volume-06

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 quel "governo misto", che costituì la non originale formola del più dei politici del Rinascimento.

La prospettiva del "particulare" apparve (specie nell'Ottocento) ai critici del G. la disinvolta asserzione, se non addirittura l'esasperazione, dell'istanza individua-

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listica (donde il cliché di un G. conservatore e "borghese ") : e tuttavia, mentre all'interpretazione più recente (U. Spirito, sulla scorta del De Sanctis) codesta enunciazione è apparsa quale interessante antuppo della moderna visione "liberale" della vita associata, si può anche rilevare che tale "particulare" non vuol contrassegnare, dopo tutto, l'egisistica esigenza di un homo homini lupus, disinteressato della comunità e alieno da superiori ideali. Occorre, infatti, non dimenticare che, se ben son presenti al G. la fragilità umana, l'imperio della fortuna e la suggestione dell'occasione, vivida e squillante è altresì in lui (in contrasto al Machiavelli) la confidenza nella bontà naturale dell'uomo. ( Gli uomini tutti, per natura, sono inclinati più al bene che al male ", Ric., 134); "se sicuno si truova che per natura sia inclinato a fare più volentieri male che bene, dite sicuramente che non è uomo, ma bestia a mostro; poiché manca di quella inclinazione che è naturale a tutti gli uomini" (op. cit., 135); "tutti quegli che non cavano più frutto o più satisfazione del fare male che del fare bene, sono inclinati al bene..." (Dial. del reggim. di Firenze, II; ecc.). E codesta genuina tendenza umana che spiega, nel G. - malgrado i rilievi delle nequizie dovute alle "occasioni di corrompere o pervertire questo istinto" (loc. cit.) - il diffuso apprezzamento del l'etica, dell'onore e di quella religione (non sono da ritenersi retorici i suoi omaggi al papa e alla fede), che, al disopra di tilune vivaci espressioni d'anticlericalismo, resta possibile ottimo e massimo della moralità individuale e collettiva (termine supremo della felicità del singolo, sarebbe somigliare a Dio: Ric., 16).

Codesta certezza può non venire smentita dalla stessa ipotesi che l'origine pratica degli Stati (potere costituito) sia la violenza (Ric., 48), del resto altrove corretta dall'aristotelico rilievo che "le città furono instituite principalmente per sicurtà di quegli che vi si ridussono e perché avessino le commodità che ricerca la vita umana" (Dial. del reggim. di Firenze, II); origine violenta che, coerentemente, spiegherebbe la fatalità della "ragione di Stato" e l'amara conclusione che "non si può tenere Stati secondo coscienza" (Ric., 48) : giacché l'accertamento di un che di demoniaco nella vita terrena, già fatto, ad es., da talune correnti pur agostiniane, non esclude la possibilità di un riscatto e di un recupero del "buono cammino ", mercé l'opera dei veri prudenti e uomini da bene, miranti continuamente al superamento degli egoismi privati.

Si può concludere che la molteplicità degli elementi accertati, mentre documenta la profonda complessità della sua esperienza, milita in favore di una visione dialettica della vita associata, secondo la quale le forze naturali del bene hanno da scontrarsi con le ineluttabili seduzioni della città terrena, quale oggi è istituita : dialettica che costituisce la travagliata trama della storia, fatta di azioni e reazioni, per cui giova perfino l'esistenza di un Martin Lutero a stimolare l'opera risanatrice della Chiesa. La stessa indagine storiografica a cui egli si è dedicato fin da giovane gli serve da severa ispezione del secolare processo umano per quel che concerne le sorti d'Italia; ma siffatta copiosa registrazione di eventi e accidenti non scalza, in definitiva, nell'uomo G., la permanente possibilità, di fronte alla contingenza, di un appello alla propria intimità e dignità, quale fonte di rimediatore optimum morale. La Consolatoria, l'Accusatoria, la Defensoria, gli stessi Ricordi, il vario spicciolo materiale autobiografico, son documento d'una vigile coscienza, di un monologo interiore, di un anelito a trascendere la malignità dell'accaduto, scrutinando e purgando se stesso, nella conquista di una verità ugualmente valida non solo per il singolo e per la collettività, ma anche per la cronaca e per la storia. E tra l'altro all'Indice la Storia d'Italia (decc. 7 genn. 1627).

Bbbl.: Opere del G.: Le Storie florentine (1509), abbraccianti il periodo 1378-1509; Il Discorso di Logrogno, dettato nel 1512, in Spagna; la Relazione di Spagna, redatta a termina della sua missione. Fra le altre opere: il Dialogo del reggimento di Firenze, in a voll. (1221-25), i Ricordi politici e civili (1525, o prima, 1529); le Considerazioni sui Discorsi del Machiavelli (1529); i Discorsi del modo di riformare lo Stato dopo la caduta della Repubblica e di assicurarlo al duca Alessandro (1531); la Storia d'Italia, frutto degli ultimi anni della vita. Oltre a queste, numerose altre pagine
(Ricordanze, Orazioni, ecc.), v.: Scritti autobiografici e rari (a cura di R. Palmarocchi, Bari 1936). - Studi : Oltre al lavoro basilare di A. Ototez, François Guichardin. Sa vie publique et sa pensée politique, Parigi 1926-27; Ch. Benoist, Guichardin historique: homme d'état florentin au XIXIr siècle, Marsiglia 1862; C. Giodo, G. e le sue opere inedite, Bologna 1880; E. Zanoni, La mente di F. G., Firenze 1897; N. Barckhausen, G.r politische Theories in reban Opere inedite, Heidelberg 1908; A. Luzio, La "Storia d'Italia" del G., in ditt della R. Accad. d. scienza di Torino, 65 (1930), pp. 231-48; P. Treves, Il realismo politico di F. G., Firenze 1931; F. Ercole, Machiavelli e G., in Pensatori e uomini d'azione, Milano 1933, pp. 178-211; V. Luciano, F. G. and his european reputation, Nuova York 1936 (tradotta in italiano con aggiunte e migliorie : F. G. e la fortuna dell'opera sua, Firenze 1949); F. G. nel IV centenario della morte, supplem. di Rinascita, Firenze 1940 (E. Badrero, F. G.; G. Masi, Il G. e la giurisprudenza del suo tempo, F. Sarri, G. e la religione, ecc.); V. Vitale, G., Torino 1941; U. Spirito, Machiavelli e G., Firenze 1944; nonché F. Chabod, e. v. in Enc. Ital., XVIII, p. 244 sep.; v. ancora: R. Palmarocchi, Studi guicciardiniani, Firenze 1947; R. Spongano, Per l'ediz. critica dei "Ricordi" del G., 10 1948; M. Fubini, Studi sulla letterat. del Rinascimento, ivi 1948, pp. 138-207; N. Valeri, Sul "particulare" del G., in Belfagor, 3 (1930), pp. 537-48; V. De Caprarile, F. G., Bari 1930.

