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Lorenzo Giustiniani, santo - Ritratto dipinto a tempera, da Gentile Bellini - Venezia, Gallerie dell'Accademia.
in Venezia infieriva la peste, i Canonici di S. Giorgio si prodigarono verso i poveri; L. fu tra i primi. Con il dilatarsi della Congregazione fuori di Venezia si rese necessario, nel 1424, un superiore generale. La scelta non poteva cadere che su L.

Compiuto l'anno di generalato, si ritirò nella solitudine di S. Agistino di Vicenza, dove s'ri se i trattati De casto connubio Verbi et animae e De disciplina et spirituali perfectione; e nel 1426 Fasciculos amoris e De triumphali agone Christi. Nel 1427 dovette assumere nuovamente la cura del generalato; cosi nel 1429 dopo un anno di intervallo, quando scrisse gli opuscoli De interiori conflictu e De complancta christianae perfectionis. Nel 1431, a richiesta dei Certosini del Montello, compose il trattato De vita solitaria; l'anno appresso il trattato De contemptu mundi. Ai «trattati» facevano seguito, di quando in quando, nelle feste principali del Signore, della Vergine e dei santi, i «sermoni» (ne furono tramandati trentanove). Ammirato della vita di L., Eugenio IV, già suo confratello in S. Giorgio in Alga, volle nominarlo alla sede di Castello (Venezia) l'1 i maggio 1433. L. il 5 sett. 1433 fu consacrato vescovo, il 18 prendeva possesso. La sua vita privata, in quanto poteva essere confacente con la nuova dignità, non mutò da quella del chiostro. Cominciò dalla riforma della disciplina e dei costumi del clero, convocando nel 1434 un Sinodo diocesano nel quale emanò savie costituzioni. Quattro anni dopo promulgò un codicetto di quaranta costituzioni, che chiamò Synodicon. Con le claustrali usò dolcezza e forza, congiunta a prudentialma catità; e vi riusci. Regolò il Capitolo della Cattedrale, specialmente sulla residenza e sulla pluralità dei benefici. A decoro delle sacre funzioni fondò sei nuovi benefici minori. Istituì un Collegio perpetuo di dodici poveri chierici sotto l'immediata direzione di un maestro di grammatica ed uno di canto ecclesiastico. Contro lo smoderato lusso delle classi elevate e la foggia di vestire delle dame pubblicò alcune costituzioni, che gli furono cagione di non poche amarezze.

Nel 1447 (durante la pestilenza che imperversava a

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Venezia), non curando la propria incolumità, si prodigò instancabilmente per gli appestati (ottenne pure da Niccolò V [18 ag. 1447] una speciale indulgenza ai sacerdoti, ai medici ed ai fedeli per ogni giorno in cui assistessero gli appestati). Verso il 1450 scrisse due libri: De spirituali interitu animae e De ejusdem resurrectione spirituali; ed il trattato De institutione et regimine praelatorum. Niccolò V, per la dignità della Repubblica di Venezia e per il decoro della Dominante, con bolla 8 ott. 1451 soppresse il patriarcato di Grado ed il vescovato di Olivolo-Castello ed istituì il patriarcato di Venezia con tutti i diritti e le prerogative del patriarcato e del vescovato soppressi, nominando primo patriarca di Venezia L. (il quale, smarrito per la nuova responsabilità di pastore di una diocesi più vasta e di metropolita e primate, scriveva [1452] il trattato De humilitate, volgarizzato a sua richiesta, perché fosse compreso dai fedeli, dal camaldolese Mauro di S. Mattia di Murano). Si accinse poi a convocare il concilio provinciale per estirpare non pochi
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(fol. Amati, T'reat)
abusi, quando fu sorpreso da lunga e grave infermità. Il Concilio, del quale purtroppo poco resta, fu convocato per la IV domenica dopo Pasqua (4 maggio) del 1455 . Nel frattempo, il patriarca, sempre angosciato per le teorie contrarie all'obbedienza, scriveva il trattato De oboedientia e nel 1455 dava l'ultima mano al trattato De gradibus perfectionis. Il suo ultimo lavoro doveva essere un grido di amore De incendio Divini Amoris.

Fu canonizzato da Alessandro VIII il 16 ott. 1690. Festa il 5 sett.

BibL.: Opere: Justiniani (Divi) Laurontii, Opera omnia.... Aucoris vita in principio praemissa, Venezia 1606. Studi: G. Cappelletti, Storia della Chiesa di Venezia, ivi 1849-55, v. indice; P. A. Perini, Vita di s. L. G. I patriarca di Veneria, ivi 1853; A. Segazzi, Notizie storiche edite ed inedite di s. L. G. primo patriarca di Venezia, ivi 1826; P. La Fontaine, Il primo patriarca di Venezia. Vita popolare di s. L. G., 2° ed., ivi 1928.

Vittorio Piva
LORENZO MARQUES (Lourenço Marques), arcidiocesi di. - Capitale della colonia portoghese del Mozambico (Africa orientale). Ha una superficie di 164.01 I kmq . con 1.290 .315 ab., dei quali 104.770 cattolici; conta 31 parrocchie, 24 sacerdoti diocesani e 41 regolari, un seminario, 20 comunità religiose maschili e 19 femminili (Ann. Pontif., 1951, p. 253).

Si può dire che l'evangelizzazione del Mozambico cominciò nel 1506, quando i Portoghesi, appena sbarcativi, costruissero il forte di Sofala. Pio IV con la bolla Superna dispositione del 12 febbr. 1563, concesse al re del Portogallo la facoltà di nominare amministratori ecclesiastici per i regni di Ormus, Mozambico e Sofala, appartenenti alla diocesi di Goa. A richiesta di Filippo II, il pontefice Paolo V, con il breve In supereminenti del 21 genn. 1612, smembrò Mozambico, dal capo di Guardafui fino al capo di Buone Speranza, dalla diocesi di Goa e ne fece un vicariato od amministrazione spirituale. Domenico Torrado, vescovo titolare di Sale, fu il primo amministratore del Mozambico. La sede della prelatura fu prima a Sena e poi nell'isola di Mozambico.

Alla fine del sec. xviri, i Gesuiti avevano parecchie
missioni e scuole nel Mozambico, a Sena e a Tete. Ma nel 1757, con la loro espulsione dal Portogallo e dalle sue colonie, le necessità missionaric del Mozambico furono presto dimenticate. A richiesta di Maria I, regina del Portogallo, Pio VI concesse che i prelati del Mozambico fossero consacrati vescovi.

Con l'accordo missionario firmato dalla S. Sede con il Portogallo, il 6 maggio 1940, fu soppressa la prelatura e furono create le tre diocesi di L. M., Bcira e Nampula. Pio XII, con la cost. apost. Solemnibus conventionibus del 4 sett. 1940, sanzionò la costituzione delle tre diocesi ed eresse L. M. in arcidiocesi, avendo per suffragance le diocesi di Bcira e Nampula. Nel Concistoro del 18 febbr. 1946 Teodosio Clemente De Gouveia, il primo arcivescovo di L. M., fu creato cardinale.

