Eur., VII, p. 155; A. Gatard, s. v. in DThC, VI, coll. 20652066.
Vito Zollini

(da F. Gonin, Souvenir pittoresque de H., Torino 1528, tav. 7) Haute-Couire - Esterno della cappella detta * dei Principi *. Disegno di F. Gonin, litografia di D. Festa (1830).
HAWRĀN: v. AURAN.
HAWTHORNE, Nathaniel. - Romanziere americano, n. a Salem (Indiana) il 4 luglio 1804, m. a Plymouth (New Hampshire) il 19 maggio 1864. Esordì con l'attività giornalistica nel 1863.
L'anno seguente lo H. si rivela narratore particolarmente dotato per l'approfondimento psicologico dei suoi personaggi, nei Twice-Told Tales (1837). Come ispettore delle dogane fu a Boston (1843) e a Salem (1846) stabilendosi infine nel Massachusetts in una capanna isolata. A questo periodo ed ambiente sono legati i suoi due grandi romanzi: The scarlet letter (1850) e The house of the seven gables (1851). Durante i suoi ultimi anni fu in Inghilterra come console, e in Italia.
Nei romanzi, come nei racconti, un mondo tragico, amaramente pessimistico, è ricreato con semplicità di mezzi attraverso uno stile ampio, ricco di sfumature e di movenze musicali. In The scarlet letter, che si può considerare come la sua opera più matura, l'analisi psicologica si allarga a tutto l'ambiente che è quello della prima comunità puritana in America alla metà del sec. xvir. Il romanzo approfondisce compiutamente la visione austera che lo H. ebbe del problema del male e della colpa, la cui impostazione e risoluzione rivelano nell'autore l'educazione protestante.
Bibl.: Opere: Complete writings, Boston 1883. Studi: H. Jones, H., Londra 1880; Lloyd Morris, The rebellious puritan, Nuova York 1927; H. Gorman, N. H., A study in solitude, ivi 1927; N. Arvin, N. H., Boston 1929. Cf. inoltre: N. E. Browne, A bibliography of $H$., ivi 1905; L. S. Hall, $H$. critic of Society, Londra 1944; L. Schubert, H. the Artist, ivi 1944; R. Stewart, N. H., Nuova Haven 1948; R. Cantwell, N. H. The american years, Nuova York 1948.
Giulio de Angelis
HAY, John. - Teologo gesuita scozzese, n. a Dalgety (Fifeshire) nel 1546, m. a Pont-à-Mousson il 21 maggio 1607. Si rese presto noto per le polemiche sulla dottrina della transustanziazione sostenuta contro i protestanti a Strasburgo nel 1576. Insegnò teologia nell'Università di Tournon (1581) e fu rettore del Collegio di Pont-à-Mousson.
Scrisse : Certain demandes concerning the Christian Religion and Discipline (Parigi 1580), opera che suscitò il risentimento dei calvinisti; Disputationum libri duo in quibus calumniae et captiones Ministri Anonymi Nemausensis... discutiuntur (Lione 1584); L'Antimoine aux responses que Th. de Bèze faict à trente sept demandes (Tournon 1588); De rebus fapanicis, Indicis et Peruvianis epistolos recentiores (Anversa 1603); curò inoltre l'edizione della Bibliotheca Sancta di Sisto da Siena (Lione 1591-92).
Bibl.: H. Fouqueray, Histoire de la Compagnie de Jésus en France, II, Parigi 1913, pp. 127 e 247; W. R. Thayer, Life and letters of $\mathcal{F}$. H., 2 voll., Londra 1915. - Niccolò Del Re
HAYDN, Joseph. - Musicista, n. a Rohrau (Bassa Austria), il 31 marzo 1732, m. a Vienna il 31 maggio 1809. Entrato nel 1745 come fanciullo cantore nel coro di S. Stefano a Vienna, lo dovette lasciare nel ' 49 per il cambiamento della voce; seguirono anni di povertà in cui il giovine H. seppe proseguire gli studi, mentre per guadagnarsi da vivere sonava in orchestre e per le serenate notturne.
Presentato dal Metastasio a Niccolò Porpora, da questi ricevette alcuni consigli per la composizione; fu in seguito al servizio del cavaliere von Fürnberg, poi del conte Morzin. La sua condizione migliore quando nel 1766 fu assunto dal principe Eaterházy in qualità di vice-direttore e dopo alcuni anni come unico direttore della cappella musicale; in tale ufficio rimase per un venticinquennio. Nel 1790-92 fu in Inghilterra per una serie di concerti che ebbero grande successo, come è anche testimoniato dal conferimento del titolo di dottore in musica all'Università di Oxford; dopo un secondo soggiorno in Inghilterra (1794) gli fu assicurata l'indipendenza economica, che gli consentì di trascorrere in serenità gli ultimi anni della sua operosa esistenza.
La gloria dello H. è principalmente affidata alla sua
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musica strumentale che, nelle varie forme, venne presto riconosciuta come modello di classico equilibrio. Oltre a numerose composizioni per vari strumenti, l'opera sua più originale è da ravvisare nelle sinfonie e nei quartetti, in cui lo sviluppo tematico si afferma come l'elemento più caratteristico del nuovo stile strumentale. Mentre si può considerare secondaria la produzione teatrale, occasionalmente composta per le feste di casa Esterházy, assai notevole è invece quella religiosa; sono pervenute 12 messe (le sei ultime, più significative, scritte dal 1796 al 1802), due $2^{\circ}$ Deum, uno Stabat Mater ed un Requiem, numerose cantate. Nel 1773 compose l'oratorio Il ritorno di Tobia, nel 1785 Le sette parole di Cristo sulla Croce (composizione strumentale poi rielaborata con aggiunta di parti vocali nel 1801); ma gli ultimi due oratòri $L a$ creazione (1798) e Le stagioni (1801) nella loro ampia concezione sinfonico-corale riassumono le migliori qualità dell'espressione spirituale del maestro.
Bibl.: G. Carpani, Le Haydine, ovvero lettere sulla vita e sulle opere di G. H., Milano 1912; K. F. Pohl, 7. H., Lipsia 1872 1882 completata da H. Botstiber, Ivi 1927, biografia fondamentale; M. Brenet, H., Parigi 1919; K. Geitinger, 7. H., Potsdam 1932; R. Teuschere, 7. H., Berlino 1932.
Luigi Bonga
HAYEZ, Francesco. - Pittore, n. a Venesia l'ir febbr. 1791, m. a Milano l'ir febbr. 1882. Scolaro di Lattanzio Quarena e, all'Accademia, di Teodoro Matteini, vinse nel 1809 il concorso per il pensionato a Roma, quivi incontrò il Canova, che molto lo incoraggiò e lo protesse; vinto nel 1812 il gran premio dell'Accademia di Brera con il suo neoclassico Laocoonte, lo H. rimase per oltre cinque anni a Roma formandosi, oltre che alle opere antiche, alle pitture dell'Ingres e del Camuccini.