Rodolfo De Mattei
GUICCIARDINI, Piero. - Riformatore, discendente di Francesco Guicciardini n. a Firenze il 21 luglio 1808, m. ivi il 23 marzo 1886. In gioventù fu vicino al gruppo dei cattolici liberali toscani, si arricchì di notevoli conoscenze tecnico-agrarie, ed inoltre si occupò dell'organizzazione in Toscana di asili infantili con una vigile attenzione per le teorie e le attuazioni pratiche del suo tempo (Aporti, Naville, ecc.). Si staccò dalla Chiesa cattolica (1836) per una crisi interna, indirizzata anche dall'amicizia di un gruppo di evangelici (in special modo dalla gi nevstna Matilde Calandrinil); senza aderire ufficialmente ad alcuna setta protestante, cominciò a frequentare il culto della chiesa evangelica riformata di Firenze. Nel 1846 era già un fervido organizzatore.

Per la sua attività contraria alla "religione di Stato" è imprigionato nel 1851. Commutatogli poi il confino con l'esilio, soggiorna in Inghilterra, ospite della migliore aristocrazia locale. E durante tale soggiorno che il G. aderisce alla setta dei plimuttisti o darbiti, di recente sorta; ad essa attrasse poi Teodoro Pietricola Rossetti (cugino del più noto Gabriele Rossetti), il quale tanta parte ebbe dopo nella missione darbita in Italia. Nel 1854 il G. è ribattezzato nella setta dei darbiti. Lo stesso anno torna in Italia e sceglie a sua dimora Nizza, negli Stati sardi, anziché Firenze. Inizia quindi sistematicamente con alcuni correligionari l'opera di "evangelizzazione" dell'Italia, alternando la sua permanenza in Italia con soggiorni in Inghilterra e in Svizzera. Tornato a Firenze nel 1859 dopo la crisi del governo granducale, ne riparte poi deluso per la mancanza di illimitata libertà religiosa che aveva sperato attuabile dal Ricasoli. Continuò a controllare intensamente il suo tentativo di evangelizzazione, non aderendo però a parallele iniziative protestanti e alla formulazione di un credo in comune. Nella controversia suscitata dall'episodio del Pietricola Rossetti, Principi della Chiesa romana, della Chiesa protestante e della Chiesa cristiana pubblicato nel 1863, il G. si dichiarò solidale con il Pietricola, la qual cosa gli attirò le ire delle altre sètte. Passò gli ultimi anni della vita nelle sue campagne in Toscana. Nel 1885, e cioè l'anno precedente la morte, per dissidi di natura dottrinale e disciplinare, il G. si staccò dalla comunità plimuttista di Firenze. Di scarsa cultura teologica, il G. pose a base delle sue teorie un miscuglio di riforma protestante e di cattolicesimo, e cioè : Trinità, Chiesa Corpo mistico di Cristo, salvezza gratuita, giustificazione per la fede, antipupismo, revical, pietismo.

Bbbl.: S. Jacini, Un riformatore toscano dell'epoca del Risorgimento. Il conte P. G., Firenze 1940 (fondamentale, con bibl.).
Massimo Petrocchi
GUICHARD, Roland. - Teologo e predicatore, dell'Ordine dei Minimi, n. ad Estampes presso Parigi il 1528, m. a Lione il 26 giugno 1612. Nipote di G. Simon (v.) ne emulò le virtù e la vita apostolica.

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Professata la Regola dei Minimi a Parigi nel 1554 fu due volte provinciale di Lione e poi visitatore generale.

Campione della fede, ebbe dispute frequenti con gli eretici, molti dei quali trasse alla vera fede. Ebbe però a soffrire gravi vessazioni: due volte gli fu propinato il veleno. A Lione fu cacciato tra gli appestati nell'intento di procurargli la morte; il servo di Dio ne profittò per consolare i malati amministrando loro i Sacramenti; e, contagiato, fu provvidenzialmente guarito. Ma gli eretici non gli diedero tregua: giunsero perfino a decretargli la morte sulla graticola come s. Lorenzo: ma anche questa volta miracolosamente scampò. Ricco di doni soprannaturali, mori in concetto di santità ed il suo nome è inscritto nell'Indice dei santi di Lione.

BibL.: L. D. d'Atichy, Histoire générale de l'Ordre des Minimes, Parigi 1625, pp. 420-28; T. Raynaud, Hagiologium Lugdunense, opera omnia, VIII, Lione 1664, pp. 103-104; Acta capite. lorum generalium O. M., I, Roma 1916, pp. 207, 217, 226, 234, 246; II, ivi 1916, pp. 480, 506, 557; G. Roberti, Disegno storico dell'Ordine dei Minimi, II, ivi 1909, pp. 359-62, 700. Gennaro Moretti

GUICHARD, Simon. - Teologo e predicatore dell'Ordine dei Minimi, n. ad Estampes presso Parigi verso il 1500 , m. ad Aix in Provenza il 1574. Già sacerdote e avendo conseguiti i gradi accademici alla Sorbona, entrò tra i Minimi a Parigi. Di grande pietà e dottrina, fu più volte provinciale della Guascogna, poi assistente generale (1535-38) ed infine superiore generale ( $1547-49$ ).

Molto apprezzato per la sua dottrina, partecipò al Concilio Tridentino sotto Paolo III. Ritornato in Francia si diede alla predicazione combattendo l'eresia calvinista con tale ardore da essere chiamato "martello degli eretici ed atleta della Chiesa cattolica". Operò molte conversioni; ma si attirò anche l'odio degli eretici, dai quali, per gravi ferite inferte, gli fu causata la morte. Ritenuto martire della fede cattolica, il suo nome è inserito, con bell'elogio, nell'Indice dei santi di Lione, nella quale città il G. aveva molto predicato e fondato un convento del suo Ordine. Si adoperò con grande impegno per introdurre in Francia la Compagnia di Gesù.

BibL.: L. D. D'Atichy, Histoire générale de l'Ordre des Minimes, Parigi 1625, pp. 304-14; T. Raynaud, Hagiologium Lugdunense, opera omnia, VIII, Lione 1664, p. 104; M. Giustiniani, nell'Indice IV alla Storia del Concilio di Trento di P. S. Pallavicino, IV, Roma 1833, p. 10; G. Roberti, Disegno storico dell'Ordine dei Minimi, II, ivi 1902, pp. 123, 128, 311, 277-81; Acta Capitulorum generalium O. M., I, Roma 1916, pp. 106, 113, 123, 125, 126, 137, 140, 143, 147, 150, 156; II, ivi 1916, pp. 480, 506, 557; S. Martola, Martiri Minimi, Genova 1926, pp. 141-43; P. Bonnard, Histoire du couvent de la Trinité du Mont Pincio à Rome, Roma-Parigi 1933, pp. 65, 67, 356. Gennaro Moretti

GUIDE ITALIANE, Associazione delle (A. G. I.). - Associazione per l'educazione e la formazione morale e fisica della gioventù femminile italiana secondo i principi e la pratica del metodo educativo scoutistico, armonizzato alle condizioni della vita
![img-5.jpeg](img-5.jpeg)
(per carissia di E. Mario Marchi C.F.L.) Guide ItAliane - Attendamento della "squadriglia dei capi" a Castel Fussino. S. Giorgio 1949 - Roma.
nazionale ed ai principi della religione cattolica. Ebbe i propri statuti approvati dalla S. Sede l'8 dic. 1944. E un'opera coordinata all'Azione Cattolica Italiana.

