p. 52) e nella città sostò Carlomagno reduce dalla coronazione dell'800. Riconquistata al dominio della S. Sede dal card. E. Albornoz, G. si levò a libero Comune nel 1376. Liberatasi dalla tirannia del vescovo Gabriele Gabrielli, si diede ad Antonio di Montefeltro, signore di Urbino, nel 1384 ed appartenne a quel ducato fino a che, nel 1631 , con il ritorno di esso alla S. Sede, anche G. fu restituita e rimase sotto il dominio pontificio fino all'annessione del 1860 al Regno d'Italia.
Monumenti. - La più antica sicura memoria della chiesa cattedrale, intitolata a s. Mariano, intra mura civitatis Eugubine, rimonta al sec. x (P. Cenci, Di due pergamene del sec. X fino ad ora sconosciute, in Bollettino di storia patria dell' Umbria, 14 (1908, 11-111), pp. 567-73; più tardi la C'attedrale fu consacrata al ss. Mariano e Giacomo, martiri africani di Lambesa, le cui reliquie erano state trasferite a G. già in antico, forse tra il v e vi sec.; Clemente III conosce di trasferirvi ancora tutte le reliquie di santi dalla vecchia città (bolla Pia desideria del 20 ott. 1188). L'attuale costruzione sulle pendici del colle Ingino, dove dal sec. x era venuta formandosi la nuova città, è assegnata, secondo una opinione accreditata, al sec. xiv e si dice compiuta sotto il vescovo Pietro Gabrielli, con elementi di epoca anteriore. La facciata, restaurata recentemente, ha pregevoli bassorilievi : l'Aguello, i Quattro Evangelisti ed un portale in linee semplici. Il caratteristico interno ad una sola nave ad arcate acute presenta restauri e rifacimenti del sec. xvi; caratteristico ancora l'altare maggiore formato da due sarcofagi pagani sovrap-
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(fot. Gab. fot. naz.)
Gubbio, diocesi di - I < ceri - Cattedrale.
posti. Nel tempio si ${ }_{4}$ conservano numerosi dipinti. Delle molte chiese monumentali e storiche, in gran parte costruite secondo il caratteristico tipo eugubino ad una sola nave con arcate trasversali a sesto acuto (M. Salmi, Le chiese gotiche in G., in L'arte, 25 [1922], pp. 220231) vanno notate: S. Felicissimo, la più antica della città, anteriore al sec. XI (P. Cenci, S. Felicissimo di NoceraUmbra, Roma 1906); S. Pietro, sorta presso la più antica fondazione benedettina di G., che raggiunse il massimo splendore nei secc. xI-xII, divenuta commenda nel xv, trasferita agli Olivetani nel 1523 e soppressa nel 1860. Il tempio monumentale superstite conserva, della primitiva struttura romanica, la facciata (bifora e piccolo portico); le rimanenti parti sono dei secc. xiri-xvi. S. Secondo: i documenti più antichi fanno memoria della chiesa canonicale dei SS. Secondo ed Agapio, sede dei Canonici Regolari di S. Agostino, posta sotto la protezione apostolica (Jaffé-Wattenbach, 8216); ma i primitivi santi titolari, martiri africani, furono sostituiti da s. Secondo, cui rimase il nome della canonica abbaziale, mentre, per il prevalere e diffondersi del culto del martire africano, leggendisti tardivi ne hanno narrato le gesta come di un santo locale (BHL, 7358); l'edificio attuale è del sec. xiII, con bel chiostro (sec. xir) e vari rifacimenti posteriori. S. Francesco, iniziata nel 1256 da fra' Bevignate: l'esterno è perfettamente conservato nelle sue linee gotiche, mentre l'interno a tre navate con dodici colonne ottagonali è parziale rifacimento del sec. xvir. In una antica cappella e nel chiostro annesso si conservano alcuni affreschi (secc. xili-xv). S. Agostino, costruita nel 1251: l'esterno è nella forma originale, la facciata del sec. xvir; notevole la composizione, nell'abside, di affreschi illustranti la vita di s. Agostino, di Ottaviano Nelli (sec. xv). S. Maria dei Laici, costruita dalla Confraternita dei Battuti Bianchi (1313): l'interno è un restauro del sec. xvir con pregevoli dipinti (sec. xiv-xv) nella cripta. La basilica di S. Ubaldo, posta sul "colle eletto" dove nel 1194 era stato trasportato il corpo del Santo : costruita sull'antica pieve di S. Gervasio, fu ampliata nel sec. xvi. Esiste a G. una pinacoteca comunale che ha sede nel Palazzo de' Consoli, con una interessante raccolta nella quale è il notevole gruppo dei migliori
eugubini del sec. xvı; nello stesso Palazzo ha sede il Museo aperto nel 1908. L'Archivio vescovile non possiede carte antiche; quello capitolare, con prezioso fondo di pergamene (secc. xI-xII), si custodisce presso la residenza del Capitolo, annessa alla Cattedrale. L'Archivio comunale, nel Palazzo del podestà (sec. xiv) conserva molti documenti, in gran parte provenienti dagli antichi monasteri eugubini (G. Mazzatinti, Gli archivi della storia d'Italia, Rocca S. Casciano 1899-1905, I, p. 31 sgg.; P. Cenci, Codice diplomatico di G. dal 906 al 1200, in Archivio per la storia ecclesiastica dell' Umbria, 2 [1913], p. 1 sgg.).
BinL.: O. Lucarelli, Memorie e guida storica diG., Gubbio 1888 ; Lanzoni, I, pp. 480-82; P. Cenci, La Chiesa eugubina, Città di Castello 1907; P. F. Iichr, Italia Pontificia, IV, Berlino 1909, pp. 81-92; Ughelli, I, p. 674; U. Pesci, I vescovi di G., Perugia 1918; E. Giovagnoli, G. nella storia e nell'arte, Città di Castello 1932; Cottineau, I, coll. 1354-56. Cf. inoltre la $2^{a}$ ed. di U. Paris, S. Francesco e i Francescani nella città di G., Assisi 1941.
