volume-07

Back to Volumes
 riguarda il valore generale del simbolo nell'economia della vita relazionale e l'importanza del dato linguistico nella costituzione di gruppi e di ceti. La filosofia studia il linguaggio dal punto di vista della sua validità conoscitiva; specialmente la logica è impegnata nella determinazione del rapporto che esiste fra concetto e valore semantico, fra pensiero e espressione.

Le discipline anzidette considerano il linguaggio nei suoi aspetti generali di facoltà umana, cioè nella sua universalità. Si tratta di discipline che, avendo per oggetto aspetti singoli della natura umana, sono necessariamente portate a considerare nell'attività linguistica la manifestazione di quell'aspetto. Il complesso dei loro appunti, integrato dai risultati forniti dalla 1. generale (v. sotto), viene talvolta organizzato in una disciplina filosofica autonoma, la filosofia del linguaggio, la quale si propone come oggetto l'origine, le modalità, la validità delle forme simboliche.

Il linguaggio è la facoltà propria dell'uomo di obiettivare in simboli fonici il moto della coscienza: con questa obiettivazione, che traduce in rappresentazione ogni momento interiore, è strettamente legato il comunicare, che appare come l'aspetto pratico più rilevante dell'esprimere. Dal punto di vista psicotisico il linguaggio appartiene all'ordine dei fatti motori; ma la motivazione che più lo qualifica è l'intenzionalità dell'esprimere e ciò lo colloca in primo piano nel quadro dei fatti finalistici. La rappresentazione, la quale è condizione inderogabile per l'ebiettivazione del contenuto della coscienza, e dell'intuizione che vi ha posizione centrale, avviene attraverso forme conoscitive, cioè mediante segni di valore universale. i quali, grazie a reciproca determinazione, nell'organizzazione della frase sono resi adatti all'espressione del particolare. Il complesso dei segni ed il modo di determinarli nel rapporto formano la lingua, complemento tecnico dell'atto linguistico, assolutamente indispensabile poiché senza lingua non c'è linguaggio. La necessità di essa è insita nella storicità dell'atto linguistico, cioè nella concretezza dell'esprimere e dell'intendere.

Come tutte le attività umane che trascendono la pura fisicità, il parlare si concreta in forme obiettive, le quali costituiscono la proiezione concreta del linguaggio, come si determina nel tempo e nello spazio. La lingua è, dunque, l'universale concreto, storico, in cui il singolo, in quanto partecipe di una storicità (e non può non esserlo, perché un individuo isolato non esiste, come non esistono comunità che non siano composte d'individus), si pone nell'atto stesso che parla. Non vi è, pertanto fra il sistema che costituisce l'oggettivo, la socialità come comunemente e piuttosto impropriamente si dice, e che rappresenta la necessità, il limite proprio della forma, e il parlante, che rappresenta la soggettività e quindi la libertà, alcuna effettiva contrapposizione, poiché l'individuo come parlante non può sottrarsi a quel limite e il sistema a sua volta non ha altra realtà se non nella libertà del parlante, il quale ne traduce in atto la funzionalità che vi dorme. L'esigenza dell'esprimere, che è soggettività, imprime sempre al sistema atteggiamenti e vibrazioni, che possono lasciarne del tutto intatta la struttura, ma possono talvolta tradursi, ove l'impulso sia vigoroso in rapporto a una diminuita qualificazione distintiva del sistema stesso, in variazioni profonde e durature, capaci di integrarlo in un'unità sostanzialmente nuova. La lingua, pertanto, mentre da una parte è una struttura che obbedisce alla legge interna della propria funzionalità, dall'altra è fuori da ogni staticità, poiché come funzione è forma di momenti soggettivi.

La 1., o glottologia o scienza del linguaggio, ha
per scopo lo studio delle lingue come struttura e come mutamento. Essa è, pertanto, una disciplina essenzialmente storica, sia perché si occupa di un fatto di ordine finalistico, sia perché il suo oggetto si concreta e delimita, oltre che nello spazio, nel tempo. Essa deve necessariamente riportarsi alla natura umana, la quale è per l'appunto ciò che si determina in storia, e perciò deve rifarsi soprattutto alla fisiologia e alla psicologia; ma ciò nulla toglie all'autonomia che le viene dalla precisa individuazione del suo oggetto, cioè un determinato sistema linguistico nella sua struttura funzionale, nel suo formarsi e nel suo trasformarsi.

A questo compito, che la costituisce in scienza, la considerazione del fatto linguistico è giunta solo nei nostri tempi, dopo aver attraversato una lunga vicenda di deviazioni e di errori. Presso i Greci e gli Indiani la lingua fu studiata a scopo didattico e normativo, non senza buoni risultati : già la stessa scrittura alfabetica importava una analisi fonematica di sorprendente accuratezza e lo studio del congegno morfologico assai complesso metterà in chiara evidenza lo categoric grammaticale. Eppure presso i Greci, da cui discende la tradizione occidentale dell'analisi linguistica, da un lato lo studio delle forme grammaticali viene incluso e assorbito in un'esigenza di razionalità, in cui categoric logica e categoria grammaticale s'identificano, dall'altro l'analisi del segno lessicale è resa vana dalla pretesa gnoseologica, che cerca di scoprire in esso una verità naturale, cioè una funzione ontologica. Si ebbe, quindi, una sistematica dei segni in funzione sintattica, ispirata a criterio esclusivamente logico, la quale ancora sopravvive e fa parte integrante della nostra mentalità grammaticale; ma fu trascurato il dato formale, al punto che gli analogisti pretendevano che le categorie grammaticali, riflesso fedele delle categorie logiche, fossero espresse sempre da identici elementi morfologici. La ricerca etimologica, d'altra parte, frantumando arbitrariamente il vocabolo, alla scoperta di elementi primi indicanti verità primordiali, e astroendo perciò completamente dal dato storico, si precluse la via al raggiungimento dell'unico vero ( ε ε v varphi ° ν ) raggiungibile, cioè il momento creativo, comunque momento di "parola" (v. sotto), che sempre fornisce alla lingua (e questa lo dimentica: il segno in essa è arbitrario) il significante per un certo sapere.