Essa raccoglie le bambine dagli 8-12 anni (Coccinelle), le giovanette dai 12 ai 16 (Guide), e le giovani oltre i 16 anni (Scolte). L'A. G. I. ha le sede in Roma e le sue unità in 78 diocesi con molte migliaia di iscritte.

BibL.: M. Merza, Come si fonda un reparto, Roma 1946; A. Ruggi, Donne di oggi, guide di domani, ivi 1946; N. A. Podlin, Quella che una guida deve sapere, ivi 1946. Agostino Ruggi d'Aragona

GUIDETTO. - Architetto e scultore, vissuto tra gli ultimi decenni del sec. xir e la prima metà del successivo. Probabilmente lombardo di nascita, lavorò a Lucca (1204), dove legò il suo nome alla facciata di quella Cattedrale.

Il suo stile è riscontrabile anche nelle decorazioni della facciata del S. Michele; è incerta la sua collaborazione ai lavori della Pieve di Prato, dove nel 1211 si trovava un Guido scultore già attivo nel S. Martino di Lucca.

Le sculture e le decorazioni della facciata del duomo di Lucca, pur rientrando nell'orbita dello stile pisano, rivelano un plasticismo più vivo e tagliente ed uno sviluppo decorativo oltremodo ricco e complesso, si da giustificare l'ipotesi dell'origine settentrionale dell'artista e della sua educazione lombarda. Io stile pisano-lucchese per merito di G. si diffuse in varie zone della Toscana, in Valdelsa e nella zona di Arezzo.

BibL.: Venturi, III, p. 072 s02; P. Toesca, Storia dell'arte ital., I, Torino 1927, pp. 814 a 900; M. Salmi, La scultura romanica in Toscana, Firenze 1928, pp. 106-108. Piero Zannetti

GUIDI, Alessandro. - Poeta, n. a Pavia il 14 giugno 1650 , m. a Frascati il 13 giugno 1712. Dalla corte di Ranuccio II di Parma, passò nel 1683 a Roma a quella di Cristina di Svezia e ne divenne l'ufficiale cantore "di maniera che sembrava che la Regina pensasse con la mente del G. e il G. scrivesse con i sentimenti della Regina" (G. M. Crescimbeni).

Dal 2 luglio 1691 fece parte dell'Arcadia e ivi recitò vari componimenti, tra cui l'Endimione (Roma 1692) che gli confermò la fama di poeta già divulgatissima per le sue canzoni a strofe libere (Poesie, Napoli 1780), fama che gli perdurò nelle lettere sino al Parini, al Monti, al Foscolo. Il Leopardi al contrario giudicò il G. emulo impotente di Pindaro. Da Innocenzo XI il G. ebbe un beneficio, da Clemente XI la nomina a cameriere segreto, e fu di questa Papa cosi sincera estimatore che volle parafrasare in versi sei Omelie latine, pronunciate dal Pontefice negli aa. 1703-1706. Il volume (Roma 1712) uscí con le incisioni di P. L. Ghezzi, ma il giorno avanti la presentazione a Clemente XI, il G. mori, "sub onere splendidissimo", come dice l'epigrafe della tomba erettagli presso quella del Tasso in S. Onofrio dal Papa medesimo.

BibL.: G. Torroni, Elogio di A. G., Pavia 1827; I. Carini, L'Arcadia, Roma 1891, pp. 213-25; T. L. Rizzo, A. G., Lecce 1928; F. Flora, Storia della lett. ital., III, parte 27, Milano 1948, pp. 734-37. Giovanni Fallani

GUIDI, Ignazio e Michelangelo. - Semitista italiano, il primo, n. a Roma il 31 luglio 1844 (suo padre Michele fu l'ultimo intendente di finanza dello Stato pontificio), m. ivi il 18 apr. 1935, uno dei massimi orientalisti della generazione passata. Professore di ebraico e lingue semitiche comparate nell'Università di Roma dal 1876 al 1919, incaricato ivi di storia e lingue d'Abissinia dal 1885 al 1919; senatore del Regno dal 1914; membro di moltissime accademie italiane ed estere.

Tipico rappresentante del rinnovamento degli studi orientali nel sec. xix sulla base di un rigoroso metodo filologico e di una minuziosa ricerca documentaria, oltre a pochi ma fondamentali scritti di carattere generale (Della sede primitiva dei popoli semitici, 1878: L'historiographic chez les Sémites, 1906) e di linguistica (tra cui grammatiche dell'amarico, del copto, dell'arabo meridionale) e a brevi ma acuti saggi di esegesi biblica (Note ebraiche, 1927, rifacimento di scritti anteriori), diede con-

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![img-6.jpeg](img-6.jpeg)
(per cartezia della signora Laura Guidi)
Guidi, IGNAZIO - ROTORO.
tributi di grande importanza agli studi arabo-musulmani, pubblicando e studiando testi letterari (Ibn Hizâmi commentarius..., 1871-74; Studi su... Calila e Dimna, 1873; Tables alphabitiques du Kitâb al-Agânî, 1900), grammaticali e lessicografici (Il Kitâb al-Isitab-88, 1890; Il libro dei verbi di Ibn al-Qātiyya, 1894), storici (Annales... atTahari, 1882-86), giuridico-religiosi (traduzione annotata del sommario di diritto mâlikita di Halil, 1921), compiendo ricerche storiche (Roma nei geografi arabi, 1877; L'Arabie antzislamique, 1921). Ma va soprattutto ricordare per l'imponente complesso di lavori monografici sulle principali letterature cristiane d'Oriente: siriaca, copta, araba, etiopica, dell'ultima delle quali egli fu, negli scritti e nell'insegnamento, il più grande maestro dell'età moderna. Integralmente compenetrato, attraverso la fede e le pratiche, della tradizione cristiana, conoscitore profondo della letteratura ecclesiastica greca, impareggiabile nel minuto lavoro filologico e nell'indagine dei rapporti genetici tra le varie letterature, diede saggi programmatici del suo metodo con i Testi orientali inediti sui Sette Dormienti di Efeso (1884-85), con Le traduzioni dei Vangeli in araba e in etiopico (1888), con Gli Atti apocrifi degli Apostoli nei testi copti arabi ed etiopici (1888), con i Textes orientaux inédits du martyre de Judas Cyriaque (1904-1906). Pubblicò e studiò un numero straordinario di testi: in siriaco, La lettera di Simeone di Beth Arsham, gli statuti della scuola di Nisibi, Chronica Minora, alcune omelie di Severo di Antiochia, l'indice degli Acta martyrum et sanctorum di P. Bedjan, ecc.; in copto, la vita di Daniele di Scete, gli apocrifi Testamenti dei patriarchi, ecc.; in etiopico, oltre a una massa di testi minori, storici, agiografici, liturgici, la grande raccolta legislativa Fetba $N a$ gast, parte del Sinassario, alcuni annali reali, e sulla storia civile ed ecclesiastica dell'Etiopia scrisse numerosissimi articoli, anche divulgativi, culminanti nella breve ma fondamentale Storia della letteratura etiopica (1932). Instauratore dello studio scientifico della maggiore lingua moderna dell'Etiopia, l'amarico, G. la promosse, oltre che
con la già citata grammatica e con l'edizione di testi, con il grande Vocabolario amarico-italiano (1901, riproduzione fotomeccanica 1935, supplemento postumo 1940).
G. fu condirettore e collaboratore delle due grandi collezioni di testi dell'Oriente cristiano, Corpus scriptorum christianorum orientalium e Patrologia Orientalis; con liberalità ineguagliata, per oltre un sessantennio diede consiglio e aiuto a innumerevoli imprese e studi altrui.