Rientrato a Venezia nel 1821, si recava a Milano, attratto dallo straordinariamente vivo ambiente artistico. A Milano dapprima dipinse in Palazzo reale alcuni quadri storici, ma presto fu chiamato all'insegnamento nell'Accademia di Brera. Orientatosi nell'ambiente romano dapprima verso il neoclassicismo, che a lui giovò soprattutto quale disciplina tecnica, si dedaò successivamente a quadri di soggetto storico, dipinti con intenti e sensibilità di romantico (Vespri siciliani, Galleria d'arte moderna di Roma; Ultimo oddiu di Giulietta a Romea, Galleria d'arte moderna di Milano), e soprattutto a ritratti, nel quale campo veramente eccelse per sensibilità scutissima d'interprete, per magistero tecnico e squisitezza cromatica. Il ritratto di Rossini, quello di Alessandro Manzoni e quello della signora Iuva, tutti a Milano, distribuiti fra le Gallerie di Brera e quella d'arte moderna, come l'altro della principessa di S. Antimo nel Museo di S. Martino a Napoli, sono indubbiamente tra le pitture più belle dell'Ottocento.
BibL.: R. Calzini, s. v. in Enc. Ital., XVIII, pp. 414-16 (con bibl.); E. Bassi, L'Accademia di belle arti di Venezia, Venezia 1930, pp. 61-63. Emilio Lavagnino
HAYNALD, Ludwig. - Cardinale, n. il 3 ott. 1816 a Szécsény (arcidiocesi di Strigonia), m. il 4 luglio 1891 a Kalocza. Discendente di nobile famiglia, dopo aver compiuto gli studi in teologia e legge a Pest e a Vienna, fu ordinato sacerdote nel 1839. Dapprima professore di diritto ecclesiastico e di storia alla Scuola superiore di teologia ad Esztergom (Strigonia), divenne nel 1846 segretario dell'arcivescovo Koppazy. Nel 1849 fu costretto a ritirarsi nella casa paterna di Szécsény per non aver voluto approvare la dichiarazione dell'indipendenza deliberata dalla Dieta di Debrecen.
Nel 1851 Francesco Giuseppe nominò H. coadiutore del vescovo di Transilvania. Vescovo di Ebron in partibus, successe per coadiutoria al vescovo Kovacs di Transilvania. In Transilvania contribuì largamente alla creazione di nuove istituzioni sottoliche ed alla restaurazione di quelle trasandate e si preoccupò vivamente dell'istruzione sia elementare, sia superiore della popolazione. H. si oppose vivacemente al diploma d'ott. del 1860 , che rescindeva l'unione della Transilvania con l'Ungheria.
Questa opposizione del vescovo al nuovo atto costituzionale determinò la reazione della corte di Vienna, che costrinse H. a dimettersi dal vescovato. Accolto da Pio IX a Roma, H. fu promosso alla sede arcivescovile di Cartagine in partibus nel 1864 e fu trasferito il 17 maggio 1867 all'arcivescovato di Kalocza e Bacs, che amministrò fino alla morte. Al Concilio Vaticano fu tra gli antinfallibilisti. Nel Concistoro del 12 maggio 1879 Leone XIII creò H. cardinale del titolo di S. Maria degli Angeli.
Bibl.: J. Wohl, Kurd. H., in Deutsche Reune, 17 (1892, i), pp. 63-70; L. Toth, Le eard. H., in Nouvelle revue de Hongrie, 64 (1941), pp. 11-19; T. Granderath, Geschichte des vatikanischen Konzils, III, Friburgo in Br. 1906, pp. 277 sgg.
Silvio Furlani
HAYNEUFVE, Julien. - Gesuita, scrittore di ascetica, uno dei più distinti maestri di vita spirituale del sec. xvir, n. a Laval il 3 sett. 1588, m. a Parigi il 31 genn. 1663 . Fu per 40 anni maestro dei novizi e istruttore dei Padri nel terzo anno di probazione. Assiduo studioso dei SS. Padri, ma specialmente di s. Agostino, ed esimio teologo, trasse da queste fonti la dottrina divulgata nei suoi scritti, che gli meritarono la fama di persona versata appieno nei più intimi segreti dell'ascetica e della direzione spirituale. Pur rimanendo fedele ai principi esposti da s. Ignazio negli Esercizi, insiste tuttavia con forza sulla vita interiore e sulla vita divina nell'anima, per mezzo della Grazia.
Le sue opere principali, che ebbero varie versioni ed edizioni, sono: L'ordre de la vie et des maeurs qui conduit l'homme à son salut et le rend parfait dans son état (Parigi 1639); Méditations sur la vie de Jésus-Christ pour tous le jours de l'année et pour le fétes des saints (4 voll., ivi 1611 1642); Méditations pour le temps des exercices (ivi 1643). Di queste ultime due opere stese egli stesso un compendio, che le rendesse più accessibili : Abrégé des méditations pour le temps des exercices (ivi 1655) e Abrégé des méditations sur la vie de Jésus-Christ (ivi 1655) che ebbero entrambi numerose edizioni. Si possono aggiungere: Le grand chemin qui perd le monde. Comme on y entre. Comme on en sort (ivi 1646); e l'opera, che si può chiamare la più personale e profonda: Réponses aux demandes de la vie spirituelle par les trois voies qu'on appelle purgative, illuminative et unitive ( 2 voll., ivi 1663-65, il II, postumo, a cura del p. L. Le Roy).
Bibl.: Sommervogel, IV, coll. 173-78; H. Bremond, Histoire littér. du sentiment religieux en France, I, Parigi 1924, p. 366; III, ivi 1923, p. 262 sg.; IV, ivi 1923, p. 144. - Celestino Testore
HAZAEL (ebr. Häzāēl e Häzāhēl, "Dio vede»; accadico, ḅaza'ilu, Settanta, AḠaȳ). - Fiero re degli Aramet di Damasco (ca. 844-797), destinato da Jahweh a punire l'idolatria di Israele (I Reg. 19, 1517). Mandato dall'infermo Benadad II a consultare Eliseo, H., con spiacevole sorpresa, si sentì svelato il suo piano di uccidere il Re ed annunziare il gran male che avrebbe fatto ad Israele (II Reg. 8, 7-15). Ucciso Benadad, usurpò il Regno; H. è perciò chiamato dagli Assiri : "figlio di nessuno" (A. Pohl [v. bibl.J, pp. 71, 10*).
Condottiero esperto ed energico, riuscl a superare, sia pure con forti perdite, le campagne ( $842,839$ ) condotte contro di lui da Salmanassar III (Obelisco, linn. 97-104); e non più molestato, si volse contro Israele. Aveva già difeso Ramoth di Galaad, ferendo Iotum (842; II Reg. 8, 28 sg .; 9, 14 sg .); ora, regnando Iehu, sconfigge ovunque gli Israeliti, occupa tutta la Transgiordania fino all'Arnon (II Reg. 10, 32 sg.; Am. 1, 3 sg.); domina su Israele: lascia a Ioachaz una guarnigione di 10.000 fanti, 50 cavalieri e 10 carri (II Reg. 13, 3-22). A sud, espugna Geth (798), attacca Gerusalemme e si ritrae per l'ingente somma pagata da Ioas (II Reg. 12, 18 sg.).
