volume-07

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sso però viene indicato meglio con il vocabolo rito. Per questo motivo una sola è la l. cristiana, mentre i riti possono essere molti. Ne deriva ancora che l. è sinonimo di culto cristiano, unico ed immutabile ceppo, dal quale nascono i riti, vari secondo i tempi, i luoghi, le persone; essi rappresentano un particolar modo di sentire e coltivare la virtù della religione. Ciascun rito ha una propria testimonianza nei libri liturgici che raccolgono le preghiere, brani della Bibbia e i canti per la Messa (lezionario, epistolario, evangeliario, antifonario, sacramentario, Messale), per l'ufficiatura (Bibbia, omiliario, passionario, martirologio, innario, collettorio, salterio, antifonario, responsoriale), per i Sacramenti e sacramentali (rituale) ed anche le regole (rubriche) per l'ordinamento delle cerimonie (s ordio -, cctimoniale).

Lo studio di queste testimonianze dirette, assieme a quelle ricavabili dai più svariati monumenti della tradizione cristiana, e la comparazione dei diversi riti, possono rivelare l'origine di ciascuno ed il raggrupparsi di essi, cosi da costituire un albero genealogico, sempre vivo e lussureggiante, anche se, dopo il Concilio di Trento, non appare possibile la crescita di nuovi rami. Allo stato presente degli studi i riti possono dapprima distinguersi nei due gruppi fondamentali d'Oriente e d'Occidente, ciascuno con numerose derivazioni, facendo capo a Chiese particolarmente importanti nei primi secoli cristiani.
III. Origine e divisione. - Oriente ed Occidente hanno in comune la storia delle origini della l. e del suo sviluppo sino all'anno 313. Essa è la storia del culto cristiano (v.) con la nascita ed il primo sviluppo di quegli elementi locali che, dal sec. Iv, riveleranno l'esistenza dei diversi riti.
I. Oriente. - Si possono distinguere tre periodi : a) secc. IV-V. - L'organizzazione della Chiesa fa prevalere alcuni centri i quali, per l'importanza acquistata, provocano due effetti contrari: quello di far scomparire le particolarità liturgiche di piccole Chiese, vissute, a causa delle persecuzioni, in forzata autonomia liturgica, e quello di ordinare meglio la propria l, che da sé, è in forza di canoni conciliari e sinodali, s'impone alle piccole Chiese vicine. Ne è prova il fatto che avendo il Concilio Calcedonense del 451 stabilito i quattro patriarcati di Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, Costantinopoli, essi divennero quattro centri liturgici, gli ultimi più importanti e di maggior influenza anche nei secoli successivi pure
in Occidente, l'uno perché meta di continui pellegrinaggi, l'altro perché capitale dell'Impero, dove facilmente si conveniva per gli affari politici. b) secc. VIVII. - Sono costituiti ormai i riti bizantino, armeno, siro, copto, i quali avranno la storia di ogni rito sotto l'influenza della civiltà che si evolve, ma rimarranno sempre vivi. c) Le prime stampe (sec. xvı) dei libri liturgici orientali fissano di ogni rito l'« ordo» con vantaggio sui manoscritti dalle molte varianti.
2. Occidente. -
L'origine e la storia dei riti occidentali s'impernia su quella del rito romano, anche se ancora si discute quanti furono i centri liturgici nei secc. it-iv, se due, Roma e Milano, o soltanto Roma. Oggi, anche se qualche Chiesa, o Ordine religioso, conserva piccole particolarità liturgiche, tutti i paesi di civiltà occidentale, ed altri passati dal sec. svI al cristianesimo, seguono il rito romano, ad eccezione di Mi-
lano e di una regione circostante ove vive il rito ambrosiano. Grande importanza storica ebbero il rito gallicano, celtico, mozarabico. L'Africa settentrionale ebbe la 1. di Roma. L'ultimo colpo contro i riti particolari fu dato da Pio V il quale concesse vita soltanto ai riti che dimostrassero di essere vitali da almeno 200 anni.

Quanto allo sviluppo storico, comunque siasi svolta la 1. dei singoli paesi occidentali, si possono stabilire le linee generali di un comune sviluppo: 1) Sino al 313. Anche per l'Occidente vale la storia del culto cristiano nelle stesso periodo. Mentre però in passato si pensava ad un'influenza degli scritti neotestamentari e dell'età apostolica nella formazione dei testi liturgici, oggi si tende piuttosto a vedere in quelli i primi documenti di una 1. sicuramente vissuta. 2) Secc. IV-V. - Fatto ricco di conseguenze, con distacco dall'Oriente, fu l'introduzione del latino come lingua liturgica (v.); il sec. v è ritenuto l'età comune per la redazione ufficiale dei libri liturgici, quali, nelle linee essenziali, sono giunti a noi, essendosi composto, nelle parti principali, l'anno liturgico (v.), stabilita la disciplina sacramentale, ordinata la preghiera pubblica. Grande risonanza ebbe l'opera di papa Leone I e soprattutto di Gelasio 1. 3) Secc. VI-prima metà sec. VIII. - Le notizie variano come numero, entità, importanza, secondo i paesi. Sono da tener presenti l'opera grandiosa di Gregorio I e per l'Italia gli eventi provocati dalla dominazione bizantina e longobarda, come, forse per tutto l'Occidente, l'influsso delle correnti gecosiriache, profughe dalle loro terre, la cui importanza è indicata dai papi greci di questo periodo. 4) Seconda metà del sec. VIII-sec. XII. - Dominano l'influenza franca e la rinascita carolingia. La l. tende maggiormente ad aggiungere all'edificio spiccatamente teologico dei secoli anteriori, una nota umanistica con l'affermarsi di feste ricordanti episodi della vita di Gesù Cristo e della Madonna, l'aggiunta del significato simbolico dei riti, un accarezzare maggiormente le necessità dell'uomo in cammino verso il cielo. La restaurazione della disciplina ecclesiastica operata da Gregorio VII mirò pure all'unità

