l'inutilità per la scienza della 1. tradizionale: «Logica quae nunc habetur inutilis est ad inventionem scientiarum" (Novum Organum, I, af. i1). Il suo richiamo all'induzione non va tuttavia esente da limiti in quanto vi è ignorato il valore dell'ipotesi e la funzione delle matematiche nello studio della natura, intuita invece e applicata da Galileo. Anche per Cartesio la 1. delle scuole "guano piuttosto che perfezionare la mente" in quanto non serve che ad esporre quello che già si sa e, peggio, insegna la maniera "di parlare senza discernimento di cose che non si conoscono" (Princ. philos., pref., ed. C. Adam-P. Tannery, IX, parte 2ᵃ, p. 13, lin. 23 sgg.; cf. Discours de la méthode, parte 2ᵃ, ed cit., VI, p. 17, lin. 13 sgg.). La vera 1. deve invece «dirigere la ragione a scoprire ciò che si ignora». Tuttavia la L. di Port-Royal (Logique ou l'art de penser, 1662) d'ispirazione cartesiana, si conserva sostanzialmente aristotelica. Leibniz (cui si deve il primo tentativo di 1. matematica) afferma non doversi disprezzare le regole della 1. tradizionale (Die philosophische Schriften, ed. C. J. Gerhardt, IV, Berlino 1882 p. 425-26): il suo valore è riconosciuto anche dal Wolff che definisce la 1.: «scientia dirigendi facultatem conoscitivam in cognoscenda veritate" (Philos. rationalis sive logica, Discursus praelim., § 61, prolegom., § 1). Invece l'empirismo (Lacke, Berkeley, Hume) si svolge esclusivamente in senso gnoseologico, recando solo più tardi, con l'opera di J. Stuart Mill (A system of logic reticcinative and inductive, Londra 1843) un diretto contributo al progresso della 1., particolarmente induttiva.
Per Kant la 1. tradizionale, in quanto "espone e prova soltanto le regole formali del pensiero» è da ritenersi fin da Aristotele perfetta e compiuta (Krit. d. r. Vernunft, pref. alla 2ᵃ ed..). Ma essa, appunto perché concerne soltanto la forma logica del pensiero in generale e non ha rapporto con gli oggetti della conoscenza, "non costituisce quasi altro che il vestibolo delle scienze" (ibid.; cf. parte 2ᵃ, L. trascendentale, intr., § 1). Il nuovo concetto kantiano di scienza come oggettività a priori della mente determina anche il significato della nuova 1. trascendentale : essa «è scienza dell'intelletto puro e della conoscenza razionale" in quanto ricerca le forme a priori secondo cui si pensano gli oggetti, e quindi definisce l'origine, la estensione e la validità di tutte le conoscenze a priori. La 1. trascendentale (analitica e dialettica : questa appunto come scienza dei limiti della conoscenza razionale) si poneva cosi come analisi della struttura interna del pensiero presupposta all'oggetto, e insieme come determinazione delle condizioni oggettive a priori della scienza (ibid.; § i sgg.), con significato quindi metafisico-gnoseologico.
L'idealismo, elevando la ragione a realtà e autonomia assoluta, svolse ulteriormente la 1. nel senso di una metafisica del pensiero e delle sue forme e pertanto della realtà e della storia. In Hegel la 1. è «scienza dell'Idea pura, cioè dell'Idea nell'elemento astratto del pensiero" (Enz., § 19). Essa quindi concerne le forme dell'Assoluto in quanto puro pensiero. Poiché il pensiero è «la verità unica e la realtà suprema» (Philos. d. Gesch., intr., § 1; trad. it. Calogero-Fatta, Firenze 1941, p. 9), la 1. coincide con la metafisica (Enz., § 24). Nella determinazione della dialettica interna dello spirito per cui in assoluta immanenza e autonomia si costruisce la verità su se stessa, la 1. descrive pertanto i momenti e le categorie costitutive della realtà. Prime forme della dialettica sono l'essere puro
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e il puro nulla : il terzo inonento, il divenire, esprime la loro unità dinamica, per cui si attua, nel ritmo della contraddizione e del superamento di ogni aspetto del finito, il processo del reale.
La concezione hegeliana è continuata dall'idealismo italiano. In Gentile, identificata la realtà assoluta con l'atto spirituale, la l. concreta e reale è appunto la scienza del pensiero in atto che nella sua libertà e creatività «costruisce l'oggetto come la concretezza del suo proprio essere" (Storema di l., l., 3* ed., Firenze 1940, p. 46). La l. antica prendeva ad oggetto il "logo astratto", il "pensiero pensato", ossia i contenuti del pensiero astratti dalla realtà dell'atto spirituale che li pone (come tale essa era e permane valida, sebbene nel puro ordine dell'astrattezza oggettiva); la l. dell'attualismo invece «è scienza dell'atto inteso come puro conoscere" (ibid., p. 47), non legato nella sua assoluta autonomia creativa agli schemi dei momenti che viene ponendo e risolvendo nel suo divenire. Per Croce la l. è «la scienza del concetto puro e concreto "ossia della forma teoretica universale in cui lo spirito conoscitivo "elabora a ogni momento il corso del reale" (L., ed. cit., p. 4). Poiché lo spirito è sviluppo dialettico (storia) immanente al reale, la l. come scienza dell'attività teoretica universale abbraccia tutti i problemi e le soluzioni storiche : essa si identifica quindi con la filosofia come storia (ibid., p. 329; cf. A. RügeG. Windelband, Enc. delle scienze filosof., I, Palermo 1914, p. 195).
La seconda metà del sec. xix e quello presente hanno visto un rigoglioso rifiorire degli studi logici sia in senso tradizionale o vicino a quello tradizionale (W. Hamilton, F. Überweg, A. Trendelenburg, W. Windelband, ecc.), sia in altre direzioni (B. Bolzano, E. Boutroux, H.-L. Bergson, E. Husserl, neopositivismo cui si deve un approfondimento del rapporto 1.-linguaggio, ecc.) che confermano l'infondatezza del giudizio kantiano sull'impossibilità di un progresso nella l. Va ricordata la l. simbolica (v.) che perfeziona, con l'esattezza del simbolo, i metodi logici di verifica e di prova e tende a una più accurata espressione del pensiero scientifico. In Italia la l. del potenziamento di A. Pastore si propone la determinazione delle variazioni relative degli enti e del loro reciproco potenziamento, nell'intento di una maggiore adeguazione del pensiero alle complesse strutture relative del reale. E in questo senso che vanno prevalentemente sviluppandosi gli studi logici attuali. Essi sono stati promossi dallo stesso affinamento della ricerca scientifica impostata su procedimenti logici rispondenti alla ricca dialettica discoperta nel divenire fenomenico della natura. Se la nuova concezione (e realizzazione) della scienza ha imposto di andar oltre, in questo campo, la l. tradizionale, è chiaro tuttavia ch'essa non l'ha negata né svalutata. Le leggi del pensiero logico-de-
duttivo rimangono, per l'ultima ricerca e determinazione del reale (metafisica), che è anche la più essenziale al problema umano, l'itinerario e la norma insostituibile della ragione.