Serafino Prete
Le tavole di G. - Dette latinamente iguvine o eugubine, sono 7 lastre di bronzo, 4 grandi più antiche, scritte sulle due facciate in caratteri epicorici, e 3 piccole più recenti in caratteri latini, scoperte nel 1444 e vendute al Comune che le conserva nel Museo civico. L'ordinamento canonico da i a 7 non corrisponde a quello effettivo del testo. Il loro contenuto è soprattutto religioso e gli argomenti si possono raggruppare come segue.
Tavv. I e VI-VII a: Consociazione dell'aree (ocris) di Iguvium e lustrazione del popolo, previo allontanamento (exterminatio) oltre il confine del territorio, di quanti non hanno diritto, come stranieri, a essere presenti alla cerimonia; questi sono i Tadinati (Gualdo Tadino) i Tusci (Etruschi) gli Japudici (Illiri provenienti dalla costa adriatica, le genti lungo il Nahr [Nera]).
Tav. II a: Sacrificio a Hontus Iovius, di contenuto apotropaico contro auspici avversi.
Tavv. III-IV: Cerimonie annuali della Confraternita dei fratelli Atiedii, così detti perché provenienti originariamente da Atiedio (lat. Attidium).
Tav. V: Ordinamento interno di tale Confraternita.
Tavv. II b e V: Rapporti di carattere sociale e giuridico tra i gruppi conviventi in G.
Le divinità invocate con preghiere e sacrifici sono: La triade Giove, Marte e Vofione, tutta maschile, analoga a quella romana Giove, Marte, Quirino, entrambe sul modello etrusco Giove, Giunone, Minerva; la triade Trobo Giovio, Tefro, Fisio Sansio (cf. Fidius Sancta, Deus Fidius dei Romani) al quale ultimo è dedicata l'acropoli di G.
Nel rito della lustrazione del popolo sono invocate anche divinità femminili: Prestota Çerfia con significato di protettrice, e Tarsia Çerfia nel senso di fugerice dei nemici, invocate in una unica preghiera con Çerfo, dio della città, cui vien dato l'epiteto di Marte. Nel sacrificio annuale della Confraternita degli Atiedii si sacrifica a Giove Padre, a Poemuno (Pomono) dio dei frutti e a Visona.
Le tavole iguvine sono il più notevole monumento antico relativo agli Umbri. Da esse, oltre ai dati religiosi, sopra accennati, si ricava che gli Italici abitavano in origine in centri fortificati più che in città vere e proprie; ma che gli Iguvini abitavano già un territorio loro proprio, geograficamente circoscritto e che conoscevano oltre al generico aggruppamento di popolo (tauta) anche la divisione in tribù (trifu) nel senso territoriale, una suddivisione interna dei cittadini in decurie (tebvias) al disotto della quale stava la fomeria, corrispondente all'aggruppamento collettivo della gens.
Btm., Prima edizione completa a stampa di Th. Dempster in De Etruria regali, 2 voll., Firenze 1723-24; altre edizioni antiche: L. Lanzi nel vol. III del Saggio sulla lingua etrusca e su altre antiche lingue d'Italia, Roma 1789; moderne: M. Breal, Les tables Eugubines, Parigi 1875; S. Th. Aufrecht, A. Kirchhoff, Die umbrischen Sprachdenkmäler, 2 voll., Berlino 1849-51; A. v. Blumenthal, Die iguvinischen Tafeln, Stoccarda 1931; G. Devoto, Gli antichi Italici, Firenze 1931; id., Tabulae Iguvinae, $2^{a}$ ed., Roma 1940; id., Le tavole di G., Firenze 1950, commenti la sola versione italiana.
Nicola Turchi -
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Folklore. - L'antica città umbra va famosa per la festa dei ceri, che si svolge ogni anno, il 15 maggio, vigilia della festività del patrono s. Ubaldo.
I cosiddetti ceri, che sostituiscono precedenti vere torcie di cera offerte al Santo e recate in processione, sono tre grandi e pesanti ma eleganti macchine in legno, alte una decina di metri, a forma di due prismi sovrapposti, con in cima rispettivamente la statue di s. Ubaldo (corporazione dei muratori), s. Giorgio (commercianti) e s. Antonio abate (contadini). Essi poggiano su quattro lunghe travi intelaiate e decorate con gli stemmi dei quartieri, e vengono recati a spalla da robusti giovani, detti appunto "ceraioli", i quali si distinguono per un particolare costume : camicia gialla per il cero di s. Ubaldo, azzurra per s. Gregorio, nera per s. Antonio. Secondo la tradizione, i ceri vengono deposti nella corte dell'es. Convento di S. Pietro, in attesa dell's alzata ", la quale avviene a mezzogiorno preciso. Ha luogo cosi un primo giro di mostra dei singoli ceri per le vie cittadine. Ogni cero è preceduto da due capitani, uno detto dell'accerta, perché reca una scure, e l'altro una spada. Dinanzi alle case dei principali signori e delle autorità civili ed ecclesiastiche i ceri si formano e girano su se stessi, una, due, tre volte secondo l'importanza delle persone cui si rende omaggio: questo si dice "far la birata». Ha poi luogo il pranzo in comune dei ceraioli, con la partecipazione delle autorità. Nel pomeriggio, dopo la benedizione del vescovo, ha luogo la corsa dei ceri la cui origine viene attribuita alla miracolosa vittoria riportata da G. sulle undici città confederate per merito del suo vescovo Ubaldo. I ceraioli, dopo aver attraversato le principali vie cittadine e fatto il giro delle mura, si avviano sempre di corsa, in una gara impetuosa che mette a durissima prova la loro resistenza fisica, verso il Santuario che sorge sulla costa del monte a una certa distanza dalla città. Al tramonto tutti ridiscendono fra canti ed evviva. E credenza che in questo giorno "debba piovere": e se invece il cielo si mantiene sereno, i popolani salgono sui tetti e vi rovesciano grandi recipienti di acqua. Si crede inoltre che la festa serva a propiziare la protezione di s. Ubaldo e degli altri due Santi, per la fertilità delle campagne, l'abbondanza di produzione delle viti e dei fieni, e la sanità del bestiame. Il complesso di tali usanze e credenze fa intravedere un antico fondo di riti primaverili di propiziazione e purificazione, in analogia con quanto avviene, alla stessa data, con i "pugnaloni» di Allerona e la "barabbata" di Marta. - Vedi tav. LXXXVI.
