volume-07

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 biblique, 42 (1932), pp. 83-114; id., Autour du prétoire, ibid., 46 (1937), pp. 363-70; D. Baldi, Esclairidion lacorata Sanctorum, Gerusalemme 1935, nn. 906-29; G. Perrella, I luoghi santi, Piacenza 1936, pp. 303-30.

Donato Baldi
LITOGRAFIA.- Dal greco λ l θ os (spietra») e γ ρ α varphi ( * scrittura»). Indica genericamente qualunque incisione (scrittura, disegno, figura, ecc.) fatta su pietra preparata allo scopo; indica ancora il processo con il quale, per azione chimica o meccanica, l'incisione può essere riprodotta in più copie su carta o altre materie e infine il particolare settore delle arti grafiche che attende alla stampa di queste incisioni.

L'esecuzione artistica dell'incisione litografica si differenzia da tutte le altre, in quanto è ottenuta senza mezzi chimici o meccanici, mediante una speciale matita, detta "litografica", composta di sostanze grasse. Gli inizi di questa forma d'arte, tipica del primo Ottocento, risalgono al 1796 per opera di Aloys Senefelder (1771-1834), che è ritenuto il vero inventore, dopo gli sporadici ed incerti tentativi dell'abate Simone Schmidt. La l. segnò la sua epoca d'oro nella prima metà del sec. xix e ad essa si dedicarono valenti artisti, particolarmente in Austria ed in Germania, fra cui vanno citati Francesco Hanflstängl, Francesco Krüger, Osvaldo Achenbach, Adolfo Menzel e molti altri.

In Italia la l., come industria grafica, fu introdotta da due trentini: Giuseppe de Werz de Sprengenstein (1764 ca.-1827), che iniziò la sua attività in Milano nel 1807, durata fino al 1813 , e Giovanni Dall'Armi (m. nel 1829) a Roma, dal 1805 alla morte. Fra gli artisti italiani che si dedicarono alla l., si possono ricordare Bartolomeo Finelli (1787-1835), Francesco Hayez (1791-1882) e, più tardi, Casimiro Tejo (1830-97) particolarmente nel genere della caricatura.

La l. interessò largamente gli artisti del tempo e si espresse dapprima con riproduzioni di quadri, poi divenne via via più originale producendo ritratti, paesaggi, vedute, caricature, creando attorno ad essa stabilimenti grafici e case editrici specializzate. Ebbe anche parte, ma non preminente, nella illustrazione del libro, particolarmente in Francia, dove ebbe a giovarsi dell'arte di grandi litografi, come Honoré Daumier e Paul Gavarni. In Italia, l'impiego della l. a scopo illustrativo del libro non ebbe che scarse applicazioni e fu usata soprattutto in opere di tipo popolare e didattico; maggiore affermazione ebbe invece come arte autonoma, specie per ritratti.

Il ciclo storico della l. non supera il mezzo secolo che sta a cavallo fra il primo ed il secondo cinquantennio dell'Ottocento. Poi decadde rapidamente, anche perché questa particolare forma d'arte non interessò molto il collezionismo privato. Oggi, dopo un lungo periodo di completa decadenza, la l. ha avuto fortunati segni di ripresa, con una produzione originale di notevole importanza artistica, anche perché affidata a nuovi e più rapidi procedimenti tecnici (v. FOTOMECCANICHE, ARTI). - Vedi tav. XCVII.

BibL.: R. Graul, Die Lithographie von ihrer Erfinding bis zur Gegenwart, Vienna 1895-98, ristampa ivi 1903: è ritenuto l'opera fondamentale; W. Graff, Die Einführung der Lithographie in Itolin, in Zeitschrift für Bücherfreunde, nuova serie, 4 (1913), pp. 324-34, notevole per la parte artistica; I. e E. R. Pennell, Lithography and lithographers, Londra 1915; L. Ozzola, La l. italiana dal 1604 al 1670, Roma 1923, con tavole; L. Dussler, Die Juhunabulu der deutschen Lithographie, 1796-1821, Berlino 1925; Mostra storica della l. italiana (Catalogo), in Primo Congresso mondiale delle biblioteche e di bibliografia, Atti, VI, Roma 1933, pp. 93-97; anon., Il centenario di Luigi Senefelder e le origini della l., in L'industria dello stampo, 7 (1934), pp. 7-24, con illustrazioni; A. Rümann, Lithographie und Buchillustration, in Zeitschrift für Bücherfreunde, 58 (1934), pp. 33-36; Senefelder und sein Werk, in Graphische Technik, 2 (1934), pp. 53-90, con 36 illustrazioni; C. Ratta, L'arte della l. in Italia, Bologna s. a., importante per la moderna l.; G. Pumagalli, facunabuli della l. in Italia, in Meso Finiguerro, 2 (1937), pp. 99-127, con tavole, notevole per la parte storica; C. Wagner, Die geschichtliche Entwicklung der Künstlerlithographie, in Archiv für Buchgeserke und Gebrauchsgraphih, 76 (1939), pp. 125-43; L. Servolini, La l. italiana, in Accademie e biblioteche d'Italia, 14 (1939-40), pp. 233-42.

Giannetto Avanzi
LITOLATRIA: v. PIETRA, CULTO della.
LITOMÉRICE, LEITMERITZ, DIOCESI di. Città e diocesi in Cecoslovacchia.

Ha una superficie di kmq. 12.000 con 1.500 .000 ab. Conta 955 chiese con 449 parrocchie, servite da 268 sacerdoti diocesani e 83 regolari, 32 case religiose maschili e 49 femminili; 2 istituti religiosi maschili e 2 femminili; 27 istituti di beneficenza e assistenza e un seminario (Ann. Pont., 1951, p. 250). La diocesi è suffraganea di Praga.

Il primo edificio cristiano, costruito a L. nel 925 , fu dedicato a S. Venceslao; nel 1057 fu costruita la chiesa collegiata di S. Stefano. In seguito si aggiunsero numerosi monasteri. La diocesi fu funestata dalle lotte degli ussiti e dei protestanti. Il papa Alessandro VII il 5 luglio 1655 creò la sede vescovile di L.; ne fu primo vescovo M. Rodolfo von Schleinitz (1555-75), che organizzò la diocesi e costruì la nuova Cattedrale, sempre dedicata al protomartire, terminata dal suo successore J. F. J. von Sternberg (1676-1709). Altri vescovi furono: R. von Schulstein (1790-1801) che costruì scuole e istituti di educazione; V. E. Milde (1823-32) che divenne arcivescovo di Vienna; A. L. Frind (1879-81) che scrisse la storia ecclesiastica della Boemia in 4 voll. (Die Kirchen-

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gesch. Böhmens im allgemeinen und in ihrer besonderen Beziehung auf die jetzige Leitmeritzer Diöcese, Praga 1864 1878) e il vescovo E. J. Schobel (1882-1909) che eresse altre chiese.

