il 1. un graduale regolamento giuridico che lo portò a poco a poco a fondersi con l'enfiteusi. Un risveglio di notevole importanza si ebbe soltanto nel sec. xvir, in Toscana, col sistema livellare introdottovi a opera di Pietro Leopoldo. All'epoca delle codificazioni l'identificazione con l'enfiteusi poteva dirsi completa. Il Codice napoleonico trasformò i 1. in rendite perpetue. Il Codice civile italiano 1865 non li distinse dall'enfiteusi (artt. 1556-67); volle tuttavia conservata la regolamentazione originaria di quelli costituiti in epoche anteriori, pur concedendone il diritto di affrancazione (Dispos. trans. artt. 29, 30). Nel vigente Codice non è considerato che la sola enfiteusi (artt. 957-77). Anche il CIC ignora il 1. come figura autonoma di contratto, per cui ai vecchi 1. vanno applicate le norme canonistiche sull'enfiteusi (can. 1542; v. Enfiteusi).
Bibl.: L. Muratori, Antig. ital. Medii Aesi, t. III, Dissert. XXXVI. De emphiteusibus, precariis et laicorum decimis, Milano 1741: G. Fantuzzi, Documenti racemati dei secoli di marzo, I. Venezia 1801, p. I sgg., e passim; C. Troya, Cod. diplom. lombardo, Napoli 1845, n. 347; G. Paggi, Saggi di un trattato tecnico e pratico sul sistema livellare, Firenze 1872; A. Perrile, Storia del dir. ital., I, 2⁴ ed., Torino 1896, p. 195 sgg.; IV, 2⁴ ed., ivi 1893 , p. 297 sgg.; S. Fivano, I contratti agrari in Italia nell'alto medio evo, Torino 1904, p. 148 sgg.; F. Schupfer, Precarie e l. nei docum. e nelle leggi dell'alto medioevo, ivi 1905; S. Fivano, Origine del contratto di l., in Rro. di storia del dir. italiano, I (1928), p. 468 sgg.; G. Salvioli, St. del dir. italiano, 9² ed., Torino 1930, p. 301 sgg.; P. De Franciaci, Interna all'origine del contratto livellare, in Studi in onore di C. Vivante, Roma 1931, p. 465 sgg.; P. S. Leicht, Il diritto privato preirmeriano, Bologna 1931, p. 168 sgg.
Zaccaria da San Mauro
LIVERANI, Francesco. - Scrittore e polemista, n. a Castel Bolognese il 22 febbr. 1823, m. a Cortona il 28 febbr. 1894. Autore di opere di erudizione sacra e profana, edite in 5 voll. nel 1858-59, il L. aveva percorso una brillante carriera nella prelatura romana, quando diede alle stampe un libro vivacemente polemico: Il Papato, l'Impero e il Regno d'Italia (Firenze 186r), sostenendo che il Papa doveva rinunciare al potere temporale ed accordarsi con lo Stato italiano.
Tale volume apparve in concomitanza con la nota missione del p. C. Passaglia, che il Conte di Cavour aveva inviato a Roma nella speranza di risolvere pacificamente la questione romana. Fallito il tentativo, incorso il Passaglia nelle censure ecclesiastiche per i suoi scritti antitemporalistici, il L. ne assunse le difese con un altro volume La dottrina cattolica e la rivoluzione italiana (ivi 1862), sudacemente asserendo che il Pontefice non aveva diritto di comminare sanzioni canoniche in materia politica. Avendo ricusato in un primo tempo di ritrattarsi, cosa che viceversa ampiamente fece in seguito, venne deposto da tutte le sue cariche e dignità e si ritirò a vita privata attendendo a studi storici, tra cui meritevoli di ricordo uno Spicilegium Liberianum (ivi 1863) e soprattutto un erudito volume su Il ducato e le antichità longobarde e saliche di Chiusi (Siena 1872). Gli si deve anche una poderosa raccolta di Reminescence inedite, di gran valore storico, conservate nella Biblioteca comunale di Imola.
Bibl.: P. Balan, Continuaz. alla stor. univ. della Chiesa cattolica, II, Torino 1879, p. 368; S. Jacini, Il tramonto del potere temporale, Bari 1931, pp. 60, 67, 73, 78, 82, 84; G. Staioli, Pio IX da vescovo a cardinale, Modena 1949, pp. 26, 27, 30, 34, 42; Hurrer, V, II, col. 2028.
Renzo U. Montini
LIVERPOOL, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi in Inghilterra; comprende la parte sud-ovest del Lancashire.
Su 2.374 .824 di ab. (censimento 1931) conta ca. 432.292 cattolici, distribuiti in 178 parrocchie servite da 501 sacerdoti secolari e 188 regolari, 40 comunità religiose maschili e 82 femminili, un seminario diocesano; nel 1948 si ebbero 1234 conversioni. Patroni della diocesi: l'Immacolata Concezione, s. Giuseppe, s. Kentigern.
Al principio il Lancashire fece parte del Regno di Nortumbria e della diocesi di York, ma già nel 642 la parte meridionale fu trasferita al Regno di Mercia ed alla diocesi di Lichfield. Nel 1542 Enrico VIII fondò la nuova diocesi scismatica di Chester la quale comprese il Lancashire meridionale, e divenne protestante sotto la regina Elisabetta. I suoi pretesi vescovi furono grandi persecutori dei fedeli del Lancashire, che ebbe molti martiri gloriosi, quali il ven. George Haydock (1584), il ven. John Thules (1616) ed il besto Edmund Arrowsmith (1628). Dal 1688 al 1840 il Lancashire fece parte del vicariato apostolico del Nord (Northern District) che nel 1840 fu diviso in tre parti, cioè Districts di: 1) Northern (Northumberland, Cumberland, Westmorland e Durham), 2) Yorkshire e 3) Lancashire che comprendeva il Cheshire. La diocesi fu creata dal papa Pio IX il 29 sett. 1850. In tale data il Lancashire fu diviso tra le diocesi di L. e di Salford, mentre lo Cheshire divenne parte della diocesi di Shrewsbury. Il 22 nov. 1924 il papa Pio IX con la cost. apost. Universalis Ecclesiae sollicitudo dismembrava dalla diocesi di L. la regione del Lancashire al nord del fiume Ribble, creando la nuova diocesi di Lancaster.
Il primo vescovo di L. fu George Hilary Brown (m. nel 1856). Gli successe Alexander Goss (1836-72), poi Bernard O'Reilly (1873-94), che fondò il Seminario di Upholland nel 1880 (aperto nel 1883). Seguì Thomas Whiteside (1894-1921); dal 1911, Frederic William Keating (19211928) e l'attuale mons. Richard Downey.
La pro cattedrale è dedicata a S. Nicola; la cattedrale è in costruzione. Sue suffraganee sono le diocesi di Hexham-Newcastle, Lancaster, Leeds, Middlesbrough e Salford.
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(fot. British Council)
LIVERPOOL, ARCIDIOCESI di - Cattedrale.