Biol.: Per i singoli autori, oltre le opere già citate, v. alle rispettive voci. V. anche alle voci: concetto; contraddizione; deduzione; definizione; dialettica; filosofia; giudizio; idea; idealismo; induzione; espliciunio; alluogiano. - Storia: K. Pencil, Gesch. der Logik im Abendlande, 4 voll., Lipsia 1855-70; rist. 1927; trad. it. del vol. II, parte 2*: Eid medionale (sec. VIIXII) di L. Limentani, Firenze 1937; F. Harms, Gesch. der Logik, Berlino 1881; F. Überweg, System der Logik u. Gesch. der logischen Lehre, 3* ed., Lipsia 1881; Th. Ziehen, Lehrbuch der Logik auf positivistischer Grundlage, etc., Bonn 1920; M. Losacco, Storia della dialettica, I, Firenze 1922; F. Enriquoa, Per la storia della l., Bologna 1923; G. Calogero, I fondamenti della l. aristotelica, Firenze 1927; B. L. Atreya, The elements of indian logic, 2² ed., Benares 1934; G. Capone-Braga, La vecchia e la nuova l., Roma 1936; I. M. Bochenski, Elementa logicae graecae, Roma 1937; Aristotele, Principi di l., 4 cura di A. Carlini, 2* ed., Bari 1940; E. Kapp, Greek foundations of traditional logic, Nuova
York 1942; L. Gabriel, Foua Brahma zur Existenz. Gesch. der Logik u. Philos., Vienna 1948. Indicazioni storiche generali e su singoli autori in Überwee, IV, pp. 666, 679, 682, 704. Ampia bibl. storica recente in G. A. De Bric, Bibl. philosophica 1534-43, I, Bruxelles 1930, pp. 12-14, 29, 66, 187-88, 641 (tulla l. indiano). Opere sistematiche. Fra le principali: B. Condillac, Logique, Parigi 1781; H. Lotze, Logik, Lipsia 1843; A. Rosmini, L., Torino 1854 ; ed. nazionale, 2 voll., Milano 1942-43; W. Hamilton, Lectures on metaph. and logic, 4 voll., Londra 1859-60; W. S. Jorimo, Elementary lessons of logic, ivi 1870, trad. it. di G. Capone-Braga, Padova 1948; A. Trendelenburg, Logische Untersuchungen, 2 voll., 3² ed., Berlino 1870; id., Elementa logicae aristotelicae, 9² ed., ivi 1895 ; E. Husserl, Die logischen Untersuchungen, 2 voll., Halle 1900-1901; 2² ed. rifatta, ivi 1913-22; H. Joseph, An introduction to logic, 2² ed., Oxford 1916; W. Wundt, Logik, 5² ed., 3 voll., Stoccarda 1919-24; F. Bradley, The principles of logic, 2 voll., 2² ed., Londra 1922; Chr. Sigwart, Logik, 5² ed., Tubinga 1924; E. Goblet, Traité de logique, 2² ed., Parigi 1929; J. Dewey, Logic, the theory of inquiry, Nuova-York 1933, trad. it. Torino 1948; A. Pastore, La l. del potenziamento, Napoli 1935; F. Orestano, Nuove sedute logiche, Milano 1939. Fra i neoscolastici: Z. Coffey, The science of logic, 2 voll., rist. Londra 1918; T. Pesch, Institutiones logicales, 2 voll., Friburgo 1868, 12* ed. ivi 1910; D. Mercier, Logique, 7* ed., Lovanio 1922; G. Joyce, Principles of logic, Londra 1926; J. Marnino, Eléments de philosophie, II, Petite logique, Parigi 1933; J. Fribes, Troctatus logicae formalis, Roma 1940; U. Viglino, L., ivi 1941; J. Dopp, Lesuns de logique formelle, Lovanio 1930, Orimo sempre: Joh. a S. Thoma, Cursus plecto, tliomiticae, Torino 1930. - Fra le opere recenti: H. Lefebure, Logique formelle, Logique dialectique (morsinia), Parigi 1947; S. Luguaux, Logique et contradiction, ivi 1947; U. Küntzel, Traditionelle und philos Logik, Amburgo 1948; M. Granel, Logica, Madrid 1949; J. Paget, Traité de logique, Parigi 1949; M. Prot, Lougque et logique. Vers une logique nouvelle, ivi 1949; A. Sesmat, Logique, ivi 1050; V. W. Quine, Foundations of logic, Nuova York 1950; M. Beardsley, Practical logic, ivi 1950.
LOGICA SIMBOLICA. - E In studio della logica formale per mezzo di simboli, detta anche logica ideografica, logica matematica, logistica.
Già in Aristotele si hanno elementi di l. s., p. es., l'uso di lettere per indicare variabili, l'analogia del ragionamento con il calcolo, l'idea di una matematica universale, ecc. La logica delle proposizioni fu largamente trattata dagli stoici e dagli scolastici medievali. Leibniz (v.) fu un precursore della 1. s., ma non fu seguito. Nel 1830-30 l'atteggiamento formalista nella matematica preparò l'inizio della l. s. Il primo a trattarne fu G. Boole, che si ispirava troppo all'oggetto, applicandone i metodi alla logica. In America lavorò C. S. Peirce. Questi per la logica, G. Cantor e R. Dedekind per la matematica, prepararono la via a G. Frege, che tentò di applicare la nuova l. s. alla ricerca dei fondamenti delle matematiche, volendo derivare il contenuto delle matematiche pure dai soli principi logici. Il simbolismo di G. Frege è oscuro, Più tardi G. Pesno con un più chiaro simbolismo costrui un sistema assiomatico per l'aristoteca; ebbe numerosa scuola (G. Loria, C. Burali-Forti, G. Vacca, ecc.). B. Russell, modificando il simbolismo di G. Pesno e utilizzando le scoperze di G. Frege, si propose di provare che tutta la matematica può essere dedotta da pochi semplicissimi principi; ma avendo scoperto delle contraddizioni nel sistema di Frege, inventò la teoria dei tipi ed insieme con A. N. Whitehead scrisse i Principia mathematica ( 3 voll., Cambridge 1909-13; 1925-27), l'opera oggi più completa. Il circolo neo-positivista di Vienna (v. neopositivismo), volendo sostituire la metafisica con lo studio logico del linguaggio scientifico si interessò di l. s. specialmente con L. Wittgenstein, R. Carnap, H. Reichenbach, K. Gödel, ecc. Molto importante la scuola di l. s. di Varapola: S. Lesniewski costrui un sistema più esatto di quello di B. Russell ed iniziò la nuova disciplina detta semantica; J. Lukasiewicz inventò un più semplice simbolismo (ci sono oggi una decina di simbolismi) e scappi le logiche plurivalenti; A. Tarski studiò profondamente metodologia e semantica. La scuola di l. s. d'America ha G. I. Lewis, C. H. Langford, W. V. Quine, C. W. Morris, ecc. cui, dopo la vittoria del nazismo, si aggiunsero europei rifugiati in America: R. Carnap, A. Tarski, ecc.