Bibl.: I. Bencivenní, La festa dei ceri pel giorno di s. Ubaldo nella città di G., in Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, 6 (1887), pp. 232-38; E. Giovagnoli, G. nella storia e nell'arte, Città di Castello 1928; V. Troiani di Necla, Sagre, feste e riti, Roma 1932. pp. 124-26.
Paolo Toschi
GUBERNATIS, Domenico de. - Frate minore, n. a Sospitello (diocesi di Torino) e m. a Torino nel 1690. Uomo di vasta erudizione, fu, dopo il Wadding, dal quale molto attinse, il maggiore storico dell'Ordine francescano.
Partecipò vivamente alle controversie circa la più o meno rigida interpretazione della Regola minoritica, pubblicando vari scritti di carattere polemico, tra i quali: Prospetto di sera religione (Roma 1676 e 1681); Umbra illuminata (ivi 1687); Antiquioritas franciscana ad libram historicae veritatis examinata (Lione 1685). Fu anche predicatore e resta di lui un Quaresimois (Milano 1672).
Ma l'opera sua principale, per la quale spese gli ultimi anni della vita, è l'Orbis Seraphicus. Essendo cronologo dell'Ordine, fu incaricato di scriverla dal ministro generale Giuseppe Ximenez Samoniego. Di quest'opera, nell'Idea Orbis Seraphici (Roma 1688), annunciò il piano in tre parti e trentacinque volumi, ma solo cinque ne poté pubblicare egli stesso (Roma e Lione 1682-89) : tratta la storia interna degli Ordini francescani, la loro costituzione, lo sviluppo e l'espansione dagli inizi fino al suo tempo. Grande importanza per la storia missionaria hanno i voli. V e VI (quest'ultimo pubblicato solo nel
1886 dai pp. M. da Civezza e T. Domenichelli); De Missionibus antiquis franciscanis.
BibL.: Marcellino da Civezza, Saggio di bibliografia sanfrancescana, Frato 1879, p. 127 sg.; Hurter, I, col. 349 sg.; H. Holzapfel, Handbuch der Geschichte des Franziskanerordens, Friburgo in Br. 1909, p. 584 sg.; Streit, Bibl., I, pp. 300 sg., 312 sg., 711 ; Sbaralea, IV, p. 217.
Stanislao Majarelli
GUDULA, santa, vergine. - Patrona di Bruxelles. Figlia di s. Amalberga, sorella di s. Reineldis e di s. Emsberto, n. a Merchten nel 650, trascorse la sua giovinezza nel monastero di Nivelles sotto la direzione di s. Gertrude. Dopo la morte di questa (659), G. ritornò nella casa paterna a Merchten dove rimase fino alla morte ( 8 genn. 712). Fu sepolta a Hamme: sotto Carlomagno il suo corpo fu trasportato nella chiesa del St-Sauveur a Moorsel e poi nella cappella St-Géry a Bruxelles, indi definitivamente collocato, nel 1047, nella collegiata dei Sts-Michel-et-Gudule, fondata dal conte Lamberto II. Viene rappresentata con una lanterna in mano. La sua festa è l'8 genn.
Bibl.: Acta SS. Ianuarii, I, Parigi 1863, pp. 224-41: Acta SS. Belgii, V. Bruxelles 1798, p. 666 e sgg.; R. Podévy0, S.te Gudule, in Revue belge de philol. et d'hist., 2 (1923), pp. 619-41; E. De Moreau, Histoire de l'Eglise en Belgique des origines aux débuts du XII ciècle, I, Bruxelles 1940, pp. 181-84; II, ivj 1940, pp. 207, 274.
Miroslav Stumpf
GUEBRIANT (Budes de), Jean-Baptiste-Marie. - N. l'ri dic. 1860 a Parigi da una famiglia dell'antica nobiltà bretone. Nel 1880 entrò nel Seminario di S. Sulpizio e il 13 sett. 1883 passò al Seminario delle Missioni estere di Parigi. Ordinato sacerdote il 5 luglio 1885 , partii il 7 ott. dello stesso anno per la missione dello Szechwan meridionale.
Dal 1886 al 1894 evangelizzò la vasta e difficile regione dello Kientchang, oggi diocesi di Sichang. Nominato provvitatio nel 1894 dovette compiere varie delicate missioni a Pechino, in Giappone, a Parigi e a Roma. Nel 1905 riprese l'evangelizzazione dello Kientchang, di cui divenne nel 1910 il primo vicario apostolico. Vi fondò numerose scuole e un seminario con 40 aspiranti. Nel 1907 fu di guida alla missione d'Ollone attraverso il paese del Lolo fino allora inesplorato. Nel 1913 fu trasferito a Canton, di cui preparò la divisione in quattro vicariati. Nel 1919 Benedetto XV lo nominò visitatore delle missioni della Cina e nel 1921 visitatore della Siberia. In quel medesimo anno fu eletto superiore generale della Società delle Missioni estere di Parigi. Durante i quattordici anni del suo superiorato mons. de G., che Pio XI doveva un giorno chiamare il più grande missionario dei tempi moderni, tenne vivo uno zelo ardente nei suoi missionari, che andava incoraggiando sul posto durante il suo lungo viaggio in Estremo Oriente (1931-32), promosse la causa della gerarchia indigena preparando in India, Indocina, Cina e Giappone la cessione di diocesi e vicariati al clero secolare del paese. Il 10 dic. 1921 fu nominato arcivescovo titolare di Marcianopoli. M. il 6 marzo 1933.
Bibl.: A. Flachère, Mgr de G. I., le missionnaire, Parigi 1946.
Antonio Anoge
GUELFI e GHIBELLINI. - Sono i due grandi partiti che dominano la vita politica italiana nei secc. xiri-xiv e che ancora manifestano un certo influsso nei secc. successivi xv e xvı. Comunemente si dice che i Guelfi sono i partigiani della Chiesa ed i Ghibellini i partigiani dell'Impero; negli studi più recenti si è cercato di guadagnare un punto di vista più preciso, osservando che ad un certo momento i due termini perdettero il loro valore ideologico e si ridussero ad indicare solo le fazioni contrastantisi nelle città italiane per interessi locali o politici od economici. Però la storia dei due termini è un po' più complessa e non è facile precisarne le tappe.
