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famiglia della sposa), il «faderfio» (dono della famiglia alla sposa); consumato il matrimonio, lo sposo fa una donazione alla consorte (morgengabe, dono del mattino). Il diritto di donazione e di alienazione dei propri beni si svolgeva con riserva per i figli; l'atto esigeva cerimonie simb iliche (gairethings - guarentigia). L'eredità era pure condizionata: anzitutto vi erano i figli legittimi od illegittimi; la donna partecipava in assenza dei maschi; la parentela era limitata al settimo grado. I servi potevano essere manomessi e conseguire i pieni diritti civili: la manomissione era di diversi tipi e valore. Nella procedura giudizitria, l'attore chiamava in giudizio il reo inviandogli la "wadia", oggetto simbolico che confermava la regolarità del procedimento. Le prove d'accusa erano di due tipi : il giuramento fatto per mezzo dei sacramentali, da tre a dodici (iuratores), il duello, nei casi più gravi, tra le parti. L'Editto di Rotari pare avesse carattere territoriale, ma è ancora oggetto di discussione la posizione che in esso aveva la popolazione romana.

La monarchia longobarda non riusci mai a costituire un'organizzazione solida per eliminare il pericolo delle tendenze particolariste provinciali, né a crearsi tanta forza militare propria da poter rinserrare i duchi in una limitata sfera d'azione e renderli esecutori disciplinati della autorità centrale. Per vivere tranquilli, i re dovettero invece rassegnarsi a lasciare che i duchi cercassero di affermare una precisa autonomia d'accordo con la classe proprietaria locale.

Per quanto scarso di notizie, il racconto di Paolo Diacono attesta questo pericoloso protrarsi di lotte tra re e duchi. Nel 653 a Rodoaldo, figlio di Rotari, successe Ariperto, figlio del bavarese Gundoaldo, fratello della regina Teodolinda. Ma alla sua morte (661), al primogenito Pertarito si oppone il fratello minore, Godeberto; nel conflitto interviene il duca di Benevento, Grimoaldo; Godeberto cade ucciso, Pertarito si salva presso gli Avari, ma nel 671, morto Grimoaldo, ritorna al trono ed assicura la successione al figlio Cuniberto, facendolo suo collega. Ma presto Cuniberto si trova di fronte la ribellione di Alachia, duca di Brescia, e dell'elemento longobardo d'Austrasia. Cuniberto ne esce vincitore, ma poi deve combattere contro un altro rivale, il duca del Friuli Ancilrido. Alla sua morte (700), il figlio Liutperto regna sotto la tutela del nobile Ansprando: il duca di Torino però, Ragimberto, si ribella, si impadronisce del trono e morendo lo lascia al figlio Ariperto. Questi a sua volta si trova di fronte ad una coalizione di duchi e se riesce ad eliminare Liutperto, deve poi cedere di fronte ad Ansprando che si impadronisce del potere, e lo lascia quasi subito al figlio Liutprando (712).

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Queste lotte insistenti non si legavano oramai più alla questione religiosa perchè i L., sotto Pertarit e sotto Cuniberto, erano passati definitivamente al cattolicesimo ed anche nella zona beneventana le ultime tracce di idolatria erano state distrutte dalla predicazione del vescovo Barbato: vi era in esse solo la prova della incapacità dell'elemento nobiliare longobardo di sfruttare la favorevole politica generale: dopo la guerra di Rotari, tra il Regno e l'Impero si era venuti, non si sa con precisione quando, ad un vero trattato di pace, possibile ora che i L. cattolici davano speranza di diventare clienti dell'Impero; anche con i Franchi i rapporti si erano regolarizzati.

Il Regno di Liutprando (v.), lunghissimo (712-44), se è circondato da una certa aureola di grandezza, dimostra però i gravi difetti della costituzione statale longobarda e l'impossibilità di mettervi riparo. In una prima fase del suo regno ( 712-25 mathrm{ca}.) non pare che Liutprando abbia avuto altra preoccupazione che di organizzare lo Stato con il massimo accentramento, sostituendo i gastaldi ai duchi dove era possibile. Liutprando accentuò nelle sue leggi il carattere cattolico, devoto alla Chiesa di Roma; per dimostrare la sua deferenza al Papa, riconfermò la restituzione del patrimonio ecclesiastico delle Alpi Cozie già decisa da Ariperto II. Parimenti si dichiarò rispettoso degli impegni presi col governo imperiale; così del resto pare si siano comportati i suoi predecessori anche quando la politica violenta di Giustiniano II produsse turbamenti gravi nell'Esarcato ravennate. Anche quando Faroaldo II, duca di Spoleto, con un colpo di mano su Classe parve accennare al vecchio programma di conquista, il Re gli ordinò di ritirarsi.

Ma Faroaldo aveva aperto il problema della divisione della penisola tra il Regno e l'Impero. Quando la questione dell'iconoclastia determinò le agitazioni popolari nelle provincie bizantine ed il papa Gregorio II parve appoggiare la resistenza ai decreti di Leone III imperatore, il re dei L. col pretesto di proteggere il Papa e la Chiesa intervenne nel disordine della zona imperiale ed occupò varie città. La facilità di questa espansione riempì di spavento la Curia romana, cosciente del pericolo per essa di una eventuale eliminazione dall'Italia della dominazione bizantina. Gregorio II inaugurò la politica di arrestare il movimento antimperiale e mantenersi fedele od almeno leale verso Costantinopoli, vietando alla monarchia longobarda ogni tentativo di penetrare nei domini bizantini. Il re Liutprando si trovò di fronte ora a due opposizioni : l'autonomismo papale-romano mascherato di fedeltà all'Impero e l'autonomismo dei duchi di Spoleto e Benevento; i due movimenti d'altra parte, sentendosi ugualmente minacciati dalle aspirazioni unitarie della monarchia di Pavia, erano disposti a collegarsi. A questa politica si mantennero fedeli Gregorio III e poi Zaccaria: a diverse riprese Liutprando attaccò il Ducato di Roma e l'Esarcato di Ravenna, ma il papato aveva assunto la protezione dei diritti imperiali e ripetutamente i Papi intervennero presso il Re per costringerlo a ritirarsi. La politica di Liutprando fu continuata dopo la sua morte (744) da re Rachis; questi nel 749 invase il Ducato romano, ma papa Zaccaria lo indusse a lasciare la lotta. La conseguenza fu un grave dissidio tra i capi longobardi, Rachis abdicò e si ritirò a Montecassino; gli successe il fratello Astolfo (v.), capo della tendenza più vivace dei L.; ed infatti nel 751 occupò Ravenna e l'Esarcato con la decisione di non più ritirarsi, poi mosse contro il Ducato di Roma. L'Impero bizantino, occupato nella lotta aspra con il califfato, non era certo in grado di fronteggiare l'avanzata longobarda.

