che della quale si trovano nei Musei di Vienna, di Norimberga e nell'Eremitaggio di Pietroburgo. La stessa scena si vede anche in un quadro attribuito tradizionalmente a Raffaello nell'Accademia di S. L. a Roms. Giorgio Vasari lo dipinse pure nella Cappella della confratrernita di s. L. presso il chiostro della S.ma Annunziata a Firenze.
La più antica raffigurazione iconografica di s. L. finora conosciuta, risale al VII sec. e si trova nelle catacombe
## Page 962

(da M. Friedlender, Altniderländische Malerei, Berlino 1932, inv. 21, n. 155)
Luca di leyds, - Autoritratto - Brunswig, Museo.
di Commodilla presso Roma dove il Santo ha la testa circondata di un nimbo nel quale si legge il suo nome; egli vi è raffigurato in tonaca bianca con un rotolo ed una borsa con strumenti chirurgici. Nel sec. xil è raffigurato nei mussici della Cappella Palatina a Palermo e nel xili sec. in quelli dell'abside della basilica di S. Paolo fuori le mura a Roma, dove sta tra i quattro Santi che circondano il trono di Cristo. Fra le raffigurazioni quattrocentesche di s. L. si nota la statua del Duomo fiorentino, capolavoro di Nanni di Banco ed il pannello a tempera di Benedetto Bonfigli della Pinacoteca di Perugia, nel quale il Santo sta scrivendo il suo Vangelo. - Vedi tav. CXI.
Bibl.: K. Künste, Ikonographie der Heiligen, II. Friburgo in Br. 1926, p. 417-19.
Witold Wehr
LUCA da LeYda. - Pittore ed incisore fiammingo, n., forse, nel maggio o giugno del 1494, m. a Leyda tra il maggio e l'ag. del 1533 . I primi documenti relativi a lui risalgono al 1514, a proposito del suo arruolamento nelle truppe cittadine.
La sua fama è legata soprattutto alle incisioni, di soggetto evangelico, storico, allegorico e satirico, direttamente dipendenti dallo spirito e dalla tecnica del Dürer. Anche la sua notevole opere pittorica dipende assai dall'attività grafica; i suoi problemi di composizione, di spazio e di espressione maturarono sotto l'influenza italiana, cosicché sull'originaria pittura di genere - come nei Giocatori di zecechi, nelle Portite a carte, ecc., di cui esistono varie copie, nella Predica in chiesa del Museo di Amsterdam (del 1517 ca.), - sulla romantica espressività della fisionomia umana, come nell' Autoritratto del Museo di Brunschwig, nei ritratti sia femminili che virili di Richmond, Londra, Rehenca, Groninga, ecc. si innestano vivaci echi della plastica statuaria del manierismo e tracce del chiaroscuro leonardesco, soprattutto visibili nel Giudizio Finale del Museo di Leyda, e nel Loth e figlie del Louvre. Restano inoltre numerose tavole di soggetto religioso a Filadelfia, Aquisgrana, Leyda, Mo-
naco, Vienna, Richmond, Bruxelles, Berlino, ecc. che testimoniano la sua arte densa e complessa.
Bibl.: I. Friedländer, Altniederland. Malerei, X: L. von Leyden und andere holländische Meister seiner Zeit, Berlino 1932. Eugenio Battisti
LUCA, archimandrita di Messina, santo. - Monaco basiliano calabrese, forse di Rossano. Fu discepolo di s. Bartolomeo di Simeri che, nel 1128 , lo lasciò nel monastero del S.mo Salvatore di Messina.
Il re Ruggero II nel 1134 lo fece primo archimandrita di questo cenobio, con giurisdizione su 40 monasteri greci. Per questi egli compose il Typicon e detto savie leggi, che servirono di modello al monachismo greco medievale. Contemporaneamente reggeva il monastero di Patirion, presso Rossano, da cui proveniva. M. il 27 febbr. 1149 .