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L'origine è tedesca. Corrado II il Salico era detto "Cuonradus de Wevelinga"; della sua famiglia si diceva: "de Waiblingin oriundi" perché la culla della stirpe era probabilmente il loro dominio di Waiblingen sul basso Neckar, tra Heidelberg e Mannheim. Spentasi con Enrico V (1125) la famiglia di Franconia, possessi e titoli passarono ai nipoti Staufer duchi di Svevia che conservarono gelosamente il ricordo degli avi : il Chronicon Urspergense dice che Federico Barbarossa gloriabatur se de regia stirpe Waiblingensium progenitum fuisse. I loro rivali furono i signori di Altdorf, detti i Guelfi per l'uso di questo nome, Welf, da parte di non pochi personaggi nei secc. XI e XII, prima e dopo avere avuto da Enrico IV il ducato di Baviera. Ottone di Frisinga ricorda le due dinastie per la loro importanza e rivalità: Duae in Romano arbe... famosae familiae hactenus fuere: una Heinricorum de Guelbeling. a, alia Guelforum de Altdorfo (Gesta Federici [MGH,

(da P. Tascza, Storia dell'arte italiana, Torino 1887, II, p. 183) Guelfi e Ghibellini - Sipillo di Parte Guelfa di Firenze (fine del sec. xili : da matrice del Museo nazionale di Firenze).
Scriptores, XXJ, II, II). I Guelfi di Baviera con Enrico il Leone ebbero il ducato di Sassonia : la rivalità con gli Staufer saliti all'Impero finì con la loro rovina; cercò di restaurare la fortuna della famiglia Ottone, figlio di Enrico il Leone, diventato imperatore dopo la morte di Enrico VI con l'appoggio di Innocenzo III. Ottone IV fu chiamato comunemente il Guelfo, come il suo competitore Federico II venne detto il Ghibellino; termini non usati a scherno ma ad onore, per rivendicare tradizioni, glorie, diritti patrimoniali. La critica moderna ha respinto come tarda invenzione (sec. xv, primo accenno nella Cronaca di Andrea di Ratisbona) il racconto famoso che i due termini Guelfi e Ghibellini abbiano incominciato ad essere usati come grida di guerra (Hye Welf! Hye Weiblingen!) nel 1140 all'assedio messo da Corrado III alla fortezza guelfa di Weinsberg.
Negli sa. 1212-18, mentre in Germania Ottone IV e Federico II contendevano per il trono, anche in Italia città e signori si divisero tra i due principi e si ebbero quindi anche nella penisola la "parte del Guelfo" e la "parte del Ghibellino». Ma questa era sotto la protezione della Chiesa: l'Imperatore in rotta con il papato, scomunicato da Innocenzo III era il Guelfo. La prima documentazione storica per l'uso dei due termini è fiorentina: il termine Guelfi appare nel 1239 (Guelfi fuerunt victi apud Castagnolum); nel 1242 i due termini appaiono insieme (Guelfi merunt ad Gangalandi et Ghibellini ad Castagnolum) : sono annotazioni storiche di un codice fiorentino scritte non dopo il 1244. Del 1246 è una lettera dei capitani dei Guelfi fiorentini (C. de Cavalcantibus et R. de Adimardius, Capitanei Guelforum) ad un fiorentino in corte dell'antire Enrico Raspe. I partiti erano già organizzati; il contrasto tra Federico II ed i Comuni spiega che nel 1241 l'Imperatore scrivesse ai capitanei fidelium suorum Ianuensium. Nel 1247 a Parma vi è un pro imperatore capitaneus in Parma partis Imperii. In Firenze evidentemente i federiciani erano detti Ghibellini ( $=$ quelli del Ghibellino) e gli antifedericiani erano an-
cora detti Guelfi. Però in questi anni, nella lotta tra Federico II ed Innocenzo IV, specie dopo la scomunica e la deposizione dell'Imperatore, dovette avvenire la grande trasformazione: Ghibellini, non più soltanto partigiani di Federico II, ma dell'Impero; Guelfi, non più soltanto nemici di Federico, ma partigiani del suo nuovo nemico, il papato. Nel 1248 Innocenzo IV scrive da Lione al card. Ottaviano degli Ubaidini: absque dilectorum filiorum nobillum virorum Guelphorum scandalo e nel 1245 scrive a richiesta dilectorum filiorum capitaneorum et partec Guelphorum de Florentin. Però ancora nella seconda metà del sec. xili in documenti ufficiali fiorentini si trova traccia dell'origine in espressioni come : «parte del Guelfo, parte del Ghibellino ", sebbene comunemente ora già si dicessero Guelfi i partigiani della Chiesa, Ghibellini i partigiani dell'Impero. La tradizione storica fiorentina riporta il formarsi delle due fazioni politiche al conflitto familiare tra i Buondelmonti e gli Amidei del 1216, su cui il Davidsohn è riuscito a gettare ampia luce: lo Pseudo-Brunetto che scrive al principio del sec. xiv, dice che nel giorno in cui Buondelmonte fu ucciso incominciò la rovina di Firenze e nacquero i due nomi di parte guelfa e di parte ghibellina, che poi diventarono i partiti della Chiesa e dell'Impero. Però non è chiaro come i due termini di valore politico si siano sposati con le due opposte consorterie familiari fiorentine.