Ma il papato ora sostituiva l'Impero in questa politica di resistenza all'unitarismo longobardo. Di qui le trattative di Stefano II con il re dei Franchi Pipino il Breve (754) e l'accordo per cui i Franchi assunsero coi Trattati di Ponthion e di Quiersy la difesa del papato. Le due discese di Pipino in Italia del 754 e del 756 costrinsero non solo il Re dei L. a ritirarsi da tutti i domini imperiali, ma a riconoscersi come subordinato al Re dei Franchi, riprendendo i
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(let. Enc. Catt.)
Longobardi - Il principe Adelchi, Miniatura del Codex legum Longobardorum (sec. XI) - Cava dei Tirreni, Biblioteca del-
l'Abbazia, cod. 4 (già 22), f. 188 r.
vecchi obblighi di dipendenza di Agilulfo. La monarchia longobarda cosi cessava di essere indipendente e passava sotto il controllo della monarchia dei Carolingi, la quale d'altra parte affermava una superiorità sopra Roma con il titolo di patrizio; l'Impero solo teoricamente conservava ormai i suoi diritti sull'Esarcato e su Roma. Astolfo ed il suo successore Desiderio (v.) si sforzarono di dare ai loro rapporti con la monarchia franca un carattere di cordiale amicizia ed a un certo momento Desiderio si illuse di esservi riuscito quando al figlio di Pipino, Carlo, diede in sposa una propria figlia e credette di essere in grado di riprendere la politica di espansione nell'Italia centrale. Ma ora di fronte a Desiderio non vi era più l'Impero bizantino, ma la Curia romana. Forte dell'appoggio franco e della donazione di Quiersy, il papato stava come un fattore di capitale importanza nella politica italiana. Già nella stessa elezione del re Desiderio, il papa Stefano II era intervenuto come arbitro nei dissidi longobardi. Paolo I a sua volta aveva cercato di strappare al Re dei L. la sudditanza dei due duchi di Spoleto e Benevento. Il matrimonio tra Carlo re dei Franchi e la figlia di re Desiderio provocò le più aspre proteste di Stefano III. La corrispondenza dei papi con la corte franca, da questo momento almeno, acquistò un tono violento non solo contro il re Desiderio ma anche contro tutto il popolo longobardo che è detto "perfida e fetentissima gente che non è da porre nel novero delle nazioni, ma da cui deriva la razza dei lebbrosi ".

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Desiderio, sopravalutando la sicurezza dei suoi legami con la corte franca, tentò nel 77 I di imporsi a Stefano III con l'appoggio di una fazione romana. Fu un grande errore, perché la corte franca, se non intendeva sostenere sino all'ultimo i papi contro i L., non poteva neppure permettere che il re Desiderio imponesse la sua autorità in Roma. Nello stesso 77 I Carlo ripudiò la sposa longobarda, mentre la vedova di Carlomanno suo fratello si rifugiava presso Desiderio. La rottura con Carlo spinse Desiderio ad agire energicamente nell'Esercito e nel Ducato di Roma per mettere il Re franco di fronte al fatto compiuto. Il suo programma però falli : egli nel 772 non osò insistere quando il nuovo papa Adriano I lo minacciò di scomunica; invece il Papa sollecitò il re Carlo ad intervenire in sua difesa. La spedizione franca avvenne già nell'estate del 773 ; la nazione longobarda nel pericolo si sfaldò; i duchi si disinteressarono della sorte comune. Desiderio, rimasto solo con le sue forze a resistere, si chiuse in Ticino, il figlio suo Adelchi in Verona. Nel maggio 774 il re Desiderio capitolava e si consegnava con la consorte Ansa al re franco che nei primi giorni del giugno assumeva il titolo di re dei L. Due anni dopo alcuni duchi longobardi tentarono un'insurrezione contro il Re straniero, ma il tentativo falli e condusse alla sostituzione dei conti franchi ai duchi longobardi nel governo delle città italiane. La popolazione longobarda fu rispettata e conservó possessi ed uffici finché lentamente scomparve nel rinascente popolo italiano.

Bibl.: Fonti : la Historia Langobardarum di Paolo Diacono e testi longobardi in MGH. Scriptores rerum Langobardicarum, ed. G. Waitz (Paolo Diacono anche nell'ed. in usum schol.). L'Editto di Rotari in Leges Langobardarum, MGH, Leges, IV (anche nell'ed. in usum schol.) ed. in Padelletti, Fontes Iuris Italici M. de., Torino 1877. Gregorio di Tours, Historia Francorum, in MGH. Scriptores rerum Merovingicarum, I; l'epistolario di Gregorio Magno, Gregorii I Papae Registrum epistolarum, in MGH, Epistolae, I-II, ed. P. Ewald-L. M. Hartmann. - Opere generali di prima consultazione: T. Hodgkin, Italy and her invaders, V, Oxford 1892: L. M. Hartmann, Geschichte Italiens im Mittelalter, II, 1-11, Lipsis 1900; G. Romano-A. Solmi, Le dominazioni barbariche in Italia ( 395 -880), Milano 1940, con ricca lold.; L. Schmidt, Geschichte der deutschen Stämme bis zum Ausgang der Völkervoanderung. Die Ostgermanen, 2² ed., Monaco 1941. - Per la storia dei L. prima della discesa in Italia: C. Blase, Die Wanderzüge d. Langobarden, Breslavia 1909. Per la data dell'emigrazione: L. Schmidt, Datum u. Weg d. Langobarden. Zinswanderung in Italien, in Philosophie Vierteljahrsdorf, 24 (1927). Per le conquiste in Italia: I. Weise, Italien u. Langobardenherrscher ( 366 -619), Halle 1887; F. Schneider, Die Buchsverwalting in Toscana von d. Gründung des Langobardenreiches bis zum Ausgang d. Staufer, Roma 1914; R. Cessi, Le prime conquiste longobarde in Italia, in Nuovo archivio veneto, 33 (1918). Sui ducati: G. L. Andrich, Duchi e ducati longobardi, ibid., nuova serie, 19 (1900). Sulle relazioni tra L. e la Chiesa cattolica: A. Crivellucci, Storia delle relazioni tra la Stato e la chiesa, Bologna-Pisa 1885-1909: per la polemica tra il Crivellucci e il Duchesne. Les éedchés d'Italie et l'innuasion lombarde, in Mélanges d'archéol. et d'hist., 29 (1909). Sulle istituzioni longobarde: F. Schupfer, Delle istituzioni politiche longobarde, Firenze 1860 e poi le varie Storie del diritto italiano di Schupfer, Del Giudice, Pertile, Salvioli, Besta, Solmi, ecc.; cf. inoltre, F. Beyerle, Die Gesetze der Langobarden, Weimar 1947. Sulle fonti dell'Edito: G. Tamascia, Le fonti dell'Edito di Rotari, Pisa 1889. Sulla caduta del Regno longobardo: W. Martens, Politische Geschichte d. Langobarden unter König Liuzprand, Heidelberg 1880; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontifical, 3² ed., Parigi 1912; E. Caspar, Pippin u. die römische Kirche, Berlino 1914: P. Vacari, La dominazione dei Longobardi e lo Stato longobardo in Italia, in Bull. Soc. paesese di vt. patria, 28 (1928); G. Mengozzi, La città italiana nell'alto medio evo, 2² ed., Firenze 1932; F. Beyerle, Die Gesetze der L., Weimar 1947. Francesco Cognasso

LONGOBARDI, Nicolò. - Gesuita, missionario, n. a Caltagirone nel 1565 , m. a Pechino l'ri dic. 1855.