Bibl: AAS, 17 (1925), Dp. 129-31; J. Hughes, s. v. in Cath. Enc., VII, pp. 314-15; The Catholic Directory 1930, Londra 1990, pp. 211-33. Enrico G. Rope
LIVINGSTONE, vicariato apostolico di. Nella Rhodesia settentrionale. Il sun territorio (provincia del Barotseland con il distretto di L., che propriamente appartiene alla Rhodesia meridionale) fu staccato dalla prefettura apostolica di Broken-Hill, eretto in prefettura apostolica con il nome di Victoria Falls il 30 maggio 1936, ed elevato il 10 marzo 1950 a vicariato apostolico di L., a cui fu aggiunto il distretto di Caprivi Strip orientale.
E affidaro ai Cappuccini irlandesi. Su di una superfice di 202.000 kmq . conta 358.000 ab., di cui 3248 cattolici e 5904 catecumeni, distribuiti in 8 parrocchie con 14 chiese, servite da 20 sacerdoti regolari e i secolare; ha 6 comunità religiose femminili; i istituto di educazione maschile e I femminile; io istituzioni di beneficenza, tra cui I lebbrosario (Annuario Pontificio, 1951, p. 678). Di recente sono stati adottati importanti provvedimenti relativi all'insegnamento, che costituisce il problema fondamentale del vicariato ancor più che altrove, data l'ubicazione quale importante centro in continuo sviluppo.
Bibl.: AAS, 28 (1936), pp. 435-56; 42 (1950), p. 646; MC, 1950, pp. 159-60; A catholic directory of East Africa, Mombasa 1950, pp. 132-54; Archivio della S. Congr. de Prop. Fide, pos. prot. n. 551 / 50.
Carlo Corvo
LIVINHAC, Léon. - N. il 13 luglio 1846 ed entrò nella Società dei Padri Bianchi nel 1873. Cinque anni dopo, nel 1878, partiva da Marsiglia, a capo della prima spedizione di Padri Bianchi, per le missioni dell'Africa Equatoriale.
Dopo 14 mesi di viaggio, arrivò alla meta e fondò la missione dell'Uganda e ne divenne presto il primo vicario apostolico. Negli ultimi anni di vita vide elevati agli onori degli altari ventidue dei suoi primi cristiari martiri, beatificati nel 1920. Nel 1889 era stato eletto vicario generale della società dei Padri Bianchi e, dopo la morte del card. Lavigerie, ne divenne il superiore generale a vita, fino all'1 i nov. 1922, data della sua morte.
Mons. L. lasciò memorie di sé come di un santo, e fu considerato quale inviato dalla Provvidenza divina per raccogliere la spirituale eredità del fondatore e trasmetterla intatta alla società nascente.
Bibl.: A. Nicq, Le p. Simion Lourdel et les premieres années de la mission de l'Uganda, 3° ed., Maison-Carrée (Algeri) 1922, pp. 65-249, passim. 361-538, passim; P. Voillard, Instructions de mons. L. L. aux missionnaires d'Afrique (Pères Blancs), ivi 1923; J. Mercui, Les oricines de la Société des missionnaires d'Afrique (Pères Blancs), ivi 1929, pp. 337-40, 416-26.
Giovanni B. Canet
LIVORNO, DIOCESI di. - Diocesi e città capoluogo della provincia omonima in Toscana.
In una superficie di 290 kmq ., ha una popolazione di 165.000 ab., dei quali 162.000 cattolici. Conta 39 parrocchie, servite da 55 sacerdoti diocesani e 67 regolari, un seminario, 14 comunità religiose maschili e 45 femminili (Annuario Pontificio, 1951, p. 251).
Un oratorio dedicato a S. Maria esisteva già prima del sec. XII, poiché è ricordato in una pergamena del 30 marzo 1160, come pure si sa che nel 1287 prese anche il titolo di un'altra chiesa, S. Giulia, andata distrutta, chiamandosi d'allora preve di S. Maria e Giulia. Questa chiesa deve essere stata edificata quando Desiderio, re dei Longobardi, nel trasportare dalla Gorgone a Brescia il corpo di s. Giulia vergine e martire, fece scalo a L. Fu infatti in quella circostanza (776) che s. Giulia fu eletta protettrice e patrona. Abbattuta poi la chiesa nel 1534, per isolare la fortezza, venne elevata a Pieve di Labrone o Livorna o Liburna (primi confusi nomi della odierna L.) la chiesa di S. Antonio, che assunse a ricordo anche il titolo di S. Maria e Giulia.
Il villaggio e poi castello faceva parte del Porto Pisano, dei suoi fortilizi e territori vassalli, subendo le alterne vicende e fortune di quella Repubblica, ma ecclesiaricamente si può dire rimase sempre all'arcidiocesi pisana. Anzi, nel 1103 dalla contessa Matilde donato all'opera del duomo di Pisa, fu dopo qualche anno venduto, proprio per 1000 lire, all'arcivescovo stesso. Ferdinando I dei Medici, che di L. volle fare una città (fu proclamata il 19 marzo 1606), portò anche a termine nella Piazza d'Arme la chiesa di S. Francesco, più grande delle già

(fot. Edit)
Livorno, diocesi di - Duomo, architetura di A. Pieroni (1581-95). La facciata è di R. Cantagallina; il campanile è del 1817.
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esistenti, perché fosse essa la nuova pieve. E lo divenne appunto nel 1605 , quando it clero vi si trasferì da S. Atonio, aggiungendo a S. Francesco il vecchio e caro titolo di S. Maria e Giulia. Urbano VIII elevava la pieve ad insigne collegiata con bolla 31 luglio 1629 , ma i primi sei canonici ed il proposto, elctti dal sovrano, presero possesso solo il 23 genn. 1632.
L. in breve era divenuta città fiorente di commercio e di traffici, grazie, in parte, all'aver concesso franchigie, facilitazioni ed ospitalità a gente di altre nazionalità, religioni e perfino di riti orientali sia cattolici che scismatici, concedendo loro quartieri, chiese e cimiteri propri. La comunità più volte aveva chiesto di avere il vescovo, o per lo meno che l'arcivescovo di Pisa prendesse il nome di vescovo di L., ma non fu concesso. Furono però accordati al proposto dei privilegi perché nelle inscgne o nelle sacre funzioni non sfigurasse, come catonigrafia, di fronte agli uffizianti di altri culti e riti; cosi, oltre che prelato domestico, egli ebbe l'uso dei pontificali (privilegi rimastigli fino al 3 maggio 1949, quando, tolta al proposto del Capitolo della cattedrale la cura d'anime, è stato ridotto a prelato domestico). Sorge finalmente la diocesi, con bolla di Pio VII, il 25 sett. 1806, formata dalla città, con allora la pieve e sei vice-parrocchie, ed altre sei cure per una superficie di kinq. 290. Primo vescovo fu mons. Filippo Ganucci.
