volume-07

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restaurata più volte in seguito. Sertì da cattedrale all'inizio del sec. xix, durante i restauri a S. Giovanni. L'interno è a tre navate con transetto e abside. La facciata fu rifatta nei secc. xviII e xix. Il portale centrale è del sec. xvi. Nella chiesa di S. Nicezio furono sepolti alcuni presuli lionesi del sec. vi; nel 1308 vi furono eseguiti scavi in cui vennero trascritte le loro iscrizioni sepolcrali (G. Guigue, Procès verbal de

1308 énumérant les épitaphes des archecêques de Lyon inhumés dans la cathédrale au VIe et au VIIe siècle, in Bull. de la Soc. des antiquaires de France, 1876, pp. 145-58 ).

La chiesa di S. Romano situata ai piedi del Gourguillon fu eretta da Fredaldo e sua moglie; venne ricostruita nel xvi sec. e demolita nel 1752. La chiesa di St-Pierre-le-Vieux, vicina alla precedente, fu demolita nel 1792. La chiesa di S. Bonaventura o dei Cordeliers fu dedicata prima a s. Francesco, poi nel 1484 a s. Bonaventura, perché vi aveva predicato; la facciata del sec. xv fu rifatta nel 1858. La chiesa di S. Bruno è eretta sul lungo della certosa du Lys St-Esprit del 1584. La prima pietra fu posta nel 1590, ma interrotti i lavori furono ripresi solo nel 1724 dall'architetto F. S. Delamonce e finiti nel 1750. Tra le chiese moderne di L. si ricordano: la basilica di Fourvière, un tempo chiesa collegiale dedicata a s. Tommaso di Cantorbery, con cappella dedicata alla B. V., eretta da Olivier de Chavannes tra il 1173-92. Nel sec. xv vi si sviluppò il culto della B. V.; nel sec. xviI vi si iniziarono pellegrinaggi; nel sec. xviII fu eretta una nuova cappella. Per voto dell'arcivescovo di L. mons. Ginouilhac, fatto nel 1870, l'architetto P. Bossan iniziò la costruzione dell'attuale Basilica nel 1872; fu consacrata nel 1896.

Preziose è la Biblioteca di L. per la copia dei suoi manoscritti. La scriptorium di L. fiorì specialmente nel sec. IX all'epoca del diacono Floro (v.; G. de Jerphanion, Traces d'influences orientales dans les manuscrits illustrés de la Bibliothèque de Lyon, in Comptes-rendus de l'Académie des Inscriptions et Belles-lettres, 1943, pp. 177-93).

Sotto gli auspici della Società «Amis de la Bibliothèque de Lyon» fu fondata nel 1923 una collezione illustrante documenti e manoscritti di detta Biblioteca. Ivi E. A. Love ha pubblicato 13 manoscritti tra il v e l'vili sec. in onciale e semionciale; V. Leroquais, Le psautier de Jolly (Lione 1923); P. Lauer, L'Evangeliaire carolingien de Lyon (Parigi 1928). Tra i manoscritti della Biblioteca si notano due portolani italiani, l'una composto dal genovese Pietro Visconte ca. il 1319 per Marino Sanudo, l'altro col blasone dei Cornaro della fine del sec. xiv. Notevole è il Museo della città situato nel Palazzo S. Pietro. Di grande importanza è la raccolta delle iscrizioni cristiane, pubblicate più volte da E. Le Blant, A. De Boissieu (CIL, XIII, 2351-2445) e da A. Allmer e P. Dissard (Musée de Lyon, Inscriptions antiques, 5 voll., Lione 1889-92); il IV vol. dalla p. i a 183 è dedicato alle iscrizioni cristiane. Di esse la più antica datata è dell'anno 334. Da ricordare è l'epitafio di una «Procula cl(ariosima) femina famula Dei a terra ad Martyres» (GIL, XIII, 2423), riprodotta da A. de Boissieu (Inscriptions antiques de Lyon, Lione 1846-54, p. 547, n. 6). Tra i sarcofagi si ricordano due frammenti di ignota provenienza sui quali era rappresentato G. Cristo tra i dodici Apostoli (E. Le Blant, Sarcophages chrétiens de la Gaule, Parigi 1886, p. 4, n. 6 e tav. II, nn. 2-3). Assai ricco è il materiale medievale (R. Jullian, Catalogue du Musée de Lyon, III. Le sculpture du moyen âge et de la Renaissance, Lione 1945). Un capitello medievale scolpito proviene da una chiesa di Modena (G. De Jerphanion, Un curieux chapiteau du Baptiste ou Musée de Lyon, in Miscellanea G. Mercati, V [Studi e testi, 125], Città del Vaticano 1946, pp. 61-68).

Pregevole è una collezione di stoffe attraverso l'età, che si inizia con frammenti copti, disposta nel Museo delle Arti.

BibL.: O. Hirschfeld, Zur Geschichte des Christentums in Lugdunum zur Constantin, in Sitzungsberichte der Berliner Akademie, 1892, pp. 38-409; L. Maitre, Les premières basiliques de Lyon et leurs cryptes, in Revue de l'art chrétien, 45 (1902), pp. 449-62; C. Germain De Marneuzon, Les aqueducs antiques de Lyon, Parigi 1908; J. B. Martin, Histoire des églises et chapelles de Lyon, Lione 1908; H. D'Hennezel, Lyon, Parigi 1914; L. Bégule, Les vitrines du moyen âge et de la Renaissance dans la région lyonnaise, ivi 1911; id., La cathédrale de Lyon, ivi 1923; C. Mauclair, Les Musée d'Europe, Lyon, Le palais St-Pierre, ivi 1929; Eubel, I, p. 330; II, p. 201; III, p. 247; H. Leclercq, Lyon, in DACL, X, 1, coll. 2-402; Guide de la France chrétienne et missionnaire 1948-49, Parigi 1948, pp. 360; 616-22; 1047 54. Enrico Joni

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II. Lettera delle Chiese di L. e Vienna. Nell'anno 177 scoppiò una persecuzione contro la comunità cristiana di L. Si ha notizia di questi avvenimenti in una lettera inviata da L. alle Chiese di Frigia.

Si tratta di una specie di lettera cattolica. Forma letteraria, come nel cosiddetto martirio di Policarpo, scelta - prima dell'odattazione degli Atti processuali per scopi letterari - per parlare del carisma del martirio (v. E. Peterson, in Pro regno, pro sanctuario [Miscellanea van der Leeuw], Nijkerk 1950, p. 35 I sg.) ai cristiani in Asia Minore, minacciati dal pericolo del montanismo. La lettera è importante per la teologia del martirio. Non c'è soltanto lo Spirito che assiste i cristiani nella professione della fede, ma Cristo stesso soffre nel martire. La lettera distingue chiaramente il confessore dal martire. Il martirio è una lotta contro Satana, ecc. La lettera è scritta in forma relativamente semplice, ma non senza retorica. E stata contestata la sua autenticità, che però non può essere messa in dubbio seriamente. Sei estratti di questo documento si trovano in Eusebio (Hist. eext., V, i-4).