Per una idea della l. s. ecco alcuni elementi. Nella frase: «se nevica, allora è freddo», «se... allora...» è il
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predicato," nevica... è freddo " l'argomento. Questo è sostituito da variabili "p", "q", ... che indicano proposizioni o termini. Un'espressione con variabili si dice funzione. I predicati, le cui variabili sono proposizioni, sono indicati da simboli; secondo le notazioni di Lukasiewicz: mathrm{Np}= non p (negazione); mathrm{Cpq}= se p allora q (implicazione materiale); Apq = p oppure q (alternativa); Dpq=p include q (esclusiva); Epq=p allora e solo allora se q (equivalenza); mathrm{Kpq}=mathrm{p} e q (copulativa). Tutti i predicati si scrivono avanti ai loro argomenti; p. es., - se p, allora q, ma p, quindi q - si scrive: "C K Cpq p q".
La parte più elementare della l. s. è la logica delle proposizioni, che studia le funzioni nelle quali le variabili sono proposizioni. Sostituendo le variabili con proposizioni, si ottengono espressioni vere e false. Se i valori sono due, verità e falsità, la logica si dice bivalente; è possibile una logica trivalente, verità, falsità, dubbio; oppure plurivalente. H. Reichenbach ha sviluppato una logica ad infiniti valori per il calcolo delle probabilità, adatta alla fisica teorica moderna. Oltre la logica delle proposizioni, c'è la logica dei termini : essa comprende la logica dei predicati, che considera i predicati terminali: la logica delle classi, che studia gli insiemi di individui, detti classi; la logica delle relazioni, importantissima nella l. s. moderna, che studia le relazioni logiche.
La l. s., per mezzo del simbolismo e del metodo formalistico ed assiomatico, tende a mettere in evidenza tutti gli elementi del pensiero deduttivo spesso sottintesi, mostrandone l'intima struttura, e a raggiungere cosi una perfetta logicità di deduzione. Tutto ciò è di grande aiuto nell'analizzare il significato delle questioni e nella soluzione di esse. E stata utilmente applicata nell'analisi dei fondamenti delle matematiche e può servire anche in altre scienze.
Btul.: Indispensabile la rivista The journal of symbolic logic. Browne University, Providence R. I. (fin dal primo volume [1936] ricco bibl.); E. Schröder, Vorlesungen über die Algebra der Logik, Lipsia 1890-1902; J. Jörgensen, A treatise of formal logic, Copenaghen 1931, con una storia della l. s.; C. I. Lewis e C. H. Langford, Symbolic logic, Nuova York e Londra 1932; R. Cornap, The logical syntax of language, Londra 1937; I. M. Bochenski, Nove lezioni di l. s., Roma 1938; id., Précis de logique mathématique, Bossum 1949; W. V. Quine, Mathematical logic, Nuova York 1940; id., Elementary logic, Boston 1941; A. Tarski, Introduction to logic, 2° ed., Nuova York 1948; H. Veatch, Aristotelian and mathematical logic, in Thomist, 13 (1920), pp. 20-96.
Roberto Sluci
LOGOS ( λ ó γ o s, lat. Verbum). - Titolo attribuito da s. Giovanni Apostolo al Figlio Unigenito di Dio, fattosi uomo nell'Incarnazione (v.).
Etimologicamente λ ó γ o s deriva da λ é γ ∈ imath v (in latino legere). Nel greco l'evoluzione semantica passò dall'idea della radice leg " cogliere per sé " a quelle di " scegliere, comprendere, ragionare, contare, raccontare, parlare ". Presso gli scrittori profani, il significato originario di λ ó γ o s (" raccolta ") sopravvive nei composti ( τ u̇ λ λ ° γ o s " adunanza ", π α λ i λ λ ° γ o s "adunato di nuovo ", ecc.). Il termine isolato λ ó γ o s ricorre con i significati derivati di "ragione", "conto", nelle frasi "rendere ragione" e "rendere conto", e presso i filosofi nel significato più complesso di "ragione", facoltà intellettiva, o di altra entità intellettuale; presso tutti nel significato più comune di "parola" con le sfumature di "discorso ", "conversazione ", "detto", ecc. Nella versione greca dei Settanta (v.) λ ó γ o s traduce talora l'ebesico däbbdr ("parola", "cosa"). Nel Nuovo Testamento ricorre sia nei significati del greco profano, sia in quelli cristiani di "parola di Dio ", "comandamento divino ", "detto biblico ", "Rivelazione ", "predicazione evangelica " e in s. Giovanni con il significato di "Verbo divino" 6 volte (Io, 1, 1 [tre volte]; 1, 14; I Io. 1, 1; Apoc. 19, 13; non è da considerarsi I Io. 5,7 : v. cosima giovanneo).
1. I TESTI. - E opportuno esaminare dapprima testi in cui il termine ricorre con qualche specificazione.
In Apoc. 19, 13 appare un cavaliere incoronato, con un "nome scritto, che nessuno conosce, eccetto lui. E
vestito con manto inzuppato di sangue e il suo nome è chiamato: il L. di Dio ( dot{λ} λ dot{γ} γ ς ς τ dot{τ} dot{α} dot{α} ε dot{α} ). Qui il L., o Verbo di Dio, è presentato chiaramente come una Persona, identificata in Gesù Cristo, che ha versato il suo sangue nella Passione e che ora regna glorioso in Cielo. A Cristo risorto e glorioso allude anche I Io. 1, 1 : "Ciò che era in principio, ciò che contemplammo; e le nostre mani palparono intorno al Verbo ( λ ó γ o s ) della vita" (ibid. 1, 4).
Nel profogo del IV Vangelo (Io. 1, 1-18) il L. è presentato nei suoi rapporti con Dio, con il mondo e con gli uomini. Eccone i tratti salienti: nel v. i il termine λ ó γ o s ricorre tre volte: "In principio era il L., e il L. era presso Dio, ed era Dio il L.", cioè : il L. è eterno (esisteva già prima della creazione, cf. Gen. 1, 1), è una persona distinta da Dio Padre, del quale sarà chiamato l'Unigenito (Io. 1, 14, 18), è Dio ( dot{α} ε dot{ε} dot{ε} dot{ε} ) è λ ó γ o s ). L'anticipazione del predicato ( dot{α} ε dot{ε} dot{ε} ) accentua questa caratteristica del L. : la sua consustanzialità con il Padre. Il v. 2 riepiloga, in parallelismo, le verità indicate nel v. 1. I vv. 3-5 presentano il L. come creatore dell'universo e come fonte di vita e di luce per gli uomini. L'azione creatrice del L. si estende a tutte le cose, nessuna eccettuata. "In Lui era la vita (cf. I Io. 1, 4) e la vita era la luce degli uomini" (v. 4). Si tratta specialmente della vita e della luce spirituali, soprannaturali, che poi (v. 14) saranno dette "Grazia e verità"; le "tenebre non riuscirono a soffocare" la luce del L. che veniva nel mondo.
Il precursore Giovanni Battista (v.) non era la vera luce, ma solo un testimone del L. luce (vv. 6-8). "C'era la luce, quella vera, quella che illumina ogni uomo che veniva nel mondo" (v. 9). "Il mondo", ossia gli uomini mondani, e perfino "i suoi", gli Ebrei, non lo vollero ricevere, ma a chi lo ricevette il L. "diede il potere di divenire figli di Dio", infondendo loro la vita della Grazia per cui sono "nati da Dio" (vv. 10-13).
Il v. 14 rivela il mistero dell'Incarnazione del Verbo: "E il L. si è fatto carne ( κ α i i dot{α} λ dot{ε} γ o s oá dot{ε} dot{ε} dot{ε} v ε τ o ) e si attendò fra noi". Il L. che è Dio, Persona distinta dal Padre, sussistente in lui, senza subire mutazioni divenne uomo, assunse cioè nell'unità della sua Persona divina la natura umana completa (anima e corpo).