BibL.: A. Pohl, Historia populi Israel, Roma 1933, pp. 71, 77, 82-83, 9*sg.; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, I, Parigi 1933, pp. 247, 276; II, ivi 1938, p. 94; A. Vaccari, La S. Bibbia, II, Firenze 1947, pp. 387, 422 sgg., 426, 431 sg., 436-39. Francesco Spadelors
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HAZE, Marie-THÉrèSE. - Fondatrice della Congregazione delle Figlie della Croce per l'educazione dei bambini del popolo, n. a Liegi il 27 febbr. 1782, ivi m. il 7 genn. 1876. La Rivoluzione Francese obbligò i suoi genitori, di agiata condizione, all'esilio e alla perdita dei beni.
Dotata di viva intelligenza, desiderò fin da giovane di consacrarsi al bene della gioventù, distinguendosi per profonda pietà e dedizione alle opere di religione. Risolse poi di occuparsi unicamente dei poveri. Superate non lievi difficoltà, fondò nel 1844 le sua Congregazione, cui aggiunse ben presto l'assistenza dei malati e delle prigioniere in ospedali, orfanotrofi e rifugi per giovani traviate. Nei quarantadue anni di direzione poté vedere la propagazione del suo Istituto nel Belgio, in Germania, in Inghilterra e nelle Indie.
E stata introdotta presso la S. Congregazione dei Riti la causa della sua beatificazione.
BibL.: anon., Vita della ven. M. T. H., Roma 1933; M. E. Pietromarchi, La ven. M. M. M., fondatrice delle "Figlie della Croce", 101 1946. Silverio Mattei
HEARST, diOCESI di. - Città e diocesi nel Canadà, situata nella parte settentrionale della provincia di Ontario. Suoi limiti sono: a nord il nuovo vicarinto apostolico della baia James ( $59^{\circ} 45^{\prime} 23^{\prime \prime}$ ); ad est la frontiera e la provincia di Québec fino al lago Abitibi; a sud la diocesi di Timmis e di Sault-Ste-Maric; ad ovest la diocesi di S. Bonifacio. H. fu costituita in prefettura apostolica il 18 apr. 1918, in vicariato apostolico il 17 nov. 1920. Il papa Pio XI con la cost. apost. Maxime interest del 3 dic. 1938 la cresse a diocesi, quale suffraganea di Ottawa. La Cattedrale è dedicata alla B. M. Vergine Assunta.
Ha una superfice di ca. 42.000 kmq., con una popolazione di oltre 40.000 ab. dei quali 24.411 cattolici, la maggior parte di lingua francese. Conta 27 parrocchie, 43 missioni, 36 sacerdoti diocessani e 9 regolari, due comunità religiose maschili e 9 femminili.
BibL.: AAS, 31 (1939), pp. 90-92; La Canada ecclésiastique, 1949. Montréal 1949, pp. 381-84. Enrico Josi
HEBAL. - Montagna ( 938 m .) a nord della valle di Sidhem, dove Giosuè, dopo l'ingresso nella Terra Promessa, cresse delle stele iscrivendovi una copia della Legge; ivi elevò pure un altare, rinnovò l'alleanza fra le tribù e pronunziò le Benedizioni (Ios. 8, 30-32). Nel Pentateuco samaritano al nome H. è sostituito tendenziosamente "Garizim", onde attrarre su questo monte tutti i ricordi sacri e far autenticare il luogo da Mosè stesso (Deut. 27, 2-8). Per i Samaritani il monte H. è il monte delle maledizioni (v. Garizim).
L'odierno nome arabo (Gebel es-Slemijjeh) proviene da una grotta molto venerata dove, si dice, sarebbe stato deposto il corpo di es-Slemijjeh trasportatovi per via serea dal Cairo.
Donato Betti
HEBBEL, Friedrich. - Drammaturgo tedesco, n. a Wesselburen, nel Holstein, il 18 marzo 1813, m. a Vienna il 13 dic. 1863. Visse in disagiata condizione, ciò che creò in lui uno spirito di violenta ribellione contro tutti; studiò saltuariamente a Heidelberg e godé di un po' di serenità solo dopo il matrimonio con l'attrice Christine Enghaus. Scrisse liriche e commedie, ma il suo nome è legato alle tragedie, le quali riflettono la vita tormentata del poeta.
Già la prima tragedia Judith (1841) gli dette subito una grande rinomanza per la rappresentazione di qualche personaggio che porta il segno della straordinaria personalità dell'autore. Piene di tragicità sono pure la Maria Magdalene, un dramma borghese, e il dramma storico Agnes Bernauer, in cui è rappresentata, con la consueta forza, la tragica passione di Alberto di Wittelsbach per una popolana. Seguirono Genoveva e Herodes und Mariam-
ne, Gyges und sein Ring e la trilogia Die Nibelungen. H. considera il dramma la più alta e fedele rappresentazione della vita umana, in quanto il tragico è immanente alla vita stessa; vivere significa niente altro che peccare e soffrire, perché il peccato originale pesa e peserà sempre sull'umanità. La meta da raggiungere non consiste per H. nel dominare il mondo, bensì nel superarlo. Il suo titanismo è la ribellione dell'uomo alla propria natura inferiore e lo sforzo per superarla; in questa ribellione e in questo sforzo di superamento i suoi eroi, in conflitto insanabile con le norme che regolano la vita umana, sembrano scagliati oltre la loro stessa esistenza. Il pessimismo del poeta riposa dunque sulla coscienza d'un dualismo inconciliabile che sfocia nella disperata accettazione del dominio del fato. Cosicché, a parte certi suoi mistici slanci lirici, che potrebbero far credere a un orientamento verso un teismo morale che postuli la trascendenza di Dio, in nessuno dei suoi drammi appare sufficientemente delineato il concetto della Redenzione.
BibL.: H. Wütschke, H.s Bibliographie (Veröffentlichungen der deutschen bibliographischen Gesellschafi, 6). Berlino 1910; E. Kuh, Biographie Fr. H.s. 2 voll., $3^{4}$ ed., Vienna 1912; A. Farinelli, H. e i suoi drammi, Bari 1912, con bibl.; K. Strecker, F. H., Amburgo 1925; C. Grüninger, Studi babeliani. H. e lo spirito tragico del germanesimo, Milano 1937; W. S. Zimmermann, Christentum und Heidentum in H.s Leben und Werken, Nueva York 1942; C. Augstein, H. als Denker, Berlino 1947; per altra bibl. cf. J. Körner, Bibliograph. Handbuch des deutschen Schrifttums, Berna 1949, pp. 449-52. Rodolfo Bottaschieri
HEBER. - Nome del Vecchio Testamento, che corrisponde a due forme ebraiche: 'Ebher e Hebher
1. 'Ebher. Nipote di Arphazad, figlio di Sem, progenitore d'Abramo hd-'ibhrl (Gen. 14, 13); Gen. 10, 21, 24 sg.; 11, 14-17; I Par. 1, 18 sg. 25. Inoltre il capo di una famiglia sacerdotale, al tempo di Ioakim (Neh. 12, 20); uno della tribù di Gad (I Par. 5, 13. 5-6); due della tribù di Beniamin (I Par. 8, 12. 22). Lo stesso nome fu dato ('ebher "al di là") alla regione al di qua dell'Eufrate, soggetta ad Assur: Num. 24, 24 (a torto greco e Volgata $=$ Hebraei).