Bibl.: La Vita è conservata nel cod. greco 27 dell'Università di Messina, proveniente dal S.mo Salvatore; F. Matranga, Il monastero dei Greci dell' Accademia di Messina e s. L. primo archimandritu, in Atti dell' Arcud. Pylorismo, 3 (1867), p. 67 sgg.; S. Rossi, La prefazione al Typicon del monastero del S.mo Salvatore scritto da L. primo archimandritu, ibid., 17 (1902), pp. 71-84; M. Scaduto, Il monachismo basiliano nella Sicilia medievale, Roma 1947, v. indice.
Francesco Russo
LUCA lo Stilita, santo. - N. ad Attia (Anatolia) nell'879. Il Sinassario costantinopolitano ne recensisce la festa l'ir dic., anniversario della sua morte (979) e della sua ascesa alla colonna di Calcedonia (935).
Prima, dal 933, stette su un'altra posta in una sua tenuta in Anatolia. Imparò l'ascesi da due soldati, discepoli di uno stilita, mentre guerreggiava contro i Bulgari. Fu di meravigliosa astinenza; non di rado si privava per otto giorni da ogni cibo. Dalla colonna sentiva le confessioni e qualche volta, come nel caso del conte Ciro, a mezzo di un messaggero. Molti lo chiamano "L. il giovane" per distinguerlo dall'omonimo Luca il Taumaturgo.
Bibl.: Testa critico della Vita in H. Delehaye, Les saints stylites, Bruxelles-Parigi 1923, pp. 195-237. Da consultarsi H. Delehaye, ibid., pp. Lxxxvi-cvi: A. Papadopoulos-Kerenicus, δ ω varphi θ α τ ω δ sig. 160 Bioz 106 baiso Assox̌, in Vizsut(phi) Vermennik, 15 (1908), pp. 437-39; S. Vanderstuyf, Etude sur st Luc lo Stylite, in Echos d'Orient, 12 (1909), pp. 138-44, 213-21, 271-81; 13 (1910), pp. 13-19, 140-48, 224-32; N. Festa, Note critiche alla vita di s. Luca Stilita, in Bessarione, 77 serie, 8 (1910), pp. 136-39. Emmanuel Candal
LUCA il Taumaturco, santo. - E chiamato pure come L. lo Stilita "L. il giovane", ma in opposizione questa volta a s. Luca di Messina.
Greco di nascita (890), dell'isola Egina, menò sempre vita solitaria nel monte Ioanizza presso Corinto, dove gli fu concesso di ritenere con sé la S. Eucaristia. Caratteristiche della sua spiritualità furono l'allegrezza che dimostrava agli ospiti, la venerazione verso l'abito monastico, e l'attaccamento filiale alla Sede di Roma. Cercando ancora una più grande solitudine, venne alla fine al luogo Soterio ( Σ ε α τ dot{η} ρ ι ν ) dove mori ( 946 ca.). Il sinassario constantinopolitano lo commemora il 7 febbraio.
Bibl.: Acta SS. Februarii, II, Anversa 1658, pp. 83-100; Symax. Constantingp., p. 449 sg.; Vita s. Lucae Junioris: PG 111, 441-80; E. Martini, Supplementum ad Acta s. Lucae junioris, in Anal. Bolland., 13 (1894), pp. 81-121. Emanuele Candal
LUCACIC, Giovanni Marco. - Musicista, n. a Sebenico verso il 1575 , m. a Spalato il 20 sett. 1648 , dopo avervi dimorato per oltre 30 anni come organista e maestro di canto nella Cattedrale.
Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Conventuali, compose la Sacrae cantiones, raccolta di pregevoli canti liturgici (Venezia 1620; cf. Miscellanea Francescana, 25 [1925], p. 39). L'edizione contiene 27 composizioni, delle quali 6 a una voce, 14 a due, e altre a tre, quattro e cinque voci. Di quest'opera musicale esiste un esemplare nella Biblioteca statale di Berlino. Recentemente D. Planunac ha trascritto e ristampato alcuni pezzi (Izdanja-Hrvatskov
## Page 963

A sinistra MINIATURA DELL'EVANGELLAUO DI EGIEICTO, vescovo di Treviri (977-93) - Treviri, Stadtbibliothek. A destra: SCULTURA DI NANNI DI BANCO (1420) - Firenze, chiesa di S. Maria del Fiore.
