no del massimo sforzo degli Imperi centrali, la rotta di Caporetto costrinse l'esercito italiano a ritirarsi sulla linea del Piave, donde riprese vittoriosamente l'offensiva nell'ott. 1918 e sgominò il nemico costringendolo a chiedere l'armistizio (4 nov.). Il 1917 fu, come già si è detto, l'anno del massimo sforzo da parte degli Imperi centrali. La guerra sottomarina senza discriminazioni decisa dalla Germania nel febbr. 1917, sia per combattere efficacemente il pericolo rappresentato dal rigido blocco navale alleato, sia per impedire il decisivo apporto dei rifornimenti e delle truppe statunitense alle potenze dell'Intesa, per poco non raggiunse lo scopo prefisso, e solo l'istituzione dei convogli salvò l'Inghilterra e la Francia dalla disfatta. La caduta del regime zarista e l'avvento del bolscevismo in Russia, che firmò con le Potenze centrali l'armistizio di Brest-Litovsk ( 15 dic. 1917), permise all'alto comando tedesco lo spostamento di ragguardevoli forze sul fronte occidentale, ma dinanzi al progressivo aumento del potenziale bellico alleato anche la Germania, esaurita dalla lunga lotta e ridotta agli estremi dal blocco navale, fu costretta l'11 nov. 1918 a firmare l'armistizio. Alla g. m. posero fine i Trattati di Versailles ( 18 giugno 1919, con la Germania), di St-Germain ( 10 sett. 1919, con l'Austria), di Neuilly (27 nov. 1919, con la Bulgaria), di Trianon (4 giugno 1920, con l'Ungheria), di Sèvres (1 ag. 1920, con la Turchia). La nuova Europa differì profondamente da quella dell'anteguerra. La monarchia asburgica si sfasciò e nuovi Stati sorsero dalle sue disperse membra : l'Austria, l'Ungheria, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia. La Germania divenne una repubblica. La Russia, pure essa repubblica, perse i suoi territori polacchi che insieme a quelli già detenuti dalla Germania e dall'Austria-Ungheria costituirono la nuova Repubblica di Polonia. Anche la Finlandia, l'Estonia, la Lituania e la Lettonia divennero Stati indipendenti.
Lo scoppio della g. m. influí perniciosamente sull'animo e sul fisico del quasi ottantenne pontefice Pio X si da cagionarne meno di un mese dopo la morte. Il nuovo papa Benedetto XV, fin dalla sua prima enciclica ( $1^{\circ}$ nov. 1914) si rivolse a tutto il mondo, invocando la cessazione delle ostilità ed il ritorno della pace : «la fine dell'attuale disastrosissima guerra " è il primo dei suoi pensieri, fine
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necessario "per il bene della società, affinché, ottenuta che sia la pace, progredisca veramente in ogni ramo del progresso " e "per il bene della Chiesa di Gesù Cristo, affinché, non rattenuta da ulteriori impedimenti, continui fin nelle più remote contrade della terra ad apportare agli uomini conforto e salute». Dal principio alla fine del conflitto il Pontefice si mantenne rigorosamente fedele a questo programma di pace, enunciato poche settimane dopo la sua elevazione alla tiara. Padre di tutti i cattolici, si tenne sempre al di sopra della mischia e non appoggiò né l'una né l'altra delle due parti in conflitto: la prova evidente di questa assoluta imparzialità è data dal fatto di essere stato egli accusato dai due gruppi belligeranti di favorire il nemico; per Clemenceau, Benedetto XV era le Pope boche, per Ludendorff il "Papa francese». L'attività del Pontefice, limitatasi nei primi anni del conflitto a manifestazioni morali di deplorazione e ad esortazioni, scaturì nel 1917 in un vero e proprio tentativo di mediazione tra le due parti. Il momento era particolarmente adatto, poiché tanto l'Intesa quanto gli Imperi centrali cominciarono ad essere stanchi del conflitto e non erano alieni dal considerare attentamente eventuali proposte di pace. La S. Sede sottopose pertanto il 24 luglio 1917 all'attenzione del governo tedesco un suo progetto di pace, che poteva servire quale base di discussione per ulteriori trattative tra i belligeranti. Il nunzio e Monaco, Pacelli, recatosi appositamente a Berlino per comunicare la proposta pontificia e per sollecitare una positiva risposta, non ottenne purtroppo dal cancellare Michaelis che assicurazioni vaghe di una attenta presa in considerazione. Dopo aver atteso inutilmente la presa di posizione germanica, il Pontefice decise di trasmettere a tutti indistintamente i capi di Stato delle potenze in guerra i punti della mediazione. In questo appello alla pace del $1^{\circ}$ ag. 1917, trasmesso in forma di nota diplomatica segreta non prima del 14 dello stesso mese, appunto perché il Pontefice era in attesa della risposta tedesca, si sosteneva in primo luogo la necessità che sottentrasse "alla forza materiale delle armi le forza morale del diritto", che si desse luogo ad una "diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti " e si creasse "in sostituzione delle armi, l'istituto dell'arbitrato con la sua alta funzione pacificatrice». Seguiva quindi l'alfermazione della libertà dei mari e la richiesta di reciproco sgombero dei territori occupati. Questi i capisaldi del messaggio papale. Ma né le Potenze centrali, né l'Intesa approvarono tale base di discussione. La Germania non voleva rinunciare al Belgio; gli alleati accusarono il Papa di favorire i loro nemici con questa "pace bianca" senza vinti né vincitori, senza che venisse inflitta una pena alla Germania che per bocca del suo Cancelliere al momento di invadere il Belgio aveva dichiarato che la necessità non conosce legge e che i trattati erano pezzi di carta. Accanto a questa persistente opera di pacificazione che trovò la sua più alta espressione nell'offerta di mediazione ai belligeranti, Benedetto XV si prodigò senza limiti a favore dei prigionieri di guerra, delle popolazioni dei territori occupati ed in genere di tutti coloro che dell'immane conflitto furono le vittime più provate. L'attività delle missioni subì un duro colpo d'arresto. Soprattutto nelle colonie tedesche la guerra inflisse danni rilevanti, sia materiali sia spirituali, all'opera di evangelizzazione tra gli indigeni. Anche le missioni situate nei possedimenti delle potenze dell'Intesa risentirono della guerra e molti sacerdoti dovettero abbandonare le loro stazioni, costretti a tornare in patria onde prestare il servizio militare o internati perché di nazionalità nemica. Così la Chiesa, che mai desistette dal deprecare questo delitto commesso contro l'umanità, ne subì le più dure conseguenze: edifici di culto distrutti, clero disperso, missioni abbandonate, questa la triste condizione di buona parte del mondo cattolico al termine della i g. m.