Vari pontefici fecero visita ed alloggiarono in questa città, specialmente a causa dei loro viaggi, soprattutto in Francia. Si ricordano: Innocenzo II, Alessandro III, Urbano V, Gregorio XI, Urbano VI, Eugenio IV, Adriano VI, Clemente VII, Pio VII, Pio IX.
Fra i livornesi degni di memoria: mons. Girolamo Gavi (1775-1869), che, proposto della città, eletto vescovo ebbe il titolo di Milto per rimanere ( 21 anni) amministratore apostolico e proposto di L. e devolvere le rendite, i risparmi ed il suo patrimonio ad opere di bene ed alla costruzione del seminario che si chiama infatti "Gavi"; p. Pio Alberto Del Corona, domenicano, insigne scrittore e predicatore, vescovo di S. Miniato ed arcivescovo, poi, titolare di Sardica (1873-1912).
L. non possedeva grandi opere d'arte, ed anche quello che c'era di notevole, pur non essendo pregevolissimo, è stato deturpato dalle distruzioni dei bombardamenti (170), che in modo particolare si sono abbattuti sugli edifici sacri. Restano tuttavia: il Santuario di Montenero e, allorché siano riparate, le chiese di S. Ferdinando, S. Giovanni, S.Caterina, S. Sebastiano, la Madonna, tutte di un certo valore architettonico interno, e la Cattedrale, oggi monumento nazionale.
Santuario della Madonna di Montenero. - L'avvenimento più notevole e che continua ad avere efficienza è il ritrovamento, il 15 maggio 1345, da parte di un pio pastore presso il fiumicello e la località Ardenna di un pregevole quadro raffigurante la Madonna con il Bambino. La Vergine benedetta avrebbe detto al vecchierello, che da storpio si sentì subito risanato, di portare la sua immagine sul Montenero, dove desiderava sorgesse un santuario a lei dedicato.
Si sviluppò subito una grande devozione verso questa Madonna delle Grazie, detta di Montenero, e non solo fra i Livornesi ma anche nelle città e popolazioni
vicine, tanto che da Pio XII il 15 maggio 1947 è stata proclamata patrona di tutta la Toscana. L'artistico ed attuale santuario, ricco di marmi ed opere pregevoli, può considerarsi del sec. xviII. Fu elevato a basilica nel 1818. Ne sono custodi i monaci vallombrosani. L., che sempre tante grazie e protezione ha ottenuto dalla sua Madonna, il 27 genn. 1742 (festa del Voto), liberata dal terremoto e maremoto, fece voto (e lo mantiene ancora) di ritardare il carnevale fino a quella data, di digiunare in quel giorno, di offrire a spese del Comune 10 libbre di cera al santuario e di fare solenne funzione di ringraziamento ogni anno. - Vedi tav. XCIX.
Bibl.: N. Magri, Discorso cronologico sull'origine di L. sino al vostro tempo, Napoli 1647; A. Santelli, Origine di L. in Toscana, Livorno 1770; G. Tur-gioni-Tozzetti, Viaggi in Toscana, ivi 1768; C. Tesi, L. dalla sua origine fino ai vostri tempi, ivi 1865; G. Piombanti, Guida storica ed artistica della città e dei dintorni di L., ivi 1903; Ann. eccles. livornese 1951, ivi 1951.
Giuseppe Spaggiari
LIVRADE, san-
ta: v. LIBERATA, santa.
## LJUBLJANA:
## v. LUbiana.
LLANAS, Eduardo. - Scolopio, n. a Binéfar (Spagna) il 13 ott. 1843, m. a Saragozza il 14 luglio 1904. Incominciò la sua attività di apologeta e polemista nell'Isola di Cuba, coi suoi numerosi scritti in Revista católica, con i quali combatté lo spiritismo, la massoneria e gli scismi.
Valente oratore sacro e conferenziere, rimasero celebri i suoi quaresimali nel duomo di Barcellona e le conferenze teologico-scientifiche su argomenti biblici tenute nella medesima città e date poi alla stampa (Origen del hombre, Barcellona 1880; Origines religiones, ivi 1882; Sobre el orden sobrenatural, ivi 1887; Los seis días de la creación, ivi 1889; Universalidad del dilucio, ivi 1882, ecc.).
Collaborò assiduamente in parecchie pubblicazioni periodiche cattoliche e scientifiche e fu anche il fondatore della rivista La Academia Calasancin, che diresse dal 1891 al 1900, inserendovi molti articoli apologetici e polemici.
L'episcopato spagnolo l'onorò ripetutamente delle sue benedizioni e sebbene alcuni dei suoi scritti (p. es., El liberalismo es pecado?, Barcellona 1888) non piacessero ad alcuni, egli sempre poté dire che chi è con Dio e col suo Vicario in terra, non si trova separato dal Vangelo. Fu il primo rettore del Collegio di Villanueva y Geltrú e dal 1900 alla morte, vicario generale delle Scuole Pie di Spagna. Pubblicò 4 voll. intitolati Escolapios insignes (Barcellona 1899-1900).
Bibl.: La Academia Calasancia, ag. 1904; T. Vinas, Scriptores Scholarum Piarum, III, Roma 1911, pp. 186-93.
Laodegorio Picanyol
LO (Lopez), Gregorio. - Domenicano, primo vescovo indigeno cinese, n. a Lo-kia-hiang, prov. di Fukien, verso il 1611, m. a Nanking il 27 febbr. 1691. Battezzato nel 1633, attese alla conversione della sua famiglia e cooperò come catechista con i missionari cattolici. Il I genn. 1650 vestí l'abito domenicano, a Manila venne ordinato sacerdote ( 1654 ) e poi rimandato come missionario nella Cina.
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Lavorò con zelo e in soli due anni battezzò ca. 2000 infedeli, tanto che fu proposto per l'episcopato e il 4 genn. 1674 creato vescovo titolare Basili[popoli]tano, vicario apostolico di Nanking e amministratore apostolico di 5 province e della Corca. Ma per varie difficoltà la consacrazione non ebbe luogo che l'8 apr. 1683. Mone. L. fu l'uomo provvidenziale per sostenere le missioni della Cina in quei tempi di persecuzioni. Si occupò anche del delicato problema del clero indigeno. Abbiamo di lui alcune lettere manoscritte e un trattatello in cinese e in latino sopra il culto di Confucio e degli antenati.
Bibl.: Fr. da Leonisa (Leonessa), Neviologia del servo di Dio fr. G. L., O. P., 1691, ms.; T. M. Gentili, Memoria di un missionario domenicano nella Cina, I, Roma 1887, pp. 382-79; J. M. González, Biografia del primer obispo chino, cxx. 200 sr. d. f. G. L. o Lopez, O. P., Manda 1946.
