volume-07

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Confirmazione e stabilimento di tutti li dogmi cattolici, con la subversione di tutti i fondamenti... dei moderni eretici (Venezia 1553) e Historias de vitis sanctorum cum schaliis (8 voll., Venezia-Roma 1551-60) che servì di base alle Vitae Sanctorum del Surius.

Bibl.: M. Foscarini, Della letter, veneziana, Venezia 1854, pp. 362-79; F. Louchert, Die italien, literarische Gegner Luthers, Friburgo in Br. 1912, pp. 569-84; Pastor, V e VI, passim; H. Jedin, Storia del Conc. di Trento, vers. it., I, Brescia 1949, pp. 273275.

Silvio Parlami
LIPSANOTECA. - Dal greco λ ε ξ ξ α ν ω ν " resto, reliquia n, con riferimento alle reliquie dei santi e θ dot{η} ρ ° η "custodia", quindi "custodia di reliquie, reliquiario n .

Il vocabolo si può intendere in senso stretto della borsa o cofano o serigno destinato a conservare le reliquie (notissimo quello di Brescia) e in senso lato del luogo, dove dette reliquie sono custodite in numero dall'autorità ecclesiastica (ad. es., la l. del vicariato di Roma) o talvolta anche da privati (come quella fatta costruire sul colle di Monselice [Padova] dalla famiglia veneziana dei Duodo nel 1605).

## A. Pietro Pruma

LIPSIO, Giusto (Justus Lipsius, latinizzato da Joost Lips). - Umanista e scrittore fiammingo, n. ad Overyssche, presso Bruxelles, il 18 ott. 1547 da
famiglia cattolica, m. a Lovanio il 24 marzo 1606. Studiò a Colonia ed a Lovanio. Dal 1572 fino al 1575 insegnò lettere latine all'Università luterana di Jena, in Germania, e dal 1578, per dodici anni, a quella calvinista di Leida in Olanda. Tanto a Jena che a Leida L. aderì senza dubbio, almeno esternamente, al protestantesimo. Senonché nel 1591 si riconcilio, nel Collegio dei Gesuiti di Magonza, con la Chiesa cattolica. Rientrato a Lovanio, nel 1592 fu nominato professore di storia. Morì assistito nella sua ultima ora dal celebre gesuita Lessio.

Le opere numerose di G. L. riguardano soprattutto la filologia e l'archeologia latina. Di interesse per le scienze ecclesiastiche è il suo De cruce libri tres ad sacram profanamque historiam utiles (Anversa 1593), contenente uno studio dettagliato sul supplizie della croce nell'antichità. Gli scritti di L. furono più volte riuniti in raccolte organiche, tutte però incomplete. La migliore è quella a cura del Moreto ( J. Lipsii opera omnia, 4 voll. in-fol., Anversa 1637 , con biografia dell'autore in testa).

Bibl.: E. Amsnn, Lipse, in DThC, IX, coll. 778-83. Monografia completa con bibl. copiosa di L. Roersch, Lipse, in Biographie nationale... de Belgique, XII (1892-93), coll. 239-89. Per la dottrina del L.: V. Beunio-Brocchieri, L'individuo, il diritto e lo Stato nella filosofia politica di G. L., in Saggi critici di storia della filosofia politica, Bologna 1931, pp. 31-93. Inoltre: J. Ruysschaert, Le séjour de Juste Lipse à Rome (1368-70), in Bulletin de l'Institut historique belge de Rome, 24 (1947-48), pp. 139-92; id., Juste Lipse et les Annales de Tacite: une méthode de critique textuelle au XVIe siècle, Lovanio 1950.

Macario van Wanroij

## LIRA, LIRANO : v. NICOLÒ DI LIRA.

LISALA, vicariato apostolico di. - Nel Congo belga, affidato alla Congregazione del Cuore Immacolato di Maria (Missionari di Scheut). Fu eretto il 3 apr. 1919, con il nome di vicariato apostolico di Nuova Anversa e con ampio territorio distaccato dal vicariato apostolico del Congo belga. Subì modifiche di territorio e di confini per nuove divisioni ed ebbe mutato il nome in quello di vicariato apostolico di L. il 27 genn. 1936.

Ha una superfice di ca. 130.000 kmq., e, secondo le statistiche del 1950, 750.000 ab., di cui 217.528 cattolici indigeni e 551 esteri, 8173 catecumeni, ca. 42.000 protestanti, 96 maomettani e ca. 465.000 pagani. E servito da 112 sacerdoti regolari e 9 indigeni, distribuiti in 26 stazioni missionarie con 25 chiese e 1225 cappelle. Ha 2 congregazioni maschili e 14 femminili, 469 scuole, 8 ospedali, 8 orfanotrofi, 1 labbrosario. Pubblica un periodico in 3500 copie; e vi fioriscono molte confraternite e associazioni di carità e di Azione Cattolica. -Vedi tav. XCVI.

Bibl.: AAS, 11 (1919), pp. 228-29; GM, p. 266; MC, p. 229; Archivio della S. Congr. di Prop. Fide, Prospectus Statue Missionis, pos. prot. n. 3279/49.

Carlo Corvo
LISANIA. - Tetrarca dell'Abilene (v.), ricordato da L c .3,1 nell'anno 15° dell'imperatore Tiberio.
D. F. Strauss (Leben Jesu, I, 4° ed., Tubinga 1835, p. 341) accusava Luca di aver commesso un errore cronologico, ponendo al tempo di Tiberio un L. che, secondo Giuseppe Flavio (Antiq. Ind., XV, 4, 1), era stato condannato a morte da Antonio per istigazione di Cleopatra. Le iscrizioni scoperte ad Abila hanno dato ragione a s. Luca (Corpus inscriptionum Graecarum, III, n. 4524, addenda p. 1174; cf. R. Savignac, Texte complet de l'inscription d'Abila relative a Lysanias, in Rev. bibl., 9 [1912], pp. 533-40). Anche Giuseppe Flavio (Antiq. Ind., XX, 7, 1) sa che "la tetrarchia di L." fu poi attribuito dagli imperatori romani ad Agrigpa I e II.

Bibl.: E. Beurlier, Lysanias, in DB. IV, coll. 455-57. Pietro De Ambroggi
LISBONA, patriarcato di. - Nel Portogallo. Ha una superfice di 15.000 mathrm{kmq}. con 1.621 .500 ab., dei quali 1.297 .000 cattolici. Conta 324 parrocchie, 348 sacerdoti diocesani e 92 regolari, i seminario, 29 comunità religiose maschili e 73 femminili (1950).

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(per cortesia dei post. E. Jost)
LisbonA, patriarcato di - Esterno della cattedrale di L. (sec. xVI).