Giunto a Macao di Cina nel 1597, l'anno dopo iniziò il suo apostolato che, fecondo di conversioni, nonostante calunnie e pericoli gravi, doveva durare quasi 60
anni. Dal 1610 al 1622 fu superiore di tutta la missione cinese, designato a quella carica dallo stesso p. M. Ricci morente; dal 1623 al 1640 superiore di Pekino. Fondò la missione dello Shantung. Nella questione dei nomi di Dio in cinese, da lui sollevata dopo la morte del Ricci, e quindi in quella dei riti, difese la sentenza più rigida.

Restono di lui alcuni libri di preghiere in cinese, e parecchie relazioni e lettere, pubblicate solo in parte.

Bibl.: Sommervogel, IV, coll. 1931-33; D. Bartoli, La Cina, II, Torino 1825, capp. 187-84; 216; 228; IV, ivi 1825, cap. 193; P. Tocchi Venturi, Opere storiche del p. M. Ricci, 2 voll., Macerata 1913, v. indice; L. Pfister, Notices biog. et bibliogr. sur les Xeuites de l'ancienne mission de Chine, I, Zikavel 1932, pp. 38-66; P. d'Elia, Fonti ricolane, I e II, Roma 1942-43, v. indice.

Celestino Testore
LO PA-HONG, Giuseppe. - N. a Sciangai il 27 marzo 1873 , superò gli esami imperiali a 18 anni e si dedicò alle attività industriali e commerciali. Diventò più tardi direttore generale della Compagnia di elettricità e di acqua di Sciangai e direttore generale della compagnia "Ta Tung" di navigazione. Sebbene fosse una personalità eminente nella finanza del luogo, come cattolico convinto riservava le sue migliori energie per le opere di carità e di educazione.

Egli a Sciangai fondò l'ospedale di S. Giuseppe (1912), la sezione diocesana dell'Azione Cattolica (1913), l'ospedale del S. Cuore (1924), l'ospedale di Sungkiang (1926), il Collegio di S. Giuseppe (1928), l'ospedale della Misericordia (1935), l'ospedale del Cuore Immacolato di Maria (1936) e il Collegio professionale femminile del S. Cuore (1937) e a Pechino l'ospedale centrale (1918). Si aveva personalmente a fare il catechismo ai poveri ed ai carcerati, specialmente ai condannati a morte. Fu presidente generale dell'Azione Cattolica in Cina, lavorò instancabilmente per soccorrere le missioni sì da meritare il titolo di Cottolengo cinese. Si comunicava ogni giorno e serviva ordinariamente due Messe prima d'incominciare il suo lavoro. Fu decorato dalla S. Sede con la onorificenza di cavaliere dell'Ordine di s. Gregorio, di commendatore dell'Ordine di s. Silvestro e fu nominato, per primo in Cina, cameriere d'onore di spada e cappa. La sera del 30 dic. 1937 fu assassinato da due persone sconosciute durante l'occupazione giapponese a Sciangai.

Bibl.: anon., Apôtre de la charité en Chine. 7. L. P. H. Sa vie et ses œuvres, Zikavel 1937; J. Masson, Un millionnaire chinois an service des gueux. 7. L. P. H., Tournai 1950.

Stamideo Lokuang
LOPATIN, Lev Michajloví̇. - Filosofo, n. a Mosca nel 1855 , m. ivi nel 1920. Terminò gli studi nell'Università di Mosca (1879) e vi insegnò quindi filosofia. Fu redattore della rivista Questiond di filosofia e psicologia, pubblicata dalla «Società psicologica moscovita", e fino al 1917 presidente della stessa Società.

Pensatore originale e indipendente, dedito anche all'attività pubblica, fu fin dalla gioventù amico di V. Soloviev (v.), cui deve molto, senza però condividerne tutte le idee. Appartiene, insieme con Kozlov, Askol'dov, N. Losskij, all'indirizzo neo-leibniziano in Russia (subendo anche l'influsso di Lotze e Schopenhauer). Difese contro Kant e l'empirismo la necessità della metafisica in senso spiritualista. La struttura della realtà è spirituale e si rivela nell'attività del nostro «io». Principio del mondo è il Dio personale, libera forza creatrice. Il problema del male vien risolto con la negazione dell'onnipotenza divina.

Opere principali: Compiti positivi della filosofia (I, Mosca 1886; 2* ed. 1911; II, ivi 1891); Caratteristiche filosofiche e discorsi (ivi 1911); Lezioni sulla storia della nuova filosofia (parte 17, Berlino 1923); importante articolo sulla libertà nel III vol. dei Lovori della Società psicologica moscovita.

Bibl.: E. Radlov, Storia della filosofia russa, trad. it., Roma 1923, pp. 40, 78, 112; B. Jakovenko, Filosofi russi, Firenze-

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Roma 1923-27, pp. 113-23; V. V. Zen'kovskij, Storia della filosofia russa (in russo), II, Parigi 1930, pp. 187-99 (finora il più completo studio sul L.). Importante è pure: Miscellanea filosofia, dedicata a L. in occasione dei 30 anni di attività, 1881 1911 (in russo), Mosca 1912.

Bernardo Schultze
LOPAT'INSKIJ, Teofilatto. - Teologo e controversista russo. Alunno a Kiev, restò fedele all'indirizzo della sua accademia anche durante il suo insegnamento nell'Accademia ecclesiastica di Mosca, della quale fu nominato rettore nel 1706. Nel 1723 fu nominato arcivescovo di Tver e vicepresidente del S. Sinodo.

Prese parte attiva sia nella versione slavonica della Bibbia, sia nelle controversie teologiche del suo tempo contro i Raskalniki, contro i fratelli Lichudi e contro i protestanti ed i loro fautori, capeggiati da Teofane Prokopovič, i quali ottennero che L. venisse privato della sua sede e rinchiuso per cinque anni a Viborg. Fu liberato nel 1740 .

Scrisse: un corso teologico, dal titolo Scientia sacra disputationibus theologicis SS. Ecclesine orientalis, Scripturae, concililis et Patribus consentancts speculative et controverse illustrata; Iugum Domini suave est, contro il Prokopovič; Apologia "Petra fidei" adversus Buddaei crimbinstiones; Refutatio mendaciarum Raxsolnicorum. Quest'ultima opera fu la sola stampata (Mosca 1745, postuma).

BibL.: Filaret (Gumilevskii), Obvor russhoi dukhovnoi literatury, II, Charkov 1839, pp. 29-34; M. Jugin, Theologia dogmatica christianorum orientaliun, I, pp. 584-85; M. Gordillo, Russic, in DThC, XIV, II, coll. 348-50; N. Pokrovskii, Teofilakt L., in Pravoslavnoe Obazrenie, 1872, II, pp. 684-710.