Qui, come nella sua prima epistola (I Io. 1), l'Evangelista proclama la sua testimonianza e quella degli Apostoli: "E noi contemplammo (assistendo ai suoi miracoli, specialmente alla sua trasfigurazione, alla sua Risurrezione ed Ascensione) la gloria sua; gloria quale spetta all'Unigenito ( μ ° ν σ ε ε ε hat{jmath} ς ) dal Padre, pieno di Grazia (vita divina) e di verità (luce divina) ".
Il precursore attesta la preesistenza divina del L. (v. 15) e l'Evangelista soggiunge: "E dalla pienezza di lui noi tutti ricevenimo, e Grazia per Grazia ( χ α dot{α} ρ mathrm{v} ávti χ α dot{α} ρ mathrm{t} τ mathrm{ς}, v. 16) ". La nostra Grazia deriva da quella del L., corrisponde alla sua. "Poiché la Legge fu data (come un dono esteriore) per mezzo di Mosè, la Grazia e la verità per mezzo di Gesù Cristo fu prodotta" (v. 17). Qui il L. è chiaramente identificato in Gesù Cristo, personaggio storico: è Dio e uomo insieme.
Il prologo conclude con il presentare il L. incarnato come sussistente nell'intimità divina del Padre, di cui è l'unico Figlio Dio, e come rivelatore della Divinità : "Dio nessuno l'ha visto mai: l'Unigenito-Dio ( μ ° ν °- γ ε ν hat{jmath} ς Oeós, è questa la lezione migliore del greco) che è nel seno del Padre, lui stesso ce lo rivelò!" (v. 18).
II. Dottrina teologica. - La dottrina teologica dei testi giovannej sul L. e specialmente nel prologo dei IV Vangelo è rischissima. Il punto centrale di tale dottrina è l'identificazione del L. divino nel Cristo storico, salvatore. Nel resto del IV Vangelo Gesù non è mai chiamato L. (si vede che il Salvatore non si è mai appropriato espressamente questo titolo), ma vi ricorrono nel loro contesto storico le stesse verità espresse nel prologo.
La preesistenza eterna del L., affermata nel prologo (Io. 1, 1), è attestata per Gesù Cristo nel IVi Vangelo sia da Giovanni Battista (ibid. 1, 30), sia da Gesù stesso
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(ibid. 8, 58). La sua distinzione personale dal Padre (ibid. 1, 1) è proclamata nei passi del IV Vangelo che presentano Gesù come Figlio proprio di Dio. E questo, anzi, lo scopo esplicito del Vangelo (ibid. 20, 28; cf. 1, 37; 3, 17. 35. 36; 5, 19-26; 6, 40; 8, 35. 36; 14, 13; 17, 1). L'identità di natura (ibid. 1, 1) o consustanzialità tra il L. e il Padre, è attestata chiaramente da Gesù stesso (ibid. 10, 30; 17, 22).
Che Gesù sia vita e fonte di vita spirituale, soprannaturale per gli uomini è chiaramente insegnato nel IV Vangelo (ibid. 3, 15; 5, 24. 26. 40; 6, 27-51; 8, 12; 10. 10; 11, 25; 14, 6; 17, 2-3; 20, 31). Gesù è luce e fonte di luce (ibid. 3, 19-21; 12;9,5; 12, 35-46) e di verità (ibid. 5 , 33; 14, 6; cf. I Io. 1, 6-8; III Io. 3). L'Incarnazione è attestata nel discorso di Gesù a Nicodemo (Io. 3, 13-21), ove ritornano i titoli caratteristici di Unigenito (Mevoryevîs; ibid. 3, 16. 18), di luce di verità (ibid. 3, 19-21), annunciati nel prologo, della discesa del Figlio di Dio dal Cielo (ibid. 3, 31-36).
Il greco λ óyos, reso da Tertulliano e da antiche versioni latine con Sermo o Ratio, e meglio dalla Volgata con Verbum, si presta ottimamente ad esprimere la dottrina teologica riguardante il Figlio di Dio fattosi uomo.
I teologi, seguendo s. Tommaso (Sum. Theol., 1*, q. 34) sviluppano le analogie fra il 1. umano e il L. divino cosi : come l'uomo, conoscendo se stesso, genera intellettualmente un 1. interiore ( λ óyos dot{ε} v δ ι dot{α} vartheta ε τ o ς, verbum mentis), un concetto che ne è come l'immagine, cosi Iddio Padre, conoscendo perfettamente se stesso, e in se stesso tutte le cose, genera intellettualmente, a b aeterno, il suo L. interiore, l'Unigenito-Dio (Io. 1, 18), che ne è l'immagine perfettissima (cf. II Cor. 4, 4; Col. 1, 15). Nell'uomo il pensiero è un'accidentalità transeunte, in Dio invece è una Persona, sussistente eternamente nell'unica natura divina, comune al Padre e al Figlio. Come nell'uomo la parola proferita ( λ óyos π ρ ° varrho varphi i α dot{ς}, verbum oris) è il mezzo con il quale manifesta il proprio pensiero, cosi, analogamente, nella Divinità il L. divino Incarnato è il rivelatore dei misteri divini, comunica la luce della verità, la vita della Grazia (Io. 1, 14-18).
III. InFLUSSI E DIPENDENZE. - Prima di ricercare eventuali dipendenze da fonti profane, giova indagare negli scritti ispirati, che certamente erano a conoscenza di s. Giovanni, le fonti eventuali del suo insegnamento sul L.
Vari testi del Vecchio Testamento dànno un risalto speciale alla parola divina. In Gen. 1, 1-27 si descrive la creazione come opera delle Parole di Dio con la formula ripetuta "E disse Iddio». Questo concetto è ribadito in Ps. 32 (33) : "Disse e fu fatto, comandò e fu creato" (v. 9, cf. v. 6; Eccli. 42, 15; Sap. 9, 1-2 con il termine λ óyos). Altrove si descrive la "parola di Dio" come inviata da lui "Mandò la sua parola e furono guariti" (Ps. 106, 20; cf. 147, 14-18; Is. 9, 8; 55, 10-11). Si tratta di personificazioni retoriche, che però permettevano intuizioni più profonde. La "parola di Dio", con il titolo di λ óyos, è personificata più fortemente in Sap. 18, 14 sg.: "Quando... la notte giungeva a mezzo il suo corso il tuo onnipotente Verbo ( λ óyos) dal Cielo, dal tuo regal trono, balzò, inflessibile guerriero".
Più chiare ancora sono le personificazioni della Sapienza di Dio ( dot{α} dot{α} dot{α} m â h, ovpla) che si leggono in Prow. 8-9 e in Eccli. 24. In Sap. 7, 21 la divina Sophia personificata vien detta addirittura "artefice di tutte le cose", e più innanzi (vv. 25-26) "esalazione della divina virtù, schietto effluvio della maestà dell'Onnipotente... riflesso ( dot{α} π α dot{α} τ α α μ α ) della luce eterna, specchio tersissimo dell'attività di Dio e immagine della sua bontà ".
