volume-07

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, p. 625, v. indice.

Giuseppe de Niamo
LOME, vicariato apostolico di. - Nella parte meridionale del Togo (mandato francese). Appartenne, prima del 1860, al vicariato apostolico delle Due Guinee, poi a quello del Dahomey, da cui fu staccato con l'erezione della prefettura apostolica del Togo (12 apr. 1892), elevata a vicariato apostolico il 16 marzo 1914. Dopo ulteriori smembramenti, esso prese l'attuale denominazione di L.

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E affidato ai Padri delle Missioni africane. Ha una superficie di 23.800 kmq ., con 489.104 ab., di cui 109.003 cattolici. Conta 253 chiese, di cui 17 parrocchie, servite da 3 sacerdoti diocesani e 39 religiosi; coadiuvato da 7 congregazioni religiose femminili. Le scuole sono 74 tra cui I professionale e I normale; tra le opere di beneficienza conta I lebbrosario, I ospedale, 5 orfanotrof e I ricovero. Molte le pie associazioni (Ann. Pont., 1951, p. 678).

BibL.: A. Freytag, Die Missionen der Gesellschaft des Göttlichen Wortes, Steyl 1912, pp. 71-83; Archivio di prop. Fide, Prosperini status missionis, pos. prot. n. 4138/50; AAS, 6 (1914), p. 179; 30 (1938), pp. 346-47; MC. 1950, pp. 123-24.

Saverio Paventi
LOMZA (Lomża), diocesi di. - Fondata il ro febbr. 1925 in Polonia, suffraganea di Wilna. Primo vescovo : Romuald Jalbrzykowski, futuro arcivescovo di Wilna.

Superficie: 13.100 kmq . Cattolici: 580.000 . Parrocchie 133. Chiese: 147, delle quali parrocchiali 136, servite da 229 sacerdoti diocesani, coadiuvati da 2 comunità religiose maschili e 14 femminili. Non si hanno ulteriori notizie ufficiali (Ann. Pont., 1951, p. 252). Durante l'occupazione tedesca perirono 48 sacerdoti o uocisi o in prigione o nei campi di concentramento.

Centri di pellegrinaggi : Hodyszewo, Studzieniczna, Wąsowa. L. apparteneva ai duchi di Mesovia; era stata fondata nel 1418, ma le origini risalgono al sec. xI. Vi è una chiesa parrocchiale gotica del sec. xvI; una chiesa ed un convento dei Cappuccini del sec. xviII. A Ostralska vi è una chiesa parrocchiale del 1399, una dei Bernardini del 1665. L. Subi varie distruzioni a causa di guerre ed invasioni.

BibL.: M. Baliński-T. Lipiński, Starazyta Polska, I. Varsavia 1844, pp. 523-29; Stasmih Geograficzny Królestwa Polskiego, V. ivi 1884, pp. 669-714; M. Walicki-J. Starzyfski, Dzieje Sztuki Polskiej, Varsavia 1936, pp. 117-19; M. Pirozyński, Statystyha Kościoła katolickiego w Polsce, in Hamo Dei, 1946, ir, pp. 80-82; id., Seminaria Duchenne w Polsce, ibid., 1984, I, p. 84; id., Ze statystyhi Kościola w Polsce, ibid., 1948, iv, pp. 464467; v. pp. 578-79; Statystyha strat Kościola w Polsce, in Intercatholic press agency, 9 marzo 1949, n. 10, p. 11.

Adam Macieliński
LONDON, diocesi di. - Città e diocesi nella provincia di Ontario (Canadá). Eretta a diocesi da Pio IX con il breve De Salute Dominici gregis del 21 febbr. 1855, per smembramento della diocesi di Toronto (Ontario). La sua sede fu cambiata il 2 febbr. 1859 da L. a Sandwich e poi da Sandwich a L. il 3 ott. 1869.

Conta una popolazione cattolica di 129.879 anime distribuite in 97 parrocchie, con 169 sacerdoti diocesani e 82 religiosi (Cappuccini, Congregazione di S. Basilio,
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Londra - Ricostruzione panuramica della città romana.

Redentoristi, Missioni Estere di Scarboro Bluffs). Vi sono 3 seminari, 2 collegi, tor chiese con sacerdote residente, 31 missioni, 120 chiese, 4 ospedali, I orfanotrofio.

La superficie del territorio e di 13.272 kmq . e la popolazione totale è di 711.328 ab . di cui 131.755 cattolici.

BibL.: Arch. della S. Congr. de Prop. Fide, I Litt. - 1899, CCCL, fol. 129°; Pio X. In toblimi principis, 16 sett. 1904, in Pii X P. M. Acta, L Roma 1905, p. 354; Le Canada ecclésiastique, Montréal 1950, pp. 435-44; The Ontario year book and directory, Toronto 1950, v. indice.

Gastone Carrière
LONDRA. - Capitale della Gran Bretagna e metropoli dell'Impero, in posizione eccentrica rispetto all'isola, ricopre un'area di ca. 1800 kmq., compresi il nucleo centrale e il suburbio, con una popolazione di oltre 8 milioni di ab. Il nucleo centrale è costituito dalla City, ove era quello primitivo della città romana, sorta sulla terrazza che domina ora la valle del Tamigi, presso il ponte di L.: la zona circostante del porto, l'East End, il West End, il South Side, i dintorni dai centri di Hampstead Garden, Wilesden, Greenwich (da dove l'osservatorio è stato trasferito di recente a causa del fumo della fabbriche circostanti), Brentford, Harrow on the Hill, Norwood, Wimbledon, Richmond, Romford, ecc.

L'antica diocesi di L. - Nel 314 si trova la prima menzione di L. cristiana con l'intervento del suo vescovo Restituto al Concilio di Arisa. Dopo l'invasione anglosassone s. Agostino ripristinò la diocesi di L. nel 604, nominandone vescovo s. Mellito, trasferito poi a Canterbury nel 619. Egli fondò la cattedrale di S. Paolo, e, fuori della città, l'abbazia di S. Pietro a Westminster. Fra i suoi successori più illustri furono s. Erconwald (675-93), s. Dunstano (958-61), Roberto di Jumièges (1044-51), Guglielmo il Normanno (1051-75), Gilberto Foliot (11631189), Simone di Sudbury (1362-75), William Warham (1501-1504), Cuthbert Tunstall (1522-30) e l'ultimo, Edmondo Bonner (1553-69), deposto da Elisabetta nel 1559, quando la diocesi divenne protestante. La diocesi cattolica non traversò mai il Tamigi, ma quando nel 1688 Innocenzo XI divise l'Inghilterra in 4 vicariati apostolici (o districts), quello di L. comprese al sud del Tamigi le contee di Surrey, Kent, Sussex, Hampshire, Berkshire, le isole di Wight, Jersey, Guernesey, oltre (al nord del fiume) Middlesex, Essex, Buckinghamshire, Bedfordshire e Hertfordshire, e anche le possessioni britanniche nel Nord America (fino alla indipendenza americana). Fra i vicari apostolici del district fu il grande Richard Challoner (1758-81). Nel 1840 Gregorio XVI elevò i districts a otto, togliendo da quello londinese Bedfordshire, Buckinghamshire e Berkshire. Nel 1850 Pio IX ricostituil la gerarchia e L. a nord del Tamigi, con Middlesex, Hertfordshire e Essex, divenne l'arcidiocesi di Westminster (v.), e al sud del fiume la diocesi di Southwark con le contee di Kent, Sussex, e Surrey. Nel 1882 si formo la diocesi di Portsmouth togliendo dal Southwark, Berkshire, Hampshire, le isole di Wight e quelle del Canale. Nel 1917 fu tolta la contea di Essex per formare la diocesi di Brentwood.