Bim.: Sulla 1 g. m. con abbondante bibl., cf. P. Renouvin, La crise européenne et la Grande guerre (Poupier et civilisations, 19), Parigi 1934 e P. Renouvin-E. Preclin-G. Hardy, L'époque contemporaine. II. La paix armée et la grande guerre (1871-1919), $2^{\circ}$ ed., ivi 1947, p. 340 sgg. Sulla responsabilità della guerra cf. da parte tedesca B. Schwertfeger, Der Weltkrieg der Dokumente,
Berlino 1929. Una storia militare della 1 g . m. in italiano è quella di A. Tozzi, Storia della g. m., 2 voll., Milano 1938. Sull'attività della S. Sede, oltre agli AAS degli anni corrispondenti, cf. E. Vercesi, Il Votirano, l'Itolia e la guerra, Milano 1923; F. v. Lama, Die Friedensermittlung Pupet Senedile XV, und ihre Vereitlung durch den deutschen Reichsluwaler Michaelis, Monaco 1932; J. Schmidlin, Pupetgeselitibte der newsten Zeit, III, ivi 1936, soprattutto p. 193 sgg. ed in genere le opere citate nella bibl. di benedetto xv.
Silvio Furlani
GUERRA MONDIALE, II. - Il $1^{\circ}$ sett. 1939 la Germania attaccò la Polonia: questa la data d'inizio del secondo conflitto mondiale. Intervennero subito a fianco della potenza aggredita la Francia e l'Inghilterra: l'Italia e la Russia, rispettivamente legate alla Germania con il cosiddetto Patto d'acciaio e con un trattato di non aggressione, non si mossero. L'esercito tedesco, occupata con una fulminea campagna la Polonia fino alla Vistola ed al San, mantenendosi inattivo durante l'inverno successivo, riprese l'offensiva nella primavera 1940, ed occupò la Danimarca, la Norvegia, il Belgio, l'Olanda, il Lussemburgo e la Francia.
Dopo la capitolazione dell'esercito francese (armistizio di Compiègne, 21 giugno 1940) e l'intervento delI'Italia a fianco della Germania ( 10 giugno 1940) l'iniziativa militare tedesca si infranse contro la resistenza dell'Impero inglese. Nel 1941 le Potenze dell'Asse occuparono la Jugoslavia e la Grecia e dichiararono nel giugno dello stesso anno, appoggiate dalla Finlandia, dall'Ungheria e dalla Romania, la guerra alla Russia. Nel dic. 1941 anche il Giappone, alleato della Germania e dell'Italia, intervenne in Asia contro gli Stati Uniti (che allora entrarono in guerra) e contro le Potenze democratiche ed occupò le Filippine, l'Indonesia, l'Indocina, la Penisola di Malacca e la Birmania. Fallito nel 1942 l'attacco tedesco contro la Russia, gli avversari dell'Asse passarono alla riscossa: le battaglie di el-Alamein (ott. 1942) in Egitto, e di Stalingrado ( 28 luglio 1942-1 febbr. 1943) in Russia costituiscono l'inizio di questa nuova fase del conflitto. Gli sbarchi in Africa settentrionale, in Sicilia, nella Penisola italiana (luglio-sett. 1943), in Francia (giugno 1944) e le offensive russe del 1944 e 1945 , nonché il sistematico bombardamento dei centri industriali nemici da parte dell'aviazione alleata, decisero la sorte della II g. m. Anche la Germania (l'Italia aveva già firmato l'armistizio l'8 sett. 1943) fu costretta a capitolare incondizionatamente l'8 maggio 1943. In Estremo Oriente la guerra contro il Giappone si protrasse fino all'ag. dello stesso anno.
Alla notizia della denuncia da parte tedesca ( 28 apr. 1939) dei Trattati con la Polonia e con la Gran Bretagna, la S. Sede iniziò una febbrile attività diplomatica presso le varie capitali europee nell'intento di convincere le Potenze interessate a risolvere di comune accordo i punti controversi ed a rinunciare al flagello di un nuovo conflitto mondiale. I tentativi di mediazione di Pio XII incontrarono tuttavia l'intransigenza della Germania e della Polonia, la prima decisa a tutti i costi a scatenare il conflitto se non avesse ottenuto soddisfazione nella questione di Danzica, la seconda del pari nolente a fare qualsiasi concessione all'altra parte. Caddero così nel vuoto le parole pronunciate dal Pontefice nel suo radiomessaggio del 24 ag. 1939: «E con la forza della ragione, non con quella delle armi, che la giustizia si fa strada. E gl'Imperi non fondati sulla giustizia non sono benedetti da Dio. La politica emancipata dalla morale tradisce quegli stessi che così vogliono..... Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare. Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo». Ogni esortazione fu vana. Scop-
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piata la guerra, la S. Sede istituì subito un ufficio informazioni sui prigionieri di guerra e richiese ai rispettivi governi la trasmissione delle liste dei prigionieri. Solo la Germania, allcgando il fatto che tali liste già venivano comunicate alla Croce Rossa Internazionale di Ginevra, non accolse tale richiesta. E questo uno dei tanti indizi della politica non favorevole alla S. Sede svolta dal governo del III Reich. Tra la concezione nazionalsocialista e quella cattolica v'era un contrasto insanabile di principi, contrasto che durante il conflitto si acuì di giorno in giorno. L'aver abbandonato la legge della verità e dell'amore di Gesù Cristo, l'averle preferito l'agnosticismo religioso e morale, non solo in Germania ma in tutto il mondo, queste furono le cause morali dello scoppio del nuovo conflitto, analizzate da Pio XII nella sua prima encicl. Summi pontificatus del 20 ott. 1939. La S. Sede, impossibilitata a far cessare la carneficina, cercò tuttavia di alleviare in qualche modo la sorte dei popoli e dei singoli particolarmente colpiti. L'assistenza spirituale e materiale (invio di viveri e di medicinali) non conobbe remore. Il compito fu particolarmente difficile, perché, come disse il Papa in una allocuzione del a giugno 1942 al S. Collegio, "il prolungarsi del conflitto armato, il crescere febbrile degli ordigni di guerra, il progressivo inasprirsi dei metodi bellici, fanno si che la missione soprannaturale e pacificatrice della Chiesa trovi contro di sé urti, difficoltà e misconoscimenti, ignoti e insospettati in tale misura ai passati tempi, e che diventano pericoli per lei e per l'opera sua». Sebbene le relazioni con la Germania hitleriana diventassero di giorno in giorno più difficili per le evidenti misure di ostilità verso la Chiesa cattolica, attuate sotto il pretesto dello stato di guerra, la S. Sede non desistette mai dal suo atteggiamento strettamente neutrale. Sollecito in primo luogo della sua missione di carità, Pio XII accolse benevolmente la notizia dell'arrivo di un inviato personale del Presidente degli Stati Uniti presso il Vaticano "per favorire e per dirigere i nostri sforzi comuni per la pace e per la consolazione degli afflitti" (lettera del presidente F. D. Roosevelt a Pio XII, 23 dic. 1939). La neutralità più stretta non escludeva tuttavia la fedeltà alle dottrine della Chiesa e del cattolicesimo e nel corso del conflitto il Pontefice mai si astenne dal condannare certe concezioni politiche contrarie a questi dettami. L'armistizio italiano dell's sott. 1943 e la successiva occupazione germanica di Roma non modificarono lo status internazionale della Città del Vaticano. I Tedeschi la rispettarono come la rispettarono dopo gli Alleati. Profughi politici vi trovarono sicuro rifugio, anche se nella notte tra il 3 ed il 4 febbr. 1944 reparti della Repubblica di Salò penetrarono di viva forza negli edifici della basilica di S. Paolo e violarono i diritti di extraterritorialità garantiti dal Trattato del Laterano. Fu questo un fatto isolato, come isolato rimase il lancio di bombe, effettuato da un aereo il 3 marzo 1944 su zone limitrofe alla Città del Vaticano. Si intensificò intanto sempre di più l'azione caritativa della S. Sede mediante l'istituzione della Pontificia Commissione di Assistenza, che estese la sua attività indistintamente a tutte le categorie di indigenti vittime della guerra. Come durante la I g. m . anche in questo conflitto le missioni furono particolarmente provate, soprattutto quelle dell'Asia orientale.