Maurizio Gordillo
LOPES, Fernão. - Cronista portoghese. Scarsi ed incerti ne sono i dati biografici: visse forse dal 1380 al 1460 . Il re don Giovanni I lo chiamò alla carica di fiducia di conservatore degli archivi della Torre do Tombo in Lisbona: vi rimase 36 anni, attendendo a redigere le cronache richiestegli, sui re delle dinastie nazionali di Borgogna e degli Aviz.

Portò a termine o abbozzò lo dieci biografic sui nove re della prima e sul primo della seconda: ne sono pervenute nell'originale le ultime tre, su don Pedro I (è un abbozzo), su don Fernando e sul «suo» don Giovanni I., sufficienti per fare di lui il più grande degli storici portoghesi del suo secolo (è detto il "padre della storia portoghese") e forse il più notevole dell'Europa di allora. La sua storia dimostra una scrupolosa ansia della verità e un'aspirazione continua a una sistemazione "filosofica", com'egli stesso si esprime, fra causa ed effetto negli eventi. Di singolare efficacia è la sua rappresentazione di Nuno Alvarez, il santo condottiero della difesa contro gli Spagnoli (se è sua, come una parte della critica tuttora sostiene, anche la Crónica do condestabre de Portugal Nuno Alvarez Pereira), e la descrizione delle folle.

BibL.: M. Rodrigues Lago, Freiseurs e F. L., Lisbona 1930; Aubrey F. G. Bell, F. L., Oxford 1921 (trad. portoghese di A. A. Dória, Lisbona 1934); P. E. Russell, As fontes de F. L., trad. portoghese di A. Gonçalves Rodrigues, Coimbra 1941.
Giuseppe Carlo Rossi
LOPES (LÓPEZ), Gregorio. - Místico, n. a Madrid il 4 luglio 1542, m. a Santa Fé (Messico) il 20 luglio 1596. Visse in Navarra con un eremita; poi a 20 anni si recò a Città del Messico, ove visse da anacoreta, lavorando come amanuense. Passò, dopo, a Santa Fé, ove si dedicò alla cura degli infermi, continuando le sue dure penitenze e convertendo molti infedeli.

Místico elevato, visse continuamente alla presenza di Dio, e di sé racconta che «durante trentasei anni era stato continuamente in un atto puro e nudo di amore di Dio, senza interromperlo nemmeno un momento \%. I quietisti, specialmente Molinos e M.me Guyon, ebbero L. in sommo onore e abusarono di alcuni suoi testi.

Dei suoi molti scritti si possono citare, oltre notevoli opere di medicina e storia naturale: Explicación del

Apocalipsis; Cartas y otros varios papeles; Manual y advertencias para obispos y confesores; Industrias para misiones. L'Accademia spagnola incluse L. nel suo Catalogo de Autoridades de la lengua.

BibL.: F. Loss-Giovanni da S. Giacomo, Vida que el siervo de Dios G. L. llevó en algunos lugares de Nueva España, Sevilla 1618, Madrid 1642 e 1658; H. Hoppe, Geschichte der quietistischen Mystik in der hath. Kirche, Berlino 1875, p. 39 sg.; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., XXXI, p. 113.

Alvaro Del Portillo
LÓPEZ de AYALA, Pedro. - Scrittore e uomo politico spagnolo, n. a Vitoria nel 1332, m. a Calahorra ai primi di apr. del 1407. Cancelliere di Castiglia e combattente, fu anche il primo, cronologicamente, degli italianisti di Spagna. Conferi dignità letteraria alla cronaca, fino allora monotona e negletta, e in tutta la sua opera, informata a intenti moraleggianti, riflesse la probità del suo animo e il suo amore per la cultura.

Un'ampia sezione del Rimado de Palacio, in " cuaderna via», in parte pensato nella prigione di Oviedo dopo il disastro di Alcabarrata ( 1386 ) e ispirato ad una visione pessimistica della società, di cui L. satireggia con accoramento le deviazioni, contiene liriche di argomento sacro: notevoli le cantiche alla Vergine di Guadalupe e di Montserrat e il vasto epilogo etico-religioso derivato in gran parte dal Vecchio Testamento. Persino nel Libro de cetería o de los aves de vaca son frequenti gli excursus morali. Più valide, letterariamente, le Crónicas, esposizione cupa e sofferta degli avvenimenti spagnoli dal 1350 al 1406, sostanzialmente impostata nello spirito medievale, ma avvivata, a tratti, dai riverberi del preumanesimo italiano: vi attinse Merimée per la ricostruzione della storia di Pietro I di Castiglia. Tradusse anche da Livio, Boezio, s. Gregorio Magno, s. Isidoro, Guido delle Colonne (Historia troiana), Boccaccio (De casibus virorum illustrium).

BibL.: Opere: Crónicas, Madrid 1789; Poesias, a cura di A. F. Kuersteiner, 2 voll., Nuova York 1920. Studi: M. Diza de Arcaya, El gran canciller don P. L. de A. Su estirpe, su casa, vida y obras, Vitoria 1900; M. Menéndez y Pelayo, Historia de la poesía castellana en la Edad Media, I, Madrid 1911, p. 323 sgg.; U. J. Entwistle, The "Romancers del Rey d. Pedro", in Ayala and the "Cuarta crónica general", in Mod. long. rev., 22 (1930), p. 306 seg.; R. Sánchez Alonso, Historia de la historiografia española, I, Madrid 1931, p. 296 sgg.; El Marqués de Loaoya, El cronista don P. L. de A. y la historiografia portogueso, in Boll. Accad. hist., 104 (1933), p. 115 sgg.; E. Fueter, Storia della storiografia moderna, trad. it., I, Napoli 1944, pp. 272-73.

Enzo Navarra
LOPEZ de GÓMARA, Francisco. - Scrittore spagnolo, n. a Gómara nel 1512, m. a Siviglia probabilmente nel 1572.

Cappellano del conquistatore Hernan Cortés, scrisse la Historia de las Indias y conquista de Méjico (Saragozza 1552), in cui si avvalse della sua esperienza delle terre d'oltremare, ma diede eccessivo risalto alla figura del suo patrono, lasciando nell'ombra quella dei gregari, e attribuì interesse predominante alla conquista del Messico. E tuttavia scrittore apprezzabile per le informazioni etnografiche, la critica delle fonti, lo stile chiaro e, negli aneddoti, anche pittoresco.

Una sua storia annalistica sulle imprese di Carlo V è stata edita da R. B. Erriman con il titolo Annals of the emperor Charles V (Londra 1912).

BibL.: La Historia è stata pubbl. in Biblioteca de Autores españoles, vol. XXII: la parte relativa al Messico da Y. Ramírez Colunas, in a voll., Messico 1943. - Studi: E. Joa, F. L. de G., Apuntes biográficos, in Rev. occ., 18 (1927), p. 274 sgg.; E. Fueter, Storia della storiografia moderna, I, Napoli 1944, pp. 338-61; II, iti 1944, p. 363.

Constantin Zunla
LOPEZ Y VICUÑA, VincenzA Mabia, beata. N. a Cascante (Navarra) il 22 marzo 1847, m. a Madrid il 26 dic. 1890, fondatrice delle Figlie di Maria Immacolata per il servizio domestico. Dedicatasi fin dalla giovinezza alle opere buone ed all'apostolato, ebbe a modello di eroica carità una zia, con cui abitò a Madrid dal 1854 al 1873.