Nei secc. xvir e xviri il razionalismo ebbe profondi riflessi nella valutazione del fatto linguistico. Esso resgí con Leibniz contro la grammatica cosiddetta «harmonica», la quale partendo dal presupposto che l'ebraico fosse il modello e l'archeripo di tutte le lingue, portava nell'analisi delle strutture i criteri più strani, come quelli di addizione, sottrazione, trasposizione e inversione delle lettere (si operava con le lettere e non con i suoni). Ma allo stesso tempo in cui riconosceva che il sistema linguistico è un complesso di segni legati reciprocamente dalla necessità funzionale, negava ad esso ogni autonomia, creando una "grammatica generale", il cui scopo era quello di comporre in unità gli schemi grammaticali, di solito ricavati dalla lingua latina, con quelli della logica formale. Oggi una siffatta tendenza grammaticale è rivalutata, sia da parte della 1. generale di indirizzo strutturale (e già dal De Saussure), sia da parte della cosiddetta logistica che si propone, muovendo dal linguaggio, di trovare un mezzo di espressione più adeguato (il simbolismo matematico) al procedere del pensiero logico. In realtà la grammatica razionale fu del tutto improduttiva, per il misconoscimento in essa implicito dalla natura della lingua, la quale, pure obbedendo alla generale logicità inerente al sistema perché tale, è forma non della pura attività logica, ma di tutto il moto della coscienza. Così Giambattista Vico poteva agevolmente rimproverare ai famosi grammatici Giulio Cesare Scaligero e Francesco Sanzio di procedere "come se i popoli che si ritruovaron le lingue avessero prima dovuto andare a scuola di Aristotele, con i cui principi ne hanno ambedue ragionato" (Scienza nuova, ed. Nicolini, I, p. 124). D'altra parte il Vico, come dopo di lui la corrente neoidealistica, cadde nell'opposto errore

## Page 835

di considerare la lingua come prodotto di attività estetica, mentre questa, come la logica, rappresenta solo una parte di quel moto integrale della coscienza di cui la lingua è forma.

Un'indagine veramente scientifica del linguaggio, perché fondata sullo studio storico di lingue e gruppi di lingue, incomincia solo nei primi decenni del sec. xix; ed è da mettere in rapporto con due circostanze di natura diversa: da un lato, la conoscenza del sanscrito che diede impulso a ricercare la parentela genetica di un importante gruppo di lingue, dell'altro, l'orientamento di pensiero per cui alla concezione meccanica e razionalistica delle strutture linguistiche si sostituisce quella romantica della "forma organica ". La nozione di "forma individuale" applicata da Leibniz alla vita organica fu trasportata da Herder nel campo delle creazioni umane e vi fu assai produttiva, perché consentì una nuova mediazione fra soggettività ed oggettività, fra il particolare e l'universale : nel campo del linguaggio essa condusse a rinunziare alla pretesa di ricercare oltre l'accidente delle singole lingue una lingua perfetta e razionale e a giustificare invece le molteplicità di esse come variazioni di forma, in cui si attua l'essenza del linguaggio. Legittimata l'autonomia della lingua come "forma organica ", fu agevole introdurre e rilevare in questa la nozione di sviluppo: a cio fortemente contribuì il riconoscimento della parentela della maggior parte delle lingue dell'Europa fra loro e con l'indiano e l'iranico. Mediante la comparazione, si costituì la nozione di una comunione linguistica arioeuropea, alla base della quale si pose una lingua sopostipite, da cui le lingue storiche si sarebbero sviluppate. In questo periodo la storicità del fatto linguistico non è ancora dissociata dalla nozione di sviluppo organico; anzi tale storicità prende appunto corpo in un naturale processo di sviluppo, dominato dallo stesso carattere di necessità, da cui appare dominata la vita organica. Secondo Fr. Bopp, che a ragione è considerato il fondatore della 1. (il suo scritto Uber das Conjugationssystem der Sanskritsprache in Vergleichung mit jenem der griechischen, lateinischen, persischen und germanischen Sprachen è del 1816 e la sua Vergleichende Grammatik comincia a pubblicarsi nel 1833), "le lingue sono da considerare come corpi della natura organica, che si formano secondo determinate leggi, si sviluppano portando in sé un interno principio vitale, musizino, a poco a poco ". Più tardi A. Schleicher, al quale va dato il merito di avere, attraverso la comparazione fonetica, dato una fisionomia più precisa all'unità arioeuropea (il suo Compendium der vergleichenden Grammatik der indogermanischen Sprachen è apparso in prima edizione il 1864) afferma che "le lingue vivono come tutti gli organismi naturali; non agiscono come l'uomo e perciò non hanno storia alcuna, in quanto s'intenda questa parola nel suo più stretto e proprio significato". Pertanto la 1. è «una parte della storia naturale dell'uomo» e il suo compito è «di mettere in luce le leggi secondo le quali le lingue nel corso della loro vita si modificano, poiché senza conoscenze di esse non è possibile intendere nemmeno le forme delle presenti lingue». Tale concezione è certamente un riflesso della concezione hegeliana della storia: questa, secondo Hegel, è volontà consapevole, libertà che si dà la realtà che le è propria; lo Schleicher assume che nello sviluppo della lingua non c'è consapevolezza, non c'è libertà; esso quindi non può essere oggetto di storia, bensì di sistematica. La dottrina darwiniana dell'evoluzione non mancò d'influenzare in seguito lo stesso Schleicher, che parla di lingue, dialetti, parlate locali come di specie, sottospecie, sottospecie primarie e secondarie e simili; le diverse varietà vengono, com'è ovvio, spiegate per progressivo svolgimento e differenziazione, dovuti alle necessità di adattamento all'ambiente.

In questa concezione dello sviluppo organico il divenire delle lingue è ricondotto a una necessità interna, ma vi è margine per una certa libertà, analoga a quella di una pianta che cresce secondo le sue leggi, ma la cui crescita non è prevedibile, perché è il risultato dei mutevoli rapporti fra la sua vitalità e l'ambiente. Nella concezione successiva, dominata dal positivismo, tale margine di libertà viene assai ridotto, poiché lo sviluppo organico
è considerato come risultato di cause di ordine fisico o, al più, di forze psichiche operanti secondo leggi di stretta meccanicità. Manifestazione culminante di questa concezione fu la fede nella «ineccepibilità» delle leggi fonetiche, cioè nella perfetta regolarità del mutamento dei suoni, sino a quando non intervengano fattori estranei di ordine psichico a turbarne il libero sviluppo.

La storia della legge fonetica è la storia della 1. nell'ultimo quarto di secolo, segnata da numerose mirabili conquiste, che hanno fatto assurgere gli studi linguistici, in tutti i settori, e specialmente in quello arioeuropeo e nel romanzo, a dignità di scienza. Alla concezione del mutamento fonetico, sottoposto a una legge di regolarità analoga a quella che si osserva nei fenomeni naturali, condussero da un lato il rivolgimento in senso positivista che la cultura europea subì a partire dalla seconda metà del sec. xix e dall'altro le numerose scoperte, le quali, portando a una più rigorosa e quasi completa sistemazione del fonetismo arioeuropeo, determinarono la convinzione che i processi fonetici fossero di ordine meccanico. Tutta la ricerca s'informa a questo principio, che è cosi formulato nella introduzione alle Morphologische Untersuchungen, iniziate da K. Brugmann e H. Osthoff a Lipsia nel 1878 , I, p. 13 : "Ogni mutamento fonetico, in quanto si compone meccanicamente, si svolge secondo leggi ineccepibili, cioè la direzione dello spostamento fonetico in tutti i membri di una comunità linguistica... è sempre la medesima e tutte le parole, nelle quali, in eguali circostanze, appare quel suono sottoposto a mutamento, vengono investite senza eccezioni dal mutamento ". Il gruppo dei linguisti che fece suo questo assicma e lo applicò nella ricerca con grandi risultati, che trascendono la bontà teoretica di esso, prese il nome di «reogrammatici».

