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nsiderazione capitale: che, mentre il punto di partenza del L. è l'atto concreto del conoscere (la percezione oggettiva), egli, poi, analizzando quest'atto, lo risolve in un aggregato o complesso di idee, che hanno un significato, per sé, soltanto soggettiva. Di qui, un continuo interferire fra i due punti di vista, che dànno lo spunto, l'uno, a un empirismo critico, inteso a chiarire l'oggetto proprio dell'esperienza conoscitiva; l'altro, a un idealismo soggettivo, che avrà la più immediata applicazione nel Berkeley, e la sua riduzione allo scetticismo con lo Hume. Ma in L. la posizione è diversa, né ha mai dubitato dell'esistenza delle cose fuori di noi.

Segue una vasta analisi delle idee, divise, anzitutto, in semplici e complesse. Le idee semplici sono quelle che si ricevono o da un solo senso, o da più sensi insieme, ovvero riguardano le operazioni fondamentali dello spirito, ovvero si riferiscono a dati, insieme, del senso e della riflessione. Famosa, in questa parte, la distinzione fra le idee di qualità primarie e quelle di qualità secondarie: le une, noi le consideriamo come appartenenti alla realtà delle cose (estensione, solidità, figura, movimento, ecc.); le altre (dolce, emaro, caldo, freddo, ecc.) sono idee che dipendono dalla nostra particolare costituzione corporea. L. dichiara espressamente ch'egli qui segue il modo di vedere della fisica del suo tempo.

Le idee complesse sono distinte in modi, sostanze, relazioni : soltanto le idee complesse di sostanze intendono di riferirsi alla realtà delle cose fuori di noi; le idee di modi e di relazioni sono nostre costruzioni (in generale, per ragioni pratiche), indipendenti dalla considerazione oggettiva delle cose. In questo parte, sono soprattutto da notare: la critica dell'idea di sostanza, come di un guid che sta sotto alle qualità e proprietà delle cose, e di cui L. sembra che vorrebbe far a meno, dichiarandola confusa e oscura, ma di cui in realtà non può liberarsi perché impegna l'esistenza stessa : segue la trattazione delle idee di spazio, di tempo, di causa, di identità (qui è anche quella della personalità umana), e di altre, su cui si eserciterà, poi, anche la critica kantiana, anzi tutto la filosofia moderna, sì che spetta al L. il merito di averle segnalate.

Nel 1. III si considera il rapporto delle idee alle parole, con cui si esprimono. Qui le idee, in quanto meri "oggetti mentali ", sono tutte generali, e più o meno astratte, in quanto prescindono, più o meno, dalle circostanze di tempo, di luogo e di altro nella realtà singola (l'astrazione qui, non essendovi una facoltà intellettiva diversa da quella del senso, è altra cosa da quella scolastica). L. non è un nominalista nel senso medievale (del flatus vocix), tutt'altro: ché per lui, quel che conta, è l'idea espressa con la parola. Ma dà, tuttavia, tanta importanza alla questione, come se la disparità dei pareri e delle controversie si possa ridurre all'uso diverso che si fa delle parole.

Per conoscere non basta aver idee : bisogna percepire anche il rapporto fra le idee, la loro connessione. Di qui il 1. IV, non meno importante del 1. II (ch'è il più divulgato). Si può dividere in tre parti. La prima riguarda la conoscenza assolutamente certa, ch'è quando si percepisce il rapporto fra due idee o immediatamente (in-

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![img-5.jpeg](img-5.jpeg)
(da F. G. Kenyon, John Locke. Directions concerning education, Deford III, tax. centre il boni; Locke, John - Autografo - Londra, Brtush Museum, ms. 3877 I. ff. 2,32 mathrm{~b}.
tuizione) o per via di altre idee intermedie (dimostrazione). A questo punto, sotto l'influsso cartesiano dominante in questa parte, L. dichiara che scienza, propriamente, è solo la matematica, alla quale vuole aggiunta la morale, in quanto le sue idee, come quelle matematiche, sono soltanto produzione della nostra mente: invece, in contrasto con l'originaria ispirazione del suo empirismo, sembra a lui che la scienza sperimentale difficilmente potrà mai costituirsi come scienza certa. La seconda parte (capp. 9-11) riguarda la conoscenza dell'esistenza, ed è tutta irta di difficoltà (ché anche l'esistenza è qui un'idea), sulle quali L., certo non vedendole, sorvola. Viene prima l'esistenza dell'io, che si conosce, dice L., cartesianamente, per immediata intuizione; segue l'esistenza di Dio, che si può conoscere per dimostrazione. In terzo luogo viene la conoscenza dell'esistenza delle cose fuori di noi, della quale si ha certezza nell'atto di percepirle: ma soltanto in quell'atto (fuori di questo, egli dice, non sono più sicuro della loro esistenza...). Lo scetticismo di Hume, contro l'intenzione del L., qui è preparato d'avanzo.

La terza parte del libro tratta della probabilità (quando, cioè, non si ha la certezza dei rapporti fra le nostre idee), e comprende, oltre la conoscenza dei fatti fisici, quella dei fatti storici e delle dottrine religiose. Qui L. parla anche della fede, ma ne parla nel senso stesso delle "opinioni", ossia delle conoscenze non assolutamente certe. Per lui, dunque, esistono, sì, verità che oltrepassano i limiti della nostra ragione: tali, quelle della Rivelazione;
ma all'accoglimento di esse deve pur sempre presiedere la nostra ragione, la quale è come una lampada che il Signore ha posto in noi per discernere, in ogni caso, il vero dal falso. Questo concetto, com'è noto, è d'origine agostiniana; ma qui è soltanto un lumen naturale, che va a ingrossare la corrente, già minacciosa in questo secolo, del razionalismo.

Questa filosofia ha il suo centro nell'individuo, nell'autonomia della ragione o coscienza personale : essa riusci meglio, per ciò, sul terreno politico, dove l'idea della libertà si era fatta strada, insieme a quella di un "diritto naturale» e dell'origine contrattuale della società civile. Lo stato di diritto "divino" tramonta: la fonte della sovranità passa alla società, ossia agi'individui che, limitando la propria libertà, si costituiscono in corpo sociale-politico. Non si tratta, secondo L., di un'alienazione totale dei propri diritti (come nel Leviathan di Hobbes), ma di un'alienazione parziale, limitata allo scopo del vantaggio che l'individuo si ripromette da una vita in comune regolata dalle legge. Fuori di tale scopo, restano all'individuo i suoi diritti naturali, la libertà di coscienza e il diritto di proprietà giustificato dal suo lavoro, e quindi facente tutt'uno con la vita della personalità. Di qui anche l'idea ispiratrice del suo trattato sulla tolleranza, intesa nel senso semplicemente sociale-politico, come necessità di una netta separazione tra ciò che riguarda il governo civile e ciò che appartiene alla religione: la religione è affare di coscienza, e non può in nessun caso essere imposta e determinata da un potere civile.