Bibl.: J. Lins, Leitmeritz, in Cath. Enc., IX, pp. 141-42; J. Schlenz, Geschichte des Bistums und der Diözese Leitmeritz, I. Warnsdorf 1912; II, ivi 1914.

Enrico Josi
LITTA, Alfonso. - Patrizio milanese della famiglia Litta-Visconti-Arese. Arcivescovo di Milano dal maggio 1652; cardinale dal 15 febbr. 1666. Curò assai l'osservanza e l'integrità del rito ambrosiano e l'educazione dei chierici. Visitò la diocesi e tenne due Sinodi, il primo nel 1658, il secondo nel 1669. Promosse la continuazione della fabbrica del Collegio Elvetico di Milano ideato da s. Carlo Borromeo. Regolò il conflitto sorto fra i rettori del Seminario e del Collegio Elvetico e i rispettivi prefetti degli studi, per il conferimento delle lauree, conferendo a questi ultimi il diritto di esserne padrini o promotori (decr. 27 febbr. 1673). Emanò vari decreti per ovviare a disordini disciplinari. Al card. L. viene attribuita l'istituzione dell'Accademia degli Hypheliomachi (combattentí sotto il sole) che aveva per insegna Apollo, rivolto a combattere l'eresia. Ma pare che tale Accademia fosse di poco anteriore. Partecipò al Conclave per la elezione di papa Innocenzo XI, e a Roma, in quel tempo, mori il 28 ag. 1679.

Bibl.: V. Essi, Memorie, imprese e ritratti dei Signori accad. Gelati, Bologna 1672, p. 13 e sgg.; G. Moroni, s. v. in Dizion. di erud. star.-scrlss., XXXIX, pp. 23-24; N. Sormani, Passaggi storici... di Milano, ivi 1752; A. Monti, Tre secoli di vita milanese, ivi 1927; Humilitas. Misc. stor. dei seminari milanesi, ivi 1934. p. 1100 sgg .

Ettore Rota
LITTA, Lorenzo. - Cardinale, n. a Milano il 23 febbr. 1756, m. a Monte Flavio in Sabina il 1° maggio 1820 . Studiò a Roma, al Collegio Clementino, e fu ordinato sacerdote nel 1789 .

Nominato arcivescovo titolare di Tebe il 23 giugno 1793, fu destinato alla nunsiatura di Polonia in tempi particolarmente difficili. Giunto a Varsavia nel 1794, sostenne di fronte al Kosciuszko varie volte con successo i diritti della Chiesa e riusci, con il suo intervento, a salvare la vita a molti sacerdoti e fedeli. Dopo la terza spartizione della Polonia, che segnò la fine dell'indipendenza di questo Stato, L. fu inviato quale ambasciatore straordinario a Pietroburgo con l'incarico di presenziare alle cerimonie dell'incoronazione di Paolo I nel 1797 e di convincere l'Imperatore a riconoscere ai cattolici polacchi piena libertà religiosa. La sua missione terminò bruscamente nel 1799. Creato cardinale da Pio VII nel 1801, fu deportato in Francia, insieme al Pontefice, nel 1809. Tornato a Roma dopo la caduta di Napoleone, fu cardinale-vescovo della Sabina e prefetto di Propaganda. Morì improvvisamente durante una visita pastorale in Sabina.

Bibl.: P. Pierling, La Russie et le St Silge, V. Parigi 1912, pp. 202-88; E. Amann, s. v. in DThC, IX, coll. 782-87 (con bibl.); M. J. Rouët de Journel, Nonciatures de Russie d'après documents authentiques. Nonciature de L. 1797-99, Città del Vaticano 1943; V. Moysztowicz, De archivo nuntiaturae Varsaviensis quod nunc in Archivo secreto Vaticano servatur, ivi 1944. pp. 39-42 (con bibl.).

LITTA, Pompeo. - Storico milanese, n. il 24 sett. 1781, m. a Limido (Como) il 17 ag. 1852. Partecipò giovanissimo a varie battaglie napoleoniche (Sacile, Wagram, ecc.); nel 1811 comandò un corpo d'artiglieria per la difesa del litorale adriatico, dislocato fra il Po ed il Tronto; nel 1814 difese la cittadella di Ancona contro il Macdonald. Nel 1848 fu ministro della Guerra del governo provvisorio di Lombardia.

La sua fama è raccomandata alle ben 113 storie di Famiglie celebri italiane (iniziò la serie nel 1819, pubbli-
cando la storia della famiglia di Muzio Attendolo Sforza), poderoso lavoro troppo spesso sfruttato solo nel ristretto campo araldico, mentre costituisce vera opera di storia.

Bibl.: C. Belgioioso, Commemorazione del conte P. L., Milano 1874; G. Scardovelli, Il conte P. L., Bologna 1891; A. F. Boschetti, I cataloghi dell'opera di P. L., Modena 1930. Carmelo Trasselli

LITTERA SANCTI PETRI: v. BOLlatica, SCRITTURA.

LITTLE ROCK, diocesi di. - Città e diocesi nello Stato di Arkansas (U.S.A.). I suoi confini coincidono con quelli dello Stato di Arkansas.

La diocesi ha una superficie di 53.102 miglia quadrate con 1.949 .387 ab., dei quali 36.943 cattolici. Conta 103 parrocchie, 33 cappelle, 36 missioni e 44 stazioni servite da 113 sacerdoti diocesani e 52 regolari, un seminario, 6 comunità religiose maschili tra le quali l'abbazia benedettina New Subiaco, e 12 comunità femminili; un college, 10 high schools diocesane e parrocchiali; 59 scuole parrocchiali; nel 1949 si ebbero 544 conversioni.

Alla fine del sec. xvir la popolazione bianca nell'Arkansas raggiungeva appena le 400 anime; la zona fu visitata per la prima volta nel 1820 da mons. Dubourg; il primo sacerdote secolare che stabili la missione di St. Mary a cinque miglia dall'attuale Pine Bluff fu il rev. R. Bole, che nel 1838 ottenne che venisse aperta la prima scuola cattolica dell'Arkansas. L. R. fu elevata a diocesi da Pio IX il 28 nov. 1843; primo vescovo fu mons. A. Byrne (m. nel 1862).

La Cattedrale è dedicata a s. Andrea. Il primo Sinodo diocesano venne tenuto il 16 febbr. 1909. La diocesi è suffraganea di Nuova Oricana.

Bibl.: J. M. Lucey, s. v. in Cath. Enc., VII, p. 299; The Official catholic Directors, 1950, Nuova York 1950, pp. 413-16. Enrico Josi

LITTRÉ, Maximilien-Paul-Emile. - Scrittore di scienza e filosofo, n. a Parigi il 1° febbr. 1801, m. ivi il 2 giugno 188 r. Studiò medicina, ma non terminò gli studi per motivi familiari. Approfondì gli studi classici e orientalistici. Repubblicano, aderì alla rivoluzione del'30. Fu accademico di Francia dal 1873 . Nel 1840 la lettura di Augusto Comte (v.) lo convertì al positivismo e al mito di un avvenire di pace. Dal 1867 diresse la Revue de philosophie positiviste.