La fine del conflitto lasciò dietro di sé un immenso campo di rovine. Rovine spirituali e materiali, che de-
nudarono in tutta la sua crudezza la profonda crisi della società umana: il mondo in attesa di una renovatio economica e sociale, che senza un risorgimento spirituale e religioso rimane un flatus vocis; l'uomo posto ad un bivio tra lo spirito e la materia, tra la coscienza di se stesso e la dispersione del proprio io nell'amorfismo della massa. Questa la crisi attuale della civiltà, potentemente configurata da p. Delp nella notte di Capodanno del 1944, mentre in attesa della morte si trovava rinchiuso nelle carceri naziste. Ed alla fine della 11 g . m. la missione della Chiesa è quella indicata da p. Delp: risolvere i problemi dell'uomo concretamente, aiutare l'umanità tutta a ritrovare la via indicata dal Cristo.
Bial.: Sulla storia militare cf. L. M. Chassin, Histoire militaire de la secande guerre mondiale, Parigi 1947, e gli altri volumi della Collection de mémoires, études et documents pour servir à l'histoire de la guerre; in italiano cf. A.Tosti, Storia della seconda g. m., Milano-Roma 1948. Per informazioni di carattere bibliografico si cf. L. Susani-V. Longo, Saggio bibliografico sulla seconda g. m., Roma 1940, la bibl. in calce alla voce G.m. secondo, in Enc. Ital., Appendice II, I, p. 1169 e M. Toscano, Fonti documentarie e memorialistiche per la storia diplomatica della seconda g. m., in Rivista storica italiana, 60 (1948), pp. 83-126. Sulla politica della grandi Potenza si veda la sintesi di M. Mourin, Histoire des Grandes puissances du Traité de Versailles aux Traités de Paris 1919-17, Parigi 1947. Sull'attività della S. Sede, oltre agli AAS dal 1939 al 1943, cf. la pubblicazione annua non ufficiale L'attivitá della S. Sede, storianta dalla Tipografia Poliglotta Vaticana; C. Cianfarra, La guerre et le Vatican, trad. dall'inglese, Parigi 1946; M. Maccarrone, Il nazionalismo e la S. Sede, Roma 1947: La corrispondenza fra il presidente Roosevelt e papa Pio XII durante la guerra, Milano 1948.
Silvio Furlani
GUERRAZZI, Francesco Domenico. - Scrittore e uomo politico, n. a Livorno il 12 ag. 1804, m. a Cecina (Livorno) il 23 nov. 1873. Turbolento e ostinato fin da ragazzo, mentre, a Pisa, attendeva alla giurisprudenza, partecipò a tumulti in parte politici e fu sospeso dagli studi per un anno. Nel 1821 vi conobbe il Byron, che diventò il suo modello, e alla cui memoria s'ispirò per le Stanze, suo esordio letterario (Livorno 1825).
Dopo aver collaborato all'Indicatore livornese e sofferto ripetutamente il carcere per motivi politici, venne eletto deputato e dal Montanelli chiamato a Firenze (1848) come ministro degli Interni. L'8 febbr. 1849, fuggito il granduca, fu triumviro con il Montanelli e il Mazzoni. Prese provvedimenti violenti con l'aiuto di bande livornesi, ch'egli poi disse di non aver potuto dominare, e si oppose all'unione della Toscana con Roma. Dopo il 12 apr. (restaurazione granducale), non volle lasciare Firenze; fu quindi arrestato e condannato a 15 anni di ergastolo, commutati nell'esilio in Corsica (1853). Di qui fuggì nel 1857 a Genova dove rimase fino al '62.
Eletto deputato al Parlamento subalpino fu accessamente anticlericale e repubblicano. Nel 1870, non rieletto, si ritirò a Livorno e poi nella sua villa di Cecina.
Esordì con tragedie di scarso successo: grande rumore invece suscitarono i romanzi storici, di intenti patriottici, in cui romanticamente si mescola il terribile e il grottesco, con stile declamatorio pieno di apostrofi, e con andamento di prosa poetica in evidente dipendenza dai modelli byroniani: La battaglia di Benevento (1827), L'assedio di Firenze (1836), F'eronica Cybo (1839), Isabella Orsini (1844), Il Marchese di S. Prassede (1853), Beatrice Cenci (1854), Pasquale Ponli (1860). La storia vi è spesso deformata da intenti pratici, calvolta anche a scopo violentemente anticlericale.
Romanzi di costume, di tono più moderato e umoristico, ma pur gravati di lunghe disquisizioni sono: Il buco nel muro (1862) e Il secolo che muore (pubblicato postumo nel 1885); opere satiriche: La serpirina (1847), I nuovi tartufi (1847), L'asino (1857). Importanti i vari scritti autobiografici e l'epistolario raccolto dal Carducci (Livorno 1880-82). Sono all'indice: L'assedio di Firenze (decr. 14 febbr. 1837), Isabella Orsini (decr. 8 ag. 1844) e Beatrice Cenci (decr. 14 dic. 1854).
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Bıbl.: R. Guastalla, La vita e le opere di F. D. G., Rocca S. Casciano 1903 (il solo I vol. sulla vita); G. Busolli, F. D. G., Parma 1912; F. Martini, Due dell'Estrema : il G. e Brafferio, Firenze 1920; F. D. G. Studi e documenti, ivi 1924 (volume collettaneo a cura del Comitiro toscano per la storia del Risorgimento); A. Luzio, in Profili biografici, ecc., I. Milano 1927, pp. 394-401; P. Miniati, F. D. G. (guida bibliografica), Roma 1927; B. Croce, in Lett. d. nomia Italia, I, $3^{\circ}$ ed., Bari 1929, pp. 27-44; G. Papini, Uno del '42; G., in Il sec. XIX muaco, 8 apr. 1948.
Fausto Montanari
GUERRE DI SUCCESSIONE. - Coi nome di g. di s. s'intendono le tre guerre, che concernono la Spagna, la Polonia e l'Austria ed ebbero luogo nella prima metà del sec. xvili, conchiudendosi con la pace di Aquisgrana nel 1748.