Ma dove, soprattutto, quest'individualismo, inteso come principio stesso della personalità umana, poté portare ai suoi migliori risultati, fu nella questione pedagogica. I Pensieri sull'educazione ricavano la loro migliore originalità da questo concetto dell'autonomia spirituale, a cui bisogna formare l'animo del fanciullo: della padronanza di se stesso, dei propri sentimenti e della propria ragione. Di qui, il metodo rigorosamente disciplinare che il L. propugna: di una disciplina interna, s'intende, che deve, tuttavia, esser promossa con mano ferma e accurata dall'educatore, dal padre e dall'istitutore. Educazione fisica, anzitutto, che dia al fanciullo la padronanza del proprio corpo e l'abitui a sopportare i disagi inevitabili; educazione morale, poi, che dia al giovinetto un carattere conforme alle leggi della virtù e dell'onore sociale; infine, un'educazione intellettuale, che dia al giovane gli elementi indispensabili della cultura per la formazione dell'intelligenza e per la pienezza della vita (l'ideale inebiano si concreta in quello del "gentiluomo", ossia dell'uomo della classe "borghese" che si veniva allora costituendo).

Questa filosofia rispondeva a un movimento generale dello spirito di quel tempo, lo interpretava nella forma più semplice e persuasiva, ne facilitava lo sviluppo ulteriore. Di qui la sua fortuna nel sec. xvili, specialmente in Francia.

Bibl.: Buona l'edizione delle Works del L. a cura di E. Law, in 4 voll., Londra 1777. Per l'Essay c'è l'edizione curata da A. C. Fraser, Oxford 1894. Per la vita del L., fondamentali: Lord King, The life of 7. L., 2 voll., Londra 1830 e F. Bourne, The life of 7. L., 2 voll., ivi 1876. Sul pensiero in generale: V. Cousin, La philosophie de L., Parigi 1829, 6a ed., ivi 1873; G. M. Ferrari, L., Roma 1904; S. Alexander, L., Londra 1908; J. Didier, 7. L., Parigi 1911; A. Carlini, La filosofia di G. L., 2 voll., Firenze 1928 (con bibl.); id., L., Milano 1949; cf. anche J. Gibson, L.t theory of knowledge and its historical relations, Cambridge 1921. Ampia bibl. particolare in Uberweg. III, pp. 683-87.

Armando Carlini
LOCKHART, William. - Rosminiano, n. a Varingham (Surrey) il 22 ag. 1820, m. a Londra il 15 maggio 1892. Da prima convinto protestante, si sentì scosso nella sua fede dalla lettura di libri cattolici di controversia religiosa e dalla parola persuasiva del rosminiano p. Gentili.

Fece la sua abbra ed entrò fra i rosminiani nel 1843; compì gli studi e, ordinato sacerdote nel 1846, attese al ministero della predicazione e delle missioni. Nel ritorno da un viaggio a Roma visitò il Rosmini, di cui curò la

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versione di alcune opere; comperò e restaurò a Londra l'antica abbazia di S. Etheldreda, restituendone al culto la chiesa (del sec. xiri) e fondandovi una residenza del suo Ordine.

Fu il primo dei "trattarianin a convertirsi al cattoliciomo e il suo ritorno alla fede cattolica fece profonda impressione sull'amico Newman, che poco dopo ne segui l'esempio.

Scrisse molti opuscoli di indole popolare; fondò e diresse il Catholic Opinion, finché si fuse con il Tablet; vanno inoltre ricordati: The Communion of the Saints (Londra 1868), The old Religion, or have shall we find primitive Christianity (ivi 1868), Life of A. Rosmini, 2 voll. (ivi 1886; il I già era stato pubblicato da G. S. Mc Walter [ivi 1883]).

BibL.: W. Hirst, Biography of Fath. L., Londra 1893.

Celestino Testore
LOCULO. Diminutivo di locus, che nella terminologia funeraria classica e cristiana (ct. iscrizioni cristiane con locus, in Diehl [v. op. cit. in bibl.], nn. 3498-
3533) significa: tomba, locus [sepolturae]. La parola l. è adoperata dagli archeologi moderni per indicare una particolare forma di sepoltura rettangolare o talvolta a forno, ricavata nelle pareti di una galleria cimiteriale.

Tale termine non ha riscontro nell'antichità se non nel senso di nicchia, scrigno, o cassa funebre, come, p. es., nell'iscrizione di Toledo del 579 (locellus: Diehl, n. 3793) e in quella di Catania (loculus: ibid., n. 1549). Se il I. doveva ricevere più cadaveri era chiamato a seconda dei casi "bisomus o biscandens, trisomus o tercandens, quadrisomus" (cf. le iscrizioni cristiane che vi si riferiscono, ibid., nn. 3797-3822).

Il cadavere vi era avvolto in bende o panni preziosi e ricoperto, per la disinfezione e conservazione, da uno strato di calce. Il I. veniva in seguito chiuso con laterizi o lastre di marmo sigillate al tufo con calce, nella quale erano spesso infissi, oltre le lampade, monete, ampolle, vetri dorati, fondi di piatti e oggetti vari, quali segni di riconoscimento. L'iscrizione relativa al defunto era, a seconda dei casi, scolpita, dipinta o graffita.

BibL.: H. Leclercq, s. v., in DACL, IX, II, coll. 1934-47; F. Grossi Gondi, Trattato di epigrafia cristiana latina e greca del mondo romano occidentale, Roma 1920, p. 243; E. Diehl, Inscriptiones latinae christianae veteres, 3 voll., Berlino 1925-31. A. Pietro Frutas

LODE, DECRETO di. - E il primo passo della S. Sede nell'approvazione di un Istituto religioso il quale cessa cosi di essere di diritto diocesano e diventa di diritto pontificio (can. 488,3° ).

Per ottenerlo si manda al sommo pontefice una supplica firmata dal superiore generale e dai membri del Consiglio Generale cui si aggiungono : le lettere testimoniali dei vescovi nelle cui diocesi l'Istituto ha case; una relazione sulla fondazione dell'Istituto e il suo stato attuale (numero e qualità dei membri, stato disciplinare ed economico, ecc.); le Costituzioni approvate dall'autorità ecclesiastica; il documento d'aggregazione al primo Ordine se si tratta di Terziari regolari.

Questo decreto non viene concesso generalmente prima che l'Istituto abbia data prova di un normale e continuo sviluppo, di una vita religiosa fervente e di condizioni economiche buone. Non di rado col d. di l. si approvano per tempo determinato le Costituzioni.

Col d. di l., l'Istituto acquista una certa indipendenza dagli Ordinari, i quali non possono più cambiare nulla nelle Costituzioni; cessa il diritto del vescovo di confermare l'elezione della superiora generale; non possono gli Ordinari intervenire nell'amministrazione finanziaria (si eccettuano le dori delle religiose e alcuni beni dati per il culto e le opere di carità nella diocesi): il rinvio dei professi non dipende più da loro. Ma l'autorità e specie il diritto di controllo degli Ordinari su tutti i rapporti dei religiosi con l'esterno, con i fedeli, rimangono infatti.