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(per cartiera delle Figlie di Maria Immacolata)
Lopez y VicuÑa, Vincenza Maria, beata - Editatio.

Con la contessa di Morbalán, pensando ai pericoli cui erano esposte le donne di servizio, fondò per loro una casa in cui accoglierle, quando fossero dimesse da qualche famiglia ed in cerca di lavoro. La Beata si dedicò interamente a quest'opera e l'11 giugno 1876 con l'approvazione del vescovo ausiliare di Toledo, mons. Sancha y Hervás, vesi l'abito religioso dell'Istituto da lei for. dato. Nello stesso anno vide sorgere la fondazione di Saragozza, nel 1878 quella di Barcellona. Ottenuto, il 18 apr. 1888, da Leone XIII il decretum landis e fatti i voti perpetui il 31 luglio 1890 morì santamente pochi mesi dopo. Aveva fatto ca. dieci anni prima il voto perpetuo di cercare sempre la perfezione in ogni cosa intrapresa. Fu beatificata da Pio XII il 13 febbr. 1930.

Bibl.: Angelo di S. Teresa, La serva di Dio V. M. L. y V., Roma 1929; E. Federici, La beata V. M. L. y. V., ivi 1930; C. Testore, La beata V. M. L. y V., Isola del Liri 1930.

Arnaldo M. Lanz
LOPUCHIN, Alersandr Pavlovič. - Teologo russo, maestro in teologia e professore dell'Accademia ecclesiastica di Pietroburgo. N. nel governatorato di Saratov, nel 1852 , m. il 22 ag. (vecchio stile) 1904. Figlio di un sacerdote, studiò nel Seminario di Saratov e, dal 1874 al 1878 , nell'Accademia ecclesiastica di Pietroburgo. Dal 1879 fu salmodista nella Chiesa russa di Nuova York. Nel 1882 tornò in Russia per difendere la sua dissertazione: Il cattolicesimo romano nell'America settentrionale (1881). Dal 1882 insegnò teologia comparativa, v. dal 1885 storia universale civile antica.
L. tradusse alcune opere del teologo inglese F. W. Farrar (1831-1903), compose l'ampia Storia biblica alla luce delle muovissime indagini e scoperte (Pietroburgo 18921895), scrisse numerosi articoli specialmente nelle riviste teologiche o ecclesiastiche Strannih (Il pellegrino), Tserkovnyj Vestnik (Nunzio ecclesiastico) e Christianskoe Ctenie (Lettura cristiana); della prima fa, per certo tempo, editore, delle due ultime per 10 anni redattore. Egli ispirò la traduzione russa completa delle opere del Crisostomo. Inoltre curò l'edizione dell'opera Storia della Chiesa cristiana nel sec. XIX (I-II, Pietroburgo 1900-1901) e specialmente dei 5 primi voll. dell'Enciclopedia teologica ortodossa (la quale fu continuata sino al vol. XII da N.N. Glubokovskij in maniera più scientifica).
L. si occupò in particolare della riunione dei cristiani separati (anzitutto dei Russi con gli anglicani, vecchi cattolici e nestoriani) e si interessò in maniera speciale dei problemi attuali biblici. Cercò di allargare l'orizzonte dei teologi russi, rendendo note le novità teologiche comparse all'estero, ed insieme di divulgare la teologia. Alcuni gli rimproverarono tale popolarizzazione della teologia, e di non cedere abbastanza alla tendenza razionalistica del tempo in materia biblica. Pubblicò tre l'altro anche un Manuale di storia biblica del Vecchio Testamento (Pietroburgo 1888), ed un Manuale di storia biblica del Nuovo Testamento (ivi 1889).

Bibl.: Per i dati biografici: Tserkovnyj Vestnik, 1904, pp. 1102-1103, 1123-26. Per le opere: Indice sistematico di Christianskoe Ctenie, per gli anni 1821-1903, p. 21v. Bernardo Schultze

LORCH. - Nel suburbio di Enns, nell'Austria superiore, l'antica Laurencium, verso il 190 d. C. castro per proteggere il ponte romano sull'Enns e il porto fluviale sul Danubio; sotto Caracalla l'abitato civile ebbe il diritto di città. Nel 304 vi soffrirono il martirio s. Floriano e compagni.

Circa l'anno 400, in seguito alle continue guerre, la città fu trasferita nel recinto del castro e sopravvisse fino al sec. Ix. Era allora anche sede di un vescovo; la Vita s. Severini di Eugippio nomina un Costanzo (cap. 7a) e ricorda almeno due chiese (ivi cap. 28). La Notitia dignitatum dice che a L. risiedevano la legione II Italica, la classis Laurencensis, i lauciani Laurencenses e che vi fu una fabbrica d'armi.

Recenti scavi hanno assodato che presso L. esistevano due cimiteri cristiani, una chiesa del tipo alpino (sala rettangolare, con abside interna del sec. v), e che l'attuale chiesa cimiteriale, S. Lorenzo, occupa il posto della basilica vescovile paleocristiana. Che L. fosse stata sede di un arcivescovato (primo arciv. s. Massimiliano di Celeia, fine sec. III), trasferito nel 739 a Passavia, è una invenzione medievale, per ottenere per Passavia i diritti metropolitani (v. passavia).

Bibl.: J. Zeiller, Les origines chrétiennes dans les provinces Da. mobiennes de l'Empire Romain, Parigi 1918: E. Tomck, Kirchengeschichte Österreichs, vol. I, Innsbruck-Vienzle 1935, p. 36 sgg.; Eugippius, Das Leben des hl. Severin, Lote 1947, passim (testo latino, versione tedesca e commenti).

Giuseppe Lów
LORENA, diOCEXI di. - Città e diocesi nello stato di S. Paulo in Brasile.

La diocesi si estende tra quelle di Taubaté, Porto Alegre, Campanha e Barra do Piraí, con una popolazione di ca. 150.000 ab. dei quali 23.000 cattolici. Conta 15 parrocchie con 14 sacerdoti diocesani; ha una comunità religiosa maschile e 2 femminili. La diocesi fu creata dal papa Pio XI con la cost. apost. Ad christianae plebis del 31 luglio 1937, per amembramento della diocesi di Taubaté, elevando a cattedrale la chiesa parrocchiale dedicata a S. Maria della Pietà; la diocesi è suffraganea di S. Paolo del Brasile.

Bibl.: AAS, 30 (1938), pp. 56-58. Virgilio Battezzati
LORENESE, Gellée Claude, detto il. - Pittore, n. a Chamagne (Lorena) nel 1600, m. a Roma il 23 nov. 1682.