Carlo II, re di Spagna, alla vigilia della sua morte, reagì ai piani di spartizione formulati dalle Potenze, nominando erede Filippo d'Angiò, nipote di Luigi XIV. Questi, che aveva veduto i suoi disegni egemonici frustrati dalla Pace di Rijswick e spiava un'occasione di riscossa, accettò il testamento, e poiché assicurò Inghilterra e Olanda che il nuovo sovrano non avrebbe mai riunito in sé le due corone, Filippo V poté salire sul trono senza opposizioni (1701). Ma quando, poco dopo, Luigi XIV confermò il diritto di Filippo alla successione francese, e riconobbe Giacomo Stuart come principe di Galles (erede della corona inglese), Guglielmo III rinnovò la Lega di Augustae Carlo, figlio dell'Imperatore, fu contrapposto a Filippo e riusci anche per breve tempo a insediarsi a Madrid. Clemente XI aveva offerto la sua mediazione e, riprendendo un disegno di Innocenzo XII, aveva inutilmente proposto di costituire una lega degli Stati italiani a difesa della loro neutralità. Falliti questi tentativi, cercò di temporeggiare, ma la sua condizione era delle più difficili, perché il Regno di Napoli, dominio spagnolo, era un feudo della Chiesa. D'altra parte Clemente XI era in dissidio con l'Imperatore, anche perché questi aveva concesso il titolo regio a Federico di Brandeburgo. E il contrasto divenne più acuto quando il Papa si dichiarò per la Francia, mentre il suo riconoscimento del pretendente Stuart aggravava le difficoltà dei cattolici inglesi. Esito negativo ebbero le iniziative papali per un compromesso, anche con Giuseppe I, successo nel 1705 a Leopoldo. Nel 1706, dopo le sconfitte degli eserciti franco-ispani, e dopo che la flotta inglese, entrata nel Mediterraneo, s'impadroni di Gibilterra e di Minorca, l'Imperatore prese un atteggiamento ancor più ostile verso la S. Sede : le sue truppe penetrarono nel territorio pontificio e vollero libero passaggio per muovere contro Napoli; nel 1708 occuparono Comacchio e le sue saline. Alle proteste del Papa, Giuseppe rispose con la guerra; e poiché nessun aiuto gli venne dalla Francia, il Papa fu costretto alla pace, e s'impegnò a disarmare e a riconoscere, in un articolo segreto, Carlo III come re di Spagna. Le sconfitte che misero in estremo pericolo le sorti della Francia lo indussero a pubblicare tale riconoscimento. Ma una vigorosa ripresa francese ristabilì l'equilibrio militare e Filippo V, vittorioso in Spagna, si consolidò sul trono. La situazione subì un mutamento decisivo per la morte di Giuseppe I (1711). Eletto a succedergli Carlo (Carlo VI), le Potenze preferirono concludere la pace, per non favorire la riunione nella stessa persona delle corone imperiale e spagnola. Con le Paci di Utrecht e di Rastadt fu riconosciuto Filippo V, ma l'Austria ebbe i Paesi Bassi, Milano, Napoli e la Sardegna, mentre la Sicilia fu data a Vittorio Amedeo II. L'Inghilterra ottenne la Baia di Hudson e Terranova, Gibilterra e Minorca. La Francia dovette riconoscere la dinastia protestante inglese. I diritti di sovranità della S. Sede su Napoli furono del tutto trascurati. Il Papa riuscì solo ad ottenere la conservazione della clausola di Rijswick, che tutelava i cattolici dei territori ceduti. Anche dopo il fallito tentativo di rivincita dell'Alberoni, l'assegnazione di Parma a Carlo di Borbone e la cessione della Sardegna al Piemonte, in cambio della Sicilia data all'Austria, avvennero senza che il Papa fosse neppure interpellato. Con la g. di s. spagnola gli Asburgo si sostituivano nella supremazia continentale alla Francia, la quale conservava
gli acquisti del Richelicu e del Mazzarino (Franca Contea, Alsazia e Fiandra francese) ma usciva dal conflitto esausta e vedeva definitivamente cadute le sue aspirazioni egemoniche, mentre l'Inghilterra ampliava i suoi domini coloniali e metteva piede nel Mediterraneo.
Il delinearsi di una supremazia asburgica determinò una reazione nella successiva g. di s. palacca. Nel 1733, essendo morto Augusto II di Polonia, Austria e Russia sostennero i diritti di Augusto III, mentre Francia e Svezia appoggiavano Stanislao Leszczyniski, suocero di Luigi XV. Prevalsero in Polonia gli Austro-russi, ma nell'occidente i Francesi : Carlo Emanuele III loro alleato occupò la Lombardia, mentre Carlo di Borbone conquistava Napoli. L'Inghilterra, assorbita da questioni interne, non intervenne, ma lasciò piena libertà d'azione alla flotta francese nel Mediterraneo. Clemente XII aveva dapprima raccomandato Augusto III, poi, cedendo a pressioni francesi, si dichiarò per Stanislao. Nel 1734 Vienna, per procurarsi l'appoggio dei protestanti, lasciò cadere la clausola di Rijswick. Con la Pace di Vienna (1738) fu riconosciuto Augusto III. Stanislao ebbe la Lorena, Francesco Stefano di Lorena la Toscana, Carlo di Borbone Napoli e la Sicilia. L'Austria trovò un compenso nella restituzione della Lombardia, imposta a Carlo Emanuele III, e nella cessione di Parma. Il Papa concesse a Carlo di Borbone l'investitura del Regno di Napoli.
All'indebolimento dell'Austria corrispondeva naturalmente un risorgere della potenza borbonica. E quando nel 1740, alla morte di Carlo VI, Francia, Spagna e le corti borboniche d'Italia, contestando la successione di Maria Teresa, mossero guerra all'Austria, fiancheggiate da Federico II che aspirava alla Slesia, l'Inghilterra scese in campo a sostegno dell'Austria, e con essa Carlo Emanuele III che non perdonava alla Francia di averlo abbandonato nelle trattative per la Pace di Vienna. L'Austria fu invasa da Carlo Alberto di Baviera, che fu proclamato imperatore (Carlo VII), ma resistette e cedendo a Federico II la Slesia si liberò di un avversario. In Italia i Franco-ispani furono battuti. Nel 1744 Federico II riaprì le ostilità, mentre in Italia Carlo Emanuele III era costretto a ritirarsi in Piemonte per difendere il suo territorio invaso. Ma la coalizione si andò sgrctolando. Nel 1735 morì Carlo VII e fu eletto Francesco Stefano, che Federico II riconobbe. Nel 1746 morì Filippo V e il suo successore si ritirò dalla lotta. Nel 1747 i Francesi furono battuti dal Piemontesi all'Assiesta. Essi tuttavia prevalevano nei Paesi Bassi, ma quando l'Inghilterra riusci ad ottenere l'intervento della Russia, il governo di Parigi si indusse alla pace. Benedetto XIV aveva mantenuto un atteggiamento di rigida neutralità : quando l'Austria fu invasa aveva proposto la sua mediazione, ma rifiutando di farsi capo di una federazione italiana contro Francia e Spagna, aveva suscitato il risentimento di Vienna. Quando Carlo VII fu eletto lo riconobbe, ma quegli non ebbe per il Papa alcun riguardo, e lo Stato pontificio fu ancora una volta campo di battaglia fra Spagnoli e imperiali. Dopo la morte di Carlo VII, Benedetto riconobbe Francesco Stefano.