Suo figlio Michelangelo, n. a Roma il 19 marzo 1886, m. ivi il 15 giugno 1946, professore di Storia e istituzioni musulmane nell'Università di Roma, oltre a felici saggi in varie letterature orientali, diede il meglio del suo ingegno all'arabo e all'islamistica, con novità e profondità di vedute, ispirate a una larga concezione critica e cristiana della storia. La sua opera migliore è La religione dell'Islam (in Storia delle Religioni, diretta da p. P. Tacchi Venturi, II, $3^{\text {a }}$ ed. Torino 1949).

Bibl.: G. Gabrieli, Un grande orientalista, in Nuova antologia, 1931, v, pp. 87-102; G. Levi Della Vida, s. v. in Enc. Ital., XVIII, pp. 252-53; id., in Oriente moderno, 15 (1935), pp. 236-48; A. Baumstor, in Oriens Christianus, 3 a serie, 10 (1935), pp. 239-44; C. Conti Rossini, in Rendiconti dell'Acad. dei Lincei, 6a serie, II (1935), pp. 469-81; E. Littmann, in Zeitschr. d. Deutschen Merged. Gesellsch., nuova serie, 14 (1935), pp. 119-30; S. G. Mercati, in Byzantion. 10 (1935), pp. 794-803. Bibl. degli scritti: Rivista degli studi orientali, 5 (1912), pp. 4, 77-89; G. Gabrieli, Bibliografia degli studi orientali in Italia dal 1912 al 1934, Roma 1935, pp. 85-87.

Giorgio Levi Della Vida
GUIDICCIONI, Bartolomeo. - Cardinale, n. a Lucca nel 1469, m. a Roma il 4 nov. 1549. Studiò diritto a Parma e Bologna. Entrò al servizio del card. Alessandro Farnese nel 1508 e fu vicario generale della diocesi di Parma dal 1509. Nel 1539 è cardinale e vicario generale di Roma. Intimo del card. Farnese anche quando quest'ultimo diventa papa Paolo III, si prodiga nell'opera e negli scritti (in parte ancora inediti) per la riforma della Chiesa.

Il G. è tipico rappresentante della tendenza curialista : il concilio sia plenario sia universale è sottoposto e dipende dal papa; il concilio è convocato dal papa (è fatta eccezione nei casi di estrema gravità, quando senza l'intervento papale riceve direttamente autorità da Cristo). Il G. è però primo tra i curialisti a dichiarare che una maggiore autorità e una maggiore facilità di accettazione per i fedeli deriva da tutto ciò che viene pubblicato in concilio. Nelle questioni di diritto positivo il pensiero papale è normativo; quando vi sia discordanza tra papa e concilio, il concilio può ottenere la sospensiva solo se si tratti di una nuova proposizione dogmatica.

Il G. non comprese però appieno le funzioni del Concilio contro Lutero: per il G. il Concilio doveva restringersi a condannare gli eretici e i loro scritti; mentre invece poi il Concilio rappresentò qualcosa di più vasto e profondo : basta pensare alle molteplici discussioni che portarono a precise formulazioni dogmatiche.

Bibl.: V. Schweitzer, Kord. B. G., in Römische Quartalschrift, 20 (1906), pp. 27 sgg., 142 sgg., 188 sgg.; 22 (1908), p. 139 sgg.; H. Jedin, Concilio e Riforma nel pensiero del card. B. G., in Riv. di storia della Chiesa in Italia, 2 (1948, 1), p. 33 sgg.; id., Storia del Coni, di Trento, Brescia 1949. Massimo Petrocchi

GUIDICCIONI, Giovanni. - Diplomatico, n. a Lucca il 25 febbr. 1500, m. a Macerata il 26 luglio 1541. Segretario del card. Alessandro Farnese, governatore di Roma quando il Farnese divenne papa Paolo III, vescovo di Fossombrone. Nel 1535 fu inviato quale nunzio in Spagna presso Carlo V, che poi seguì in Tunisia e in Provenza. Fu presidente della Romagna e, nella guerra contro Ascanio Colonna, commissario generale dell'esercito pontificio.

Nelle Lettere di negozi (in Opere, 2 voll., Firenze 1867), paragonabili stilisticamente a quelle del Guicciardini, rende ragione della sua attività diplomatica. Tra i suoi discorsi, notevole l'Orazione ai nobili di Lucca (Roma

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![img-7.jpeg](img-7.jpeg)
(per cortesia di S. Erc. il Padre Abate di Montecassino) Guido d'Arezzo - La più antica copia del Micrologus di G. d'A. La mano qui rappresentata è uno dei primissimi esempi della cosiddetta mano guidoniana per il dettato musicale; le note sono segnate sulle dita. A sinistra l'inno O Ramo nobilis con notazione alfabetica guidoniana su rigo esacordale - Montecassino, Biblioteca dell'Abbazia, cod. 318 (fine sec. sc).

1945, a cura di C. Dionisotti, v. introd. pp. 5-81) in difesa degli "straccioni». Compose inoltre Rime (Bari 1914) di intonazione petrarchesca. Della umanistica e cristiana saggezza del G. parlò A. Caro nelle Lettere familiari (Firenze 1920, pp. 272-80), in occasione della morte.

Bias.: E. Chiorboli, G. G., Jesi 1907; L. Berra, Nuove lettere di mont. G. G., in Giorn. stor., 79 (1922), pp. 274-89; E. Allodoli, L'oraz. di F. Robortelli per la morte del G., in Rinascita, 5 (1942), pp. 372-406.

Giovanni Fallani
GUIDO d'Arezzo. - I. Vita. - La data di nascita e di morte di G. è incerta. Poiché nel 1027 o 1028 G. fu chiamato a Roma da papa Giovanni XIX, desideroso di conoscere le innovazioni del monaco nel campo dell'insegnamento musicale, si pensa che G. potesse avere allora ca. 40 anni, e lo si fa nascere verso il 990 . Il 1050 come anno della morte è pura congettura. Alcuni autori (Morin, M. Brent e, per ultimo, F. Schmitz) hanno avanzato l'ipotesi che G. fosse nato in Francia; ma le sottoscrizioni ai manoscritti (oltre 50) che riproducono le opere di G. non concordano tra loro; alla menzione G. a Sancto Mauro (=St-Maur des Fossés, presso Parigi) e G. Augensis (Eu, in Normandia) si oppongono i titoli di G. Cantuariensis (=Cantorbery) e, con più frequenza, G. Aretinus (Arezzo).