Le prime notizie storiche che si hanno del vescovo di'L. sono del sec. Iv. Si sa che nel 357 Potamio, vescovo di L., ingiustamente accusato di arianesimo, prese parte al Concilio di Sirmio, insieme con Osio, vescovo di Cordova. Sono noti ancora i nomi di altri vescovi, ma soltanto dalla loro assistenza ai concili e cosi non si può ricostruire tutta la loro serie. Nel 1121 Callisto II dette alla cattedrale di Compostella i diritti metropolitani di Mesida; cosi l'arcivescovo di Compostella ebbe come suffraganea anche la diocesi di L. Ciò causò fra Braga e Compostella dei litigi che finirono nel 1199, con la bolla In causa duovow di Innocenzo III, che rimandava L. ed Evora sotto la giurisdizione metropolitana di Compostella. Appena Alfonso Henriques, primo re del Portogallo, conquistò L. ai Saraceni, cercò di ricostituire l'antica sede episcopale. Nei tempi di Giovanni I, re del Portogallo, la diocesi di L. fu fatta arcidiocesi da Bonifacio IX, con la bolla In eminentissimæe dignitatis del 10 nov. 1394, avendo per suffraganee le diocesi di Evora, Lamego, Guarda e Silves. Il primo arcivescovo fu D. Giovanni Anes, già vescovo dal 1383. Quando Evora, nel 1540, fu fatta arcidiocesi, l'arcivescovo di L. perdette Evora e Silves. Ma nel 1545 e 1549 furono create le nuove diocesi di Leiria e Portalegre tuttora suffraganee di L. Furono suffraganee di L. anche le diocesi di Angra, Capo Verde, S. Tomaso, Bahia (Brasile) e Congo (Angola).

Durante il governo di Giovanni V, la cattedrale di L. ebbe molte prerogative dalla S. Sede. Cosi Clemente XI, con la bolla Apostolatus ministerio del I marzo 1710, eresse in collegiata la cappella reale, sotto il titolo di S. Tommaso, con 6 dignità, 18 canonici, 12 beneficiati ed altri mansionari di nomina regia. Lo stesso Pontefice, con la bolla In supremo apostolatus solio del 7 nov. 1716, elevò alla dignità di chiesa e basilica patriarcale la collegiata di S. Tommaso con sede nella cappella reale, finché non fosse costruita una chiesa e basilica patriarcale. Con il decreto del 12 febbr. 1717 Giovanni V concesse al patriarca di L. tutti gli onori che nel Regno avevano i cardinali della S. Romana Chiesa e con il decreto del I apr. 1719 donò al patriarca di L. e ai suoi successori la pensione annua di 220 marchi oro.

Nel 1717 Clemente XI concesse al Capitolo della chiesa patriarcale altri privilegi. Già prima Giovanni V aveva loro concesso tutti gli onori e prerogative che nel Regno avevano i vescovi. Lo stesso Pontefice divise anche la diocesi in due, ad oriente la chiesa arciepiscopale e ad ovest il patriarcato, divisione cui corropose anche la divisione civile della citta fatta dal re Giovanni V, il che dette origine a molti litigi. Cosi si discusse se la solennità delle 40 ore si devesse fare nella chiesa arcirescovile, ecc. Clemente XI ratifico questa divisione con la bolla Gregis dominici cura (3 genn. 1718). Questo Pontefice concesse al patriarca di L. la facoltà di consacrare i re (bolla Sacrosancti apostolatus del 20 sett. 1720), facoltà che era stata precedentemente concessa all'arcivescovo di Braga da Eugenio IV. Clemente XII, con la bolla Circunspecta Sedis Apostolicæ (8 marzo 1727) concesse a Giovanni V il diritto di patronato sulla Chiesa orientale. Egli dispose anche che il patriarca di L. fosse eletto cardinale nel Concistoro immediatamente seguente alla sua elezione.

L'arcivescovato orientale fu soppresso da Benedetto XIV con la bolla Salvatoris Nostri Mater del 13 dic. 1740, mettendo in questo modo termine a non poche e spiacevoli dispute. Sòbito dopo l'esecuzione della bolla, il Re soppresse anche la divisione civile della città.

Clemente XI, a richiesta del patriarca secondata dal Re, permise che il vicario generale fosse arcivescovo, "pro hac vice tantum et dummodo huissmodi concessio non transeol in exemplum ". Nonostante questa clausola, da allora tutti i vicari generali ebbero il titolo di arcivescovi di Lacedemonia, titolo che nel sec. xix fu cambiato con quello di Mitilene.

Bibl.: F. De Almeida, Hist. de lercia em Portugal, I. Coimbra 1910-23, pp. 132, 162, 188, 627 sgu.: II, pp. 11, 571 sgg.: III, parte 1², p. 12 sgg.; IV, parte 2², p. 20 sgg. Carmo da Silva

LISHUI, diocesi di. - Nella provincia civile del Chekiang, nella Cina centro-orientale. Fu eretta in prefettura apostolica, con il nome di Chuchow, il 2 luglio 1931 con 10 sottoprefetture civili distaccate dalla missione di Ningpo (v.) e affidata al Seminario per le Missioni cinesi di Scarboro Bluffa (Canadà), ora Società per le Missioni estere di Scarboro Bluffa, i cui Padri erano sul posto fin dal 1926. Il 28 maggio 1937 cambiò il nome di Chuchow in quello di L. e il 25 giugno 1940 si accrebbe del distretto di Kinhwa ( 8 sottoprefetture civili che appartenevano fino allora alla missione di Hangchow); il 13 maggio 1948 fu elevata a diocesi suffraganea di Hangchow.

Ha una estensione di 23.484 mathrm{kmq}. con 3.309 .300 mathrm{ab}., di cui 4286 cattolici, serviti da 5 sacerdoti diocesani e 8 regolari, con 8 parrocchie e 38 chiese, 5 istituti di educazione e 2 di beneficenza.

L'evangelizzazione di L. è recente: quando, nel genn. 1926, vi giunsevo i primi tre missionari di Scarboro Bluffa, vi erano nel territorio due soli lazzaristi, che poi rientrarono nella missione madre di Ningpo. Il lavoro dei nuovi operai evangelici prese un notevole sviluppo: nel giugno 1929 si contavano 2411 battezzati e parecchi catecumeni. L'annessione del distretto di Kinhwa accrebbe il numero dei fedeli, anche questi convertiti di recente. La missione ha sofferto molto durante la guerra cino-giapponese.

Bial.: AAS, 23 (1931), pp. 404-405; 29 (1937), p. 310; 32 (1940), p. 506; 40 (1948), pp. 483-85; Arch. di Prop. Fide, Relazione L. 1948; MC, 1950, pp. 375-76. Adamo Pacci

LISIA (Audisc). - Generale siro, nobile al servizio dei Seleucidi. Quando Antioco IV Epifane (v.) partì per la guerra contro i Parti (I Mach. 3, 31-33), lasciò L. ad Antiochia come reggente e tutore del figlio minorenne che fu poi Antioco V. Ebbe pure l'ordine di domare la ribellione dei Maccabei (v.). Di questo incaricò il generale Tolomeo, figlio di Dorimene, che inviò in Giudea un esercito agli ordini di Nicanore e Gorgia. Sconfitti questi (I Mach. 3, 34-4,25), da Giuda Maccabeo, L. intraprese

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(da P. Jonsct, L'Espagne et le Portugal illustres, Parigi s. a., p. 203
una ricognizione armata penetrando in Giudea dall'Idumea. Battuto a Bethsur, interruppe la campagna con un armistizio, rientrò in Antiochia ove giungevano incerte notizie sulla morte del Re, che aveva designato a tutore del figlio e reggente il generale Filippo.