Il principio della legge fonetica già presso i suoi seguaci subiva pericolose incrinature, per il fatto stesso che non si poteva fare a meno di ammettere che costanti interventi di ordine psicologico (assimilazioni e dissimilazioni, incroci e analogie) davano origine a numerose eccezioni; sì che anche fra coloro che nella ricerca applicavano il metodo positivo, la validità del principio era posta in discussione (Ascoli, Schuchardt, Paul). Il sempre maggiore riconoscimento del dato psicologico, prima sotto l'aspetto della psicologia collettiva (Wundt), poi sotto quello della psicologia individuale, avviò il problema del linguaggio a porsi nei suoi giusti termini, quelli, cioè, del rapporto fra il soggetto e l'oggetto, fra l'individuale e il collettivo; chbero cosi origine due diversi indirizzi, quello idealistico e quello sociologico, i quali rispettivamente pongono l'accento sull'uno o sull'altro dei due poli. Intanto, lo stesso mutamento della nozione di «legge» avvenuto nel campo delle scienze naturali e soprattutto il riconoscimento che il linguaggio appartiene all'ordine dei fatti finalistici facevano più chiaramente intendere quel che è effettivamente la legge in 1., cioè un semplice schema conoscitivo di variazioni. Così anche la ricostruzione dell'arioeuropeo comune, fatta con metodo comparativo e alla quale veniva attribuito un valore assoluto, come di lingua realmente esistita, apparve nella sua giusta luce di schema delle concordanze che si osservano nelle lingue storiche del gruppo, tenuto conto delle modificazioni intervenute nei singoli sviluppi.

Nel quadro della reazione neoidealistica al positivismo il fatto linguistico venne ad assumere una posizione di particolare rilievo. Considerato nella sua soggettività, esso venne a trovarsi sullo stesso piano dell'arte e con essa identificato, onde la 1. generale venne ad identificarsi con l'estetica: «Ogni individuo che esprime una impressione spirituale, crea intuizioni, produce forme di linguaggio» (K. Vossler). Tale concezione, tuttavia, non poteva ignorare l'incontestabile fatto che la lingua esiste come dato collettivo ed è strumento di comunicazione, è, cioè, una creazione collettiva condizionata da bisogni pratici; e perciò essa pure è costretta a distinguere nella 1. una "stilistica", che guarda a quel che v'è d'incondizionato e di originale nelle forme del linguaggio, e una grammatica storica che guarda a quel che v'è di condizionato e di comune (Vossler). Poiché le innovazioni hanno origine da singoli parlanti, che trovandosi in una certa

## Page 836

situazione soggettiva e in un certo ambiente storico fanno opera di creazione, è necessario procedere dalla stilistica, che è la scienza dell'espressione individuale, e quindi passare alla sintassi, alla morfologia e alla fonetica; ma la vera e propria scienza del linguaggio è la stilistica, dato che l'essenza del linguaggio è attività interiore, intuizione. Epporò, la lingua in tanto è suscettibile di descrizione, in quanto è essa pure sviluppo, giacché esiste come strumento di rapporti sociali in costante mutamento. La grammatica storica mostra come la creazione linguistica sia limitata "da certi stati, da certi bisogni, da certe tendenze collettive dell'anima dei popoli».

L'opposto indirizzo gravita sull'aspetto oggettivo del linguaggio, cioè sulla lingua, e muove dalla sociologia. Per esso la constatazione che il linguaggio è fatto individuale è vera, ma è irrilevante come tutte le proposizioni evidenti (Meillet). Nella dottrina di F. De Saussure, lo studioso che ha dato alla 1 . un complesso di principi molto originale e fecondo anche se non organico (il Cours de linguistique générale pubblicato postumo nel 1916 è redatto su appunti di discepoli), proprio dell'individuo è il bisogno di esprimersi, ma la possibilità di farlo con la parola è data dal mezzo fornitogli dalla società, cioè dalla «lingua». Questa è un prodotto sociale, risultato da convenzione spontanea, ed è costituita da un complesso di segni arbitrari, nel senso che non vi è alcun legame di necessità fra il complesso fonico significante e la cosa designata : i segni non sono, cioè, risultato di espressività naturale, ma debbono la loro esistenza all'uso collettivo e il loro valore è in rapporto al sistema di opposizioni e di correlazioni di cui fanno parte. La l. vera e propria studia non la "parola", cioè l'attività del singolo, dalla quale ha pure inizio ogni innovazione, bensì la «lingua ", cioè l'organizzazione convenzionale di segni della quale egli si serve. Tale studio è «sincronico» in quanto studia il sistema nella sua funzionalità attuale, la somma delle convenzioni d'uso nella reciprocità del congegno, "discronico" in quanto considera le modificazioni cui esso va soggetto, in seguito allo squilibrio che sempre si verifica nel rapporto fra il segno e l'idea. Di gran lunga più importante è lo studio sincronico, perché mira a mettere in luce il sistema nella sua entità funzionale, nella validità con cui si pone a tutta la massa dei parlanti; mentre la considerazione discronica, la quale deve lasciare fuori l'innovazione e la sua causa perché rientrano nell'ambito della "parola" e perciò non appartengono alla lingua, deve limitarsi a registrare i mutamenti; e questo può fare quasi soltanto nei riguardi dei mutamenti fonetici, i soli che vengano lentamente acquisiti; sia i mutamenti fonetici, sia i fatti di analogia si fondano sull'attualità del sistema, i primi come variante sincronica, i secondi come prodotto del peso che il sistema come unità, solidarietà ha nella coscienza del parlante.

La dottrina del De Saussure, più coerentemente espressa nei riguardi della considerazione sincronica, ha avuto il grande merito di riportare l'attenzione sulla funzionalità che è interna alla lingua e la rende sistema autonomo. Da essa deriva anzitutto, in quanto si fonda su una considerazione statica del sistema, l'indirizzo fonologico, che si propone di chiarire il congegno di opposizioni e di correlazioni in cui il fonema assume il suo valore. Trasportata tale considerazione nel campo della sintassi, da un lato si è imposto l'impegno di chiarire il rapporto fra il momento soggettivo e il sistema, attraverso l'indagine stilistica; dall'altro, è sorta la necessità di ridurre a schemi conoscitivi la funzione sintattica dei singoli sistemi e ciò ha richiamato a nuova vita il problema già affrontato dalla grammatica razionale, se non sia possibile classificare tale funzione in schemi di validità universale.