Le notizie date dallo stesso G. nelle sue opere - le sole riconosciute di valore incontrastato - portano ad ammettere che il celebre monaco sia nato in Italia e precisamente ad Arezzo, in specie quando, tornato ad Arezzo, G. scrive "tornatus ad patriam». D'altronde non avrebbe senso la parola esilio a proposito della Francia, se G. vi fosse nato.

Una questione ormai chiarita riguardo alla vita di G. è quella di sapere se è stato camaldolese o benedettino. Anzitutto è bene osservare che i Camaldolesi sono pure
un ramo dell'Ordine benedettino e quindi non è uno sbaglio annoverare G. nelle schiere dei Benedettini. Ma si può precisare anche che G. fu eremita o almeno monaco della famiglia romualdina, che prese il nome di Camaldoli un mezzo secolo dopo le morte del Santo fondatore, avvenuta nel 1027. Dal compatto fascio di argomenti che confortano la tradizione camaldolese sempre vivente, va ricordato soltanto questo: G. fu certamente monaco, i due monasteri benedettini che se lo contendono, cioè Pomposa e Camaldoli, avevano certamente abbracciato l'osservanza di s. Romualdo quando G. vi entrò come novizio verso il roro. Di più, una testimonianza dell'abate Donizone (ca. rogo) attesta che G. era stato eremita; i particolari dati da questo sul vescovo Teodoldo sono importanti a tale verità storica, che non permettono di rigettare quelli dati su G., amico del medesimo vescovo. "Musica seu cantus istum laudare Tedaldum - Non cessant semper; renovantur eo faciente - Micrologum librum sibi dictat Guido peritus - Musicus et monachus necnon heremita beandus "(Donizone, Vita Mathildis, ed. F. Davoli, Reggio Emilia 1888, p. 77).

L'esilio di G. è stato pure uno dei punti sui quali la critica ha trovato a ridire, dubitando che in cosi ridotta comunità e cosi santa, come può essere un eremo, la gelosia abbia modo di cacciar via un confratello e soprattutto di obbligarlo a rifugiarsi oltre i confini d'Italia. Ma in verun modo è dimostrato che G. abbia varcato le Alpi: il testo "me vides prolixis a septentrionalibus finibus exulatum" si spiega benissimo se G. è andato nell'Italia settentrionale; l'espressione "nabis alpestribus", trovatasi in alcuni manoscritti, con la quale G. accenna alla sua difficoltà di stare a Roma durante il caldo dell'estate, e il fatto che sia stato accompagnato a Roma da un abate milanese Grunvaldo, convalidano questa ipotesi. Basta poi ricordare il pericolo in cui si trovava il monastero di Pomposa quando G. dovette allontanarsene, per capire i motivi che spronarono l'abate Guido Strambati ad affrettare la partenza: il patriarca di Ravenna Eriberto, approfittando dei dissensi degli eremiti, si era mosso, a mano armata, per distruggere il monastero e attribuirsi i beni. Che G. possa essere stato una tra le cause di questi dissensi, non fa dubbio, giacché lo ripete più volte; l'invidia poteva essere suscitata dalla troppa frequenza degli ammiratori e dell'avversione e l'odio alle novità sempre sospette ai monaci nonché dalle continue richieste dell'opera sua. Che poi G. non abbia avuto occasione nell'eremo di cantare, far cantare, inventare e applicare una nuova pedagogia musicale, questo non resiste ai fatti : il monastero camaldolese differisce poco da quello benedettino ove si canta assai; la liturgia dall'eremo è minutamente descritta dal b. Martino III, nel Liber Divinorum Officiorum, ove si vede che almeno una delle tre Messe celebrate ogni giorno era cantata (1233). Il numero dei novizi di Pomposa dava poi possibilità a un maestro di canto di esercitare il suo zelo: si sa che nel 1040 i monaci e gli eremiti sorpassavano il centinsio! (cf. J. Mabillon, Annales O. S. B., IV, Parigi 1685, p. 115).

Della vita di G. dopo il suo viaggio a Roma (1028), che dovette lasciare per motivo di salute, si perde traccia sicura. Andò a Pomposa ove si riconciliò con l'abate Guido Strambati "padre della sua anima". Tornò ad Arezzo e fu accolto di nuovo dal vescovo Teodoldo; da li si recò quasi certamente a Camaldoli più volte insieme con questo vescovo, tanto devoto agli eremiti; anzi un documento del 1033 esistente nella curia di Arezzo suggerisce che G. rimase abbastanza nell'eremo per diventare vice-priore. Il quadro del 1600 conservato a Fonte Avellana non è una prova sufficente della morte di G. in questo eremo, ma rende pure testimonianza di una tradizione ininterrotta nell'Ordine di Camaldoli, dove, piuttosto che di gloriarsi di nomi estranei, si suol nascondere ogni gloria personale sotto l'anonimo.
II. Opere e influsso. - Le opere di G. o attribuite a lui sono state raccolte da M. Gerbert (Scriptores ecclesiastici de musica, II, St. Blasien 1784; riproduzione anastatica, Milano 1931, p. 178) e da Ch.

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E. H. De Coussemaker (Scriptorum de musica medii aevi nova series, II, Parigi 1867, riproduzione anastatica, Graz 1908, pp. 78-1 16). Si considerano autentici: 1) il Micrologus, id est brevis sermo de musica, con il prologo prefisso. 2) La lettera al vescovo Teodaldo, al quale G. dedicava il Micrologus. 3) Le Regulae musicae rhythmicae. 4) La Epistola Michaeli monacho de ignoto cantu. L'edizione critica di queste opere, scritte ad Arezzo, è stata progettata nella ricorrenza del IX centenario della morte di G.

La dottrina, ivi contenuta, presenta originalità in confronto a quella dei teorici anteriori a G. che egli pure conosce, ma da cui si distacca coscientemente. In prima linea le innovazioni pedagogiche, motivo di tanta fama, sono esposte nella lettera a Michele. Il suono iniziale dell'inno a s. Giovanni Battista « Ut queant laxis Resonare fibris... - sale di tono o semitono a ogni inciso; G. ritiene la sillaba sottostante ut re mi fa sol la con la progressione ascendente dei gradi e fissa questo esacordo nella memoria dell'allievo; il paragone istantaneo con questo quadro fisso nella memoria, permetterà a chi legge degli intervalli precisi sulla pergamena di riprodurli con la voce. In un mese si faranno più progressi con questo metodo che non in dieci anni con il sistema fino allora in uso, che per far sentire la melodia da imparare richiedeva l'aiuto di un maestro o almeno uno strumento, il monocordo di solito; in tutti i casi non si arrivava a decifrare a prima vista come lo otteneva G., e in questo consistette la vera sua rivoluzione.