Tra le sue opere più importanti sono, oltre il Dictionnaire de la langue française (Parigi 1863-72) e la traduzione delle opere di Ippocrate (ivi 1839-61), A. Comte et la philosophie positive (ivi 1863), Conversation, révolution et positivisme (ivi 1852), Médecine et médecins (ivi 1872), La science au point de vue philosophique (ivi 1873), Littérature et histoire (ivi 1875).

Negatore assoluto di ogni posizione teologica, si distaccò nel 1852 dal Comte, del quale deprecò le a sbandate e mistiche. Nel suo completo ateismo ha tentato di risolvere patologia medica, umanitarismo socialistico e positivismo sociologico. Per il L. la teologia è naturalmente un prodotto storico dell'evoluzione umana.

Bibl.: Ch. A. Sainte-Beuve, Notice sur M. L., Parial 1863 (poi in Nouveaux lundis, V, ivi 1893, pp. 200-56); G. Carducci, E. L., in Edizione nazionale delle opere, XXIII, Bologna 1937, pp. 269-90; E. Caro, L. et le positivisme, Parigi 1883; J. Flayssans, L. poète, Bordeaux 1933.

Massimo Petrócchi
LITUANIA. - Repubblica baltica, proclamatasi indipendente dall'Impero russo il 16 febbr. 1918 ed annessa, quale repubblica federata, all'U.R.S.S. il 22 luglio 1940. In seguito alla restituzione di Vilna e del suo territorio ( 6656 kmq . con 458 mila ab.), ottenuta dall'U.R.S.S. il 10 ott. 1939, la superficie della L. salì a 62.550 kmq .
I. Geografia. - Il territorio è un lembo del grande bassopiano e, come questo, pianeggiante ed anche più adatto che nelle due altre Repubbliche baltiche all'egri-

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![img-5.jpeg](img-5.jpeg)
(propr. Ene. Catt.)
Lituania - 1) Confini di Stato 1939; 2) confini di Stato 1950; 3) confini di circoscrizione ecclesiastica; 4) ferrovie.
coltura. Ristretta, per contro, la sua fronte costiera sul Baltico ( 90 kmq ., anche più sensibile dopo la perdita di Memel, nel marzo 1939, annullata con il ritorno dei sovietici nel 1944).

La popolazione, che contava 3,3 milioni di ab. nel 1940, ha molto sofferto per le deportazioni che hanno accompagnato le occupazioni tedesca e russa, e per l'esodo dei Tedeschi che costituivano una notevole minoranza ( 1,4 \% del totale). I Lituani formavano allora l' 84 \% della popolazione; gli Ebrei il 7,7 \%, i Polacchi il 3,2 \% ed i Russi il 2,7 \%. La capitale, che era stata prima fissata a Kaunas ( 153 mila ab. nel 1939), venne dopo il 1941 trasportata a Vilna (zio mila ab.), che i Lituani hanno sempre considerata come centro della loro nazione.

La L. ha un'economia prettamente agricola (il 77 \% della popolazione vi era impegnata), con produzione di cereali e soprattutto di lino (monopolio di Stato) e di canapa. Cospicue le riserve forestali : il legname alimenta l'industria della cellulosa e quella della carta. Anche l'allevamento era fiorente ( 1,2 milioni di capi bovini) e consentiva una notevole esportazione di carni e di burro. L'inserzione della L. nell'Unione Sovietica non ha mancato di produrre un profondo rivolgimento nella struttura economica del paese, di cui poco tuttavia si conosce.

Biel.: N. Turchi, La L. nella storia e nel presente, Roma 1933; id., L., in Enc. Ital., app., II (1949), pp. 214-15; E. Migliorini, Finlandia e Stati Baltici, Roma 1937; V. Jungfer, Litauen : Antlitz eines Volkes, Lipsia 1938; C. R. Jurgels, History of the Lithuania nation, Nuova York 1948. Giuseppe Caraci
II. Storia civile e religiosa. - I Lituani, insieme ai loro vicini Lettoni e Prussiani (scomparsi questi ultimi sotto la dominazione dell'ordine teutonico) appartengono alla stirpe indoeuropea. Rimasti per lungo tempo relativamente isolati, essi hanno conservato le loro antiche forme linguistiche.

L'odierna lingua lituana con le sue forme arcaiche è la più vicina di tutte le lingue curopee all'antico sanscrito.

Sin dai tempi della ceramica a cordicella dell'epoca neolitica (ca. il 1800 a. C.), si ritrovano nell'area tra i fiumi Vistola e Dvina le tracce degli antichi antenati dei Lituani. Yacito, nella Germania, li contraddistingue con un nome generico Aestiorum gentes e Tolomeo ( 150 d. C.) nomina già due tribù distinte. I numerosi ritrovamenti di oggetti romani (ornamenti, monete) dimostrano l'esistenza dei fiorenti rapporti culturali e commerciali con i Romani nei secc. I-IV d. C.
I. Religione antica. - Le moderne ricerche nel campo dell'antica religione dei Lituani mostrano che essa consisteva nella spiritualizzazione delle varie forze della natura e delle loro manifestazioni.

Nella sua concezione del mondo l'antico Lituano non vedeva una netta linea di demarcazione tra l'uomo, il regno vegetale o animale o i corpi celesti. In ogni manifestazione della natura circostante egli ravvisava la presenza della vita, il cui vario manifestarsi attribuiva alle miateriose forze vitali.

Alcuni esseri (gli animali, le piante, ecc.), gli apparivano possedere una vita misteriosa in grado preminente. E così che nelle fonti storiche, fino quasi al sec. xvir (anche nelle relazioni dei nunzi), si fa menzione della sopravvivenza, nel popolo, di tracce dell'antico paganesimo nella venerazione del serpente, dalla gente tenuto negli angoli delle case. Tra gli altri animali, a giudicare anche dai motivi ornamentali dell'arte popolare, sembra che oggetto di una particolare predilezione fossero anche il cavallo, il capro, il bue ed il gallo.

Anche gli alberi venivano tenuti in particolare considerazione: tra essi la quercia, il tiglio, il sorbo, l'abete,

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l'acero e il pioppo; e interi boschi, o corsi d'acqua, o laghi, o grosse pietre moreniche, che isolate apparivano in qualche luogo della pianura lituana, venivano considerati sacri. Tuttavia restano infatti nella toponomastica centinaia di nomi di località che contengono la radice sacrale alk (Alkakalnis, Alkamiškis, Alkupis e simili). Sembra quindi che alla base di questi culti stesse il concetto di difendere, conservare, incitare ed esaltare le forze della vita, contro la quale incessantemente sta in agguato il male, quale apportatore della morte.