Senza tener conto di questo volere L. proclamò re il novenne (o dodicenne) Antioco V (v.) chiamandolo Eupatore (I Mach. 6, 14-17) ed intraprese con lui un'altra spedizione in Palestina. Penetrando ancora dal sud, sconfisse Giuda Maccabeo a Bethzachara, assediò Gerusalemme, conquistò Bethsur (I Mach. 6, 18-54).

Frattanto però L. apprese che il generale Filippo tentava di soppiantarlo in Antiochia; concluse la pace con gli Ebrei, vinse ed uccise Filippo (I Mach. 6, 53-63; II Mach. 13, 23), ma fu a sua volta ucciso con Antioco V, per ordine di Demetrio I, figlio di Seleuco IV Filopatore, nel 162 a. C. (cf. II Mach. 14, i sg.).

Gli storici discutono sul numero delle spedizioni di L. in Palestina dopo la vera morte di Antioco Epifane. Secondo G. Ricciotti (op. cit., in bibl., II, p. 290), alcuni "con poca critica" ne fissano tre, altri "con troppa critica" una sola (cf. II Mach., 11, 1-14, 2).

BibL.: G. Ricciotti, Storia d'Israele, II. Torino 1934, nn. 236-62; E. Beurlier, Lyxie, in DB. IV, col. 437; H. Bevenot, Lysias, in LThK, VI, 725.

Pietro De Ambrozzi
LISIA, Claudio. - Tribuno militare romano che comandava la guarnigione della torre Antonia a Gerusalemme. Salvò Paolo dal linciaggio : scambiandolo per un ribelle egiziano, lo fece incatenare. Saputolo cittadino romano, lo sciolse, lo inviò al Sine.Stio, ma, informato dal nipote di Paolo di una congiura, lo spedì sotto buona scorta a Cesarea (Act. 21, 30-40; 22, 24-30; 23, 12-33; cf. 21, 7 e 22) dal procuratore Felice (v.).

Pietro De Ambrozgi
LISIEUX. - Antica diocesi e santuario, capoluogo di circondario nel Calvados, nella Francia settentrionale (Normandia). Noviomagus dei Romani, capitale
dei Lexovii nella seconda Lugdunense, corrisponde all'attuale L. I Normanni l'occuparono nell'887; fece parte del Ducato di Normandia; fu riunita al Regno di Francia nel 1203.

Il catalogo dei suoi vescovi però è molto incompleto fino a tutto il sec. x. Fra i più noti si ricordano Teobaldo, che fu presente ai Concilii di Orléans nel 538 e del 549; Eterio, costretto nel 584 a lasciare temporaneamente la sua sede (Gregorio di Tours, Hist. Franc., VI, 36); Launobadis, presente al Sinodo del 650 a Chalon-sur-Saône; Friculfo, venuto a Roma nell'825; Airardo, presente ai Sinodi di Soissons nell'853 e di Ponthion nell'876. Poi la serie è in ordine. Più tardi si hanno: Nicola Oresme (sec. xiv); Pietro Cauchen (1432), uno dei giudici di Giovanna d'Arco; Tommaso Bazin (sec. xv); Filippo Cospeau al tempo di Luigi XIII. La diocesi fu soppressa nel 1790; per il Concordato del 1801 venne a far parte della diocesi di Bayeux.

L'antica cattedrale è la chiesa di S. Pietro, iniziata ca. l'anno 1170 dal vescovo Arnolfo. Il deambulatorio dell'abside e le relative cappelle sono del principio del sec. xiri. Dello stesso secolo è la facciata, terminante ai lati con due torri, quella a nord incompiuta, che si erge per 40 m ., l'altra a sud che fu aggiunta nel sec. xvi e con la sua cuspide raggiunse 70 m . di altezza. Anche nella crociera si erge una torre centrale con lanterna eseguita nel 1452. Nel lato sud della crociera stessa si apre un elegante portale tra due contrafforti che è della fine del sec. xir; viene detto la porta Paradisi. L'interno della nave centrale (lungo m. ino), limitato da robusti pilastri cilindrici, costituisce un bell'esempio del gotico normanno del sec. xir, che si ricollega in alcune parti con le chiese di S. Stefano di Caen e con la cattedrale di Bayeux. La cappella dell'abside venne rifatta dal vescovo Pietro Cauchen (1432-42) che vi fu sepolto. Le vetrate dipinte sono dei secc. xiri-xv. Annesso alla cattedrale era l'epi-

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scopio, la cui facciata fu fatta erigere dal vescovo Cospeau al tempo di Luigi XIII; attualmente è adibito per museo, biblioteca e tribunale. Notevole è pure la chiesa gotica di S. Giacomo eretta da Guillemot de Samains tra il 1496 e il 1501 , con abside tricora, belle vetrate del sec. xVI e stalli scolpiti che in parte provengono dall'antica abbazia cistercense di Val-Richer fondata nella seconda metà del sec. xir da un discepolo di s. Bernardo, Tommaso, che ne fu il primo abate (Cortineau, II, col. 3264). L'abbazia fu trasformata in castello dallo storico Guizot. La chiesa di S. Giacomo è stata molto danneggiata nell'ultima guerra, come anche l'altra di S. Desiderio presso l'antico Convento delle Benedettine. Il Convento delle Carmelitane, fondato nel 1835 , è divenuto celebre per la dimora di s. Teresa (v.) del Bambin Gesù. La cappella del convento, eretta tra il 1845 e il 1852 , fu prolungata tra il 1920 e il 1922; la Santa è deposta in un sarcofago d'argento con smalti di Limoges e onici, offerto dal Brasile.

Fra il monastero e il cimitero si sta costruendo una grande basilica monumentale. Nella località detta ai Buissonnets si conserva la casa dove s. Teresa del Bambin Gesù passò la sua infanzia; la stanza da lei abitata è stata trasformata in oratorio.

Bibl.: L. du Bois, Histoire de L., Lisieux 1845; V. Hardy, La cathédrale St-Pierre de L., Parigi 1917; Eubel, I, p. 304; II, p. 176; III, p. 220; IV, p. 224. Enrico Jos i

LISIMACO. - Fratello del sommo sacerdote Menelao (v.). Quando questi, con Sostrato, fu citato da Antioco Epifane (v.) a consegnargli le somme promesse "dovette cedere il sommo sacerdozio a suo fratello L." (II Mach. 4, 29) : doveva trattarsi di una cessione interinale, non di una vera successione, come suppone la Volgata.

D'accordo con il fratello, continuò le spoliazioni del Tempio suscitando la ribellione del popolo. Tentò di domarla armando 3000 uomini al comando di Aurano (la Volgata scrive Tyrannus), ma ebbe la peggio e finì ucciso a colpi di pietre e di randelli presso la camera del tesoro del tempio di Gerusalemme (II Mach. 4, 32-42).