Le liste complete dei nomi distinta per categorie secondo il genere del martirio si trovava in fondo al documento ma oggi è perduta. Eusebio dà la seguente lista: Vezio Epagato, Santo, Maturo, Attalo, Blandina, Potino, Alessandro, Pontico, Alcibiade.

Il Martirologio geronimiano al 2 giugno indica invece 48 nomi e aggiunge in un primo gruppo: Zaccaria presbitero, Macario, Silvio, Primo, Ulpino, Vitale, Commino, Ottobre, Filomeno, Genuino, Giulia, Albina, Brata, Emilia, Potamia, Pompea, Rodana, Biblis, Quarzia, Materno, Elpis.

Poi distingue quelli condannati alle fiere: Sante diacono, Maturo, Attalo, Alessandro, Pontico, Blandina; quindi quelli morti in carcere: Aristeo, Cornelio, Zosimo, Tito, Giulio, Zotico, Apollonio, Geminiano, Giulia, Ausonia, Emilia, Giannica, Pompeia, Donna, Giusta, Trofima, Antonia.

Dal documento si apprende che nell'estate del 177 un gruppo di cristiani arrestati furono interrogati nel foro di L. da un tribunale militare. Nel processo davanti al governatore della provincia il giovane cristiano Vezio Epagato si fece avanti a difendere i suoi correligionari. Nacque un tumulto e Vezio fu arrestato; durante l'interrogatorio e i tormenti dieci apostatarono. Ma vennero sostituiti da altri fedeli arrestati. Si inforti in specie contro il diacono Santo, il neofita Maturo, Attalo e Blandina, che giovane e delicata resisté con mirabile fortezza per un intero giorno alle torture. Santo rispose ad ogni domanda: sono cristiano, mentre era dilaniato con lamine di rame roventi; la sua fortezza fece rinsavire l'apostata Biblis che riconfermò la sua fede e raggiunse poi il martirio. I terribili tormenti causarono la morte di parecchi. Gli altri, dopo alcuni giorni furono di nuovo interrogati, tra questi il venerando vescovo Potino, già discepolo di Policarpo di Smirne che riportato in carcere dopo i tormenti vi morì due giorni dopo. Maturo, Santo, Blandina e Attalo furono esposti alle belve nell'anfiteatro; i due primi dilaniati da queste furono posti su sedie di ferro rovente e poi uccisi. Attalo essendo cittadino romano fu rimesso in carcere in attesa delle istruzioni imperiali. Frattanto anche gli apostati ritornarono alla fede. Marco Aurelio rispose che coloro che persistevano a restare cristiani fossero uccisi, gli altri liberati. Il 1° mathrm{ag}. anniversario della dedica dell'ara eretta a L. in onore di Augusto, richiamò al tribunale i superstiti, i quali tutti confessarono la loro fede; i cittadini romani furono condannati alle decapitazioni, gli altri alle belve. Durante l'interrogatorio un certo medico frigio di nome Alessandro che incitava i confessori venne pure condannato alle fiere. Attalo finì su una sedia rovente, Pontico e Blandina furono riservati per l'ultimo giorno dei giochi gladiatori. Pontico di 14 anni mori tra i tormenti; Blandina dopo i flagelli e il fuoco della graticola fu avvolta in una rete ed esposta alle furie di un toro che la sollevò più volte in aria e infine morì trafitta. I corpi dei martiri morti in carcere furono dati in pasto ai cani; dopo sei giorni
i miseri resti superstiti alle belve e al fuoco vennero arsi, e le ceneri disperse nel Rodano.

BibL.: O. Hirschfeld, Zur Geschichte des Christentums in Lugdunum (Sitzunguber. Berlin, Abad.), Berlino 1895, pp. 381-409; I. W. Thompson, The alleged persecution of the christians at Lyon, in Amer. Starn. of theology, 16 (1912), p. 539 sg.; 17 (1913), p. 249 sg.; U. Kahrstedt, in Rheinisches Museum, 68 (1913), p. 392 sg.; H. Quentin, La liste des martyrs de Lyon, in Anal. Bull., 39 (1921), pp. 113-38; H. Delehaye, Les passions des martyrs et les genres littéraires, Bruxelles 1921, pp. 121-25; H. von Campenhausen, Die Idee des Martyrium in der alten Kirche, Gottinga 1936, passim (teorie dubbiose); A. Chagny, Les martyrs de Lyon de 177, Lione 1936; Martyr. Hieronymianum, p. 297 sg. Erik Peterson
III. I Concili di L. - 1) Primo Concilio. - E il XIII Concilio ecumenico tenuto nel 1245 sotto il papa Innocenzo IV. Esso va posto nel quadro dei violenti contrasti tra il papato e Federico II. Quando salì al pontificato il card. Fieschi, che era candidato dell'Imperatore e che prese il nome di Innocenzo IV (giugno 1243), si poté credere a una distensione e a un periodo di pace. Federico II invece ben presto ritornò all'offensiva. Fallito ogni tentativo di accordo con lo Svevo, il papa allora, temendo di essere fatto prigioniero, lasciò Roma e si portò a L., città libera, situata alle frontiere della Francia e dell'Impero. Suo primo pensiero fu di convocare un concilio.

Questo si aprì il 28 giugno nella cattedrale di S. Giovanni alla presenza di 140 vescovi, venuti dalle diverse provincie della cristianità. Esano presenti l'Imperatore latino di Costantinopoli, Baldovino II, i tre patriarchi di Costantinopoli, di Antiochia, di Aquileia e gli ambasciatori di molti principi.

L'Imperatore invitato non comparve; comparvero invece i suoi legati con il cancelliere Taddeo di Suessa, arcivescovo di Palermo. Questi, fin dalla prima sessione, fece nuove proposte di pace da parte del suo signore. Il Papa non volle accettarle, e fu deciso che Federico II, sebbene assente, fosse giudicato dal Concilio. Taddeo, invano, protestò, dicendo che non si poteva giudicare l'Imperatore senza ascoltarlo; invano cercò di ottenere una dilazione, assicurando che Federico era partito, era in viaggio, stava per arrivare. L'Imperatore invece si tratteneva in Alta Italia. Inutilmente pure tentò di rispondere alle gravi accuse sollevate contro Federico; altro non potendo fare, Taddeo appellò al futuro Papa e al futuro concilio veramente ecumenico. Ma il suo appello non impedì che Innocenzo pronunziasse la sentenza di scomunica e di deposizione contro Federico, accusato come spergliero, persecutore della Chiesa, invasore dello Stato pontificio, sospetto di eresia, protettore dei Saraceni. I Padri opposero il proprio sigillo all'atto di deposizione, indi scagliarono e terra i ceti spenti. Non vi fu nessuno dei presenti che contraddicesse.

Oltre la condanna contro l'Imperatore, il Concilio si occupò anche di altre questioni. Fra l'altro, emanò prescrizioni circa la Terra Santa e la Crociata contro i Tartari, emise regole circa la procedura da osservarsi nei giudizi ecclesiastici, vietò sotto pena di scomunica di somministrare armi ai musulmani e di spogliare i pellegrini in viaggio per la Terra Santa, prescrisse un'imposta sui beni ecclesiastici a favore dell'Impero latino di Costantinopoli. Il Concilio non promulgò alcun decreto dogmatico e si chiuse il 17 luglio 1245 .