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liturgica. 5) Secc. XIII-XIV. - Si accentua la decadenza per il prevalere maggiore delle devozioni che ottengono posto sempre più largo nella 1., per il moltiplicarsi delle feste, dei testi, e del voler assegnare ad ogni gesto un significato spirituale, indicato da una formola accompagnatoria. 6) Del Concilio di Trento. - La necessità di difendere il dogma ed una preoccupazione disciplinare provocarono un irrigidimento sulle posizioni raggiunte, liberate però da sovrastrutture e meglio adottate alle nuove condizioni della cristianità. Vennero curate edizioni ufficiali dei libri liturgici (il Bressorio nel 1568, il Messale nel 1570, il Martirologio nel 1584, il Pontificale romano nel 1596, il Cerimoniale dei vescovi nel 1600 , il Rituale nel 1614 , l'Ottavario romano nel 1623), che, salvo piccole particolarità ed aggiunte di feste, sono gli stessi usati oggi. L'istruzione per opera di Sisto V nel 1588 della Congregazione dei Riti toglieva ai vescovi ogni possibilità d'innovazioni. Il can. 1257 del CIC ha confermato tale disciplina. 7) Secc. XIX-XX. - Come frutto degli studi condotti secondo la più moderna critica testuale e storica si nota la tendenza ad una purificazione dei testi dalle corruzioni secolari e ad una ricostruzione della 1. dalle linee severe, dogmatiche, nella quale domini il ciclo cristologico sul Santorale. Il lavoro è controllato dalla suprema autorità della Chiesa la quale tende ad armonizzarlo con le richieste, talvolta fortemente innovatrici, del «movimento liturgico».
IV. Movimento liturgico. - Trae le origini in Francia dalla reazione al Terrore rivoluzionario: Chateaubriand (v.) nel Géme du christianisme celebra le bellezze del culto e della I.; l'abate Guéranger (v.) trae dall'anima benedettina, sempre squisitamente liturgica in omaggio alla "Regola", insegnamenti ed energie per ricondurre il culto agli splendori che, come effetto da causa, sgorgano dalla disciplina unificatrice, dalla penetrazione spirituale d'ogni parte, dal ritorno d'ogni rito alla purezza nella quale fu costituito. Gregorio XVI, il 1° sett. 1837, erigendo in Congregazione benedettina la comunità di Solesmes, benediceva ed approvava gli in tenti del Guéranger, assegnando ai monaci fra gli altri scopi quello di «far rivivere le sane tradizioni del diritto canonico e quelle ormai in decadenza della sacra 1.». Gli scritti e l'opera del Guéranger davano immediata solidità al movimento liturgico che trovava echi precisi nelle anime affini: in Germania ad opera dell'abbazia benedettina di Beuron, alla quale appartengono dom Bäumer (v.) e dom Schott (v.) che divulgò Messale e Vesperale fra il popolo, dove iniziò pure un movimento per la restaurazione dell'arte sacra; in Inghilterra per merito del card. Newman (v.) al quale appartiene la proposizione: "chi ignora la l., comprende solo a metà la grandezza della religione cattolica»; in Belgio (centro l'abbazia di Maredsous) con opere divulgative per merito di dom Van Caloen e scientifiche per lo studio di dom G. Morin (v.) con la Revue bénédictine ( 1887 sgg .); in Italia ad opera principalmente di d. G. Amelli, fondatore dell'Associazione di S. Cecilia per la musica sacra, mentre a Solesmes si preparava la restaurazione del canto gregoriano; grande influsso della rivista Rassegna gregoriana (1902-14).

Il movimento liturgico aveva percorso il primo tratto di strada, benedetto ma non ancora organizzato direttamente dalla suprema autorità. Il primo inizio della seconda fase è dato dal motu proprio: "Tra le sollecitudini" ( 22 nov. 1903) di Pio X, nel quale, se è vero che l'argomento centrale è il canto gregoriano e la musica sacra, ripetutamente è detto che la loro restaurazione dipende da un rinnovato spirito liturgico. Da allora il movimento liturgico ebbe tre scopi, non ugualmente perseguiti ovunque: 1) partecipazione attiva dei fedeli; 2) ritorno all'arte sacra della Chiesa (musica, ornato, suppellettile ecc.); 3) studio scientifico di tutta la I.

La migliore organizzazione ed il principale sviluppo si ebbero ancora nel Belgio (1909) con centri attivissimi Maredsous, Mont-César, Malines, St-André-lez-Bruges, ecc., dove si tennero congressi e parecchie settimane liturgiche di cui vennero pubblicati gli atti : ottimo apporto fu recato dalla rivista Questions liturgiques (1910
sgg.); ad Anversa nel 1930 si tenne il primo congresso liturgico internazionale; nella Germania (1914), con centro l'abbazia di Maria Laach, la cui opera tende soprattutto a svelare le profondità del contenuto teologico della l., parallelamente ad un'azione scientifica fra le più severe con basi in ogni disciplina ecclesiastica e profana e con spiccata simpatia per la Chiesa orientale; in Austria (1919 ca.) con centro Klosterneuburg ed animatore fervido il prof. Pio Fursch, autore di parecchie pubblicazioni di valore, sempre a carattere popolare, e di cui alcune tradotte in italiano; nel Portogallo dal 1921; negli Stati Uniti d'America, dal 1940, con centro Chicago, si ebbero settimane liturgiche annuali con pubblicazione degli atti; pure in altri paesi d'America il movimento liturgico è in azione come è dimostrato dalle riviste ecclesiastiche contenenti studi e commenti sulla I.; pure dal 1940 in Francia, con centro Parigi, ebbe inizio il "Centro di pastorale liturgica" (pubblica dal 1945 la rivista La Maison Dieu) con influsso in tutti i paesi latini. In Italia il movimento liturgico, dopo il 1903, ha dapprima un aspetto scientifico nel quale si fecero grande onore il card. G. Mercati, F. Magani, A. M. Ceriani, A. Ratti (Pio XI), M. Magistretti, gli studiosi «gretti» di Grottiferrata e, con carattere divulgativo, p. G. Semeria. Ben presto però si iniziò la seconda fase, quando la ricerca storica divenne la base alla scienza della vita spirituale, combattendo gli abusi introdottisi nei secoli precedenti, ponendo equilibrio fra 1. e devozioni. Nel 1914 sorse, a cura dei Benedettini di Ptaglia e Finalpia, la Rivista liturgica, che si propose un programma di soda divulgazione liturgica. Nel 1913 a Milano nacque Arte cristiana, divenuta poi organo della Scuola superiore d'arte sacra B. Angelico, nella quale la i. è ispiratrice. Impulso particolare e formativo anche per il clero ebbe il Liber Sacramentorum (1919-28) del card. I. Schuster. Nel frattempo (1923) a Vicenza nasceva il Bollettino liturgico, diretto ai fedeli; a Roma la nuova serie (dal 1927) della rivista a carattere internazionale, Ephemerides liturgicus, oggi la migliore e la più completa del genere, la cui direzione è centro di attività e propaganda; a Torino visse per brevi anni la rivista L. interrotta dalla seconda guerra mondiale; a Milano dal 1931 l'Opera della regalità di Cristo presso l'Università Cattolica diffonde opuscoli per il popolo; Ambrosius (1925) tratta largamente del rito ambrosiano (l'aspetto scientifico, in forma più ampia, dal 1949, è svolto nei volumi dell'Archivie ambrosiane); promuove pure il movimento per i chierichetti e piccoli cantori (il contro organizzatore, con la rivista Il chierichetto, per il rito romano è a Parma) ed è dal 1946 organo dell'Associazione dei SS. Ambrogio e Cecilia. A Genova l'Apostolato liturgico, fondato da mons. Maglia, organizzò nel 1934 il primo congresso nazionale che auspico un «Centro di azione liturgica " per l'Italia, le cui fondamonta, però, poterano essere costituite soltanto nel 1949 in un convegno nazionale tenuto a Parma.