Tali sono gli indirizzi oggi prevalenti nel campo della 1., con tendenza a definirsi in scuole (di Praga, di Ginevra, di Copenhagen). Accanto a tali indirizzi, che gravitano tutti sulla considerazione sincronica (nel cui ambito rientra anche la geografia linguistica in quanto si limiti alla constatazione), continua ad affermarsi sempre vitale e produttivo l'indirizzo storico, che vuole il fatto «lingua» inquadrato nella realtà complessa della vita della comunità,
come s'individua nello spazio e nel tempo. Non è possibile limitare l'osservazione delle lingue alla loro funzionalità di sistema, sacrificando l'interesse storico il quale è indorogabile di fronte a un fatto umano di cosil vasta portata com'è il linguaggio. Tuttavia, la legittimazione teorica dell'impostazione storica della 1. oggi non può più ricercarsi nella nozione dello sviluppo organico o del moto meccanico bensì solo in quella del rapporto soggettooggetto, individuale-universale, che è alla base di ogni realtà umana.

L'intervento del soggetto, implicitamente assunto nell'indagine stilistica anche quando il sistema viene considerato staticamente, costituisce il presupposto di quella dinamica, che fa della lingua un fatto di storia. L'opposizione saussuriana fra considerazione sincronica e considerazione diacronica non può certamente soddisfare, perché le varianti, che determinano il mutamento incessante e continuo del sistema, sono in verità sincroniche: si può avere piuttosto una considerazione statica e una dinamica della lingua e in base ad esse distinguere, da una parte, la grammatica o 1. strutturale e, dall'altra, la 1. storica. La stilistica viene ad avere posizione mediana, dato che essa dal sistema come struttura guida al sistema come divenire. Il momento soggettivo inserisce, per dir cosi, la lingua nella storia, sottraendola a una valutazione strettamente tecnica, grammaticale, a cui la 1. statica vorrebbe riservarla. Infatti, dietro il soggetto con la sua creatività sul piano linguistico, vi è tutta la storicità di cui ciascun parlante partecipa; onde l'innovazione, che teoricamente si può puntualizzare come fatto individuale, è condizionata da una situazione oggettiva, in cui operano fattori diversi. Mentre la grammatica storica si limita a registrare la diversità tra due fasi linguistiche staticamente considerate (secondo una nota osservazione dello Schuchardt posa e movimento non costituiscono opposizione nel campo delle lingue: solo il movimento è reale, solo la posa è percepibile), la 1. storica ha il compito di indagare la causa delle innovazioni o almeno di accertare le circostanze in cui esse si compiono. Fattori geografici, contatti culturali, eventi e circostanze di ordine politico, organizzazione sociale, vita relazionale e pratica, attività spirituale in tutti i suoi aspetti, etici, artistici, religiosi, costituiscono il presupposto di ogni nuova esigenza espressiva, in relazione al sistema già dato; e condizionano l'adesione collettiva per cui il fatto di "parola» diventa fatto di «lingua», cioè muove elemento del sistema. Le indagini sulle modalità e le cause dei mutamenti fonetici, sulle innovazioni, che possono essere rivolgimenti, nell'espressione del rapporto sintattico, le ricerche etimologiche, che cercano di stabilire il momento e le circostanze, in cui un segno viene assunto o designare un sapere e come il sapere, che è contenuto semantico del segno, si trasformi, costituiscono una parte assai rilevante, e certo la più nobile, della 1. come scienza.

Accanto alle indagini su singole lingue o gruppi di lingue c'è anche posto per una disciplina di carattere generale, la quale, raccogliendo le fila delle osservazioni fatte nei vari campi, cerchi di fissare le modalità universali dello sviluppo linguistico, in rapporto alle cause che lo determinano. A questo arduo settore compete il nome di «1. generale».

Bibl.: F. De Saussure, Cours de linguistique générale, 2² ed., Parigi 1922; V. Thomsen, Geschichte der Sprachwissenschaft bis zum Ausgang der 19. Jahrhunderts, Halle 1927; A. Pagliaro, Sommario di 1. arioeuropea. Cenni storici e questioni teoriche, Roma 1930; A. Meillet, Linguistique historique et linguistique générale, I-II, Parigi 1936-48; B. Terracini, Guida allo studio della 1. storica, Roma 1949; C. Tagliavini, Introduzione alla glottologia, 4² ed., Bologna 1950.

Antonino Pagliaro
LINNEBORN, JOHANNES. - Storico ecclesiastico tedesco, n. il 5 marzo 1867 a Hagen (Vestfalia), m. il 22 genn. 1933 a Paderborn. Sacerdote nel 1892, insegnò nei ginnasi, poi fu professore di diritto canonico all'Accademia di filosofia e di teologia di Paderborn nel 1910, poi nel 1918 a Bonn.

Dal 1909 al 1924 fu direttore della sezione di Paderborn del Verein für vossfälische Geschichte und Altertums-

## Page 837

hunde. Membro della Dieta prussiana dal 1924 al 1933, fece parte del partito del centro e contribuì alla conclusione del Concordato del 1929 tra la S. Sede e la Prussia. Come studioso il L. si occupò soprattutto della storia ecclesiastica della Vestfalia. Tra le sue opere si ricordano: Der Zustand der westfallischen Benediktinerkloster vor ihrem Anschluss an die Burghäder Kongregation (1898); Die Reformation der westfallischen Benediktinerklöster im 15. Jahrhundert (1899); Die Kirchenbausflicht der Zehntbesitzer im früheren Herzogtum Westfalen (1915); Die kirchliche Baulast im ehemaligen Fürstbistum Paderborn (1917).

Bibl.: Necrologio, in Theol. v. Glaube, 1933, pp. 133-41; Archiv des hathol. Kirchenrecht, 1933, pp. 500-505. Silvio Furlani

LINNEUS (Linné), Karl von. - N. a Råshult (Svezia) il 13 maggio 1707 e m. a Uppsala il 10 genn. 1778. Di umili origini, ereditò dal padre la passione per lo studio della natura. Dichiarato dal suoi maestri inadatto agli studi, fu successivamente mandato dal padre all'Università di Lund a studiarvi medicina. Essendosi guadagnato rinomanza per le sue prime ricerche di botanica, fu inviato a erborizzare in Lapponia (1732); al ritorno, onde addottorarsi, andò in Olanda, a Hardwijk, ove conseguì la laurea nel 1735 e dove il suo Systema naturae fu conosciuto ed apprezzato da Boerhaave e da Gronovius, che lo fece pubblicare a sue spese.