Abele Redigunda
LOANDA, diocesi di. - Città e arcidiocesi nell'Angola. Fin dal sec. xv, cioè dal periodo della scoperta, i territori di Congo e Angola furono oggetto dell'apostolato missionario e appartennero successivamente alla giurisdizione dell'Ordine di Cristo fino al 1514 e a quella del vescovato del Funchal fino al 1596, quando Clemente VIII eresse la diocesi di Angola e Congo, senza limiti precisi e quale suffraganea dell'arcivescovato di Lisbona. D. Miguel Rangel fu il suo primo presule e la sede vescovile rimase a S. Salvadore do Congo fino al 1676; dopo si stabili definitivamente a L.
Nel 1940, in seguito all'accordo missionario tra la S. Sede e il governo portoghese, il 4 sett. con la bolla Solemnibus conventionibus L. venne eretta ad arcidiocesi.
Su di una superficie di 330.900 kmq . conta 1.509.000 ab., di cui 223.000 cattolici, distribuiti in 51 parrocchie servite da 26 sacerdoti diocesani e 62 regolari, con 20 comunità religiose maschili e 33 femminili, 1 fiorente seminario e 14 istituzioni di beneficenza. Pubblica il giornale: O apostolado. Ha tre suffraganee: Nuova Lisbona, S. Tommaso, Silva Port (Annuario Pontif., 1951, p. 251).
Bibl.: F. De Almeida. Hist. da Igreja em Portugal, IV, II, Coimbra 1926, p. 109; M. Alves da Cunha, Missões católicas de Angola, Luanda 1935, pp. 3-11; Concordata e Acordo Missionário de 7 de maio de 1940, Lisbona 1943, p. 35; anm., Portugal em Africa, V, Lisbona 1948, pp. 65-78.
Alexandre do Nascimento
LOANGO, vicariato apostólico di: v. Pointe NOIRE, vicariato apostólico di.
LOAYSA, Jerónimo de. - Domenicano, primo vescovo e arcivescovo di Lima (Perù), n. a Trujillo (Estremadura, 1489 ?), m. a Lima il 25 ott. 1575. Studiò a Coria, Siviglia e Valladolid; nel 1529 sbarcò con un gruppo di confratelli a Tierra Firme (l'attuale Colombia), e con loro fondò e fece centro di apostolato S. Marta e Cartagena. Dopo 5 anni tornò in Spagna per ottenere dal governo leggi a favore degli Indi. Era ancora in patria quando alla fine del 1537 venne designato a succedere al primo vescovo di Cartagena, Tommaso de(l) Toro.
Consacrato a Valladolid l'anno seguente, raggiunse la sede e si adoperò tosto alla costruzione della Cattedrale. Dopo poco venne trasferito alla nuova sede di Lima, di cui prese possesso nel 1543. L'anno 1546 la diocesi limana fu elevata a metropoli e il titolare ricevette di li a poco il pallio arcivescovile. Nel 32 anni trascorsi a Lima il prelato ebbe una vita spesso difficile a causa dei disordini provocati dalla cupidigia dei conquistatori e dalla sua tenace difesa degli indigeni, che gli meritò il titolo di "protettore degli Indi». Fece erigere la nuova cattedrale e varie chiese, e costruire il seminario. Fondò l'ospedale di S. Anna (1549), ove profuse la sua carità e volle essere sepolto. Si adoperò grandemente per l'erezione dell'Università (1553). Lima, in segno di gratitudine verso questo grande benemerito della Chiesa e della civiltà, gli dedicò nel 1920 un ospedale.
Bibl.: M. A. Roze, Les Dominicains en Amérique, Paris { }¹ 1878, pp. 196-213, 268-74; P. Quinon, Reseña bistórica de alquons varones ilustres de la proo, de Andalucia de la Orden de Predicatores, Almagro 1915, pp. 164-73; M. Hoyos, Historia del Colegio de S. Gregorio de Valladolid, I. Valladolid 1928, pp. 318-25; A. de Zamora, Historia de la proc. de S. Antonino del nuevo reino de Granada, Caracas 1930, pp. 73-78; 2² ed., I. Bogotá 1945, pp. 219-27; A. Mesonza, Los obispos de la Orden dominicana en América, Einsiedeln 1939, pp. 83-84, 96-97; A. E. Artez, Arzobispos y obispos dominicos en Colombia, 3 e ed., Bogotá 1947, pp. 35-38.
LOBECK, Christian August. - Filologo classico, n. a Naumburg il 5 giugno 1781; insegnò nell'Università di Königsberg, dove m. il 26 ag. 1860.
Si occupò soprattutto di filologia greca: Paralipomena grammaticae graecae (2 voll., Lipsia 1857); Pathelogiae sermonis graeci pralegomena (ivi 1843); Pathelogiae graeci sermonis elementa (Königsberg 1846); ma la sua fama è dovuta alla battaglia che, insieme con J. H. Voss, condusse contro l'interpretazione simbolistica della mitologia greca sostenuta da F. Creuser (v.). L'opera del L. porta come titolo il nome del presunto maestro orfico di Pitagora, Aglaolamo «il brillante parlatore», ricordato dal neoplatonico Giamblico, Vita Pythag., 96 : Aglaophamus, sive de theologiae mysticae Graecorum causis (2 voll., Königsberg 1829). L'opera è divisa in tre sezioni dedicate rispettivamente ai misteri eleusini, orfici e sams. traci; dopo la parte critica il L. raccoglie in ogni sezione i frammenti degli antichi autori relativi a ciascuna di esse. Ottima per il suo valore di critica negativa, l'opera, data la tendenza razionalistica dell'autore, che è quella propria dell'illuminismo del tempo, difetta dal punto di vista positivo, in quanto il L. non tiene nessun conto delle relazioni che intercorrono tra il mito ed il culto sulle quali effettivamente si basa il valore magico-simbolico del mito e la sua interpretazione sacrale. L'opera del L. ha il grande merito di avere aperto la via alla interpretazione positiva e storica dei miti sulla quale poi si incamminarono con frutto K. O. Müller e L. Preller.
Bibl.: O. Gruppe, Geschichte der blass. Mythologie und Religionsgesch., Lipsia 1921, p. 150 seg. Nicola Turchi
LOBO, Alfonso. - Predicatore spagnolo della 2ᵃ metà del sec. xvi, prima frate minore scalzo, indi cappuccino, n. a Medina (Andalusia), m. a Barcellona più probabilmente nel 1593. Già celebre in tutta la Spagna per la sua predicazione, nel 1573 venne in Italia e, entrato tra i Cappuccini, continuò a dominare le folle rapite dalla sua ardente eloquenza, accreditata dalla virtù. Il successo era tale che divenne proverbiale la sentenza di Gregorio XIII : «Toletus docet, Panigarola delectat, Lupus (L.) movet».
L. godé il favore di s. Pio V e di Gregorio XIII. Fu amicissimo di s. Filippo, che gli fece predicare i primi quaresimali nella Chiesa Nuova (S. Maria in Vallicella), appena aperta al pubblico. Le città d'Italia se lo disputavano e s. Carlo lo voleva a Milano, augurandosi molti di questi «lupi » per custodire il suo gregge. Federico Borromeo lo disse: « Il primo oratore sacro del suo tempo, e forse di tutti i tempi».