2. Hebher. Israelita della tribù di Aser e capo degli Heberiti (Gen. 46, 17; Num. 26, 45; I Par. 7, 31 sg.); il cenito (Volgata, Haber) marito di Iael (v.; Judz. 4, 11. 17. 21; 5, 24); uno dei posteri di Giuda (I Par. 4. 18); un beniaminita (I Par. 8, 17).
BibL.: A. Chaver, Les Pionères (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 2), Parigi 1940, pp. 404, 415; F. Zorell, Lexicon Hebraicum, Roma 1940 sgg., pp. 221, 569; A. Vaccari, La S. Bibbia, I. Firenze 1947, pp. 83, 97, 407. Francesco Spadafora
Archeologia. - Il patriarca 'Ebher fu rappresentato nella serie dei medaglioni dipinti in S. Croce in Gerusalemme a Roma (1123-44), accompagnato dalla leggenda (vix(it) H. q(uá)dr(iñ)g(entis) sexagi(ata) IIII anni.
BibL.: G. Biasiotti-S. Pesarini, Pitture del XII rec. scoperte nella basilica di S. Croce in Gerusalemme a Roma, in Studi romani, 1 (1913), p. 253. Enrico Josi
HEBRON (ebr., Hebhrôn «unione, lega»; Settanta, Xéßpwv). - Città situata nelle montagne di Giuda, a 37 km . sud di Gerusalemme. Anticamente era detta Cariath Arbe ("città dei quattro ").
La tradizione masoretica (Ios. 15, 13) ritiene in Arbe «il padre degli Enaciti», i Settanta «la metropoli degli Enaciti», che fa oggi ritenere comunemente che fossero di quattro città confederate. S. Girolamo (Onomasticon, 84, 10) aveva, invece, visto nel nome un'allusione ai quattro patriarchi sepolti in H. Il nome H. è già risordato in Gen. 23, 2; 35, 27, e in Ios. 20, 7. Attualmente si chiama el-Hallî ( $x$ l'amico $x$, sottinteso di Dio) per l'appellativo dato ad Abramo già nell'antichità come in Giubibi, 19,9.
Secondo Num. 14, 23, H. fu ricostruita 7 anni prima di Tanis, una delle capitali dell'Egitto inferiore. Abramo si stabilì vicino ed acquistò la grotta (v. makureLîa) come sepolcro di famiglia. Mosè vi inviò gli esploratori (Num. 13, 23) e quando gli Israeliti, sotto la direzione di Giosuè, occuparono la Palestina, H. fu presa, il suo re Oham ucciso e la popolazione sterminata o dispersa (Ios.
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10, 3. $3^{6-39 ; 12,10)}$ e quindi ripopolata con Calebiti (Ios. 14, 12). Divenne poi citta di rifugio e David, che perseguitato da Saul vi aveva trovato ricovero, la scelse come capitale rimanendovi sette anni e mezzo (II Sam. 2, 1-3, 11; 5, 1-5; I Reg. 2, 11; I Par. 29, 27). Absalom vi fece il centro della rivolta contro il padre (II Sam. 15, 7-10) e Roboam la rifornificò. Durante l'esilio cadde in mano degli Edomiti, cui Giuda Maccabeo la riprese (I Mach. 5, 65). Nella guerra giudaica fu incendiata da Cereale, luogotenente di Tito, e nel periodo bizantino ebbe poca importanza. Occupata invece degli Arabi nel 634 , divenne una delle loro quattro città sacre per il ricordo di Abramo. I Crociati vi eressero un Praesidium o Castellum sancti Abrahne elevandola, nel 1168, a sede vescovile. Ritornata 19 anni dopo in mani musulmane, vi è rimasta fino ai nostri giorni.
La città è situata in gran parte in una fertile conca ricca di fontane. Nel 1948 contava ca. 20.000 ab., ma ora ne ha più, avendo accolto parecchi rifugiati dei territori occupati dagli Ebrei. Non vi sono stati praticati scavi, ma nella collina di er-Rumejdeh si notano le rovine di el-Arba'in, che richiamano l'antico nome della città, in cui si sono veduti cocci del bronzo III e del ferro II. Si conoscono stampi di giarre con «lè-melehh, H.».
Biel.: H. Vincent - E. J. Mackay - F.-M. Abel, H., Le Hèram el-Khalil, Parigi 1923; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, ivi 1938, pp. 345-47.
Bellarmino Bagatti
HECKER, Isaac Thomas. - Predicatore, pubblicista, fondatore dei Paolisti, n. da emigrati tedeschi a Nuova York il 18 dic. 1819, m. ivi il 22 dic. 1888. H. non ebbe educazione religiosa, ché suo padre non professava alcuna religione e sua madre da luterana era divenuta metodista. A 11 anni lavorava nella bottega di un fornaio. Studioso, leggeva moltissimo. Ricevuto in seno alla Chiesa dal dott. Mc Closkey (più tardi cardinale) nel genn. 1844, entrò nel sett. 1845 al noviziato dei Redentoristi di St. Trond (Belgio). Di natura impulsiva, allo studentato di Wittem (Olanda) manifestò strani fenomeni mistici. Ordinato sacerdote a Clapham (Londra) il 23 ott. 1849, dal vicario apostolico Wiseman, il futuro cardinale, fece ritorno nel genn. 1850 in America, ove svolse un intenso e fecondo apostolato. A Nuova York le sue doti di predicatore gli conciliarono vasta influenza su cattolici e non cattolici.
I Redentoristi, stabilitisi in America nel 1832, si occupavano allora principalmente degli emigrati di lingua tedesca; H., con alcuni confratelli di origine americana, volle fondare una casa puramente americana. Fece perciò (ag. 1857) un viaggio a Roma per conferire con il generale, che lo espulse ( 29 ag.) della Congregazione, perché H. aveva fatto il viaggio a proprie spese e senza permesso. H. ricorse alla S. Sede; la S. Congregazione dei Vescovi e Regolari, con decreto 6 marzo 1858 , sciolse H. e i suoi 4 compagni dai voti, permettendo loro espressamente di dedicarsi all'opera missionaria in patria, sotto la guida dei vescovi. Nacque così, nel 1859, la Società missionaria di S. Paolo apostolo nello Stato di Nuova York, comunemente detta dei «Paolisti», che rimase, come lo stesso H., sempre in ottimi rapporti con i Redentoristi. H. fu eletto superiore e tale rimase fino al 1871.