Nel Nuovo Testamento il mistero è rivelato chiaramente. Interessanti sono i collegamenti fra gli scritti di s. Paolo e quelli sapienziali del Vecchio Testamento. Il concetto di riflesso (splendore) e
immagine applicato alla Sapienza divina in Sap. 7, 25-26 è ripreso da Hebr. 1, 3, applicato al Figlio di Dio fattosi uomo, e più chiaramente in II Cor. 4, 4 e Col. 1, 15. Quest'ultimo testo ha, nell'intero contesto (Col. 1, 13-17), innegabili affinità con il libro della Sapienza e con il prologo di s. Giovanni; ivi "immagine" corrisponde a L. e Gesù Cristo viene presentato chiaramente come Figlio di Dio, pressistente, creatore, fattosi uomo, redentore. A Io. 1, 14 corrispondono Col. 2, 9 e Phil. 2, 6. In questi passi dell'epistolario paolino si trova già chiaramente insegnata la dottrina da s. Giovanni sistemata poi nel suo prologo, in cui domina il L. eterno, distinto dal Padre, Dio, creatore, incarnato Gesù Cristo.
Altri elementi ricorrono nella I P t .1,23 : "Feste rigenerati, non da un seme corruttibile, ma incorruttibile, mediante la parola di Dio viva e permanente". La parola (L.) di Dio che rigenera, di cui parla s. Pietro, riguarda la predicazione, e forse la formola del Battesimo; è tuttavia sintomatico l'incontro con Io. 1, 13 quanto alla nascita soprannaturale. "La terra emersa dalle scque sussiste per mezzo dell'acqua in forza della Parola di Dio" (II Pt. 3, 5); corre parallela con Io. 1, 2 che parla del L. creatore.
In questi testi ispirati e nella parola viva del Maestro divino che, anche nei Sinottici, attestava la perfetta conoscenza reciproca tra il Padre e il Figlio (Mt. 11, 27) e la sua vita trinitaria, s. Giovanni deve avere attinto gli elementi essenziali della sua dottrina. Alcuni ritengono che Giovanni abbia attinto dai filosofi greci elementi per il suo L.
Secondo Eraclito (v.), il L. sarebbe una specie di divinità immanente nel cosmo, una legge cosmica universale, eterna, identificabile nel fuoco (ritenuto elemento razionale) : questo L. fisserebbe il destino di tutte le cose mutevoli (cf. M.-J. Lagrange, Le L. d'Hérorlite, in Revue biblique, 32 [1923], pp. 96-107).
Platone (v.) ed Aristotele (v.) non hanno accolto nel loro sistemi queste dottrine del L. Tuttavia alcuni elementi platonici sul cosmo intelligibile, considerato come causa esemplare ed efficiente del cosmo sensibile, sull'anima del cosmo e sugli dèi di secondo ordine, ebbero qualche influsso sulla storia successiva della dottrina del L. Cosi pure il concetto aristotelico riguardante la natura in quanto principio immanente del moto, concepita come una forza divina razionale che fa consistere in sé l'universo, offri agli stoici alcuni elementi per la loro dottrina sul L.
Gli stoici più recenti applicarono il titolo di L. alla cosiddetta "anima del cosmo». Per Seneca (Ad Helviam, 8, 3) il L. è "uno spirito divino egualmente diffuso in tutte le cose grandi e piccole, forma la materia, la volge ", la governa, è la legge universale che tutto conduce al termine stabilito: l'intelligenza umana è partecipazione del L. universale. Quando l'uomo parla, manifesta con il L. profetito ( λ óyos π ρ ° varrho varphi varphi i α dot{α} ς ) quanto gli è comunicato nel L. interiore ( λ óyos dot{ε} v δ ι α dot{α} vartheta ε τ o ς; cf. Zenone, presso Galeno, De Hipp. et Plat. plac., 2, 5).
L'influsso della filosofia greca sulla dottrina giovannea del L., sostenuto specialmente dai razionalisti M. Lidzbarski, R. Reitzenstein, B. Bauer, W. Bousset, non regge all'analisi oggettiva. L'unico punto di contatto fra Giovanni e questa filosofia consiste nell'uso del termine L. e nell'attribuirgli qualche rapporto speciale con la divinità e con il mondo. Ma nessuno di quei filosofi, neppure gli stoici più vicini a Giovanni (Epitteto, Seneca), considera il L. come una sapienza speciale di Dio, tanto meno come una persona o come un intermediario di cui si serve Iddio nella creazione.
Altri, con A. Loisy, cercarono le fonti della dottrina giovannea sul L. negli scritti di Filone (v.).
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Nonostante alcune somiglianze, le divergenze sostanziali sono tali da escludere una vera dipendenza.
Tanto da Filone quanto da Giovanni, il L. è detto Dio e Figlio di Dio; per entrambi il L. influsce nella formazione del mondo; è mediatore fra Dio e gli uomini, è rivelatore. Però il L. di Filone è un'idea astratta, sprovvista di personalità; è detto Dio ( θ ε dot{ε} ς ) nel senso largo di essere divino, non in senso proprio; è detto anche figlio di Dio per partecipazione come il mondo che è il "figlio minore" di Dio, mentre il L. ne è il "figlio maggiore". Per s. Giovanni invece il L. è l'Unigenito Figlio di Dio in senso proprio, è una Persona divina che assume in sé la natura umana, è lo stesso Gesù Cristo. Il L. di Filone è semplicemente un ordinatore della materia, supposta pressostente, mentre il L. di s. Giovanni è Lui stesso pressistente alla materia, vero creatore di tutte le cose. Il L. di Filone, a differenza di quello di s. Giovanni, non è affatto fonte di vita e di luce soprannaturale, non è redentore del mondo.
Altri cercarono le ronti della dottrina giovannea sul L. negli scritti giudaici che personificano la Legge (Târâh), la Nuvola (Šêhhinâh) e specialmente la Parola (Memrâ') del Signore.
La formula "Memrâ' di 'Âdhônaị ", che potrebbe corrispondere a "L. del Signore ", ricorre soltanto nelle parafrasi aramaiche della Bibbia, dette Targûmîm, scritte dopo Cristo, ma già trasmesse oralmente prima di Cristo H. L. Strack e P. Billerbeck : (Kommentar zum Neuem Testament aus Talmud und Midrasch, II, Monaco 1924, pp. 302-33), ne contano 179 nel Targum di 'Onqêlôs, 32 I nel I Targum di Gerusalemme e 99 nel II (p. 305 sg .).
Ma l'analisi dei passi in cui ricorre questa formola (sostituita talora dalla sinonima "dibbûrâ' di 'Âdhônaị") mostra che si tratta di uno dei tanti espedienti rabbinici per evitare di pronunciare il nome di Jahweh. Per evitare gli antropomorfismi i targumisti invece di "Dio" o Jahweh scrivono "Parola del Signore" (Memrâ' di 'Âdhônaị). Tale sostituzione avviene normalmente anche là dove la Bibbia dice che Jahweh cammina, parla, agisce esteriormente, governa il mondo, si rivela, crea. Può darsi che l'uso di Memrâ' presso gli Ebrei palestinesi sia una versione del termine L. usato dagli Ebrei alessandrini e specialmente da Filone; qualche volta il Memrâ' viene pure personificato come un'ipostasi divina, oppure, più frequentemente, come un'emanazione divina trasmessa ai profeti; ma anche in questi casi si tratta di personificazioni retoriche. Anche quando dicevano "parola di Dio" i rabbini intendevano "Dio". I rabbini inoltre non qualificano mai il Messia come Memrâ' del Signore. Altri tirano in campo come le fonti supposte di tale dottrina il sincretismo conflutte nelle religioni misteriosofiche, negli scritti ermetici o mandaici; ma si tratta di somiglianze puramente verbali, con idee assai diverse. Il mandeismo (v. MANDEl E MANDHEMM) poi ha subito influssi dal cristianesimo, non viceversa.