Bibl.: Bernardo da Bologna, Bibliotheca scriptorum Ord. Cap., Venezia 1747, pp. 6-7; Sbaralca, I, pp. 26-27; Liber memorialis Ord. Min. Cap., Roma 1928, pp. 18-20; Melchior a Pobladura, Hist. gen. Ord. FF. MM. Cap., parte 1*, Roma 1947. pp. 258-59,275,357.
Felice da Mareto
LOCALIZZAZIONI CEREBRALI. - Il concetto che nel cervello le varie funzioni somatopsichiche abbiano una loro ben determinata localizzazione, ha subito nei tempi continue modifiche e tuttora è problema non affatto risolto; il tentativo di definire la questione negli ultimi decenni va basandosi sempre più su dati sperimentali e clinici. Storicamente, lasciando da parte ipotesi e interpretazioni fantastiche, aprioristiche, prive della base di
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(do G. Spatierelli, Altoni oggetti della cartaria mataria, in Hrernli progressi in Mede., sui III, n. 2, Roma 1957, p. 38, fig. 1) Localizzazioni cerebrali - Mappa citoarchitettonica della corteccia dell'uomo secondo Fistor. La numerazione delle aree è convenzionale e segue lo schema più in uso. Le aree torte, tratteggiste e punteggiate, appartengono ad aree con funzione motoria.
sicure conoscenze anatomo-fisiologiche e cliniche (Ippocrate, Galeno, Sommering, Descartes, Gall e Spurzheim; v. frenologia), per prime assumono valore scientifico le ricerche e le conclusioni di P . Broca ( 186 I ) sull'importanza del piede della terza circonvoluzione frontale nei disturbi afasici e quelle di Fritsch e Hitzig (1870), che stimolando elettricamente la corteccia cerebrale del cane in una determinata regione notarono movimenti degli arti controlaterali, mentre la distruzione della stessa regione produceva un deficit motorio.
Da questo primo esperimento, si è giunti progressivamente (grazie anche al controllo operatorio dei dati sperimentali e delle induzioni cliniche) alla determinazione di vere "mappe" o carte geografiche della corteccia cerebrale, sovrapposte alle classiche spartizioni in lobi, in cui hanno posto ben determinato le diverse localizzazioni motorie, sensitive e sensoriali. A tale risultato hanno contribuito i moderni studi anatomici e fisiologici, con i lavori di von Economo, Campbell, Brodmann sulle aree corticali secondo l'aspetto morfologico delle cellule nervose e la loro disposizione in strati (citoarchitettonica), secondo il progressivo rivestirsi di mielina dei differenti gruppi di fibre nervose (mieloarchitettonica, C. Flechsig e G. Vogt), o secondo la loro differente attività elettrica (elettroarchitettonica, Kornmüller).
Nei riguardi del problema delle l. c., ci si trova di fronte a due correnti: quella dei localizzatori e quella degli anti-localizzatori. Tra i primi, inoltre, due tendenre gli uni giungono fino alla localizzazione delle stesse facoltà psichiche (Henschen, Wernicke, Kleist, Nielsen, Pavlov), gli altri, più prudentemente, pongono rapporti tra delimitate zone cerebrali e determinati quadri sintomatici clinici (Foerster, Penfield). In generale, i localizzatori tendono ad abbandonare il concetto di centri statici legati a particolari funzioni, riconoscendo piuttosto in questi centri degli organizzatori dinamici delle funzioni, sostituendo al termine di localizzazione quello più appropriato di correlazione. Gli antilocalizzatori si dividono anch'essi in due gruppi: quelli che sostengono il funzionamento globale della corteccia, pur ammettendo il concetto di parte periferica e parte centrale della corteccia stessa (la prima sarebbe in rapporto con le parti periferiche del corpo umano e con la periferia tutta, mentre la parte centrale, comprendente le aree restanti e corrispondente all'incirca alle aree associative di Flechsig, avrebbe prevalentemente funzioni psichiche: Goldstein); quelli che soltanto negano a determinati territori corticali prerogative funzionali in senso stretto (Monakow, Morgue).
Così varie teorie e tanta divergenza di conclusioni sono spiegate dalla difficoltà d'interpretare i fenomeni anche più semplici. Infatti, quando esiste una lesione in
un dato punto corticale, l'eventuale sintomatologia presente permetterà di affermare tutt'al più la localizzazione di un deficit e non di una funzione (Monakow), dato che si osserva non solo la scomparsa di una particolare funzione (sintoma negativo), ma un quadro misto di elementi di questo tipo con altri provocari dalla liberazione di altri centri la cui attività era sotto il controllo del centro leso (sintoma positivo, secondo Jackson). Inoltre il rapporto tra sintomi positivi e negativi non dovrà essere inteso con troppo schematismo, variando da caso a caso.
Un'osservazione che si presta molto bene per la comprensione dell'attività coordinata delle varie aree corticali, è il confronto tra quanto avviene durante un esperimento e quello che succede invece durante un atto volontario, p. es., motorio. Se si stimola elettricamente una deteıminata regione corticale, si ottengono movimenti di particolari gruppi muscolari; se si isola la stessa regione dalle aree circostanti, mentre la stimolazione ottiene l'identico risultato, la motilità volontaria di quei gruppi muscolari è abolita; ciò perché il movimento volontario non puó avvenire senza il contributo di informazioni sensitive e sensoriali che portino tutta una serie di complessi riferimenti all'area sopracitata, da punti lontani dall'organismo e dell'ambiente circostante. Va accennata anche la questione della prevalenza emisferica: Marc Dax (1836) sottolineò per primo l'importanza dell'emisfero cerebrale sinistro, partendo dall'osservazione che i disturbi del linguaggio sono molto più frequenti nei paralizzati a destra. Attualmente, si considera che la prevalenza emisferica sinistra dei soggetti destrimani è limitata a determinate funzioni, quali l'espressione simbolica, il riconoscimento visivo degli oggetti, l'orientamento visivo nello spazio, la memoria topografica e la conoscenza dello schema corporeo. Anche in questo caso non si tratterebbe di centri isolati unilaterali, dato che in condizioni anormali le loro funzioni possono esser vicariate dall'emisfero opposto, da centri che nei soggetti normali, probabilmente, svolgono una attività subordinata. Non c'è però prevalenza emisferica per le funzioni corticali proprie dell'apparato motore, sensitivo e sensoriale, né per i fenomeni psichici in generale.