Bibl.: G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, Torino 1934, nn. 232235. Pietro De Ambroggi

LISMORE, diOCESI di : v. WATERFORD E LISMORE, diOCEsI di.

LISMORE, diOcesi di. - Si trova nello Stato della Nuova Galles del sud in Australia e fu eretta il to maggio 1887 con il nome di Grafton, distaccandone il territorio dalla diocesi di Armidale. Il primo vescovo fu G. G. Doyle che vi trovò 8 parrocchie, 3 case di suore e 3 scuole cattoliche con ro sacerdoti. Il 13 genn. 1900 la sede fu trasferita a L. ed il nome fu quindi cambiato.

Su di una superficie di kmq. 17.600 conta 160.543 ab., di origine inglese e irlandese. Gli aborigeni sono pochissimi e vi sono alcuni italiani. I cattolici sono 31.110 , nella proporzione di 1 a 5 rispetto ai protestanti apprenenti a varie denominazioni. Pagani veri e propri non esistono e i musulmani sono in numero esiguo.

Essa è affidata al clero secolare con 46 sacerdoti diocesani e 13 religiosi, distribuiti in 25 parrocchie e 85 tra chiese e cappelle. Ha un ospedale, un orfanotrofio, un ricovero per i vecchi. Scuole elementari 38 , superiori 26 con 5915 alunni. Numerose le associazioni cattoliche.

Bibl.: Australasian catholic directory 1950, Sydney 1950, pp. 188-95. Saverio Paventi

LISSA, diOcesi di : v. Lesina, diOcesi di.
LISTRA (Volg. Lystra). - Città della Licaonia, visitata da Paolo e Barnaba nel loro primo viaggio missionario, dopo esser sfuggiti alla lapidazione in Iconio (v.). La guarigione istantanea di uno storpio fin dalla nascita sollevò grande entusiasmo fra la popolazione rozza e incolta, pronta a riconoscere in Paolo il dio Ermete e in Barnaba Zeus, con l'offerta di sacrifici, sdegnosamente rifiutati dall'Apostolo.
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(1st. Butler)
Liszt, Franz - Ritratto, Opera di Lehmann - Parigi, Museo
Carnavalet.

Ritenuto allora come un mago pericoloso, dopo un breve periodo di tolleranza fu, in una sollevazione popolare, lapidato e lasciato come morto, salvato poi nella notte dai fedeli (Act. 14, 6-21). Nel secondo viaggio missionario, s. Paolo, accompagnato da Sila, si fermò a L. e prese con sé, sulla buona testimonianza dei fratelli, Timoteo, originario della città e convergito durante la prima visita.

Più tardi Paolo ricorderà, con la lapidazione, le cure pietose di Loide e di Eunice, rispettivamente nonna e madre di Timoteo (II Tim. 1, 5). Nella città, composta di popolazione mista, non è ricordata nessuna sinagoga. La madre di Timoteo era sposata ad un greco ed il figlio non era circonciso (Act. 16, 1-4). L. acquistò importanza quando Augusto vi fondò un presidio militare contro i ladroni delle vicine regioni. Ogni traccia ne era perduta fino al 1886, quando Sterret ne riscoprì i ruderi, presso l'odierno villaggio di Gntj Seraj, con una pietra d'altare dedicato ad Augusto dai decurioni della colonia romana.

Bibl.: E. Beurlier, Lystre, in DB. IV, coll. 460-64; E. Jacquier, Les Actes des Apôtres, Parigi 1906, p. 421. Donato Baldi

LISZT, Franz. - Musicista, n. a Raiding (Ungheria) il 22 ott. 1811, m. a Bayreuth il 31 luglio 1886. Mostrò precocissime attitudini per il pianoforte, nello studio del quale ebbe maestro, a Vienna, Carlo Czerny; trasferitosi nel 1823 a Parigi, ebbe inizio e rapido sviluppo la sua carriera di virtuoso, che in breve lo portò a successi trionfali.

Il soggiorno a Weimar (1847-61) è specialmente contraddistinto dalla produzione delle maggiori opere sinfoniche che, insieme con quelle pianistiche e strumentali, hanno conseguito la più ampia notorietà : le due sinfonie Faust e Dante, numerosi poemi sinfonici (Ce qu'on entend sur la montagne da V. Hugo, Tasso, Les préludes da Lamartine, Orpheus, Prometheus, Maxeppa, ecc.), i dodici

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Studi di esecuzione trascendentale, le raccolte intitolate Années de pèlerinage, sei studi da Paganini, due concerti per pianoforte e orchestra, una sonata, rapsodie, ecc. L'ultimo periodo creativo coincido con il soggiorno di Roma (1861-70), durante il quale fu scritta la maggior parte delle opere religiose; nel 1866 il L. ricevette da Pio IX la dignità ed il titolo di abate. Oltre a composizioni di minor importanza, sono da ricordare la Missa solennia per la consacrazione della Chiesa di Gran (1855), la Messa ungherese per l'incoronazione (1866-67), la Missa choralis a 4 voci (1862), il Requiem (1868) ed i sei Salmi. Le due opere religiose di maggiore significato sono forse i due oratori La leggenda di s. Elisabetta (1861-62) ed il Christus (1859-66), entrambi per soli, coro ed orchestra (un terzo oratorio, Stanislaus [1872-83], è incompiuto).

Com'è naturale, anche nelle musiche d'ispirazione religiosa, la personalità di L. si manifesta nei suoi aspetti più tipici: l'esuberanza e la grandiosità del temperamento prevalgono nel complesso delle varie opere, anche in quelle di carattere liturgico. L'interpretazione dei testi sacri è fortemente individualistica, ma in alcuni momenti riesce ad espressioni originali ed intense, come, p. es., nell'Hasmna della Messa ungherese. Il pathos tipico dell'artista, è sensibile nei due oratori, nei quali l'elemento descrittivo viene largamente sviluppato. Nella Leggenda di s. Elisabetta parve cosi evidente il carattere drammatico da giustificare una realizzazione scenica; ma la struttura dell'oratorio non è unitaria. Anche più complesso appare il Christus, opera di ampie proporzioni, in cui la personalità lssatura mostra un maggiore approfondimento del sentimento religioso, senza rinunciare al più ricco spiegamento di tutti gli elementi vocali e strumentali.

Bibl.: Tra la numerosa e varia bibl. su L. cf.: L. Ramann. F. L. als Künstler und Mensch, 3 voll., Lipsia 1880-94 (fondamentale), nonché i numerosi volumi dell'epistolario. Sulla musica religiosa, E. Segnitz, L.s. Kirchenmusik, Langensalza 1911.

Luigi Roma
LITANIE. - I. Genebalita, - Il vocabolo (da λ_{1} τ α v ε i ́ a= preghiera ² ) ha il senso generale di preghiera ed ancor più quello di supplica o preghiera d'intercessione. Stilisticamente appare come una formula concisa mediante la quale l'assemblea cristiana si unisce alla preghiera del ministro sacro partecipandone intimamente le sante intenzioni.