La morte ed il male venivano immaginati come spiriti, misteriose forze immateriali che insidiavano ad ogni passo gli umani e potevano albergare tanto nei vari parassiti, apportatori delle malattie, quanto negli occhi dell'uomo (malocchio). Per gli scongiuri valeva anche il suono d'una campanella e portava fortuna l'avere con sé il bastone di sorbo.

Mezzo più potente di scongiuro e purificazione, che tutto annienta e consuma, era considerato il fuoco. Si credeva che anche in un incendio fosse lo spirito del fuoco che potentemente e misteriosamente si manifestava nella folgore, la quale appiccando la fiamma esigeva e prendeva da sé il sacrificio dei beni dell'uomo. Da qui i riti di offerte spontanee, bruciate per propiziare la divinità del fuoco. Di questo particolare culto molte sono le sopravvivenze che si sono tenacemente conscrvate anche dopo l'introduzione del cristianesimo; ancor oggi nessuno, neanche un bambino, sputerebbe nel focolare o comunque sul fuoco acceso. Altro mezzo di purificazione era l'acqua.

La forza della vita si perpetua per la concomitante azione di un elemento maschile rappresentato dalla divinità della folgore, Perkūnas, molto vaga personificazione del fulmine e del tuono, e di un elemento femminile: la Terra Madre, Zernyna (Zeme = terra), che produce tutte le manifestazioni della vita; e per questo suo potere di dare la vita, di produrre i frutti, era considerata sacra. Né l'uno né l'altro ha mai avuto, oltre il nome proprio, lineamenti antropomorfici o qualche precisa rappresentazione plastica. Solo il romanticismo letterario, sulla fede di fonti tutt'altro che scientificamente sicure, poté creare una specie di Olimpo lituano.

Nell'elencare le diverse divinità lituane bisogna evitare l'errore in cui sono caduti storici e letterati del sec. xix i quali, basati unicamente su opere dei secc. xvi e xvir, hanno dato come di divinità nomi di luogo, elencandone fino a 70 . In realtà i nomi desunti da cronache attendibili sono solamente quelli di Perkūnas Zemyna e Medeine.

Risulta molto evidente negli antichi Lituani una ferma convinzione nella vita futura. Essendosi succeduti nei riti funerari la cremazione e l'inumazione, si sono trovate anche negli scavi testimonianze irrefragabili di tale credenza, confermate anche da fonti scritte (il termine sirmen, in lituano žermenyı = "funerale ", s'incontra già nelle fonti del sec. xv).

Negli anniversari, oltreché durante le cerimonie funebri successive alla sepoltura, venivano recate sulle tombe dei cibi per le anime dei defunti. J. Dlugozz racconta che negli albai (luoghi sacri) esistevano delle are di pertinenza delle singole casate o degli abitati interi, sulle quali venivano compiute le cerimonie di incinerazione; in seguito ivi venivano portati su piatti di legno o di scorza vegetale i cibi, per esservi lasciati, mentre le bevande venivano versate direttamente su tali are.

Fino al sec. xvi si conservò l'usanza di portare sulle tombe dei cibi come offerta ai trapassati, credendosi che nottetempo le loro anime se ne rifocillassero. Mancano dati positivi sull'organizzazione del culto e sulla esistenza o meno dalla gerarchia sacerdotale, ma la si deve escludere per il fatto che non vi erano nella religione forme di culto antropomorfiche né idoli di divinità ben definite, di cui tali sacerdoti si sarebbero costituiti rappresentanti. Invece si trovano individui che potevano affermarsi come maghi, stregoni o santoni, e offrirsi alla gente come mediatori, specie nel presentare offerte propiziatrici alle di-
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(da S. Grinde, Rnotio -vropra, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, in Terra e Nazioni, Milano 1926, p. 328) Lituania - Chiesa del monastero di Pazaislis presso Kaunas.
vinità capaci di tenere lontani gli spiriti maligni, di guarire con erbe o con scongiuri. Gli antichi Lituani infatti si sentivano circondati da influssi maligni o benigni dei vari spiriti, di cui si conoscono i nomi : slogūtiu, haühas, äitvaras, laüme, ecc. e tali mediatori che secondo le varie specialità si chiamavano bürtininkas, kevirojas, ecc.; i documenti sembrano conoscere meglio degli altri i Zyniai (Zynjis al singolare, dal verbo Zinäti = "sapere ").

Bibl.: Fonti: W. Mannhardt, Lettopreussische Götterlehre, Riga 1936. - Studi: W. Caland, Die vengerchichtlichen baltischen Tatengebräuche, in Archiv für Religionswissenschaft, 17 (1914); P. Klimas, Lietuviu Senobes bruccai (s Lioramenti dell'antichita lituana -), Vilna 1919; A. Brizkner, Mitologia slova, trad. it. di J. Dickenowna, Bologna 1923; V. Pisani, Il paganesimo balto-slava, in Storia delle Religioni, diretta da P. Tacchi Venturi, II, 3° ed., Torino 1949, pp. 23-100; M. AlseikaitéGimbutis, Dachgiebelverzierungen in Europa. Ein Beitrag zur Symbolforschung, Magonza 1931; W. C. Jaskievicz, A study in lithuanian mythology: Zan Lasichi's treatise on the samogitian gods, Filadelfia 1931; M. Alseikaité-Gimbutas, Symbolism in folk ari. Its meaning and roots in prehistory: A comparative study of ancient lithuanian crosses, Cambridge (Mass.) 1931.
2. Il cristianesimo. - I primi contatti con l'Europa cristiana sono relativamente tardivi. Nel 997 il tentativo di evangelizzare le tribù prussiane intrapreso dall'arcivescovo di Praga, s. Adalberto, fallisce ed egli stesso vi cade martire. Simile sorte toccò nel 1009 al monaco Brunone di Querfurt (tedesco) e ai suoi 18 compagni, martirizzati, secondo i documenti, "sui confini tra la L. e la Russia».

All'inizio del sec. xili si stabili lungo le coste baltiche l'ordine dei Porta-Spada, che ben presto si fuse (1237) con l'Ordine teutonico, poco prima trasferitosi (1230) dalla Palestina. L'Ordine dimostrò ben presto di cercare anzitutto di estendere le sue conquiste territoriali a tutto il paese. Infatti (1283), giunto al fiume Nemunas (Niemen) l'Ordine attaccò la L. Questa dall'inizio del sec. xili presentava una forte formazione statale unitaria sotto il potere

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del re Mindaugas. Nel 1250 Mindaugas abbraccio la fede cristiana ed ebbe dal papa Innocenzo IV la corona reale, mentre la L. veniva dallo stesso Pontefice annoverata come facente parte del patrimonio di S. Pietro (1252). Venne allora eretta la prima diocesi di L. (Lethovien. dioec.), dipendente direttamente dalla Sede Apostolica e il cui primo vescovo fu Cristiano, sacerdote dell'Ordine teutonico. I metodi però dell'evangelizzazione col ferro e fuoco seguiti dai Cavalieri teutonici, che non cessavano di devastare il paese con le loro incursioni, non erano propizi per una rapida espansione della religione cristiana. Perciò con la morte del vescovo Cristiano (1270) ebbe fine anche la diocesi da lui fondata. Le lotte durarono quasi due secoli. I Lituani si difendevano ad oltranza, nello stesso tempo allargavano il loro Stato verso l'Oriente.