BibL.: Mansi, XXIII, coll. 603-48; E. Berger, Les registres d'Innocent IV, Parigi 1881-98, passim; F. Vernet, Innocent IV, in DThC, IX, coll. 1361-74; Hedele-Leclercq, V, pp. 1633-79; A. Fliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, X, Parigi 1950, p. 240 sgg.

Guglielmo Zannoni
2) Secondo Concilio. - E il XIV Concilio ecumenico tenuto dal 7 maggio al 17 luglio 1274 . Il 1° sett. 1271, dopo il laborioso Conclave durato ca. 3 anni, fu eletto papa Gregorio X il quale si trovava a S. Giovanni d'Acri. Stavano cadendo allora gli ultimi baluardi delle conquiste cristiane in Palestina e in Siria. Dieci anni prima (1261), era crollato il Regno latino di Costantinopoli a tutto profitto di Michele

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Paleologo. Uno dei primi pensieri del nuovo Pontefice fu di preparare una Crociata per riprendere la Terra Santa. Quanto al Regno latino di Costantinopoli, il Papa era disposto a lasciarlo in mano ai Greci, purché abbandonassero lo scisma e si unissero alla Crociata. Contemporaneamente, consapevole dei disordini piuttosto gravi che si notavano dovunque, soprattutto in mezzo al clero, Gregorio era deciso di tentare una riforma generale. Proprio per realizzare questo triplice scopo: unione della Chiesa greca con la Chiesa latina, Crociata in Terra Santa e riforma del clero, papa Gregorio, appena incoronato (27 marzo 1272), convocò un concilio generale per il 1° maggio 1274, senza però indicare la città nella quale si sarebbe dovuto tenere. La scelta di L. fu resa nota soltanto nell'apr. 1273. Vi dovevano partecipare non solo gli arcivescovi e vescovi, gli abati mirrati ed altri prelati o procuratori, ma anche i principi cristiani, tra i quali l'Imperatore bizantino, Michele Paleologo. Dovevano pure essere presenti alcuni delegati del Kan dei Tartari per la Crociata.

Pur essendo stato fissato per il 1° maggio 1274, il Concilio si riunì effettivamente il 7 , dopo 3 giorni di digiuno. Lo si può considerare come una delle assemblee conciliari più numerose che la storia ricordi. Se i re brillarono per la loro assenza (fice eccezione il vecchio re d'Aragona, il quale, del resto, se ne andò prima che il Concilio finisse), il mondo ecclesiastico vi prese parte nella quasi totalità: 500 vescovi, 60 abati, più di 1200 altri prelati o procuratori, come riportano quasi tutti i cronisti. E non fu straordinario il numero soltanto, ma anche la qualità degli intervenuti: raramente in un'assemblea furono presenti uomini tanto celebri, come s. Bonaventura, s. Alberto Magno, Pietro di Tarantasia (il futuro Innocenzo V), tre altri che saranno poi i papi Adriano V, Giovanni XXI e Niccolò IV, s. Filippo Benizi, Giovanni da Vercelli, Umberto di Romans, Durando di Mende e il frate minore greco Giovanni Parastron, che svolse un'attività di prim'ordine per l'unione dei Greci. E noto che doveva prendervi parte s. Tommaso d'Aquino, ma mori durante il viaggio, il 7 marzo.

Il Concilio ebbe 6 sessioni. Si svolse più lavoro tra una sessione e l'altra che durante le sessioni stesse. Nella prima, il 7 maggio, il Papa, commentando le parole: Desideravi hoc pascha manducare vobiscum, parlò del triplice fine del Concilio. Nella seconda e terza sessione ( 18 maggio e 7 giugno) furono promulgate le Costituzioni disciplinari. Il 24 giugno arrivarono finalmente gli ambasciatori greci, dopo un tremendo naufragio, nel quale la maggior parte di essi aveva lasciato la vita. Tutti i conciliari mossero loro incontro. I legati greci mostrarono le lettere con le quali l'imperatore Michele, suo figlio Andronico e tutto l'alto clero (50 metropoliti e più di 500 vescovi) si sottomettevano alla Chiesa di Roma e accettavano la professione di fede inviata a Michele nel 1267 da papa Clemente IV. Il 29 giugno, festa dei ss. Apostoli Pietro e Paolo, Gregorio X celebrò la Messa, durante la quale furono cantati in latino e in greco l'Epistola, il Vangelo e il Credo. I Greci ripeterono per tre volte nella propria lingua il Qui ex Patre Filioque procedit. S. Bonaventura tenne un discorso. Non restava altro che sanzionare ufficialmente l'unione mediante la lettura dei documenti addotti dai Greci: il che avvenne nella 4 sessione, il 6 luglio. Il logoteta Giorgio Acropolita, a nome di Michele Paleologo che l'aveva nominato suo plenipotenziario, a viva voce recitò la formula di fede di Clemente IV. Germano, già patriarca di Costantinopoli, e Teofane, metropolita di Nicea, fecero altrettanto a nome del clero greco. Si cantò quindi il Te Deum e, di nuovo, il Credo in latino e in greco. I Greci ripeterono due volte nella loro lingua il Filioque. Il 15 luglio mori s. Bonaventura, che aveva svolto nel Concilio una attività di primaria importanza. Parteciparono ai funerali il Papa e tutti i Padri del Concilio. Il giorno successivo,

16 luglio, ebbe luogo la s⁰ sessione, nella quale furono promulgate 14 Costituzioni, tra cui quella riguardante il Conclave, che i cardinali accettarono mal volentieri. La sesta ed ultima sessione si svolse il 17 luglio. In essa furono pubblicate due Costituzioni, di cui una dogmatica (Fideli ac devota professione: Dens-U, 460), con cui il Concilio definiva che lo Spirito Santo procede eternamente dal Padre e dal Figlio, non come da due principi ma come da un solo principio, non mediante due spirazioni ma mediante una sola spirazione: aeternaliter ex Patre et Filio non tamquam ex duobus principiis sed tamquam ex uno principio, non duobus spiralionibus sed unica spiralione procedit. La qual definizione è di particolare importanza in quanto distrugge radicitus la principale obbiczione che i Greci muovevano alla dottrina cattolica espressa dal Filioque, secondo cui i Latini avrebbero insegnato che il Padre e il Figlio sono due principi distinti dello Spirito Santo. Tale decreto dogmatico, che nella collezione ufficiale delle Costituzioni del Concilio è inserito nella rubrica: can. 1, è stato finora erroneamente attribuito, dalla maggior parte degli storici, alla seconda sessione, epoca cioè in cui i legati greci non erano ancora giunti: in qual cosa sembrava inverosimile del tutto (cf. S. Kuttner, op. cit. in bibl., pp. 44-47).