## Page 964

(fol. . Iodernon)

(fol. .Iodernon)
In alto: CASTELLO DI VENOSA (sec. xv).
In basso: ABSIDE DELL'ABBAZIA DELLA S.ma TRINITA (sec. xII) - Venosa.
## Page 965
Glaabenug Zadova, Zagabria 1934, p. 56 sgg .), ripromettendosi di pubblicare un'edizione critica e completa delle opere di L., che fu uno dei più antichi e rinomati musicisti croati.
BibL.: Commentarum O.F.M. Couv., 35 (1938), p. 352 sg. Gaetano Stano
LUCANIA. - La L. corrisponde in sostanza al declivio sud-orientale dell'Appennino omonimo, che manda le sue acque al Golfo di Taranto, ma non costituisce una regione naturale; e verso occidente si affaccia per breve tratto al Tirreno. Il nome L., risalente all'anichità classica, venne sostituito nel XII sec. da quello di Basilicata, che ricorda la dominazione bizantina ed è stato di recente riesumato in sostituzione dell'antico L., rimesso in vigore nel 1932.
I. Geografia. - Estesa poco meno di 10 mila kmq., è una delle regioni più montuose d'Italia ( 70 \% di montagne e 22 \% di colline); le brevi pianure costiere lungo lo Jonio sono malsane e quasi deserte. Per popolazione assoluta la L. occupa l'ultimo posto fra le regioni italiane; solo dopo il 1931 si è arrestata la tendenza alla diminuzione, manifestatasi dopo l'ultimo Ottocento, e dovuta all'intensa emigrazione, determinata a sua volta dalle difficili condizioni economiche. Agricoltura (a carattere estensivo : frumento, vite, olivo) e pastorizia (ovini in assoluta prevalenza) sono le occupazioni dominanti : la percentuale della popolazione che vi è impegnata ( 75,4 \% ) è la più elevata fra quelle delle regioni italiane. La popolazione vive per io più accentrata, tuttavia un solo comune, quello del capoluogo, supera i 30 mila ab.
| Province e capoluoghi (popolazione del 1949 in 1000 ab ) | Nume- <br> in dei comuni | Super- <br> kmq. | Popolazione | | |
| :--: | :--: | :--: | :--: | :--: | :--: |
| | | | Censimento 1936 | Valutazione { }¹⁰ Gennaio 1949 assolutal densità 1000 ab. a kmq | |
| Matera (28) | 29 | 3442 | 149.312 | 174 | 51 |
| Potenza (31) | 97 | 6545 | 393.950 | 436 | 68 |
| Basilicata o L. | 126 | 9987 | 543.262 | 610 | 62 |
BibL.: G. Alani, Geografu storico-descrittiva della Basilicata, Potenza 1886; G. Spera, La Basilicata, Roma 1903; G. Cagli, La Basilicata e il problema dell'emigrazione, ivi 1910; G. Aigramati, Basilicata e Calabria, Torino 1929; E. Azimonti, La colonizzazione in Basilicata, Roma 1929; S. De Pilato, L., aspetti e problemi, Potenza 1933; L. V. Bertarelli, Guida d'Italia del T.C.I. : L. e Calabria, 2ᵃ ed., Milano 1038. Giuseppe Caraci
II. Storia. - La L. antica, terza regione sotto Augusto e nona sotto Diocleziano, si stendeva dal Tirreno al Jonio, ma nel medioevo perdette la sua unità. Al tempo delle invasioni barbariche subì la sorte che la sua stessa posizione di passaggio le assegnava, e fu campo di battaglia, di preda e di insediamento a nuove razze di popoli; ma ben poco è noto delle sue vicende lungo questo periodo. Invece la dura signoria bizantina le impresse un'orma indelebile : ne derivò alla L., come del resto a quasi tutto il mezzogiorno d'Italia, una più forte tinta di grecità, nella lingua, nel culto e in genere nelle istituzioni e nei costumi. Né la penetrazione longobarda riusci a cancellare queste orme, che anzi si intensificarono al tempo della lotta per l'iconoclastia, quando gruppi di monaci basiliani vi trapiantarono la loro sede, prima in laure (celle scavate nella roccia) e poi in chiese e conventi; e con essi penetrò il rito greco.