BibL.: AAS, 32 (1940), p. 235 sgg.: 33 (1941), p. 14 sgg.: 38 (1946), p. 103 sgg.: Portugal Missionario, Lisbona 1928; F. De Almeida, Historia de Igreja em Portugal, III, parte 1. Coimbra 1013. p. 90 sg.; id., ibid., IV, parte 1. vi 1023. p. 41. Carmo da Silva

LORETO. Diocesi in provincia di Macerata (Marche). Ha una superficie di 17 kmq . con 8000 ab., tutti cattolici. Conta 4 parrocchie, con 2 sacerdoti diocesani e 56 regolari, un seminario, 6 comunità religiose maschili e 14 femminili (Ann. pont., 1951, pp. 390 e 641).

Il fundum Laureti apparteneva alla diocesi di Umana; quando la sede vescovile di Osimo, il 22 dic. 1240 , fu trasferita a Recanati, entrò a far parte di questa diocesi e ne segui le sorti fino al 18 nov. 1520, quando Giovanni XXII eresse la diocesi di Macerata nella quale fu compresa anche L. Rientrò nella diocesi di Recanati quando questa fu ristabilita nel 1357 ed unita con Macerata. Sisto V nel Concistoro del 5 nov. 1585 propose l'erezione della diocesi di L. che ebbe poi esecuzione il 17 marzo 1586 con la soppressione di quella di Recanati, togliendo territori ad Ancona, Osimo e Fermo ed assegnando come dotazione i redditi della diocesi di Recanati e i beni del Santuario; contemporaneamente L. era costituita città. Il 18 dic. 1591 la diocesi di Recanati fu ristabilita, unendola però aequo principaliter con L.

La S. Congregazione Concistoriale, con decreto dell' 11 ott. 1935 e con l'approvazione del Papa, stabilì che l'amministratore pontificio del Santuario avesse giurisdizione sul territorio della città di L. e suo territorio secondo i presenti confini civili, sospendendo così la giurisdizione dell'Ordinario di Recanati-Loreto. L'amministratore doveva avere come vicario generale un prelato insignito di carattere vescovile e provvedere alla cura delle anime nel territorio (AAS, 28 [1936], p. 71 sgg.).

Il Santuario. - Un primo cenno documentato di una < ecclesia Sancte Marie que sita est in fundo Laureti > si ha in una donazione di Giordano vescovo di Umana del 4 genn. 1194 (documento riprodotto da G. Garratt, Lorette le nouveau Nazareth, Lilla 1893, p. 281 sgg.);

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ed in un altro documento dell'i: marzo 1285, riguardante la diocesi di Recanati, riappare il fundum Laureti e la "ecclesia Sancte Marie de Laureto" (J. A. Vogel, v. bibl., II, p. 51; M. Leopardi, v. bibl., p. 270). Tutto fa credere che di questa chiesa si tratti nella sentenza giudiziaria dell'ott. 1315 con la quale Giacomo di Norcia giudice della Marca d'Ancona condannava alcuni nobili che con una mostada di cavalieri e di fanti, nell'ag.-sett. 1313 e nel febbr.-marzo 1314, erano entrati con la violenza "ad ecclesiam Sancte Marie de Laureto, ad Racanatensem Ecclesiam domini episcopi mensam immediate spectantem ", contro la volontà del cappellano e preposito posto dal vescovo per raccogliere le offerte ed il denaro contenuto nel tronco della Chiesa stessa, ed avevano rapito tutte le oblazioni, le torce, le immagini di cera e d'argento, spogliata l'iminagine della Vergine e del Bambino, privando l'altare delle tovaglie, rubando le ghirlande di argento con purfe e senza perfe ed ogni ornamento di seta "con non piccolo danno del vescovo e del vescovado" (M. Leopardi, p. 152; J. A. Vogel, I, p. 306; II, p. 68 sgg.). Una bolla di Giovanni XXII del 24 dic. 1320 parla della "ruralis ecclesia Sancte Marie de Laureto" della quale un canonico di Rimini era stato spogliato "da alcuni tiranni di quelle parti ribelli della Chiesa romana" (M. U. Chevalier, v. bibl., p. 485).

La chiesa era già divenuta un santuario centro di pellegrinaggi da parte degli abitanti del paese, e doni venivano offerti in onore della Vergine ivi venerata. Infatti il 9 nov. 1389 Bonifacio IX pubblicava una concessione di Urbino VI del 1387 in favore della "ecclesia Sancte Marie de Laureto, Recanatensis diocesis quae... a christifidelibus illarum partium eius notitiam habentibus in magna veneratione habebatur": tutti i fedeli, che per la Natività della Vergine visitavano la chiesa, lucravano l'indulgenza concessa da Gregorio XI alla chiesa di S. Ciriaco di Ancona. E la prima concessione pontificia, non diversa però dalle altre che si elargivano in quegli anni (J. A. Vogel, II, p. 119; M. U. Chevalier, p. 170 sg.).

La devozione popolare si allargava ed ingrandiva sempre più : Flavio Biondo nella sua Italia illustrata verso il 1451 scriveva "Fra Recanati ed il Marc Adriatico... sta in un villaggio aperto e indifeso la chiesuola della Vergine Maria detta di L., celeberrima in tutta Italia; e che in quel luogo vengano esaudite da Dio, per intercessione della genitrice sua, le preghiere dei supplicanti, se ne ha prova grandissima e certissima nel fatto che il vescovo a gloria di Dio e della Vergine conserva appesi i donativi di coltre che sono stati esauditi in seguito al loro voti, in oro, argento, cera, panni, vesti di lino e lana, di gran prezzo, si da riempire quasi tutta la basilica". L'attestazione dello storico-umanista, le cui opere erano largamente note, acquista speciale importanza ed è suffragata da altri fatti.

Nel 1429 Filippo Maria Visconti si interessava per il santuario di L.; Francesco Sforza inviava una lettera l'i i genn. 1434 "in ecclesia Sancte Marie de Laureto"; nel 1437 Niccolò III d'Este inviava un'offerta al Santuario. Questo fu visitato di passaggio da papa Niccolò V nel 1449, il quale poi il 18 apr. 1450 emanò disposizioni a proposito degli oggetti preziosi che venivano offerti «ad ecclesiam Beate Marie de Laureto ". Sulla fine della sua vita Pio II visitò L. (1464) nel recarsi ad Ancona per sciogliere un voto, ed il 1° nov. 1464 Paolo II accordò una indulgenza al Santuario "perché, come lo dimostra l'evidenza dei fatti, alla "ecclesia Sanctae Mariae de Laureto" in diocesi di Recanati, grazie ai grandi e stupendi e quasi infiniti miracoli che ivi si compiono per opera della stessa Alma Vergine e noi abbiamo provati evidentemente sulla nostra persona, v'è grandissimo concorso di cristiani dalle diverse parti del mondo \%. Il Papa accenna alla guarigione della peste ottenuta da cardinale qualche mese prima. Altre bolle di indulgenza Paolo II emanò il 12 febbr. 1470 e poi il 25 genn. 1471, nelle quali accenna alla Chiesa "miraculose fundata" e dice che in essa "ipsius Virginis gloriosa ymugo angelico comitante coetu mira Dei clementia collocata est" ed avvenivano numerosi e stupendi miracoli. Sorprende che in queste bolle si parli dell'immagine della Vergine accompagnata dagli Angeli e non
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(per cortesia del prof. P. Tuschi)
Loreto - Madonna. Stampa popolare in legno dai tipi del Scliani di Modena.
si accenni alla traslazione della Casa. Si sa infatti che nel Santuario si venerava una statua lignea dell'altezza di cm .93 dipinta in turchino e rosso con linee d'oro sulle pieghe e le facce della Vergine e del Bambino annerite dal tempo (G. Garratt, op. cit., p. 168 sg.).