Gli elementi dottrinali essenziali contenuti nel prologo del IV Vangelo derivano dalla Rivelazione consegnata, in forma alquanto oscura, nel Vecchio Testamento, e più chiaramente nella parola viva di Gesù e negli scritti degli apostoli Paolo e Pietro. Da questi dati rivelati, l'Evangelista ha condensato nel meraviglioso inno che apre il suo Vangelo il frutto delle sue contemplazioni.
Si può pensare che la scelta della parola L. piuttosto che un'altra (immagine, sapienza, splendore di Dio, oppure p'ê̂sa, voû́, lê̂̂a), sia dovuta ad una rivelazione speciale, oppure, meglio, ad una sua scelta intenzionale allo scopo di conferire un'impronta cristiana inconfondibile al termine λ hat{ε} γ o ς, del quale tanto si abusava nel mondo filosofico e religioso ellenistico; offriva ai colti ellenisti un mezzo per incanalare le loro speculazioni fino al vertice del mistero divino.
Bibl.: I.-M. Vosté, Studia Ioannica, 2* ed., Roma 1930, pp. 38-100; A. I. Surjansky, De mysterio Verbi Incarnati ad mentem b. Iohannis Apostoli, I, ivi 1941, specialmente pp. 131-
213 (con ampia bibl.); H. Simon-G. Dorado, Praelectiones Biblicas: Novum Testamentum, I, 6⁴ ed., Torino 1944, nn. 185-96 (con bibl.); F. Prat, s. v. in DB. IV, coll. 323-29; E. Krebs, s. v. in LThK, VI, coll. 628-31; A. Debrunner-H. KleinknechtO. Procksch-G. Kittel, Atyo ccc., in G. Kittel, Theologisches Wörterbuch zum Novem Test., IV, pp. 69-140; J. Lebreton, Histoire du dogme de la Trinité, I, 7* ed., Parigi 1927; II, 3* ed., ivi 1928; L. Tondelli, Gesù secondo s. Giovanni, Torino 1944.
Per la parte teologica i trattati dogmatici sulla S.ma Trinità e sul Verbo Incarnato. Per la questione delle fonti cf. M.-J. Lagrange, La L. d'Hérocrite, in Revue biblique, 32 (1923), pp. 96107; id., Vers le L. de st Jean, ibid., pp. 161-84, 321-17.
Sul L. di Filone v. J. Lebreton, Histoire du dogme de la Trinite, I, 7* ed., Parigi 1927, pp. 209-31, 636-44; M.-J. Lagrange, Le L. de Philon, in Revue biblique, 32 (1923), pp. 321-71.
Sull'influsso delle dottrine giovannee del L. sulla tradizione v. A. Michel, Verbe, in DThC, XV, coll. 2693-72.
Pietro De Ambroggi
LOHER (Loer), Dietrich. - Certosino, n. ad Hoogstraeten (Anversa) ca. il 1490, m. nella certosa di Würzburg il 26 ag. 1534. Entrò nel monastero a Colonia ( 1518 ) ove fu raggiunto dai fratelli Bruno e Hugo, attirati dal suo esempio. Nel 1530 successe al Lansperg nell'ufficio di vicario e nel 1530 fu eletto priore della certosa di Hildesheim.
A quest'epoca egli era già noto in tutta l'Europa per la parte principale avuta nell'edizione delle opere di Dionigi il Certosino. Nel 1543 fu eletto priore a Buxheim e visitatore della provincia della Germania inferiore. Carlo V lo scelse come suo confessore; vescovi, principi e grandi signori ricorrevano a lui per consigli.
Tra le edizioni di opere altrui e di opere o traduzioni sue vanno ricordate: 1) Dionysii Cartusiani... fidissimus cathalogus (Colonia 1530 e 1532); 2) Monotessaron, idest unum continum Evangelium quatuor Evangelistarum (ivi 1531, 1546, 1586); 3) Praestantissima quaedam miracula, quae Brucelles... circa venerabilem Eucharestiam, fiunt (ivi 1532); 4) Die groote evangelische Peerle, etc. (Utrecht 1533; Anversa 1539, 1639), opera di pietà composta da una serva di Dio e pubblicata per la prima volta dal L.; 5) Psalterium latinum et germanicum fideliter traductum (Colonia 1535, 1536, 1562); 6) Theologiae mysticae... lucida demonstratio (ivi 1569).
Bibl.: S. Autore, s. v. in DThC, IX, coll. 870-71.
Felice da Mareto
LOHNER, Tobias. - Gesuita, scrittore di ascetica e teologia pastorale, n. a Neu-Öttingen (Baviera) il 13 marzo 1619, m. a Monaco il 16 maggio 1697. Fu per lunghi anni professore di filosofia, teologia dogmatica e morale, rettore dei Collegi di Lucerna e Dillingen, maestro dei novizi.
Oltre a varie operette ascetiche sui diversi stati, sulla vita religiosa, l'eccellenza del sacerdozio, il valore delle tribolazioni, raccolte in Hausbibliothek ( 6 voll., Monaco 1684-85 ) e molto divulgate ai suoi tempi, restano ancora oggi utili e stimate: la Instructissima bibliotheca manualis concionatoria ( 4 voll., Dillingen 1681) spesso ristampata in varie nazioni e variamente aggiornata (ultima ed,. 5 voll., Parigi 1880); e le Instructiones praticae, uscite in serie, su diversi argomenti di utilità per il ministero sacerdotale e raccolte in 11 voll. (Dillingen 1726-28). La Instructio quinta: De confessionibus rite ac fructuose excipiendis, è all'Indice (decr. 5 luglio 1728) forse per i motivi per i quali l'Indice spagnolo ordinava di cancellare alcune litanie, ogni rinvio al Thesaurus precum e l'invocazione a s. Carboniano (Corbiniano) presentata in una litania (H. Reusch, Index der verbotenen Büchern, II, Bonn 1885, p. 78 ).
Bibl.: Sommervogel, IV, coll. 1901-16; Hurter, IV, coll. 632-33; B. Duhs, Gesch. der Szeuism in den Ländern deutscher Zunge, III, Monaco-Batisbona 1921, pp. 546-50.