Nel corso del sec. xiv vi furono ripetuti tentativi di riprendere la cristianizzazione della L. Nel 1322-23 Gediminas (a Rex Lithuanorum et multorum Ruthenorum -i scriveva a questo scopo dalla sua capitale Vilnius lettere a molte città della Germania, ai Francescani, al papa Giovanni XXII. Sotto suo figlio Algirdas, a Vilnius, a Naugardukas e altrove i Francescani non soltanto poterono indisturbati svolgere le loro pacifica opera missionaria, ma ebbero anche polssemente la protezione dei sovrani lituani. Nel 1386 il sovrano di L. Jogaila ( = Ladislao Jagellone), sposando Edivige, erede al trono di Polonia, divenne re della Polonia stessa e promise la concezione della L.; ciò avvenne nel febbr. 1387.

Nella capitale venne eretta anche la diocesi di Vilna (dioec. Filmenti). L'Ordine teutonico, vedendo compromessi i suoi piani di conquista, andava predicando che il Battesimo della L. non era valido e continuava le sue spedizioni militari contro la L., ma il is luglio 1410 le forze unite della L. e della Polonia, sotto il comando di Vytautas il Grande (1392-1430), sconfissero completamente l'Ordine teutonico presso Tannenberg. Così cessarono anche le pretese teutoniche sulla Samogizia ed il Concilio di Costanza (1417) su proposta di Vytautas provvide alla erezione della seconda diocesi lituana in questa parte occidentale della L., nella regione di Medininkai (Mednicens. diocec.) con sede a Varniai.

Il cattolicesimo, anche se introdotto tardivamente, si consolidava. A questo giovò il lungo periodo di pace durante il regno del figlio di Jogaila, Casimiro IV granduca di L. (1440-92). Il di lui figlio Casimiro (m. a Vilna nel 1484), venne ascritto dalla Chiesa all'albo dei santi quale patrono della L.

Il cattolicesimo trovò in seguito grande ostacolo nella scarsezza del clero; e questo, aggiunto al passaggio al luteranesimo dell'Ordine teutonico (1525) e al favore dimostrato al calvinismo dai nobili lituani polonizzati, contribuì all'espansione della "Riforma»; ma le posizioni della Chiesa cattolica furono presto riguadagnate per l'opera zelante dei Gesuiti, Scolopi, Domenicani, Basiliani, Bernardini. E giovò anche il fatto che i sovrani di L., dopo l'unione reale con la Polonia (1569) comuni a tutti e due gli Stati, erano ferventi cattolici. Molto vi si adoperarono anche i vescovi lituani; ad es., Merkalis Giedraitis (m. nel 1609) vescovo di Samogizia, che meritò dal popolo il nome di santo, e il suo collaboratore Nicola Daukša, che nel 1595 pubblicò il primo catechismo cattolico in lingua lituana. Il re Sigismondo Vasa (1588-1632) dichiarò il cattolicesimo religione di Stato e nel 1596 si proclamò a Brest Litowsk l'unione degli «ortodossi» alla Chiesa cattolica.

Nelle successive ripartizioni della Polonia (1772, 1793, 1795) la L. venne a trovarsi quasi tutta sotto la occupazione russa (1795-1915). Si riorganizzarono le circoscrizioni ecclesiastiche; ma le fallite insurrezioni politiche del 1831 e 1863 importarono dure e atroci persecuzioni; l'occupazione tedesca del 1915 contribuì anche a disperdere gli abitanti, che emigrarono in gran numero all'estero. La ricostituzione dell'indipendenza lituana del 16 febbr. 1918 richiede la libertà alla Chiesa, che poté normalizzare la questione delle circoscrizioni ecclesiastiche (cf. la cost. apost. Lithuanorum gente del 4 apr. 1926) e il 27 sett. 1927 il governo Voldemaras fece il Concordato
con la S. Sede, dov'erano sanzionati con la piena libertà di culto, di giurisdizione e di governarsi secondo i propri canoni, l'esonero degli ecclesiastici dal servizio militare, l'insegnamento religioso obbligatorio, l'esenzione dalle tasse per i beni ecclesiastici, l'obbligo per lo Stato di corrispondere ogni anno le somme stabilite nel concordato ai vescovi e al clero diocesano e il pieno riconoscimento dato all'Azione Cattolica.

La seconda guerra mondiale, che importò l'occupazione prima da parte dell'U.R.S.S. (15 giugno 1940), poi da parte della Germania, e poi di nuovo da parte della Russia, distrusse ogni cosa e si ebbero deportazioni in massa, massacri, incarcerazioni. L'intera gerarchia cattolica fu soppressa, i vescovi e morti e in esilio.

Nel 1949 il papa Pio XII istituiva a Roma il Collegio ecclesiastico di S. Casimiro, accogliendo così le istanze dell'arcivescovo metropolita mons. J. Skvireckas, che donò ai giovani ecclesiastici sotto Titoli la residenza estiva, mentre la sede urbana veniva offerta da mons. A. Briška, parroco lituano a Chicago. Veniva così provveduto ad assicurare la formazione del giovane clero lituano destinato a colmare le gravi perdite subite dalla Chiesa in L.

Dal punto di vista del diritto internazionale la L. continua ad essere riconosciuta quale Stato nazionale sovrano, solo temporaneamente impedito nell'esercizio effettivo di talune delle prerogative della sua sovranità. Gli organi costituzionali della L., aboliti nell'interno del paese, sussistono all'estero, ove funzionano legittimi rappresentanti diplomatici della L. con pieno riconoscimento dei governi presso i quali essi sono accreditati. Così esistono le legazioni lituane presso la S. Sede, a Washington, Londra ed a stato ripristinato il funzionamento a Parigi; anche una serie di consolati lituani funzionano in America. Il Comitato supremo per la liberazione della L. (V.L.I.K.) che fu a capo della resistenza nel paese occupato dai nazisti, dopo aver trasferito la propria sede all'estero, conduce la lotta in difesa del buon diritto della L., coordinando le varie iniziative delle singole comunità lituane in esilio o in emigrazione e facendosi portavoce della L. oppressa presso l'ONU e i vari governi.