BibL.: T. Schaefer, De Religioss, 3 ed., Roma 1940, p. 130; I. Creusen, Religieux et Religieuses d'après le droit ecclésiastique, 3ᵉ ed., Lovanio 1930, n. 27. Giuseppe Creusen

LODI (Laudes matutinae). - Preghiera solenne allo spuntar del sole,
in uso già nei primi secoli cristiani (Tertulliano, De oratione, 25 : «ingressu lucis»; Peregrinatio Aetheriae [CSEL, 39, 71 sg.] : «ubi coepit lucescere»). Venne ordinata nella Traditio d'Ippolito Romano (R. H. Connolly, The so-called egyptian Church order, Cambridge 1916, n. 64, nota 4) e nelle Costituzioni Apostoliche (11, 59; VIII, 34-39); dai secc. iv-v in uso presso il clero delle basiliche e nei monasteri. Le L. chiudono festosamente l'orazione notturna; perciò nell'ufficiatura corale non si distaccano queste due ore canoniche. Fin dal sec. xir l'Ufficio mattinale, lasciando il nome Matutinae all'orazione notturna, fu chiamato semplicemente Laudes (L.).

Gli elementi antichissimi sono i salmi 50,62 e 66 , poi a Roma un cantico variabile secondo i giorni, riservando il Benedicite alla domenica; seguono i salmi 148 , 149, 150, già in uso nel rituale della Sinagoga. Una breve lesione o un capitolo, mancante originalmente all'Ufficio romano, ma nell'Ufficio monastico introdotto da s. Benedetto, passò anche nell'Ufficio romano nel sec. viI; lo stesso si dica dell'inno introdotto nell'Ufficio romano nel sec. xir. I punti culminanti dell'Ufficio mattinale sono la recita del Benedictus e la solenne turificazione dell'altare, riportata già nell'Ordo Lateranensis del card. Bernardo (scritto prima del 1145 ; ed. L. Fischer, Monaco 1916). Con la riforma di Pio X, si cambiò l'ordine dei salmi usato fin dai secc. v-vi; si introdusse un doppio schema di L., festivo e penitenziale (Avvento e Settuagesima-Quaresima). Sul modello romano, s. Benedetto ordinò le L. monastiche, ma aggiunse il capitolo e l'inno.

BibL.: C. Callewaert, De Breviarii Romani liturgia, Bruges 1931, pp. 40-42, 177-79; id., De laudibus matutinis, in Sacris erudiri, Steenbrugge 1940, pp. 53-89; id., De capitulo in Oßius Romano ante s. Benedictum, ibid., pp. 151-33; P. Albright, Sacra liturgia, l'orazione pubblica, Vicenza 1941, pp. 84-85; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, II, Milano 1946, pp. 423 sg., 569 sg.

Pietro Siffrin
LODI, diOCESI di. - Città e diocesi nella provincia di Milano. Su una superficie di ca. 700 kmq ,

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conta 205.491 ab., dei quali 205.400 cattolici; 115 parrocchie e 23 vicariati serviti da 320 sacerdoti diocesani e 31 regolari, un seminario, 3 comunità religiose maschili e 89 femminili (Anmario Pontificio, 1951, p. 251).

L'antico nome era Lauda, latinizzato in Laus Pompeia. La città si ritiene fondata dai Galli Boj, scesi nel sec. in a. C. e insediatisi nell'ultimo tratto dell'Insubria, circoscritto dall'Adda ad est, dal Lambro ad ovest, dal Po a sud. Nell'S9 a. C. da Pompeo Strabone L. fu fatta colonia latina, e nel 49 da Giulio Cesare ottenne la cittadinanza romana. A Laus Pompeia furono martirizzati i ss. Nabore, Vittore e Felice.

Il primo vescovo che impersona tutta la storia religiosa e civile del popolo lodigiano è s. Bassiano, che resse la diocesi dal 378 al 413 . M. il 19 genn., fu sepolto nella basilica da lui eretta ai dodici Apostoli, e dopo di lui chiamato dal suo nome. Gli archivi dell'antica L. andarono in gran parte perduti nelle invasioni barbariche e nelle due distruzioni compiute da Milano nel inin e nel 1158 , nel quale anno l'antica. L. si trasferì più a sud sull'Adda, dove aveva il suo porto commerciale. Ivi fu trasferito il corpo di s. Bassiano il 4 nov. 1163. Il Comune di I.. sorse nel sec. 21: partecipò alla prima Crociata, nella quale si meritò lo stemma della croce rossa in campo d'oro. Le sue ricchezze provennero dal trovarsi la città e il territorio in mezzo a tre grandi vie fluviali e alla Muzza, canale irrcanorio attraversante tutto il Lodigiano, scavato nel 1220 .

Dei vescovi di L., dopo s. Bassiano, meritano speciale menzione s. Ciriaco (m. nel 451); s. Tiziano (m. nel 476); Andrea che nel 996 restaurò la basilica di s. Bassiano. Nella nuova L. fiorirono i vescovi s. Alberto Quadrelli (1168-73), patrono secondario e fondatore del Consorzio del clero; Paolo Cadamosto, legato di Urbano VI in Ungheria, che nel 1323 ricostruì la basilica di s. Bassiano; il card. Gerardo di Landriana (1419) e il card. Ludovico Simonetta (1537-61); Carlo Pallavicino, che nel 1457 concentrò in un grande ospedale gli ospedali inerti
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(fei. Pont. Comm. d'arch. socra) Loculo - Ampolla vitrea infissa nelle calce di un l. - Roma,
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(fei. Anderson)
Looi:- Forciata della Cattedrale (secc. xit-x'1i). Il campanile è del 1330 su disegno di Callisto Pizzca.
(hellissimo il chiostro) e nel 1493 dotò la Cattedrale con il cosiddetto "Tesoro di s. Bassiano", in gran parte incamerato da Napoleone I; Antonio Scarampi, che nel 1575 eresse il Seminario e gli orfanotrofi. La diocesi è suffraganea di Milano. L. cessò di essere Comune libero nel 1335, quando si diede ai duchi di Milano.

Monumenti religiosi: la Cattedrale eretta nel 1158 e molto rimaneggiata nel 1761; S. Lorenzo (sec. xit); S. Francesco (1252), ricca d'affreschi d'ogni secolo; l'Incoronata, iniziata in seguito a miracolo nel 1487 , vero gioiello d'arte giustamente ammirato; S. Filippo (sec. xvir) con l'annesso monastero, ora civica biblioteca; S. Maria Maddalena (1720), grandioso tempio scuola del Juvara; S. Cristoforo ( 1565 ) del Pellegrini. Fuori di L. si ammirano la basilica di S. Bassiano, in L. antica, e la chiesa abbaziale di Abbadia Cereto (ca. 1176).