Tale pratica si divulgò ben presto in Oriente ed Occidente, divenendo subito la prece dei fedeli. Se ne volle vedere una traccia nella lettera I di s. Paola a Timoteo (2, 1-3) e di s. Clemente Romano ai Corinti (cf. G. Morin, in Analecta Maredsolana, 2 [1914], pp. 54577; ne parla pure Giustino (I Ap., capp. 65-67). Molti altri testimoniano sin dal sec. IV per la sua esistenza ovunque e per il suo posto preciso nella Messa, immediatamente prima dell'Offertorio. La prece si chiudeva con il bacio di pace scambiato fra tutti i presenti. Nei formulari conservati nei monumenti liturgici si nota come nella varietà delle formule persiste uno schema, probabilmente l'iniziale, comune, semplice, preciso, accanto ad una forma stilistica comune, costituita da una esortazione o invitatorio con frasi stilizzate ("preghiamo Dio per... affinché... o) cui l'assemblea rispondeva con la formola greca Kyrie eleison o l'altra latina Domine miserere. Lo schema poi era composto regolarmente da due gruppi : a) preghiera per la Chiesa, per le persone della gerarchia ecclesiastica (vescovo, presbiteri, diaconi) le vergini e le vedove; b) preghiere per l'imperatore o il re e la pace del mondo; per le persone poste nelle afflizioni e nei pericoli : infermi, viaggianti, naviganti, esilisti, carcerati, condannati "ad metalla ", ecc. Del resto la uniformità di stile e di schema era affermata già da s. Prospero d'Aquitania verso il 440 (PL 21, 245). Prova che erano veramente di ogni giorno sono le Orationes solennies del Venerdí Santo, pur se con tal giorno non hanno alcun rapporto. Papa Gelasio (492-96) diede una formula nuova (Deprecatio Gelasiana) ed un posto nuovo alla vecchia Oratio fidelium, masso probabilmente da motivi di maggior rispondenza alla costituzione della Chiesa alla fine del sec. v. La formola è stata trasmessa da Alcuino; il posto nuovo fu all'inizio della Messa
prima delle letture. S. Gregorio Magno introdusse altre novità : conservò la Deprecatio Gelasiana soltanto per i giorni solenni, forse perché lunga, facendola tralasciare nelle Messe quotidiane nella parte deprecativa (la 1^{text {a }} ) conservando la supplicativa (Kyrie eleison), introducendo egli stesso, o, forse meglio, fissando l'uso di alternarla con il Christo eleison. Ma lo sviluppo fortissimo, in questi secoli (vi-ix), dei riti offertotiali, il ricordo che in essi si introdusse degli offerenti, la menzione che si faceva nel Canone dei nomi delle persone appartenenti alla gerarchia ecclesiastica e politica e di quelle maggiormente da ricordarsi nella celebrazione delle singole Messe, provocarono la scomparsa (i documenti dal sec. vi al ix non ne parlano più) nel rito romano dell'Oratio fidelium, di cui rimase il solo ricordo nel Kyrie cantato prima del Gloria in excelsis per la forma introdotta da Gelasio, e nell'Oremus, recitato senza seguito d'orazione prima dell'Offertorio, per quella primitiva: cosi almeno pensò il Duchesne (Origines du culte chrétien, 5^{text {a }} ed., Parigi 1925, p. 175), non seguito dal Bishop e Wilmart (Le génie du rìt romain, ivi 1920, pp. 88-90), che ritengono tale Oremus ricordo di una preghiera dopo il Vangelo conservata ancora nel rito ambrosiano. Il quale ha conservato per le domeniche quaresimali due formule, alternantesi, dell'Oratio fidelium subito dopo l'ingresso (Introito) dalle caratteristiche arcaiche, come dimostra l'analisi della melodia, e la presenza di una preghiera per i condannati "ad metalla", pena abolita nel 230 . Il posto occupato oggi contrasta con le testimonianze del sec. Iv che la collocano prima dell'Offertorio e deve essere frutto della riforma operata a Roma da Gelasio I.

Tanto nel rito romano come nell'ambrosiano la Oratio fidelium ebbe una versione, ad opera di influssi gallicani, che può dirsi salmodica, perché le antiche polizioni brevi e concise, ma di fonte ecclesiastica, furono sostituite da altre con le stesse caratteristiche, ma di fonte biblica prevalentemente salmodiaca, e in tale veste nuova introdotte nell'ufficiatura nelle "piccole ore ".
II. L. maggiore. - Era una processione che si compiva a Roma da S. Lorenzo in Lucina a S. Pietro. Partecipandovi il papa e la intera corte pontificia acquistò un carattere tale di solennità sopra le altre processioni che già ai tempi di Gregorio Magno (PL 77, 1329) era detta I. maggiore. Compiuta il 25 d'aper. (per questo saranno pure chiamate 1. o processioni di S. Marco), era la versione cristiana delle processioni pagane compiute in primavera nelle campagne per impetrare dagli dèi, poi da Dio per intercessione dei santi, la buona riuscita delle semiragioni. Quella pagana percorreva la Via Flaminia e giunta ad un boschetto nei pressi di Ponte Milvio, il Pannet Quirinalis sacrificava a Robigus gli intestini di un cane e di una pecora. Secondo G. Beleth (Ration. div. off., cap. 123), papa Liberio (352-66) convertendola in cristiana conservò l'itinerario e sostituì il sacrificio con una stazione in S. Pietro. La processione aveva un tono festivo mutato in penitenziale nel medioevo; alla fine del sec. xir aveva un carattere ancora di grande solennità e si svolgeva dal Laterano al Vaticano.

Per i soliti influssi romani la l. maggiore fu copiata in altre città. Per Milano ne parlano un diploma del 957 e Beroldus nel sec. xir (ed. Magistretti, p. 122), con una processione dell'arcivescovo e del clero dal Duomo a S. Vittore e poi nell'artigia cappella di S. Gregorio, per cui venne chiamata l. maggiore, titolo già posseduto dalle 1. triduane. Se a Roma ed a Milano la processione scomparve (a Milano oggi si svolge in Duomo come semplice rito) rimase invece nelle campagne.
III. L. minORI. - La loro istituzione è attribuita a s. Mamerto, vescovo di Vienne nel Delfinato, il quale, narra Gregorio di Tours (Hist. Franc., II, 34), verso il 470 , in seguito ad un terremoto ed altre calamità, "appropinquante Ascensione Domini, in-

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dixit jejunium triduanum in populo cum gemitu et contritione" accompagnandolo con una processione che stazionava in diverse chiese delle città. Era questa una forma di penitenza e propiziazione già praticata e, lungo i secoli, altre ne verranno organizzate. Ma forse per la gravità delle disgrazie, che spiegherebbero altresi l'aver introdotto giorni penitenziali nel gioioso periodo pasquale; ovvero per l'accurata organizzazione, questo triduo divenne consuetudine tanto che qualche decennio dopo Cesario d'Arles (m. nel 543) poteva dire: istos tres dies regulariter in toto mundo celebrat Ecclesia (Sermo 173) anche se, di fatto, alla fine del sec. viI erano ancora sconosciute in Inghilterra, in Germania ed a Roma dove furono introdotte da Leone III (795-816). Nel sec. viII stanno ormai nell'Ordinario liturgico di tutte le chiese principali (cattedrali e plebane soltanto; le parrocchie urbane e le rurali dovevano convenire rispettivamente al duomo ed alla pieve).