Birl.: J. Totoraitis, Die Litmuer unter dem König Mindoux, Friburgo 1908; A. Viscont, La Litlmonie religieuse, Parigi 1918; P. Klimas, Der Werdegang des Litmaitchen Staates, Berlino 1919; trad. franc. Parigi 1919; A. Giannini, Il Concordato con la L., Roma 1928; De Ecclesia Lituana, in 7us Pontificium, 9 (1929), pp. 270-80; J. Jokidis, La Litlmonie restaurée, Larenia 1932; A. Voldemaras, La Litlmonie et ses problèmes, I, Parigi 1933; N. Turchi, La L. nella storia e nel presente, 27 ed., Roma 1933; B. Colliander, Die Beziehungen zwischen Litmura und Deutschland 1913-18, Abo 1935; Krihliiomyōd Lietuvoje (Il cristianesimo in L., monografia collettiva), Kaunas 1938; E. Ivinskis, A Contribution to the history of the Comenction of Lithuania, in Baltic Countries, 1 (1939); Th. Chase, The Story of Lithuania, Nuove York 1946 (abbondante bibl.); K. Grèys, Katalikiskal Lietuva (La L. cattolica), Chicago 1946 (abbondante bibl.); H. de Chambon, La tragédie des nations bahiques, Parigi 1946; Vitols, Ksasik, Kajeckse, L'osmession des Etats Baltes, Stoccolma 1946; E. J. Harrison, Lithuania's fight for freedom, 3⁴ ed., Nuova York 1948; A. Šapoka, Lithuania through the ages, Monaco 1948; C. Jurajda, History of Litlmanian Nation (abbondante bibl.), Nuova York 1948; Living in Freedom. A sketch of independent Litlmanias achievements 1918-18, Augusta 1948; R. Schmittlein, Etudes sur la nationalité des Aestii, I, Baden 1948; J. Mauldère, La situation de l'Eglise catholique en Litlmania, Le Rainey 1950; A. Šapoka (redatt. d'una opera collettiva), Lientont istorjia (La storia della L.), 3ᵃ ed., Fellbach-Württemberg 1950.

Zonones Ivinskis
III. Letteratura. - La poesia religiosa, sviluppatasi dopo l'adozione del Cristianesimo come un nuovo filone dal ricchissimo patrimonio dei canti popolari, è anteriore nella sua forma anonima orale alla poesia scritta e creò canti e inni sacri di rara bellezza e di intenso sentimento cristiano. Molti vengono

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cantati dal popolo durante la Messa, ed anche coralmente nelle famiglie come preghiera collettiva di Quaresima, Avvento del Natale e Pasqua.

I primi libri in lituano videro la luce per opera dei predicatori luterani. I Gesuiti, accorsi per combatterli, promossero con la predicazione popolare la pubblicazione di numerosi libri cattolici in lingua lituana. Degli scrittori di quel periodo si ricordano il canonico Mikalojus Douléa (1527-1613) e il gesuita Konstantinas Sivvydas ( 1580 -1631). Un posto a parte merita C. Duonelaitis (1714-89), autore di un poema in esametri intitolato Metai (Le stagioni).

Dalla letteratura religiosa del sec. xix si enuclea il nuovo ramo della narrativa didattica, composto per lo più di racconti edificanti per il popolo. Ne è stato fecondo autore il vescovo di Samogizia Moticjns Valančius (1801 1875), seguito da alcuni sacerdoti lituani, tra cui Dovydaitis e Tataré. Sorgevano intanto, nutriti dalla poesia popolare, i primi rappresentanti autenticamente lituani della poesia colta : il sacerdote Antanas Strazdas (17631833), il vescovo Antanas Baranauskas (1835-1902) e il sacerdote Antanas Vienaz̃indys (1871-92), la cui produzione lirica divenne quasi subito patrimonio popolare e contribui moltissimo a tenere desti la fede cattolica e l'amor putrio in mezzo al popolo. Un posto preminente spetta al poeta del risorgimento nazionale, il prelato Jonas Maironis-Mačiulis (1862-1932). Guida per le generazioni di tutta un'epoca, nella sua lirica (raccolta sotto il titolo di Pavasavio Balesi [Voci della primavera]), nei poemi e nelle opere teatrali egli esprimeva gli ideali della rinascita patria con suggestiva bellezza e profondo ottimismo. Nella narrativa e nella pubblicistica un influsso simile aveva esercitato il canonico Juozas Tumas-Vaižgantas (1869-1933). Nel suo capolavoro Progiedrului (Schiarita), classico della prosa lituana moderna, nessuno come lui seppe mostrare come la coscienza nazionale, oltre ad essere un fatto interiore dell'anima individuale, è anche un fatto collettivo dell'anima di tutto un popolo. Altro capolavoro di Vaižgantas, tutto pervaso di francescano amore del creato, è il Dedes vi Dodienes (Zii e loro mogli), in cui si sofferma a illustrare i misteriosi e sottili legami esistenti tra le vicende della natura e la vita umana.

Alle propagazione e all'approfondimento della ideologia cattolica dedicò la sua opera multiforme il prelato Aleksandras Dambrauskas, alias Adonias Jakštat (18601938). Personalità poliedrica, egli seppe fondere in sé armoniosamente e con larghezza di vedute la filosofia cristiana dell'Oriente (Soloviev) con il tomismo occidentale; sempre sulla braccia in difesa dei valori cattolici, esercitò un influsso incalcolabile nella rinascita cattolica tra gli intellettuali lituani.

Dopo la ricostruzione dello Stato indipendente i nuovi movimenti letterari giunsero tra i giovani scrittori, recando le idee del liberalismo e del marxismo anche a lato delle altre tendenze letterarie di avanguardia in voga nell'Occidente europeo. Nondimeno i cattolici sono rimasti sulle posizioni di guida anche in questo periodo. Propulsore principale del movimento di pensiero filosofico, pedagogico e sociale fu Stasys Šalkauskis (m. nel 1942), anima di apostolo e pensatore di buona formazione tomistica, e conoscitore della filosofia di Soloviev. Crebbe alla sua scuola Antanasa Maceina (n. nel 1908), che continua ora nell'esilio la sua attività letteraria.

Nella poesia ha raggiunto un posto considerevole il simbolista Jonas Aleksandriškis-Aistis (n. nel 1904), la cui lirica indaga gli angosciosi problemi dell'esistenza umana, senza che la ideologia cristiana risaca del tutto a rasserenarne il pessimismo. Faustas Kirža (n. nel 1891) medita, invece, sul problema dell'eternità, verso la quale egli è incamminato come un pellegrino, che mentre è in via cerca di coglierne il mistero, e mentre le nebbie dapprima gli ostacolavano la visione dell'essenza dell'eternità, ora chiaramente intravvede la Divinità come Provvidenza che tutto sostiene. Non cercatore filosofo come il Kirža, ma profeta e araldo di Dio eterno è Bernardos Brazdžionis (n. nel 1907). Nelle sue liriche spesso s'incontra l'antitesi tra la primordiale innocenza della natura e l'umanità che,
allontanatasi dal Creatore, va ciecamente insieme con tutta la sua civilizzazione verso la perdizione. Dei poeti della presente generazione, Brazdžionis è forse il più dichiaratamente cattolico e il più popolare. Kazys Bradunas, canta con talento i sentimenti del rurale lituano, tenacemente attaccato alla sua terra e a Dio.