Personaggi : Ottone Morena e il figlio Acerbo, che scrissero la cronistoria lodigiana del loro tempo (1111-64); Oldrado da Ponte, giureconsulto papale (m. nel 1335); Maffeo Vegio, canonico di S. Pietro e umanista cristiano (m. nel 1458); Franchino Gaffurio, teoretico di musica (m. nel 1522); Defendente Lodi, detto il Muratori lodigiano per la sua competenza storica (m. nel 1656); p. Francesco Quaresimi, minorita, autore di scritti sulla Terra Santa (m. nel 1656); p. Pietro Codazzo (m. nel 1549), che fu il primo gesuita italiano, e con i suoi beni rese possibile a s. Ignazio lo stabilirsi in Roma; Francesco De Lemene, poeta (m. nel 1704); p. Cesario Tondini, barnabita, che si votò al ritorno dell'ortodossa Russia alla Chiesa cattolica (m. nel 1897); s. Francesca Saverio Cabrini (v.), fondatrice delle Missionarie del S. Cuore di Gesù.

Santuari : è celebre il santuario della Madonna dei Cappuccini in Casalpusterlengo, eretto in seguito ad apparizioni documentate nel 1574 .

Bini.: C. Vignati. Il codice diplomatico laudense, 2 voll., Milano 1883-86; P. F. Kehr. Italia pontificia, VI, 1. Berlino 1913, pp. 237-58; G. Agnelli, L. e il suo territorio, Lodi 1917; Cottincau, I, pp. 1639-40.

Lodi Salamina
LODZ (Lódz), diocesi di. - In Polonia, fondata nel 1920. Suffraganea di Varsavia; il primo vescovo fu Wincenty Tymieniechi.

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(fol. Anderson)
Loogia - L. dell'abside del duomo di Piacenza (metà del sec. xit).
Su una superfice di 6040 kmq . conta 1.100 .000 ab ., di cui un milione cattolici; 138 parrocchie servite da 238 sacerdoti diocesani e 76 regolari, 17 comunità religiose maschili e 62 femminili; 1 istituto di educazione maschile e 3 femminili, 20 opere di carità e beneficenza (Ann. Pontificio, 1931, p. 252). Sacerdoti diocesani periti durante l'occupazione tedesca: 128 in prigione o in campi di concentramento. L. nel sec. xiv apparteneva ai vescovi di Wloclawek (Wladislavia), nel sec. xv fu elevata a rango di città. Dal sec. xix fu uno dei principali centri dell'industria tessile, per cui fu detta la «Manchester polacca». A Pabjanice vi sono una chiesa gotica di S. Matteo, del 1588, ed un castello del sec. xv in stile del Rinascimento italiano. A Piotrków vi sono: chiesa gotica di Nostra Signora del sec. xiv; chiesa e chiostro dei Domenicani del sec. xiv; chiesa ex-bernardina del sec. xvir; chiesa di S. Francesco Saverio del sec. xviri; castello del sec. xiv; palazzo comunale del 1580 . Dal sec. xv al xvir Piotrków fu sede di diversi sinodi e nel 1577 vi furono promulgate le leggi del Concilio Tridentino. Dal sec. xv a Piotrków si radunavano i Sejm (Parlamento) e dal 1578 fu sede del tribunale reale.

Bril.: M. Baliński-T. Lipiński, Starazytna Polska. I. Varsavia 1844, pp. 211-20, 270; Slawwih Geograficany Króleztwa Polskiego, V, ivi 1884, pp. 677-80; VII. ivi 1884, pp. 804-805; VIII, ivi 1884, pp. 186-208; M. Pirozyński, Statystyka Kościoła hatulickiego w Polsce, in Homa Dei, 1946, it, pp. 80-82; id., Seminaria Duchowen w Polsce, ibid., 1948, t, p. 84; P. M., Ze statystyki Kościola w Polsce, ibid., iv, pp. 464-67; v, pp. 578-79. Adam Macielitaki
LOE, Paul von. - Nel Battesimo Ludwig, Storico domenicano, n. il 31 marzo 1866 nel castello di Wissen (Renania), m. il 19 giugno 1919 a Düsseldorf.

Dopo gli studi ginnasiali a Feldkirch e Vechta e quelli filosofici e teologici a Eichstätt e Münster, vestì l'abito domenicano a Venlo il 15 nov. 1887, studiando ancora a Rijckholt (ove fu sacerdote nel 1891) e Lovanio (ove fu lettore nel 1892). Lettore e superiore a Venlo e Düsseldorf, ove fu reggente dello Studio generale (1912-17), acquistò particolare
merito per la fondazione della Thomasbibliothek a Düsseldorf (1891, trasferita a Walberberg nel 1934).

Fondò la serie Quellen und Forschungen zur Geschichte des Dominikanerordens in Deutschland. Scrase, tra l'altro: De vita et scriptis Alberti Magni (in Anul. Boll., 19 [1900], pp. 257-84; 20 [1901], pp. 273-316; 21 [1902], pp. 316317), Statistisches über die Ordensprovinz Teutonia (Quellen u. Forschungen, I [Lipsia 1907]), Statistisches über die Ordensprovinz Saxonia (ibid., + [ivi 1910]), ed. 1. Meyer, Liber de viris illustribus O.P. (ibid., 12 [ivi 1918]).

Bim.: Acta cap. O. F., Roma 1920, pp. 78-80; H. Wilms, P. v. L. u. sene Verdicuste um die Geschichte des Dominikanerordens (Quellen u. Forschungen, 18), Lipsia 1923. Angelo Wels

LOGGIA. - Galleria aperta nei piani superiori degli edifici, quasi sempre con archi, raramente con architrave. Nell'architettura delle chiese appare come uno sviluppo del motivo preromanico della serie di nicchie o degli archi pensili, dovuto alla necessità costruttiva di alleggerire la muratura, e insieme all'intento estetico di dar movimento alle superfici.

Se ne trovano i primi esempi nel sec. xi, nel tiburto della cappella di S. Aquilino presso S. Lorenzo a Milano e nell'abside di S. Sofia di Padova, dove sono usati archi su piedritti; poi, alleggerita per l'uso di colonnine, è frequentissima nell'architettura lombarda del sec. xit, nelle absidi (S. Giacomo e S. Fedele a Como; S. Maria Maggiore a Bergamo) e nelle facciate, dove segue gli spioventi del tetto (S. Michele in Ciel d'oro di Pavia) o segna una cesura orizzontale (duomo di Cremona). Le maestranze lombarde ne diffondono l'uso nell'Italia settentrionale (abside del duomo di Murano) e centrale, dove nelle cattedrali di Modena, Piacenza e Ferrara le l. sono un motivo dominante che recinge tutto l'edificio; divengono tipiche dell'architettura pisana, che le usa frequentemente in più ordini nelle facciate (duomo e S. Paolo a Ripa d'Arno a Pisa; S. Michele in Foro a Lucca; S. Paolo a Pistoia, ecc.). Vengono adottate anche oltr'Alpe, particolarmente in Renania (S. Castoro a Coblenza; cattedrali di Spira, di Magonza e di Bonn). Nel corso del Duecento sono usate anche nei campanili, per il solo coronamento (duomo di Cremona), o in più ordini (torre di Pisa; duomo di Pistoia); ma sempre più raro se ne fa l'uso con l'affermarsi delle forme gotiche, e se ne possono citare pochi esempi nelle facciate (Santo di Padova), nelle absidi (duomo di Trento), nei tiburi (abbazia di Chiaravalle); per i tiburi tornano però ad essere largamente usate nel tardo Quattrocento lombardo (cernisa di Pavia; duomo di Bergamo; S. Maria delle Grazie a Cremona) anche dallo stesso Bramante (S. Maria delle Grazie a Milano).