I martiri attribuiti dal Martrologio geronimiano alla L. il 29 ott. e il 18 dic., provengono probabilmente da altre regioni; Gelasio I I'II marzo 494 dirige una lettera ai vescovi « per Lucaniam, Brutios et Sicilium» ma già la lettera del prete Uranio sulla morte di Paolino di Nola (431), parla di un "Exuperantius episcopus de Lucaniae partibus». Così pure un rescritto di Costantino
Magno (xi ott. 319) accenna al cristianesimo nella L., cosi da permettere la conclusione che nei primi decenni del sec. iv vi fossero delle Chiese cristiane organizzate.
Nel sec. ix, essendosi scisso il Ducato di Benevento, la maggior parte della regione fu inclusa nel Principato di Salerno e fu suddivisa in gastaldati. Fu poi assorbita nell'organismo statale che i Normanni crearono nell'Italia meridionale, e allora apparve il nome Basilicata, che però, essendo di indubbia derivazione dal titolo di ufficiali greci, doveva certamente preesistere; il nome L. rimase tuttavia nell'uso dotto.
Sotto i Normanni ebbe grandissima importanza Melfi, a causa della sua posizione geografica all'incrocio di strade e al sicuro da offese : là nel 1059 il nuovo Stato (Ducato di Puglia) fu riconosciuto dal papa Niccolò II. Alle preesistenti istituzioni, i nuovi dominatori aggiunsero l'istituto feudale, che caratterizzò per secoli la struttura eco-nomico-sociale di tutta l'Italia meridionale. Di conseguenza quasi tutta la L. fu infeudata; e, fondato il regno sulla coesistenza di monarchia e baronaggio, è naturale che nelle successive epoche, aveva, angioina ed aragonesa, la regione vedesse svalgersi nelle sue terre l'urto continuo tra re e baroni, che, rendendo precaria la vita del Regno, ne preparò la retrogradazione a viceregno sotto il dominio spagnolo. La lotta raggiunse la sua fase più critica sotto gli Aragonesi, quando una sola famiglia, quella dei Sanseverino, possedette in feudo quasi tutta la provincia. Quivi ebbe la sua preparazione ed il suo epilogo la famosa congiura dei baroni contro Ferrante I (1483-87); qui cadde l'ultimo baluardo dei Sanseverino, il castello di Diano, assediato nel 1497 da Federico d'Aragona.
Il sistema amministrativo della regione fu tramandato quasi identico alla nuova signoria spagnola, tuttavia non senza ostacoli. Sintomi d'insofferenza si ebbero ripetutame tre da parte dei suddivi : famoso il tumulto di Matera (che veramente allora faceva parte della Terra di Bari) contro il suo feudatario Gian Carlo Tramontano (1514-15); nota altresì la partecipazione della provincia alla rivoluzione di Masaniello (1647) sotto la guida di Matteo Cristiano, il quale sollevò parecchie città. Tuttavia, se si eccettuano i danni subiti al tempo delle lotte tra Francia e Spagna al principio del sec. xvi e se si riducono all'entità di episodi comuni al resto del Regno e di tutti i domini italiani della Spagna i tumulti contro i signorotti locali, il paese trovò, durante questo periodo, nella pace un bene a lungo bramato. Cosicché la popolazione crebbe notevolmente di numero, e dal suo seno cominciò ad affiorare una borghesia cui una certa agiatezza doveva permettere di dare a una nuova generazione i mezzi di istruirsi nella capitale e nei seminari diocesani. Nel sec. xviI, a coronamento di luoghi sforzi intesi ad ottenere esenzioni da servizi feudali, migliorarono anche le condizioni dei contadini. Inoltre il Comune, che aveva fatto una timida apparizione nell'età di mezzo, accrebbe le sue prerogative lottando quotidianamente contro la prepotenza baronale e strappando, spesso mediante forti pagamenti in denaro, parte della