Durante e subito dopo la seconda guerra mondiale il movimento liturgico preoccupò la S. Sede perché alcuni apparivano troppo avidi di novità e si allontanavano dalla via della tradizione e dalla prudenza. Pio XII vi provvide con l'encicl. Mediator Dei.
V. Scrittori in l. - Nel significato più ampio dell'espressione possono dirsi tali alcuni Padri della Chiesa ed altri scrittori. Ma per la mancanza dei testi liturgici che essi commentano, i loro scritti sono da annoverarsi fra le fonti. Queste sono costituite dalle più piccole e grandi testimonianze liturgiche sparse negli scrittori po. gani e cristiani dei primi secoli, nei concili, nei sinodi; ottimo materiale è dato dall'archeologia, epigrafia, storia della musica e infine dai libri liturgici delle redazioni più antiche alle moderne. Gli scrittori propriamente detti appartengono a tre periodi:
r. Secc. VIII-XV. - Iniziano i carolingi Alcuino, Amalario, Agobardo, Floro di Lione, Valfrido Strabone, Rabano Mauro: in essi c'è un tentativo di critica e si affaccia il simbolismo come mezzo di sostegno a cerimonie non più comprese o scadute dalla loro efficacia

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# LITOGRAFIA 

Tav. XCVII
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(per cortesia del sig. J. Macevicies) In alto a sinistra: IL PALAZZO COMUNALE DI KAUNAS. In alto a destra: CHIESA DI SIAULIAI. In basso a sinistra: CASA COLONICA ALL' OMBRA DI UNA GRANDE CROCE. In basso a destra: AB. SIDE DELLA CHIESA DI ZARENAI.

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primitiva per il mutarsi della vita cristiana. Seguono gli allegoristi, cosiddetti per la ricerca minuta e spesso esagerata del senso mistico-simbolico delle cose liturgiche: Odelferta di Milano (m. nell'814), Bernone di Reichensis, s. Pier Damiani (m. nel 1057), Bonizone di Piacenza (m. nel 1089); Giovanni d'Avranches (m. nel 1079), Bernoldo di Costanza (m. nel 1100), Odone di Cambrai (m. nel 1131), Irene di Chartres (m. ca. nel 1117), Brunone di Segni (m. nel 1123), Ruperto di Deux (m. nel 1135), Ugone di S. Vittore (m. nel 1141), Onorio d'Autun (m. 10. nel 1145), Beroldo di Milano (sec. xII), Giovanni Beleth di Parigi (m. dopo il 1165), Sicardo di Cremona (m. nel 1215), Innocenzo III (m. nel 1261), Guglielmo Durando (m. nel 1296), Radullo de Rivo (m. nel 1405). Tutti questi vengono talvolta considerati piuttosto fonti secondarie perché con le loro descrizioni e commenti completano il quadro donato dai libri liturgici.
2. Secc. XVI-XVIII. - Come reazione alla pseudoriforma prendono grande importanza gli studi di teologia positiva, storici, archeologici, biblici, ecc. Per questo è bene vedere nel sec. xvi la nascita della scienza liturgica, i cui sostenitori sono preoccupati di scrutare le fonti, di pubblicare i testi più antichi, di metterli a raffronto, di darne commenti secondo una critica che lungo quattro secoli va sempre perfezionandosi. I più importanti sono: Giovanni Dolenzack detto Cocleo (m. nel 1552), Giacomo Pamclio (m. nel 1587), Melchiorre Hittorp (m. nel 1584), Onofrio Panvino (m. nel 1568), Angelo Rocca (m. nel 1620). Impurtantissime per le 1. greche ed orientali le pubblicazioni di Giacomo Goar (m. nel 1653), Leone Allecci (m. nel 1669), Eusebio Rensucht (m. nel 1720), Angelo Quirino (m. nel 1755), Giuseppe Luigi Assemani (m. nel 1728), Giuseppe Simone Assemani (m. nel 1768). Mentre per le 1. occidentali pubblicarono testi importanti Ugo Ménard (m. nel 1644), Giovanni Mabillon (m. nel 1707), Edmondo Martène (m. nel 1739), Giuseppe Bianchini (m. nel 1764), Giuseppe Maria Tommaso (m. nel 1713), Lodovico Antonio Muratori (m. nel 1750), Alessandro Lesley (m. nel 1758), Domenico Giorgi (m. nel 1764), Martino Gerbert (m. nel 1793). Commentatori seri furono, fra gli altri: G. Visconti (m. nel 1633), G. Gavanti (m. nel 1638), G. Morin (m. nel 1659), G. Bona (m. nel 1674), L. Thomassin (m. nel 1695), P. Lebrun (m. nel 1729), G. Grancolas (m. nel 1732), Benedetto XIV (m. nel 1753), G. Catalani (m. nel 1755), C. Chardon (m. nel 1757), C. Trombelli (m. nel 1778), A. Zaccaria (m. nel 1795).
3. Secc. XIX-XX. - E impossibile dare un elenco completo: vengono nominati quelli soltanto che con le loro opere trattano i più svariati temi, ponendo le basi sulle quali moltissimi poi continuarono la costruzione e furono efficacemente stimolati a studiare la 1. In Francia e Belgio: dom P. Guéranger (m. nel 1875), L. Duchesne (m. nel 1922), U. Chevalier (m. nel 1923), P. De Punict (m. nel 1938), F. Cabrol (m. nel 1932), H. Leclercq (m. nel 1947), P. Batiffol (m. nel 1928), G. Morin (m. nel 1946), P. Cagin (m. nel 1923), G. Corblet (m. nel 1886) C. Callewaert (m. nel 1943) A. Wilmart (m. nel 1946), R. Aigrain, A. Gastoué, H. Netzer, V. Leroquais, M. Andrieu, J. Hesbert, B. Capelle, J. Froger, B. Rotte, L. Brou, In Inghilterra: H. A. Wilson (m. nel 1927), C. Feltoe (m. nel 1926), E. Bishop (m. nel 1917), A. Fortescue (m. nel 1923), I. Mearna, I. Thurston, H. Connolly, F. E. Warren. In Germania: A. Ebner (m. nel 1898), G. Dreves (m. nel 1909), F. Probst (m. nel 1899), S. Bäumer (m. nel 1894), A. Keflner, A. Baumstark (m. nel 1948), A. Schönfelder, J. Brinktrine, K. Mohlberg, A. Döld, F. X. Funk (m. nel 1907), L. Fischer, B. Albers, P. Wagner, A. Franz, N. Nibin, L. Eisenhofer (m. nel 1945), J. Dölger (m. nel 1940), T. Klauser, P. Browe, M. Hanssens, F. Oppenheim (m. nel 1949), O. Heiming, O. Casel (m. nel 1948). In Spagna-Portogallo: A. Coelho (m. nel 1938), G. Suñol (m. nel 1946), Gr. Madinez de Antonana, Juan B. Fereres. In Italia: L. Barbieri, P. Silva-Tarouca, Pio Alfonso (m. nel 1946), A. Paredi, P. Borella, A. Roberti, G. Destefani, L. Barin, M. Righetti.