Il costante crescere del concorso e della devozione creava intorno al Santuario tutto un complesso di attività. Nel 1412 Andrea d'Adria era "capellanus ecclesiae S. Mariae de Laureto"; nel 1428, egli, avendo contribuito alla fondazione di un ospedale, prende il titolo di "gubernator et administrator domorum et hospitalis almae et gloriosae Virginis Mariae de Laureto ". Nel 1441 contiguo alla chiesa vi era un cimitero; anzi nella stessa Santuario si trovarono ossa di persone ivi sepolte (J.A.Vogel, I, p. 333). Il 3 dic. 1459 Niccolò Asti vescovo di Recanati e Macerata fece una donazione per il mantenimento del preposito e degli altri preti e di tutti gli altri inservienti ed abitanti "in domibus predicte ecclesie" e per le elemosine ai poveri "qui veniunt ad dictam ecclesiam" (M. U. Chevalier, p. 196 sg.).

In questa donazione è anche nominato Pietro di Giorgio Tolomei preposito di S. Sinedeo a Teramo "gubernator almae domus dicte ecclesie ". Il Tolomei, detto il Teramano, era venuto a L. nel 1430 e vi morì nel 1473. Verso il 1472 egli compose in latino una breve narrazione sulle origini del Santuario: "La Chiesa della Beata Maria di L. fu la camera della casa della Beata Vergine Maria" e gli Apostoli ed i discepoli «di comune consenso tutti stabilirono di fare di detta camera una chiesa in onore e memoria della Beata Vergine Maria e così fu fatto... ed il beato Luca Evangelista con le sue mani fece ivi una immagine a somiglianza della Beata Vergine Maria che sta ivi sino ad oggi ". Dopo che i musulmani occuparono il paese "gli Angeli di Dio tolsero via la detta chiesa e la portarono nelle parti della Schiavonia e la collocarono in un castello detto Fiume ( 10 maggio 1291) dove non fu onorata come conveniva alla Beata Vergine. Un'altra volta gli angeli la tolsero e la portarono sopra il mare nelle parti del territorio di Recanati e la posero in una selva che era di una nobildonna

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della città di Recanati chiamata Loreta (ro dic. 1294) e da allora quella chiesa prese il suo nome dalla signora che era padrona di quella selva, S. Maria di L. Durante il tempo in cui la chiesa era in quella selva, per l'eccessivo concorso di gente si commettevano in essa grandissimi latrocini ed innumerevoli mali. Perciò per le mani degli Angeli di nuovo fu presa e portata nel monte di due fratelli e sul monte fu posta per mano degli angeli (ro ag. 1295). Quei fratelli, per il grandissimo introito e lucro di denaro e d'altre cose, caddero in grandissime discordie
e liti fra loro; e per questo motivo un'altra volta la tolsero dal luogo di quel monte e la portarono sulla strada commune e la collocarono colà e la stabilirono dove è ora ( 2 dic. 1293) ". "Ed allora tutto il popolo di Recanati si recò a vedere quella Chiesa che era sopra la terra senza alcun fondamento. Perciò il detto popolo considerando un miracolo tanto grande e temendo che la detta Chiesa rovinasse fece circondare la Chiesa di un altro grosso muro ed ottimo fondamento come ancor oggi si vede chiaramente. Ma nessuno sapeva donde questa chiesa fosse da principio venuta" (le date non sono del Teramano, ma compaiono con il 1525). Solo nel 1296 "la Beata Vergine apparve in sogno ad un santo uomo suo devoto e a lui lo rivelò e costui divulgò il fatto ad alcuni buoni uomini del paese che vollero subito venire al chiaro della cosa e d'accordo fra loro decisero di stabilire la verità della cosa, e cioè che sedici uomini notabili e buoni andassero insieme al Santo Sepolcro... ed a Nazareth ad investigare e portarono seco le misure della chiesa e trovarono là le fondamento della chiesa e constatarono che combaciavano perfettamente con cosa; ed in una parete il presso è scritto e scolpito che la detta chiesa era colà e postea s'era allontanata" (G. Garratt, p. 273).

Il racconto del Teramano ebbe larga diffusione e formò il fondamento delle narrazioni che si susseguirono, come quella di frate Battista Spagnoli detto il Mantovano nel 1489 (G. Garratt, p. 275 sgg.; per la data cf. Alfonso M. di Gesù, Gli oppositori..., v. bibli., p. 24) e di Girolamo Angelita segretario perpetuo di Recanati verso il 1525 . Ciò che in particolar modo sorprende è il trasporto della S. Casa nel giro di pochi anni in quattro luoghi diversi, e dell'immagine lignea dall'Oriente, dove tali simulacri non si usano. Anche le campane sarebbero state trasportate insieme con l'edificio.

Fra le altre conferme e concessioni di Sisto IV si trova che egli concesse al Santuario la parrocchialità il 2 maggio 1482 e che nel 1484 stabili che il gubernator fosse nominato non più dal vescovo, ma dal papa stesso. Nel 1488 il card. Girolamo Basso della Rovere, vescovo di Recanati e Macerata, affidò il Santuario ai frati Carmelitani dell'Osservanza di Mantova che vi rimasero però solo sino al 1497.

Finalmente in una lunga bolla del 21 ott. 1507, nella quale riportava i documenti precedenti più importanti, Giulio II ripeteva con Paolo II che si conservava "in predicta ecclesia de L. imago ipsius beate Marie Virginis ", non solo, ma anche "ut pie creditur et fama est", la stessa "camera seu thalamus" della Madonna, riepilio-
gando quanto il Teramano aveva scritto in proposito; cosi il racconto della Traslazione entrava in un documento pontificio, senza però che il Papa facesse una speciale indagine su quanto gli era stato riferito in proposito, come si rileva dall'accorto "pie creditur" (la lunghissima bolla in M. U. Chevalier, p. 257 sgg.).

Leone X 18 dic. 1514 eresse il Santuario in chiesa collegiata con 12 canonici. Il 1° nov. 1554 vi furono introdotti 14 gesuiti come penitenzieri e due anni dopo vi fu fondato per loro un collegio. Gregorio XIII affidò pure ai Gesuiti il Collegio, da lui fondato e rinnovato poi da Urbano VIII nel 1627, per l'educazione di giovani provenienti dall'altra sponda dell'Adriatico.