Diede impulso all'apostolato della stampa, fondò la Società per le pubblicazioni cattoliche The catholic world. Scrisse tre opere, tra cui The Church and the age. Era al tempo stesso fervente americano e cattolico inflessibile. Alcuni tentarono di diffamarlo quando Leone XIII prese motivo dalla prefazione alla versione francese di F. Klein (1897) della Vita di H., pubblicata da W. Elliott ( $2^{\mathrm{a}}$ ed., Nuova York 1894), per diramare la sua Testem benevolentiae ( 22 genn. 1899) che condannava l'« americanismo» (v.), l'eresia che adatta la dottrina cattolica al moderno modo di vivere americano, e, praticamente, esalta la virtù naturale sulla soprannaturale. L'ortodossia e a fedeltà assolute di H. alla S. Sede vennero largamente rivendicate dai vescovi americani e da molti altri.

(da H'. Elliot, Le p. H., Parigi 1887)
HECKER, Isaac Thomas - Rilratio, con firma autogialà.
Biel.: W. Elliott, Le père H. fondateur des « Paulistes» américains 1819-88, vers. francese, $5^{\circ}$ ed., Parigi 1897 (l'ed. originale è uscita a Nuova York nel 1894); M. de Meulemeester, Bibliographie générale des écrivains rédemptoristes, II, Lovanio 1933, p. 185 e III. ivi 1939, p. 316 . Giuseppe Löw-Enrico Rope
HEDHER. - Parola ebraica (plur. biddharlm), che in origine significa "stanza"; significò poi, specie presso gli Ebrei dell'Europa orientale, la scuola elementare dove i fanciulli entrano a quattro o cinque anni.
L'insegnamento che vi si impartisce consiste nella lettura dell'ebraico allo scopo della recitazione corretta delle preghiere, nella traduzione del Pentateuco e del commento di Raši fatto parola per parola meccanicamente, senza alcuna nozione grammaticale.
Alfredo Ravenna
HEDLEY, John Cuthbert. - Vescovo benedettino, al secolo John Edward, n. da genitori cattolici a Morpeth (Northumberland), il 15 apr. 1837, m. a Llanishen, presso Cardiff, l'ri nov. 1915. Nel 1848 andò a studiare al priorato di Ampleforth, ed ivi pronunciò i voti benedettini nel 1855 . Nel 1862 fu ordinato prete e trasferito a Belmont presso Hereford, dove fu prefetto dei novizi e professore di filosofia. Tra i suoi alunni fu Francis Aidan Gasquet (v.), poi cardinale. Dal 1864 al igir scrisse per la Dublin Review della quale fu direttore dal 1879 al 1884. Nel 1873 fu consacrato vescovo ausiliare e nel 1881 successe a Thomas Joseph Brown quale vescovo della diocesi di Newport e Menevia.
Nel 1895 cinque contee del Galles del sud furono tolte alla sua sede e aggiunte al nuovo vicariato apostolico di Menevia (tutto il Galles del nord) che divenne vescovato nel 1898 . La sede di H. si ridusse cosi alla sola Newport, che nel 1916 divenne l'arcidiocesi di Cardiff.
Personalità molto dotata, H. si segnalò come erudito insegnante, liturgista, direttore, amministratore e scrittore. Nemico delle controversie, fu un pregevole esponente della dottrina e filosofia ortodosse efficacemente documentate dalla sua vasta cultura ed esperienza. La tranquillità della sua indole, la sua mentalità giuridica, la gentilezza, l'acutezza del giudizio, il senso storico,
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la libertà dai pregiudizi, lo stile eccellente, e tutta la sua vita gli conquistarono grande influenza. Fu tra i primi a patrocinare l'ammissione degli studenti cattolici, con le dovute garanzie, a Oxford e Cambridge. Per molti lati egli ricorda il carattere di s. Cutberto e di s. Beda. Notevoli tra le sue opere sono: Retreat (1894), The christine inheritance (1896), The light of life (1899), A bishop and his flock (1903) e Lex levitavum (1905).
BibL.: J. A. Wilson, The life of bishop H., Londra 1930; Dublin Review, apr. 1931, apr. 1936. Enrico Rope
HEFELE, Karl Joseph von. - Vescovo e storico della Chiesa, n. il 15 marzo 1809 a Unterkochen (Württcmberg), m. a Rottenburg il 5 giugno 1893. Per 32 anni professore di storia della Chiesa, patrologia ed archeologia cristiana all'Università di Tubinga (l'influsso di G. A. Möhler su H. è cvidente), fu chiamato a Roma come consultore della Commissione preparatoria del Concilio Vaticano. Vescovo di Rottenburg nel 1869 (eletto il 22 nov., consacrato il 29 dic.), partecipò allo stesso Concilio e fu uno dei più eminenti rappresentanti della minoranza antinfallibilista (cf. il suo scritto Causa Honorii Papae, Napoli e Tubinga 1870); non partecipò alla seduta del 18 luglio 1870 , in cui fu approvato il decreto. Fu anche l'ultimo dei vescovi tedeschi a pubblicare i decreti vaticani (ro apr. 1871 ).
Come studioso si ricorda di lui una Geschichte der Einführung des Christentums im südwestlichen Deutschland (Tubinga 1837); un'opera sul card. Ximenes: Kord. Ximenes und die kirchlichen Zustände Spaniens am Ende des 15. und ıu Anfang des 16. Jahrhunderts (ivi 1844) e la fondamentale Cousiliengeschichte ( 7 voll., ivi 1855 74) opera incompiuta, di cui si è venuta curando la continuazione da parte di J. Hergenröther (voll. VIII-IX, ivi' 1887-90) e la versione francese ampiamente commentata da H. Leclercq (per ora fino al Concilio di Trento).
BibL.: Ilurter, V, coll. 1623-25; J. F. Schulte, Der Althatholicismus, Friburgo in Br. 1887, pp. 215-36; A. Knöpfler,

(de Staatslexikon, vol. II, col. 188)
Hegel, Georg Friedrich Wilhelm - Ritratto da un quadro di Schlesinger tratto dal - Corpus imaginum - della collezione fotografica di Charlottenburg.
Zur Rechtfertigung des Bischofs H., in Histor. Jahrbuch, 30 (1909), pp. 584-87; S. Lösch, Briefe des jungen 7. H. (1834-46), in Theolog. Quartalschrift, 119 (1938), pp. 3-29; A. Hagen, H. und das Vatikanische Konzil, ibid., 123 (1942), pp. 223-52; id., Die Unterwerfung des Bischof H. unter das Vatikanum, ibid., 124 (1943), pp. 1-40.
Sdivio Forlani
HEGEL, Georg Friedrich Wilhelm. - E il principale rappresentante dell'idealismo moderno: n. a Stoccarda il 24 ag. 1770, m. a Berlino il 14 nov. 1831.
Sommario: I. Vita. - II. Scritti. - III. Dottrina. - IV. Problemi dell'hegelismo.