BibL.: Fonti : Di carattere generale : F. Cabrol-H. Leclercq, Monumenta Ecclesiae Liturgica, I: Relliquiae liturgicae vetuntissimae, Parigi 1900-1902. Per argomenti particolari cf. bibl. alle singole voci. Guida sicura sono: C. Callewaert, Liturgicae institutiones: De sacra l. universim, Bruges 1933; V. Thalhofer-L. Eisenhofer, Handbook der laufentlichen Liturgik, Friburgo in Br. 1941: P. Alfonso, I riti della Chiesa, 3 voll., Roma 1945; M. Righetti, Storia liturgica, 3 voll., Milano 1942-49. Per lo studio delle 1. orientali e loro rapporto con le occidentali: A. E. Rahamani, Les liturgies orientales et occidentales étudiées séparément et comparée entre elles, Beyrouth 1929; A. Baumstark, Liturgie comparée, Chevetogne 1939; C. Gatti-C. Kordovskij, I riti e le Chiese orientali, Genova 1942; A. Raes, Introductio in liturgiam orientalem, Roma 1947. Molto utili alla comprensione della scienza liturgica sono: P. Guéranger, Institutiones liturgicae, 4 voll., Parigi 1878-85; F. Cabrol, Les origines liturgiques, ivi 1906; id., Le livre de la prière antique, ivi 1910; L. Duchesne, Origines du culte chrétien, ivi 1925; L. Encyclopedie populaire des connaissances liturgiques, a cura di R. Aigrain, ivi 1947. Possono pure servire le Institutiones syste-matico-listoricae in sacram liturgiam di Ph. Oppenheim, 8 voll., Torino 1937-47 (rimasta incompleta).

Per i singoli argomenti cf. DACL, prendendo con cautela gli articoli firmati H. Leclercq, studioso di indubbio valore, ma divenuto, da circa metà dell'opera, quasi unico autore del dizionario. Ottimi articoli si trovano pure nel DThC.

E sempre necessaria la consultazione di opere bibliografiche : a) per il passato cf. principalmente: F. Cabrol, Introduction aux études liturgiques, Parigi 1907; K. Mohlberg, Ziele und Aufgaben der liturgiegeschichtlichen Forschung, Münster 1919. b) Dal 1921 in avanti guide estime sono: i) Jahrbuch für Liturgiewissenschaft edito dal centro liturgico di Maria Laach (Germania). iI) La bibliografia in appendice alla rivista Ephemerides liturgicae curata in modo particolarissimo dal 1946. Per il rito ambrosiano, in aggiunta a quella riportata alla v. ambrosiana, liturgia, cf. il II vol. di Archivio Ambrosiano, Milano 1950, con bibl. dal sec. xix al 1949. Per il «movimento liturgico»: G. Zunini, Le conquiste del p. Pio Parseh, in Ambrosius, 5 (1929), pp. 26-32; A. Hammenstede, Principi e scopi del movimento liturgico promosso dall'abbazia di Maria Laach, ibid., pp. 104-12; O. Rousseau, Il movimento liturgico in Belgio, ibid., pp. 173-80; C. J. Grimhcaw, Il valore della rinascita liturgica in Inghilterra, ibid., pp. 258-69; A. Ferreira, Il movimento liturgico nel Portogallo, ibid., 6 (1930), pp. 192-95; A. Bernareggi, Il movimento liturgico in Italia, ibid., pp. 162-74; M. G. Tissot, Movimento liturgico in Francia, ibid., 7 (1931), pp. 241-46; L. Andrianopoli, La rinascita liturgica contemporanea, Milano 1934; O. Rousseau, Histoire du mouvement liturgique... depuis le début du XIX e siècle jusqu'au pontificat de Pie X, Parigi 1945; R. Forret, Le mouvement liturgique fondé d Paris, in Ephemerides liturgicae, 59 (1946), pp. 151168; E. Fei, Il movimento liturgico negli Stati Uniti, ibid., 60 (1947), pp. 100-106. Riviste pubblicate oggi: Ambrosius (Milano dal 1925); Ephemerides liturgicae (Roma dal 1887); Les questions liturgiques et paroissiales (Lovanto dal 1912); L. (Silos dal 1948); L. (Singevenga dal 1947); Liturge (Birmingham dal 1929); Maison-Dieu (Parigi dal 1945); Paroisse et Liturgie (Bruges dal 1948); Rivista liturgica argentina (Buenos Aires dal 1936); Rivista Liturgica (Tinalpia dal 1914); Sacris erudiri (Bruges dal 1948). Opere isocitico-liturgiche. Cours et conférences des semaines liturgiques, 1913-35, pubblicate dai Benedettini di Lovanio; G. Morin, L'ideale monastico e la vita della società cristiana nel primi secoli, trad. it., Sorrento 1927; R. Guardini, Le spirite della 1., trad. it., Brescia 1935; M. Zundel, Il poema della sacra I., trad. it., Roma 1939.

Enrico Cattaneo
VI. La l. come scienza teologica. - Il can. 1363, a, enumera anche la «l.» fra le materie di insegnamento nei seminari maggiori, indicando quella parte che considera e tratta scientificamente tutto cio che riguarda il culto divino (oggetto), sotto i suoi vari aspetti: essenza, storia, parti, esecuzione (quest'ultima parte si chiama più specificatamente rubricistica). Una divisione soddisfacente della 1. come scienza teologica non è stata ancora trovata; in genere si tratta nella 1. generale o fondamentale, dell'essenza del culto, della sua storia generale, dei suoi elementi constitutivi, dei tempi e luoghi sacri; e in parte speciale dei vari modi sotto i quali si prende la 1.: sacrificio (Messa), preghiera (Ufficio divino), Sacramenti, sacramentali (benedizioni). Ogni singola parte può essere studiata e presentata sotto il punto di vista puramente storico-evolutivo, sotto quello del contenuto e significato, e finalmente sotto quello dell'esecuzione concreta e pratica (rubricistica). Da notare però che nell'insegnamento della 1. nei seminari, trattandosi della formazione completa e organica del giovane aspirante, una netta divisione di questi vari punti di vista non è

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necessaria né desiderabile, perché lo scopo di questo insegnamento deve consistere nella formazione del giovane chierico alla vita liturgica, in e con la Chiesa, nei riguardi della propria persona e di tutto il popolo cristiano. Cio suppone una buona conoscenza della storia liturgica, ma molto più quella della sua interna grandezza e del suo valore pastorale-educativo, dato che l'attività sacerdotale si svolge, nella sua parte essenziale, appunto attraverso la 1. che unisce clero e popolo nel comune dovere del culto dovuto a Dio (v. sotto: L. come fonte di pietà). Pertanto anche la encicl. Mediator Dei, 20 nov. 1947 (AAS, 39 [1947], p. 591 sgg.) ricorda la necessità della formazione liturgica solida e completa del clero. In ultima analisi, anche gli studi liturgici di pura investigazione storica raggiungono il loro scopo più proficuo in quanto servono al servisio ed alla conoscenza della 1. vivente, attuale.