Celestino Testore
LOISY, Alfred. - Esegeta modernista, n. ad Ambrières (Haute-Marne) il 28 febbr. 1857, m. a Parigi il 6 giugno 1940. Nel 1874 L. entrò nel Seminario maggiore di Châlons. Ordinato sacerdote il
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29 giugno 1879, esercitò alquanto il ministero finché si recò a Parigi nel 1881, specialmente per interessamento di mons. L. Duchesne. Frequento l'Istituto, ove presto assunse la cattedra di ebraico. Stando ai suoi Mémoires (v. sotto, I, p. 154), L. nel 1886 cominciò a sentirsi estraneo alla Chiesa. I suoi scritti fecero presto sorgere gravi sospetti circa la sua ortodossia. Nel 1893 L. smise il corso di esegesi per limitarsi all'insegnamento dell'ebraico. Nel 1894 si recò a Neuilly, lasciando l'Istituto, e nel 1899 presso l'assiriologo J. Thureau-Dangin. Dal 1909, ormai già scomunicato, passò ad insegnare nel Collège de France. Il libro che lo pose in aperta opposizione con la Chiesa fu L'Evangile et l'Eglise (Parigi 1903), condannato dal S. Uffizio il 16 dic. 1903 insieme a Etudes évangéliques (ivi 1902), Le quatrième évangile (ivi 1903), Autour d'un petit livre (ivi 1903) e La religion d'Israël (ivi 1901).
L., che possedeva un'indiscutibile cultura storico-filologica, nei suoi molteplici scritti si rivela il rappresentante più tipico del modernismo (v.) biblico. Non poche proposizioni del decreto Lamentabili (3 luglio 1907) sono desunte dai suoi libri. Negato il concetto di ispirazione e del soprannaturale in genere, L. applicò alla S. Scrittura le teorie più spinte del razionalismo tedesco. Trattando del Nuovo Testamento, sua materia preferita, assunse un atteggiamento quanto mai demolitore nella critica delle fonti per presentare la Chiesa come un travisamento cosciente del Regno di Dio proclamato da Gesù in senso meramente escatologico.
Fra le opere del L., tutte condannate (decreto del I giugno 1932 e seguenti sino a quello del 20 luglio 1938), oltre le già menzionate, vanno ricordate: Histoire du Canon de l'Ancien Testament (Parigi 1890); Histoire du Canon du Nouveau Testament (ivi 1891); Histoire critique du texte et des versions de l'Ancien Testament (2 voll., Amiens 1892-93); Les mythes babyloniens et les premiers chapitres de la Genèse (Parigi 1901); Les Evangiles synoptiques (2 voll., Ceflonds 1907-1908); Simples réflexions sur le décret du St-Office "Lamentabili sane exitu" et sur l'encyd. "Pascendi dominici gregis" (ivi 1908); Quelques lettres sur des questions actuelles et sur des événements récents (Haute-Marne 1908); Nous et la tradition évangélique (Parigi 1910); A propos d'histoire des religions (ivi 1911); L'Evangile selon Marc (ivi 1912); Choses passées (ivi 1913); L'Epître aux Galates (ivi 1916); L'Evangile selon Luc (ivi 1917); Les mystères païens et le mystère chrétien (ivi 1919); Essai historique sur le sacrifice (ivi 1920); Les Actes des Apôtres (ivi 1920); L'Apocalypse de Jean (ivi 1923); La religion (ivi 1924); Religion et humanité (ivi 1926); Mémoires pour servir à l'histoire religieuse de notre temps (3 voll., ivi 1930-31); Les origines du Nouveau Testament (ivi 1936).
Bibl.: D. Palmieri, Osservazioni sulla recente opera L'Evangile et l'Eglise par A. L., Roma 1903; M. Lepin, Les théories de M. L., Parigi 1908; J. Rivière, Le modernisme dans l'Eglise, ivi 1929, passim; M.-J. Lagrange, M. L. et le modernisme, Juvicy 1932; M. D. Petre, A. L., in The Hibbert journal, 39 (1940), pp. 5-14; A. C. Cotter, A. L., in Theological studies, 2 (1940), pp. 242-51; L. Salvatorelli, A. L., in Studi e materiali di storia delle religioni, 17 (1941), pp. 119-21; L. Tondelli, A. L., in La scuola cattolica, 69 (1941), pp. 20-43; F. Heiler, Der Vater des katholischen Modernismus: A. L., Monaco 1947. Angelo Penna
LOJA, diOCESI di. - Diocesi e capoluogo della provincia omonima, città nell'Ecuador.
Ha una superfice di 20.000 kmq . con una popolazione di 180.000 ab., dei quali 176.400 cattolici; conta 46 parrocchie servite da 56 sacerdoti diocesani e 14 regolari, un seminario, 4 comunità religiose maschili e 14 femminili (Ann. Pont., 1951, p. 252).
La citta, posta nella' Val de Canbamba, fu fondata nel 1546 e nel 1580 vi fu tenuto il primo Concilio provinciale, essendovi già allora una chiesa parrocchiale e comunità di Francescani e di Domenicani. Nel 1861 L. ebbe un collegio tenuto dai Gesuiti e nel 1865 il papa
Pio IX creò la diocesi di L.; primo vescovo fu mons. Checa, suo successore fu mons. Riofrio, poi arcivescovo di Quito, il terzo, mons. J. Masia, fu esiliato, e morì in Perù nel 1902. A lui seguì nel 1907 mons. J. J. A. Eguiguren il quale fondò le scuole preparatorie del seminario affilandola ai Fratelli delle Scuole Cristiane. Fra le chiese, oltre la cattedrale, si ricordano quelle del Carmine, di S. Giuseppe, di S. Francesca, di S. Domenico, di S. Sebastiano. La diocesi è suffraganca di Quito.
Bibl.: A. A. Mac Erlean, s. v. in Cath. Enc., IX, pp. 322-23; anon., s. v. in Eur. Eur. Am., XXX, pp. 1466-71.
Enrico Jori
LOLLARDI. - I. Nei Paesi Bassi e in Germania. L. furono chiamati i membri di una confraternita religiosa sorta all'inizio del sec. xiv ad Anversa in occasione di una pestilenza, e durante la quale essi curavano gli infermi e seppellivano i morti. Il nome deriva dal tedesco lullen, einlullen, "cantare piano, a voce bassa", e fu loro applicato per le salmodie con le quali accompagnavano i cortei funebri; per ciò furono pure detti Deum laudantes. Furono chiamati anche "Fratelli di s. Alessio" dal loro patrono, o fratelli cellites, dalle cellae, grotte o tombe dove inumavano i defunti. Per il loro stato di vita povero e l'abito di penitenzi che portavano rassomigliavano ai beghini o begardi, con i quali furono non di rado confusi (cf. G. L. Mosheim, De berghardis, Lipsia 1790). Fra gli studenti vagabondi del sec. xiv in Germania si trovarono anche dei l. (cf. L. Spätling, De Apostolicis, Monaco 1947, p. 163). Furono talvolta sospetti di eresia e perciò perseguitati; ma vennero finalmente tollerati da Gregorio XI nel 1374. Ai l., disprezzati dal mondo, somigliarono i "fratelli della vita comune", come testimoniano Tommaso da Kempis e Giovanni Busch (Chronicus Windenheneuse, ed. K. Grube, III, Halle 1886, cap. 41).