La Pace di Aquisgrana (1748) sanzionò la successione di Maria Teresa e l'elezione di Francesco. L'Austria cedette Parma a Filippo di Borbone: questo provocò una energica protesta del Papa, che invano chiese gli fosse riconosciuto il diritto di investitura, e poté solo ottenere che per il ducato non si ricorresse all'investitura imperiale.
Dalle g. di s. nessun vantaggio trassero la Francia e la Spagna. L'Austria affermò il suo predominio in Italia. L'Inghilterra, impedita la formazione di una egemonia continentale, consolidò il suo potere marittimo. Gravi conseguenze ebbero queste guerre per la S. Sede e per i cattolici. Costretto dalla mancanza di forze adeguate ad una neutralità che scontentava ambe le parti, il Papa non trovò alcun appoggio nelle corti cattoliche, solo preoccupate dei loro interessi dinanici. E mentre si consolidava la dinastia protestante in Inghilterra e si rafforzava la Prussia, anch'essa protestante, la Chiesa doveva prepararsi ad affrontare le costese giurisdizionali e gli attacchi del razionalismo illuministico.
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Bibl.: In generale : Pastor, XV e XVI, i, passim: A. Malet, Histoire diplomatique de l'Europe aux XVII et XVIII siecles, Parigi 1898; A. Huber, Österreich, Reichgeschichte, Vienna 1901; H. Bédarida, Parme dans la politique française au XVIII siecle, Parigi 1930. Per la g. di s. spagnola: C. von Noorden, Europäische Geschichte im XVIII. Jahrb. Der Spanische Erbfolgehring, Düsseldorf 1870-87; I. S. Corbett, England in the Mediterranean (1716-13), Londra 1917; C. Contessa, L'Alleanza di Vittorio Amedeo II con la casa d'Austria e con le Potenze marittime durante il secundo periodo della guerra in Italia per la successione di Spagna, Torino 1933. Per la g. di s. polacco: A. Vandel, Guerre de la succession de Pologne, in E. Lavisse-A. Rambaud, Le XVIII siecle, Parigi 1896, p. 119 sgg.; P. Muret, La prépondérance anglaise, $4^{\circ}$ ed., ivi 1942, v. indice. Per la g. di s. austriaca: H. Th. Heigel, Der österr. Erbfolgestreit u. die Kaiserwahl Karls VII., Nördlingen 1877; C. Grunhagen, Geschichte des ersten Schlesischen Krieges, Gotha 1881; H. Santai, Les préliminaires de la guerre de la succession d'Autriche, Parigi 1907; id., Les débuts de la guerre de la succession d'Autriche, ivi 1907; R. Coarr, Friedrich der Grosse, Stoccarda 1912, passim: E. Rota, Le origini del Risorgimento, Milano 1938, passim: G. P. Gooch, Frederick the Great, Nuova York 1947, passim: H. Hantsch, Die Geschichte Österreich, II, Graz-Vienna 1950.
Roberto Palmarocchi
GUERRICO d'Igny (di Tournai), beste. Scrittore ascetico e abate cistercense, n. a Tournai ca. il 1073, m. a Igny (diocesi di Reims) il 19 ag. 1157. Discepolo di Odone di Cambrai (v.) fu presto nominato canonico e «magister scholarum» di Tournai. Affascinato da un colloquio con s. Bernardo, ca. il 1125 divenne monaco a Chiaravalle, donde, nel 1138 , passò, per volontà del Santo, a Igny come abate. Il culto di G. fu approvato, nel 1899, dalla S. Congregazione dei Riti.
I suoi scritti esegatici (Postillae super Psalmos, Commentario in Mt., in Paul., in epistolas canonicas) sono perduti. Rimangono: De languore animae amantis, di scarso valore e i Sermones de tempore ( $\mathrm{PI}, \mathrm{I} 85,11-214$ ), cui è legata la fama di G. Redatti in un latino terso, soffusi di singolare dolcezza, pur svolgendo motivi mariani e cristologici cari a s. Bernardo, sono ricchi di vedute personali, degni veramente della lode del Mabillon: "bernardinia stilo et pietate affines, non minori reverentia legendi" (Pracfatio: PI, 185, 9).
Bibl.: P. L. Pichenard, Histoire de l'abbaye d'Igny, Reims 1889, passim: J. Bellier, Le bienheureux G., ivi 1890; M. Gatterer, Der Selige Guerricus, Abt von Igny, und seine Sermones, in Zeitschrift für hscholische Theologie, 19 (1895), pp. 35-90 (prezioso); D. De Wilde, De beato G. eiusque doctrina de formatione Christi in nubis, Westinulle 1935 (dotta monografia; a pp. 24-25 elenco dei manoscritti e delle edizioni dei Sermones; a pp. 189-96 nuova e più accurata edizione del De languore, basata sul Codex Du. mensis del sec. xir); J. de Ghellinck, L'essor de la littérature latine au XII e siecle, I, Bruxelles-Parigi 1946, pp. 189, 219; A. Pini lanti, Mater unitatis: de spirituali Virginis maternitate sec. nonnullus saec. XII scriptores, in Marianum, in (1949), pp. 423-39.
Antonio Piolanti
GUERRICO di Saint-Quentin (Flandrensis). Teologo domenicano, m. nel 1245. Già magister artium e dottore in medicina, G. si fece domenicano a Parigi nel 1225. Dopo i suoi studi di teologia, insegnò a Bologna e poi a Parigi, ove fu il quarto maestro in teologia del suo Ordine occupando la cattedra degli «esteri» a S. Giacomo (1233-42).
Scrisse Sermones, Quaestiones disputatae e quodlibetales, Postillae, Commentarii in diversi libri della S. Scrittura, elencati dal Glorieux e dal Henquinet. Fries identificò il Commento alle Sentenze nel cod. Vat. lat. 691, scritto dopo il 1220 .
Bibl.: Quétif-Echard, I, pp. 113-15; P. Glorieux, Répertoire des maîtres en théol. de Paris au XIII e siècle, I, Parigi 1923, pp. 34-38; P. M. Henquinet, Les écrits du fr. G. de S.-O. in Rech. de théol. anc. et méd., 4 (1934), pp. 184-214, 284-312, 394-410; A. Fries, De commentario G. de Sancto Quintino in libros Sententiarum, in Archim. Prair. Praed., 5 (1935), pp. 326-40.
Angelo Walz
GUEUX. - Nome col quale furono chiamati i ribelli al governo spagnolo nei Paesi Bassi, che riunitisi poi in un partito a carattere politico-religioso, contribuirono dapprima alla scissione delle Fiandre
e in seguito alla formazione dell'Olanda, quale Stato indipendente.