Dopo il 1250 le due parti crano saldamente organizzate in Firenze ed abbracciavano fami;die nobiliari. L'uso dei due termini incominciava a penetrare in qualche città vicina in cui Guelfi e Ghibellini avevano aderenze e trovavano rifugio quando la mala fortuna li costrinse a farsi esuli. Ad Arezzo si parla di Guelfi e Ghibellini già nel 1249; cosi a Città di Castello ed a Borgo S. Sepolcro; a Siena nel 1253, a Perugia nel 1260, a Bologna nel 1274. I termini compaiono anche nella storia di altre città, ma sempre in relazione alla Toscana ed a Firenze in particolare. Spesso si parla nelle cronache di azioni militari compiute insieme dalla "Pars Guelfa Florentie" e dalla "Pars Ecclesie" di un'altra città, il che mostra come i due termini fossero in Italia conosciuti come i nomi di fazioni fiorentine, mentre a nord dell'Appennino si usavano le espressioni generiche "Pars Imperii" e "Pars Ecclesie", o, con maggiore precisione, i nomi delle fazioni locali. I due termini Guelfi e Ghibellini non si diffusero con molta rapidità. In tutte le città italiane la mancanza di un potere superiore disciplinatore e coordinatore aveva favorito la formazione di fazioni locali in seguito a contrasti familiari, di consorterie, di guerrieri cittadini: cosi la vita cittadina si cristallizza in queste situazioni che si perpetuano attraverso le vendette; le fazioni però, se non perdono il significato originario e non dimenticano le cause ed i fini particolari, vedano la grossolanità del loro contenuto con il manto ideologico. Difficile è precisare perché una determinata famiglia si dica partigiana della Chiesa o dell'Impero : generalmente le distinzioni sono avvenute ancora durante il Regno di Federico II: a Parma ancora nel 1305 si dice Pars antiqua que dicebatur Ecclesie mentre in contrasto vi era la Pars Imperii et Episcopi; nel 1295 in un tumulto guelfo di Parma contro il vescovo si era gridato moriautur latrones de parte Imperii. I termini Guelfi e Ghibellini si diffondono dopo l'alleanza della casa d'Angiò con la Chiesa, estendendo o modificando il loro significato. L'adesione ideologica alla Chiesa od all'Impero non è però semplice esteriorità : vi era, nelle famiglie nobili in specie, una tradizionale e sentita devozione alla Chiesa o all'Impero: combattendo a favore o contro si stabilivano legami ideologici con famiglie e raggruppamenti politici di altre città, si delineavano correnti spirituali, coalizioni politico-economiche rilevanti.
Il guelfismo dopo la battaglia di Benevento predomina nella penisola, sorretto dai re di Sicilia; la rivoluzione dei Vespri determina degli scacchi gravi; al principio del sec. xiv esso è di nuovo dominante non solo in Toscana ma anche nella regione lombarda. La spedizione di Arrigo VII approda ad un vivace risveglio ghibellino : i signori di Lombardia sono generalmente ghibellini. Ora vi è lotta tra la Chiesa ed i Signori che rappresentano
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ideologicamente l'Impero, ma che in realtà mirano alla costruzione di propri Stati. Programmi politici vecchi, ma realtà nuova. A Firenze si identifica il guelfismo con quello che è il programma politico fiorentino ed il Villani se ne fa interprete dicendo che la parte guelfa è fandamento e rocca ferma e stabile della libertà d'Italia e contraria a tutte le tirannidi; "per modo che se alcuno guelfo divien tiranno, conviene per forza che li diventi ghibellino». Così Lapo di Castiglionchio idealizza il partito guelfo: «I Guelfi sono uomini pietosi e misericordiosi, pacifici e mercanteschi, desiderosi di vivere in libertà e a comune e a popolare stato e sotto le riverenzia di Santa Chiesa. E i detri altri del numero dei Ghibellini essere stati ed essere uomini feroci, superbi, pieni di scandali, di trattati e vendizioni e di subvenzioni degli stati tiranneschi e che mai loro terre dove avessero posa o maggioranza non vollero tenere a comune, né a populare stato, crudeli ed ostinati nei loro modi e con poca riverenza a Dio e del suo Vicario in terra, nemici e odiosi, onde con volgare e comune motto è venuto e dicesi Ghebellini Paterini».
In realtà la Chiesa favorí durante i secc. xiri e xiv le autonomie comunali, mentre il ghibellinismo dalla tradizione imperiale antipapale ed antichiesastica traeva armi per combattere tutte le forme autonomistiche locali e prima di tutto le giurisdizioni ecclesiastiche, resistendo energicamente a scomuniche ed interdetti.
Ma durante il sec. xiv da varie parti si inizia la lotta contro il persistere dei partiti politici. I principi organizzatori degli Stati territoriali vogliono eliminare questo parteggiare che sostanzialmente, od a favore od in opposizione, mette in discussione la loro politica e la loro opera di costruzione statale. Tipico è il decreto di Filippo Maria Visconti del 1440 : tutti i cittadini che hanno compiuto i 18 anni entro due mesi dovranno giurare di non essere né Guelfi né Ghibellini. Altrove con atto legislativo si abolliscono le parti, mentre in qualche città si svuotano di vivacità politica dividendo le cariche pubbliche in parti uguali od in determinate proporzioni. Ora non si conoscerà più l'origine dei due nomi e non pochi trattatisti già nel sec. xiv cercarono di spiegare con le più curiose etimologie l'origine dei termini guelfo e ghibellino. Da ricordare il trattato De Guelphis et Ghibellinis di Bartolo da Sassoferrato e quello di Benvenuto S. Giorgio De origine Guelphorum et Gibellinorum dove viene precisata l'origine germanica dei nomi. Comune è l'attribuzione dell'origine a duobus principibus inferni, Gibei et Gualef. Nonostante tutte le proibizioni, ancora nel sec. xvi si parla in varie città italiane di Guelfi e Ghibellini la cui attenzione però ora si dirige alle lotte politiche del tempo ed al parteggiare per Francia o per Spagna; il Montaigne trova le vecchie fazioni a Bologna, a Lucca; Gregorio Leti nel sec. xvir rileva che i Guelfi portavano a scopo di distinzione la piuma del cappello a destra; i Ghibellini a sinistra e che anche le donne avevano segni diversi di partito; a Ravenna i Guelfi non andavano alla chiesa dell'altro partito e gli artigiani che servivano gente di un partito non erano ammessi a servire gente dell'altro. Cosi il parteggiare antico si perpetuava nel modo di portare nastri o di tagliare i capelli.