Per dare miglior ordine alle cose del Santuario e togliere di mezzo rinascenti litigi e conflitti di giurisdizione, Innocenzo XII il 5 ag. 1698 istituì a Roma la Congregazione lauretana con quattro cardinali sotto la presidenza del segretario di Stato e con un governatore o prefetto (v. conGREGASIONI ROMANE SOPpRESSE).
Finalmente 1° 8 maggio 1728 Benedetto XIII concesse al Santuario gli onori di basilica minore.

Una prima scossa nella sua vita tradizionale il Santuario ebbe a subire sul principio del 1798 , quando le truppe francesi del Berthier saccheggiorono quanto era colà rimasto, dopo che Pio VI aveva rimosso il tesoro per metterlo al sicuro. La statua della Vergine fu allora inviata a Parigi come oggetto di museo; Napoleone la fece restituire nel 1801 in occasione del Concordato (cf. A. Eschbach, Un decret..., v. bibl., p. 71 sgg.).

Nel 1860 , occupate le Marche dall'esercito piemontese e caduto il potere pontificio, furono applicate anche al Santuario le nuove leggi; però al Santuario stesso non furono confiscati i larghissimi possessi che passarono sotto un'amministrazione autonoma a carattere laico con un decreto dell'8 nov. 1860 , riordinata poi con altro decreto del 22 dic. 1861. Con i Patti Lateranensi ed il Concordato il Santuario ritornò sotto la diretta amministrazione e governo della S. Sede e Pio XI con breve del 6 ag. 1936 concesse ai pellegrini di L. le stesse indulgenze accordate da Pio X il 17 genn. 1905 ai pellegrini di Palestina e di Lourdes.

L'edificio. - La S. Casa è un piccolo edificio lungo interiormente m. 9.52, largo m. 4.10, alto m. 4.30 senza fondamenta. Originariamente aveva un'unica porta sul lato lungo di settentrione; dinanzi ad essa nell'interno era eretto l'altare. Sull'alto del lato d'occidente si apre una piccola finestra e al di sopra un'immagine del Crocifisso che si voleva dipinta da s. Luca. La parte superiore del muro era decorata di dipinti, ora molto sbiaditi, rappresentanti la Vergine, s. Caterina, s. Giorgio, s. Antonio e, come si diceva, s. Luigi re; si possono anche scorgere più strati di pitture sovrapposte. Sotto Clemente VII l'edificio subì trasformazioni: l'antica porta fu chiusa e per comodità dei visitatori furono aperte le tre porte ora esistenti; sotto Paolo III l'altare fu rimosso e collocato presso uno dei lati

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più brevi con la status lignea della Vergine. L'incendio del 1921 consunse l'altare e la statua che fu sostituita con una esatta riproduzione pure lignea.

Solo nel 1468 si cominciò ad erigere la grande chiesa a tre tenute che tiene sotto la sua grande cupola l'edificio della S. Casa; ne fu architetto Marino di Marco da Zara e fu portata a compimento nel 1471 nelle sue parti essenziali. Il 10 nov. 1531 fu posta la prima pietra del meraviglioso rivestimento marmoreo che circonda come una scotola, ma senza esservi addossato, la S. Casa; sotto tali forme il monumento è giunto sino ad oggi. La chiesa è lunga m. 95 con tre absidi e 13 cappelle; la cupola ottagonale fu eretta su otto pilastri da Giuliano da Sangallo nel 1498-1500; la facciata fu compiuta nel 1570; numerosi artisti, fra i quali anche Bramante, contribuirono al complesso della costruzione ed alle modifiche che vi furono man mano portate. Il bombardamento acreo tedesco del 7-8 luglio 1944, che danneggiò soprattutto la cupola, obbligò a gravi lavori di ripristino, ma non intaccò la solidità dell'edificio.

La piazza che si stende davanti la Basilica, è circondata da due lati dal grande Palazzo apostolico ideato da Bramante; mentre il campanile sorge per opera del Vanvitelli (1750-54). Il timore di un possibile assalto dei Turchi fece sì che si desse al complesso monumentale quell'aspetto di fortilizio che ancora conserva. - Vedi tav. CVIII.

BibL.: Dopo le stampe del racconto del Teramano e dello Spagnoli (tra le sue opere) ebbe larga diffusione la Lauretanue Virginis historia, uscita senza data, luogo e nome d'autore, opera però di Gerolamo Angelita, scritta fra il 1525 e il 1528 e ristampata dal figlio nel 1508 a Venezia con il titolo: De almae domus Lauretanac in agro Recanatensi mira translatione brevis et fidelis cnavvatio; nel frattempo erano uscite due traduzioni italiane in numerose edizioni. L'Angelita maneggia con grande libertà il racconto del Teramano ed i documenti, offrendo il materiale alle due altre compilazioni di quel secolo: R. Riera, Historiae almae domus Lauretanac liber singularis, stampato però solo nel 1732; H. Tursellini, Lauretanue historiae libri quisque, Roma 1597, che ebbe numerose edizioni e traduzioni in lingue diverse, indici di una diffusione larghissima in tutta l'Europa cattolica. Fra i processori di questa età combatte la traduzione lauretana Pier Paolo Vergerio: Della Camera et Statua della Madonna chiamata di L., Tubinga 1524, che suo nipote Lodovico tradusse in latino: De idole Lauretane, Tubinga 1544, confutato nel 1584 dal gesuita Francesco Torres. Nel sec. xviri si ebbe presso i cattolici la grande compilazione di P. V. Martorelli, Teatro istorico della S. Casa nazarena della B. Vergine Maria e sua ammirabile traduzione in Loreto, Roma 1732-35 in tre voll. in-fol., raccolta di narrazioni e documenti, mossa insieme, però, senza critica. Ben altro valore hanno invece: J. Chr. Trombelli, Marion Sanctissimus: vita ac gesta cultusque illi adhibitus per dissertationet descripto, 6 voll., Bologna 1781-63, dove l'argomento è trattato nella diss. XXIV, parte 2^{text {a }}; J. A. Vogel, De ecclesiis Recanatensi et Lauretana carunque episcopis commentarius historica, Recanati 1859 (opera postuma, in 2 voll., scritta sul finire del sec. xviri); M. Leopardi, La S. Casa di L., Lugano 1841: opere egregie per lo spoglio critico dei documenti. Un periodo nuovo per la storiografia del Santuario si apre con la breve opera del p. Leopoldo de Foix barnabita (G. Semeria), La S. Casa di Nazaret ed il santuario di L., Firenze 1905 (pubblicata però prima nella Retevena nazionale), cui tenne dietro M. U. Chevalier, Notre-Dame de Loretir, étude historique sur l'authenticité de la S. Casa, Parigi 1906, che con le loro conclusioni negative aprirono un vivace dibattito. Stettero con lo Chevalier fra gli altri Ch. Bellet, in Rev. hist. ext., 7 (1906), pp. 639-58; C. D. S., in Analecta Bollandiana, 25 (1906), pp. 478-94; H. Leclercq, in DACL, IX, II, coll. 2473-2511; St. Bénard, Geschichte der Verehrung Marias im 16. und 17. Jahrhundert, Friburgo in Br. 1910, pp. 423-66 e G. Hüffer, L., eine geschichtsbristische Untersuchung der Frage des heiligen Hauses, 9 voll., Münster in V. 19131921. Scesero subito a sostenere l'autenticità polemizzando con il de Fois e lo Chevalier, fra gli altri: R. Della Casa, Studio storico documentato sulla S. Casa... di L., Siena 1906: Alfonso M. di Gesù, spontiniano scalzo, La S. Casa venerata a L., Fermo 1906; id., Gli oppositori e i difensori dell'autenticità della S. Casa di L., Napoli 1907; C. G. Kresser, Nazareth, ein Zeuge für L., Vienna 1908 (cf. A. Fierens, in Rev. hist. ext., 9 (1908), pp. 444 446); A. Eschbach, La vérité sur le fait de Lorette, Parigi 1909;
id., Lorette et l'ultimatum de M. U. Chevalier, Roma-Parigi 1912; id., Un décret du St-Siège et l'étude historique de M. U. Chevalier sur la S. Casa de Lorette, ivi 1917; I. Rinieri, La S. Casa di L., 2 voll., Torino 1911; id., La S. Casa di L. e l'ultima critica di un Dottore Alemanno (Hüffer), Asti 1914; id., La verita sulla Casa di L., 3 voll., Torino 1910.