I. Vita. - La vita di H. segna nelle sue tappe i momenti principali della formazione del suo pensiero. Compiuti gli studi inferiori nel ginnasio della città natale, nel 1788 entrò nel Seminario teologico di Tubinga rimanendovi fino al 1793 : è il periodo della prima claborazione del suo pensiero, nello studio comparato della civiltà greco-romana e della religione rivelata (giudaismo e cristianesimo), e dell'amicizia con Hölderlin e Schelling di cui subisce profondamente l'influsso. Dal 1793 al 1796 si trova a Berna come precettore privato e con lo stesso ufficio passa a Francoforte gli aa. 1797-1800. La prima attività accademica è a Jena dal 1801 al 1807 che costituisce il periodo di maturazione della sua filosofia e del progressivo distacco dal naturalismo di Schelling. Dopo la breve parentesi di Bamberga (1807-1808) come redattore della Bamberger Zeitung, nel 1809 è nominato direttore del Nürnberger Gymnasium; nel 1816 sale la cattedra di filosofia dell'Università di Heidelberg e finalmente nel 1818 ottiene l'ambita cattedra di filosofia dell'Università di Berlino di cui nell'a. 1829-30 è anche rettore. La rapida morte fu causata da epidemia di colera.
II. Scritti. - Si possono dividere in quattro classi rispetto alla cronologia e all'importanza dottrinale.
1) Scritti giovanili. Rimasti inediti, furono scoperti e descritti nel loro complesso dal Dilthey all'Accademia prussiana delle scienze di Berlino nel 1905 ed editi integralmente da H. Nohl nel 1907 con il titolo $H . x$ theologische Jugendschriften. Essi comprendono i seguenti saggi : Religione popolare e cristianesimo (pp. 1-72) : cinque frammenti; La vita di Gesù (pp. 73-136); La positività della religione cristiana (pp. 137-240); Lo spirito del cristianesimo e il suo destino (pp. 241-342); Frammento sistematico, detto di Francoforte, del 1800 (pp. 345-51). Alcuni frammenti di minore importanza sono raccolti dal Nohl in un'appendice (pp. 355-402).
2) Scritti preparatori del periodo 1801-12 che possono esser suddivisi in tre momenti : a) le Erste Druckschriften (principali: Differenz der Fichte'schen und Schelling'schen Systems der Philosophie, edito a parte nel 1801 ; Verhältnis des Sheptizismus zur Philosophie [1802]; Glaube und Wissen [1802]. Questi due vasti saggi furono pubblicati come articoli nel Kritisches fournal der Philosophie che H. dirigeva insieme con Schelling). b) Il System der Sittlichkeit del 1802 e l'importante massa dei corsi di Iena (Jenenser Logik, Metaphysik u. Naturphilosophie [1802-1803] e Jenenser Realphilosophie [1804-1806]). c) Die Phänomenologie des Geistes (1807) che è la prima esposizione del sistema e segna il distacco definitivo da Schelling. In questo nuovo clima si trovano i corsi di Norimberga che vanno con il titolo di Philosophische Propädeutik ( 1809 sgg.).
3) Scritti sistematici editi da H.: a) Wissenschaft der Logik, l'opera più caratteristica della filosofia hegeliana; la $2^{a}$ ed. fu curata da H. con una nuova prefazione nel 1831. b) Enzyklopädie der philosophischen Wissenschaften im Grundrisse del 1817, divisa in tre libri (I, la scienza della logica; II, la filosofia della natura; III, la filosofia dello spirito) in forma di testo accademico. Opera fortunata per la concisione e la forza dello stile che H. ampliò nelle due successive edd. del 1827 e 1830.
4) Corsi di Berlino. a) Grundlinien der Philos. d. Rechts oder Naturrecht u. Staatscissenschaft im Grundrisse, scritto per esteso nel 1820 e edito da H. nel 1821. b) L'impo-
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nente blocco di Vorlesungen dei vari campi dello spirito (estetica, filosofia della religione, storia della filosofia e filosofia della storia), raccolte e pubblicate dai disegnoli dopo la morte di H. valendosi di frammenti e appunti lasciati dal maestro.
III. Dottrina. - 1. La genesi del pensiero hegeliano. Nella filosofia hegeliana si trovano operanti e portati alla sintesi i motivi più profondi del pensiero classico, della teologia cristiana e del pensiero moderno: quali la necessità del concetto come verità del particolare, la presenza dell'Assoluto nel finito e la produttività della coscienza come affermazione definitiva dell'autonomia del pensiero umano. Vista nel suo ambiente culturale, l'opera di H . si presenta quasi come il momento dialettico conclusivo dopo il dominio della Ragione assoluta, proclamato dall'Illuminismo da una parte e il richiamo al dinamismo del reale e alle sue profonde originarie scaturigini dall'Assoluto stesso affermato dall'irrazionalismo romantico. In questo pensiero c'è continua oscillazione o tensione (Spannung) di una realtà molteplice e diversa che tende a guadagnare l'assoluta unità e identità, e l'Assoluto stesso che - come concetto o idea del tutto - abbraccia e penetra la realtà della natura e della storia umana attuandosi nelle sue forme e nei suoi gradi di sviluppo: l'idealismo hegeliano perciò parte dalla molteplicità e dalla diversità, dal dubbio e dalla contraddizione quali si hanno dalla presentazione immediata del reale, e cerca di fissare la Verità assoluta nell'identità suprema del vero ch'è la totalità dell'essere e la vita dello Spirito assoluto.