Questo supponeva che la lettura della semeiografia suggerisse intervalli precisi e in ciò pure G. realizzi un nuovo progresso. Non è vero che G. abbia inventato tutto il rigo, che poi prese il nome di "rigo guidoniano"; esisteva poco prima di lui la pratica di scrivere i neumi sopra e sotto una linea tracciata a secco (scuola aquitana), e forse G. ne avrà avuto conoscenza nell'ipotesi di un suo soggiorno in un monastero francese della riforma di Cluny, o più semplicemente dai racconti di s. Romualdo che fu dieci anni nell'abbazia di S. Michele in Aquitania (978-88). Il perfezionamento apportato da G. fu di aggiungere una o due linee secondo i casi e anzitutto di fissare il valore di ciascuna, quella di fa con lettera - chiave F di colore rosso, quella di do con lettera - chiave C di color giallo, quella di la rimanendo tracciata a secco. Queste sono le due invenzioni di G. Si è attribuito anche a lui l'intero sistema della solmisazione con le mutazioni e i tre esacordi. La mano detta guidoniana o mano armonica non sembra risalire fino a G., benché se ne trovi qualche figura alla fine del sec. xi.

L'influsso di G. è stato alle volte esagerato, alle volte minimizzato all'eccesso. Se l'introduzione della terza nella polifonia rudimentale del sec. xi, chiamata organum vocale, è veramente opera di G., l'orizzonte aperto da questo antico musicista è più largo di quanto si è creduto. Ma basta alla sua risonanza aver creato un metodo di solfeggio che, appena modificato, è rimasto in uso fino ai nostri giorni. L'importanza dell'invenzione di G.si apprezza paragonando la musica occidentale con quella orientale, non uscita dallo stato in cui si trovava al tempo di G. : vinte le difficoltà elementari della simbolizzazione del suono e della sua rappresentazione mentale, diventava possibile orientare l'invenzione musicale verso le combinazioni non più solo lineari ma a vari piani, della polifonia vocale e strumentale.

Bibl.: P. Federici, Rerum Pomponniorum historia, I. Roma 1781, p. 280; L. Angeloni, Sopra la vita le opere ed il sapere di G. d'A., Parigi 1811: R. G. Kiesewetter, G. von Arezzo, Lipsia 1840; K. Kornmuller, G. von Arezzo, Ratisbona 1870; G. Ristori, Biografia di G. monaco, $3^{4}$ ed., Arezzo 1880; M. Balchi, Studi su G. monaco, Firenze 1882; Eremiti camaldolesi, G. d'A., Prato 1882; G. Morin, in Revue bénédictine, 5 (1888), p. 446; A. Brandi, Il beato G. d'A., Firenze 1882; P. Pagani, Storia dei Camaldolmi, Sassoferrato 1849, p. 263 sgg.; M. Brenet, in Tribune de St-Gervais, 8 (1902), pp. 121-27; C. Vivell-A. Gastoud, ibid., 16 (1910), pp. 173-86; C. Poggi, Camaldolesi G. d'A., in Camaldoli, 8 (1930), p. 2 sgg.

Fiorio Thomas
GUIDO da Baisio. - Canonista, n. da famiglia bolognese a Baisio (Reggio Emilia) ca. il 1246-56, m. in Avignone il 10 ag. ( 5 giugno ?) 1313. Studio diritto alla scuola di Guido da Suzaria e Giovanni
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Uns. Alineri
Guldo di Como (Guido Bigarelli) - Pulpito con storie del Cristo - Pistoia, chiesa di S. Bartolomeo in Pantano.
d'Anguissola. Fu cappellano del vescovo di Parma Gerardo, che fu poi cardinale e vescovo di Sabina: più tardi lo si trova in Bologna, dove nel 1296 fu da Bonifacio VIII nominato arcidiacono del Capitolo cattedrale.

In Bologna, e prima forse anche in Reggio, egli insegnò, con grande fama, diritto canonico, dapprima come lettore libero (fino al 1301) e poi con incarico ufficiale (1301-1304), avendo come discepolo Giovanni d'Andrea. Il periodo del suo insegnamento bolognese coincide con l'esercizio della sua carica arcidiaconale, per cui egli era ed è tuttora noto e citato come l'«arcidiacono" per antonomasia. Nel 1304 fu chiamato in Avignone, dove Benedetto XII lo volle cappellano della corte pontificia e scrittore delle cosiddette lettere contradditorie.

Tra le sue opere principali primeggia un voluminoso apparato al Decreto, intitolato Rosarium Decreti (Strasburgo 1472 e successive numerose edd.), composto tra il 1296 e il 1302 con lo scopo di aggiornare e completare, con i propri ed altrui contributi, specialmente con estrani da Uguccione, la glossa ordinaria al Decreto stesso: la quale infatti si trova arricchita, nelle seguenti edizioni, di molte additiones desunte dal Rosarium. G. da B. si classificò tra i principali commentatori del Liber sextus con il suo Apparatus seu Glossa seu Commentarius ad Sextum (Milano 1480), che completò tra il 1306 e il 1311 : opera molto più vasta, ma meno precisa, di quella di Giovanni d'Andrea, che divenne poi glossa ordinaria. Si ha di lui inoltre un Tractatus de haeresibus et aliis criminibus ad Clementem V, composto in occasione della nota causa dei Templari accusati di eresia, lavoro ancora monoscritto, di cui il Mansi riporta i due tratti principali (Mansi, XXVI, 413-28; ibid., Supplemento, 357-86).

Bibl.: J. F. von Schulte, Dic Geschichte der Quellen und Literatur des canonischen Rechts, II, Stoccarda 1877, p. 186 sgg.; G. Fantuzzi, Notizie degli scrittori bolognesi, I, Bologna 1781-94, pp. 316-32; Hurter, II, col. 511 sg.; F. Gillmann, G. de Baysio und Johannes de Anguisoila, in Archiv für katholischen Kirchenrecht, 104 (1924), p. 22 sgg.; A. van Heve, Prolegomena, 24 ed., Malines-Roma 1945, pp. 473, 483, 489. Zaccaria da San Mauro

GUIDO di Como (Guido Bigarelli). - Scultore, n. forse ad Arogno, visse lungamente in To-

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(per curisita di mens. A. F. Frates)
Guido da Cortona, beato - Busto - Cortona, Duomo.
scana. Nel 1246 eseguì il fonte del battistero di Pisa; nel 1250 firmò il pergamo della chiesa di S. Bartolomeo in Pantano a Pistoia.

Alla sua maniera vanno riferite altre opere a Pistoia, a Pisa, a Lucca. Iniziata forse la sua attività accanto alle maestranze operose nella Cattedrale lucchese (Storie di s. Martino e di s. Regola, nell'atrio) si allontanò - forse per influsso degli artisti attivi a Pisa - dagli esempi di forte plasticismo offertigli da quelle sculture, derivanti dalla rude arte di Wiligelmo, per orientarsi verso forme più semplici, piane ed aggraziate. Ciò si nota soprattutto nel pergamo di Pistoia dove scolpì Storie della vita di Cristo.

Bibl.: P. Torsca, Storia dell'arte ital., I, Torino 1927, pp. 783-85; M. Salmi, La scultura romanica in Toscana, Firenze 1928, p. 110 .