Pio Paolini
LORGNA, GIOCONDO Pio. - Domenicano, fondatore dello Suore Domenicane della b. Imelda (Imeldine), n. a Tresana (Massa) il 27 sett. 1870, m. a Venezia l'8 luglio 1928.

Sacerdote nel 1893, dopo alcuni anni d'insegnamento a Bologna e di fervida attività a Fontanellato (Parma), divenne parroco dei SS. Giovanni e Paolo a Venezia, dove il suo zelo non ebbe limiti. Dopo molti contrasti riusci a fondere l'Istituto delle Imeldine ( 30 ott. 1922), consacrate al culto dell'Eucaristia e all'educazione dell'infanzia. Religioso e apostolo, consumò la sua esistenza in una costante dedizione alle anime e in un crescente amore di Dio, alimentato da profonda pietà eucaristica e mariana.

BibL.: G. Leporati, Aurora consurgens, Fidenza 1934; P. Lorgna, Un'anima cristiana, Firenze 1937; A. Portaluppi, Profilo della vita di P. G. L., Venezia 1930, Antonio Piolanti

LORIN, Henri. - Sociologo cattolico francese, n. nel 1858, m. a Parigi il 19 nov. 1914. Si dedicò all'Opera dei circoli cattolici d'operai, sorta dopo la guerra del 1870-71 sotto l'impulso del conte de Mun e del marchese de la Tour du Pin, poi estese la sua collaborazione all'Unione internazionale cattolica di studi economici e sociali ed all'Associazione internazionale per la protezione legale dei lavoratori. Soprattutto notevole fu il suo contributo alla solida affermazione delle "Semaines sociales de France". Per un certo periodo (1905-13) ne fu quasi l'incarnazione, quale presidente e principale relatore.

Riuni in sé il vigore dello spirito, la potenza della logica, la fermezza delle convinzioni, l'ardimento delle vedute ed insieme una specie di entusiasmo, di calore, di sano ottimismo, elevante tutta l'anima. Relativamente tardi si accinse a pubblicare i suoi saggi, rimasti allo stato piuttosto frammentario. Tra l'altro insistette sulla rilevanza della fraternità nella dottrina cattolica della società; sulla professione quale raggruppamento naturale ed insieme organizzato al suo posto tra le istituzioni; sulla democrazia nella stessa professione e sul dinamismo dell'idea sindacale. Il suo metodo è scientifico per il procedimento, perché, prima di giudicare e riformare i fatti, bisogna conoscerli con perfetta obiettività dei mezzi di osservazione; ed è cattolico per l'ispirazione, perché non servirebbe conoscere i fatti, se non si dovesse poi giudicarli e, dopo il giudizio, rettificarli con un'azione appropriata conforme al cristianesimo.

Del L. v. specialmente i Comptes rendus delle Semaines sociales (Parigi 1905 sgg.); Le mouvement syndical ouvrier et catholiques sociaux (ivi 1903); L'organisation professionnelle et le code du travail. Etudes sur les principes du catholicisme social (ivi 1907); L'idée individualiste et l'idée chrétienne. Etude sur le fondement du droit chrétien (ivi 1910). Alcune pagine scelte nell'Anthologie du catholicisme social en France (di J. Megret e P. Badin [ivi 1948], pp. 141-50).

BibL.: E. Duthoit, H. L., conferenza inserita nei Portraits de catholiques sociaux (Publications de l'Ecole des sciences sociales et politiques de Lille), Lille 1941.

Ferruccio Pergolesi
LORIN (Lorinus), Jean de. - Esègeta gesuita, n. nel 1559 ad Avignone, m. a Roma il 26 marzo 1634. Iniziò il noviziato nel 1575. Insegnò filosofia a Roma, teologia e S. Scrittura a Parigi, Milano e Roma. Fu pure teologo del generale della Compagnia di Gesù. Procurò la conversione di molti ebrei. Le sue opere esegetiche erudite, alquanto prolisse, furono molto apprezzate ed ebbero diverse edizioni.

Tra queste da notare: Disputatio de S. Scriptura a r. p. Lorine dictata in Collegio Claromontano (Clermant 1589-90); In Acta Apostol. commentaria (Lione 1605,

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LORsCH - S. Luca, Ministura dell'Evangeliario di L. (sec. ix). Biblioteca Vaticana, Palat. lat. 50.

Colonia 1609 ecc.); Commentarii in Ecclesiasten. Accessit expositio in Ps. LXVIII (Lione 1596-1613, ecc.); Commentarii in Sapientiam (ivi 1607, Magonza 1608, ecc.); In tres b. Ioannis et duas b. Petri Epistolas commentarii (Lione 1609, Magonza 1610, ecc.); Commentariorum in librum Psalmorum tomi tres (Lione 1612-16: opera di grande pregio, spesso ristampato); Commentarii in Leviticum (ivi 1619); In catholicas bb. Iacobi et Indae Apostolorum Epistolas commentarii (ivi 1619); Commentarii in librum Numeri (ivi 1622); Commentarii in Deuteranomium (ivi 1625).

BibL.: Sommervogel, V, coll. 1-6; P. Bliard, s. v. in DB, IV, col. 362; Hurter, III, col. 796 sg. Pietro De Ambroggi

LORIUM. - Antica diocesi sorta su di una villa imperiale al 12° miglio sulla Via Aurelia, poi denominata Castel di Guido. Nell'ambito di essa venne costruita anche una basilica sul sepolcro delle ss. Rufina e Seconda da Giulio I che, rinnovata da Adriano I (Lib. Pont., I, p. 508) ed arricchita da Leone IV (ibid., II, p. 122), fu poi distrutta dalle incursioni saracene dell'847 e dell'876.