Fin dal 1174 la città di L. contava 126 chiese oltre qualche monastero e convento. La maggioranza venne perduta nell'incendio di L. del 1666 e nel rifacimento barocco di Wren, ma una delle antiche chiese (non parrocchiali), S. Etheldreda's Ely Place, passò all'ambasciatore spagnolo Gondomar (1620-24) e poi nel 1876 fu ottenuta dai rosminiani e aperta come chiesa cattolica.

Nel 1947 la popolazione totale di L., città con i suoi 28 «sobborghi», era di 8.203.942, ab. dei quali ca. 400.000 cattolici. Una statistica esatta è quasi impossibile, perché moltissimi, pur essendo occupati in L., abitano fuori di essa. Le chiese pubbliche nel Westminster sono 74 con-

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ventuali e 71 private, nel Southwark 52 pubbliche e 22 conventuali.
L. conta numerosissime società cattoliche per la difesa e la propagazione della fede, della cultura, per opere caritative ecc. Impossibile menzionarle tutte, ma fra le principali sono le: Catholic Association (per pellegrinaggi), Catholic Record e Catholic Truth Societies, Catholic Prisoners' Aid Society, Catholic Union, Pontifical Court Club, Newman Association, Aged Poor Society (fondata nel 1708); Benevolent Society for the Aged and Infirm Poor (1761), Catenian Association, le Associations of Catholic Trade Unionists e quella di Catholic Managers and Employers, e le Catholic Nurses Guild, Cath. Parents Association, Cath. Social Guild, Cath. Police Guild, Cath. Scout Guild, Cath. Teachers Guild, Cath. Young Men's Society, la Crusade of Resue (per evitare il proselitismo protestante), Knights of St. Columbia, ela Society of St. Vincent de Paul, e quella di St. John Chrysostom (per donare avviso legale specialmente agli indigeni), anche la Legion of Mary, l'Union of Catholic Mothers, i Catholic Doctors Guild, Young Christian Workers ecc., anche la University of London Catholic Association ed il Catholic Guild of Israel.

A L. si pubblicano il noto Dublin Review (trimestrale), e i periodici Month, Clergy Review, Blackfriars, Catholic Gazette, Westminster Cathedral Chronicle e Southwark Record, Duckett's Register (menulli), i Tablet, Catholic Times, Universe e Catholic Herald (settimanali).

Sono anche da segnalare gli editori cattolici Burns and Ostis, Sheed and Ward, Sands, Douglas Organ, Hollis and Carter. - Vedi tav. CIV.

BibL.: Eubel, I, p. 324; II, pp. 198-99; III, pp. 1504-40; Cottineau. I, pp. 1642-43; E. Burton, Landon, in Cath. Enc., IX, pp. 341-50; D. Newton, Catholic London, Londra 1950.

Enrico G. Rope
LONGANIMITÀ. - Dal lat. longanimitas, è una delle parti potenziali della virtù cardinale della fortezza e significa la pazienza protratta a lungo per la dilazione della cosa desiderata. Sopportare una molestia per poco tempo appartiene alla virtù della pazienza, tollerare una molestia che proviene dalla dilazione della cosa aspettata appartiene alla I.

Secondo a. Tommaso (Sum. Theol., 2^{mathrm{a}-2^{mathrm{2} mathrm{~g}}}, q. 126, a. 5) tale pazienza è piuttosto un atto della magnanimità, in quanto tende a un bene lontano, superando la difficoltà dell'attesa. Nella S. Scrittura il termine viene usato per significare la grande pazienza del Signore nel sopportare le offese, della quale non bisogna abusare, come suggerisce s. Paolo (Rom. 2, 4), ammonendo il peccatore a non disprezzare le ricchezze della pazienza e della l. di Dio. Come difetti contrari alla I. bisogna notare gli stessi della pazienza, cioè per difetto l'insensibilità, per cui non si prova dolore quando sarebbe giusto provarlo; per eccesso l'impazienza, che spinge a lamentarsi, ad inquietarsi ed a mormorare per l'attesa e la dilazione.

BibL.: R. Giraud, Dizionario universale delle scienze ecclesiastiche, VI, Napoli 1847, p. 297; Th. Iorio, Theologia moralis. I, 3² ed., ivi 1946, p. 214, n. 304.

Giuseppe Sirna
LONGER, Jacques-Benjamin. - N. al Havre (Seine-Inférieure) il 31 maggio 1752 ; il 30 sett. 1774 entrò nel Seminario delle Missioni estere di Parigi. Ordinato sacerdote il 23 sett. 1775, parti il 4 dic. dello stesso anno per la missione della Cocincina.

Fu prima missionario a Qiang-tri e il 3 apr. 1787 fu nominato coadiutore del vicario apostolico del Tonchino occidentale. Ma, per mancanza di vescovi, poté essere consacrato solo il 30 sett. 1798 a Macao. Nel 1795 tenne un sinodo molto importante, i cui decreti furono osservati per più di un secolo senza modifiche. Durante la persecuzione del 1789 fu arrestato e poi liberato dai suoi cristiani. Nel 1802 e quindi nel 1804 cercò inutilmente di ottenere dall'imperatore Gia-long la libertà di religione, conobbe di nuovo la persecuzione sotto l'imperatore Minh-mang, senza però tralasciare lo sviluppo dell'apostolato e la formazione del clero indigeno. Compose numerose opere di religione in lingua annamita.
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(fot. British Council)
Londra - Abbazia di Westminster.
Allorché morì, l'8 febbr. 1831, dopo 40 anni di episcopato, la sua missione contava 174.000 battezzati, 87 sacerdoti indigeni e 180 seminaristi. Antonio Anoge

LONGFELLOW, Henry Wadsworth. - Poeta nord-americano, n. il 27 febbr. 1807 a Portland (Maine), m. a Cambridge nel Massachussets il 14 marzo 1882. Compì i suoi studi al Bowdoin College e ivi ricoprì una cattedra di lingue moderne; dopo un viaggio di tre anni in Francia, Spagna e Italia, ritornò al lavoro e, alla fine del 1883 , fu inviato ad Harvard.