Quanto poi all'origine e allo sviluppo, la 1. come disciplina teologica propria si staccò dalla teologia soltanto durante il secolo passato, quantunque in antecedenza studi e trattati liturgici non mancassero. Il merito di questa evoluzione spetta soprattutto a Prosper Guéranger in Francia (v.), allo Schmidt e al Lüft in Germania (Fr. X. Schmidt, Liturgik der christi. Religion, Passavia 1832; J. B. Lüft, Liturgik, 2 voll., Magonza 1844-47). Con la Katholische Liturgik di J. Fluck (2 voll., Ratisbona 1853-55) si può considerare la 1. come disciplina teologica a parte. Però alcuni fra i più accreditati autori di teologia pastorale in Germania preferiscono ancora fare della 1. parte integrale della teologia pastorale (vedi le grandi opere di Amberger, Benger, Schüch), con una trattazione storicamente certo meno accutata, ma fornita di solida dottrina pastorale, ancor'oggi utilissima. D'allora in poi le introduzioni generali e le opere particolari, soprattutto di indole storico-liturgica, si moltiplicano immensamente (cf., ad es., Ph. Oppenheim, Introductio historica in litteras liturgicas, 2ᵃ ed., Torino 1945).

VII. La l. come fonte dogmatica. - Il valore probativo della 1. come fonte dogmatica si riassume nel noto assioma Lex orandi, lex credendi. Esso deriva da un passo di s. Prospero d'Aquitania, nel suo De gratia Dei indiculus, scritto fra gli anni 435 e 442, e che passò in seguito sotto il nome e l'autorità di papa Celestino I (Capitula Caelestini): "Obsecutionum quoque sacerdotalium Sacramenta respiciamus, quae ab Apostolia tradita, in toto mundo atque in omni Ecclesia catholica uniformiter celebrantur, ut legem credendi lex statuat supplicandi" (PL 50, 535; Enchiridion symbolorum, 26ᵃ ed., Friburgo in Br. 1947, n. 139; cf. E. Portalié, in DThC, II, 2052). Identica deduzione, ma in forma più generale, fa contemporaneamente anche s. Vincenzo di Lirino, nel suo Commentarium (ca. 434), in un altro celebre passo: «In ipsa item catholica Ecclesia magnopere curandum est, ut id teneamus, quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est. Hoc est etenim vere proprieque catholicum, quod ipsa vis nominis ratioque declarat, quae omnia fere universaliter comprehendit. Sed hoc ita demum fiet, si sequamur universitatem, antiquitatem, consensio. nem" (PL 50, 640; Enchiridion patristicum, 14ᵃ ed., Friburgo in Br. 1947, n. 2168). I due autori antichi, dunque, seguendo del resto idee già espresse da s. Agostino e s. Cipriano, stabiliscono come criterio per la verità e autenticità dei dogmi cattolici l'unanime consenso della Chiesa, basato sulla tradizione apostolica, e s. Prospero, nel passo citato, riconosce appunto nella 1. questa attestazione universale e tradizionale della Chiesa, che in sé stessa porta la garanzia dell'autenticità della fede. La l., in altri termini, non avrebbe potuto formulare le sue preghiere e celebrare i suoi misteri, se non fosse esistita precedentemente nella stessa Chiesa universale la fede
nelle medesime verità e misteri. Non è quindi la 1. che crea la fede, o il dogma, ma viceversa dalla fede o dal dogma particolare scaturisce la celebrazione liturgica di quel tale mistero e con quelle determinate formule. Questo è il senso vero dell'assioma: "Lex orandi, lex credendi " derivato dal passo di s. Prospero (cf. L. Federer, Liturgie und Glaube [= Paradosis, n. 4], Friburgo in Sv. 1950).

Questa stessa interpretazione è stata data in forma ufficiale da Pio XII, nell'encicl. Mediator Dei, 20 nov. 1947 (AAS, 39 [1947], pp. 521-600), là dove descrive gli sviluppi della 1 . in seguito al sorgere di nuove devozioni nella Chiesa, esemplificando la sua esposizione col fatto che anche Pio IX, quando definì la Concezione Immacolata di Maria, incluse nella documentazione l'argomento liturgico (ibid., pp. 540541); del resto, lo stesso Pio XII, nella bolla dogmatica Munificentissimus Deus, si servì, fra l'altro, dello stesso argomento liturgico in rapporto all'Assunzione di Maria in cielo, delimitando la sua reale portata in questi precisi termini: «Ecclesiae liturgia catholicam non gignit fidem, sed eam potius consequitur, ex eaque, ut ex arbore fructus, sacri cultus ritus proferuntur" (AAS, 42 [1950], p. 760).

La 1. quindi è l'adeguata espressione della fede della Chiesa, perché riassume nei suoi termini e nei suoi misteri ciò che nella Chiesa, attraverso l'azione immanente dello Spirito Santo e sotto la guida del supremo magistero, viene espresso dai tesori del deposito della fede.
VIII. L. e pietà. - i. L. e Chiesa. - Il culto costituisce un elemento essenziale per la vita attiva della Chiesa. Quandi la pietà liturgica, in quanto consapevole ed effettiva celebrazione e partecipazione ai vari atti liturgici (Sacrificio, Sacramenti, predicazione, preghiera pubblica) è obbligatoria per tutti i cristiani, chierici e laici. La Chiesa nel culto, oltre che per la società dei battezzati, agisce e prega a nome di tutta l'umanità. La 1. non si limita ai soli atti liturgici, ma tende a porre il cristiano, in tutta la sua vita e attività anche profana, nella sua giusta posizione di creatura di fronte al suo Creatore. Informando cosi efficacemente la vita cristiana con lo spirito di Cristo, Sommo Sacerdote, la Chiesa anticipa in terra, in certo modo la perenne 1. celeste, e prepara l'uomo a parteciparvi raggiungendo cosi il supremo fine della creatura razionale. Il culto, e per conseguenza la vera pietà liturgica, essendo per natura sua collettiva e sociale, porta alla carità perfetta, che comprende, in un atto unico, Dio e prossimo. La l. ha un carattere apostolico, in quanto obbliga tutti i partecipanti ad intereasarsi attivamente, con preghiera e sacrificio, alla salvezza di tutti i redenti. Infatti i formolari liturgici, ad eccezione di pochi casi, parlano sempre in plurale ed esprimono intenzioni collettive. In una parola, la l. continua l'opera sacerdotale di Cristo nella sua universalità, attraverso i secoli e i popoli, perciò la solidarietà cristiana trova la sua più alta espressione nella 1., la quale unisce, nei suoi atti, tutti indistintamente nella loro unica condizione di membri di Cristo, senza riguardo alle loro condizioni sociali.
2. L. e pietà sacerdotale. - Il sacerdote cattolico è il «liturgo» per eccellenza, grazie alla sua partecipazione sacramentale al sacerdozio di Cristo, che prolunga la sua azione sacerdotale redentrice attraverso i secoli. Infatti, la vita e l'attività del sacerdote cattolico sono santificate dalla 1. Egli quindi, per grave obbligo di stato, è tenuto non solo a celebrare degnamente la l., secondo i riti esterni, ma soprattutto a compierla con profonda conoscenza della sua reale portata. Deve fare della sua pietà liturgica un vero strumento salvifico per sé e per tutta la famiglia cristiana nella Messa, Ufficio divino, amministrazione dei Sacramenti, predicazione ed istruzione del popolo. Cosi soltanto acquista il suo pieno valore la prescrizione canonica che impone nei seminari lo studio, non solo delle rubriche, ma soprattutto della