Presso di essa, che Sergio III restaurò nel 906 ed il vescovo Pietro muni, sotto Benedetto IX, di mura e di fossato, misero la sede i vescovi suburbicari di L. Il primo storicamente certo è Petrus Lorensis, che prende parte al Sinodo del 487, quantunque le memorie cristiane locali possano risalire al iv ed anche al III sec. (Nuovo boll. d'arch. crist., 17 [1911], p. 109). Nel 501 il vescovo di L., dal luogo del martirio delle suddette Sante, si nomina "episcopus ecclesiae Silvae Candidae" e anche "episcopus S. Rufinae". Benedetto IX nel nov. 1037 nominava i vescovi di Selva Candida cancellieri di S. Romana Chiesa e tra questi si distinsero i cardd. Umberto e Mainardo. Per lo spopolamento, Callisto II nel 1120 univa la diocesi di Selva Candida a quella di Porto (v.).

BibL.: G. Moroni, Dix. di erud. storico-eccles., s. v., LIV, p. 222 sgg.; Cappelletti, I, p. 308 sgg.; L. Duchesne, Le sedi episcopali, ecc., in Archivio della R. Soc. rom. di storia patria, 13
(1892), p. 484; P. F. Kehr, Italia Pontificia, II, Berlino 1907, p. 24 sgg.; G. Tomatetti, La campagna romana, II, Roma 1911, pp. 464 e 487 ; Lanzoni, I, pp. 506-509. Alberto Galiet

LORRIS, Guillaume de. - Poeta francese vissuto nella prima metà del sec. xili, del quale si sa con certezza soltanto che fu oriundo della cittadina di Lorris nel Gâtinais, presso Orléans, e scrisse la prima parte ( 4058 versi) del Roman de la Rose.

Si ignora se fosse anche membro della nobile e potente famiglia di L.; le poche notizie accertabili intorno a lui sono confermate con sufficiente precisione dal continuatore del Roman, Jean de Meung (v.). Costui afferma pure, per giustificare l'opera sua, che il poema sarebbe stato lasciato interrotto da G. de L., lasciando supporre che quest'ultimo sia morto intorno al 1240. Verso quell'anno, almeno, dovette essere composto il Roman, presumibilmente posteriore al Tournoiement de l'Autecrit, scritto dal monaco parigino Huon de Méry dopo il 1234.

Nell'opera sua G. si propone di raccontare, a cinque anni di distanza, una visione avuta in sogno a vent'anni. Si vede introdotto in un giardino di delizie, guardato da spettrali figure di vizi e deformità, al cospetto di una mirabile rosa ch'egli desidera ardentemente; ma, appena giunge a baciarla, viene scacciato dai gelosi guardiani di quella, che lo rinchiudono in un'imprendibile fortezza. Concezione e disegno assai affini a quelli delle visioni allegoriche (riguardanti specialmente l'ul di là) assai frequenti nei secc. XII e xili, racchiudenti qui l'assunto non tanto di una narrazione, quanto di una completa trattazione dell'arte dell'amore secondo i canoni dell'amor cortese a cominciare dal primo sbocciare del sentimento nell'anima giovanile; che è poi la parte cui G. si arresta.

BibL.: E. Langlois, Origines et sources de Roman de la Rose, Parigi 1891; L. F. Benedetto, Il Roman de la Rose e la letteratura italiana, Halle 1910. Lo stesso Langlois ha curato un'ed. critica del poema in 5 voll., Parigi 1904-25, trad. it., Napoli 1947; G. Paré, Les idées et les lettres au XIIIe siècle. Le Roman de le Rose, Montréal 1947. Enzo Bottasso

LORSCH. - Celebre abbazia benedettina, passata poi per breve tempo ai Cistercenzi e quindi ai Premostratensi, nella diocesi di Magonza, non lontano da Worms, oggi distrutta.

L'atto di fondazione reca la data del 12 luglio 764 , anno in cui il conte Caneor e sua madre Willewinda fecero erigere nella loro proprietà, su un isolotto, oggi scomparso, del fiume Weschnitz, una chiesa con annesso monastero, dedicandola a s. Pietro. Il governo fu affidato a Chrodegang (altrove Ruthgang o Adalang), arcivescovo di Metz, che vi condusse dall'abbazia di Gorze, da lui fondata, alcuni benedettini, e ottenne da papa Paolo I la traslazione nel nuovo monastero del corpo di s. Nazario, martire sotto Diocleziano, a cui fu da allora intitolata l'abbazia ( 12 luglio 765 ). L'anno successivo l'arcivescovo cedette il governo al fratello Gundeland. Il rapido sviluppo della comunità, cui fin dal 772 furono concesse immunità e la protezione regia, consigliò lo spostamento della sede e del governo abbasiale a L., il che avvenne nel 774 ; la sede primitiva rimase priorato di L. fino al sec. XII (l'ultima menzione è del 1179), con il nome di Altenmünster. Ad onta di una prima riforma, introdotta verso la fine del sec. xI da Adalberone vescovo di Augusta, il monastero ebbe un periodo di decadenza sotto il governo di abati commendatari (ca. 890-974), l'ultimo dei quali, Bruno il Grande, poi arcivescovo di Colonia, portandovi la riforma di Gorze, dischiuse un'epoca di grande splendore per L., sia dal punto di vista religioso, sia da quello culturale, mentre si venivano pure estendendo i domini temporali, che comprendevano territori in Olanda, nella Ardenne, in Alsazia, in Lorena, senza contare le prepositure (almeno io) dipendenti dall'abbazia. Sulla fine del sec. xI cominciò il declino, cui non furono estranee le ripercussioni della lotta per le investiture e la tendenza degli arcivescovi di Magonza ad annettere alla loro sede territori sempre più vasti. Neppure l'introduzione della riforma di Hirsau, modellata su quella di Cluny, riuscì a risollevare la sorte di L., che

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nel 1226 vedeva deposto da Gregorio IX l'ultimo abate benedettino. Attraverso l'influenza di Federico II, l'arcivescovo di Magonza Sigfrido II ottenne nel 1229 la sottomissione dell'abbazia e l'esilio dei Benedettini, cui subentrarono i Cistercensi. Ma nel 1248 Sigfrido III, ottenuto il consenso del papa Innocenzo IV, sostituì anche questi ultimi con i Premostratensi chiamati dall'abbazia di Allerheiligen (Ognissanti) nel Baden. In seguito alle contese fra il vescovato di Magonza e il Palatinato, L. fu ceduta in pegno nel 1461 al conte palatino; nel 1555 , dopo la pace di Augusta, questo principe, di fede luterana, allontanò anche i Premostratensi e vi mise come preposito un monaco ammoglialo, Giovanni Carpentario; nel 1563 il convento fu trasformato in casa religiosa per protestanti. La guerra dei Trent'anni recò gravi danni anche agli edifici conventuali di L.: nel 1621 le truppe spagnole li cinsero d'assedio e li incendiarono, e quando nel 1623 L. tornò in potere dell'arcivescovo di Magonza non era ormai in grado di risollevarsi, ne i Premostratensi, ad onta di molteplici tentativi, riuscirono a tornarvi. Nel 1803 il territorio
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Los Angeles, arcidiocesi di - Panorama.
di L. fu compreso nel granducato di Hessen: dell'abbazia non rimase che il portico, adibito a cappella.