Fu in rapporto con tutte le personalità scientifiche del suo tempo (Celsius, Rćamur, ecc.). Nel 1741 ottenne la cattedra di botanica all'Università di Uppsala, ove ebbe riconoscimenti ed onori.

Pubblicò ben 180 lavori di mole considerevole. Religioso convinto, non si occupò di teorie, ma eseguì precise indagini, frutto del suo acutissimo spirito di osservazione. Ordinò per primo in forma sistematica i tre regni della natura; a lui si deve l'introduzione della classificazione binomia, che permise la sistemazione di specie scoperte successivamente, fino ai nostri tempi.

Delimitò il concetto di specie; questa è da L. intesa come l'unità elementare del mondo organico, entità fissa e non suscettibile di variazione. Le sue opere sono in possesso della Società Linneana di Londra.

Bibl.: J. M. Hult, Bibliographia linneana, I, Uppsala 1907; T. M. Frics, Linne, Lef nadsterking, Stoccolma 1905; E. Ribbing, C. von Linné, Uppsala 1918; E. Julitta, C. L. nel secondo centenario del "Systema naturae", in Vita e pensiero, 26 (1935), pp. 716 -23.

LINO, PAPA, santo. - Secondo la testimonianza di tutte le fonti più antiche e degne di fede, fu il primo successore degli Apostoli sulla Cattedra romana. Tradizioni risalenti al sec. III, attestate dal Catalogo liberiano e dal Liber Pontificalis, e ripreso da autori moderni che sostengono la collegialità dell'episcopato nella Chiesa primitiva, sembrano affermare che L. governò la Chiesa romana insieme e vivente ancora s. Pietro. Più probabile l'opinione contraria, che L. abbia governato dopo la morte di s. Pietro.

Incerto comunque è il tempo del suo pontificato; secondo la testimonianza di Eusebio governò 12 anni, e quindi probabilmente dal 67 al 79. Lo stesso Eusebio, riprendendo l'opinione di s. Ireneo, dice che L. è quello stesso del quale s. Paolo mandava i saluti a Timoteo (II Tim. 4, 21). Secondo il Liber Pontificalis, L. nacque in Toscana; avrebbe stabilito, secondo il precetto di s. Paolo, che le donne entrassero in chiesa sempre con il capo velato, e sarebbe morto martire il 23 sett. del 67. Nessun'altra fonte degna di fede conosce il martirio di L., né il suo nome si trova nel Martirologio geremimiano; figura però nel canone della Messa. A lui si attribuiscono gli atti del martirio di Pietro e Paolo e la storia della disputa di Pietro con Simone Mago: si tratta certamente di scritti apostili. Nel Martirologio romano L. è commemorato il 23 sett.

Bibl.: Eusebio, Hist. eccl., III, 2; Lib. Pont., I, p. 121; Tillemont, II, pp. 152 sg., 549-55; Acta SS. Septembris, VI,

Parigi 1867, pp. 539-45; E. Caspar, Geschichte des Papsttums, I, Tubinga 1930, pp. 8 sgg., 13 sg.; Martyr. Romanum, p. 412. Agostino Amore

LINO da Parma. - Dei Frati Minori, n. a Spalato (Dalmazia) il 30 ag. 1866, m. a Parma il 14 maggio 1924. Sua patria d'adozione fu Parma, dove venne la prima volta nel 1891 per pochi mesi, definitivamente nel giugno 1893.

Durante questo trentennio, cappellano della popolare parrocchia della Sima Annunziata e delle carceri giudiziarie e penali, direttore del riformatorio Lamhruschini, alla Certosa, per i corrigendi, si trovò a contatto con ogni sorta di miserie e si prodigò con sublime dedizione per il bene materiale e spirituale degli infelici. Durante la "settimana rossa" del giugno 1914, esercitò energica azione moderatrice, riuscendo ad impedire irruzioni nelle chiese, e condanne di arrestati. Morì in pieno fervore di attività rimpianto dall'intera cittadinanza. Il 25 luglio 1942 venne in Parma iniziato il processo informativo diocesano per la beatificazione.

Bibl.: C. Cambi, Un francescano, p. L. Maupas, Parma 1924; E. Bevilacqua, Fioretti di frate L. da P., Torino 1926; J. Felice, Tra i legi, Pisa 1933; G. C. Guzzo, P. L. da P., Alba 1943.

Liberato Di Stolfi
LINTSING, prefeettura apostolica di. - Nella provincia dello Shantung (Cina nord-orientale). Fu eretta il 5 apr. 1931 con 13 sottoprefetture civili distaccate dalla missione di Tainan (v.) e fu affidata al clero secolare cinese. Come prefettura apostolica dipende direttamente dalla S. Sede.

Al 30 giugno 1947, su ca. 2.000 .000 ab., i cattolici erano 20.110, serviti da 27 sacerdoti secolari indigeni, 4 francescani esteri, 20 religiose, 20 suore.

Sembra che il b. Odorico da Pordenone abbia predicato, al principio del sec. XIV, nel territorio di L.; certo vi passò il p. Matteo Ricci nel 1598 e nel 1600 . Nel 1685 un impiegato cinese di L. invitava, per lettera, il gesuita p. Vallat a portarsi a L. per battezzare 600 catecumeni. Lo stesso missionario lasciò notizia dei frutti ottenuti a Tongchang. Dal 1701 fino alla persecuzione di Kienglong (1785) vi furono missionari italiani francescani minori, tra cui emersero Bernardino Della Chiesa, poi vescovo di Pechino, e Carlo Orazi da Castorano. Dal 1785, quando venne a mancare il personale francescano, i cristiani erano visitati talvolta da missionari dalle regioni finitime e da sacerdoti secolari, ex-alunni del Collegio cinese di Napoli (fondato dal ven. Matteo Ripa). Le frequenti persecuzioni ridussero però i fedeli a 1800 nel 1838. Avvenuta la creazione del vicariato apostolico di Shantung (1839), nello stesso anno i Francescani rientrarono nella missione. Nel 1841 il vicario apostolico mons. Moccagatta fissò la residenza a Shi-eul-li-chwang presso Wucheng (nel territorio dell'attuale prefettura apostolica), poi trasferita, per maggior sicurezza, tra le mura di Tainanfu nel 1863.

Bibl.: AAS, 24 (1932), pp. 42-43; GM, p. 202; Annuaire de l'Eglise catholique en Chine 1948, Sciangsi 1948, passim; MC, 1950, pp. 319 -20.

LINTUNG, prefeettura apostolica di. - Nella Manciuria occidentale. Fu eretta il 18 maggio 1937, con 7 sottoprefetture civili, staccate dal vicariato apostolico di Szepinghai (oggi diocesi) e affidata alla Società per le Missioni Estere della provincia di Québec (Pont-Viau).