Nel 1838, due anni dopo il suo ritorno da un secondo viaggio in Europa, pubblicò Voices of the night, raccolta di poesie di cui il Psalm of life doveva essere una delle sue liriche più popolari. I suoi lavori drammatici (The spanish student [1843], ecc.) e i suoi successivi volumi di versi (notissimo il poemetto Evangeline) gli procurarono larga notorietà e i mezzi per rendersi indipendente (1851). Tra le sue opere mature sono da ricordarsi : la trilogia Christus (1851-72); Hiavatha (1855), The courtship of Miles Stand (1858) e una traduzione della Divina Commedia. Immensa fu la popolarità del L., sebbene la sua poesia non riveli grande forza immaginativa e intenso sentimento.

BibL.: Opere: Oxford complete copyright edition, Oxford 1904. Studi : oltre alla biografia del fratello Samuel, Boston 1886, cf. H. S. Gorman, H. W. L. a vittorian americae, Nuova York 1926; I. L. Whitman, L. on Spain, ivi 1927; F. Vidione, La critica letteraria di H. W. L., Firenze 1934. Giulio De Angelis

LONGFORD, DIOCESI di : v. ARDAGH, DIOCESI di.
LONGHENA, Baldassarre. - Architetto, n. a Venezia nel 1598 da famiglia ticinese (di Maroggia sul Lago di Lugano), m. ivi il 18 febbr. 1682. Abbandonò presto la scultura alla quale era stato educato dal padre, e di cui è modesto esempio il cenotafio del vescovo Gabriele Severo in S. Giorgio dei Greci (1619), per dedicarsi esclusivamente all'architettura.

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La prima opera di cui si conosce sicuramente la data è il suo capolavoro: la basilica di S. Maria della Salute (iniziata nel 1630 e non ancora compiuta alla sua morte), genialissima trasformazione del tema rinascimentale della chiesa a pianta centrale in caratteri di pittoricismo veneto. Le opere successive non giungono a tale altezza di coerenza stilistica. I ricordi palladiani, già evidenti nella facciata e nell'interno della Salute, sono ancor più vivi nell'interno della cattedrale di Chioggia (1633); mentre nelle facciate di S. Giustina ( 1640 ) e di S. Tomà (1652), andendue rimaneggiate nel '700, e nell'interno di S. Maria del Pianto (1647) è vivo il gusto sans .viniano. L'enfatica sovrapposizione di ornati che nelle opere più tarde (interno di S. Maria degli Scalzi, 1660; facciata dell'Ospedaletto, 1674) sembra quasi accettare il pesante gusto decorativo del barocco lombardo, raggiunge la più esagerata espressione nel monumento sepolcrale del doge Giov. Pesaro ai Frati (1669).

Nelle costruzioni civili il L. è fedele agli esemplari sansoviniati, dalle opere più giovanili (Palazzi Giustinian Lolin all'Accademia, Widman a S. Canciano, ecc.) alle più tarde e più significative, come il Palazzo Pesaro (iniziato nel 1676), forse la più imponente espressione di barocco veneziano, e il Palazzo Rezzonico (1680), assai più tardi compiuto dal Massari.

Bibl.: G. Fiocco, s. v. in Thieme-Becker, XXIII, p. 3335 sg.; J. Tuerin, Alione lettere di B. L., Venezia 1930: Davide Maria da Portogruino, Un'opera ignorata di B. L., in Ilio. di Venetoo, 12 (1933), p. 23 sgg.

Mario Zocca
LONGHI, FAMIGLIA. - Due pittori : PIETBo, n. nel 1702 a Venezia, m. ivi l'S maggio 1785.

Dopo un tentativo assai infelice di pittura monumentale (Palazzo Sagredo, Venezia 1734) si dedicò quasi esclusivamente alla pittura di genere, in scene di vita veneziana rese con arguta e bonaria vivacità, non senza qualche punta satirica, e per le quali ha acquistato fama di pittore aneddotico e superficiale. Serie di opere sue si trovano a Venezia, nella Galleria Querini Stampalia (tra le altre le giovanili Caece già Donà dalle Rose), nel Museo di Palazzo Rezzonico, all'Accademia e nella collezione
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Salom, a Padova nel Museo civico, a Milano (Brera) e in molte altre collezioni. Pietro lasciò anche alcuni ottimi ritratti e bellissimi disegni al Museo Correr di Venezia.

Alessandro, n. nel 1733 a Venezia, m. ivi nel 1813. Dal padre Pietro fu messo nella bottega di G. Nogari, ritrattista, e in questo genere si specializzò acquistando larga fama.

Fra le prime opere, nelle quali è molto sensibile l'influsso del gusto paterno, sono il grande ritratto della famiglia Pisani (Venezia, collezione Bentivoglio d'Aragona) e quello del Balotin del doxe del Museo di Belluno. Seguono numerosissimi altri ritratti, sparsi in collezioni pubbliche e private : dell'architetto Temaxca e del Padre Lodoli nelle Gallerie di Venezia (dove è anche il siggio cseguito per l'Accademia veneziana: La pittura e. 4 merite), del Goldoni al Museo Correr, di un Ammiraglio al Museo civico di Padova, ecc. In tutti è un senso di fresca vitalità, una pungente arguzia e una vivacità di colore che neppure la moda neoclassica riuscirà a raffreddare. Alessandro fu anche incisore.

Bibl.: Su Pietro: A. Ravà, P. L., 2² ed., Firenze 1923; L. Brosch, s. v. in Thieme-Becker, XXIII, pp. 357-58 (con bibl. preced.): O. Usanne, P. L., Parigi 1924. Su Alessandro L. Brosch, s. v. in Thieme-Becker, XXIII, pp. 355-57; V. Moschini, Per lo studio di A. L., in L'arte, 35 (1932), pp. 110-48; id., Un ritratto inedito di A. L., in Dedalo, 12 (1932), p. 772. Su entrambi: E. Arslan, Di A. e P. L., in Emporium, 98 (1943), pp. 51-65; id., Inediti di P. e A. L., ibid., 103 (1948), pp. 39-70. Nolfo Di Carpegna

LONGHIN, Andrea Giacinto. - Vescovo, n. a Campodarsego il 22 nov. 1853, m. a Treviso il 26 giugno 1936. Entrato fra i Cappuccini nel 1879, nel 1902 fu fatto ministro provinciale. Eletto vescovo di Treviso (1904), vi diede vigoroso impulso all'Azione Cattolica, indirizzi sicuri alle opere sociali e curò particolarmente con l'esempio e la dottrina la formazione del clero.

Durante l'invasione tedesca del 1917, che devastò parte della diocesi, diede prova di grande coraggio; dopo la guerra si dedicò con zelo a ripararne le rovine. Nel 1923 fu nominato amministratore apostolico di Padova e nel 1927 di Udine. Di larga cultura giuridica e teologica, celebrò nel 1911 un sinodo diocesano, e, oltre a varie dotte lettere pastorali ed a qualche opuscolo, pubblicò : De resurrectione mortuorum (Roma 1904), Il sacerdote alla scuola di Nazareth (Vedelago 1920), I grandi misteri cristiani (Padova 1945, ed. post.).