Oltre a questo can. 1, Gregorio X emani, il 1° nov. 1274, sotto il nome del Concilio di L., trento altri canoni o Costituzioni di carattere disciplinare, relativi al Conclave, alle elezioni, ai benefici, ai processi ecclesiastici, all'usura, alla fondazione di nuovi Ordini religiosi ecc. E da notare che tutte queste costituzioni non furono compilate durante il Concilio, ma aggiunte dopo, come facenti parte del programma della riforma dei costumi. L'ordine in cui si susseguono non corrisponde all'ordine storico.

Insieme con la definizione dogmatica sulla processione dello Spirito Santo, l'atto più importante del Concilio di L. fu la consacrazione ufficiale della professione di fede di Clemente IV, detta di Michele Paleologo, come espressione della fede cattolica (Dens-U, 461-66). La prima parte di questo documento riproduce, approssimativamente, la professione di fede di s. Leone IX (1053), che è quella emessa dai vescovi nella loro consacrazione. Il resto, a cominciare dalle parole Sed propter diversus errores, definisce lo stato delle anime dopo la morte (Purgatorio e immediata retribuzione), il numero settenario dei Sacramenti, il primato di giurisdizione della Chiesa di Roma e del suo capo come successore di s. Pietro.

La triplice finalità che Gregorio X si era proposto nel convocare il Concilio non fu conseguita che imperfettamente. L'unione con i Greci, determinata da motivi politici, fu effimera. La Crociata, dopo felici inizi, non ebbe seguito. Quanto alla riforma dei costumi, fu assai superficiale. Corviene però dire che di un tale infelice esito il Papa, che aveva convocato il Concilio, non era affatto responsabile. La colpa ricade piuttosto sulle sfavorevoli circostanze e sugli avvenimenti imprevisti che seguirono. L'unione con i Greci fu particolarmente compromessa da certe eccessive esigenze dei successori di Gregorio, i quali passarono come una meteora sul trono pontificio: difatti dal 1276 al 1284 si ebbero cinque pontefici.

Brac.: Fonti: J. Guiraud. Les registres de Grégoire X, Parigi 1892-98; J. B. Martin, Conciles et Bullaires du diocèse de Lyon, Lione 1902. Sulla storia del Concilio: Brevis nota eorum quae in semnato concilio Lugdovensi generali octo non, in Memi, XXIV, coll. 47-80; G. Pachymera, Mıgahà Bààahòyog, I. V. 11-12: PG 143, 822, 834; A. Pilche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, X, Parigi 1950, pp. 404-501; Hebdo-Loclerce, VI, 153-218. Monografie: H. Finke, Kanzillerstudien zur Geschichte des XIII. Jahrhunderts, Münster 1891; W. Nordon, Das Papstum und Bizanz, Berlino 1903; F. Vernet, Lyon (II Concile socumbrique de), in DThC, IX, coll. 1374-91 (con bibl.); V. Grumel, Le Concile de Lyon et la réunion de l'Eglise grecque,

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ibid., coll. 1391-1410; S. Kuttner, Conciliar law in the making. The lyonese constitutions (1274) of Gregory X, in a manuscript at Washington, in Miscellanea P. Paschini, I, Roma 1949, pp. 39-81. Martino Jugie
IV. Liturgia di L. - La liturgia della Chiesa di L. dal sec. v fino all'vili non era altro che quella antica gallicana. In nessun dei molti concili della Gallia di questi secoli, ai quali anche i vescovi di L. erano presenti, spesso come presidenti, si parla di un rito speciale o di un privilegio liturgico della Chiesa di L. Il mutamento avvenne con la riforma di Carlomagno. Leidrado arcivescovo (797-814) introdusse con il canto gregoriano-romano anche gli altri libri gregoriani della liturgia romana. Dopo la morte di Carlomagno, la liturgia gallicana rivisse in quanto molti elementi di essa furono fusi con il rito romano. Alcuino compose il supplemento al Sacramentario gregoriano-adrianeo, nel quale furono inclusi non pochi riti gallicani. La Chiesa di L. non si sottrasse a questo influsso; accetió il nuovo Sacramentario e, sotto Burcardo II (ca. il 1000), il nuovo pontificale; ma in confronto con le altre Chiese della Gallia, fu più fedele alla liturgia romana, accettata sotto Leidrado, burché con tutte le particolarità introdotte dal sec. x sino al sec. xviri.

Prova di questo si può avere da un confronto dei sacramentari più antichi (p. es., del cod. 537 della Biblioteca di L.) con i messali del sec. xv. Come nei sacramentari, non si separano, ma si intercalano i propri de tempore e de sanctis; per i santi speciali di L. si mette un fascicolo particolare dopo l'anno ecclesiastico (Messale di Jean de Talaru, sec. xiv); il Messale di un Colinet de Markes (sec. xiv-xv) per il primo unisce in una sola serie i santi di L. con i santi del rito gregoriano. Il Messale detto di Chasselay (sec. xv) per primo separa i propri de tempore e de sanctis ed aggiunge nuovi Uffici (Introitus e Gradualia), ma conserva le lezioni per i mercoledì e venerdí della settimana. I messali stampati si attennero a questo di Chasselay (dal 1487 in 8 edd.) fino al 1556 ; nel Messale di Tournon, il più tipico Messale romano-lionese secondo la riforma tridentina, aumentano i prefazi (da 8 a 11 ) e specialmente le prose. L'ultimo Messale puro romano-lionesc, detto di Marquemont ( 1620 ) in uso fino al 1737 , contiene alcune aggiunte al testo gregoriano degli antichi sacramentari, ma nessuna trasformazione. Il Messale di Rochebonne (1737) rompe la tradizione : orazioni, prose, epistole e Vangeli, tutti vengono modificati, il numero degii officianti come delle processioni diminuisce. La rottura della tradizione si compie nelle spirito del ritorno all'antichità e del neo-gallicanismo per il Messale di Montazet (1768), introdotto ed accettato dal Capitolo di L. soltanto per le minacce del Parlamento; non era più l'antico Messale lionese, ma il Messale parigino nello spirito delle nuove idee gallicane, o gianseniste. Al Messale seguivano breviari e rituali conformi. Questo Messale di Montazet fu ritenuto anche dopo l'Impero (1823 e 1825), ma sotto Bonald (1841-44) si ritornò al Messale di Marquemont del 1620. Nel 1866 si introdusse il Messale e il Breviario romano con l'aggiunta di un Proprio lionese e nel 1902 fu fatta una nuova edizione con altra aggiunta di feste e riti particolari. Le antiche stazioni e gli antichi Vespri pasquali lionesi furono aboliti nel 1914.