Nei riguardi del valore da darsi al concetto di l. c., conviene esaminare i risultati clinici da cui appaiono forme diverse di localizzazione. Infatti, accanto a zone (la cosiddetta corteccia periferica) dove i dati anatomici, fisiologici e clinici permettono di riconoscere un rapporto abbastanza preciso senza peraltro spiegare sufficientemente il disturbo funzionale, esistono altre zone dove il rapporto lesione-sintomatologia presenta limiti più vaghi, come p., es., le zone delle agnosie, dell'afasia e dell'aprassia. Tutt'al più in queste zone si può riconoscere qualche punto nodale di maggior importanza (come per l'afasia il centro di Broca o il centro di Wernicke); ma in generale qui a lesioni identiche corrisponde una sintomatologia variabile; il risultato clinico di una lesione dipenderà inoltre dalla sua natura (infettiva, tumorale, degenerativa, traumatica, vascolare), dal terreno (età del soggetto), dal modo di evolvere (progressività, restaurazione, ecc.).
Si elencano qui infine le l. c. più importanti con riferimento anatomo-clinico. La sindrome frontale comprende disturbi del tono muscolare, della denervazione, dei riflessi, dell'oculomozione, della coordinazione, dell'equilibrio, delle attività sensitivo-sensoriali, neurovegetative, del linguaggio, delle attività pratiche (prassiche), dell'orientamento e infine disordini psichici. Nella regione della scissura di Rolando si riscontrano i centri motori per i singoli movimenti della faccia, del tronco e degli arti. La sindrome pariende comprende disturbi sensitivi (della faccia, del tronco e degli arti) prassici, dello schema corporeo, del linguaggio, dell'equilibrio, dell'oculomozione, del trofismo e sensoriali (visivi e gustativi). La sindrome temporale si manifesta con disturbi dell'oudizione del linguaggio, sensoriali (gustativi, olfattivi, visivi), dell'oculomorione e dell'equilibrio. La sindrome occipitale comprende disturbi visivi (smiamopsie, cecità corticale, allucinazioni e agnosie visive) e della percezione del tempo e dei movimenti. La sindrome del corpo calloso, infine, disturbi psichici, prassici, gnosici, del linguaggio, sensitivi, motori e dell'equilibrio.
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Il fatto stesso che determinate funzioni abbiano sede in più parti della corteccia dimostra l'ampia correlazione delle varie zone e fa intuire la complessità dell'argomento.
BibL.: J. De Ajuriaguetro-H. Hecsen, Le rortex cirébral. Parigi 1949; J. F. Fulton, Physiology of the nervous system, Nusva York 1950; W. Penfield-T. Rasmussen, The cerebral cortex of man, ivi 1950.
LOCAZIONE, CONTRATTO di. - Si distinguono tre specie di 1. : la 1. di cose, la 1. di opere e la 1. di opera. Staccandosi dal vecchio codice del 1865 (molto antiquato in materia) e tenendo conto dello sviluppo enorme della 1. in questi ultimi anni, il Codice civile italiano del 1942 ha molto opportunamente trattato di esse in parti distinte.
Riservata al 1. V, del lavoro, la 1. di opera, ossia il contratto di lavoro vero e proprio preso nel senso moderno (somministrazione del lavoro personale alle dipendenze di altri o in comune con essi dietro corrispettivo in salario o con partecipazione ai frutti: artt. 2060-2574), il Codice italiano nel 1. IV, delle obbligazioni, parla dei vari contratti di 1. di opere, quali il contratto di somministrazione (artt. 1559-70), di appalto (artt. 1655-77), di trasporto (artt. 1678-1702), di mandato (artt. 1703-41), di agenzia (artt. 1742-53), di mediazione (artt. 1754-65), di deposito (artt. 2028-32); e del contratto di 1. di cose vero e proprio (di fondi urbani e rustici), che viene semplicemente chiamato 1. (artt. 1571-1654). Altri istituti giuridici che hanno relativo affinità con la 1 . sono trattati nel 1. III, della proprietà, in quanto, distaccandosi molto dalla 1., si avvicinano appunto alla proprietà, quali la superficie (artt. 952-56), l'enfituasi (artt. 957-77), l'usufrutto (artt. 978-1026) e le stesse servitù prediali (artt. 1027-99).
Fatta questa premessa indispensabile per l'intendimento della complessa materia della 1. e dei contratti diversissimi che la compongono; tenuto presente che alle volte è difficile distinguere se una 1. appartiene piuttosto all'una che all'altra specie, soprattutto se alla 1. di opere o di opera, si espone qui esclusivamente la materia riguardante la 1. di cose: lo stesso Codice civile italiano del resto, come si accennava, riserva il termine 1. (artt. 15711654) a detto contratto. E opportuno pure notare che tanto i moralisti, fino a questi ultimi anni, quanto i civilisti (quelli italiani quasi tutti fino al 1942) spesso hanno trattato promiscuamente delle 1. prese nei vari sensi predetti. Non sarà neanche inutile avvertire che, contrariamente a quanto molti civilisti vorrebbero, neppure nel nuovo Codice italiano si hanno due trattazioni distinte per la 1. di fondi urbani e per quella di fonti rustici, ma dell'una e dell'altra si parla nell'unico capo 6° benché in distinte sezioni e con nome distinto (l. per i fondi urbani, artt. 160716014; affitto per i fondi rustici, artt. 1613-54).
Il Codice civile italiano, dopo aver definito la 1. come * il contratto con il quale una parte si obbliga a far godere all'altra una cosa mobile o immobile per un dato tempo, verso un determinato corrispettivo * (art. 1571); dopo aver sancito che la 1. oltre un novennio e le anticipazioni del corrispettivo della 1. per una durata superiore a un anno sono atti eccedenti l'ordinaria amministrazione (art. 1572), e che la 1. (salvo diverse disposizioni di legge, come, p. es., nel caso di 1. di fondi a scopo di rimboschimento o di 1. di case per abitazione, che a norma degli artt. 1629 e 1607 possono farsi rispettivamente fino a un massimo di 99 anni la prima, e fino allo spirare del secondo anno dopo la morte dell'inquilino la seconda) non può stipularsi per un tempo superiore ai 30 anni (art. 1573); descrive i principali doveri del locatore e del conduttore.