Quest'impostazione metafisica del problema della verità H. l'attinge da filoni diversi. a) C'è anzitutto il principio interminn della fede con il quale H. dichiara la sua piena solidarietà considerando la propria filosofia come lo sviluppo e la maturazione del medesimo: "Ciò che Lutero iniziò come credenza nel sentimento e nella testimonianza dello spirito, è il medesimo che lo Spirito, ulteriormente maturato, si è sforzato di comprendere nel concetto " (Philosophie des Rechts, Vorrede, ed. E. Gans, Berlino 1840, p. 19). "Lutero-dichiara ancora H. - infrangendo i voti religiosi nella cristianità e la struttura gerarchica della Chiesa [con il "tutti siamo pastori! «] ottenne la libertà e l'autonomia dello spirito che si dispiega in sé e per sé ed è quindi la divinità stessa. Soltanto con Lutero cominciò in germe la libertà dello spirito... Cosi nel più intimo dell'uomo è stato fatto un posto dov'egli è unicamente presso di sé e presso Dio, e presso Dio egli è unicamente in quanto è lui stesso : nella coscienza egli deve trovarsi presso di sé come a casa propria" (Gesch. der Philosophie, ed. C. L. Michclet [Werke, 15], Berlino 1844, pp. 227 sg., 230 sgg.). Si trattava di elevare la fede luterana dalla condizione di soggettività chiusa e di sentimento immediato alla certezza assoluta che abbraccia tutto il suo contenuto e le esprime "come assoluta oggettività " e questa è l'opera dell'idealismo oggettivo (cf.: Philosophie der Religion, 1. Begriff der Religion, ed. G. Lasson [Sdmtl. Werke, 12], Lipsia 1925, p. 288). b) In secondo luogo viene il principio spinoziano dell'unità della sostanza, che il romanticismo e soprattutto l'idealismo di Fichte e di Schelling avevano riscoperto superando il dualismo del gnoseologismo kantiano. Per H. "essere spinoziani è l'inizio del filosofare»: il merito di Spinoza è di aver affermato in modo più concreto del cogito cartesiano la identità metafisica di pensiero e di essere (unità di attributi e modi nella Sostanza) assicurando con ciò l'essenziale presenza dell'Assoluto a se stesso nelle sue manifestazioni. L'enorme progresso di Spinoza, secondo H., è nel principio metodico: "Omnis determinatio est negatio" per cui l'Essere si dà unicamente come la Totalità di tutti i suoi modi e forme (Gesch. der Philosophie, ed. cit., I, p. 460 sg.). Il punto di vista spinoziano va perciò riconosciuto come essenziale e necessario, prima di passare oltre alla formazione del sistema compiuto (Wissensch. der Logik, II, 2* ed., a cura di G. Lasson, Berlino 1934, p. 218). Rimprovere H. alla Sostanza spinoziana la concezione rigida, intellettualistica e panteistica della divinità identificando senz'altro questa con le cose ("Dio è tutto, è questo pezzo di carta !") ricadendo nell'indeterminato
della religione indiana e nello 6v immobile degli Eleati (Philosophie der Religion, ed. cit., I, p. 191 sg.) : alla Sostanza di Spinoza manca "il ritorno a se stessa" dai suoi modi e attributi e perciò non è concepita come Soggetto assoluto che differenzia se stesso (Wissensch. der Logik, ed. cit., I, p. 337). c) Viene come terzo il principio speculativo e veramente risolutiva che è lo "Io penso " kantiano ovvero l'unità trascendentele della coscienza concepita, non come Kant in forma gnoseologica e strumentale rispetto alla determinazione dell'Essere e della verità, ma produttiva e costitutiva della medesima; a Kant inoltre si deve la chiarificazione della struttura antinomica dello "ragione" (Vernunft) : da Kant H. apprese anche la critica dissolvente delle religioni positive rivelate. H. rimprovera a Kant di aver frantumato la verità in un sistema dualistico di opposizioni intellettualistiche astratte senza via di conciliazione (soggetto-oggetto, intelletto-ragione, materia e forma, cosa in sé-pensiero, natura-Dio, libertà-necessità, ecc.) incapace di assurgere a un punto di vista superiore (cf.: Einzellop. der philos. Wissensch., specialmente $\$ \$ 56-60$; ed. I.. von Henning, Ber lino 1840 , pp. 11-725). Ma H. loda senza riserve la Critica del giudizio dove Kant, esponendo il " regno dei fini " propria della vita dello spirito, presenta le finalità come " vita " e questa è anche la posizione di Aristotele (Philos. d. Relig., ed. cit., I, p. 216) : si tratta di precisare qual'è il principio motore del processo che per H. è la dialettica. Una forte suggestione in questo senso, e in continuità con il principio spinoziano (" omnis determinatio est negatio"), H. l'ebbe dal Böhme : a coscia H. attribuisce espressamente la concezione della dialettica come processo di sintesi degli opposti mediante la mediazione della negatività e di considerare tutto in funzione della "sacra implicità»: "In lui il principio del concetto è perfettamente vivo... tutto sta infatti nel pensare il negativo come semplice, poiché esso è a un tempo un opposto : il tormento (Quid) è adunque questa interiore scissione, e a un tempo il semplice" ed è H. stesso ad avvicinare Böhme a Proclo, il teorico della dialettica triadica. H. ammira ancora nel mistico di Görlitz la scoperta che Dio per essere Dio deve diventare, mediante un processo di "ritorno a se stesso" a traverso i contrari ed in questo ha senso e verità il mistero trinitario della religione cristiana, la creazione, la Redenzione, ecc., principio che H. enuncia con espressione felice: "Il dirimersi di Dio in se medesimo" (Gottes Dircmption seiner selbst: Gesch. d. Philos., ed. cit., I, p. 297). L'influsso più immediato che il suo pensiero subì dagli idealismi di Fichte e di Schelling poté maturare il suo distacco dai medesimi e la concezione di un idealismo metafisico oggettivo soltanto nella riflessione sui temi e principi ora indicati che dànno alla sua filosofia un interesse di valore storico universale.
2. La dialettica. - Scopo della considerazione filosofica è di " eliminare l'accidentale" ovvero il molteplice e il contingente dell'immediatezza e di attingere un principio universale assoluto: "Un contenuto che dà e reca in sé testimonianza di se stesso e in cui ha la sua base tutto ciò che l'uomo può considerare come proprio interesse" (Vorles, über d. Philos. d. Geschichte, I, Die Vernunft in der Geschichte, ed. G. Lasson, Lipsia 1930, p. 5). Le filosofie precedenti o si fermavano al dato immediato (empirismo, teorie del sentimento) o isolavano il vero nell'astrazione delle formalità particolari, l'una fuori dell'altra, o in categorie formali che precedono invece che scaturire dalla determinazione originaria dell'essere (Verstandesmetaphysik). E da essa che si deve prendere l'inizio (Anfang) per trapassare (übergehen, hinausgehen) dal finito all'Infinito; questo è il cammino della dialettica.
a) Il principio della coscienza. - Ammesso che l'Assoluto è il termine, e non il punto di partenza (come voleva Schelling), del conoscere, l'organo o meglio il principio della verità non è l'intelletto (Verstand) ma la ragione (Vernunft) : cioè il pensiero nel suo esplosersi di forma in forma non è più un'attività soggettiva che rivela qualcosa d'altro da sé che sarebbe l'essere stesso ma è questo stesso essere, e ogni forma dell'essere è forma del conoscere e la totalità dell'essere è la totalità del cono-
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scere. Non bisogna più disgiungere la verità dall'essere (Kant), la soggettività dall'oggettività (Io e Non-Io di Fichte), la natura dalla coscienza (Schelling), ma l'Assoluto è la loro superiore identità in quanto è il loro pensiero : bisogna quindi tener saldo che «il pensiero è la verità unica e la realtà suprema» (Philos. d. Gesch., ed. cit., I, p. 5). Allora le categorie, il contenuto, le forme del pensiero si risolvono nel pensiero stesso, nella sua attività, ed è ciò che il pensiero fa ritornando in se stesso secondo la necessità della sua natura come "concetto" (Begriff): "Nessun oggetto - scrive H. - sarebbe in sé e di per sé capace di essere esposto con tanto rigore di immanente plasticità come lo svolgimento del pensiero nella necessità sua, ancor più della deduzione matematica" (Wissenschaft. d. Logik, ed. cit., I, p. 19). H. vi giunge con la concezione della coscienza come principio assoluto ch'egli espone in modo sistematico nella Einleitung alla Fenomenologia dello spirito (cf. ed. di J. Hoffmeister, Lipsia 1937, pp. 69-73). Eccone le tappe essenziali.
a) La coscienza è per se stessa il suo concetto. Non solo quindi l'oggetto del pensiero non si riferisce ad una realtà fuori del pensiero stesso, ma il concetto ch'è identico all'essere è a sua volta identico alla coscienza. Ritrovando perciò se stessa in ogni oggetto e atto, la coscienza "è l'atto di oltrepassare il limitato e, poiché questo limitato le appartiene, è l'atto di oltrepassare se stessa" (p. 69), ed è precisamente questo continuo "superamento del limitato " che costituisce la "ragione " la quale, comunque si muova, resta sempre in se stessa cosi che "il concetto corrisponde all'oggetto e l'oggetto al concetto ". Ogni preteso "al di là " (Jenseits) della coscienza cade alla fine nella coscienza stessa.