La sollevazione fu originata soprattutto dall'intolleranza religiosa di Filippo II, che continuava in tal modo l'azione già svolta dal padre Carlo V nei confronti dell'elemento protestante del paese, e dal sospetto dei Fiamminghi che il Re tendease, col suo atteggiamento assolutistico, alla distruzione della loro libertà politica e religiosa.
Rimasta senza esito ogni richiesta diretta ad ottenere una mitigazione di governo, i Fiamminghi insorsero e, riunitisi il 5 apr. 1566 nel cosiddetto "compromesso di Breda", stabilirono d'inviare alla corte di Bruxelles una delegazione composta di trecento nobili, guidata dai conti Luigi di Nassau ed Enrico di Brederode, la quale avrebbe dovuto richiedere alla reggente Margherita d'Austria, duchessa di Parma, che venisse abolita l'Inquisizione e che fossero temperati gli editti contro i protestanti.
Dal grido di "vive les G. ", che risuonò durante un banchetto attorno a cui si raccolsero i trecento delegati, intervenutivi in veste di pezzenti, il partito assunse appunto la denominazione di G. (pezzenti). Da altri tuttavia si vuole che tale appellativo abbia avuto origine dalle parole "Nessuna paura di questi pezzenti", pronunciate durante il ricevimento dei delegati dal conte di Berlaymont, per rassicurare la duchessa.
La compattezza del partito, che riuniva in sé sia cattolici che protestanti, doveva comunque durare poco tempo, perché i cattolici si staccarono dai protestanti, allorché questi, l'ir ag., si abbandonarono al saccheggio delle chiese cattoliche. A sedare la rivolta Filippo II inviò nel 1587 contro i novelli iconoclasti dei Paesi Bassi Ferdinando Alvarez di Toledo, secondo duca d'Alba, il quale, stabilito nel paese un tribunale speciale cosiddetto "dei torhidi", che i Fiamminghi successivamente volsero in "tribunale del sangue", iniziò una spietata repressione, durante la quale perdettero la vita influenti personaggi capi del movimento, quali Lamoral, conte di Egmont, e Filippo di Montmorency-Nivelle conte di Hoorn.
Per scampare, i protestanti dovettero o nascondersi o fuggire. Quelli che ripararono nei boschi, continuando la loro azione di molestia contro gli spagnoli ed i cattolici, furono chiamati $G$. des bois, essendosi ormai il vocabolo G. ristretto ad indicare esclusivamente i riformati; quelli invece che si rifugiarono sulle navi armate dei protestanti di Olanda e di Zelanda, furono denominati G. de mer.
Tuttavia la reazione condotta dal duca d'Alba non ottenne gli effetti desiderati, anzi produsse un'insurrezione generale, scoppiata fra il 31 marzo e il $1^{\circ}$ apr. 1572 nelle province settentrionali dei Paesi Bassi, per cui i $G$. s'impadronirono delle quattro province di Olanda, Zelanda, Friaia ed Utrecht, che si unirono sotto la guida di Guglielmo I d'Orange-Nassau, il Taciturno, che si era da ultimo apertamente dichiarato per la ribellione politica e per la riforma religiosa, ed a cui furono conferiti i titoli di "stadtholder" (governatore) e di capitano generale dell'esercito.
Con quest'ultima azione i G. avevano esaurito il loro compito, giacché la guerra d'indipendenza dei Paesi Bassi era ormai in atto.
Bibl.: J. M. Keryn de Lettenhove, Les Huguenots et les G., 6 voll., Bruges 1882-83; F. Rachfahi, Margaretha von Parma, Monaco 1898; id., Wilhelm von Oranien und der Niedertändische Aufstand, 3 voll., L'Aia 1907-24; F. L. Ganshof, s. v. in Enc. Ital., XVIII, p. 214; inoltre : F. Braudel, Le Méditerranée et le monde méditerranéen à l'époque de Philippe II, Parigi 1949, passim.
Niccolò del Re
GUEVARA, Antonio de. - Ecclesiastico e scrittore spagnolo, n. a Treceño nel 1480 (?), m. a Valladolid nel 1545. Fu paggio dell'infante Don Juan e, alla morte di Isabella la Cattolica, vestí l'abito francescano, occupando le più alte cariche nel suo Or-
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dine. Nominato predicatore e cronista dell'Imperatore, accompagnò Carlo V nell'impresa di Tunisi e nel viaggio in Italia. Fu anche inquisitore a Toledo e Valencia e molto si adoperò per la conversione dei «moriscos». Nel 1528 fu creato vescovo di Guadix e, nel 1537, di Mondoñedo.
Di vasta, ma non profonda cultura, lasciò nel Libro llamado Relox de Principes o Libro dureo del emperador Marco Aurelio (Valladolid 1529) un manuale destinato alla formazione morale e politica del principe, sulla cui condotta, come su un orologio, deve regolarsi quella del popolo cristiano. G. finge di tradurre da un manoscritto fiorentino, in realtà attinge a Senofonte, Plutarco, Valerio Massimo, Diogene Laerzio, ma, soprattutto, alla sua esperienza di palazzo. Nell'opera, inspirata a un'alta concezione sociale e morale, sono inserite immaginarie lettere di Marco Aurelio, di cui è profilata una romanzesca biografia. Il Relox ebbe enorme successo e fu tradotto subito in varie lingue, influendo in particolare sul sorgere dell'eufuismo in Inghilterra. Nel Menosprecio de corte 7 alabanza de aldea (ivi 1539) G. contrappone la vita compestre alla vita di corte, assegnando la preminenza alla prima. Interessanti le 83 Epistoles familiares (ivi 1539-41), che ritraggono suggestivamente l'autore e il suo ambiente. Per il concettiamo e l'esuberanza espressiva, fastosa di parallelismi, antitesi e assonanze, G. appartiene alla corrente prebarocca spagnola. Di argomento ascetico sono il Monte Calvario (Salamanca 1542) e l'Orotorio de religiosos y exercicio de virtuoses (Valladolid 1542).
BibL.: Opere: una selezione del Relox a cura di A. Rosenblat. Madrid 1936; il Menosprecio, in Clásicos castellanos, ivi 1922; le Epistolas, in Autores espadales, LXV. Studi: L. Clément, A. de G., ces lectures et ses imitateurs français au XVIe siècle, in Rev. d'hist. littéraire de la France, 7 (1900), pp. 590-602 e 8 (1901), pp. 214-33; M. Menéndez y Pelayo, Origenes de la nocela, I. Madrid 1905, pp. 365-75; R. Foulehé-Delbosch, Bibl. espall. de Pray A. de G., in Rev. bisp., 33 (1912), pp. 301-84; J. M. Galvez Olivares, G. in England, Berlino 1916; H. Vaganay, A. de G. et son oeuvre dans la littérature italienne, in La bibliofilia, 17 (1916), pp. 333 sgg.; R. Coates, A. de G.: sa vie, Parigi 1925; L. Karl, Notes sur la fortune des oeuvres d'A. de G. à l'étranger, in Boll. bisp., 35 (1938), p. 32 sgg.