Nelle singole Chiese al rito generale si aggiungevano cerimonie particolari. M. Righetti (Storia liturgica, II, Milano 1947, p. 205) ricorda l'uso in Liguria di portare nelle tre processioni uno stendardo con un drago in tre raffigurazioni succedentesi nei tre giorni e illustranti la sua sconfitta (I cum cauda erecta; a cum cauda aliquantulum inclinata; 3 cum cauda plantationa). A Padova uguale costume, ma nel terzo giorno lo stendardo era gettato in un canale. A Milano invece il carattere penitenziale era affermato nel primo giorno dalla distribuzione di genere sulle teste del clero e del fedeli e dal pellegrinare poi a piedi nudi e con cilizi. Nelle lunghe processioni, che in alcuni luoghi duravano sino al tardo pomeriggio, si cantavano salmi, più tardi (sec. viI f) mutati in antillone, alcune delle quali in onore dei misteri e dei santi ai quali erano dedicate le chiese dove si stazionava, anche per concedere un po' di riposo e per dar tempo a qualche lettura. A Rouen, Milano, Vercelli, Genova si aggiungeva una Messa ma soltanto nella parte dei catecumeni; nell'ultima chiesa si celebrava poi quella dei fedeli.

In alcune Chiese si assegnarono i tre giorni ad altro periodo. Il Concilio di Gerona nel 517 aveva stabilito che la Spagna celebrasse le l. negli ultimi tre giorni della settimana di Pentecoste; a Milano nei primi tre giorni della settimana dopo l'Ascensione, ancora tuttavia in tempo pasquale, quando, secondo la dottrina di s. Ambrogio, non doveva essere praticato alcun digiuno; per questo motivo s. Arialdo combatté la cosa come una novità, ma forse non lo era ed appariva a lui come tale, soltanto perché caduto da tempo per trascuratezza. Poiché è leggendaria l'introduzione a Milano delle l. ad opera di s. Lazzaro in occasione delle invasioni di Attila, si è pensato a s. Eusebio, basandosi sopra una testimonianza del sec. xvI e ad altra molto più vaga del sec. xili; comunque non si può uscire dal periodo dei sec. v-viI. Gli itinerari vennero poi adattati alle modifiche urbanistiche; più note quelle dell'arcivescovo Odelperto nel sec. IX, dell'arcivescovo Ottone nel 1284, di s. Carlo nel sec. xvi.

Talvolta diedero motivo a disordini condannati in molti sinodi, i quali tuttavia raccomandarono sempre vivamente la pia pratica che scomparve come processione quasi ovunque nel secolo scorso, rimanendo come preghiera dell'Ufficiatura.
IV. L. DeI SANTI. - Sono costituite da un formulario molto antico (alcuni elementi sono del sec. III) dell'Oratio fidelium che nel medioevo venne preceduto da un elenco di santi disposti con lo stesso criterio del Canone della Messa e la cui scelta si ispira alle memorie locali dei grandi martiri romani. Dapprima molto breve, come si conserva ancora nell'Ordo di St-Amand, ebbe poi un notevole sviluppo come già si rileva nel Sacramentario Gregoriano, contenuto nel cod. Ottoboniano 313 (sec. IX). Le altre Chiese e i celebri monasteri dell'antichità avevano ciascuno la propria l. costituita talvolta quasi completamente dai nomi dei santi le cui reliquie insigni o i ricordi erano vi custoditi. Ma la forma romana finì per prevalere e
imporsi definitivamente a tutte le Chiese occidentali, eccetto Milano, le cui l. sono costituite soltanto dai nomi dei santi, e che ha l'uso di cantarle nei riti del Battesimo e del funerale per invocare il loro aiuto nelle due tappe più importanti della vita.
V. L. lauretane. - Solo parlando impropriamente si può asserire che esse rimontano ai primi secoli cristiani. Soprattutto negli scrittori orientali sono frequenti gli elenchi di graziosi titoli a Maria S.ma, che costituirono un ricco materiale d'ispirazione. In un manoscritto di Magonza del sec. xit si legge : Letonia de domina nostra Dei Genitrice Virgine Marin. Oratio valde bona cottidie pro quacunque tribulatione dicenda est. E la più antica recensione oggi conosciuta, seguita da altre del sec. xv, tutte ispirate come modello alle 1. dei santi. Verso la fine del 1400 assumono forme nuove: soppresse le deprecazioni e le intenzioni particolari di preghiera, prendono la veste ed il nome che hanno per il posto distinto che ebbero sempre nel santuario di Loreto. L'autore e 'a data di composizione non sono conosciuti; il testo è ispirato alla S. Scrittura ed ai Padri. I primi documenti che ne parlano a Loreto sono del 1531, 1547, 1554; furono apprivate ufficialmente da Nisto V nel 1587. A meglio garantire la loro stabilità ed inalterata conservazione, con tre decreti (del 1631, 1821, 1839) la S. Congregazione dei Riti proibiva qualunque aggiunta, senza il permesso della S. Sede; Benedetto XV durante la prima guerra mondiale introdusse l'invocazione: Regina pacis, ora pro nobis e Pio XII, in occasione della definizione dogmatica della Assunzione della Vergine: Maria in caelum assumpta (AAS, 42 [1930], p. 795). L'introduzione e la chiusura, uguali a quelle dei santi, ricordano la prima origine della 1. Furono scritte, dal sec. xvi, altre l. della Madonna, qualcuna anche dopo la proibizione di Clemente VIII nel 1601; ma ebbero breve durata e quasi nessuna risonanza, fuorché le "l. nuove" nel 1575 a Loreto, che pure incominciarono il loro declino quando se ne tentò la divulgazione ovunque,chietta a Gregorio XIII e non concessa.
VI. L. del S. Cuore. - Alcuni accenni di erse si trovano negli scritti di s. Margherita Alacoque. Ella ne conobbe due forme: quella composta da suor Joly della Visitazione di Dijon ca. il 1686, tradotte e pubblicate in latino nel 1689; quelle della madre de Soudeilles, superiora della Visitazione di Moulins, comporse a stampa nel 1687 . Una terza fu composta dal p. Croiset ed inserita nella seconda edizione del suo La devazione al Cuore di Gesù. Seguirono altre, ma tutte indistintamente ebbero carattere di devozione privata. Al card. Perraud, vescovo di Autun, sembra attribuirsi l'iniziativa per un'approvazione ufficiale, presentando un'ultima redazione di 33 invocazioni desunte in gran parte dalle l. precedenti e disposte in ordine voluto. Furono approvate dalla S. Congregazione dei Riti con decreto del 27 giugno 1898.
VII. Altre L. - Le l. degli agonizzanti dell'Ordo commendationis animos (v. ANINA, RACCOGIANAZIONE dell'); le l. del S.mo Nome di Gesù approvate da Leone XIII il 16 genn. 1886 (Acta S. Sedis, 18 [1885-86], pp. 509-11); le l. di s. Giuseppe approvate da Pio X il 18 marzo 1909 (AAS, I [1909], pp. 290-92).
BibL.: F. Cabrol, Litauies, in DACL. IX, in, coll. 1540 1571 con ampia bibl. sino al 1928; H. Leclercq, Marc, ibid., X, it, col. 1740 sg.; id., Rogationa, ibid., XIV, it, coll. 2450 61; A. De Santi, Le l. lauretane, Roma 1897; P. Alfonzo, Verso le origini delle greci dell'Ufficio, in Rivista liturgica, 11 (1925), p. 217 sgg.; id., Oratio Fidelium, origine e sviluppo eorologico della prece dei fedeli, Pinalpia 1928; I. Schuster, Liber Sacramentarum, IV, Torino 1930, pp. 110-20 (per le l. dei santi); A. Bernareggi, Le l. maggiori a Milano, in Ambrosius, 7 (1931), pp. 89-102; B. Capelle, Le Kyrie de la Messe et le pape Gélase, in Rev. bèndée., 46 (1934), pp. 126-44; A. Bernareggi, Le L. del S. Cuore, in Ambrosius, 10 (1934), pp. 127-30; M. Cappuyns, Les orationes solennes du Vendredi Saint, in Quest. litur. et parait., 23 (1938), p. 18 sg.; B. Capelle, Le pape Gélase et la Messe romaine, in Rev. d'histoire ecclée., 33 (1939), pp. 22-34; I. Höfer, Das Gebet der Gläubigen in der bl. Messe, in Theol. u. Glaube, 32 (1940), p. 318 sg.; P. Alfonzo, Una redazione arcaica delle l. romane (per le l. dei santi), in Ephemerides liturgicae, 24 (1940), pp. 206-13; C. Callewaert, Les étapes de l'histoire du Kyrie, in Rev. d'histoire ecclée., 38 (1942), pp. 20-45; P. Borella, Le l. triduane ambrosiane, in Ambrosius, 21 (1943), pp. 40-50;