Bibl.: R. Cagasse, Sull'origine della parte guelfa, in Archivio storico ital., $3^{\circ}$ serie, 32 (1903), pp. 263-309; R. Davidsohn, Die Entstehung der Guelfen und der Ghibellinen-Partei (Forschungen zur Geschichte von Florenz, 4), Berlino 1908; id., Die Popular-Bewegung in italienischen Städten bis zur Mitte der 13. Jahrha., ibid.; C. Capasso, Guelfi e Ghibellini a Bergamo, in Bull. bibl. di Bergamo, 1921. Fondamentale è sempre la Dissertatio 310 di L. A. Muratori, in Antiquitates Italicae Medii Aevi, IV, Milano 1741, pp. 606-14; N. Ottokar, Il Comune di Firenze alla fine del Duecento, Firenze 1926; F. Ercole, Impero e papato nel diritto pubblico italiano del Rinascimento, in Dal Comune al Principato, ivi 1929; G. Pepe, Lo Stato ghibellino di Federico II, Bari 1938; N. Ottokar, Studi comunali e fiorentini, Firenze 1948; V. Vitale, Guelfi e Ghibellini a

(Ni. Eac. Cuii.)
Guelfi e Ghibellini - Cacciata dei Ghibellini da Firenze, Miniatura delle Cronache del Villani - Biblioteca Vaticana, cod. Chig. L. VIII 296, f. 80 (fine sec. xiv).
Genova nel Duecento, in Nic. 21. it., 60 (1948), pp. 323-41.
Francesco Cognasso
## GUÉRANGER,
Prosper-Louis-PAScAL. - Restauratore dell'Ordine benedettino in Francia, n. a Sablé-surSarthe (Francia) il 4 apr. 1803 , m. a Solesmes il 30 genn. 1877. Sacerdote nel 1827 , riscattò nel 1833 l'antico priorato di Solesmes, fece la sua professione all'abbazia di S. Paolo fuori le mura il 26 luglio 1837. Il $1^{\circ}$ sett. seguente, ottenuta l'erezione canonica della "Congregatio gallica" benedettina, fu eletto abate di Solesmes il 30 ott. dello stesso anno.
Per ben comprendere e porre nel suo giusto valore la sua feconda attività e le sue pubblicazioni, occorre tener presente che i cattolici francesi erano allora divisi da profondi dissensi : i fedeli alla dottrina e alla tradizione della Chiesa, in tutto sottomessi al Romano Pontefice, venivano designati con il titolo di "ultramontani" da coloro che rimanevano più o meno infetti dalla corrente perniciosa dei grandi errori dei secoli precedenti, cioè il giansenismo, il gallicanismo, il naturalismo e il liberalismo. Questi errori, nel campo della morale e della pietà, riducevano l'azione redentrice della Grazia e inaridivano la devozione, mentre nell'ambito della disciplina ecclesiastica diminuivano le prerogative del Romano Pontelice; esaltavano in filosofia la ragione a detrimento della fede e, nel campo storico, diminuivano il soprannaturale, minimizzando l'intervento della Provvidenza; infine, in politica, prendendo le mosse dal cesaropapismo dell'antico regime, oltre ad accentuare le tendenze usurpatrici dello Stato nei confronti della Chiesa, riconoscevano nella libertà un bene assoluto e il rimedio principale, se non unico, a tutti i mali della società.
La viva fede di dom G., la sua profonda conoscenza della storia della Chiesa, delle sue istituzioni, del diritto canonico, lo fecero intervenire nei dissidi religiosi del suo tempo, apportandovi quelle soluzioni sicure della dottrina cattolica suggeritegli dal suo limpido e sicuro discernimento. Questa assoluta fedeltà alla Chiesa cattolica e ai suoi insegnamenti fu tutta la ragione della sua vita e ne spiega l'eccezionale fecondità, tutta ispirata alla difesa della Chiesa e delle sue dottrine.
L'attività di dom G. fu particolarmente importante nel campo liturgico. Fu a capo del movimento per la restaurazione della liturgia romana in tutte le diocesi francesi che sin dai secc. xvir e xviri seguivano liturgie particolari non sempre immuni da influssi gallicani o giansenisti; diede un forte impulso alla scienza liturgica e gettò
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Ido N. Roussena, L'école gregorienne de Soleames (1635-1648), Parigi - Tournai 1648, t. 1.1
Gueranger, Prospter-Louis-Pascal. Rirtotto.
le basi della riforma del canto gregoriano di cui Solesmes divenne il centro propulsore. Alla liturgia G. dedicò i suoi primi saggi: Considérations sur la liturgie catholique ( 3 articoli in Le mémorial catholique [1830], ripubblicati nei Mélanges de liturgie, d'histoire et de théologie, Solesmes 1887); De la prière pour le roi, 2 articoli in l'Avenir (ott. 1830, ripubblicati nei Mélanges, cit.); Les institutions liturgiques (3 voll., Parigi 184042, 51); L'année liturgique ( 9 voll., Le
Mans 1841-66; dall'avvento alla Pentecoste, il vol. X ha di G. solo 168 pp., l'opera è stata terminata in 15 voll. dal discepolo dom L. Fromage. L'opera ha avuto una larghissima diffusione ed è stata tradotta in tutte le principali lingue moderne). La sua prima opera di diritto canonico fu De l'élection et de la nomination des évêques (Parigi 1831). Nel campo della storia e dell'archeologia sacra: Origines de l'Eglise romaine (ivi 1837); Histoire de ste Cécile (ivi 1849) completamente rifatta e ampliata nella terza edizione: Ste Cécile et la société romaine aux deux premiers siècles de l'Eglise (ivi 1874). Opera ormai invecchiata ma che rispecchia fedelmente lo stato della storiografia ecclesiastica nel secolo scorso. Interessano tre articoli nell'Univers (1868-69) sulla Roma sotterranea di G. B. De Rossi, con il quale dom G. fu collegato con la più stretta amicizia, e il Mémoire sur l'Immaculée Conception de la Ste Vierge (ivi 1850), che lo stesso papa Pio IX segnalo come l'espressione più genuina della fede cattolica. Tra gli scritti polemici contro le tendenze liberali e naturalistiche in filosofia ( 8 articoli in l'Univers, 1857-58) e in storia ( 14 articoli, ivi 1838 -59). Alla stessa ispirazione dottrinale si ricollegano gli articoli sulla grande mistica spagnola Maria d'Agreda e la sua città mistica di Dio, in l'Univers ( 8 articoli, ivi $1858-59$ ).