Enzo Navarra
GUGLIELMI, Pietro Alessandro. - Maestro compositore, n. a Massa il 10 dic. 1728, m. a Roma il 20 nov. 1804. Fatti con il padre i primi studi musicali, si perfezionò al Conservatorio di S. Maria di Loreto a Napoli.
Nel 1757 esordì con un'opera di teatro, cui molte poi ne seguirono che gli procurarono larga fama e furono rappresentate in varie città italiane, con grande successo. Recatosi all'estero, fu maestro di cappella alla corte di Dresda, poi a Brunswig e nel 1772 a Londra. Nel 1777 tornò a Napoli, ma vi trovò forti opposizioni da parte di Cimarosa e Paisiello. Nel 1793 Pio VII lo chiamò a Roma quale maestro di cappella a S. Pietro, posto che tenne fino alla morte. Oltre le opere di teatro, scrisse molti oratori, salmi, mottetti, messe e musica sinfonica varia. Le composizioni del G. sono caratterizzate da un canto semplice, naturale ed amabile e da un'armonia pura, specie nei concerti d'insieme.
BibL.: F. Florimo, La scuola musicale di Napoli ed i suoi conservatori, II, Napoli 1883, p. 205 sgg.; G. Bustico, P. G., Milano 1899; G. Pirovano, Elenco cronologico delle opere di G. P., in Rivista musicale italiana, 12 (1905), p. 343 sg.
Silverio Mattei
GUGLIELMITI. - Setta eretica sorta a Milano, che trae il suo nome da Guglielma o Guglielmina, boema, pretesa figlia del re Ottocaro I, e della seconda moglie Costanza, m. a Milano il 24 ag. 1282. I suoi seguaci la seppellirono dapprima nel cimitero di S. Pietro all'Orto, e nell'ott. seguente nell'abbazia cistercense di Chiaravalle, presso Milano, festeggiandola come santa.
Solo dopo morte si ebbe conoscenza della setta, di cui i due capi erano un certo Andrea Samarita, secolare, e Manfreda da Pirovano, monaca dell'Ordine degli Umi-
liati. Al dire di questi, Guglielmina era l'incarnazione dello Spirito Santo, doveva risorgere dalla tomba e ascendere al cielo. Manfreda doveva essere il suo vicario in terra, come Pietro lo era di Cristo, e con ciò il papato doveva passare alle donne. Quattro nuovi Vangeli avrebbero dovuto essere scritti da quattro sapienti. Come risulta dai processi inquisitoriali (1500-1302) i settari tenevano pronte preziose vesti per l'aspettata risurrezione di Guglielmina, e a Chiaravalle, con la cooperazione di monaci, celebravano due feste solenni, l'una il 24 ag., l'altra in ott. al giorno della traslazione. Una terza festa era a Pentecoste, probabilmente a Milano. I predicatori esaltavano allora le virtù di Guglielmina. Manfreda poneva ostia sulla tomba e le distribuiva poi come S. Comunioni. Essa, vestita da sacerdote, nelle conventicole celebrava perfino la Messa, assistita da diacono e suddiacono. Il processo del 1300-1302 sembra avere sradicata l'eresia. Andrea Saramito e Manfreda furono condannati al rogo, il corpo di Guglielmina fu esumato e bruciato. Gli altri colpevoli se la cavarono con pene minori.
BibL.: Fonti: Gli atti del processo (1300-1302), conservati nel cod. A. 227 inf. dell'Amhrosiana di Milano, furono pubblicati da F. Tocco, Il processo des g., in Rendiconti della R. Arcademia dei Lincei, Classe di scucese morali, 5* serie, 8 (1899), pp. 309-84. I medesimi atti crami ma stati compendiati in italiano da A. Ogniben, I g. del sec. XIII, Pecugia 1887, Lattoranza; L. A. Muratori, Autiguitates italicas, V, Mil. 101 1741, coll. 90-93; XII, ed. Arcaso 1778, coll. 455-55; C. Conti, Gli eretici d'Italia, I, Torino 1863, p. 114 sg.; 11', cit 1866, pp. 891-91; H. Ch. Lea, A history of the Inquisiulion, 111, Nuova York 1888, pp. 90 102; F. Tocco, Guglielmina lhomo e i g., in Memoria della R. Arcademia dei Lincei, Classe di scucese morali, 3* serie, 8 (1903), pp. 3-32; G. Biscaro, Guglielmo la lhomo e i g., Milano 1930.
GUGLIELMO di Alnwice. - Scolastico inglese, francescano, m. nel 1332. Segue, ma con una certa indipendenza, dottrine scotiste. E autore di un Commento alle Sentenze, di Quodlibeta, di Quaestiones de esse intelligibili.
In queste ultime G. si domanda quale sia la realtà del pensato in quanto pensato. Contro Duns Scoto, conclude che esso non ha una realtà neppure relativa: all'oggetto pensato l'esser pensato non aggiunge nulla; nell'intelletto l'essere dell'oggetto pensato non si distingue dall'essere dell'intelletto stesso. Concorda con Duns Scoto, invece, nel negare valore rigorosamente dimostrativo agli argomenti in favore dell'immortalità dell'anima : tale verità è resa assolutamente certa solo dalla Rivelazione.
BibL.: M. Schmaus, Guilelmi de A. doctrina de medio quo Deus cognoscit futura contingentia, in Boguslavmi Vestnik, 12 (1932), pp. 201-23; Fr. Guillelmi A. Quaestiones disputatas de esse intelligibili et de Quolibet, ed A. Ledoux, Quaracchi 1937; A. Maier, Wilhelm v. A. Bolognesev 99. gegen den Averroismus, in Gregorianum, 20 (1949), pp. 265-308.
Sulla Vanni Navigà i
GUGLIELMO d'Alvernia. - Teologo e filosofo medievale, n. ad Aurillac dopo il 1180, m. a Parigi nel 1249. Fu maestro di teologia nell'Università di Parigi e dal 1228 vescovo di questa città.
La sua opera principale è il Magisterium divinale (1223-26) diviso in sette parti : De Trinitate, De universo, De anima, Cur Deus homo, De fide et legibus, De Sacramentis, De virtutibus.