Il complesso monumentale degli edifici conventuali subì nel corso dei secoli varie traversie. La chiesa originaria di S. Nazario, consacrata il 1° sett. 774 alla presenza di Carlomagno, eletto re nel maggio di quello stesso anno, fu preda di un incendio il 21 marzo 1090. La nuova chiesa fu consacrata nel 1130 . Durante il sec. xit si ebbero molti lavori di ampliamento, e nel secolo successivo i Premostratensi ricostruirono il coro e introdussero alcuni restauri, che dettero luogo a una terza consacrazione nel 1266. Dopo l'assedio e l'incendio del 1621 cominciò lo stato di abbandono, cui sopravvisse il solo portico o Königshalle, ritenuto il più antico monumento dell'architettura religiosa franca (altri però pensano che sia posteriore all'incendio del rogo; cf. M. R. de Lasteytie, Architecture religieuse en France à l'époque romane, Parigi 1912, pp. 167-71). Gli scavi compiuti nel 1927-28 rivelarono una cripta adibita a cappella sepolcrale (forse dell'876) con le tombe di Ludovico il Tedesco, Ludovico III il Giovane e Cunegonda, moglie di Corrado I.

Anche dell'antica biblioteca del monastero molto è andato perduto; il prezioso e cospicuo patrimonio librario fu trasportato nel sec. XVI presso la Biblioteca Palatina di Heidelberg, e nel 1632 il conte Ottheinrich lo cedette, ormai decurtato, al Pontefice. I codici superstiti sono ora presso la Biblioteca Vaticana, nel fondo Palatino : a testimoniare l'antico splendore rimangono alcuni antichi cataloghi (codd. Vat. Palat. lat. 1877, ff. 1-34, 44-79; Palat. lat. 57, quaderno aggiunto al principio). La valva posteriore di un dittico d'avorio che ricopriva un evangeliario di L. è ora al Museo Sacro Vaticano (l'altra valva al Victoria and Albert Museum di Londra). Fra i monoscritti provenienti da L. non tutti possono identificarsi come prodotti in quel centro scrittorio: è dimostrato però che esso era molto attivo già all'inizio del sec. ix, sotto il governo dell'abate Adelungo, allorché vigeva un tipo di precarolina germanica in cui sono evidenti in-
flussi merovingici accanto a segni di derivazione insulare. La scrittura di L. non ha tuttavia caratteristiche peculiari molto spiccate che rivelino un indirizzo di scuola assurto a forme canonizzate.

Bibl.: Fonti: Annales Laureshamenses, in MGH, Scriptores, I, pp. 22-30 (dall'803 al 926 : fino al 783 sono in comune non gli Annales Moselliani, con il Fragmentum Chesnianum, e parzialmento con gli Annales Nazariani [ibid., pp. 23-31, 40-44]); Annales Laurissenses maiores (dal 74 I al 788) con l'aggiunta degli Annales Einhardi (dal 789 all'829), ibid., pp. 134-218 (pubblicati nuovamente da F. Kurze, Hannover 1893); Annales Laurissenses minores, ibid., I, pp. 114-23; Annales Nazarli, ibid., XVII, p. 33; Series abbatum et praepositorum Laureshamen. tium (dal 744 al 1167), ibid., XIII, pp. 316-18; Chronicon Laureshamense, ibid., XXI, pp. 334-423; Codex Laureshamento..., ed. Academia elect. scent. et elegant. litt. Theodoro-Palatina, 3 voll., Mannheim 1768-70 (ripubblicato da K. Glöckner, Arbeiten der histar. Kommission für den Volksstaat Hessen, 3 voll., Darmstadt 19201936). Studi: si rimanda all'ampia bibl. riportata in Cortineau, I, coll. 1656-58, cui si aggiunga F. Behn, Die karolingische Klosterkirche von L. an der Bergstrasse nach den Ausgrabungen von 1917-18 und 1932-33, BerlinoLipsia 1934; id., Kloster L., Magonza 1936; C. R. Morey, Gli oggetti di acario e di asio del Museo Sacro Vaticano, Città del Vaticano 1936, pp. 11-16. Copiose notizie, ma non tutte esatte e spezzettate in varie voci, si trovano a cura di H. Leclercq in DACL. V, coll. 2337-40: VI, coll. 2386-90 (quivi rinvii a trattazioni minori). Meglio, per uno sguardo d'insieme anche se estremamente conciso, C. Wolff, s. v. in LThK, VI, col. 648 sgg. Alessandro Fratesi

LOS ANGELES, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi nello Stato di California negli Stati Uniti d'America. Comprende le contese di Los A., S. Barbara e Ventura, tutto nello Stato di California.

Ha una superficie di 9508 migliaq, con 4.635 .113 ab., dei quali 690.200 cattolici, distribuiti in 234 parrocchie, 143 cappelle, 43 missioni a 16 eazioni, servite da 482 sacerdoti diocesani e 285 regolari; con il Seminario maggiore (St. John's Seminary) e il Seminario minore (Los A. College), 61 comunità religiose maschili e 171 femminili; 138 istituti di educazione maschile; tra gli istituti superiori vanno ricordati specialmente la « Loyola University of Los A. ", il "College of Arts and Sciences ", il "College of Business Administration ", il "College of Engineering" e la "School of Law" tutti affidati ai Gesuiti; 156 istituti di educazione femminili; 30 di assistenza e cura. Nel 1949 vi furono 2558 conversioni.

Il 1° maggio 1850 Pio IX creò la diocesi di Monterey, che nel 1903 mutò in Monterey e Los A.; Pio XI con la sua costituzione apostolica del 1° giugno 1922 divideva in due la diocesi di Monterey-Los A., creando la diocesi Los A.-San Diego (AAS, 14 [1922], pp. 539541) assegnandole le otto contese di Imperial, Los A., Orange, Riverside, S. Bernardino, S. Diego, S. Barbara, Ventura. Ma lo stesso Pontefice, con la cost. apost. Nimis amplas dell'11 luglio 1936 (AAS, 28 [1936], pp. 488-90), separava la diocesi di S. Diego da quella di Los A. e in pari tempo elevava questa al grado di metropolitana, dandole quali suffraganee le diocesi di S. Diego, Monterey, Fresno e Tucson.

Fatrona dell'arcidiocesi è s. Vibiana; il primo vescovo fu mons. F. Garcia Diego y Moreno (m. nel 1846).

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Bibl.: J. F. Shea, History of the Catholic Church in the United States, II, Nuova York 1892, pp. 703-12; Z. Engelhard, Monterey and Las A., in Cath. Enc., X, pp. 532-34. Supplement, pp. 314-15; A. Forbes, California, a history of Upper and Lesser California, Los Angeles 1937; The official catholic directory. Nuova York 1950, pp. 84-93.