Infine le vittoriose risposte ai conati di coloro che cercavano in Francia di impedire la definizione del dogma dell'infallibilità pontificia nel Concilio Vaticano: De la monarchie pontificale à propos du livre de mgr de Sura (Parigi 1870) e Défense de l'Eglise romaine, contre les accusations du p. Gratey (ivi 1870), che ebbe due edizioni durante il Concilio stesso; l'autore ebbe l'elogio dal papa Pio IX nel breve Dolendum profecto est del 12 marzo 1870.
Subito dopo la morte di dom G. il papa Pio IX espresse il suo rammarico, elogiando il defunto il quale vaveva speso tutti gli anni della sua lunga vita a difendere coraggiosamente, con pubblicazioni di grande valore, la dottrina della Chiesa e le prerogative del Romano Pontefice» (breve Ecclesiasticis viris, del 19 marzo 1875).
Bibl.: Bibliographie des Bénédictins de la Congrégation de France, 2* ed., Parigi 1906, pp. 33-71, 163-67; [O. P. Delattre], Dom G. abbé de Solesmes par un Moine bénédictin de la Congrégation de France, 2 voll., ivi 1909-10; F. Cabrol, x. v. in DACL. VI, II, coll. 1875-79; N. Rousseau, L'école gregorienne de Solesmes, 1833-1910, Parigi-Tournai 1910. Agostino Genestot
GUERCINO, Giovan Francesco Barbieri, detto il. - Pittore, n. a Cento l'8 febbr. 1591, m. a Bologna il 22 dic. 1666; venne detto il G. per la perdita dell'occhio destro, subita in tenerissima età. Cresciuto ed affermatosi nell'ambiente bolognese, fu il più robusto e dotato fra i maestri di quella scuola ed uno degli esponenti maggiori della pittura secentesca nella penisola. Suo maestro nell'adolescenza
fu Benedetto Gennari sehiore, modesto seguace dei Carracci; ma sui vent'anni, stabilitosi a Bologna, fu attratto dalle opere di costoro, specie di Ludovico.
Appartengono al periodo $1615-17$ alcune sue decorazioni murali, eseguite nella casa Pannini di Cento e ora presso il marchese Del Turco a Bologna; in esse si rivelano sorprendenti qualità di realismo paesistico e rusticano, ma solo nel 1620 l'artista inizia la sua più felice e caratteristica maniera con l'originale S. Guglielmo d'Aquitania (Pinacotece di Bologna), ricco di partiti chiaroscurali mossi e vellulati e di calde tonalità avorio e brune. Negli anni successivi egli è a Roma, dove assorbe le idealità classiciste diffuse in quell'ambiente, ma traendo anche partito dai modi post-coravaggeschi. Più che la monumentale, ma un po' forzata tela del Seppellimento di s. Petronilla (1621) nella Galleria Capitolina, risulta memorabile la decorazione fantasiosamente romantica dell'Aurora, affrescata nel casino di Villa Ludovisi e in cui si risentono echi del Dossi. Ritornato a Cento nel 1623, vi rimase fino al 1648 , ma nel 1626 era a Piacenza per affrescare la cupola di quel Duomo. Durante il secondo periodo centese egli produsse con infaticabile vena opere d'ogni soggetto, ma non sempre persuasive, specie le sole di vaste dimensioni. Uno dei suoi capolavori di quel periodo è il S. Bruno ai piedi della Vergine (Pinacoteca di Ferrara), dalla straordinaria potenza plastica e luministica, che quasi ricorda gli Spagnuoli, anche nei tipi. Trasferitosi a Bologna nel 1642 , si mise a percorrere la strada già battuta dal Reni, smarrendo le native qualità di forma e di contenuto icastico. Di lui è rimasto anche un ingente numero di disegni e schizzi, a matita, a sanguigna e a penna, fra i quali si annoverano autentici gioielli di immediatezza espressiva. Dei suoi allievi, oltre i nipoti Gennari, merite menzione particolare il fratello Paolo Antonio (n. a Cento nel 1603 e m. a Bologna nel 1649), ottimo autore di nature morte. - Vedi tav. LXXXVII.
BibL.: C. Malvasio, Felsina pittsice, II, Bologna 1841, p. 257 sgg.; A. Bolognini Amorini, Vita di F. B. detto il G., Roma 1915; M. Marangoni, Il G., Firenze 1920; id., Il vero G., in Dedalo, I (1920-21), pp. 21-40 e 133-45; R. Buscaroli, Il gusto paesistico del G., in Il comune di Bologna, 3 (1933), pp. 41 30; M. Pota, G. e il clasticismo del '600, in La vaterga d'Italia, 4 (1949), pp. 335-40. Alberto Neppi
GUÉrIN, Anne - Thérèse. - In religione madre Théodore, n. a Etables il 2 ott. 1798, m. a Ste-Marie des Bois (Indiana, U.S.A.), il 14 maggio 1856.
Chiamata allo stato religioso, soffri opposizioni e contrarietà, e solo nel 1823 poté raggiungere a RuillésurLoire le Suore della Provvidenza. Nel 1840, su richiesta del vescovo di Vincennes, andò in America con cinque religiose e vi aprì scuole ed orfanotrofi. Aumentato il numero delle suore e delle case, l'Istituto acquistò fisionomia giuridica propria. La G. trasciò un ardito programma educativo, facendo centro della sua attività la formazione delle maestre cattoliche. E stata introdotta presso la S . Congregazione dei Riti la causa della sua beatificazione.
Bibl.: M. Borromeo Brown, The history of Sisters of Providence of St. Mary of the Woods, 2 voll., Nuovo York 1949. Silverio Mattei
GUÉrIN, Charles. - Poeta francese, n. a Lunéville il 29 dic. 1873 , ivi m. il 17 marzo 1907.
Le prime raccolte di versi Fleurs de neige (1893); Joies grises (1894); Le sang des crépuscules (1895) risentono l'influenza del simbolismo. La sua personalità si affettea con Le coeur solitaire (1898), Le seneur de cendres (1901), L'homme intérieur (1905), opere che rivelano i più intimi sentimenti e il lungo travaglio dell'animo, che lo elevò dallo scetticismo alla fede.