La sua vita artistica si svolse quasi del tutto in Italia. Nel 1613-14 è già ricordato a Roma; nel 1616-17 è a Napoli presso il pittore tedesco Gottfried Waals; nel 1619 è di nuovo a Roma nella bottega di Agostino Tassi, il cui gusto veristico informò la maniera del L. per oltre un decennio; dalla prima opera sicura, la piccola acquaforte della Tempesta (1630), al Sale sorgente (ca. 1634), al Compa l'accoto (ca. 1636), alla Festa del villaggio (1639), tutti al Louvre, e alla serie dei paesaggi della Galleria Doria ( 1646-48 : paesaggio con Diana e Ippolita; Mecario con le giovenche di Apollo, ecc.). Ma già nelle opere di quel periodo appaiono mature le ricerche che dovevano poi rivoluzionare la pittura di paesaggio; l'aspetto naturale delle cose viene trasfigurato dalla luce, sontita non solo come colore, ma come atmosfere, talvolta preludendo atteggiamenti alla Corot (cf. Aci e Galatea del 1657, a Dresda, e la serie dell'Ermitage, del 1661-72) e perfino alla Turner (cf. Ulisse riconduse Cristelle, ca. 1646; Sbarco di Cleopatra, ca. 1647, al Louvre; Imbarco della regina di Saba, ca. 1648, alla National Gallery). E in questa luce vibrante che assumono valore poetico i grandi alberi o le fantastiche rocce, o le architetture che fanno da quinte ai paesi dai lontanissimi orizzonti. Alla vita di questi paesaggi sembrano estrarne le figure minure di barcaioli, cavalieri, pastori, poste in primo piano, ma piccolissime, e che in realtà non partecipano della vita essenziale del quadro. Valori analoghi ricorrono nelle acqueforti e nei disegni del L., in massima parte a Parigi (Louvre, Cabinet des Estampes, Ecole des Beaux Arts), a Oxford, alla Biblioteca di Windsor e agli Uffizi.

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La produzione abbondantissima del L. è conservata al Louvre e nei musei inglesi; altre opere notevolissime sono a Dresda, a Bruxelles (Ensa a caccia di un cervo), in Russia (Ermitage, e Collezioni Yussupoff e Stroganoff). A Roma, sono molto importanti i paesaggi nelle Gallerie Doria e Colonna. Molte opere sono andate perdute, tra cui, a Roma, le decorazioni dei Palazzi Crescenzi al Pantheon e Muti ai SS. Apostoli.

Bibl.: M. Pattison, C. L. Sa vie et ses oeuvres, Parigi 1884; L. Ozoda, C. L. e il suo studio dal vero, in L'arte, 11 (1908), pp. 293-97; W. Friedländer, C. L., Berlino 1921; P. De Nolhac, C. L. peintre de Rome, s. 1. 1930: P. Courthion, C. L., Parizi 1932; R. Buscaroli, La pittura di paesaggio in Italia, Bologna 1932, v. indice. Elsa Gerlini

## LORENZANA,

## Francisco Anto-

nió di. - Cardinale, n. a Livia (Spagna), il 22 sett. 1722, m. a Roma il 17 apr. 1804. Fu eletto nel 1765 vescovo di Palencia, e l'anno seguente arcivescovo di Messico, ove tenne il IV Concilio provinciale di cui diede alle stampe gli atti in due volumi, insieme con quelli dei concili precedenti; fondò l'ospedale degli Esposti che arricchi generosamente direndite. Fece, inoltre, pubblicare (1770) una raccolta di lettere e di relazioni di Fernando Cortés.

Nominato nel 1772 arcivescovo di Toledo e primate di Spagna si rese grandemente benemerito degli studi con la fondazione della Biblioteca arcivescovile, con la pubblicazione delle opere sui Padri toledani e sulle liturgie mozarobiche, con l'edizione del Breviario gotico e mozarabico, della collezione di tutti i concili di Spagna, nonché di quella degli scritti di Martín León, degli atti del Concilio di Trento e del Catechismo romano. Fondò a Toledo una casa di carità, mentre a Ciudad Real ricostruí l'ospedale e la chiesa dei Fatebenefratelli. Pio VI lo creò cardinale nel Concistoro del 30 marzo 1789 e gli assegnò il titolo dei SS. XII Apostoli. Carlo IV re di Spagna lo nominò, nel 1797, legato presso il Pontefice ed alla morte di Pio VI, avvenuta a Valenza sul Rodano, ebbe parte vivissima nella risoluzione di tenere il Conclave a Venezia ed aiuto generosamente i cardinali per le spese del viaggio. Rinunciato, nel 1800 , all'arcivescovato di Toledo, si stabilí a Roma e fu tra i fondatori dell'Accademia di religione cattolica.

Bibl.: L. Cardella, Memorie storiche dei cardinali della S. R. Chiesa, IV, Roma 1792 (il volume è dedicato al L.); Laudatio fundbric Emia, D. Card. Francisci Antonii de L. decreta communibus suffragiis academicorum religionis catholicae recitata VII id. ful. pp. 1804 a Pautina Arevale eiusdem acad. censore, Roma 1804; G. Moroni, Diz. di erudiz. stor. eccl., XXXIX, p. III e passim; J. Schmidlin, Papstgeschichte der Neuesten Zeit. I, Monaco 1933, v. indice.

Lorenzetti, Ambrogio e Pietro. - Fratelli, pittori senesi.
I. Ambrogio. - La prima data universalmente accettata che lo riguarda è il 1319. Al 1331 il Tizio attendibilmente riferiva gli affreschi del chiostro di S. Francesco di Siena, di cui restano due
scene (Martirio dei ss. francescani a Ceuta e S. Ludovico d'Angiò che pronuncia i voti francescani nelle mani di Bonifacio VIII) ora in una cappella della chiesa.

Nel 1332-34 a Firenze veniva immatricolato nell'Arte dei medici e speziali, e nel 1332 dipinse per la chiesa di S. Procolo a Firenze delle Storie di s. Nicola a fresco (perdute) e forse due tavole, ora smembrate : di una si conservano due laterali (S. Procolo e S. Nicola) nel Museo Bandini di Fiesole, e dell'altra quattro Storiette di s. Nicola da Bari agli Uffizi (nn. 8348 e 8349). Del 1335 sono gli affreschi (perduti) nella chiesa di S. Margherita a Cortona, e insieme al fratello Pietro eseguì alcune Storie della Vergine sulla facciata dello Spedale di S. M. della Scala di Siena (distrutti nel 1720). Dal 1337 al ' 39 affrescò la Sala dei Nove nel Palazzo pubblico di Siena con le Allegorie e gli effetti del Buono e del Cattico Governo, e nella loggia dello stesso Palazzo dipinse nel 1340 una Madonna col Bambino. E firmata e datata 1342 la Presentazione al Tempio già nel Duomo, ora agli Uffizi (n. 8346), e pure firmata e datata 1344 è l'Annunciazione per la Gabella di Siena, ora in Pinacoteca (n. 88). Del 1347 è l'ultima notizia documentaria di A., che probabil-
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(fot. Alluari)
Lorenese, Gellée Claude, detto il - Paesaggio con l'episodio del riposo nella fuga in Egitto - Roma, Galleria Doria.
mente mori di peste nel 1348 . Oltre alle ricordate opere, tutte sicuramente documentate o datate, sono di particolare importanza e di ormai indiscussa attribuzione alcune tavole a Siena, nella Pinacoteca (Madonna tra s. M. Maddalena e s. Dorotea, proveniente da S. Petronilla [n. 77]; Madonna con angioli e santi [n. 65]; Madonna detta delle Serre di Rapolano [n. 605]; due Vedute di paese [nn. 70 e 71]), nel Museo dell'Opera (I ss. Francesen, M. Maddalena, Caterina e Benedetto), nel Seminario arcivescovile (Madonna del latte), a Massa Martiima (Madonna tra angioli e santi detta la Maestà nel Palazzo del Comune), a Roccalbegna (Madonna, nella Parrocchiale), a Badia a Rofeno (Madonna e s. Michele Arc., nella Parrocchiale), a Milano (Madonna già nella collezione Cagnola, ora a Brera), a Nuova York (Madonna, nelle collezioni Blumenthal e Lehman), a Francoforte (due Polittici nell'Istituto Staedel), a Budapest (Madonna nella Galleria), a Cambridge, Mass. (Crocifissione nel Museo Fogg), a Zurigo (S. Famiglia nella collezione Abegg), ecc. Recentemente (1944) è stato scoperto un affresco con la Madonna e vari santi in una cappella della chiesa di S. Agostino di Siena; ma l'attribuzione ad A. di quest'ultima opera, come pure degli affreschi nella cappella di S. Galgano a Montesiepi presso Siena e di altri minori dipinti, non è da tutti accettata.