Non motivate da ragioni ornamentali o statiche, ma dovute a necessità religiose sono le 1 . della benedizione che sovrastano l'ingresso delle principali basiliche romane, e sono vaste abbastanza da accogliere il Pontefice con il suo seguito. Al ricordo del primo giubileo è legata la 1. che era presso la basilica di S. Giovanni in Laterano, voluta in quell'occasione da Bonifacio VIII; questa, e quella che probabilmente già esisteva in S. Pietro, furono rifatte con la ricostruzione delle due basiliche. Il solenne motivo architettonico venne ripetuto anche in chiese annesse ai maggiori palazzi cardinalizi, non solo nel Rinascimento (SS. Apostoli, S. Marco), ma fin nel Seicento (S. Maria in Via Lata). Grandioso esempio settecentesco è quello di S. Maria Maggiore (1748), in cui l'ariosità della 1. viene accentuata dalle grevi masse dei palazzi laterali; recentissima quella di S. Maria degli Angeli di Assisi.

A necessità pratiche di disimpegno degli ambienti rispondono le 1. dei chiostri (v.), analogamente a quelle usate nell'architettura civile per i cortili, di cui è superfluo citare gli innumerevoli esempi di tutti i tempi. Nelle facciate dei palazzi le 1. appaiono già nel Duecento, come a Roma nell'antico palazzo senatorio e specialmente a Venezia, dove divengono motivo dominante : espressioni tipiche il Palazzo ducale, la Libreria del Sansovino e la 1. del barocco Palazzo Rezzonico. Tanto nei cortili che nelle facciate le 1. furono arricchite da decora-

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(fol. Mionri:
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(fol. Mionri:
(fol. Mionri)
In alto: LA FORTEZZA VECCHIA. Trasformata da Antonio da Sangallo (1521-34). In basso a sinistra: INTERNO DEL SANTUARIO DI MONTENERO, costruito nel 1721 su disegno di G. Fontana e F. Baratta. In basso a destra: ALTARE MARMOREO di Silvio di Giovanni de' Neri (sec. xvi) - Montenero, Santuario.

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(fol. Geb. fol. 20:3
In alto: LOGGIA DEL CONSIGLIO. Opera di Fra Giocondo (1476-93) - Verona.
In basso: LOGGIA DELLA BASILICA DI S. MARCO. Su disegno di L. B. Alberti (ca. 1455) - Roma.

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zione pittorica, già in uso nel Quattrocento (Palazzo dei Cavalieri di Rodi a Roma), e che ha il suo esempio più famoso nelle 1. di Raffaello. Nel tardo Cinquecento e più nei secoli successivi la l. esterna dei palazzi risponde spesso allo scopo di belvedere (Palazzi Farnese, Borghese, Falconieri, ecc.).

Si dà il nome di 1. anche ad alcuni edifici aperti da arcate a pianterreno, quasi sempre destinati ad uso pubblico o per rappresentanza (l. dei Lanzi a Firenze; degli Osii a Milano; del Palazzo del Comune a Brescia; del Capitano a Vicenza), o, eccezionalmente, a scopo assistenziale (l. del Bigallo a Firenze, dove si raccoglievano i bambini abbandonati), o, assai più spesso, per scambi commerciali (l. dei Mercanti a Siena, ad Ancona, a Bologna), o per mercato (l. del Porcellino a Firenze). - Vedi tav. C.

Bibl.: G. T. Rivoira, Le origini dell'architettura lombarda, I-II, Roma 1901-1907, passim; Venturi, VIII-XI, passim; P. Toesca, Storia dell'arte italiana. Il medioevo, Torino 1927, Cassim.

LOGIA. - Termine greco ( λ δ^{′} γ^{′} α ) che indicava normalmente nella letteratura profana adetti, oracoli divini» (Erodoto, VIII, 60, 3; Tucidide, II, 8, 2); cosi nei Settanta, presso Filone e i Padri apostolici. Nel Nuovo Testamento indica le rivelazioni fatte da Dio a Mosè (Act. 7, 3S), le rivelazioni contenute nel Vecchio Testamento, specialmente i vaticini messianici (Rom. 3, 2), la Rivelazione cristiana (Hebr. 5, 12), i detti dei carismatici (Rom. 12, 6 sgg.; I Cor. 12, 8 sgg.; I Pt. 4, 11). S. Policarpo (7, 1) chianta «l. del Signore» i detti di Gesù.
S. Papia scrisse un'opera in 5 libri intitolata Interpretazioni dei l. del Signore ( λ ° γ^{′} ω ν ν к ω ρ ι α κ tilde{ω} ν dot{ε} ξ ε γ dot{ε} σ ε ι ς ), in cui commenta non solo i detti, ma anche i fatti di Gesù. Nei frammenti conservati da Eusebio siamo informati che Marco (v.) non volle fare una "coordinazione dei l. del Signore» ( σ dot{α} ν τ α ξ ι ν τ tilde{ω} ν к ω ρ ι α κ tilde{ω} ν λ ° γ^{′} ω ν ); "Matteo invece, in lingua ebraica coordinò i l. ( τ dot{α} λ dot{η} γ ι α σ ι α τ α dot{ξ} α τ α; qualche codice ha σ ν ν ε γ ρ dot{α} dot{α} α τ α ); ciascuno poi li interpretò com'era capace" (Eusebio, Hist. eccl., III, 39; F. X. Funk, Patres Ap., I, Paderborn 1905, p. 358; PG 20, 300). Da queste parole di Papia molti acattolici, seguendo Schleiernacher (1817), hanno concluso che Matteo (v.) non scrisse tutto il nostro primo Vangelo, ma solo una raccolta di detti ( λ dot{η} γ ι α ) del Signore, che servì poi di fonte (in tedesco Quelle, abbreviazione Q ), unita a Marco (o a un Protomarco) per la composizione dei Vangeli sinottici (v. sinottici).

Dal confronto citato fra le espressioni di Papia riguardanti Marco e Matteo si può semplicemente dedurre che Marco, nel Vangelo giunto a noi, non ha coordinato i discorsi del Signore, mentre Matteo, nel Vangelo che conosciamo, li coordinò. Altri rispondono che per Papia il termine λ δ^{′} γ ι α significa detti e fatti: questo può risultare sia dai frammenti della sua opera, sia dal fatto che nello stesso contesto, parlando di Marco, si dice che questi non scrisse "con ordine le cose dette o fatte dal Signore» ( τ dot{α} dot{α} π dot{δ} τ o tilde{ω} dot{η} π ρ α χ θ dot{ε} ν τ α ).