Bibl.: Nel XXV di episcopato di S. E. Fr. A. G.L., arcivescovo di Patrasso e vescovo di Treviso, la sua diocesi, Treviso 1929: G. Cristostomo da Cittadella, Biblioteca dei Fr. Min. Capp. della prov. di Venezia, Padova 1944, pp. 22-34.

Giovanni Crisostomo da Cittadella
LONGILINEO. - Denominazione usata per indicare un tipo morfologico umano, in cui i rapporti di sviluppo del corpo sono spostati nel senso della prevalenza dei diametri longitudinali sui trasversali e degli arti sul tronco, per cui l'organismo assume, nel suo insieme, aspetto a volte slanciato e ben sviluppato, a volte slanciato gracile e cadente. Al tipo l. s'oppone il brevilineo (v.).

La scuola costituzionalistica italiana, in particolare N. Pende, descrive due varietà : il biotipo l. stenico-tonico e il biotipo l. ipostenico-ipotonico. Nel primo appare netto sviluppo in lunghezza delle forme corporee con prevalenza del torace sull'addome, corpo ben slanciato e armonico; in esso non sovrabbondanza di grasso, muscoli raramente molto sviluppati, però tonici; l'altezza, in ambo i sessi, tende a essere superiore alla norma. Dal lato endocrino (v. ENDOCRINE, Glandole), è sempre presente l'iperfunzione della tiroide e dell'ipofisi, congiunta o no a quella delle gonadi e dei surreni, donde una serie di sottovarietà. Le condizioni di equilibrio funzionale dell'organismo sono buone, a volte ottime per armonia e resistenza di apparati. Dal lato neuro-psichico, sono tachipragici e tachipaichici, cioè rapidi nel muoversi e

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(per cartida del p. E. M. Sprazfico) Lonco, Bartolo - Una delle sue ultime fotografie - Pompei.
nelle reazioni psichiche; l'intelligenza è buona a tipo intuitivo, sintetico, fantastico, con orientamento schizoide. In particolare, nella varietà ipertiroidea e ipersurrenalica, gli individui sono emotivi e irritabili; in quella ipergenitale e iperpituitaria (iperipofisaria), più capaci di controllo e riflessione; negli ipertiroidei ottima l'intelligenza, negli iperipofisari robusta la memoria.

Nel biotipo 1. ipostenico-ipotonico il disarmonico svec luppo in lunghezza del tronco e particolarmente degli arti dà all'individuo un aspetto gracile, ipotonico, cadente, con evidenti curve e gobbe (rifosi e lordosi) della colonna vertebrale, particolarmente delle regioni cervico-dorsali e dorso-lombari; i muscoli sono gracili e ipotonici, scarso il grasso; i caratteri sessuali poco sviluppati. Dal lato endocrino, ipertiroidismo con ipogenitalismo, iposurrenalismo, ipoparatiroidismo con spasmofilia; la varietà iposurrenalica è particolarmente predisposta alla tubercolosi. Dal lato psichico, non tachipragici e tachipsichici; il tono umorale è sentimentale depresso; l'intelligenza spesso assai buona, a volte geniale, ma rapidamente esauribile, a tipo fantastico, non concreto né pratico.

Bitil.: A. Ceconi e altri, Medicina interna, VI, Torino 1937, pp. 817-21; N. Pende, Le debolezze di costituzione, Roma 1928; id., Trattato di biotipologia umana individuale e sociale, Milano 1939; id., La scienza moderna della persona umana, ivi 1947, pp. 323-35; M. Bufano, Trattato di patologia speciale medica e terapia, I, Milano 1949, pp. 43-51. Giuseppe de Ninno

LONGINO, santo. - Nome tradizionale del soldato romano, probabilmente derivato dal greco λ δ γ χ η "lancia ", che trafisse il costato di Gesù sul Calvario (Io. 19, 34). Secondo una tradizione, già attestata da s. Gregorio Nisseno, L. sarebbe lo stesso centurione che alla morte del Salvatore ne riconobbe la divinità (Mc. 15, 39).

Una Passio (PG 93, 1545-60) molto leggendaria narra che L., convertitosi al cristianesimo, abbandonò l'esercito e si ritirò nella Cappadocia, donde era oriundo, predicando la nuova fede. Per invidia dei Giudei però fu accusato a Pilato, che lo fece decollare. Secondo un'altra versione, invece, L. venne in Italia portando alcune gocce del preziosissimo sangue di Gesù, e fu martirizzato presso Mantova. E commemorato il 15 marzo.

Bibl.: Acta SS. Martii, II, Parigi 1865, pp. 370-84; Martyr. Hieronymianum, pp. 146, 568; Martyr. Romanum, p. 98. Agostino Amore

LONGO, Bartolo. - Avvocato, fondatore del santuario di Pompei, n. a Latiano (Brindisi) il ro febbr. 1841, m. a Pompei il 5 ott. 1926. Scosso nella fede, e ricondottovi da cari amici, lasciò la vita forense brillantemente iniziata, per darsi unicamente ad opere di religione e di carità.

Sposò nel 1885 la vedova contessa Marianna de Fuson, quando già fino dal 1872 aveva promosso in Pompei, quasi abbandonata, l'insegnamento del catechismo e la devozione al Rosario, erigendovi la confraternita nel 1876. L'8 maggio dello stesso anno iniziò, con l'obolo dei fedeli, il tempio, ora di fama mondiale, intorno a cui germogliarono nel corso degli anni splendide opere di carità e di redenzione: asili, ricreatori, laboratori, scuole, tipografia e officine, l'orfanotrofio femminile per
le derelitte, gli ospiai per i figli e le figlie dei carcerati, specialmente per le figlie di madri condannate. Tutto queste opere passarono poi sotto il diretto governo della S. Sede. A lui si deve l'istituzione delle suore "Figlie del S.mo Rosario di Pompei». Collaborò a suscitare in tutto il mondo il movimento assunzionista, e diffuse la devozione dei 15 sabati, la novena e la supplica, dettati da lui stesso. E introdotta la sua causa di beatificazione.

Integrò il suo apostolato con varie pubblicazioni di carattere divulgativo, tra cui una Storia del santuario (Pompei 1890) rimasta incompiuta; ma più importanti per la valutazione del suo metodo pedagogico sono: Per l'educazione morale e ciede dei figli dei carcerati (ivi 1894); Quaranta figli di carcerati (ivi 1895); L'opera di Pompei e la riforma morale dei carcerati (ivi 1895); Memorie per il Congresso di Bruxelles (ivi 1899); Nuova memoria (ivi 1899); La guida del carcerato alla sua morale riabilitazione (ivi 1905); L'ultimo voto del mio cuore (ivi 1925).