La personalità di A. è forse la più completa e ricca di problemi fra quante ce ne presenti la pittura senese del Trecento; e la profonda originalità del suo linguaggio va chiarita con le varie esperienze di cultura, cui l'artista si dimostrò sensibile. Nella giovanile Madonna di Vico l'abate A. si dimostra orientato piuttosto verso Firenze, e Giotto in particolare, che non sulla precedente tradizione senese: ma già la gravità e il volumetrismo della pittura giottesca appaiono personalmente interpretati e tradotti in senso prevalentemente cromatico e lineare,

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(bit. Alinari)
Lorenzetri, Ambrogio - La Pace, Affresco nel Palazzo della Signoria con il Buon Governo e il Cattivo Governo - Siena, Palazzo comunale.
attraverso il potere di sintesi dei contorni. Di nuovo una eco fiorentina si ravvisa nelle grandi composizioni a fresco: le scene francescane di Siena e il ciclo allegorico del Buon Governo, che fu la più vasta impresa pittorica dell'artista. La complicata impalcatura simbolica e dottrinaria di queste famose composizioni non solo non ne menoma l'efficacia rappresentativa, ma diviene essa stessa materia di poesia, da cui l'eccezionale importanza anche storica e documentaria del ciclo. Ma è soprattutto in alcuni dipinti su tavola, come la Madonna del latte e la Maestà di Massa, che con maggiore intensità ed altezza rifulgono le caratteristiche più personali della tecnica e dell'ispirazione di A. : il senso di assorta calma sovrumana che spira e si riflette anche, con una punta di sensuale languore, nel florido e opulento ideale di bellezza femminile da lui vagheggiato, la capacità di percepire i più riposti e delicati moti del cuore, rappresentandoli, ad es., nella tenera intimità appassionata delle sue Madonne e dei suoi Bambin Gesù; la raffinatissima sensibilità per il colore, che egli seppe rendere caldo e luminoso. Delle quali doti la rarda Annunciazione del 1344 è sorprendente testimonianza, unica forse in tutta la pittura europea del sec. xiv.
II. Pietro. - E probabile, ma non sicuro, che si riferisca a lui un pagamento in data 25 febbr. 1306, dopo il quale occorre giungere al 1320 , quando gli venne allogato da Guido Tarlati, vescovo di Arezzo, un Polittico per la pieve di S. Maria: opera firmata tuttora in situ. Nel 1324 dipingeva a Siena degli scudi per il capitano del popolo, e nel 1326 alcune Storie nella casa dell'Opera del Duomo, ora perdute; pure perduta, o indentificata, è una tavola del 1329 per la chiesa degli Umiliati. Del 1329 è la grande ancona per il convento del Carmine di Siena, smembrata nel 1818; se ne conservano la composizione centrale (Madonna col Bambino, quattro Angeli, s. Nicola e il Profeta Elia) con la intera predella raffigurante cinque Storie dell'Ordine carmelitano, proveniente dalla chiesa di S. Ansano a Dofana, nella Pinacoteca di Siena, unitamente ad altre parti secondarie. Al 1329, 1330 e 1333 risalgono notizie di minori lavori per conto del Comune e dell'Opera del duomo di Siena.

Nel 1335, compiute insieme con il fratello Ambrogio le Storie della Vergine a fresco sulla facciata dello Spedale di S. M. della Scala (distrutte nel 1720), cominciò a dipingere la pala per l'altare di S. Savino nel duomo di Siena: la parte centrale di essa, costituita dalla Natività della Vergine, datata 1342, è attualmente nel Museo dell'Opera di Siena, mentre si son perdute due tavole che P. s'impegnava a dipingere per Paolo di Tingo nel 1340. Reca però questa data e la firma del pittore la Madonna col Bambino ed angioi agli Uffizi (n. 445), proveniente dalla chiesa di S. Francesco di Pistoia. Documenti senesi relativi a licenze concessegli, vanno dal 1337 al 1345 ; la mancanza di ulteriori notizie lo fa presumere morto nella peste del 1348 . Tra le opere non documentate, ma di indiscussa attribuzione a P. sono una Madonna col Bambino e quattro angeli, gia nel Duomo, ora nel Museo d'Arte sacra di Cortona, cronologicamente anteriore al Polittico di Arezan, una Croce dipinta nella chiesa di S. Marco pure a Cortona, un piccolo dittico firmato (Madonna col Ecre Honne) nel Museo Linderau ad Altenburg, una Madonna nella Parrocchiale di Castiglion d'Orcia, una in quella di Monticchiello nel Senese e una nella collezione Perkins a Lastra a Signa, una Crocifissione a fresco nella chiesa di S. Francesco di Siena, proveniente dal Capitolo, una S. Lucia, nella chiesa di S. Lucia de' Magnoli a Firenze e varie altre tavole nella Pinacoteca di Siena, tra cui un polittico incompleto datato 1332 (nn. 79-81-82), e in pubbliche gallerie e collezioni private italiane e straniere. Infine un ciclo di affreschi nella basilica inleriore di S. Francesco d'Assisi, comprendente le Storie della Passione e due Madonne con santi, è giudicato tra le sue più importanti creazioni. Controversa è invece l'attribuzione del polittico con la B. Umiltà e storie della sua leggenda agli Uffizi (n. 8347).

Molto diverso fu P. L. dal fratello Ambrogio per temperamento e formazione stilistica. Per lui s'introduce nella pittura senese un gusto narrativo sobrio e vigoroso, ricco d'immediatezza e di possibilità drammatiche, tanto che dei consueti temi del repertorio figurativo cristiano egli mette in luce soprattutto l'elemento tragico. La scultura di Giovanni Pisano gli suggerì motivi di grande
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(bit. Alinari)
Lorenzetri, Pietro - Madonna col Bambino. Parte centrale del polittico nella Pieve - Arezzo.