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1. nel suo significato sostanziale di scienza e di mezzo di santificazione. Da questa visione trae anche la sua più alta giustificazione il sano movimento liturgico, diretto specialmente al profitto dello stesso sacerdote. Una pietà liturgica sincera e coscienziosa salvaguarda infatti lo stesso sacerdote dal facile pericolo dell'abitudine, e conferisce alla sua attività sacerdotale la necessaria unzione soprannaturale.
2. L. e pietà privata. - La pietà liturgica rappresenta, per cosi dire, la pietà ufficiale della Chiesa; ma essa non dispensa affatto i singoli, compresi gli stessi sacerdoti, dalla pietà privata e individuale. La sola partecipazione alla 1 . non potrebbe rag. giungere il suo scopo e la sua efficacia, se non fosse proceduta dall'ascesi personale, senza la quale non si sradicano i vizi né si sviluppano le virtù cristiane. Meditazione e preghiera individuale sono infatti presupposti indispensabili per una pietà liturgica, penetrante e riformatrice; questa, a sua volta, perfezione, eleva e allarga la pietà privata, troppo spesso esposta al
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(da J. Becker, Textgeschichte Liutgrands von Cremona, Monaco 1868, taz. 1) Liutprando - Antapodosis - Metz, Biblioteca, cod. 142. f. 204 (sec. x).
pericolo di sterilizzarsi nel proprio angusto io. Per il sacerdote, quindi, come per i fedeli, il punto di partenza per una partecipazione o celebrazione fruttuosa della 1., rimane sempre la pietà personale, praticata attraverso i mezzi comuni della perfezione cristiana. Perciò pietà privata e 1. stanno in relazione di continuo vicendevole aiuto, si completano e si perfezionano, unendo l'azione personale a quella universale della Chiesa nella 1., mentre, d'altra parte, anche l'azione liturgica acquista maggiore merito e effetto in misura della santità personale propria del celebrante o del partecipante. Un'educazione liturgica fruttuosa, sia del clero come del popolo, deve iniziarsi e procedere sul fondamento di una sana e efficace educazione ascetica; la 1. potrà penetrare in profondo e pervadere tutta la vita cristiana, nelle sue molteplici attività, solo quando e in quanto il soggetto sarà preparato ad assolvere i suoi compiti di convinto e buon cristiano. Testimonianza persuasiva di ciò si ha nella pietà popolare, paraliturgica, tanto fiorente specialmente nel medioevo, che invase tutti i campi della vita con le sue pie usanze e tradizioni. Per garantire dunque l'efficacia della 1., occorre preparare sacerdoti e laici con la prassi quotidiana della vita cristiana.

Bibl.: 1. Articoli fondamentali di Enciclopedie: V. Thalhofer, Liturgik, in Wetter u. Weltes, Kirchenlexikon, 27 ed., VIII, coll. 27-49 (programmatico): Glaue (prot.), O. Casel (catt.), Liturgienissenschaft, in Die Religion in Geschichte u. Gegenwart, III, coll. 1689-91, 1691-93; G. Mensching, Liturgik (prot.), ibid., coll. 1693-94; id.-O. Casel, Liturgische Bewegung, ibid., coll. 1696-97, 1698-1701; F. Cabrol, Liturgie, in DThC, IX, I. Prllinimium, coll. 787-90; II. Originalité de la liturgie chrétienne, coll. 790-91; VIII. Le magistère de l'Eglise sur la liturgie, coll. 837-40.
2. Letteratura: A. Grea, La Sainte liturgie, Parigi 1909; M. Festugière, Qu'est-ce que la liturgie, sa définition, ses fins, sa mission, ivi 1914; L. Beouduin, La piéte de l'Eglise, Lovasio 1914; E. Cormel, La pietà liturgica, Torino 1920; G. Lefebvre, Liturgia. Ses principes fondamentaux, 4ᵉ ed., Abbaye de St.André 1929; Ph. Opperboim, Introdusio in scientiam liturgicum, Torino 1940; id., Principia theologiae liturgicae, ivi 1947; Th. Filthaut, Die Kontroverse über die Mysterienslehre, Warendorf 1947 (con ricca bibl.); Th. Regler, Liturgische Erneuerung in aller Welt, Maria Laach 1920. II Jahrbuch für Liturgienissenschaft, Ratisbona 1921-41, già diretto da O. Casel, è la rassegna biblio-
grafica e scientifica liturgica più icca e varia dei giorni nostri; dal 1920 il titolo del periodico è: Archiv für Liturgienissenschaft.
Giuseppe Löw

## LITURGIA GIUDAICA: v. GIUDAISMO.

LIUDGERO di Utrecht, santo, vescovo di Münster: v. ludgero, santo.

LIUTGARDA, santa: v. lutgarda, santa.
LIUTPRANDO. - Vescovo di Cremona, di famiglia longobarda, n. in Pavia, o nei dintorni, nei primi decenni del sec. x , m. tra il 971 e il 972 durante un viaggio a Costantinopoli. Il padre era stato persona di fiducia del re Ugo e inviato a Costantinopoli. Morto il padre nel 927, il padrigno gl'insegnò il latino e il greco, come egli stesso racconta; nel 931 entrò a corte, fu poi chierico e diacono a Pavia. Con re Berengario divenne secretorum conscius et
epistolarum signator. Fu inviato a Costantinopoli, ma al ritorno cadde in disgrazia e si rifugiò in Germania presso Ottone, scrivendo nel 958 l'Antapodosis, in cui narra gli avvenimenti europei dall'887 al 950 , gli ultimi come testimone oculare ed in tono di violenta polemica contro Berengario e la regina Villa.