All'art. 1573 è detto al riguardo che il locatore deve consegnare la cosa in buona stato, mantenerla in modo da servire all'uso convenuto e garantirne l'uso pacifico per il tempo stipulato; mentre il conduttore deve servirsi
della cosa come un buon padre di famiglia; pagare nel tempo stabilito il corrispettivo (art. 1587), restituirla a tempo debito nello stesso stato in cui la ricevette (art. 1590) e, in caso di mora, pagare, oltre l'affitto del maggior tempo, anche gli eventuali danni maggiori derivati per lo scadere della data (art. 1591). Generalmente le spese minute riguardanti la cosa locata sono a carico del conduttore, le altre a carico del locatore (art. 1576); il conduttore però risponde della perdita e del deterioramento della cosa locata anche se derivanti da incendio (salvo che questo non sia avvenuto per causa non imputabile a lui), o da terzi da lui ammessi, anche temporaneamente, all'uso della cosa locata (art. 1588). E ammessa la sublocazione (intendi dei fondi urbani) da parte del conduttore (art. 1594), non però il subaffitto (intendi dei fondi rustici) (art. 1624); comunque è sempre proibito la sublocazione di beni mobili senza il consenso del locatore, salvo gli usi contrari (art. 1594). E ammessa pure la rinnovazione tacita della 1. (e alle medesime condizioni delle precedente che è spirata) se il locatore, scaduto il termine della 1., non oppone alcunché al locatario, e in ogni caso se, trattandosi di 1. a tempo indeterminato, non ci sia stata previa disdetta (art. 1597). Pochi articoli poi ( 1607 -14) riguardano direttamente la 1. dei fondi urbani; mentre sono molto più numerosi quelli che riguardano l'affitto, ossia la 1. di fondi rustici e loro pertinenze. In questo caso particolare risulta è dato al fattore imprevisti. Gli artt. 16351637 infatti dettano norme abbastanza dettagliate che regolano le relazioni economiche tra conduttore e locatore nel caso di perdite fortuita dei frutti sia negli affitti pluriennali che in quelli annuali, salvo il rischio della perdita del bestiame appartenente al fondo locato, che rimane sempre a carico dell'affittuario, se non è stato espressamente stabilito il contrario (art. 1843).
Per quanto riguarda il campo morale, le norme generiche dei contratti valgono anche nel caso della 1. Ordinariamente i moralisti ribadiscono che bisogna stare alle norme del Codice civile proprio delle singole nazioni specialmente per ciò che concerne gli obblighi e i diritti rispettivi tra locatore e conduttore. Per quanto riguarda il Codice civile italiano bisogna riconoscere che rispecchia molto adeguatamente i principi di diritto naturale e l'equità.
Le precedenti disposizioni valgono pure per la 1. dei beni ecclesiastici (can. 1529). Fa eccezione la 1. di beni immobili appartenenti a chiese che non possono essere locati ai suoi amministratori né ai consanguinci e affini di questi fino al secondo grado (quarto grado civile) compreso, senza il permesso dell'Ordinario del luogo (can. 1540). La 1. di qualsiasi altro fondo ecclesiastico può farsi liberamente, purché avvenga per sata pubblica e venga ceduta al migliore offerente (can. 1531 § 2) con il consenso dell'autorità ecclesiastica di cui al can. 1541 § 2, nn. 1-3. Inoltre le soluzioni anticipate per oltre un semestre sono proibite senza il permesso dell'Ordinario del luogo quando si tratta di beni appartenenti a benefici ecclesia. stici (can. 1479); si osserva invece la norma ordinaria del codice civile quando si tratta di altri beni.
BibL.: Per il diritto civile: G. Venzi, Manuale di dirito civile, Torino 1928, nn. 300-306; F. Messineo, Manuale di diritto civile e commerciale, III, Milano 1947, p. 49 sgg.; B. Dani, Istituzioni di diritto civile, II, Torino 1947, p. 93 sgg.; A. Trabucchi, Istituzioni di diritio civile, Padova 1950, p. 671 sgg. Per quanto riguarda le restrizioni in materia di 1. dovute alle state di emor. uenza dopo l'ultima guerra, v.: A. Clemente - G. Tamburion, Disciplina delle l. degli immobili urbani, Milano 1946: M. Fragoli, La disciplina delle l. degli immobili urbani, 101 1946; Presidenza del Consiglio dei ministri, Disciplina delle l. degli immobili urbani, 2° ed. (aggiornata al 23 maggio 1950), Roma 1950; A. Panza - Codronio, La nuova disciplina delle l. degli immobili urbani, Napoli 1950; V. Falcone - T. Fortunio, La nuova legge 2ni fitti, Roma 1950. - Per il CIC e la morale: P. Vito, L., in Monitore ecclesiastico, 40 (1928), pp. 285-86; id., Alienazioni e l. di beni ecclesiastici, in Perfice numeri, 4 (1929), pp. 276-80; G. Vroman, De applicazione con. 1319, in Ios Pontificium, 10 (1930), pp. 120-25; G. Stocchiero, Enti e beni ecclesiastici in Italia, Vicenza 1932. nn. 288-90; A. Piscetta-A. Gennaro, Elementa theologice morali. III, Torino 1942, nn. 760-65; appendice, ivi 1942, pp. 45-48; T. L. Bouscaren-A. C. Ellis, Canon iose, Milwaukee 1948, pp. 376-77. Lorenzo Simeone
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LOCH, Valentin. - Teologo ed esegeta cattolico, n. a Bamberga il 24 sett. 1813, m. ivi il 14 giugno 1893. Fece gli studi teologici a Bamberga ed a Monaco. Fu professore di teologia ad Amberg (1843-63), poi di esegesi a Bamberga (1865-84), e presidente dell'Associazione storica di Bamberga (1875-83).
L. è noto per la versione tedesca della S. Scrittura, in collaborazione con W. Reischl ( 4 voll., Ratisbona 1851-66; ivi più volte ristampata fino al 1913).
Fu inoltre benemerito editore della Biblia Sacra V'ulgatae editionis ( 4 voll., Ratisbona 1849; 11 ed., ivi 1911); Nocum Testamentum graece et latine (ivi 1862); Vetus Testamentum graece iuxta LXX interprete (ivi 1866; 2² ed., ivi 1886). Lasciò altre opere di argomento scritturale; inoltre: Materialien zu einer lateinischen Grammatik der Vulgata (Bamberga 1870). L. curò pure la nuova edizione del Lexicon Graeco-Latinum in libros Novi Testamenti di Ch. G. Wilke (Ratisbona 1858).
L'attività letteraria di L. abbracciò, oltre la storia ecclesiastica locale, la teologia dogmatica; procurò la versione germanica dei Canones et decreta del Concilio Tridentino (Ratisbona 1869) e del Catechismus Romanus (ivi 1872).
Bib.: M. Katzenberger, Jahresbericht des k. b. Lyzenme in Bamberg. Jor das Jahr 1832-53. Bamberga 1893, pp. 22-24; F. Lauchert, s. v. in Allgemeine Deutsche Biographie, p. 52 26. Adalberto Metzinger
LOCHNER, Stephan. - Pittore tedesco, n. a Meersburg sul Bodensee, visse e operò a Colonia, dove risulta attivo dal 1442 fino alla morte, avvenuta nel 1451, sembra, all'ospizio dei poveri della città. Dal 1447 al 1450 fu eletto al consiglio della confraternita dei pittori. Il Dürer, come si sa da un suo allievo, ammirò moltissimo la pala d'altare del Duomo, considerata dai concittadini il capolavoro della pittura locale. Tale notizia diede modo di identificare il pitore con il Maestro Stefano di Colonia.