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id., La prece universale, ibid., pp. 60-74; E. Campana, Maria nel culto, I, Torino 1946, pp. 610-36; G. Roschini, Mariologia, I, Roma 1948, pp. 102-104; J. Gajard, La pritre litanique Divinour pacis, in Ren. grégorienne, 27 (1948), pp. 4-16; M. Righetti, Storia liturgica, III, Milano 1949, pp. 76-79, 170-74, 242-47, 327, 342 .

Enrico Cattaneo
LITE PENDENTE. - I. Concetto. - Nella comune accezione giuridica il concetto di 1. p. o litispendenza vuole significare l'esistenza di un giudizio in atto, in quanto cioè della lite promossa dall'attore sia stato investito il giudice e ne sia venuta a legale conoscenza la parte convenuta.

Con l'affermarsi di una tale situazione processuale viene preclusa la possibilità di analogo giudizio da parte dello stesso magistrato o di altro giudice ugualmente competente : e ciò in omaggio al principio che una medesima causa non puó essere esaminata più volte nello stesso grado di giurisdizione: se ciò venisse a verificarsi si avrebbe una contraddizione nella natura del potere giurisdizionale. E proprio in considerazione di tale principio che si afferma l'eccezione di litispendenza: eccezione, del resto, che trova il suo primo fondamento nel concetto della res indicata. Si può anzi dire che la litispendenza funziona come una preventiva garanzia dell'istituto della res indicata, in quanto tende a prevenire l'eventuale profilarsi in una medesima questione, vertente tra gli stessi soggetti, di due distinte decisioni, forse contradditorie, una delle quali, comunque, viziata di sostanziale illegittimità.
II. I. I. L. P. della legislazione canonica. - Come è ovvio, l'istituto della litispendenza, inteso come eccezione, ha avuto nei vari ordinamenti la sua importanza. Nel diritto romano si ha l'exceptio rei (indicatus vel) in iudicium deductus, che puó opporsi dopo la litis contestatio; nel diritto intermedio si ha già l'exceptio litis pendentis : ubi acceptum est semel iudicium, ibi et finem accipere debet.

Il diritto processuale della Chiesa, che indubbi elementi ha tratto dalle richiamate legislazioni, ha consolidato tale istituto, dandogli con il volgere del tempo una fisionomia particolare.

Perché possa aver luogo l'eccezione di litispendenza, è innanzitutto indispensabile, nel diritto canonico, come del resto nelle legislazioni civili, che il rapporto processuale sia essenzialmente individuato e differenziato; pertanto i tre elementi costitutivi (persone, titolo e oggetto della domanda) debbono essere bene precisati. Solo la simultanea identità dei tre elementi dichiarati rende identiche tra loro due controversie, se pure apparentemente diverse : la comunanza, invece, di uno o due elementi genera le figure della continenza e connessione di causa, che puó ritenersi, secondo alcuni scrittori, una forma di litispendenza parziale.

Oltre al presupposto della identità delle cause deve esservi, agli effetti dell'accoglimento dell'eccezione, la contemporanea conoscenza legale degli identici processi da parte dei tre soggetti : attore, convenuto, giudice. In relazione a codesto altro indispensabile elemento si nota il profondo divario tra la legislazione canonica, come anche la germanica e l'austriaca, da una parte, e le legislazioni francese ed italiana dall'altra. Nel sistema processuale canonico, il giudice, a seguito dell'oblatio libelli da parte dell'attore, ha preliminarmente dichiarato la propria competenza, oltre ad aver preso in esame la domanda, valutandone il fondamento. Dopo questo previo esame, che si esaurisce in un provvedimento, lo stesso giudice ordina la notifica della citazione al convenuto. Dal momento, quindi, della notifica, il rapporto processuale si considera integralmente esistente, e proprio da quel momento la lite deve ritenersi pendente. Tale configurazione è in contrasto con quanto dispongono i codici francese ed italiano, dove la citazione è considerata atto esclusivamente di parte, la cognizione del quale è compiuta dal giudice solo al momento della effettiva comparizione delle parti, o di una sola di esse.
III. Effetti della litispendenza. - Una cosi diversa determinazione nell'inizio del rapporto processuale,
idoneo a costituire l'eccezione di litispendenza, riveste senza dubbio un carattere di essenzialità in considerazione degli effetti e delle conseguenze che tale eccezione viene a generare:
a) difatti, una volta proposta l'eccezione e provatone il fondamento, la causa, a norma del can. 1568 CIC, ratione praeventionis, viene rimessa al giudice che per primo fece provvedere alla notifica della citazione; si tratta quindi, agli effetti dello stabilire il ius praeventionis, di comprovare l'avvenuta notifica, e da questo momento pertanto, e non dalla data del provvedimento, si determina la priorità;
b) presupponendo l'identità delle cause ne scaturisce poi che l'eccezione puó essere proposta anche quando la più antica tra esse sia già in grado di appello, poiché - ob istam remissionem altera quae posterior proposita fuit non amittit primum gradum iurisdictionis»;
c) altro problema degno di fondamentale rilievo è questo : il CIC al can. 1628 S i sancisce il principio generale che tutte le "ecceptiones dilatortae, ese praesertim quae respiciunt personas et modum iudicii, proponendae et cognoscendae sunt ante contestationem litis». Detta predusione può essere però superato avendo presente quanto prescrive con altrettanta tassatività il can. 1568 circa il ius praeventionis, in relazione a due o più cause identiche, pendenti dinanzi a tribunali diversi. A questo proposito si ritiene autorevolmente che detto ius praeventionis possa e debba essere esteso anche nel caso di due o più cause identiche, pendenti dinanzi allo stesso tribunale. A sostegno di tale argomentazione viene invocato il principio analogico, legittimato ampiamento dalla salvaguardia dal bonum publicum, che nel caso specifico si riflette nella tutela della natura del potere giurisdizionale;
d) sub specie boni publici, ed anche in considerazione della tassatività di quanto prescritto dal can. 1568 , viene posto anche un altro quesito, al quale dagli autori si risponde affermativamente, e cioè se possa il giudice rilevare d'ufficio l'eccezione di litispendenza: a questo proposito si aggiunge che detto rilievo può essere fatto non solo initio litis, ma anche in qualunque grado di giudizio, e ciò sia a norma del can. 1568 , sia in forza del potere suppletivo della Chiesa di cui al can. 1619 § 2.