Gli inglesi B. P. Grenfell e A. S. Hunt chiamarono λ δ γ^{′} α ' l' η σ σ tilde{ω} parecchi detti attribuiti a Gesù con la formula «dice Gesù» ( λ dot{ε} γ ε ι ' operatorname{l} η σ σ tilde{ω} ς ), trovati in due papiri di Osirtnco pubblicati nel 1807 e nel 1904. Si tratta di estratti dai Vangeli canonici ed apocrifi raccolti a scopo liturgico o catechistico; altri li chiamano agrapha (v. agraphion).

Bibl.: B. P. Grenfell-A. S. Hunt, AOTIA IHEOV. Sayings of Our Lord from an early greek papyrus, Londra 1897 sgg. (cf. I, n. I e IV, n. 644): Neonsayings of Jesus and fragments of a lost Gospel, (vi 1904; E. Buonsiuti, Detti ristoranontici di Gesù, Roma 1925; G. Bonaccorsi, Vangeli apocrifi, I. Firenze 1948, pp. 31-57 (con bibl. a pp. 22-22).

Pietro De Ambroggi
LOGICA. - E la scienza della struttura e dei processi del pensiero in rapporto alla loro validità funzionale.

Sommario : I. Terminologia. - II. Natura e problemi della l. III. Cenni storici.
I. Terminologia. - Il termine 1. (da λ dot{γ} γ_{0} concetto, ragione, originariamente aggettivo: λ ° γ ι α dot{η} dot{ε} π α σ τ dot{η} μ η, τ dot{ε} χ ν η, dot{α} ρ ε τ dot{η} ) è dovuto probabilmente ai commentatori di Aristotele: "... a peripateticis haec ratio diligens disserendi logice vocatur" (Boeth., In Top. Ciceronis, I: PL 64, 1045 A). In Aristotele invece i due trattati principali di l. eran detti, dal loro contenuto (l'analisi della struttura e degli elementi del raziocinio) 'Ava λ ∪ τ ι α dot{α} (cf. A. Trendelenburg, Elementa logicae aristoteleae, p. 47 sgg.). Ma già Aristotele aveva parlato di π ρ ° τ dot{α} σ ι ς      λ ° γ ι α α i, distinte dalle dot{η} θ ι α α i e η ι α ι α α i (Top., I, 13, 105 b 20). Il termine è in uso presso gli stoici: «Tripartitam esse dicunt philosophiae rationem : aliam quippe physicel, ethicell aliam, tertiam logicen..." ( τ dot{δ} δ dot{ε} λ ° γ ι α dot{ν} : Diog. Laert., VIII, 39 sgg.); è, quindi, comune da Cicerone: «Iam in altera philosophiae parte, quae est quaerendi et disserendi, quae logice dicitur..." (De finibus, I, 7).
II. Natura e problemi della l. - Il pensiero umano si esplica per momenti e processi molteplici in funzione della natura del soggetto in cui si pone e dei diversi contenuti del reale. La sua immanente tendenza finalistica, nel doppio significato, biologico e teoretico, lo determina fondamentalmente verso un'oggettività e verità immediata. Ma in un ordine più alto di conoscenza (scienza e filosofia) il pensiero non è garantito nella sua validità senza un più rigoroso controllo e una più accurata tecnica di esercizio. La 1. si presenta, teoricamente e storicamente, come un'analisi sistematica dei processi del pensiero per coglierne in sede riflessa la struttura, le leggi, la funzionalità, e valere come mezzo di un suo valido impiego nei campi più ardui del sapere. Oggetto della l. è quindi, come esattamente definisce s. Tommaso, l'attività razionale, intendendo ragione nel significato più ampio, come potere di concettualizzazione, asserzione, inferenza: «Haec est ars logica, id est rationalis scientia. Quae non solum rationalis est ex hoc quod est secundum rationem..., sed etiam ex hoc quod est circa ipsum actum rationis sicut circa propriam materiam" (In Anal. post., I, lect. 1*, ca. initium). Ma l'attività razionale è oggetto della 1. non dal punto di vista di una determinazione delle cause e condizioni ontologiche del pensiero (metafisica), né delle qualificazioni contingenti che esso assume come atto del soggetto empirico (psicologia descrittiva) e nemmeno del suo significato e valore come espressione dell'essere (gnoseologia). La l. si qualifica e si specifica nell'ambito della ricerca filosofica (anche se tale specificazione non fu del tutto esplicita all'inizio e in seguito fu di nuovo oscurata e superata in vari indirizzi della filosofia moderna) come scienza dell'attività razionale nella sua struttura e validità interna. Più che l'attività pensante in quanto tale la l. assume ad oggetto il prodotto di questa attività, il pensiero, i suoi momenti, le sue formulazioni; ne considera i caratteri, le relazioni, le condizioni e le norme di legittimità e validità per una sua adeguazione alle strutture del reale, nei vari piani in cui questo è dato alla conoscenza umana. Di conseguenza la l. presenta anzitutto un significato teoretico e solo secondariamente assume carattere normativo in quanto, per le generali condizioni che definisce alla validità funzionale del pensiero, tende a garantirne un uso accurato, corretto, vigile di se stesso nella valutazione della realtà, dei fatti, dei

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principi. E in questo senso che può trovare una giustificazione la qualifica, un tempo comune, della 1. come arte: "ars quaedam... directiva ipsius actus rationis : per quam scilicet homo in ipso actu rationis ordinate et faciliter et sine errore procedat" (ibid.; cf. Sum. Theol., { }³{ }³{ }³ a ³⁶, q. 57 , a. 3 ad 3).

La struttura fondamentale dell'attività teoretica della ragione presenta tre forme essenziali : il concetto come espressione categorica dell'essere o generalizzazione degli aspetti comuni della realtà empirica; il giudizio come appercezione e affermazione di contenuti noetici nei loro caratteri essenziali o esistenziali; l'inferenza come processo e dialettica del pensiero da una posizione a un'altra, da principi a conclusioni, da fatti a principi. Del concetto la 1. determina le proprietà e le condizioni concernenti il suo valore noetico in generale: chiarezza, distinzione, definizione, positività, negatività, universalità; propone la classificazione dei concetti e stabilisce inoltre le loro possibili relazioni : convenienza, opposizione, contraddizione. Del giudizio definisce le forme e le modalità, i rapporti di equivalenza, inclusione e opposizione dei soggetti e predicati, quindi le condizioni formali della mutua implicazione o esclusione dei giudizi. Dell'inferenza la 1. stabilisce le condizioni di validità, determinando le leggi del sillogismo e della deduzione (v.), chiarendo il significato logico del processo da particolare a particolare (analogia) o dal particolare all'universale (induzione). Essa definisce inoltre i limiti di probabilità che vanno o possono andor congiunti ai processi razionali, e ricerca le cause e le ragioni, prevalentemente formali, dell'errore nelle sintesi concettuali, nella formulazione dei giudizi, nei processi d'inferenza (sofistica). Con ulteriori elaborazioni la 1. determina le attività più complesse del sapere, in particolare i metodi della ricerca scientifica. Essa definisce l'impianto e lo svolgimento del pensiero teoretico nelle scienze filosofiche, chiarisce i vari momenti del processo sperimentale induttivo (osservazione, ipotesi, verifica, legge), la particolare tecnica inventiva nella più alta ricerca matematico-fisica, le condizioni che deve porre in atto il pensiero per costruire nei vari ordini di conoscenza la verità e la certezza.