I primi missionari di Pont-Viau, in numero di tre, giunsero in Manciuria nel 1925; nel 1936 erano 36, 42 nel 1937, a cui si aggiunsero tre chierici di S. Viatore di Montréal (Canadà). I missionari della Congregazione di Scheut, provenienti dal vicariato apostolico di Jehol, vi avevano istituiti alcuni villaggi di fittavoli cattolici; a Tsingse prima e poi a Ounioutai e Haobatu fissarono la loro residenza gruppi considerevoli di cinesi cattolici. Così erano sorte tre stazioni di fedeli con missionari residenti e una popolazione di più di 4000 cattolici. I mongoli di questa regione - gli uomini comunemente, le donne ra-

## Page 838

ramente - parlano la lingua cinese. Va notato che il mongolo, una volta convertito, rimane fedele ed è fervente.

Bibl.: Arch. di Prop. Fide, pos. prot. n 1652/37; AAS, 29 (1937), pp. 463-64; MC, 1950, pp. 305-306. Edoardo Pecoraio

LINZ, Diocesi di. - Città e diocesi in Austria; comprende il paese confederale dell'Austria superiore, 12.447 kmq . con 1.042 .000 ab., di cui ca. 80.000 acattolici; è divisa in 35 decanati, con 480 parrocchie; ha seminario maggiore e minore, cui è annesso un noto ginnasio pubblico con convitto (il Petrimmi).

Dato che quasi tutto il territorio delle due Austrie, inferiore e superiore, dipendeva dalla lontana Passavia, fuori dei confini, Giuseppe II, nell'intenzione di creare una circoscrizione ecclesiastica meglio rispondente alle esigenze reali, decretò l'8 nov. 1783 la cessazione di ogni giurisdizione passaviense in territorio austriaco, sostituendola con le tre diocesi di Vienna, St. Pölten e L., quest'ultima per l'Austria superiore, con residenza nella capitale, L. Il 28 genn. 1783 Pio VI sanzionò l'avvenuto cambiamento. Come
![img-1.jpeg](img-1.jpeg)

LINZ, diOCESI di - Nuovo Duanno neo-gotico; a sinistra il vecchio Duomo.

LIOBA (Leoba, Leobgytha, Truthgeba), santa. - Benedettina; sono ignoti la data e il luogo di nascita. M. a Schörnsheim presso Magonza il 28 sett. 782 (o 779 o 780 ). Imparentata dal lato materno con s. Bonifacio, ricevette la propria istruzione nel monastero sull'Isola di Tharict e poi nel chiostro di Wimborne dove s. Tetta (Thetta) esercitò su lei grande influsso.

Nel 735 fu chiamata come badessa a Tauberbischofsheim ove strinse amicizia con la b. Ildegarda, seconda moglie di Carlomagno. Sepolta nel 782 a Fulda, fu trasportata a Petersberg il 28 sett. 838 . Partecipò con s. Bonifacio alla cristianizzazione della Germania, come dimostra la sua ricca corrispondenza con questo Santo.

Bibl.: J. Mabillon, Acta SS. Ord. S. Benedicti, IV, Venezia 1734, pp. 291-34; Acta SS. Septembris, VII, Parisi 1856, pp. 760-68; Rodolfo di Fulda, Vita Leobae abbatissae, in MGH, Scriptores, XV, pp. 121-31.

Miroslav Štumpf
LIONE, ARCIDiocesi di. - Arcidiocesi e città capoluogo del dipartimento del Rodano alla confluenza del Rodano e delle Saline. Si estende nei dipartimenti del Rodano (ad eccezione del cantone di Villeurbanne unito a Grenoble) e della Loira; ha una superfice di 7564 kmq . con una popolazione di ca. 1.700 .000 ab . Vi sono oltre 1500 sacerdoti diocesani, 2 grandi seminari e 6 piccoli. Il primate è assistito da due vescovi ausiliari, l'uno dei quali risiede a St-Etienne.

Con lettere apostoliche del 29 nov. I8or l'arcivescovo di Lione fu autorizzato ad unire il titolo di arcivescovo di Vienne (v.); dal 1801 al 1822 ebbe anche il titolo di arcivescovo di Embrun. Suffraganee di L. sono le diocesi di Autun, Digione, Grenoble, Langres, St-Claude. Patroni dell'arcidiocesi sono i ss. vescovi Ireneo e Potino; della primaziale è patrono s. Giovanni Battista.

1. Storia. - Dal tempo di Augusto L. fu capitale di tutta la Gallia celtica; vi nacque l'imperatore Claudio che la colmò di favori e da allora si chiamò "Colonia Copia Claudia Augusta Lugdunense». Fu in parte bruciata dall'esercito di Settimio Severo che nelle vicinanze combatté contro Albino. Durante il periodo romano fu la città più popolata delle Gallie e la più ricca in monumenti; fu sede di una zecca; ebbe relazioni commerciali con l'Oriente, con l'Italia e con la Germania. Fu perciò detta la Roma della Gallia e "Caput Galliarum ". Ben quattro province presero il nome da "Lugdunum". L. cadde in mano ai Burgundi nel 470; nel 534 passò a Childerico; poi fece parte del Regno di Borgogna fino all'843; indi passò sotto Lotario, quindi sotto Carlo re di Provenza (853-63), sotto Lotario II (863-69), Carlo il Calvo e Ludovico (869-79). Nell'anno 890 passò sotto il Regno di Provenza. Gregorio VII il 20 apr. 1079 stabili L. quale primaziale sulle province di Rouen, Tours e Sens, privilegio confermato da Calliato II. Nel sec. XII L. venne

## Page 839

![img-2.jpeg](img-2.jpeg)
(1)d. Büdarekie d. (i. Xatizestbiäliatlerb)
(Id. Büdarriee d. (i. Xatizestbikliatlerb)
A sinistra: CHIESA DELL'ABBAZIA DI ST. FLORIAN, costruita da C. Antonio Carkonc (1686).
A destra: CHIESA PARROCCHIALE DI KEFERMARKT. Altare intagliato (1490-98). Trittico con s. Pietre, s. Vollungo e s. Cristoforo.

## Page 840

![img-3.jpeg](img-3.jpeg)

[⁰]
[⁰]:    (a. H. Bertiomo, La France, Parigi 1832, ter. 17)
    A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A. A.

## Page 841

![img-4.jpeg](img-4.jpeg)

MADONNA IN TRONO (1437) - Tarquinia, Museo, attualmente depositata alla Galleria Borghese (Roma).

## Page 842

![img-5.jpeg](img-5.jpeg)
(ful. Fides)
In alto: REFEZIONE DI BAMBINI NEGRI, assistiti dalle Suore di S. Agostino - Vicariato apostolicu di Lisala. In basso: CAPPELLA DELLA MISSIONE DI YAMBUKU nel vicariato apostolico di Lisala.