Bibl.: D. Valeri, Poeti francesi contemporanei: C. G., in Nuova ant., 184 (1916), pp. 280-90; H. Bordeaux, Portraits d'hanoises, I, Parigi 1924, pp. 283-95; J. Nanteuil, Le drame intérieur de C. G., in L'inquiétude religieuse et les poètes d'aujourd'hui, ivi 1925, pp. 119-67; F. Gregh, Portrait de la poésie moderne. De Rimbaud à Valéry, ivi 1930, pp. 217-25. Elena Bosticco
GUÉrIN, Eugénie de. - Scrittrice, n. nel castello di Cayla presso Albi, in Francia, nel 1805, m. ivi nel 1848. Con il suo consiglio, guidò il fratello
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poeta Maurice, più giovane di lei (1810-39), di cui si sforzò di salvare l'anima e la cui morte prematura le causò un estremo dolore, di cui trionfó solo con il fervore della sua fede cattolica.
Lasciò un fournal e delle Lettres che i suoi intimi, Trébutien e Barbey d'Aurevilly, pubblicarono nel 1855; furono ristampati nel 1862 e poi spessissimo con il titolo : E. de G., fournal et lettres. Difficilmente si troverebbe un libro di memorie più bello ed edificante. Uguaglia il Centaure, la Bacchante, e il fournal de Maurice del fratello per la ricchezza dello stile; ma è superiore per l'elevatezza del pensiero, fondato sulla dottrina di s. Paolo, s. Agostino, Bossuet et Fénelon.
Bias.: V. Giraud, La vie chrétienne d'E. de G., Parigi 1928; E. Barthès, E. de G. d'après des documents inédits, ivi 1929; id., Lettres d'E. de G. à son frère Maurice, ivi 1929. Germano Liévin
GUÉrIN, Georges-Pierre-Maurice de. - Poeta, n. il 5 ag. 1810 nel castello di Cayla (Linguadoca), ivi m. il 19 luglio 1839. Dopo gli anni dell'infanzia solitari, confortati dall'amore per la natura e dalla comunione con la sorella Eugénie, fu avviato alla carriera ecclesiastica nel Seminario di Tolosa, ma non vi durò. A Parigi si rivelarono sempre più le sue tendenze letterarie, ma l'eccessiva sensibilità non ordinata in un carattere, fece di lui un uomo tormentato e un artista che raramente raggiunse la pienezza espressiva.
Avvicinatosi al Lamennais, fece parte del gruppo de "L'avenir", tentando di calmare nell'ideale di rinnovamento religioso la sua inquietudine; ma dal maestro si staccò dopo il soggiorno alla Chénale (Bretagna) del 1832 , e attraversò una più violenta crisi conclusasi con l'amicizia di Barbey d'Aurevilly e la composizione del poema Le Centaure, pubblicato postumo da George Sand nel 1840. In esso Macareo racconta a Melampo la sua vita, in cui la giovinezza, esultante di vitalità, anela al congiungimento con la natura; la maturità si equilibra nella saggezza e nella meditazione, la vecchiaia attende il ritorno nel gran tutto. L'arte vi si risolve spesso in musica, dal romanticismo trapassando al simbolismo e al decandentismo.
Dopo aver scritto l'oscura e incompiuta Bacchante e affidata al fournal la sua autobiografia spirituale, morì nel seno della Chiesa, verso la quale non aveva mai avuto rapporti definiti, anche a causa dell'impossibilità di conciliare le sue tendenze panteistiche con la concezione trascendentale cristiana.
Bias.: H. Talvort-J. Place. Bibliographie des auteurs modernes de langue frangare, VI, Parigi 1941, pp. 333-46. Cf. inoltre: P. Treves, Biografia di un poeta, Torino 1937; D. Valeri, Saggi e note di lett. franc. moderna, Firenze 1941, pp. 9-47; E. Henriot, Poètes français. De Lamartine à Valéry, Lione 1946, pp. 123-37. Maria Luisa Rondini
GUÉrIN, Paul. - Agiografo e teologo francese del sec. xix, n. a Buzançais nel 1850, m. a Chateaunoux il 23 giugno 1908. Insegnò filosofia (1855-63) nel Collegio di St-Dizier e tradusse in francese il Paradiso perduto di Milton (Parigi 1857).
Pubblicò veri studi storico-teologici, come Catéchisme politique (2 voll., Parigi 1889); Conciles généraux et particuliers (3 voll., Bar-le-Duc 1868-69); Concile oecuménique du Vatican (ivi 1871). Ma è noto particolarmente per una serie di pubblicazioni agiografiche per le quali si giovò di lavori precedenti e che, pur avendo scorso valore scientifico, furono largamente diffuse e contribuirono alla divulgazione delle conoscenze agiografiche. Notevoli, tra tutte: Les petits Bollandistes (17 vol., 17 odd. tra il 1858 e il 1882 a Bar-le-Duc); Le palmier séraphique ou vie des saints et des hommes et femmes illustres des Ordres de et François (12 voll., ivi 1872-74). Alla cultura generale del popolo contribuì con l'enciclopedia Dictionnaire des dictionnaires ( 6 voll., Parigi 1886-89) e con il Nouveau dictionnaire universel illustré (Tours 1892).
Bias.: anon., s. v. in Dictionnaire des dictionnaires, IV, 449. Recensione di Les Petits Bollandistes, in Civ. Catt., 1879, iv, p. 691 agg.
Stanislao Majarelli
GUÉrIN, Victor-René. - Palestinologo, n. a Parigi il 15 sett. 1821, m. a La Tour (Senna e Marna) il 21 sett. 1890.
Fu professore in diverse città (1843-52, 1855, 1859), studente alla scuola francese di Atene (1853), ma soprattutto esploratore. In venticinque anni fece sette viaggi in Terra Santa (1854, 1863, 1870, 1873, 1882, 1884 e 1888); altri nelle isole greche ( 1854 ), in Egitto ed in Nubia (1857, 1886), nella reggenza di Tunisi (1860, 1885), in Tripolitania ed a Malta (1885).
Pubblicò: De ora Palestinae a promontorio Carmelo usque ad urbem I