Bitil.: Biografie: F. V. Romanelli, B. L. nella sua vita e nel suo apostolato, Napoli 1891; D. Scotto di Pagliara, B. L., 2° ed., Pompei 1922; id., B. L. e il santuario di Pompei, ivi 1943; E. M. Sprazfico, Il servo di Dio B. L., 2 voll., ivi 1944-47 con ampia bibl. Studi vari: A. Rossi, I primi passi di B. L. nella vita interiore, ivi 1938; id., La vocazione sociale di B. L., ivi 1942; id., B. L. nel centenario della nascita, ivi 1941; G. D. Mon, La cittadella vivente della carità, ivi 1942; Nel XXV di fondazione dell'Ospizio - B. L. per le fette dei carcerati, ivi 1947.

Eufrasio M. Sprazfico
LONGO, Francesco. - Tcologo cappuccino, n. a Corigliano Calabro nel 1562 , m. a Roma il 21 dic. 1625. Religioso della provincia romana, fu lettore di teologia, provinciale di Cosenza (1612-15), visitatore della provincia di Lione (1616).

Nel primo volume (De Deo uno et trios) d'una S. Bonaventurae summa theologica (Roma 1622) non continuata, rappresenta fra i bonaventuristi dell'Ordine il tentativo eclettico di livellare la dottrina del Serafico Dottore al tomismo e allo scotismo. Migliorò successivamente il Tractatus de casibus reservatis iuccia regulam Clementis VIII (Lione 1616; 2° ed. Colonia 1619; 3° ed. Lione 1623), compendiò la storia ecclesiastica nel Breviarium chronologicum pontiflorum et conciliorum omnium (Lione 1623) e quella dei sinodi nella Summa conciliorum omnium (Anversa 1623), che fu completata da altri (Parigi 1839; 3° ed. ivi 1645). Alla letteratura ascetica appartengono l'Horologio spirituale intorno alla Passione di N. S. Giesi Christo (Venezia 1621) e l'Horologio spirituale ovvero venti quattro meditazioni sopra tutti i principali misteri della vita della gloriosa Vergine Maria (Roma 1625; trad. franc., Lione 1628).

Bibl.: Francesco da Vicenza, Gli scrittori cappuccini calabresi, Catanzaro 1914, pp. 43-44; id., Appendice agli scrittori cappuccini calabresi, Umbertide 1916, pp. 11-15; Agustin de Corniere, Capueltino precursores del p. Bartolomé Bordaris e di estudio de s. Buenaventura, in Collectanee Franc., 1 (1931). pp. 190-92; Melchior a Paloladura, Historia generalis Ordinis Min. Capucinorum, parte 2°, I, Roma 1948, pp. 246, 345-46, 363-64,425,427-28. Ilarino da Milano

LONGO, Maria Lorenza, venerabile. - Fondatrice delle monache cappuccine, oriunda di Catalogna, n. a Napoli nel 1463 , m. ivi il 21 dic. 1542.

Rimasta vedova, sistemò i suoi tre figli e si dedicò completamente alle opere assistenziali, sotto la direzione spirituale di s. Gaetano Thiene, facendo sorgere un vasto edificio capace di accogliere ogni genere di malati e incurabili (1519). Fondò quindi un monastero (noto comunemente sotto il nome di Monache Trentatre), di religiose clarisse che assunsero poi il nome di Cappuccine perché vollero ispirarsi alla riforma dei Cappuccini e come tali furono approvate da Paolo III con il "motu proprio" Cum monasterium del ro dic. 1538. E stata introdotta nel 1852 la causa della sua beatificazione.

Bibl.: B. Sanbenedetti, Vita e gesta di M. L. L. fondatrice delle Cappuccine (dal Boverio), Napoli 1854; id., Erolche impera de la ven. M. L. L., fondatrice dell'ospedale degli Iseurabili, ivi 1832; E. d'Alençon, La ven. serva di Dio M. L. L., Roma 1896; R. P. Constant, La vén. M. L. L., in La légende dorée des Capucins, Parigi 1932, pp. 527-38.

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LONGOBARDI. - Sono considerati come appartenenti al gruppo dei Germani orientali. L'origine del nome (Langobardi, non Longobardi come comunemente si usa) non è chiarito (dalla lunga barba, come dice Paolo Diacono, o dalle lunghe astc ?); il nome di Winnili che pure loro attribuisce Paolo Diacono significa solo guerrieri. Anche della loro lingua si hanno scarsissimi dati. Paolo Diacono, che alla fine del sec. viII raccolse nella sua Historia Langobardorum quante notizie potć trovare, dà per la preistoria un racconto scarsamente attendibile. Dubbia è la provenienza dalla Scandinavia, forse affermata sul modello degli Ostrogoti; incerti i paesi in cui il popolo si sarebbe (fuori da ogni dato cronologico) successivamente stanziato. In realtà i L. compaiono nella storia per la prima volta nell'età d'Augusto: nel 5 d. C. Tiberio, dopo avere sottomesso i Chauci, combatté contro i L. che abitavano sul basso Elba. Negli anni seguenti compaiono nella coalizione di popoli creata da Marbodo, poi se ne separano e nel 17 combattono con i Cherusci contro di lui. La storiografia romana mostra di apprezzare assai i L. per il valore e la fierezza: Vellejo Patercolo li dice : «ipsa ferocitate germanica ferociores»; Tacito dice : «Langobardos paucitas nobilitat; plurimis ac valentissimis nationibus cincti, non per obsequium, sed proeliis ac periclitando tuti sunt». A parte la notizia di una scorreria in Pannonia durante la guerra dei Marcomanni ( 165 d. C.), i L. non sono più ricordati dalle fonti storiche romane sino alla fine del sec. v, quando si trovano nella Moravia ben lungi dalle pristine sedi.

Assai probabilmente, come era successo per altri popoli germanici, i L. erano stati presi nel vortice dell'irruzione degli Unni e costretti a scendere a sud. Quando nel 488 Odoacre abbatté il Regno dei Rugi, i L. scesero sul Danubio ad occuparne le sedi; al principio del sec. vi si spostarono nella regione compresa tra Danubio e Tibisco, a contatto con l'importante popolo dei Gepidi. Ora i L. entrarono nel gioco della diplomazia imperiale che di essi di servi per tenere a freno i Gepidi ed altri popoli barbarici della scacchiera danubiana. Il re dei L. Watke ( 520 - 50 ca .) era in relazione con le case reali di vari popoli barbari, cosi con i Morovingi. Nel 546 Giustiniano inviò il nuovo re Audomo a trasportare il suo popolo in terra d'Impero, sulla riva destra del Danubio, nella Pannonia,
![img-18.jpeg](img-18.jpeg)
(da C. Ceechelli, I monumenti dei Friuli dal sec. IV all'XI, Roma 1813, tace. 31 b) Longobardi - Capitello barbarico con lettere iscritte - Cividale, Museo.
![img-19.jpeg](img-19.jpeg)
(da Memorie storiche torngialitai, t 3 [I9C], tace. fuori testa) Longobardi - Visitazione. Fienco dell'altare di Rachis (sec. viII). Cividale.