ß) La coscienza dà a se stessa la propria misura. Fin quando si concepisce la verità come un'« applicazione" di una forma a una materia e di un universale a un particolare, bisogna disperare della verità stessa in quanto l'uno dei termini non è mai l'altro. Quando invece il rapportarsi degli oggetti e delle forme della coscienza è concepito intrinseco alla coscienza stessa, allora "la ricerca sarà una comparazione della coscienza con se stessa" ed H. può dire allora: "Ciò che la coscienza designa dentro di sé come lo in-sé o il vero (altro non è che) la misura ch'essa stessa stabilisce per misurare il suo sapere ". Ne segue che l'"essere-per-un-altro ", ch'è la legge della coscienza, si attua nella coscienza stessa, si risolve, a cammino compiuto, in un "essere-per-sé" (p. 71).
y) La coscienza prova [" verifica "] se stessa. E la conclusione dei due principi precedenti. Ammesso che la coscienza, nel suo avanzare e nella determinazione degli oggetti, non esce da se stessa ed è a se stessa la sua "misura" (Ahnastoth), bisogna ammettere che la prova di verità della coscienza è il suo stesso muoversi e attuarsi. H. dice perciò che "coscienza dell'oggetto e coscienza del soggetto o della coscienza stessa, coscienza di ciò che è in essa e del suo sapere, ambedue sono la stessa cosa (beide für dasselbe sind) ed essa stessa è la loro comparazione" (p. 72). Solo a questo modo la verità può essere assicurata : altrimenti - nell'ipotesi di una diversità di essere e coscienza - si deve ammettere o che la realtà (nell'esser conosciuta) altera la coscienza o che la coscienza (conoscendo) altera la realtà. La conclusione quindi a cui porta il "principio della coscienza" è che ciò che alla coscienza si presentava come lo in-sé (delle cose) non è che lo in-sé-e-per-sé (Antichundfürsich) della coscienza stessa.
b) I momenti della dialettica. "L'imponente mole dell'opera hegeliana costituisce il tentativo di descrivere tale itinerario del ritorno della coscienza a se stessa, secondo i vari punti di vista che si possono assumere nella riflessione filosofica. Resta assodato che la "ragione", di cui si è detto, è lo stesso spirito umano inteso nella pienezza delle sue attività spirituali e nella totalità dei suoi "momenti" culturali e dei periodi storici: l'essere ch'è il contenuto della verità è precisamente il "divenire" di tale spirito e la filosofia è la considerazione di tale divenire. Nella Fenomenologia dello spirito si procede dal "sapere apparente" (la certezza sensibile, la percezione, l'intelletto) all'autocoscienza e quindi alla ragione e alla sua attuazione nella vita dello spirito fino al "sapere
assoluto". Di questo cammino la Logica studia il lato formale : nella prefazione alla $2^{a}$ ed. della Logica (1831), alla fine della sua carriera, H. avverte che bisogna condurre fino in fondo il principio dell'autonomia del pensiero in modo che il "cominciamento" del filosofare sia "senza presupposti, semplicissimo, la semplicità stessa" (Wissenschaft. d. Logik, ed. cit., I, p. 20 sg.). Cosi la Fenomenologia, che in origine doveva costituire la "prima parte del sistema ", sembra assente nell'edificio della Logica hegeliana, forse il più sontuoso che lo spirito umano abbia innalzato al pensiero puro. Qui la dialettica viene presentata in modo sistematico : essa è l'unico metodo della filosofia.
a) Il primo momento è l'essere puro (das reine Sein), assolutamente indeterminato e vuoto. E questo l'unico inizio logica valido perché assolutamente senza presupposti : esso è fatto "nell'elemento del pensiero ch'è liberamente per sé, cioè nel sapere puro" (Wissenschaft. d. Logik, ed. cit., I, p. 53) : questo sapere puro - precisa H. - è "l'essere in generale, l'essere e niente più, senz'alcuna determinazione o riempimento" (ibid., p. 54). E stesso un immediato o un mediato? Dal punto di vista logico l'essere puro è l'immediato stesso, perché solo l'essere puro può essere l'inizio. D'altronde - riconosce H. - quest'essere puro "è sorto per via di mediazione, e proprio per via di una mediazione che è nello stesso tempo il suo proprio togliersi" (loc. cit.). H., sembra, non si contraddice, perché l'inizio della Logica è l'immediato di riflessione, e quindi un fare a ritroso - con la riflessione quel cammino o processo che il reale compie in avanti nel suo divenire. Perciò l'essere puro dell'inizio è già il "risultato" della mediazione in quanto si esige la rimozione dall'essere di ogni accidentalità e particolarità mediante il momento della negatività. H. perciò può dire che "in filosofia l'andare innanzi è piuttosto un andare indietro e un fondare" (Wissenschaft. d. Logik, ed. cit., I, p. 55). A questo puro essere vuoto corrisponde la sfera del Dasein di cui si occupa il I 1. della Logica.
ß) Il secondo momento è il nulla, ma non il nulla di nulla, bensì il nulla ch'è legato all'essere. Se il puro essere dell'inizio è "l'immediato indeterminato", nel fatto è nulla, conchiude H., in quanto è precisamente l'assenza di ogni determinazione di quell'essere puro, l'impossibilità di qualsiasi intuizione : il nulla perciò è insito all'essere e l'inizio li contiene entrambi, è la loro unità (ibid., pp. 67 e 58). Da buon discepolo di Spinoza e di Böhme, H. afferma che questa unità dell'essere con il non essere può ben essere presa "come la prima e la più pura definizione dell'Assoluto": ma quel che importa rilevare è che il nulla diventa il principio motore della dialettica. Se ogni ente particolare, in quanto appunto è determinato, è sintesi di essere e non-essere, è allora per la negazione della determinazione che si ottiene l'autentica posizione del reale : "Questo nulla - dice H. - non è quello dell'intelletto astratto, ma è il nulla di ciò da cui risulta (cuvous es resultiert) e quindi in realtà... il risultato verace" (Phänom. d. Geistes, ed. cit., p. 68) e in questo senso egli parla della " enorme forza del negativo, come l'energia del pensiero, dello Io puro" (ibid., p. 29). Il nulla è il nulla ch'è necessario all'essere perché il bene si mostri e si affermi.
y) Il terzo momento è il divenire come unità (dinamica) di essere e non-essere. Il divenire mostra precisamente che la realtà non riposa mai sul finito, sul particolare come