La 1. non ha quindi, per la sua stessa natura, una funzione specificamente e immediatamente inventiva in nessun campo particolare del sapere. L'invenzione e il progresso della verità si compiono per le forze intrinseche del pensiero (l. naturalis) che nessuna conoscenza riflessa delle sue leggi (l. docens) e nessuna, sia pur valida, disciplina intellettuale (l. utens) varrebbero a supplire. I rimproveri antichi e recenti mossi alla 1. quando si tenda a vedere in essa uno strumento e quasi una macchina produttrice del pensiero sono giustificati. In merito valgono le parole di s. Tommaso: «Logica non continetur sub philosophia speculativa quasi principalis pars, sed quasi quiddam reductum ad eam, prout ministrat speculationi sua instrumenta... " (In Bueth. De Trinit., lect. 2⁰, q. 1, a. I ad 2).

Una concezione adeguata della 1. non può isolarla a un puro studio formale del pensiero. Innanzitutto perché non è possibile il pensiero come pura forma. Il pensiero infatti non si pone, in qualsiasi suo momento, e quindi nelle stesse essenziali articolazioni della sua dialettica, se non come affermazione di un contenuto, per quanto astratto e universale. Quelle stesse che son dette pure leggi del pensiero, p. es., la non-contraddizione (che regge tutta la 1. deduttiva-sillogistica), appartengono al contenuto del pensiero ossia all'essere, come le più universali formulazioni della sua positività e verità (cf. s. Tommaso, In Met., lect. 110, ed. Cathala, n. 1898). A maggior ragione la 1. non può essere puramente formale quando passa alla determinazione dei procedimenti scientifici: questi infatti non sono analizzabili senza un continuo riferimento all'oggetto, in cui solo assumono consistenza e concretezza.

Di conseguenza, se va, giustamente, rifiutata la concezione idealistica che risolve la 1. nella metafisica, intendendola come scienza dell'attività del pensiero in quanto principio o atto assoluto, è tuttavia da tener forma la
connessione intrinseca della 1. con la metafisica stessa. Appunto perché ogni legge oggettiva del pensiero ( e sia pure del pensiero "pensato") è legge del contenuto, essa si apre per se stessa, ove se ne intenda e se ne riserchi una convalidazione risolutiva, in una concezione del significato dell'oggetto, e pertanto in una metafisica. La ricerca sull'essenza, finalità, azione, dialettica ontologica dello spirito nella natura e nel mondo, se non rientra quindi, formalmente, nella 1., in quanto la validità interna del pensiero è descrivibile e si regge per se stessa, è tuttavia nelle intrinseche esigenze della 1. stessa, in quanto nessun processo del pensiero è pienamente chiarito se non in una determinazione del concetto di verità e dell'essere. Ciò vale innanzitutto per i primi principi, condizione di ogni logicità : il loro significato originario è infatti metafogico, non determinabile se non dal punto di vista metafisico. Per la stessa ragione, e cioè per il significato oggettivo inerente alle qualificazioni e condizioni di validità dei processi razionali, è altrettanto manifesta l'impossibilità di risolvere la 1. nella psicologia (W. Wundt, Th. Lipps, Chr. Sigwart, B. Erdmann, E. Goblot, ecc.). La validità dei rapporti logici concernenti l'oggetto del pensiero (in quanto tale, ossia il "pensato ", detto dagli scolastici "una rationis" e "secunda intentio": cf. s. Tommaso, In Met., IV, lect. 4⁰, ed. cit., n. 574) è oltre le leggi che reggono l'attività psicologica del pensarc. La psicologia è fatto, storia, la l. è valore, universalità. Il pensiero presenta, in quanto tale, un'emergenza di significato ch'è la validità universale della sua forma in funzione del valore assoluto dell'essere. Se non può, nel suo divenire storico, sottrarsi all'incidenza di tutte le determinazioni psicologiche del soggetto empirico (volontà, sentimento, interesse, ecc.: e di questo deve tener conto una 1. che intenda adeguarsi alla concretezza del pensiero), lo trascende tuttavia come universalità e necessità. Le leggi propriamente logiche si pongono su questo piano: immanenti al pensiero qualificano la sua natura come rapporto trascendentale all'essere. La risoluzione della 1. nella psicologia (già negata da Kant: Kritik d. r. Vernunft, Transcend. Logik., § i, e cui hanno reagito, dopo O. Külpe e E. Husserl, validi pensatori moderni insieme con tutto l'indirizzo logicomatematico) si poneva come conseguenza del positivismo (v.), più ingiustificato dei postulati generali del sistema, per ja immediata autoconsistenza, nel loro ordine, dei valori jogici in confronto delle formulazioni metafisiche.
III. Cenni storici. - Il problema logico, non considerandone qui le prime espressioni nel pensiero indiano ( N y ā y e ), è già presente, nel suo momento di inserzione e continuazione con la metafisica, agli inizi della filosofia greca. Come s'è rilevato altrove (v. conoscenza) sembra che a fondamento della concezione parmenides dell'unità e immobilità dell'essere ci sia l'istanza logica del rapporto identità-contraddizione che il concetto dell'essere-non essere fa valere nel pensiero umano. Nel suo valore normativo-etrumentale la 1. ebbe alcune formulazioni parziali (teoria della prova e della confutazione) in Protagora (cf. Diog. Laert., IX, 51 sgg . : fra le opere di Protagora sono ricordati "Avtúzyıâv 80o, ibid., 55). L'arte della disputa e della prova fu inoltre accolta dai sofisti anche in senso deteriore come argomentazione verbale-formalistica tendente alla dimostrazione dell'assurdo (cf. Aristotele, De soph. etench., IX e passim). Tale tendenza ebbe ulteriori sviluppi nell'eristica (v.). In Socrate va rilevato il significato logico del metodo induttivo come via alla definizione (concetto) e alla scienza. In Platone il valore ontologico dell'idea (v.) conferisce anche al problema logico significato metafisico. La dialettica indica il rapporto reciproco di identità e alterità delle idee (Soph., 253 d sgg.). Tale rapporto non è d'ordine puramente astrattoformale ma esprime il nesso reale-finalistico delle idee e insieme i momenti della determinazione del reale, ossia i gradi subordinati della loro partecipazione ( μ ε τ ε ξ α ) all'immutabile consistenza dell'essere ideale. L'idea del bene (v.) come vertice e centro della realtà (Resp., 508 b sgg.) esprime forse il senso più profondo e assoluto della dialettica ontologica di Platone. Con Aristotele la 1. riceve la sua sistemazione scientifica essenziale. Gli ele-