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(fol. Uab. fol. waz.)
In alto: DEPOSIZIONE DALLA CROCE. Dipinto di Pietro Lorenzetti - Assisi, chiesa inferiore di S. Francesco. In basso: MADONNA IN TRONO TRA ANGELI, SANTI E LE PERSONIFICAZIONI DELLA FEDE, SPERANZA E CARITA. Dipinto di Ambrogio Lorenzetti - Massa Marittima, Museo.

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In alto: S. LORENZO IN ATTO DI PRESENTARE A CRISTO PELAGIO II CHE REGGE IL MODELLO DELLA BASILICA. Musaico dell'arco trionfale di S. Lorenzo fuori le mura (378-90) - Roma. In basso: S. LORENZO CON LA GRATICOLA, istrumento del suo martirio. Musaico del sec. v - Ravenna, cosiddetto Mausoleo di Galla Placidia. - Da notare, in ambedue le rappresentazioni, S. Lorenzo con la insegna del suo ufficio: croce e libro dei vangeli.

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(1st. Gvb. Jst. 1924)
Lopenzetto (Lorenzo Lotti, detto il) - Statua di Giona su disegno di Raffaello - Roma, chiesa di S. Maria del Popolo, Cappella Chigi.
efficacia patetica e di profonda risonanza religiosa ed umana al tempo stesso: il più noto è quello del muto e dolente colloquio di sguardi che lega affettuosamente la Madonna al Bambino in varie rappresentazioni su tavola e a fresco (a Cortona, Arezzo, Assisi, Firenze). Di una minurzzza veramente preziosa e squisita nelle composizioni di piccolo formato, come, ad es., la predella della pala dei Carmelitani di Siena, la sua pittura si affermò con risultati forse ancor più originali ed efficaci nella tecnica larga dell'affresco. La mutila Crocifissione in S. Francesco a Siena e lo stupendo ciclo della Passione ad Assisi, eseguito probabilmente in più tempi e con la collaborazione di aiuti, specialmente per la fo tissima D e posizione e per la grandiosa Crocifissione, memore di quella sublime nella Maestà di Duccio, sono tra le più alte espressioni figurative del genio drammatico del Trecento italiano. - Vedi tav. CV.

Bibl.: G. Sinibaldi, I Lorenzetti, Siena 1933 (contiene scrupolosamente elencata tutta la bibl. sull'artista fino a quell'anno); C. Brandi, Lo stile di A. L., in La critica d'arte, I (1935), pp. 6168; P. Bocci, Dibinti inediti e nomositati di P. L., B. Daddi, ecc. in Siena e nel Contado. Siena 1939; E. Carli, Capolavori dell'arte senesi, Firenze 1947, p. 27 sgg.; L. Culetti, I Primizini, II, Novara 1948, p. 27 sgg.; S. Madonna Sisti, Il Maestro di s. Agostino e A. L., in Commentari, 1 (1950), pp. 207-10. Enzo Carli

LORENZETTO (Lorenzo Lotti, detto il). Scultore e architetto, n. a Firenze il 23 giugno 1490, m. a Roma il 15 dic. 1541 . Nel giugno del 1514 venne incaricato di compiere la tomba del card. Forteguerri in S. Jacopo di Pistoia, non compiuta dal Verrocchio.

Al L. spettano la statua della Curità e la figura del cardinale, non ultimata ed ora nel Museo civico. A Roma, nel 1510, per intervento di Raffaello, gli vennero commesse le statue delle nicchie della cappella Chigi in S. Maria del Popolo, ed il rilievo bronzeo dell'altare con Cristo e la Samaritana, cui forse non sono estranei disegni e suggerimenti dell'Urbinate. Con Raffaello da Montelupo, come aiuto, eseguil la Madonna del Sasso per il sepolcro di

Raffaello nel Pantheon. Altre sue opere sono il Putto sopra un delfino del/Ermitage di Pietroburgo, il gruppo della Pietà in S. Maria dell'Anima, il S. Pietro di Ponte S. Angelo. L'ispirazione diretta dell'antico non di raro raffrena la spontaneità dell'artista: ma nelle statue per S. Maria del Popolo e nel S. Sebastiano della sacrestia di S. Cecilia, attribuitogli da A. Venturi, sotto l'influsso di Raffaello il L. giunge ad effetti di rara sensibilità. Il Giona, già ammiratissimo dai contemporanei, è un capolavoro, mentre la Madonna del Sasso mostra già un meno intenso lirismo. Come architetto il L. si rivela legato sempre al gusto di Raffaello, sotto la cui guida esegui il piano terreno del Palazzo Caffarelli poi Vidoni. Suo è il cortile di Palazzo della Valle, dove per la prima volta trovano impiego frammenti di sculture e architetture antiche come motivi decorativi.

Bibl.: F. Schottmüller, s. v. in Thieme - Becker, XXIII, p. 410 , con bibl.: Venturi, X. 1, pp. 302-16. Eugenio Battisti

LORENZO, santo, martire. - Arcidiacono della Chiesa romana, messo a morte il ro ag. 258, con il suddiacono Claudio, il presbitero Severo, il lettore Crescienzione e l'ostiario Romano, e sepolto sulla Via Tiburtina in una cripta del cimitero dell'Agro Verano, che presto prenderà il nome di L. e solo più tardi quello di Ciriaca (v.; cf. Lib. Pont., I, p. 155). Le vicende del suo martirio stanno in stretta relazione con la fulminea esecuzione avvenuta, 4 giorni prima, sul cimitero di Callisto, di papa Sisto II e dei diaconi Gennaro, Magno, Vincenzo, Stefano, Felicissimo e Agapito, tutti vittime del secondo editto di persecuzione di Valeriano (cf. s. Cipriano, Epist., So a Successo: CSEL, III, it, pp. 839-40 e Lib. Pont., loc. cit.). Festa il 10 ag. nelle liturgie occidentali (di precetto sino alle riduzioni del principio del sec. XIX) e orientali.
I. Vita. - Le vicende più note del martirio di L. sono : il patetico colloquio con papa Sisto condotto in carcere; la distribuzione clandestina delle sostanze della Chiesa ai fedeli bisognosi nascosti nelle varie regioni dell'Urbe; l'arresto al momento dell'esecuzione del Papa in seguito alla pubblica dichiarazione fatta al Pontefice dell'avvenuta distribuzione dei "tesori" della Chiesa; la presentazione, dopo tre giorni, di una caterva di poveri al giudice, qual. tesori della Chiesa; l'interrogatorio, la tortura e infine il supplizio della graticola con le sarcastiche parole rivolte al giudice : ecce, miser, assasti tibi partem unam, regira aliam et manduca; la sepoltura nella cripta del predio della vedova Ciriaca, sulla Via Tiburtina. Questi fatti svoltiṡi nel giro di quattro giorni sono descritti con ricchezza di particolari (discorsi, guarigioni, conversioni, ecc.) nella cosiddetta storia della persecuzione di Decio, raccontata nel romanzo storico, noto sotto il titolo di Passio Polychronii (BHL, 4733; cf. H. Delehaye, Recherches sur le légendue romain. La p