Nel campo della prosa la maggior parte degli scrittori cattolici descrivono la vita lituana con i suoi problemi. Una parte di essi tratta figure e ambiente attingendo al passato e soffermandosi a indagare la psicologia del loro popolo. Tra questi un posto di prim'ordine spetta a Antanas Vaičiulaitis (n. nel 1906), miniaturista del paesaggio lituano ed evocatore del contenuto dolore dell'umile gente. Degni di nota anche il novellista Juozas Gružas (n. nel 1901), e il romanziere Vincas Ramonas (n. nel 1905), autore di Dalkes randonam Sautelaidy (Pulviscolo nel tramonto rosso) e Kryčiai (Le Croci), che si riferiscono ambedue all'invasione bolscevica della L. Jurgis Jankus (n. nel 1906) in forma di romanzo novellistico ha trattato del destino umano sotto l'influsso del duplice regime totalitario (Naktisant moru: La notte sui gobi). L'invasione bolscevica ha costretto all'esilio il settanta per cento degli scrittori lituani : quelli rimasti in patria tacciono, venuta meno la libertà.

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Giuseppe Brazaitis
IV. Arte. - Solo con l'introduzione del cristianesimo avviene l'inserimento della L. nel comune movimento della civiltà occidentale e l'arte europea vi si affaccia per la prima volta con l'erezione delle numerose chiese. Alcuni storici dell'arte distinguono, come sottostili, il gotico baltico, il rinascimento polacco e il barocco lituano, ed è un fatto innegabile che la produzione artistica testimonia le sintesi di elementi eterogenei, dando un risultato interessante e originale. Un'ulteriore rielaborazione artistica in senso di una successiva maggiore acclimatazione e fusione con la tradizione artistica indigena avviene per opera di anonimi artigiani cultori dell'arte popolare, arrivandosi in questo processo di assimilazione a riconoscere con qualche difficoltà l'originario elemento stilistico occidentale nelle metamorfosi subita attraverso successive tappe di rielaborazione. L'esistenza ab antiqua di un vasto patrimonio di motivi decorativi e di ornati ricchi di un simbolismo precristiano porta a concludere che da tempi immemorabili, nelle forme sue proprie, il popolo lituano coltivava l'arte nelle sue varie manifestazioni.

Con la conversione al cristianesimo i Lituani misero al servizio dell'idea cristiana questa loro arte tradizionale. Originali nelle loro linee, nei particolari costruttivi e soprattutto nelle decorazione sono le chiese lituane di legno, le torri campanarie che s'alzano isolate sul sagrato e che riproducono motivi architettonici cari al popolo.

Ma l'arcaicità delle forme decorative prevale e risalta nelle innumeri cappellette rustiche e croci di legno, che costituiscono il tratto caratteristico del paese, spesso detto «terra delle croci». La varietà dei tipi di queste croci e cappellette è tale da sembrare inesauribile. Quasi tutte però sono caratterizzate da una ricchissima raggera, alle volte duplice o triplice, perché oltre alla traversa, alla cui altezza è applicata la figura del Crocifisso, quasi sempre si trova una raggera a forma di rosa, variamente raggiata, in ferro battuto che ne corona la sommità. Alle volte, oltre la figura scolpita in legno del Redentore, si trovano anche quelle della Madonna e di a. Giovanni Nepomuceno, di a. Giorgio a cavallo che uccide il drago,

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di s. Floriano che spegne il fuoco, di s. Isidoro nell'atto di guidare l'aratro, di s. Antonio con il Bambino Gesù, di s. Francesco che riceve le stimmate, della Madonna con il cuore trafitto dalle sette spade, di s. Casimiro re protettore della L. In questo statuaria lignea spicca, per l'efficace espressione di mestizia, il cosiddetto Repirtajelis, cioè il Cristo pensoso; neppure la grande arte può vantare di aver raggiunto tanta potenza espressiva. Coniuni tratti iconografici si riscontrano anche nella pittura popolare e nella incisione silografica, spesso a più colori, che è dato di incontrare nelle chiesette rurali o nei casolari lituani.

Quanto all'arte colta o individuale, le circostanze politiche ne permisero il rifiorire solo dopo la rivoluzione del 1906. Fra i pittori lituani d'allora primeggia l'arte potente e profonda di M. K. Ciurlionis, pittore e musicista, e le notevoli opere dovute al pittore ritrattista A. Varnas, al paesaggista A. Zimuidinavicius, ed agli scultori P. Rimša e J. Zikaras. Ad essi molti altri artisti si aggiunsero quando, rinata nel 1918 l'indipendenza statale, si pose mano alla fondazione dell'Associazione nazionale dell'arte e dell'Accademia delle arti, nonché della Galleria d'arte intitolata a M. K. Ciurlionis nella L. libera. La giovane generazione di artisti lituani, cresciuti nella patria indipendente, staccandosi dalla precedente di tendenza romantica ottocentista, seguì le varie nuove correnti contemporanee, senza tuttavia allontanarsi dalle tradizioni dell'arte nazionale. - Vedi tav. XCVIII.

BibL.: R. Dethlefsen, Bauernhäuser und Holzhirchen in Ostpreussen, Berlino 1911; A. Jarmavicius, Croix lithuaniennes, Vilna 1912; B. Ginet Pilsudski, Les croix lithuaniennes, in Les archives Suisses des traditions populaires, 20 (1916); N. Weber, Eine vargessene Kunsttadt, Wilna 1917; G. Salvatori, L'art rustique et populaire en Lithuania, Milano 1923; H. KsiriukstyteJocynieni, Padasislo, ein Barachhbater in Litauen, Kaunas 1928; A. Rukštelis, Lietuviu tautodarle (Arte popolare lituana), ivi 1929; P. Galsune, Lietuvos Liandies menas (Arte popolare lituana), ivi 1930; K. Jasenas, Studi sulla architettura e l'arte lituana del medioevo, rinascimento e barocco, in Zidino, ivi 1933 e 1935; N. Worobiow, M. K. Ciurlionis, der litauische Maler und Musiker, ivi 1938; J. Grinius, Wituious mono pauciuchii (I monumenti d'arte a Vilna), ivi 1938; J. Baltrušaitis, Lithuania folk art, Monaco 1948; Lithuanian art in exile, Monaco 1948.