Norico orientale, Savia, dove i L. vennero a più aspri rapporti con i Gepidi. Si ebbe per alcuni anni un'intesa tra i re longobardi ed il governo di Costantinopoli: questo inviò sussidi e rinforzi per combattere i Gepidi, in cambio i L. inviarono rinforzi a Narsete in Italia per la guerra contro gli Ostrogoti. Più tardi i Gepidi cercarono un'intesa con l'Imperatore ed i L. si avvicinarono ai Franchi; il giovane re Alboino sposò Clotsuinda, figlia di Clotario I.

La situazione sul Danubio mutò quando verso il 560 gli Avari urtarono nella massa gepida. Ora i L. trovarono dei naturali alleati nei barbari venuti dall'Oriente contro i Gepidi che furono schiacciati. Il loro re Cunimondo cadde per mano dello stesso re dei L., Alboino, che fece prigioniera la famiglia reale e costrinse la principessa Rosmunda a diventare sua moglie. I L. però si trovarono alla mercé degli Avari e per sfuggire a tale situazione pericolosa Alboino deciso di trasportare il suo popolo nella pianura padana, dietro il riparo delle Alpi.

L'uscita dei L. dalla Pannonia si iniziò il 2 apr. 568 , secondo la registrazione cronologica di Secondo di Trento utilizzata da Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum. I L. si trascinarono dietro vari altri gruppi entici minori, o vinti o vassalli (Gepidi, Sarmati, Norici, Svevi); anche alcune tribù di Sassoni attratte dalla speranza di bottino vennero a rinforzare le genti di Alboino. Questi barbari, di cui non si conosce il numero, scesero senza trovare opposizione a Cividale del Friuli (Forum Iulii) dove però comparvero solo il 21 marzo 569 . I presidi imperiali troppo scarsi e dispersi non fecero, pare, resistenza e si rinchiusero nei castelli e città murate, lasciando agli invasori libertà di avanzare verso occidente lungo la Via Postumia. Una triste aureola di terrore circondò subito in Italia il nome dei L. per i loro massacri e distruzioni; le popolazioni presero a fuggire con i loro vescovi verso i centri imperiali. I L. nel loro soggiorno danubiano avevano accolto un cristianesimo di tipo ariano, molti erano ancora legati a vecchi culti politeisti ed il fanatismo religioso anticattolico influì su di essi notevolmente. Il 3 sett. 569 Alboino occupò Milano ancora desolata dopo i saccheggi del 539 ; in seguito tutta la Liguria fu occupata. Qua e là rimasero alcuni isolotti di dominazione bizantina, castelli e cittadine forti; buona resistenza fece pure Ticinum che fu occupato solo nel 572 , sebbene non sia da pensare che Alboino sia rimasto tre anni all'assedio. I governatori imperiali, Narsete e poi Longino, non seppero creare sulla linea del Po un valido sbarramento, e neppure sull'Appennino; cosi già nel 569 , pare, bande

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tda Memaris storiche forognolissi, 23 [1911], (ac. jnuf. res n]
Longobardi - Plutco del patriarca Sigualdo (sec. viII) con la Croce fiancheggiata dal quattro simboli degli Evangelisti - Cividale.
di L. attraversarono il Po e iniziarono le devastazioni in Tuscia. L'insufficienza imperiale nel porre riparo all'invasione favorì la formazione della leggenda che per vendicarsi della corte imperi.le, Narsete avesse invitato Alboino a scendere nella penisola.

L'ebbrezza della conquista, l'avidità dei saccheggi determinarono una rapida disgregazione di questo popolo che i Romani avevano detto compatto e disciplinato. I capi militari che conducevano le varie colonne formate da fare, cioè da gruppi gentilizi, aumentavano di prestigio e di autorità agli occhi dei loro gregari quanto più fortunata riusciva la loro impresa. Le fare si stabilivano senza alcun ordine e criterio, dove e come era possibile soddisfare le cupidigie e le violenze. Difficilmente, p. es., l'installamento delle fare di Gisulfo nel Friuli è da attribuire ad un atto politico di re Alboino anziché ad una brama di conquista da parte di questo Gisulfo. La dispersione delle fare, mentre andava a vantaggio dei vari capi militari, andava a danno dell'autorità del Re; così anche l'autorità dei L. sugli elementi etnici dipendenti subì un grave colpo. A tale nuova situazione si deve la crisi che nel 572 colpì i L.: i Gepidi che si erano raccolti attorno a Verona, capitanati da un certo Elmichi, si ribellarono ai L., facendo capo alla loro regina Rosmunda. Elmichi e Rosmunda uccisero Alboino e, sposatisi, si impadronirono del trono. I L. reagirono contro il tentativo dei Gepidi e proclamarono re uno dei loro capi, Clefi, figlio di Beleos, che però cadde ucciso da un suo cliente dopo poco più di un anno. Elmichi e Rosmunda con tutti i loro partigiani, Gepidi e L., si separarono dalla massa longobarda e si portarono a Ravenna, facendo omaggio all'Imperatore. La scomparsa successiva di Alboino e di Clefi fu nefasta per l'istituto monarchico longobardo: il figlio di Clefi, Autari, non poté per la sua giovane età farsi riconoscere re. I L. preoccupati della necessità di ampliare la loro occupazione, in Tuscia, nella valle del Tevere, e poi più giù ancora nell'Appennino beneventano, non si preoccuparono di quanto avveniva a Ticinum. I capi longobardi nelle città che via via conquistavano, sostituivano i duchi bizantini, ne assumevano il titolo, si attribuivano le loro funzioni e diritti. Ora si ebbero nelle città italiane i duchi longobardi: Paolo Diacono afferma che dopo la morte di Clefi vi erano in Italia 35 duchi; ma è probabile che il numero non sia stato stabile, né tutte le citrà abbiano avuto un duca.

A un certo momento, i duchi longobardi dovettero pensare al problema grave dell'assestamento; ad abbandonare l'Italia o per altre regioni o per ritornare in Pannonia non vi era da pensare. La povertà della regione italiana spiega come ancora nel 569 bande di barbari abbiano ardito attraversare le Alpi occidentali per spingersi a saccheggiare nella valle del Rodano. Trovarono mediocre resistenza sì che le scorrerie in Borgogna, in Provenza diventarono per alcuni anni costanti: nel 573 i L. minacciarono la stessa Marsiglia.

Ma ora il re merovingio di Borgogna, Gontranno, dopo averli ricacciati, per prenunirsi attraversò a sua volta le Alpi ed occupò stabilmente le valli della Dora Riparia (Susa) e della Dora Baltea (Aosta). Chiusi adunque nella penisola, i L., che erano ancora un popolo di pastori - pare che la loro ricchezza consistesse in grandi mandre di cavalli e di maiali -, o che al più in Pannonia avevano esperimentato una rudimentale agricoltura, furono costretti ad iniziare una nuova fase economica. A questo installamento rurale si riferisce Paolo Diacono con le frasi tanto discusse e sibilline: « Hic Cleph multos Romanorum viros potentes, alios gladio extrusit, alios ab Italia esturbanit»; del periodo in cui i L. furono sotto i duchi, dice: "His diebus multi nobilium Romanorum ob cupiditatem interfacti sunt. Reliqui vero per hospites divisi, ut terciam partem suarum frugum Langobardis persolverent, tributarii efficiuntur». E per il regno di Autari ripete "Populi tamen adgravati per Langobardos hospites partiuntur». Adunque vi sarebbe stata la distruzione in notevole quantità dei grandi proprietari romani; si padroni o fuggiti od uccisi si sarebbero sostituiti nelle possessioni nobili longobardi; altrove si sarebbero installati nelle case di campagna barbari che avrebbero costretto i rustici a mettere a loro disposizione, secondo il diritto militare romano, un terzo delle case e dei prodotti del suolo.