Fu compagno di Ottone nel viaggio in Italia e nominato in tale occasione alla sede vescovile di Cremona. Il 2 febbr. 962 fu presente in Roma all'incoronazione del suo protettore. Nel 965 in Roma assistette al Sinodo che depose Giovanni XII (per il favore da questi accordato al figlio di Berengario) ed elesse il protoscriniario Leone. Nel 965 presenzio all'elezione di Giovanni XIII. Nel 967 andò a Costantinopoli a chiedere la mano di Teofania, figlia di Niceforo Foca, per Ottone II, e del viaggio stese una relazione che è conservata. Secondo la tradizione che l'Ughelli (Italia Sacra, Cremonenses episcopi, n. XXXIX) raccoglie dall'anonimo autore della Translatio s. Himerii, L. sarebbe morto in un successivo viaggio a Costantinopoli per prendervi Teofania, nel 971-72.

A L. è dovuta in parte la fama delle donne che vissero intorno al papato nel sec. x (Teodora, Marozia). Polemico vivacissimo, le sue tre operette storiche sono fonte preziosa per la storia del secolo, ma devono adoperarsi con qualche cautela.

Bibl.: L'Antapodosis, la legazione a Costantinopoli e la Historia Ottonis sono pubblicati in RIS, II, 1 (ed. Milano 1723), pp. 419-89 (con due documenti del 962 relativi alla vita di L.); da G. H. Pertz. in MGH, III, pp. 264-363; da E. Dömmler, Liutprandi opera in usum scholarum, Hannover 1871 (vers. it., Milano 1942); come fonte per la storia romana lo giudice assai bene P. Fedele, Per la storia di Roma e del papato nel sec. X, in Archivio della Soc. romana di storia patria, 33 (1910), p. 177 sgg.: 34 (1911), p. 72 sgg.: si veda inoltre R. A. Küpke, De vita et scriptis Liutprandi episcopi Cremonensis, Berlino 1842; L. Balcant, Le cremiche italiane dal medioevo, Milano 1888, pp. 112-29; C. Colini Baldeschi, L. vescovo di Cremona, Giarre 1889; S. Pivano, Stato e Chiesa da Berengario I ad Arduino, Torino 1908, passim; M. Galdi, L'Avvenobonq di L., estr. da Atti della R. Accademia di archeologia lettere.... in Napoli, 13 (1933-34). Carmelo Trassalli

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LIUTPRANDO, re dei Longobardi. - Nel 703 Ansprando, nelle aspre lotte per la successione al trono longobardo, dovette riparare con il figlio minore L. presso Teodoberto, re dei Bavari. Nove anni dopo ( 712 ), scese in Italia, combatté presso Pavia sconfiggendo l'usurpatore Ariberto. Dopo tre soli mesi di regno L. gli successe nel governo.
L., salvatosi da una congiura orditagli da un suo parente, dedicò dieci anni del suo regno a riordinare lo Stato, e attese a continuare con nuove leggi l'opera legislativa di Rotari.

Tali leggi furono elaborate in quindici assemblee dal 719 al 724 e comprendono 153 capitoli. Il Re s'intitola cristiano e cattolico principe, infiura i suoi prologhi di reminiscenze bibliche che attestano l'impiego di ecclesiastici nella redazione delle leggi. Il capitolo 33 risente in modo particolare dell'influenza ecclesiastica. Una parte notevolissima della legislazione è diretta a combattere l'omicidio, mediante un più elevato apprezzamento della vita umana e aggiunge al guidrigildo la confisca dei beni del colpevole, salvo il caso di legittima difesa. Le leggi rivolte a combattere le superstizioni e la pratica dei sortilegi mostrano nel Re uno spirito saggio ed illuminato (v. anche ROYARI).

Verso il 726 approfitta delle lotte scoppiate nell'Esarcato in occasione dell'iconoclastia e invade prima l'Esarcato, conquistando Bologna e altre città dell'Emilia, poi la Pentapoli, impadronendosi di Umana, Ancona ed Osimo, espugna Classe e assedia Ravenna, mentre parte delle sue schiere si spingono nel Ducato romano, occupando il castello di Sutri che L. dona poi al Pontefice. Muove poi verso l'Italia centrale e meridionale, vince i duchi di Spoleto e di Benevento, invade quindi il Ducato romano, ma viene fermato e placato da Gregorio II; L. entra in Roma come amico e pellegrino, visita S. Pietro e riparte. Nel 734 ridiscende in campo, invade l'Esarcato e s'impadronisce di Ravenna, ma con successo di breve durata : infatti la città viene liberata dai Veneziani.

L. mantiene relazioni aniobrevoli con Carlo Martello il quale invoca l'aiuto del re longobardo contro i Saraceni che infestano la Francia meridionale. Ritornato dalla Francia, muove contro il ribelle duca di Spoleto, Tresamondo, privandolo del Ducato. Interviene a sedare le agitazioni sorte nel beneventano e poiché Gregorio III aveva ricusato di consegnare l'usurpatore del Ducato di Benevento, Godescalco, invade il territorio romano occupando alcuni castelli, ma poi ritorna a Pavia (739) per preparare una nuova spedizione. Nel 740 assale nuovamente l'Esarcato e Ravenna, mentre singole schiere longobarde devastano i patrimoni della Chiesa romana. Il Papa ricorre a Carlo Martello, ma senza effetto. Il nuovo papa Zaccaria si accorda con L.; sorgono poi nuove difficoltà, specie quando il duca di Spoleto, Trasamondo, viene deposto e sostituito con Agiprando, nipote del Re longobardo. Zaccaria è accolto da L. a Terni (742) e risarcito dei danni patiti.

Riordinate le cose nel Mezzogiorno, L. torna a Pavia e l'anno seguente muove ancora contro l'Esarcato, rivolgendo le sue forze contro i Greci; le popolazioni ancora libere dell'Emilia ricorrono al Pontefice, questi si interpone efficacemente e, come il solito, il Re longobardo ascolta la voce del Papa che si era recato personalmente a Pavia (743). Prima ancora che facessero ritorno gli ambasciatori inviati a Costantinopoli per trattare la pace, L. muore nel genn. del 744. Viene sepolto dapprima presso il padre, nella chiesa di S. Adriano in Pavia, poi nel sec. xir la sua salma fu trasferita nella chiesa di S. Pietro in Ciel d'oro, ove L. aveva fatto trasportare dalla Sardegna le reliquie di s. Agostino.

Bib.: W. Martens, Polit. Geschichte des Longobardenreiches unter Kbn. Liatprand, Heidelberg 1880; P. Del Giudice, Le tracce del diritto romano nelle leggi longobarde, in Studi di storia e di diritto, Milano 1889; M. Rosi, Longobardi e Chiesa romana al
tempo del re L., Catania 1890; G. Monticolo, Le spedizioni di L. nell'Esarcato, in Arch. Soc. rom., 15 (1892), pp. 321-63; C. Rnston, Nute di storia giuridica: le leggi di re L. e la condizione giuridica della donna, in Nuova rivista storica, 8 (1924), pp. 476-90; G. Romano e A. Solmi, Le dominazioni barbariche in Italia, 393-222 (Storia politica d'Italia, 6), 3° ed., Milano 1940, pp. 394-412.