Il rito della Messa risale almeno al sec. x. Il Messale del 1737 cambiò l'imposizione dell'amitto (soprail camice); fino al sec. xviri il manipolo s'assunzava dopo la pianeta, dopo questo tempo si seguono le rubriche romane. Il - Confiteor » fino al Messale di Rochebonne (1737) aveva una formola più breve come quella del rito dei Certosini o Domenicani. Nell'ascendere all'altare si diceva prima l'apologia «Deus qui non mortem», poi «Conscientias». Al bacio del Vangelo, il sacerdote recita «Credo et confiteor », nelle Messe cantate. All'Offertorio, si prega con le mani steae sull'Ostia « Dixit Jesus... Ego sum» (Io. 6, 51-52; sec. xvi). Poi il sacerdote prende il calice dicendo «Quid retribuam» (Ps. 115, 3, 4), vi versa vino ed
acqua con la preghiera « De latere», offre insieme il calice con l'Ostia sulla patena con l'«Hanc oblationem» ed «In spiritu humilitatis». Per il Natale tre prefazi, per l'Epifania, il giorno di Pasqua, l'Ascensione e la Pentecoste uno solo; altrettanto per la Madonna, gli Apostoli, la Quaresima, de comuni. All'« Unde et memores», il sacerdote estende le braccia in forma della croce. L'elevazione del calice e dell'Ostia si fa alle parole «Fiat voluntas tua sicut in caelo»; all'« et in terra» si posano sull'altare. Il «Libera» si dice a voce alta, nelle Messe cantate si canta. Non vi sono preghiere speciali alla sunsione del corpo e del calice, che quelle "Domine sancte Peter... nisi tu" e «Domine Christe... separari».

Alla Messa cantata sorprende il gran numero degli officianti, di ogni ordine (sacerdoti, diaconi, suddiaconi), almeno tre. All'inizio si bacia il Vangelo, che si trova sull'altare o che vien portato processionalmente dal suddiacono (Ord. Rom., 1, 8). L'incensazione dell'altare non si prova prima del sec. xir. Il celebrante sta seduto mentre legge l'Epistola, il Graduale e il Vangelo. Prima dell'Offertorio si lavano le mani. All'antifona dell'Offertorio seguivano parecchi versetti. Si adopera un grande corporale. Dopo l'incensazione segue una nuova lavanda delle mani. All'Elevazione, i canonici stanno inchinati, non in gi. nocchio. Dopo il primo "Agnus Dei» vien cantata l'antifona "Venite populi», forse un antico canto alla frazione del pane prima dell'introduzione dell'«Agnus Dei». Durante tutto il tempo dal «Sanctus» fino alla Comunione, due turiferari incensano l'altare, poi i dignitari ed il coro. Dopo il «Placeat» senza benedizione, il sacerdote con i miniatri lascia l'altare, e fa ritorno alla sagrestia recitando il Vangelo di s. Giovanni; se c'è un Vangelo finale speciale, si recita nella sayrestia. Il celebrante ed i ministri portano la mitra, non come segno di distinzione, ma come parte delle vesti liturgiche. Il suddiacono tiene la patena durante il canone, non con un velo, ma con il manipolo. Nei giorni feriali della Quaresima, due capitolari portano il pane ed il vino al celebrante. Alla Messa pontificale l'ingresso è molto solenne: precedono 7 accoliti con candele, 7 suddiaconi (uno mitrato con la croce), 7 diaconi (l'arcidiacono mitrato con il pastorale del vescovo), 6 sacerdoti (il settimo è il celebrante stesso); il vescovo, con i suoi assistenti in cappa, indossa un lungo grembiade. Gli assistenti recitano tutto insieme al celebrante, escluse le parole della consacrazione, le quali si recitano il Giovedi Santo (unica concelebrazione). Il calice si prepara, fra l'Epistola e il Vangelo, ad un altare diverso dall'altare maggiore (quello dell'amministrazione). All'Offertorio, i sacerdoti assistenti offrono piccole ostie e tutti gli assistenti fanno la Comunione. Al "Libera" segue la solenne tripartita benedizione pontificale. Dopo la Comunione dell'assistenza le sacre specie rectanti vengono trasportate dal decano alla cappella del Sacramento. Non c'è più una benedizione pontificale finale, perché c'è stata già al "Libera».

Nell'Ufficio c'è da osservare, fino al sec. xviri, la mancanza degli inni, come nell'antico Ufficio romano, eccetto quello di Compiuta. Un'altra particolarità è che i canonici recitavano a memoria tutto l'Ufficio. L'organo si usa soltanto dal 1841. L'amministrazione del Battesimo si faceva con l'immersione, ancora nel sec. xvi. Nell'Estrema Unzione si usano 12 unzioni.

BibL.: I. de Moléon, Voyages liturgiques de France, Parigi 1718, passim; A. Ebner, Quelles und Forschungen zur Geschichte... des Missale Romanum im Mittelalter, Iter Italicum, Friburgo 1896, pp. 141-42, 324-26; H. Leclercq, Lyon, in DACL. X, coll. 260-64, 380-82; D. Buenner, L'antienne liturgie romaine. Le rite lyonnais, Lione-Parigi 1934; J. A. Jungmann, Missarum sollemnia, 2² ed., 1949, passim.

Pietro Siffrin
V. Istituzioni culturali. - Al tempo del suo splendore (sec. II) a L. anche le scuole erano fiorenti. Nel medioevo furono restaurate dai grandi vescovi Leidrado (cf. J. Pourrat, L'antique Ecole de Leidrade, Lione 1899), che si giovò anche dell'opera di Amalario e Agobardo. L. è stato il primo centro francese per tipografie celebri per le edizioni di opere bibliche, patristiche, teologiche e giuridiche. Per la preziosità delle sue biblioteche, cf. H. Leclercq, Lyon, in DACL, X, 1, coll. 350-89. Un

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vasto complesso di istituti culturali ancor oggi accresce il prestigio della città.
I. L'antico Studio. - L'esistenza di uno Studium o Università a L. nel medioevo ha dato luogo a difficoltà e discussioni. E certo che vi sono state scuole, soprattutto di diritto; ma occorre chiarire vari punti.

Quando Innocenzo IV si recò a L. per il XIII Concilio ecumenico (1245), vi fondo lo Studium generale della Curia, che avrebbe dovuto seguire ovunque la Corte pontificia. La bolla Cum de dicersis mundi partibus (Fonthest, 15128), nel suo testo integrale prova che Innocenzo IV creò lo Studio "tam in theologiae facultate quam in utroque iure, canonico et civili» (cf. E. A. Friedberg, Corpus Iuris Canon., II, Lipsia 1881, 1083 sg.) : ciò è confermato dalla Fita del Pontefice, scritta dal suo confessore Niccolò da Calvi (cap. 16: RIS, III, I, p. 5928).