Aspartiene, con Guglielmo d'Auxerre e Filippo il Cancelliere, a quel gruppo di teologi che, dopo le condanne del 1210 e del 1215 , si trovarono a dover affrontare Aristotele per correggerlo e combatterlo nelle tesi incompatibili con il cristianesimo, ma intanto lo studiarono ed operarono una prima assimilazione dell'aristotelismo da parte della teologia cattolica (F. Steenberghen). Di questo gruppo G. d'A. è la personalità filosofica più notevole. Senti fortemente l'influsso di Avicenna, ma non si lasciò dominare da lui (Masnovo, I, p. 205). Dimostra l'esistenza di Dio come bene ed ente per essenza, ragion d'essere di tutti i beni e gli enti per partecipazione (in cui si distinguono essenza ed essere), e fa uso anche dell'argomento del moto (ibid., p. 262). A differenza di Guglielmo d'Auxerre, Filippo il Cancelliere e Alessandro
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di Hales, secondo i quali il concetto che meglio fa conoscere la natura di Dio è quello di summum bamum, G. vede nel concetto di ente per essenza * quello che meglio caratterizza Dio. Contro Avicenna, G. afferma vigorosamente che Dio ha creato liberamente il mondo e che il mondo è cominciato. Nella sua concezione volontaristica della creazione (opposta al naturalismo di Avicenna), trova un appoggio in Avencebrol, che ritiene cristiano ad apprezza altamente. Consepisce l'anima umana come forma del corpo, spirituale e immortale, ma non come forma unica dell'uomo. Non ammette la distinzione fra intelletto agente e intelletto possibile: non c'è né un intelletto agente separato, alla maniera di Avicenna, né un intelletto agente facoltà dell'anima, perché, secondo G., non c'è distinzione fra l'anima e le sue facoltà.
Secondo il Gilson (dissente Masnovo), G. è un tipico rappresentante dell'agostinismo avicennizzante. La teoria dell'Alverniate sulla conoscenza dei principi primi e del nesso causale, che richiederebbe un habitus o mas infuso da Dio, fa pensare, secondo il Masnovo, a quella di D. Hume.
Bibl.: edizioni: La migliore e più completa (dopo quella di Norimberga 1496, e Venezia 1591), è quella curata da B. Leferon: Goulielmu Alverni Opera Omnia, 2 voll., Orléans 1674. Studi: J. Kramps, Des Wilhelm v. Anvergue magisterium divinale, in Gregorianum, 1 (1920), pp. 538-74; 2 (1921), pp. 174-87; E. Gilson, Pourquoi it Thomas a critiqué et Augustin, in Arch. hist. doctr. littire, du m. u., 1 (1926-27), pp. 46-80; A. Masnovo, Da G. d'A. a s. l'vannese d'A., 3 voll., Milano 1930-46; F. van Steenberghen, Aristate en Occident, Lovanio 1946 pp. 76-86, 113-30; P.Ancienn, Le sacrement de l'unisnce cince Guillaume d'Auvergne, in Eph. theol. Lavandenses, 24 (1948), pp. 98-118; P. Glorieux, Le "tractatus novus de paenitentia" de Guillaume d'Aux, in Miscellanea moralis A. Junsien, II, Lovanio 1948. pp. 551-62.
Sofia Vanni Rovighi
GUGLIELMO d'Auxerre (Guillelmus Altissiodorensis). - Filosofo e teologo, n. fra il 1144-49, m. il 3 nov. 1231. Fu maestro di teologia all'Università di Parigi, ed è autore di una celebre Summa theologica, detta anche Summa aurea (Parigi 1500, 1518; Venezia 1591).
Oltre alla Summa aurea scrisse, in epoca giovanile, un commento all'Antielandiamus di Alano di Lilla e una Summa de officiis, entrambi manoscritti.
Appartiene al gruppo di teologi di tradizione agostiniana, ma non gratitamente conservatori, anzi aperti all'influsso delle dottrine aristoteliche che si andavano allora diffondendo nel mondo latino. Insieme con Simone di Authie e Stefano di Provins, fu incaricato da Gregorio IX di rivedere i libri fisici e metafisici di Aristotele (la cui lettura in scuola era stata proibita nel 1210 e nel 1215), affinché l'edizione corretta da essi potesse essere permessa nell'Università. Afferma la necessità della speculazione razionale (teologica) sul dato rivelato, come già aveva insegnato s. Anselmo, del quale accetta pure l'argomento ontologico per dimostrare l'esistenza di Dio (espone però insieme l'argomento che si fonda sul principio di causalità).
Bibl.: I. Strake, Die Sacramentenlehre des Wilhelm von Auxerre, Paderborn 1913; Fr. Gilmann, Zur Sacramentenlehre des Wilhelm von Auxerre, Wúrzburg 1928; C. Ottaviano, G. d'A., Roma 1929 (con bibl.); A. Van Hove, Doctrina Gulielmi Altissiodorensis de causalitate Sacramentarum, in Divus Thomas (Piacenza), 7 (1930), pp. 309-24; P. Mandonnet, Date de la mort de Guillaume d'A., in Arch. d'hist. doctr. et littér. du moyen âge, 7 (1932) pp. 39-46; P. Luckin, Die Ethik des W. v. A., Ahrweiler 1930; A. Masnovo, Da Guglielmo d'Auvergne a s. Tommaso d'Aguina, I, 2* ed., Milano 1943, cap. 2; M. Grabmann, Die theologische Erkenntnis-und Einleitungshilire des h. Thomas v. Aquin, Friburgo 1948. pp. 187-89.
Sofia Vanni Rovighi
GUGLIELMO V il Pio, duca di Baviera. - N. il 29 sett. 1548, da Alberto V di Wittelsbach e da Anna d'Austria, m. a Schleissheim il 7 febbr. 1626.
Successe ad Alberto V nel 1579. La sua energica azione in difesa del cattolicesimo, continuando quella del padre e del nonno Guglielmo IV, contribuì efficacemente ad arginare l'espansione luterana nella Germania occidentale. L'esempio di una intensa vita religiosa offerto da G. e da sua moglie, Renata di Lorena, promosse la re-
staurazione cattolica, facendo di Monaco la «Roma di Germania ». Favorì la diffusione dei Gesuiti, fondando per essi chiese, conventi e collegi, tra i quali il famos Collegio di S. Michele, in Monaco (1597), ed i Conventi di Ingolstadt, Altötting e Ratisbona. Nel 1383 stipulò con la S. Sede un concordato, che però fu reso pubblico solo nel 1592. Nel 1597 abdicò in favore del figlio Massimiliano, che già dal 1595 aveva associato a sé nel governo della Baviera, per dedicarsi maggiormente ad una vita di perfezion e spirituale.
Bibl.: B. Duhr, Gesch. der Jesuiten in den Ländern deutscher Zange, I, Friburgo in Br. 1907, passim. v. indice; Pastor, IXXII, passim, v. indice.
Vittorio E. Giuntella
GUGLIELMO di Bourges, santo. - Arcivescovo, n. a Arthel, contea di Nevers, nella prima metà del sec. xir, m. nel 1209. Della famiglia dei conti di Nevers, studiò presso lo zio Pietro l'Eremita, arcidiacono di Soissons, indi all'Università di Parigi.
Canonico di Soissons e di Parigi, rinunciò ai suoi benefici per ritirarsi nel monastero di Grandmont, che egli abbandonò in seguito ad una discussione tra chierici e laici. Entrò tra i Sintercensi di Pontigny ( 1167 ) deve divenne priore. Più tardi (1184), abate di Fontaine St-Jean (diocesi di Sens), poi di Châlla (diocesi di Senlia, 1187). Eudes di Sully, arcivescovo di Parigi, lo destinò al seggio arcivescovile di Bourges il 23 nov. 1200. Durante il suo episcopato conservò i costumi austeri del chiusiro. S'utirò la c