L'unica sua opera datata è la Presentazione al Tempio della Pinacoteca di Darmstadt, del 1447: la sua attività pare accrescersi nel decennio ultimo della sua vita ed è ricostruibile con varie tavole, conservate nei musei tedeschi, come la Madonna dalla sioletta, precedente al 1443, la Noticità nel Museo diocesano e il Giudizio finale nel S. Lorenzo di Colonia, posteriore al 1446 (di cui una parte è anche nei Musei di Monaco e Francoforte). Meno tarde sarebbero invece la Crocifissione e la Madonna del roseto, della Pinacoteca di Monaco. Il L., pur essendo considerato uno dei massimi rappresentanti della scuola di Colonia, si distacca notevolmente dai contemporanei, per un più immediato e più composto senso della natura, favorito dai contatti avuti con la pittura fiamminga e francese, per un poetico uso della luce e del colore e per un chiaro ed efficace nitore compositivo.
Bib.: O. H. Foerster, s. v. in Thieme-Becker, XXIII, pp. 306-308: O. Fischer, Geschichte der deutschen Malerei, Monaco 1942, pp. 166-71.
Eugenio Battisti
LOCKE, John. - Filosofo, n. il 29 ag. 1632 a Wrington (Bristol) da famiglia puritana, m. il 28 ott. 1704 a Oates (Essex). Fece i suoi studi nel Collegio di Westminster a Oxford, e si dedicò, poi, a quelli di medicina; ma non li terminò, né ebbe mai il titolo dottorale. Intanto collaborò assiduamente alle opere di R. Boyle e di Th. Sydenham, e anche in seguito si occupò sempre con grande attenzione di lavori degli scienziati, fisici e fisiologi del tempo. Con una ardita operazione chirurgica parve salvare la vita a lord Anthony Ashley, che fu, poco dopo, conte di Shaftesbury. Divenuto questi cancelliere, volle il L. come suo segretario. Cosi egli fece pratica anche della vita politica. Queste diverse direzioni della sua coltura si unificavano nella sua intelligenza meditativa, e in un memorabile convegno di amici, nell'inverno 1670-71, nel corso di una discussione sui principi

160 H. Schrode, in Jahrbuch 1923, p. 69;
Lochner, Stephan - S. Orsola e le sue vergini. Miniatura del ms. 70, f. 193 di Darmstadt.
della morale e della religione, gli balenò l'idea della necessità di una «indagine pregiudiziale sui poteri e gli oggetti dell'intelligenza umana»; di qui l'origine dell'opera sua principale, l'Essay concerning human understanding (1690). Ne uscirono, lui vivente, quattro edizioni, più una in francese, con la traduzione di P. Coste, fatta sotto la sua guida personale. Hanno particolare interesse filosofico anche il trattatello intitolato Conduct of the understanding e la lunga polemica contenuta nelle Letters to E. Stillingfleet, vescovo di Worcester, le quali chiariscono ed elaborano i punti fondamentali dell'Essay. Anche i due scritti critici dal titolo The theory of vision in God by Malebranche giovano alla comprensione della sua dottrina. Da una serie di lettere scritte verso il 1684-85 al suo amico E. Clarke, che gli aveva chiesto consigli sull'educazione dei figli, venne fuori, nel 1693, il volume Some thoughts concerning education, che ebbe una fortuna grandissima, sì che se ne fecero subito varie edizioni: è, infatti, uno dei capolavori della pedagogia moderna. Nello stesso anno dell'Essay (1690) uscirono i Two treatises on governement, dei quali il secondo è il più importante ed è divulgato ancor oggi : esso contiene la giustificazione teorica del nuovo regime, e pone le basi della dottrina politica liberale. Notevoli sono anche gli scritti, pubblicati fra il 1692 e il 1693, su questioni puramente economiche, sulla moneta, sull'interesse del denaro, sulla finanza e il commercio.
Non minore risonanza ebbero fra i contemporanei gli scritti riguardanti la questione religiosa e i rapporti delle Chiese con lo Stato: uscì nel 1695 il saggio The reasonableness of Christianity, seguito, ench'esso, da una lunga polemica; e fra il 1685 e il 1704 scrisse le quattro Letters for toleration, delle quali la prima anonima, in latino, uscita nel 1689 ,
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(da J. Locke, Le Christianisme raisonnable, Amsterdam 1758. (on. contra il front.)
Locke, John - Ritratto.
è la più famosa. Postumo, A paraphrase and notes on the Epistles of St. Paul.
Ma già nel 1691, avendo bisogno di assistenza, egli aveva accettato l'ospitalità di sir Fr. Masham, nel maniero di Oates, a ca. venti miglia da Londra. Negli ultimi anni si dedicò tutto allo studio della S. Scrittura. Fino all'ultimo conservò lucidità di mente, e si dipartì da tutte le persone care con commovente serenità.
L. è il rappresentante maggiore dell'empirismo moderno. Ma si deve subito aggiungere che la sua importanza gli deriva proprio dal fatto di rappresentare la più netta purificazione dell'empirismo precedente da tutti gli indebiti presupposti, e la riduzione di esso al suo principio gnoseologico fondamentale, ch'è l'atto della percezione sensibile. Quello che si dice "il mondo dell'esperienza" (conoscitiva) è il mondo dato nell'atto di percepirlo, o una sua derivazione e costruzione da noi operata sulla base di quest'atto. Questo solo è il mondo di cui siamo certi; oltre il limite di questa conoscenza assolutamente certa può aver luogo soltanto una conoscenza di probabilità, maggiore o minore, secondo il giudizio della ragione, che, sola, in questo caso, può indurci a dare il nostro assenso a questa o quella "credenza" o "opinione" (Introduzione all'Essay).
Di qui, la trama dell'Essay. Il quale si apre, nel 1. I, con la celebre confutazione dell'innatismo: non ci sono principi, conoscenze, idee o nozioni, teoriche o pratiche,
che precedano l'esperienza. L'anima viene al mondo come una tabula rasa: tutto quel che acquista, l'acquista per mezzo dell'esperienza. L. non nega che l'anima abbia innata la facoltà o disposizione al conoscere in generale: vuole, soltanto, che non se ne anticipi, come con l'innatismo, il risultato. Il 1. I è soltanto negativo, e serve d'introduzione al 1. II, dove si esamina positivamente l'origine delle idee. Questa origine viene riportata a due fonti soltanto: alla sensazione e alla riflessione; con la prima, L. intende quel che si dice oggi propriamente percezione, che dà l'esistenza delle cose al di fuori di noi; con la seconda, oltre la capacità di prendere a oggetto di esame i dati della prima (ch'è il significato oggi più comune), egli intende la coscienza degli atti o operazioni dello spirito (percepire, ricordare, confrontare, giudicare, desiderare, volere, ecc.). E pertanto chiama anche quelle due fonti, l'una "senso esterno", l'altra "senso interno" (distinzione conservata da Kant: ma per L. senso e intelletto, o meglio intelligenza, non sono due facoltà distinte).
Non si trascuri questa considerazione capitale: che, mentre il punto di partenza del L. è l'atto concreto del conoscere (la percezione oggettiva), egli, poi, analizzando quest'atto, lo risolve in un aggregato o complesso di idee, che hanno un significato, per sé, soltanto soggettiva. Di qui, un continuo inter