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menti preesistenti sono claborati, eccezionalmente arricchiti e portati a una sintesi ancor oggi valida, sebbene incompleta. Intento della 1. aristotelica era di analizzare i procedimenti del pensiero scientifico. Poiché scienza è visione del particolare nell'universale, la 1. aristotelica converge sul sillogismo (v.) come processo dimostrativo ( dot{ε} ε dot{δ} δ ε ε ζ ς ) per cui si chiarisce la derivazione del particolare dell'universale. I sei trattati aristotelici di 1. (riuniri poi sotto il titolo di Organon) svolgono la classificazione dei concetti generali e delle relazioni di predicabilità (Ket ε γ γ ρ i σ ε ), le proposizioni e i loro rapporti secondo la qualità, quantità, modalità, opposizione ( Π ε ρ i é ρ μ η γ ε i σ ς ); la natura, la forma, le legui e le figure del sillogismo ("Avà̀utios π ρ dot{σ} τ ε ρ α ); la dimostrazione ("Avà̀utia dot{ε} dot{ε} dot{ε} τ ε ρ α ); le fonti dell'argomentazione probabile o dialettica (T' σ τ ι σ dot{α} ); l'argomentazione sofistica ( Π ε ρ i o varphi ρ ι σ τ α ε tilde{ω} ν ε λ ε γ χ ω ν ). Vanno aggiunti riferimenti parziali sparsi e in particolare la profonda trattazione del principio di contraddizione (v.) in Met., IV, 3 sgg . Il significato della 1. aristotelica è nella chiara definizione delle forme del pensiero didattico: essa è pertanto costruita sostanzialmente sui rapporti di identità-coerenza-inclusione fra le idee e le determinazioni categoriali del reale. Per il senso ch'ebbe vivo della effettiva condizione del conoscere umano, Aristotele non mancò di sottolineare la funzione indispensabile dell'induzione e della conoscenza sensibile, come via all'universale e alla scienza: «scienza non è possibile per via dell'universale senza induzione, né per via dell'induzione senza il senso" (Anal. post., I, 18, 81 b 2; cf. ibid., II, 19, 100 a 3 sgg.; Eth. nic., VI, 12, 1143 b 3 sgg.). In cio Aristotele condanna in anticipo il puro formalismo poi invalso nella 1. Tuttavia nella stessa concezione della scienza come riduzione del particolare all'universale era anche immanente il limite della 1. aristotelica. L'essere infatti, nella sua effettuale realtà fenomenica, non si esplica sulla sola base del rapporto identità-coerenza concettuale ma coinvolge altre molteplici relazioni essenziali alla sua struttura: finalità, causahitá, efficienza, mensurabilità, numero, probabilità. La 1. aristotelica non si svolse, né poteva, allora, svolgersi in questa direzione, unica valida per una feconda scienza della natura. La cristallizzazione, per secoli, nella sua prima, pur mirabile formulazione (Aristotele ebbe chiara coscienza della originalità della sua costruzione: De soph. clench., 34, 183 b 16 sgg .) preduse più tardi alla 1. aristotalica ogni utile impiego nelle scienze sperimentali.

Integrata in alcuni punti particolari (proposizione e sillogismo ipotetico disgiuntivo: Eudemo, Teofrasto; quarta figura del sillogismo: Galeno; relazioni tra le proposizioni e sillogismo condizionale: stoici; mentre lo scetticismo già ne contestava il valore curistico-inventivo: Sesto Empirico, Pyrrh. hypoth., II, 14); commentata da Alessandro d'Afrodisia, Temistio, Davide armeno, Filopono, Giamblico, in specie da Porfirio (Sloez̧uүy) sic sác Apıoтoтt̄ouç μ α τ ε γ α ρ i α ς ) la 1. aristotelica passò alla scolastica, nelle parziali traduzioni e opere di Boezio, Marciano Capella, Vittorino prima, poi nella conoscenza integrale dell'Organon in versioni dell'arabo, quindi nel testo. Il pensiero medievale chiarì ed elaborò i vari argomenti dell'Organon, determinò più distintamente il concetto di 1., e, principalmente, svolse in senso gnoseologicometalbico la dottrina degli universali (v.), in cui lo stesso Benedetto Croce riconosce un non lieve avanzamento del problema logico ( L., 6ᵃ ed., Bari 1942, p. 328). Vanno ricordate fra le trattazioni logiche della scolastica: il Liber sex principiorum di Gilberto Porretano (sulle ultime sei categorie di Aristotele), il Metalogicus di Giovanni di Salisbury (v.); la Summa totius logicus di Erveo Natale (v.), già attribuita a s. Tommaso; i commenti di Alberto Magno e di s. Tommaso (questi al Perihermeneias, parziale, e agli Anolitici post.); le Quaestiones super grandisamenta di Nesto e le Summales logicales di Pietro Ispano (Giovanni XXI) che espongono in sintesi tutta la 1. aristotelica e dove compaiono per la prima volta i versi mnemonici indicanti i modi del sillogismo. Le ulteriori elaborazioni scolastiche del sec. xiv-xv sono caratterizzate dalla piena caduta nel formalismo verbale-astrattistico (tipico esempio l'Ars magna del Lullo), mentre con Occam (v.)
la contestazione del valore realistico dei concetti, e quindi del processo sillogistico che di quelli s'avvaleva, preannunzia il movimento di reazione contro la 1. scolastica (già espressosi prima, in base a postulati d'altro genere, nell'indirizzo antiaristotelico delle correnti mistiche: scuola di S. Vittore, s. Pier Damiani). Vi contribuisce il nuovo concetto, che viene elaborandosi, della scienza come sapere sperimentale. Valla, Agricola, Erasmo, Bruno (v.) sono concordi nella condanna della 1. tradizionale. Pietro Ramo (De la Ramoe) nell'opera Institutionum dialecticarum libri tres (Parigi 1553) sostiene le sterilità della 1. aristotelica, senza tuttavia riuscire ad alcuna valida innovazione. Becone, pur non negando il valore formale-dimostrativo del sillogismo, afferma l'inutilità per la scienza della 1. tradizionale: «Logica quae nunc habetur inutilis est ad inventionem scientiarum" (Novum Organum, I, af. i1). Il suo richiamo all'induzione non va tuttavia esente da limiti in quanto vi è ignorato il valore dell'ipotesi e la funzione delle matematiche nello studio della natura, intuita invece e applicata da Galileo. Anche per Cartesio la 1. delle scuole "guano piuttosto che perfezionare la mente" in quanto non serve che ad esporre quello che già si sa e, peggio, insegna la maniera "di parlare senza discernimento di cose che non si conoscono" (Princ. philos., pref., ed. C. Adam-P. Tannery, IX,