## Page 843

funestata dall'eresia valdese. Il 10 apr. 1312 Luigi X unì definitivamente L., sino allora città indipendente sotto la giurisdisione del vescovo e del Capitolo, al Regno di Francia.

A L. fu celebrata l'incoronazione dei papi Clemente V (1306) e Giovanni XXII (1310); ivi pure l'antipapa Felice V fece la sua rinuncia nel 1449. L. soffrì molto dagli ugonotti nel 1560 e durante la Rivoluzione Francese. Il papa Pio VII visitò L. nel 1804 e nel 1805 . Per iniziativa della servo di Dio P. Jaricot nel 1822 si istituì a L. la Società per la Propagazione della Fede (v. opera PONTIFICIA DELLA PROPAGAZIONE DELLA FEDE).

Per i vescovi di L. si ha un catalogo episcopale della metà del sec. IX in un evangeliario ora nel Seminario di Autun; un'altra lista nella Cronaca di Ugo di Flavigny (MGH, Scriptores, VIII, p. 321), continuata fino a Ugo Parvus (1082-1116) e poi fino a Umberto di Bugey (1148-52); un terzo catalogo, in una copia del sec. xvir nel ms. 1383 della Biblioteca di L., va fino all'arcivescovo Luigi di Villars (1302-1308).

Il primo vescovo Potino mori in carcere nel 177; la data del 2 giugno indicata nel Martirologio geronimiano non è quella della morte. Gli successero Ireneo (v.), Zaccaria, Elio il cui sepolcro fu visitato da Gregorio di Tours (In gloria confessorum, 61); Faustino, ricordato nella Ep. 68 di s. Cipriano; Vocio, presente nel 314 al I Concilio di Arles; Verissimo, intervenuto al 343 al Concilio di Sardica; Giusto a quello di Aquileia del 381 ; Alpino, indicato al is sect. nel Martirologio geronimiano; mentre il successore Antuoco è notato al 13 ag.; Ducherio, al quale Polemio Silvio dedicò nel 449 il suo "latercolo"; Paziente, spesso citato da Sidonio Apollinare (Ep., II, 10; IV, 25; VI, 12); Rustico, sepolto a S. Nicezio dove si rinvenne il suo carme sepolcrale (CIL, XIII, 2395); Vivenziolo fu a capo del Concilio di L. tra il 518 e il 523 ; il suo epitafio è acrostico (CIL, XIII, 2396); Lupo presiedette il III Concilio di Orléans nel 538 . Quindi Sacerdos, il quale fu a capo del V Concilio di Orléans del 549 , fu presente a quello di Parigi del 552 dove mori nello stesso anno dopo aver assicurato la successione al nepote Nicezio. Frammenti del suo carme sepolcrale si rinvennero a S. Nicezio nel 1883 (A. Steyert, Nouvelle histoire de Lyon, II, Lione 1897, p. 30, fig. 25; CIL, XIII, 2398). Seguirono Nicezio, m. nel 573; Eterio che fu in corrispondenza con Gregorio I (JafféWattenbach, 1436, 1747, 1830, 1872). Aregio fu a capo del Concilio di Parigi nel 614, 'Tetrico di quello di Clichy nel 627, Canderico di quello di Chalon-sur-Saône; Leidrado (798-817), amico di Alcuino, grande restauratore, si dimise e si ritirò nel monastero di S. Medardo di Soissons. In epoca più recente si ricordano i cardd. Pietro di Tarantasia, poi Innocenzo V (v.), Giovanni di Lorena (1537-39); Ippolito d'Este, che fu amministratore di L. nel 1539 e nel 1562; Francesco di Tournon nel 1551; Alfonso Luigi du Plessis de Richelieu, fratello dello statista; Le Tencin (1740-58). Furono canonici della Cattedrale i papi Innocenzo IV, Gregorio X, Bonifacio VIII e Clemente V.

Fino al 1796 la cattedrale di S. Giovanni Battista formava gruppo con le adiacenti chiese di S. Stefano e S. Croce. S. Stefano, attribuito al vescovo Alpino, fu restaurato ca. il 480 dal vescovo Paziente e poi al tempo di Carlomagno dal vescovo Leidrado. Vi era unito l'episcopio. Preceduta da un pronao era a forma di croce greca e i suoi bracci laterali comunicavano da un lato con la chiesa di S. Croce, dall'altro con S. Giovanni. Poi divenne battistero. S. Croce fu eretta dal vescovo Arigio e restaurata da Leidrado, all'inizio del sec. Ix, dal clero e dal popolo nel 1444. Tanto S. Stefano che S. Croce vennero venduti nel 1792 e demoliti nel 1796. Della chiesa di S. Giovanni non si conosce la forma primitiva. Agobardo, successore di Leidrado, scrisse in un poemetto che questi vi aveva traslato da Arles le reliquie dei martiri Cipriano, Sperato e Pantaleone. Il diacono Floro illustrò in versi la decorazione del Santuario. Venne ricostruita nel xill sec. (J. B. Martin [v. op. cit. in bibl.], p. 3 sgg.).

Sidonio Apollinare descrive in un poemetto una basilica fatta erigere ca. il 470 dal vescovo Paziente presso
![img-6.jpeg](img-6.jpeg)
(de L. Schurenberg, Die kirchliche Baukunst in Frankreich. Berline [6], ter. 79.
Lione. arcibicesi di - Facciata della Cattedrale (sec. xili).
il fiume Saône: «una foresta di colonne separava le navate, il soffitto era a cassettoni dorati, il pavimento e le pareti erano rivestite di marmi policromi; più in alto la decorazione era a musaico in smalti azzurri verdi; (vi erano state poste iscrizioni in esametri dettate dai poeti Costanzo, Secondino e Sidonio stesso; il portico esterno aveva colonne in marmo d'Aquitania" (Sidonio Apoll., Epist. lib. II, 10: PL 38, 486-87), ma non si sa con precisione a quale basilica Sidonio Apollinare si riferisca. F. Deshoulieres ritenne trattarsi di quella di S. Giovanni Battista (La basilique de St-Jean-Baptiste à Lyon, in Bulletin monumental, 1935, pp. 225-26).