Innocenzo Giuliani
LIVELLO. - Ebbe questa denominazione una speciale forma di contratto agrario, mediante il quale un concedente (livellante) conferiva l'usufrutto di un fondo a un concessionario (livellario) per un determinato periodo di tempo, sotto specifiche condizioni, con l'onere di un'annua prestazione (canone) in funzione di corrispettivo.

1. Il l. è una forma di enfiteusi (v.), lievemente modificata. Fu, nel medioevo, il tipo di concessione agraria più largamente diffuse in Italia, per cui può essere ritenuto come la caratteristica forma medievale dell'enfiteusi italiana. Era detto il pactoze per antonomasia. Passò pure con il nome di precario, denominazione sotto la quale era conosciuto e largamente usato anche fuori d'Italia. Il nome gli derivò dalla forma dell'istrumento usato in origine nella stipulazione del contratto, essendo invalso l'uso di chiedere la concessione del fondo mediante una petizione scritta, rivolta al concedente, detta libellus, charta, pagina libelli, ecc. Talvolta, il 1. si trova scritto dalla stessa concedente, nel qual caso la tradizione di esse segna il perfezionamento del negozio; tal'altra, i libelli erano due, scambiati vicendevolmente tra concedente e livellario come notitate dell'avvenuta concessione. Col nome di I., più spesso di libellaria, solevasi indicare anche il rapporto che derivava dal contratto, come pure il canone che ne rappresentava la recensione corrispettiva. Il rapporto era pure frequentemente indicato con la circonlocuzione di tenere o colere per chartam o per libellum: i fondi così concessi dicevansi inchartati o libellati. Anche nel I., come nell'enfiteusi, al momento della stipulazione il livellario era tenuto a dare al concedente il calciario, detto pure il libellaticum o intratura, rappresentato in origine da un paio di calzari, simbolo del corrispettivo dovuto per la concessione.
2. A cominciare dall'alto medioevo, col passaggio della proprietà fondiaria dal regime collettivo e familiare, proprio dei popoli barbaro-germanici, alla forma individuale privata, al concetto originario della proprietà unica si era venuto gradatamente sostituendo il concetto di proprietà frazionata, il quale, accentuando la distinzione romanistica tra usus e dominium, tra godimento della cosa e signoria sulla medesima, aveva portato alla caratteristica distinzione medievale tra dominio diretto e dominio utile, dando origine, in base ad essa, a un notevole complesso di rapporti nuovi, tra i quali, accanto al beneficio, l'enfiteusi, il feudo e altre analoghe forme di possesso, ebbe speciale rilievo il 1. Di questo è fatta già menzione in documenti del vi sec. Ne parlano, ad es., s. Gregorio Magno nelle sue lettere e Cassiodoro nei Varia.

Si vuole che in origine il beneficio ecclesiastico abbia avuto la sua primitiva espressione, sotto il nome di precario, in un rapporto livellare tra vescovo, concedente, e chierico in cura di anime, concessionario, e che da qui abbia avuto origine il I. (c. 72, C. 12, q. 2; cc 4-6, C. 10, q. 2, ecc.); sembra innegabile, comunque, l'origine ecclesiastica di questo contratto. Sta di fatto che la Chiesa ne usò larghissimamente per mettere a frutto le sue terre, e ne promosse l'introduzione e la diffusione, appunto perché in forza delle specifiche differenze che lo distinguerano dalle enfiteusi, specialmente per la temporaneità del vincolo e il patto di reversione a favore del concedente, esso risultava la forma di concessione più rispondente al bisogno di salvaguardare il principio canonico della inalienabilità dei beni ecclesiastici, dei quali, pur ammettendo l'alienazione dell'usufrutto, cautelava al massimo la proprietà.
3. In origine, il 1. era un rapporto contrattuale, che portava al concessionario il godimento di un vero diritto reale con la relativa tutela possessoria, ed ebbe il carattere approssimativo di una locazione ad laborandum

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et melioraudum, come è detto nelle formole del tempo. In ció, principalmente, si distingue dall'enfiteusi, che corrispondeva quasi ad una larvata alienazione. Ma più tardi, quando ai livellati fu attribuita la proprietà dei fondi, subentrò il rapporto feudale, il canone livellare divenne un onere reale e il negozio di concessione fu detto investitura.

A differenza dell'enfiteusi, il 1. era di regola a tempo determinato, e durava generalmente non più di 25 anni. Non mancano tuttavia 1. fissati a periodi maggiori, per tutta la vita dell'investito o anche a tempo indeterminato. Alla scadenza del termine, il contratto non si riteneva scaduto, ma si doveva rinnovare. La rinnovazione periodica, introdotta nei 1. a tempo indeterminato, per salvaguardare il diritto del proprietario contro la prescrizione, era detta recognitio in dominium e importava, all'atto di effettuazione, il pagamento al concedente di un tenue canone (laudemio), che poteva essere un nuovo simbolico calciario. Era talvolta convenuto il diritto di recesso del livellario al termine del contratto. Nei 1. ecclesiastici era sempre inchiuso il patto di reversione a favore del concedente.
4. I diritti e i doveri erano sostanzialmente uguali nell'enfiteusi e nel 1 , salvo che in quest'ultimo si accompagnavano al canone altri oneri e servitù. Il livellario aveva l'obbligo di eseguire i lavori campestri, conservare il fondo in buono stato e promuovere le necessarie migliorie, che restavano poi acquisite al fondo stesso, cioè al proprietario. A suo carico gravavano le imposte e il canone annuo (centus, institio, dominica), il quale consisteva, in genere, in un'aliquota dei frutti, proporzionata al fondo, quasi mai in una somma di denaro. In epoca feudale, fu, talvolta, più un riconoscimento simbolico che una realtà commercialmente valutabile. Il pieno usufrutto del fondo rappresentava il diritto del livellario. Tale diritto era trasmissibile agli eredi legittimi, ma non ne era permessa l'alienazione e il trasferimento ad eredi estranei, senza il consenso del proprietario. Spesso, tuttavia, ne era consentito il subaffitto in 1. a terzi. Il rapporto poteva estinguersi o per libero atto dei contraenti o anche per decadenza. In origine la inadempienza nel pagamento del canone importava la decadenza del 1. In seguito, però, si usarono sostituire, nel contratto stesso, delle penalità. In epoche più recenti, cause di estinzione furono pure le leggi di affrancazione del canone.
5. Con la fine del medioevo, s'iniziò per il 1. un graduale regolamento giuridico che lo portò a poco a poco a fondersi con l'enfiteusi. Un risveglio di notevole importanza si ebbe soltanto nel sec. xvir, in Toscana, col sistema livellare introdottovi a opera di Pietro Leopoldo. All'epoca delle codificazioni l'identificazione c