Pietro Zampetti
GUIDO da Cortona, beato. - N. a Cortona da nobile famiglia ca. il 1187 , m. ivi, il 12 giugno 1247. Fu ammesso nell'Ordine francescano dallo stesso s. Francesco nella sua prima predicazione a Cortona nel 1211; si ritirò poi nel solitario Convento delle Celle, presso la medesima città, del quale può considerarsi a ragione il fondatore. Ordinato sacerdote, si dette al ministero della predicazione su designazione dello stesso serafico patriarca. Dopo la morte operò numerosi prodigi. Il suo culto fu approvato da Gregorio XIII nel 1583 per la diocesi di Cortona e da Innocenzo XII esteso all'Ordine francescano.

Bibl.: Acta SS. Junii, II, Anversa 1698, pp. 601-607; N. Bruni, Le reliquie del b. G. da C., compagno di s. Francesco, al lume della leggenda e della scienza, Cortona 1947 (con completa bibl.).

Riccardo Pratesi
GUIDO Lombardo, beato. - Fondatore degli Umiliati, n. a Milano e vissuto nella prima metà del sec. xI. Sulla sua vita restano poche e malsicure notizie, tramandate da Girolamo Terocchio, vissuto nel
sec. xv, che le attinse dalle lezioni di un vecchio Breviario. Essendo stato deportato dall'imperatore Enrico II in Germania, insieme con altri gentiluomini milanesi, riuscì a convincere i suoi compagni a mutar vita e a vivere sotto una disciplina religiosa, che diede origine all'Ordine degli Umiliati (v.).

Ma un altro storico, il Puricelli, dopo aver narrato le origini dell'Ordine nel modo riferito, soggiunge: "M'ingannavo: questo b. G. nell'anno 1134 ricevette da s. Bernardo alcune Regole per detto Ordine, le quali fece confermare da Innocenzo III nell'anno 1199 e perciò ne fu addimandaro fondatore ". Oltre a posticipare di un secolo la vita del beato, qui si dice che le Regole, ricevute da G. nel 1134, furono dallo stesso fatte approvare nel 1199, cioè alla distanza di 65 anni : cosa che sembra abbastanza inverosimile.

Ma dell'esistenza storica del b. G. non sembra potersi dubitare. L'Ordine degli Umiliati, esistito fino al 1570, gli ha reso culto pubblico come a suo fondatore, e Milano lo annovera tra le sue glorie cittadine.

Bibl.: Gli storici degli Umiliati, specialmente per quanto si riferisce alle loro origini, quali il Mourolico, il Bonanni, l'Ebot, il Migne ecc. riputano tutti la stessa cosa; ma soprattutto il p. Terocchio e il p. Puricelli, il quale ha lasciato un'opera inedita, una raccolta di vite di santi dell'Ordine degli Umiliati, conservata in un codice dell'Andiressina di Milano, in cui il cap. 3, intitolato: Pel b. G. da Milano, fondatore degli Umiliati, tramanda brevi notizie biografiche, le quali sono tanto scarse che non vi si accenna nemmeno alla nascita, alle vicende e alla morte.

Francesco Russo
GUIDO, Marhamaldi: v. Marhamaldi, GUIDO.
GUIDO, monaco di Montecassino. - Fiori sotto l'abate Gerardo (1111-23) e fu maestro di Pietro Diacono (De viris illustribus Casinensis coenobii : PL 173, 1010) che lo dice "vir in humana eruditione clarissimus, religione et vita probatissima " (ibid., 1044-45). Da "quibusdam venerabilibus fratribus " ebbe l'incarico di mettere per scritto la visione che Alberico (v.), monaco di Montecassino, e di cui G. fu forse educatore (A. Mirra, p. 35), aveva avuto all'età di ro anni, e la cui fama si era largamente diffusa.

Ma l'opera di G. non piacque perché "quamplura descripsit, quamplura dimisit ", tanto che Alberico stesso la riscrisse conservando solo il prologo di G. (ed. F. Cancellieri [v. bibl.], pp. 144-45; A. Mirra [v. bibl.], p. 86). Sempre secondo Pietro Diacono (loc. cit.), G. scrisse anche una storia dell'imperatore Enrico (IV o V?), e alcuni versi sulla fortuna della stessa Visione, tutto perduto.

Bibl.: F. Cancellieri, Osservazioni intorno alla questione... sopra l'originalità della Divina Commedia di Dante, appoggiata alla storia della Visione del monaco cassinese Alberico, Roma 1814. passim, che contiene la prima ed. della Visione di Alberico; A. Mirra, La Visione di Alberico, in Miscellanea Cassinese, 11 (1932), pp. $34-36,48,85$; cf. anche L. Tosi, Storia della badia di Montecassino, II, Napoli 1842, p. 35.

Renata Orazi Ausenda
GUIDO di Orchelles. - Teologo scolastico che visse tra il xir e il xiri sec.

Di lui finora è noto soltanto che dopo il 1206 scrisse una Summa de Sacramentis (inedita), in cui segue le dottrine di Gilberto Porretono. Importante è soprattutto la sua dottrina sull'efficacia sacramentale della Penitenza, in cui viene accentuata l'importanza dell'opus operatum.

Bibl.: M. Grabmann, Gesch. d. scholast. Methode, II, Friburgo in Br. 1911, pp. 487-88; A. Landgraf, s. v. in LThK, IV, col. 739 .

Anncliese Maier
GUIDO da PISA. - Scrittore carmelitano di Caprona (Pisa). Ignoto l'anno di nascita e di morte: un orientamento cronologico è fornito dalla sua dedica di alcuni lavori su Dante al genovese Lucano Spinola, il cui nome ricorre negli aa. 1323-47. Nonostante l'apparente ingenuità dei suoi scritti, G. fu uomo non ignaro di esperienze letterarie ed ermeneutiche.

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(pti. alinari)
Guido da Siena - Madonna con Bambino - Siena, Pinacoteca.
Con intenti didattici redasse, traducendo o rimaneggiando fonti varie (Bibbia, Eneide, Commedia, Cronica del Villani, ecc.), una compilazione storico-mitologica dal titolo Il fiore d'Italia, di cui son pervenuti i primi due libri dei sette annunziati nel proemio. In essi "mascolando e inserendo per ciascun tempo eziandio la storia della divina scrittura" espose, con freschezza di lingua e di stile e con movenze quasi fiabesche, la preistoria romana dai mitici re laziali alle vicende di Enea. L'opera, tra le più significative del Trecento minore, forse non fu mai ultimata. Due sezioni staccate di essa, I fatti d'Enea e Il fiore di mitologia, ebbero voga nelle scuole. Notevole, per la storia della fortuna dantesca, l'amore di G. per la Commedia: oltre a citarla frequentemente nel Fiore, dedicò all'Inferno una dichiarazione in 8 canti di terzine e un commento latino.