Questa scuola della Curia non rimase a lungo a L., perché il Papa lasciò la città nel 1251 . Più tardi, sul finire del sec. xiri, si trova a L. un'altra Scuola di diritto, che dovette essere uno Studium locale (municipale). Pochi e oscuri dati la comprovano; tra questi la controversia (1291-92) tra l'arci-
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LIPARI, DIOCESI di - Panorama di Vallstrieri.
(1st. Edit)
vescovo e il Capitolo a proposito della licentia docendi o autorizzazione da darsi ai dottori che dovevano insegnare. L'accordo, per cui l'arcivescovo concedeva la "licenza", mentre i doctores regentes venivano scelti d'accordo fra le due parti, fu ratificato da Niccolò IV con la bolla del 23 marzo 1292. Le nuove questioni, sorte in seguito, furono regolate dalle lettere di Filippo IV del 6 maggio 1328, data l'annessione della città al Regno di Francia. Da allora non si ha più accenno alla Scuola. 2. L'Università cattolica. - Grazie alle legge del 12 luglio 1875, che riconosceva la libertà dell'insegnamento superiore in Francia, fu istituita a L. una Facoltà libera di diritto, inaugurata il 22 nov. 1875. Era l'inizio dell'Università cattolica, che a tutt'oggi ha conservato il nome di Facultéa catholiques de Lyon. Conta sei Facoltà, istituite in progresso di tempo; tre di studi civili, diritto (1875), lettere (1877) e scienza (1877), e tre di studi ecclesiastici, teologia ( 1878 [erezione canonica, 16 apr. 1886]) : diritto canonico (1935) e filosofia (1935); inoltre vari istituti specializzati : diritto commerciale (1919), chimica industriale (1919), sociale (1944), linguistica (1945), pedagogia (1947). Nel 1949 è stato affilato all'Università cattolica l'istituto S. Gregorio Magno, scuola superiore di musica sacra, che nel 1950 aveva 6000 alunni. La Facoltà di medicina, non ancora eretta, è rappresentata per ora dall'ospedale S. Giuseppe, aperto dall'Università il 15 nov. 1894 (cf. l'epist. Quo magis di Leone XIII, 30 ott. 1894 : Leonis XIII Acta, XIV, Roma 1895, pp. 345 346). La nuova grandiosa sede dell'Università, costruita durante la guerra, è stata inaugurata nel 1945.

La «regione universitaria» di L. (sud-est della Francia) comprende le 5 metropoli di L., Avignone, Aia, Chambéry, Algeri; inoltre le diocesi di Marsiglia, Belley, Moulins e Cartagine: un complesso di 28 diocesi, con una popolazione di ca. 10 milioni di ab. L'insieme dei vescovi costituisce il Consiglio episcopale generale, che si aduna una volta l'anno. A garantire e gestire la proprietà dell'Università cattolica è stata costituita, il 30 apr. 1877, la Société civile.

Gli statuti delle Facoltà di studi ecclesiastici, conformati alla cost. apost. Deus scientiarum Dominus, sono stati approvati con decreto della S. Congregazione dei Seminari e delle Università degli studi, del 22 febbr. 1935. Gran cancelliere dell'Università è sempre il cardinale arcivescovo di L., celesti patroni della medesima s. Tommaso d'Aquino e s. Ireneo.
3. La Faculté de théologie. - Va inoltre ricordata, a Lione, la Faculté de théologie di Fourvière, riservata agli alunni della Compagnia di Gesù: fiorente istituzione, universalmente nota per rinnovati studi di teologia dogmatica e positiva. - Vedi tav. XCIV.

Blas.: sull'antico Studio: F. C. de' Saviany, Storia del diritto romano nel medioevo, trad. it., J. Torino 1854, p. 663; H. Deniffe, Die Entstehung der Univers. des MA. bis 1400 , Berlino 1883, pp. 3 sg., 223, 301; M. Fournier, Les status et privilèges des univers. franc., II, Parigi 1891, p. 733 sg.; id., Hist. de la science du droit en France, III, ivi 1892, pp. 716-20; St. d'Irasy, Hist. des universités, II, ivi 1935, p. 428; H. Rashdall, The universities of Europe in the middle ages, nuova ed. a cura di E. M. Powicka e A. B. Emden, II, Oxford 1936, p. 331 e passim. Sulla Università cattolica, v.: A. Baudrillard, Instruccion de la jeunesse, in DFC, II, coll. 1035-53; Facultés catholiques de Lyon: Rentrée solcmusille et fêtes du cinquantenaire (4 nov. 1925), Lione 1926; Annuaire général des universités catholiques, a cura di A. Gemelli e J. Schrijnen, Nimega 1927, pp. 163-76.

LIPA, DIOCESI di. - Nelle Isole Filippine.
Ha una superficie di 5159 kmq . con 816.528 ab., dei quali 731.679 cattolici. Conta 70 parrocchie servite da 82 sacerdoti diocesani e 24 religiosi, un seminario, 3 comunità religiose maschili e 10 femminili (Annuario Pontificio, 1951, p. 249).

La diocesi di L. fu creata da Pio X con decreto della S. Congregazione Concistoriale del 10 apr. 1910 assegnandolo le provincie di Batangas, Laguna, Tayabas, Mari, Dunque e Mindore. E suffraganea di Manila; la sede vescovile è a Batangas, la Cattedrale è dedicata a s. Sebastiano.

Blas.: AAS, 11 (1910), p. 290. Enrico Ioni

LIPARI, DIOCESI di. - Città e diocesi nell'isola omonima dell'arcipelago delle Eolie. La diocesi è suffraganea di Messina, conta 20.000 ab., tutti cattolici, con 26 parrocchie, 48 sacerdoti diocesani e 3 regolari, un seminario, una comunità religiosa maschile e 4 femminili (Annuario Pontificio, 1951, p. 249).

Sembra che nella prima metà del vi sec. fosse in L. un monastero di monaci latini, mentre nell'806 vi furono monaci greci. Il monastero benedettino di S. Bartolomeo fu fondato da Ruggero di Sicilia (1088) dopo aver cacciato i Saraceni; la chiesa abbaziale fu eretta in cattedrale da Urbano II nel 1094 (PL 179, 722), al tempo del vescovo Gilberto.

La passio leggendaria di s. Alfio e compagni indica come primo vescovo Agatone al tempo di Licinio, non confermato da alcun altro documento. Certo è il vescovo Augusto al principio, e Venansio alla metà del sec. vi; mentre alla fine si ha un Agatone (Iuffé-Wottenbach, 931 e 1258). Papa Gregorio I invitò a Roma e fece amministrare L. da Paolino vescovo di Tauriana. Nel 597 vi fu però un nuovo vescovo invitato dallo stesso Pontefice a

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recarsi a Roma. Il vescovo Pellegrino intervenne al Concilio Lateranense del 649 e Basilio al II Concilio di Nicea. F. Gattola fu nominato da Bonifacio IX vescovo anche di Patti (1397); ma nel 1399 lo stesso Papa con le cost. apost. Apostolatus officium e Dudum ex certis separò le due sedi. Si ricordano ancora Bartolomeo da Salerno nel 1432; Antonio Giustiniani nel 1564; il francescano A. Vitali nel 1599. Urbano VIII nel 1627 elesse mons. G. Candidi, facendo L. direttamente soggetta alla S. Sede. Poi si ebbero tre gli altri Benedetto di Gerace (1660), F. Arati (1663), N. M. Tedeschi benedettino, come mons. G. M. Visconte Proto (1839) promosso a Cefalù nel 1844.

Bial.: Uphelli, III, p. 1047; Lanzoni, II, pp. 654-55; Cottinesu, I, col. 1625 .

Enrico Josi
LIPOVENI. - Nome romeno di una setta dei "vecchi credenti" o "raskolniki" russi che rifiutarono le riforme rituali a cui il patriarca Nikor di Mosca veniva autorizzato da un suo Sinodo del 1654. Arrivarono in Moldavia al principio del sec. xvir con un loro capo Filippo Pustoviat, dal quale presero il nome Filippoveni o, più breve, L.