L'arcivescovo Guiscardo (1165-80) cominciò la nuova chiesa primaziale di S. Giovanni Battista, continuata dal successore Giovanni di R. Desme e più tardi dai presuli Rinaldo de Forez e Roberto d'Alvernia. Il papa Innocenzo IV la consacrò nel 1244. La parte inferiore della facciata è del tempo dell'arcivescovo Fierro di Savoia (1308-52) e fu continuata sotto il card. di Talaru (13751389) e l'arcivescovo Filippo di Tourey (1389-1415). Il grande rosone è opera di G. De Beaujeu e le vetrate di H. de Nivelle (G. De Jerphanion, Le vitrail de la Redemption à la cathédrale de Lyon, in Orientalia christiana, 28 [1932], pp. 298-310). Le sale capitolari e del Tesoro sono del 1459; la parte superiore della facciata e delle due torri sono del 1480 . Nell'interno le colonne e i pilastri che sostengono le arcate sono decorati con capitelli a fogliami. L'abside è rivestita di incrostazioni in stucco, con personaggi, animali e motivi decorativi. La nave centrale ha otto campate con volte ogivali sostenute da grandi pilastri cruciformi composti di quattro colonne. Tra le cappelle si ricorda quella artistica dei Borboni eretta dal card. Carlo di Borbone (m. nel 1488) e finita dal fratello duca Pietro nel 1508. Le statue che l'adornavano vennero distrutte nel 1562 e nella Rivoluzione Francese (A. Macé, Une merveille de l'art gothique. La chapelle des Bourbons à la cathédrale St-fran de Lyon, Lione 1941). Nel portale centrale vi sono scolpiti i segni dello zodiaco, i lavori nei singoli mesi, la storia di s. Giovanni Battista, episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento. Nei portali laterali la storia di Sansone, vita di s. Pietro, scene dell'Apocalisse, leggenda di Teofilo, santi isolati. Il Tesoro fu saccheggiato dagli ugonotti nel 1562 e nel 1792 dalla Rivoluzione. I cardd. Fieschi e De Bonnaid lo ricostituirono: cofanetti con smalti di Limoges, calici, possidi e mitre dei secc. xili-xv, croci processionali dei secc. xil e

## Page 844

xIII, un altare portatile del sec. xv; un ostensorio offerto dall'imperatrice Giuseppina nel 1805. Una Vita di Gesù Cristo dipinta nel 1506 per la b. F. de Gueldres, duchessó di Lorena. Il Messale di Tommaso James vescovo di Dol, miniato da Attavante di Firenze nel 1483; il Messale di Bonifacio VIII (1294-1505), quello della cappella della Maddalena, della fine del sec. xiv (G. De Jerphanion, Le Missel de la Sainte-Chapelle à la Bibliothèque de la Ville de Lyon, Lione 1944). In seguito alle leggi di separazione il Tesoro fu portato nella Biblioteca di L.

Sul prolungamento della facciata era situata nel medioevo la scuola di canto che funzionava durante il mattino onde il nome di «manecanterie» dato all'edificio del sec. xi, rifatto tra il 1458 -60.

Fuori città lungo la via che collegava L. con Arles fu deposto s. Ireneo; al tempo di Gregorio di Tours (Historia Francorum, I, 29; In gloria Martyrum, 49) egli era venerato nella cripta di S. Giovanni tra i martiri Epipodio e Alessandro (BHL. 2574-75) il quale ultimo insieme con 34 compagni è ricordato nel Martiridagio geronimiano al 24 apr. Il monumento sepolcrale di Ireneo, Alessandro ed Epipodio era stato riedificato dal vescovo Paziente ed era composto di un'aula a vòlta semisotterranea a cui più tardi fu sovrapposta una basilica, danneggiata al tempo delle guerre di religione e ricostruita nel 1584; trasformata in fienile nel 1792 fu restituita al culto nel 1801 e ingrandita ca. il 1830 .

Nel 1946, in un calorifero, si rinvenne un blocco di pietra riadoperato contenente un'iscrizione metrica latina posta da una Lucilia Stratenica alla sua bambina sepolta in un sarcofago nella basilica eretta per sé e per i propri discendenti (W. Seston e C. Perrat, Une basilique funé. raire païenne à Lyon, in Revue des études anciennes, 43 [1947], pp. 139-59). Nella zona detta «de Choulans» presso la chiesa di S. Lorenzo si è scoperto un cimitero dell'età merovingica (P. Wuillemier e A. Audin, L'église et la wicropole Saint-Laurent dans le quartier lyonnais de Choulans, in Institut des études Rhodaniennes de l'Université de Lyon. Mémoires et Documents, 4, Lione 1949).

La chiesa di S. Giusto vescovo in Tebaide, prossima a quella di S. Ireneo è scomparsa, ma ne resta una descrizione in una lettera di Sidonio Apollinare. Il corpo del vescovo s. Giusto, morto nella Tebaide nel 390 traslato poi a Lione, fu deposto in una cripta sotto la basilica dedicata fino allora ai Maccabei. Sidonio Apollinare descrive le feste solenni che si svolgevano ogni anno al 2 sett. (Epist. lib. V, 17). Alla Basilica costruita ad Ainay e da Gregorio di Tours dichiarata «mirae magnitudinis (In gloria Martyrum, 48) successe l'abbazia benedettina di S. Martino la cui chiesa fu consacrata il 27 genn. 1107 da Pasquale II, il quale dedicò l'altare all'Immacolata Concezione; la chiesa fu devastata nel 1562 , venne aggregata a Cluny nel 1604, secolarizzata nel 1685 da Innocenzo XI e trasformata in collegiale; venne soppressa con la Rivoluzione Francese (1790). Ora è chiesa parrocchiale. Il papa Pio X il 25 giugno 1905 la elevò a basilica minore (T. Malley, Une secularisation au dixseptième siècle. L'abbaye de St-Martin d'Ainay, in Etudes, 1913, pp. 334-76; A. Chagny, La basilique St-Martin d'Ainay et ses annexes, Lione 1935; Cottineau, I, coll. 36-38).
S. Paolo. Se ne attribuisce la costruzione al tempo dell'arcivescovo Sacerdos (549-52); restaurata da Leidrado nel Ix sec., fu abbazia benedettina secolarizzata nel sec. xi; rifatta nel sec. xili; divenuta poi collegiata. Il campanile del 1440 fu modificato nel 1875 ; caratteristico è l'ottagono centrale all'incrocio tra la nave, il transetto e l'abside (L. Duplain e J. Giraud, L'église St-Paul de Lyon, Lione 1923).
S. Nicezio. Abbazia fondata nel Ix sec.; nel xili parrocchia della città; elevata a collegiata dall'arcivescovo L. de Villars nel 1505 ; venne restaurata più volte in seguito. Sertì da cattedrale all'inizio del sec. xix, durante i restauri a S. Giovanni. L'interno è a tre navate con transetto e abside. La facciata fu rifatta nei secc. xviII e xix. Il portale centrale è del sec. xvi. Nella chiesa di S. Nicezio furono sepolti alcuni presuli lionesi del sec. vi; nel 1308 vi furono eseguiti scavi in cui vennero trascritte le loro iscrizioni sepolcrali (G. Guigue, Procès verbal de

1308 én