LITURGIA. - Da λ δ ρ τ o v é ρ γ o v= publicum opus. Presso i Greci implica il concetto di un'opera pubblica, intrapresa, per il bene e nell'interesse di tutti i cittadini, da chi possiede un censo superiore a tre talenti; si provvedeva in tal modo alle feste pubbliche, ai giochi nazionali ecc. In seguito venne ristretto il significato ad opera pubblica sì, ma di culto agli dèi, e da allora non fu onere del cittadino ricco, ma del demanio pubblico (cf. Aristotele: Politica, VII, 9).

Sommario: I. La l. nelle religioni non cristiane. - II. Nella religione cattolica. - III. Origine e divisione. - IV. Movimento liturgico. - V. Scrittori di I. - VI. La l. come scienza teologica. - VII. La l. come fonte dogmatica. - VIII. L. e pietà.

1. La l. nelle religioni non cristiane. - Tutte le religioni hanno una 1 . cioè una norma sulla quale si modella l'azione sacra. Due sono gli elementi indispensabili di ogni L: l'azione e la parola. L'azione, che negli aggruppamenti primitivi occupa il luogo principale, esprime con il gesto e i movimenti vari della persona (danza, mimica, ecc.) ciò che intende conseguire; la parola vi è ridotta al minimo necessario o per spiegare e provocare l'effetto da parte di chi dirige l'azione o per approvare con un grido o formola l'adesione del gruppo che assiste al rito. La parola tende ad assumere nella 1. delle civiltà più evolute uno sviluppo e un'altezza morale sempre maggiore (v. preghiera) e da semplice formula imperativa, o da richiesta di benefici secondo la formula do ut des, finisce per diventare aspirazione del cuore, specialmente nella preghiera privata. Nella 1., dato il suo carattere pubblico,
la parola non è mai separata dall'azione perché ogni L è un dramma, che si riporta a un momento storico o a un'aspirazione collettiva del gruppo e che o è attinta al deposito della tradizione orale del gruppo stesso o è codificata nei suoi libri sacri. In tutte le l. organizzate l'associazione della parola all'azione mediante formole di ascenso (amen, così sia, alleluia; cantici, inni, salmi, danza) è costante, ed è anzi essenziale nel momento culminante dell'azione sacra.

Anche il silenzio fa parte della 1. e viene imposto con apposite formole (p. es., presso i Romani favete linguis, parciro linguum) non solo per evitare che l'azione sacra sia turbata da rumori profani, ma anche perché il silenzio favorisce il raccoglimento dello spirito e fa sperimentare la presenza attiva della divinità, come l'oscurità del santuario aiuta la concentrazione dell'anima in Dio. A questa invita l'esortazione del sacerdote cattolico all'inizio del Prefazio: "Sursum corda!".

La 1. in tutti i gruppi umani che hanno sedi di culto fisse e organizzate è duplice: giornaliera per il servizio quotidiano del tempio e la particolare pietà dei devoti; e periodica a seconda dei vari tempi dell'anno, in coincidenza con il ritmo delle stagioni, con il ricorrere di avvenimenti storici che hanno interessato la vita del gruppo, o di commemorazione delle vicende mitiche o storiche della divinità patrona del gruppo stesso. Così nell'Egito si commemora la morte di Osiride e il rinvenimento del suo corpo (Inventio Osiridis); il rituale metroaco ricorda la morte (Sanguew) e la risurrezione di Attis (Diluria), il calendario religioso cristiano è essenzialmente dedicato a ricordare la vita del Redentore dall'Avvento, Natale, Epifania, Morte e Risurrezione fino all'Assensione. La periodicità delle celebrazioni liturgiche serve a rinnovare il senso dell'unità sociale ricordando le idee e i fatti che hanno presieduto alla costituzione del gruppo stesso e a consolidarne a tal guisa la compagine. Senza questo richiamo periodico attuato dalla 1. la coesione del gruppo si disperderebbe in manifestazioni singole spesso stegolate.

Bibl.: Per le religioni non cristiane in generale v. culto. Nicola Turchi
II. Nella religione cattolica. - Nell'accezione di culto prestato alla divinità il vocabolo l. venne introdotto anche nella Bibbia dai Settanta, per indicare, quindi, l'ufficio sacro dei sacerdoti e dei leviti nel Tempio; così lo usarono pure gli scrittori del Nuovo Testamento (Lc. 1, 23 a proposito di Zaccaria), anche per designare gli atti di Gesù sacerdote eterno (Hebr. 8, 2); espressioni analoghe sono nella Didachè ( 15,1 ) e in Clemente Romano (ai Corinti, 44, 2). Più tardi significò soltanto l'atto di culto per eccellenza, la Messa (forse in rispondenza ad Act. 13, 2), come è attestato nei Concilî di Ancira (314), Antiochia (314), Laodicea (375), nelle Costituzioni apostoliche, dai Padri e dai testi sacri greci.

Il sostantivo ed il verbo greco vennero tradotti nella Bibbia latino con "ministrare, ministerium, officium" (Lc. 1, 23; Act. 13, 2; Hebr. 8, 2 e 6) che, con l'aggiunta degli aggettivi "divinum, ecclesiasticum", servirono pure agli scrittori del medioevo. L'erudizione classica del sec. xvir volse il termine greco nel latino «l. a dandogli l'ufficio di indicare le forme storiche di un rito (così il Mabillon con l'opera De l. gallicana; il Muratori con L. romana vetus, ecc.) come pure il complesso vivente dei riti. Quando però se ne volle maggiormente precisare il significato ebbero inizio le discussioni. Esteti e rubricisti la dissero "il complesso dei riti e delle prescrizioni che formano il cerimoniale del culto cristiano", esponendo la l. a diventare soltanto ritualismo esteriore; tentativi quindi per affermare il suo essenziale elemento spirituale furono le definizioni: "cultus publicus ab Ecclesia quoad exercitium ordinatus" (Callessert), ovvero "il complesso delle preghiere pubbliche e delle pratiche di culto ordinato da Gesù Cristo e dalla Chiesa" (Eisenhofer) ed altre simili (cf. J. Hanssens : La définition de la liturgie, in Gregorianum, 10 [1929], pp. 204-28) tutte, forse,

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ispirate dal can. 1257 del CIC. La migliore definizione è di M. Righetti: «è il culto della Chiesa» (Storia liturgica, 1, Milano 1945, p. 6 sg.). Oggi le discussioni appaiono chiuse dall'encicL Medintor Dei, del 20 nov. 1947: "L. è il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra»; in altre parole "è il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre come capo della Chiesa ed è il culto che la società dei fedeli rende al Capo e, per mezzo di lui, all'Eterno Padre». Questa definizione contempla il "fatto", che, per sé, non esclude il "modo" con il quale la l. è realizzata: esso però viene indicato meglio con il vocabolo rito. Per questo motivo una sola è la l. cristiana, mentre i riti possono essere molti. Ne deriva ancora che l. è sinonimo di culto cristiano, unico ed immutabile ceppo, dal quale nascono i riti, vari secondo i tempi, i luoghi, le persone; essi rappresentano un par