Con questo nome si sparsero anche in Polonia, in Prussia orientale e nei paesi baltici. Il loro centro rimase però in Bucovina, dove sin dal 1846 ebbero persino un vescovato a Fäntâna Albā (Belakrinitsa). I primi titolari di questo vescovato, Ambrogio e Cirillo, ordinarono vescovi e sacerdoti anche per i "vecchi credenti" rimasti in Russia, dove la persecuzione non cessò che nel 1905.

I L. differiscono dagli "ortodossi" non nei dogmi, ma nella pratica religiosa. Adoperano libri liturgici anteriori a Nikon e sono molto austeri, corretti, fanatici, tradizionalisti.

Bial.: C. Korolevskı, Chez les Starovâres de Bucovine, in Stoudion, 1927, pp. 123-37.

Petre Vălimăresnu
LIPPI, Filippino. - N. a Prato, fra l'ag. del 1457 ed il maggio del 1458, da Filippo L. e da Lucrezia Buti, m. a Firenze il 18 apr. 1504; fu allevato nella casa paterna e dovette essere avviato immediatamente all'arte se risulta, dal 26 apr. del 1467 al 31 dic. 1469 , aiuto del padre, con fra' Diamante, per i lavori in affresco del duomo di Spoleto. Alla morte del padre, nell'ott. del 1469 , seguì fra' Diamante, che si trasferì a Firenze appena compiuta la decorazione dell'abside. Nel 1472 risulta iscritto alla Compagnia di S. Luca, come «dipintore da Sandro Botticelli». Ma quando sia entrato nella bottega sua resta ignoto. Poiché egli non collaborò con il maestro agli affreschi della Cappella Sistina a Roma, si presume che per l'ott. del 1481 fosse rià indipendente.

La sua fama doveva essere notevole se il 31 dic. 1482 , a soli 24 anni, gli venne affidata, al posto del Perugino, la decorazione di una parete della Sala del Consiglio nel Palazzo della Signoria, forse considerando il felice esito di una decorazione nel Palazzo pubblico di S. Giminiano. Dopo il 1483, con Cosimo Rosselli, il Botticelli, il Ghirlandaio ed il Perugino, collaborò agli affreschi della Villa di Spedaletto presso Volterra, per Lorenzo il Magnifico. Gli anni successivi sono fondamentali per lo sviluppo artistico di Filippino e lo mostrano impegnato in opere di alto valore. Fra il 1484 ed il 1487 dovette ultimare nella cappella Brancacci le Storie dei si. Pietro e Paolo rimaste interrotte per la partenza di Masaccio; del 1486 ca. è la grande tavola per S. Francesco alle Campora, ora in Badia a Firenze, "la quale pittura è tenuta mirabile come in sassi, libri, erbe, e simili cose che dentro vi fece" (Ve" sari). Nell'ag. del 1488 si trovava a Roma, per iniziare le pareti, e la volta della cappella Carafa in S. Maria sopra Minerva, ad affresco. Nell'apr. del 1487 aveva già ricevuto le allogazioni della decorazione della cappella Strozzi in S. Maria Novella, la quale fu iniziata solo nell'estate del 1489 e continuata dopo il compimento dei lavori romani (1492), specie negli anni fra il 1498 ed il 1502. Filippino doveva far fronte a numerose richieste: la pala d'altare per la certosa di Pavia (1495), l'Adorazione dei Magi ora agli Uffizi (1496), l'Incontro di Gioacchino con
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(191. Anderson)
LIPPI, Filippino - Disputa di s. Tommaso d'Aquino. Affresco nella chiesa di S. Maria sopra Minerva - Roma.

Anna di Copenaghen (1497), il tabernacolo di Prato (1498), il Fidanzamento di s. Caterina, in S. Domenico a Bologna (1501), la pala del Museo di Prato, con Madonna e santi (1501-1503).

Secondo il Vasari F. L. fu cortese di modi, affabile, gentile, ed amò sempre vivere in grandezza e reputazione. Uomo socievole, partecipò attivamente alla vita artistica cittadina e fu spesso chiamato a giudicare opere altrui e a dar consigli.

Le prime opere del L. vanno ricercate fra quelle uscite dalla scuola di Sandro Botticelli, in specie nel gruppo assegnato dal Berenson all'ipotetico "amico di Sandro", ma egli si mostra assai attento agli sviluppi dell'arte contemporanea. Se il compito di continuare gli affreschi di Masaccio contribuisce a rafforzare il suo senso plastico, il soggiorno romano rimase fondamentale al suo gusto, rivolto verso "la vaghissima invenzione, la bizzarria, la novità degli ornamenti" preparando anche in tal senso il manierismo. Ma l'arte del L. va ricercata nell'acuta resa delle espressioni individuali, nei ritratti che compaiono nei suoi affreschi e nelle pale, e nella patetica sensibilità delle sue immagini devote.

Bial.: Venturi, VIII, t. pp. 643-80; A. Scarf, F. L., Vienna 1935; G. Gronau, s. v. in Thieme-Becker, XXIII, p. 270 sg. Eugenio Battisti

LIPPI, Filippo. - Pittore, n. a Firenze ca. il 1406, m. a Spoleto l'8 o il 10 ott. 1469. Fu carmelitano a Firenze, dove rimase fino al 1432, eccetto brevi viaggi a Pistoia, a Siena e a Prato. E detto per la prima volta dipintore in un documento del 1431.

Dopo il 1432 lo si trova a Padova, per lavori pittorici nella chiesa del Santo, oggi perduti. Ma l'8 marzo 1437 risulta nuovamente a Firenze, dove si afferma come artista, benché in una lettera del 1438 si dica uno dei più poveri frati di Firenze. Di quegli anni sono la Madonna di Tarquinia, l'Incoronazione di Maria, ora agli Uffizi, l'Amicenciata per la chiesa delle Murate, ora a Monaco. Ai riconoscimenti artistici si accompagnano incarichi religiosi : una bolla del 23 febbr. 1442 lo nomina rettore a vita della chiesa di S. Quirico a Legnaia; dal 1450 è cappellano delle monache di S. Niccolò de Fieri a Firenze stessa.

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(Int. Gsh. fol. 422.)
Lippi, Filippo - Annunciazione - Roma, Museo di Palazzo Venezia.

Il 29 maggio 1452 intraprende al posto dell'Angelico, che aveva rifiutato l'incarico, la decorazione del coro della pieve di Prato, con Storie di s. Giovanni e di s. Stefano. La grande impresa pittorica non interrompe però la sua attività di pittore di tavole e immagini devote : al periodo di Prato risalgono, fra l'altro, il tondo Bartolini, le Adorazioni del bambino per il Medici e per il convento di Annalena, le lunette della Galleria nazionale di Londra, la tavola per il re di Napoli.