Tuttavia di questa organizzazione delle tercine presso i L. non si ha prova nei documenti ed è a dubitare che Paolo Diacono ne avesse. E da temere ch'egli abbia applicato ai L. quanto leggeva negli scrittori del sec. vi riguardo ai Visigoti, agli Ostrogoti, ai Vandali, ecc. Sebbene l'installamento abbia portato nelle terre italiane le fare barbariche nella loro unità gentilizia, la documentazione longobarda posteriore dimostra che non vi furono assegnazioni collettive, ma individuali : i proprietari di terra sono in pieno diritto sulla terra coltivata. Al problema delle terre si collega il problema dei rapporti con i cittadini romani, nuovo per i barbari. Si è a lungo discusso tra storici e giuristi se i cittadini romani furono rispettati nella loro libertà o se furono ridotti nella condizione inferiore di aldi. Gli storici tedeschi hanno di solito seguito quest'ultima concezione, in contrasto con la tendenza italiana, difesa con precisione ed acutezza dello Schupfer. Certo, i L. dovettero passare man mano nei confronti degli Italiani ad un regime di tolleranza, ma non giungere ad aggregare i Romani alla loro cittadinanza, basata su un diritto di nascita e su una capacità militare. Autari, come Alboino, come Rotari e come Liutprando, è rex gentis Langobardorum; i Romani ne sono giuridicamente fuori, ma non politicamente : sono entro il regnum Langobardorum. Si trovavo gli Italiani con libertà personale, per attendere alle loro faccende, comparare, vendere, testare, e con libertà religiosa. Libertà di sudditi, non di uguali. Ma via via che i L. e nelle città e nelle campagne sentivano il bisogno, per sistemarsi, delle capacità tecniche degli Italiani, l'atteggiamento dei vincitori andò modificandosi e pur rimanendo intatto il principio della differenziazione etnica, le relazioni tra le due popolazioni assunsero un carattere di reciproca considerazione. Le guerre di conquista posteriori, da Rotari, a Liutprando, ad Astolfo non dovettero più pesare sulle popolazioni.

L'invasione longobarda non aveva preoccupato troppo il governo di Costantinopoli : appunto nel 569 gli Avari ripresero le ostilità attraverso il Danubio e solo le sospesero dopo che il Rhagan Bajan comperò la pace con un tributo annuo. Così a Costantinopoli l'irruzione dei L. in Italia parve solo un episodio dello spinoso problema dei rapporti con i barbari danubiani. Ma lo stanziamento fu considerato altrimenti. Privi di mezzi militari per un'azione energica, i governatori di Ravenna ricorsero all'opera di seduzione sui capi. La scissione tra L. e Gepidi nel 572 forse fu già una conseguenza della poli-

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tica bizantina; dopo la morte di Clefi, la corruzione sui duchi fu ripresa: i duchi, isolati e in lotta tra di loro, poterono essere più facilmente avidi di oro che di gloria.

Qualche tentativo militare fu fatto, ma senza risultato: verso il 575 Badoario, genero di Giustino II, fu vinto ed ucciso. La penetrazione nell'Italia centrale rese più vivari le richieste d'aiuto da parte delle città italiane; nel 579, quando Pelagio II successe a papa Benedetto, Roma era completamente bloccata. L'imperatore Maurizio, per risolvere il problema longobardo, fece ricorso ai re Franchi che vedevano con dispiacere installarsi i L. ai loro confini. Re Childeberto si impegnò ad intervenire in Italia contro i barbari, al soldo dell'Impero; nel 584 varcò le Alpi e si avanuò nella Liguria, ma i duchi delle città più esposte si chiusero nelle città ed offrirono al Re franco tributo e sottomissione. Childeberto preferi accettare le proposte longobarde e si ritirò senza combattere, provocando le proteste dell'Imperatore che si sentiva defraudato.

Paolo Diacono registra al 584 la restaurazione della monarchia longobarda a favore di Autari figlio di Clefi, ma non si sa come ciò sia avvenuto; difficile da accettare è la versione di Paolo Diacono che i duchi spontaneamente abbiano esaminati consilio acclamato re Autari e dato metà dei loro possessi per creargli un patrimonio regio. E più probabile che si tratti di un'azione di forza del giovane Autari spalleggiato da qualche duca interessato : altri duchi dovettero opporsi, come quel Drocuflo svevo che abbandonò i L. e passò agli imperiali ed a lungo resistette al Re a Brescello. Gli interventi di re Childeberto in Italia d'accordo con il governo imperiale si ripeterono nel 585 , poi nel 588 e nel 590 . Autari cercò a più riprese di venire ad un accordo con il Re franco, offrendosi di sposare la sorella sua Clotsuinda; respinto, cercò intesa con il duca di Baviera Garipaldo che gli diede in sposa la figlia Teodolinda ( 589 ).

Non alla lotta con i Franchi e gli imperiali si deve la
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(da C. Crechelli, 1 monumenti del Friuli dat sec. IV all'XI. Roma 1813, tesi, 3i)
LongoBardi - Parete d'ingresso del tempietto longobardo con stucchi - Cividale.
crisi politica che turbò i L. nel 590 , ma alla situazione interna: Autarit mori improvvisamente nel 590 e Paolo Diacono parla di veleno; il duca di Torino, Agilulfo si impadronì del trono, sposò Teodolinda e in tal modo fu riconosciuto da parte di alcuni duchi. Altri invece continuarono la lotta. Agilulfo per resistere loro cercò di accordarsi con i re Franchi e con il Khagan degli Avari. Gli esarchi imperiali di Ravenna rimasti soli a combattere, si preoccupavano di mantenere le comunicazioni con Roma, attraverso l'Appennino.

Nel 598 si ebbe finalmente tra il re Agilulfo e l'esarca di Ravenna una tregua di un anno; rinnovata nel 600 e di nuovo, dopo una ripresa d'armi, nel 604, quindi ripetuta di anno in anno. Poiché l'Impero non voleva e non poteva riconoscere l'esistenza dello Stato longobardo, non vi poteva essere vera pace, ma da ambo le parti si era convinti che lo sforzo di guerra era ormai inutile: così il sistema delle truppe fu di grande sollievo, dopo tanti anni di guerra, per le popolazioni italiane.