Enrico Josi
LOSANNA, CONFERENZE di : v. CONFERENZE PANCRISTIANE.

LOSANNA, GINEVRA e FRIBURGO, DIOCESI di. - La diocesi comprende quattro cantoni: Friburgo, Vaud (salvo il triangolo che, a sud del Lemano, si estende fino alle porte di St-Maurice e che ha sempre fatto parte della diocesi di Sion), Ginevra e Neuchâtel, con un totale di ca. 300 mila cattolici ripartiti in 227 parrocchie, servita da ca. 400 sacerdoti diocesani. Vi sono inoltre 350 regolari, un seminario teologico, 42 comunità religiose maschili e 320 femminili (1949). La proporzione dei cattolici è di ca. 9/10 nel cantone di Friburgo, della metà in quello di Ginevra, di 1 / 6 in quello di Vaud e di 1 / 7 in quello di Neuchâtel. Il resto della popolazione è di religione protestante, salvo qualche israelita e una piccola frazione di "vecchi cattolici» nei cantoni di Ginevra e di Neuchâtel.

In origine la diocesi abbracciava il territorio che all'epoca dei Romani costituiva la "civitas Helvetiorum ", e cioè la maggior parte dell'altopiano svizzero (tra il Giura a nord e le Alpi a sud) con Avenches (Aventicum), a sud-ovest del lago di Morat, come capitale.

I primi vescovi noti sono quelli che nel vi sec. figurano nei concili merovingici. Essi risiedevano allora a Windisch (Vindonissa, vicino a Brug, cioè circa a mezza strada fra Basilea e Zurigo), città sorta presso il luogo dove era accampata la legione romana stabilita in Svizzera.

Gli Alemanni, barbari pagani, che a poco a poco avevano inveso ciò che costituisce oggi, a nord delle Alpi, la Svizzera tedesca, occuparono il territorio dei Burgundi, anch'essi Germani, ma cristiani (ariani) e assai più miti, che si erano fusi, nell'attuale Svizzera romanda, con la popolazione gallo-romana ivi esistente e ne avevano adottato la lingua. Questa progressione continua decise, secondo ogni verosimiglianza, il vescovo, nella seconda metà del vi sec. (forse nel 561 , al momento della spartizione del Regno di Clotario I fra i suoi figli) a lasciare Vindonissa per stabilirsi (forse dopo una breve sosta a Avenches, allora quasi in rovina) a Losanna. Il trasferimento era certo avvenuto nel 594, anno in cui il vescovo si fece seppellire a Losanna. La parte orientale della diocesi entrò invece in quella di Costanza, creata in questa epoca.

I limiti della diocesi di Losanna, dall'alto medioevo fino alla "riforma", furono i seguenti : a nord, il Giura; a ovest l'attuale confine franco-svizzero, poi l'Aubonne, fiumicello che si getta nel Lemano tra Losanna e Ginevra; a sud la catena delle Alpi bernesi fino alla Grande Scheidegg, e, a est, tutto il corso dell'Aar, dal lago di Brienz fino a 6 km . a valle di Soletta. Al pari di quella di Ginevra, la diocesi di Losanna ebbe, in principio, come metropolita, l'arcivescovo di Vienne in Francia. Ca. dall'anno 600 in poi quello di Besançon. Fra i vescovi si ricordano: s. Mario (Martus 574-94), s. Protasio ( 561 ca.- ?), s. Amedeo (1144-59) diccepolo di s. Bernardo ed abate di Hautecombe, prima di occupare la sede vescovile di Losanna; s. Bonifacio Clutine (1230-39), belga di origine.

Al momento della conquista del paese di Vaud, nel 1536, da parte dei Bernesi, che introdussero la "riforma" dovunque poterono, il vescovo, Sebastiano di Montfalcon, abbandonò la diocesi. I Bernesi si impadronirono delle sua Cattedrale, del suo Palazzo episcopale, delle terre del vescovato; i canonici furono dispersi e il cantone di Vaud (salvo, al centro, il distretto di Echallens) fu costretto, a poco a poco, ad abbracciare il protestantesimo. Analogamente accadde, nel corso degli aa. 1530-38, nel
principato di Neuchitel, passato alla "riforma" in seguito alla predicazione di Farel, ad eccezione delle due località di Cressier e di Landeron.

Il vescovo, che veniva di solito presentato a Roma dal duca di Savoia, risiedette ormai abitualmente in Borgogna; in una delle abbezie, quando era religioso, di cui era commendatario. Nel 1603 venne concluso un accordo, in virtù del quale egli avrebbe risieduto da allora in poi a Friburgo, città rimasta cattolica con tutto il territorio circostante, grazie soprattutto all'energia dimostrata dal suo governo al momento della "riforma". Da allora in poi il vescovo soggiornò più o meno a lungo nella nuova sua città episcopale, ma vi si fissò stabilmente solo nel 1663 . In quel tempo era vescovo Giovan Battista, conte di S. Martino, originario di Strambino (Torino), francescano piemontese di stretta osservanza. Egli fu quasi sempre in conflitto con i canonici della sua città episcopale (il Capitolo di S. Nicola eretto nel 1512-13 ed esente dalla g uriedizione del vescovo) e con le autorità civili che dopo la "riforma" e durante l'assenza del vescovo si erano arrogati alcuni diritti in materia religiosa.

In seguito il vescovo venne nominato direttamente da Roma. Fino alla Rivoluzione venne scelto soprattutto nelle famiglie patrizie di Friburgo. Oggi la S. Sede lo sceglie in uno dei cantoni diocesani.

La situazione un po' anormale del vescovo venne finalmente sistemata nel 1924 con l'erezione in cattedrale della chiesa collegiata di St-Nicolas e del suo Capitolo, con l'aggiunta del nome di Friburgo nel titolo della diocesi. Tra gli ultimi vescovi, si ricordano mons. Gaspare Mermillod, del cantone di Ginevra (1883-91), creato in seguito cardinale, morto a Roma nel 1892, e mons. Marius Besson (v.).

Non è mai esistita una diocesi di Friburgo, poiché questa città, come d'altra parte quelle di Berna, Neuchâtel e Soletta, ha sempre fatto parte della diocesi di Losanna. Al contrario, fino al principio del xix sec., si ebbe una diocesi di Ginevra.

Verso il 400 è attestata la presenza, in tale diocesi, di un vescovo, a nome Isacco. La diocesi abbracciava il Chablais, il Faucigny e i) Genevois, cioè, per usare le denominazioni attuali : il cantone svizzero di Ginevra, il dipartimento francese della Haute-Savoia fino al Monte Bianco e al lago di Bourget al sud, e risalendo verso il nord una larga zona comprendente la riva destra del Rodano, quindi, sul territorio svizzero, quella del Lemano fino all'Aubonne.

La diocesi aveva come metropolita l'arcivescovo di Vienne nel Delfinato. I vescovi ebbero a lottare, durante il medioevo, contro i conti del Genevese, i quali tenta