Nel 1456, dopo esser divenuto cappellano del convento di S. Margherita in Prato, fu sciolto dai voti, quindi si unì in matrimonio con Lucrezia Buti. Nel frattempo i lavori del coro andavano talmente a rilento che nel nov. 1463 la rappresentanza della città di Prato deliberò di costringere il L. ad ultimarli entro breve tempo: risultando questo insufficiente, nell'apr. successivo si pensò di interessare Carlo dei Medici affinché imponesse al L. come termine dei lavori il mese d'ag. Questa è l'ultima notizia sull'attività del L. a Prato.

Nel febbr. 1466 il maestro è a Spoleto per la decorazione dell'abside del Duomo. Anche colà il pittore non dimostrò eccessivo impegno: solo nel marzo dell'anno seguente vennero alzati i palchi, e s'incominciò ad affrescare nel mese di sett. Nonostante una malattia del L., ormai vecchio, la parte superiore dell'abside, con l'Incoronazione della Vergine, era ultimata nell'autunno del 1468. La morte del maestro non interruppe i lavori, che, continuati dall'aiuto fra' Diamante, il quale già aveva lavorato a Prato con il L., vennero completati il 23 dic. 1469.

Allora venne anche elevata nel Duomo spoletino la tomba voluta da Lorenzo il Magnifico e disegnata dal figlio Filippino.

Più che presso Lorenzo Monaco, l'educazione pittorica del L. si svolse nello stesso convento dei Carmelitani, dove prima di Masolino e di Masaccio aveva lavorato lo Starnina. Le prime opere del L., cioè quanto resta della Conferma della Regola, affrescata nel chiostro della chiesa e la pala Trivulzio, ora nel Museo del Castello di Milano rappresentante la Madonna dell'umilia fra angioii, lo mostrano profondamente influenzato dalle
ricerche plastiche e spaziali di Masaccio, la cui influenza è attestata ancora dalle opere successive al periodo padovano, che tuttavia si distinguono per un più acceso gusto dei colori e per il nuovo significato assunto dalla linea, la quale trascorre attorno alle masse, flessibile e come isolata. Di tale periodo, da fissarsi intorno al 1434, allorché il L. seguì, verosimilmente, Cosimo de' Medici suo patrono in esilio, rimane esempio mirabile la Madonna col Bambino già nel Palazzo Vitelleschi a Tarquinia ed attualmente nella Galleria del Museo Borghese a Roma. Ma tra il 1442 ed il 1447 lo stile del L. si avvicina a quello dell'Angelico (con l' Annunciazione di Palazzo Venezia a Roma; l'Incoronazione di Maria della Pinacoteca Vaticana, l'Annunciazione della Pinacoteca di Monaco). Questa adesione del pittore quarantenne allo stile del concittadino pare corrispondere al bisogno di una pittura più meditata, composta e riflessa.

Il L. raggiunge il sommo della sua arte nelle opere dove esprime sentimenti di affettuosa pietà religiosa e domestica insieme, quali le Adorazioni dei Magi di Firenze e di Berlino, o le innumerevoli Madonne con il Bambino, in cui all'umanizzazione delle saz̀re figure si congiunge un approfondimento dei valori psicologici e un luminismo mosso e vibrante, una delicata intonazione coloristica. Le immagini, dopo il «momento angelicale», sono determinate soprattutto da quella linea articolata e sottile, forse vicina al disegno donatelliano, che sarà cara al Botticelli. Nelle grandi opere ad affresco (duomo di Prato e di Spoleto), il L. raggiunge invece un senso preciso e unitario dello spazio, s'impegna in una costruzione monumentale della figura che sarà ammirata dai cinquecentisti, arricchita da una facile vena narrativa che precorre i virtuosismi del Ghirlandaio, e supplisce almeno in parte alla debolezza delle rappresentazioni drammatiche. - Vedi tav. XCV.

Bibl.: P. Toesca, s. v. in Enc. Ital., XXI, pp. 237-38; R. Oertel, Fra F. L., Vienna 1942; A. Chastel, F. L., GinevraParigi 1948; M. Pittaluga, F. L., Firenze 1949 (con ricca bibl.).

LIPPI, Franco, beato. - Carmelitano, più conosciuto sotto il nome Franco di Siena, n. il 3 dic. 1211 a Grotti (presso Siena), m. l'11 dic. 1291 a Siena. Rimasto privo dei genitori si arruolò da giovane nella milizia al soldo dei Senesi, e si abbandonò ad una vita scandalosa. A 65 anni di età si convertì e fece pubblicamente penitenza rigorosissima; 5 anni dopo si fece fratello laico dei Carmelitani a Siena. Dotato di carismi, di visioni e profezia, la sua morte avvenne con prodigi celesti. Il suo culto fu approvato nel 1308 da Clemente V; la sua festa si celebra, nell'Ordine carmelitano, l'i i dic.

Bibl.: G. Lombardelli, La vita del b. Franco Senese da Grotti, Siena 1590; S. Grassi, Vita del b. F. L., Firenze 1680, 1690; L. Evasio, Elogio sacro del b. Franco da Siena, in Opere di Evario Leone, II, Napoli 1825, pp. 135-48; Stasialbo di S. Teresa, Il b. F. L. Cenni storici, in La stella del Carmelo, Siena 1941, pp. 67-79.

Ambrogio di Santa Teresa
LIPPOMANO, Luigi. - Vescovo, n. a Venezia nel 1500, m. a Roma il 15 ag. 1559. Nel luglio 1542 Paolo III lo inviò quale nunzio in Portogallo, con l'incarico di distribuire ai vescovi del paese la bolla di convocazione del Concilio e di chiedere al Re del Portogallo di far studiare le dottrine controverse dai

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LIPPI FILIPPO
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(ft. Pizzi)
MADONNA COL BAMBINO
Sullo sfondo, scene della vita della Vergine - Firenze, Galleria degli Uffizi.

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(Int. Soprint. Gallerie, Firenze)
Lippi, Filippo - Pregbiera di s. Giovanni fanciullo. Particolare dell'affresco con le Storie di s. Giovanni Battista nel deserto (1452-64) - Prato, Duomo.
suoi teologi. Tuttavia pochi mesi dopo ritornò a Roma perché non era gradito alla corte portoghese a causa della sua amicizia con il card. Silva.

Nel 1551-52 fu uno dei presidenti del Concilio di Trento. Vescovo di Verona dal 1548 al 1558 , fu legato in Germania insieme al Bertano ed al Pighini. Nominato da Paolo IV nunzio in Polonia il 13 giugno 1555, svolse ivi una proficua attività contro i protestanti, che vi erano diventati assai influenti. Dopo la nunziatura di L. la S. Sede avvertì tutta l'importanza della penetrazione protestante in Polonia e si fece da allora in poi rappresentare permanentemente da un nunzio. Ritornato in patria nel 1557, divenne vescovo di Bergamo. Tra le sue opere si ricordano: Confirmazione e stabilimento di tutti li dogmi cattolici, con la subversione di tutti i fondamenti... dei moderni eretici (Venezia 1553) e Historias de vitis sanctorum cum schaliis (8 voll., Venezia-Roma 1551-60) che servì di base alle Vitae Sanctorum del Surius.

Bibl.: M. Foscarini, Della letter, veneziana, Venezia 1854, pp. 362-79; F.