Bibl.: Edizioni: Il fiore d'Italia, Bologna 1490, ivi ristampato nel 1839; Il fiore di mitologia, ivi 1842; I fatti d'Enea, Firenze 1868 (ad. con introd. e commento di A. Marenduzzo, Milano 1906); il proemio al Commento all'Inferno è stato pubblicato da G. Vandelli in Boll. sec. dont. ital., 8 (1909), p. 120 sgg .; la parte relativa ai canti 29 e 34 da F. P. Lulso in Miscell. Mazzoni, I, Firenze 1907, p. 79 sgg.; la Dichiarazione poetica dell'Inferno, da F. Roediger in Propagnatore, nuova serie, I (1888), pp. 62 sgg., 326 sgg. Studi : P. Caioli, Frater G. pisanus carmelita, in Analecta Ordinis Carmelitarum, I (1909), p. 327 sgg.; C. Fedeli, G. da P., in Ann. Univ. tosc., 29 (1910), pp. 1-24; G. Livi, G. da P. dove scrisse il suo commento dantesco 7, in Rivista delle biblioterhe e degli archivi, 26 (1912), pp. 1-2; N. Sapegno, Il Trecento, Milano 1938, p. 616 sgg. (con bibl. a p. 628).

Enzo Navarra
GUIDO da Siena. - Pittore senese, attivo nella prima metà del sec. xiII; firmò e datò nel 1221 (altri lesse 1271) la tavola con la Madonna ed il Bambino in trono nel Palazzo pubblico di Siena, che presenta tuttavia il volto, il velo, le mani della Madonna e il volto del Bambino ridipinti da un artista duccesco verso la fine del secolo.

Ma quasi del tutto originali sono gli angeli sull'arco trilobo, il Cristo fra due angeli nel frontone, nonché il rimanente delle due figure principali, per cui si sono potute a ragione attribuire a G. altre opere, come alcune tavolette con storie del Redentore nelle Gallerie di Altenburg, di Utrecht, di Siena e che si suppose potessero essere unite originariamente a quella tavola firmata; alcune Madonne (Siena, Arezzo, S. Gimignano), nonché molte opere da lui derivate, riflettono quel bizantinismo che doveva sfociare nell'opera più evoluta di Duccio di Buoninsegna.

Bibl.: K. Weigelt, s. v. in Thieme-Becker, XV, pp. 280-84; P. Tarsca, s. v. in Enc. Ital., XVIII (1933), pp. 222-26; A. Venturi, Tavola di G. da S., in L'arte, 36 (1933), pp. 14-17; E. SendbergVavala, The Madonnas of G. da S., in The Burlington magazine, 1934, pp. 254-71: C. Brandi, Una Madonna del 1282 ed ancora il problema di G. da S., in L'arte, 36 (1933), pp. 3-12.

Gilberto Ronci
GUIDO II, duca di Spoleto, re d'Italia e imperatore. - Al dissolversi, con la deposizione e la morte di Carlo il Grosso (888), dell'Impero carolingio che si fraziona nei nuovi Stati, di fatto indipendenti, di Alemagna, Francia, Provenza, Borgogna, Lorena, in Italia balza in primo piano la figura del duca di Spoleto G. II, che aveva già raccolti nelle sue mani i ducati di Camerino ( 879 , alla morte del padre) e di Spoleto (882, alla morte del fratello primogenito Lamberto). Figlio di Guido I di Spoleto e di Adelaide, figlia del re d'Italia Pipino, sposò Ageltrude, figlia di Adelgizio duca di Benevento. Valoreso guerriero e politico ambizioso e senza scrupoli, usurpa dapprima terre dello Stato pontificio e si rende a poco a poco indipendente dal debole imperatore Carlo il Grosso. Non esita, per ingrandire e consolidare il suo dominio, a stringere alleanze con i Greci e con i Saraceni, mettendo in inquietudine Papa e Imperatore che incarica Berengario del Friuli di arrestarlo e occuparne le terre. Una pestilenza fra le sue truppe allontanò Berengario senza aver compiuto il mandato e nell'885 G. rientra nelle grazie dell'Imperatore. Anche Stefano V, in questo tempo forse per averne l'appoggio contro i Saraceni, si riconcilia con G. che di fatto combatte con fortuna al Garigliano; giunge perfino ad adottarlo come figlio.

Alla morte di Carlo il Grosso sembra per un momento dimenticare l'Italia: pensa alla corona di Francia che gli viene offerta dall'arcivescovo Folco di Reims. Ma vinto da Oddone di Parigi, già eletto, ritorna in Italia a contrastare la corona a Berengario che nel frattempo era stato coronato a Pavia, riconosciuto tuttavia soltanto dall'Italia settentrionale. Dopo un sanguinoso scontro a Brescia, segue un armistizio fino al genn. dell'889. Riprese le ostilità, Berengario fu decisamente battuto alla Trebbia, e G., promettendo difesa e protezione, viene eletto dai vescovi re d'Italia a Pavia (febbr. 889). Stefano V, intimorito forse da questa vittoria, invita Arnolfo di Germania, successore all'Impero, a scendere in Italia. Ma impedito costui, G. riusci, non si sa come, a ottenere il 21 febbr. 891 la corona imperiale che rinsaldò la sua posizione, e nel sigillo incise la scritta: "Rinovatio Regni Francorum ". Veniva così rotta per la prima volta la tradizione che riservava alla famiglia carolingia la dignità dell'Impero. G. abbracciò con impegno il nuovo sсторito; al figlio Lamberto, già associato nel Regno, diede il titolo di re d'Italia; pose la sua sede a Pavia, e nella dieta del $1^{\circ}$ maggio dettava dei Capitolati, a imitazione di quelli di Carlomagno, destinati a rimettere un po' di ordine nel paese.

Ma papa Formoso, eletto nell'892, dapprima favorevole (coronò il figlio Lamberto), passò presto a trattare con Arnolfo una discesa in Italia. Arnolfo, dopo un'infruttuosa spedizione del figlio Zwentibaldo, scende in Italia nell'894 occupando Bergamo, Milano, Pavia, ma si arresta improvvisamente nella sua marcia e ripassa le Alpi.

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G. riprende un istante la sua posizione, ma mentre si prepara a marciare contro Berengario, muore improvvisamente sul Taro, fra Parma e Piacenza. Fu sepolto nella cattedrale di Parma.

Il minuscolo Impero di G. fu una debole riproduzione dell'Impero carolingio, senza consistenza, legato unicamente al suo prestigio e alla sua abilità personale.

BISL., C. Varini, Storia di Spoleto dalla sua fondazione alla peste del 1342, Spoleto 1897: I diplomi di G. e di Landerto, a cura di L. Schiaparelli, Roma 1906; G. Romano e A. Solmi, Le dominazioni barbariche in Italia, Milano 1940, capp. 7-8; A. Pliche, L'Europe occidentale de 888 à 1113, Parigi 1941, pp. $9-13$ e passim.

Alberto Ghinato
GUIDO de
Suzana. Giuri-
sta, appartenente al gruppo dei postglossatori, n. probabilmente a Suz zara (Mantova) in data incerta: visse tra il 1260 e il 1292 e fu successivamente professore a Modena, Padova, Bologna, consigliere di Carlo d'Angiò e di nuovo professore a Reggio Emilia e a Bologna, ove, come sembra, morì. Fu maestro di Giacomo de Arena, di Guido da Baisio e di Alberto Gandino. Fu proposto a vescovo di Torino, ma escluso, come pare, per il sus: stato di coniugato, per quanto, come è dato sapere, si trattasse solo di matrimonio rato.

Scrisse un commento al Decretum di Graziano (De primo et secundo decreto), edi