II. In Inghilterra. - Furono chiamati l. i primi predicatori o "poveri preti" inviati da Wicleff a predicare le sue false dottrine. La loro esistenza è attestata la prima volta nel 1387 dal vescovo di Worcester ("... nomine seu ritu lollardorum confoederati ", testo completo in D. Wilkins, Concilia Magnae Britanniae, III, Londra 1737, p. 202). Nel 1395, divenuti molto potenti, affasero alle porte di Westminster e S. Paolo a Londra manifesti diffamatori contro il clero. Nello stesso tempo fecero proclamare la riforma della Chiesa dal Parlamento inglese. Il re Riccardo II Plantageneto, che fino allora aveva tentato di paralizzare l'azione del clero contro i l., ordino di imprigionare i predicatori l. e, se fosse necessario, di bruciarli davanti al popolo. Nel 1399 Enrico V di Lancaster si mostrò ancora contrario ai l. L'arcivescovo di Canterbury li perseguitò con zelo ed epurò l'Università di Oxford dalle loro tendenze ereticoli. Dopo la solenne condanna degli errori di Wicleff al Concilio di Costanza (1414-18), lo zelo contro i l. in Inghilterra rivisse. Nonostante ciò, i l. nel 1428 erano ancora numerosi e i loro scritti si diffondevano largamente.
Gli errori dei l. esposti nel Repressor di Reginaldo Pecock, vescovo di Chichester, sono gli stessi di Wicleff, accettuato l'ultimo punto della condanna della guerra e della pena di morte. Ufficialmente la battaglia della Chiesa contro i l. durò fino al regno di Enrico VIII.
III. I L. e la "Riforma" protestante. - Si è fatta questione se il movimento dei l. abbia preparato la "riforma" del sec. xvi. Né in Germania, né in Inghilterra i 1. hanno causato la "riforma" luterana o anglicana, essendo essi quasi scomparsi quando si iniziava la "riforma". Tuttavia vi sono delle analogie incontestabili tra le dottrine dei l. e quelle dei riformatori, particolarmente nei seguenti punti: subordinazione della potestà spirituale a quella civile; lotta contro i possedimenti ecclesiastici; necessità di una traduzione popolare della Bibbia e lettura di questa fuori del controllo della gerarchia. Si può dire che, con la lotta accanita contro l'ordine esistente
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(fol. Alinari)
In alto: STRADA DELLO STELVIO DAL VERSANTE DI BORMIO - Passo dello Stelvio. In basso: PANORAMA DI MENAGGIO, Lago di Como.
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A sinistra: FACCIATA DEL DUIOMO DI MONZA, Matteo da Campione (1390-96). Il campanile è del 1592 su disegno del Pellegrini. A destra: FACCIATA DELLA CHIESA DI S. FEDELE DI MILANO (1569) e monumento ad Alessandro Manzoni.
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In alto: SPOSALIZIO DELLA VERGINE. Dipinto di Bernardino Luini (ca. 1530) - Saronno, Santuario. In basso: LA LAVANDAIA. Dipinto di G. Ceruti (1727-34) - Brescia, Pinacoteca.
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(Int. Brilich Council)

(Int. Brilich Councils
In alto: IL PONTE DELLA TORRE DI LONDRA. In basso: VEDUTA AEREA DELLA CITTÀ.
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(fot. Alinari)
Lombardi, Alfonso - Formelle con angoli recanti i simboli della Passione. Arco della porta a destra della basilica di S. Petronio. Bologna.
nella Chiesa di allora, i l. d'Inghilterra prepararono il terreno alla riforma - anglicana.
BibL.: E. Carrick, Wicleff and the L., Nuova York 1908; W. W. Cuneo, The English Church in the XIV-XV centuries (1372-1466), Londra 1908; F. Gairdner, Lollandy and the reformation in England, 4 voll., Londra 1908-13; P. Ocripka, Die literarischen Widersacher Wiclifs u. der L. in England, Königsberg 1913; R. Hedde, s. v. in DThC, IX, coll. 910-23.
Lucchesio Spätling
LOLO, prefettura apostolica di. - Nel Congo belga, affidata all'Ordine dei Premostratensi (abbazia di Tongerloo nel Belgio), eretta il 22 febbr. 1937 in un piccolo territorio distaccato dal vicariato apostolico di Buta.
Ha una superficie di 10.000 kmq., con 45.000 ab., dei quali 16.727 cattolici. Conta 77 chiese, di cui 3 parrocchie, servite da 16 sacerdoti regolari; 2 comunità religiose femminili, 77 scuole: 9 opere di beneficenza (tra cui 2 ospedali) e associazioni di carità e di Azione Cattolica (Ann. Pontif., 1951, p. 715).
BibL.: AAS, 29 (1937), pp. 295-96; MC, pp. 231-32; Archivio della S. C. de P. F., Prospectus Status Missionis, pos. prot. n. 3221 / 49.
Carlo Corvo
LOMBARDI, Alfonso. - Scultore, n. probabilmente a Ferrara nel 1497, da Niccolò Cittadella di Lucca e da Eleonora L., m. a Bologna il 2 dic. 1537.
Le qualità native di questo maestro, che assume il cognome materno e lavorò alacremente soprattutto a Bologna e in Romagna, appaiono, risentite, nei busti in terracotta del Cristo e dei dodici Apostoli, già nella chiesa bolognese di S. Giuseppe e, soppressa questa nel 1769, trasferiti nel duomo di Ferrara, dove furono fatti colorire. In essi si ammira una vigorosa modellazione, congiunta a penetrante caratterizzazione somatica e psicologica, tutta ferrarese (Francesco Filippini li attribuisce, però, a Baccio da Montelupo: cf. F. Filippini, Baccio da Montelupo in Bologna, in Dodalo, 8 [1927-28], pp. 527-42 sgg.). Al confronto rivestono accademica teatralità i personaggi del grandioso e folto gruppo in S. Maria della Vita, a Bologna, rappresentante il Transito della Vergine, e che è, in certo qual modo, un equivalente plastico delle migliori pitture di Gerolamo da Carpi, per il romanesimo aulico delle pose e lo sfondo d'architettura classicheggiante (1522). A questo periodo appartiene pure un Ercole gigantesco e fiero, nel Palazzo comunale, mentre dal 1526 al 1530 il L. esegui in marmo alcune formelle di soggetto biblico e una solenne, armoniosa Risurrezione di Cristo, per il portale a sinistra della chiesa di S. Petronio. Guadagnatosi nel 1530 il favore di Carlo V, in occasione del soggiorno bolognese di quell'Imperatore, ne ritrasse le sembianze, come pure fece i ritratti, a Roma, di Clemente VII e di Giuliano da' Medici. Opere dell'ultimo suo periodo sono la statua della Vergine e figure di santi, alla Madonna del Baraccano, la Pietà in S. Pietro e l'elegante predella in marmo per la
famosa arca in S. Domenico, con un'Adorazione dei Magi ed episodi della vita del Santo (1533).
Bibl.: G. Bsruffaldi, Vita di A. L., Venezia 1847; I. B. Supino, L'« Ercole» di A. L., in Rivista d'arte, 11 (1929), pp.110113; F. Schottmüller, s. v. in Thieme-Becker, XXIII, pp. 345-47. Alberto Neppi
LOMBARDI, Carlo. - Canonista, n. a Dronero (Cuneo) il 29 dic. 1858, m. a Roma il 18 dic. 1908.
Compì gli studi ecclesiastici nel Seminario Romano; sacerdote nel 1881, conseguì la laurea in utroque iure nel 1889. L'anno successivo fu nominato professore supplente per il testo canonico nella Facoltà legale dello stesso Seminario, nel 1893 professore effettivo di istituzioni canoniche e nel 1901 trasferito all'insegnamento de