Nel frattempo i L., appunto perché barbari e quasi primitivi, avevano subito rapidamente l'influsso dell'ambiente italiano cattolico. Pare che Autari si preoccupasse delle numerose conversioni dei L. al cattolicesimo, come pericolose per l'integrità nazionale. Ma sotto Agilulfo la regina Teodolinda, cattolica, creò a corte un importante centro di propaganda latina cattolica. Grande influsso ebbe in questa opera missionaria presso i L. il papa Gregorio Magno (590-604). Se per dovere del suo ufficio episcopale egli doveva collaborare con i funzionari civili e militari imperiali nella difesa di Roma contro gli invasori, dall'altra egli comprendeva la necessità di porre fine ad una guerra sterile per facilitare l'afflusso dei barbari alla fede cattolica. Gregorio ebbe corrispondenza con la regina Teodolinda e la ebbe favorevole ai suoi piani di conciliazione tra Agilulfo ed il governo imperiale. Non è sicuro che Agilulfo abbia lasciato l'arianesimo, ma il figlio suo e di Teodolinda, Adaloaldo, venne battezzato nella fede cattolica il 7 apr. 603 nella basilica di S. Giovanni di Monza, fatta costruire dalla regina. La conversione dei L. subì però degli arresti. Nelle citrà principali vi erano dei vescovi ariani e con essi dovevano accordarsi quanti L. desideravano difendere la tradizione nazionale. Cattolicizzazione significava trionfo del latino e del volgare popolare, scomparsa della lingua e del carattere nazionale. La lotta tra arianesimo e cattolicesimo compare a colorire le lotte civili che durante tutto il sec. vir caratterizzano la successione dei re sul trono longobardo. Al cattolico Adaloaldo, successo nel 616 al padre Agilulfo, si ribellano per ignoti motivi alcuni duchi capitanati dal duca di Torino Arioaldo che aveva sposato Gudeberga, sorella di Adaloaldo. Nel 636 è proclamato re il duca di Brescia Rotari, ariano, che però sposa la vedova cattolica del suo predecessore. Paolo Diacono loda di Rotari la saggezza politica, ma lamenta il suo parteggiare per l'eresia. Forse a questo suo atteggiamento religioso si collega da una parte la ripresa della lotta con l'Impero per la conquista completa della Liguria sino al mare, dall'altra la pubblicazione dell'Editto (22 nov. 643), sistemazione scritta del diritto longobardo consuetudinario. Certo l'Editto mirava alla difesa della tradizione nazionale, ma d'altra parte csso rinnovava e correggeva la consuetudine e non rappresentava più la società longobarda nella sua integrità originaria, ma solo quale il legislatore la vedeva dopo la trasformazione avvenuta nei settantacinque anni del soggiorno in Italia, sotto l'influsso dell'ambiente dominato dal diritto romano.

Nel sec. vir il re è il supremo capo del popolo lon-

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(1st. Enc. Cult.)
LONGOBARDI - Banchetto regio. Miniatura del Codex legum Longobardorum (sec. xi) - Cava dei Tirreni, Biblioteca della Abbazia, cod. a (già 22), f. 68°.
gobardo; ha poteri legislativi assoluti, è il zommo capo militare. In origine era elettivo, ma ora l'assemblea popolare non si può più riunire per la dispersione attraverso la penisola; essa è solo un atto formale, ché pochi fedeli -duchi o gastaldi - procedono, com'era consuetudine, a sollevare il re sugli scudi. I tentativi di costituire una dinastia sono continui, ma urtano non contro il volere dell'assemblea, ma contro la prepotenza di qualche duca. Autari all'uso dei re Ostrogoti ha assunto il titolo di Flavio, come se volesse legarsi idealmente con la dinastia costantiniana e qualche aurifabro usa per i re longobardi ornamenti simbolici di tipo romano. Nell'età di Rotari, il re ha una capitale come non avevano ancora i suoi predecessori: è Ticinum (Pavia) scelto non per tradizioni gotiche, ma per la sua posizione strategica; ivi è il palatium del re, corte ed amministrazione, il re vi tiene i suoi consiglieri (gasindi), e i suoi ufficiali.

Non facile precisare quale fosse l'amministrazione provinciale dello Stato longobardo. Scendendo in Italia i barbari vi trovarono un'organizzazione provinciale teoricamente perfetta: le provinciae, in queste le civitates, ed i pagi. I L. lasciarono che cadesse da sé. Essi stabilirono duchi e gastaldi in molti centri, grandi o piccoli, secondo gli accidenti della conquista. In genere quelli che vennero chiamati duces e anche iudices si stabilirono nelle città principali, ma non in modo assoluto. Capi militari, i duchi ereditarono le incombenze finanziarie, giudiziarie, amministrative degli ufficiali bizantini. Funzionari speciali furono i gastaldi, addetti al governo del patrimonio regio con ampi poteri di governo anche sulla popolazione del distretto. Il re fidando in essi tendeva a sostituire i gastaldi ai duchi od autonomi o indipendenti.

La società longobarda comprendeva uomini liberi e non liberi come la società romana e perciò le due società dovevano facilmente tendere a fondersi. Nei non liberi erano compresi i servi della terra (rusticani), della casa
(ministeriales), e gli aldi, semiliberi, liberi cioè personalmente, ma legati alla terra come i coloni romani. Al di sopra vi erano i liberi od arimonia (exercitales); originariamente uguali per l'uguale diritto alle armi, nel sec. viI la differente ricchezza fondiaria li distingueva in vari gradi : dai nulla tenenti si saliva ai nobiles, grandi personaggi per autorità e ricchezza.

La trasformazione morale ed economica aveva oramai indotto i L. ad abbandonare la barbarie primitiva della vendetta di sangue (faida), obbligatoria fino alla settima generazione, per accedere alla semplice composizione pecuniaria proporzionale alla valutazione della persona uccisa (" sicut adpraetiatus fuerit, id est vuergald"). La pena di morte rimane ristretta a pochi casi : attentato alla vita del re, diserzione, tradimento. I furti, le fughe degli schiavi avevano pene severe; minuta la regolamentazione per i reati agresti, che rivela l'importanza per i L. del bestiame e delle coltivazioni. Come nel diritto penale il guidrigildo distingue il libero dallo schiavo, così nel diritto civile, chi è nella pienezza dei diritti civili si distingue per il «mundio» da chi è subordinato ad altri. Chi ha il mundio ha la rappresentanza giuridica di chi è sotto il mundio. La donna è nel diritto longobardo perennemente minore : dal mundio del padre passa a quello del fratello, del marito, in mancanza di congiunt, del re. La presenza del mundoaldo è richiesta per la redazione dello strumento nuziale (fobula) necessario per la stipulazione matrimoniale : in esso si stabilisce la «meta» (dono dello sposo alla famiglia della sposa), il «faderfio» (dono della famiglia alla sposa); consumato il matrimonio, lo sposo fa una donazione alla consorte (morgengabe, dono del mattino). Il diritto di donazione e di alienazione dei propri beni si svolgeva con riserva per i figli; l'atto esigeva cerimonie simb iliche (ga