Tale pronuncia d'ufficio della litispendenza è anche riconosciuta da altre legislazioni (p. es., da quella austriaca), mentre non è consentita dalla legislazione processuale italiana, unitamente all'eccezione di cosa giudicata;
e) singolare rilievo merita poi il momento determinativo della pendenza di lite in ossequio al principio stabilito nel can. 1723 § 5 , per cui « cum citatio legitime peracta fuerit aut partes sponte in iudicium venerint... In pendere incipit; et ideo statim locum habet principium : lite pendente, nihil innovetur».

Si è voluto con detto canone, che richiama i principi fondamentali del diritto delle Decretali, paralizzare qualsiasi atto compiuto contro una legittima proibizione. Tali atti sono definiti dal CIC quali attentati (can. 1834), per cui la legislazione canonica "intende... preservare l'integrità del giudizio ponendo il divieto di innovazioni unilaterali dello stesso rispetto allo stato in cui si trova e agli sviluppi normali che gli sono propri per effetto delle norme generali di legge e delle disposizioni legittimamente emanate dal giudice" (Della Rocca).

Naturalmente una condizione preliminare deve sussistere, perché un atto innovativo possa considerarsi attentato, e cioè che si sia verificato in pendenza di lite. Non può invece ravvisarsi la figura giuridica dell'attentato quando, p. es., "alienatio iudicii mutandi causa fit, si quis metu futurae litis alienationem dolo malo, ita perficiat, ut aut rem transferat in extraneam personam », ecc. Tale atto infatti avviene "metu futurae litis " oppure "de re quae fieri potest litigiosa", e pertanto differisce dall'alienazione della cosa litigiosa, che è già sottoposta al giudice.

Non n'ha dubbio che l'esame giudiziale dell'attentato costituisce una causa incidentale, la quale sospende in linea di massima il giudizio principale, ma mantiene a qualunque effetto la pendenza di lite.

BISL.: I. Noval, Commentarium CIC, IV, Torino 1910, passim; E. Eichmann, Das Prozessrecht des CIC, Paderborn 1921, passim; F. Roberti, De processibus, I-II, Roma 1926,

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passim; Wernz-Vidal, VI, p. 518 sgg.; M. Lega-V. Bartoccetti, Commentarius in iudicio ecclesiastica, Roma 1938, passim; F. Della Rocca, Istituzioni di diritto processuale canonica, Torino 1946, passim.

Giuseppe Spinelli
LITHOSTROTOS. - Termine greco ("strato di pietra ", "Iastricato ") cui corrisponde l'aramaico Gabbatha ("luogo eminente", "altura") con cui Io. 19, 13, designa il luogo dove Pilato impiantò il tribunale nel processo di Gesù. Il procuratore romano, che abitualmente risiedeva a Cesarea di Palestine nel "pretorio di Erode" (Act. 23, 35), quando si recava a Gerusalemme dimorava, secondo l'uso dei governatori di occupare le regge dei re spodestati, nel palazzo d'Erode (Filone, Legat. ad Caloni, 38; Fl. Giuseppe, Bell. Jud., II, 14, 8), situato nella "città alta", a sud dell'attuale porta di Giaffa. In questa residenza, che per la sua elevazione e per la magnificenza dei suoi cortili poteva rivendicare l'appellativo antonomasico di Gabbatha e di L., il procuratore Gessio Floro (64-66) pronunziò la sentenza in un processo che nella narrazione di Fl. Giuseppe (Bell. Jud., II, 14, 8) presenta varie somiglianze con il processo di Gesù.

La tradizione, però, ha fin dall'antichità guardato alla * città bassa " nelle adiacenze del Tempio, fissandosi nel medioevo al cosiddetto "arco dell'Ecce Homo" (v.). Nei sotterranei dell'attiguo monastero di Notre Dame de Sion e del Convento della Flagellazione, fu, con scavi eseguiti a varie riprese fra gli anni 1898-1931, rimesso alla luce e ricostruitane la pianta, un vasto cortile ( 2500 mq . di superficié) coperto con lastre di pietre solide e ampie ( 2 m . di lunghezza, 1, 50 di larghezza, 0,50 di spessore), opera tipicamente romana, con varie delineazioni di giochi e tracce di strie per impedire ai cavalli di scivolare. Il grandioso lastricato, fiancheggiato da varie costruzioni che gli archeologi riconoscono come resti della fortezza Antonia (v.), era tale da poter essere conosciuto dagli ellenizzanti per L., mentre per i giudei conservatori continuava ad essere il Gabbatha o l'altura su cui poggiava l'Antonia. Non è quindi improbabile che Pilato, come fecero altre autorità (Antig. Ind., XXI, 27; Bell. Jud., I, 4, 3; II, 12, 1) in occasione della Pasqua, si sia trasferito eccezionalmente nella fortezza Antonia per meglio dominare le masse accorse al Tempio e vi abbia portato il tribunale per giudicare Gesù. Lo svolgimento del processo e le varie scene evangeliche si adattano e si localizzano facilmente nella fortezza Antonia; sicché la tradizione sembra riposare su autentici ricordi.

BibL.: L.-H. Vincent, L'Antonia et le prétoire, in Revue biblique, 42 (1932), pp. 83-114; id., Autour du prétoire, ibid., 46 (1937), pp. 363-70; D. Baldi, Esclairidion lacorata Sanctorum, Gerusalemme 1935, nn. 906-29; G. Perrella, I luoghi santi, Piacenza 1936, pp. 303-30.

Donato Baldi
LITOGRAFIA.- Dal greco λ l θ os (spietra