estesissima giurisdizione dei feudatari. Espressione di questa evoluzione, la nuova classe, formatasi nell'illuminismo del Settecento, fece le sue prove durante la rivoluzione del 1799. Figure come quelle del Pagano e del vescovo Serrano la rappresentarono nel sacrificio che il mezzogiorno d'Italia offriva alla causa antiassolutistica. Memorabili a tal riguardo anche le difese di Picerno e di Avigliano contro la reazione. L'abolizione del regime feudale, voluta e attuata dal governo francese nel 1806, agevolò l'ascesa della borghesia che si arricchì di possessi terrieri a spese della nobiltà; ma le classi infine lasciate nella loro miseria non condivisero i benefici del provvedimento. Intanto sète e brigantaggio turbavano gravemente il paese. La costituzione del 1820 fu festeggiata a Potenza; ma tale entusiasmo fu duramente pagato. I contrasti di classe scoppiarono più vivi nel ' 48 , perché i contadini non esitarono allora ad interpretare la rivoluzione come il mezzo per raggiungere il possesso della terra o almeno la revisione dei contratti che li tenerano in uno stato di barbarie e di miseria. A sua volta la borghesia, riunita, ma non senza contrasti, nel Circolo costituzionale di Potenza,
## Page 966

# 1604

## Page 967
non poté realizzare il disegno di spedire forze al Parlamento napoletano dopo i fatti del 15 maggio, e tanto meno di sostenere la rivolta calabrese. Comunque l'impreparazione politica fu scontata con parecchie condanne. Non essendovi stata in L. larga diffusione di idee repubblicane, nel '6o la borghesia fu solidale nel caldeggiare l'unione col Regno di Sardegna. Ma sopraggiunsero presto i sintomi del malcontento di quanti avevano sperato in riforme sociali; e su questo malcontento speculò la parte reazionaria, e cominciò il secondo periodo del brigantaggio politico. In effetti l'annessione fu in un primo tempo assai svantaggiosa alla tenue economia lucana, che fu sottoposta ad un fiscalismo non mai conosciuto. L'impoverimento del paese provocò una forte corrente migratoria verso le Americhe. Certo il governo nazionale non fece, o non poté fare tutto ciò di cui l'arretrata regione aveva bisogno: le strade costruite dal primo ventennio dell'unificazione, le scuole istituite, le legge del 1904 e le altre successive si rivelarono assai insufficienti a portare ad un livello di vita civile la L.
Oggi, le voci elevate da parte degli studiosi della cosiddetta "questione meridionale" lasciano sperare in una pronta soluzione dei grossi problemi lucani.
BinL.: G. Racioppi, Storia dei popoli della L. e della Basilicata, Roma 1902; G. Goy, L'Italia meridionale e l'Impero bizantino dall'aveusto di Basilio I alla resa di Bari ai Normanni, trad. it., Firenze 1917. Per l'età moderna, oltre le opere generali sul Regno di Napoli, cf. G. I. Cassandro, Storia di una terra del Mezzogiorno, Atena Lucana e i suoi Statuti, Roma 1946. Per la storia della L. nel Risorgimento v.: G. Mondaini, I notti politici del '48 e la setta dell'Unità italiana in Basilicata, Roma 1902; G. Racioppi, Storia dei noti di Basilicata e delle provincie contervini nel 1860 , Bari 1909; T. Pedin, Evoluzione politica della borghesia meridionale nella prima metà del sec. XIX con particolare riferimento alla Basilicata, in Arch. stor. per le prov. napol., nuove serie, 31 (1947), p. 468 sgg . (uscite nel 1920). Notevoli e numerose monografie illustranti la storia della regione sotto tutti gli aspetti ha pubblicato l'Archivio stor. per la Calabria e la L., dal 1931. Per i problemi più attuali vedasi: G. Fortunato, Il Mezzogiorno e lo Stato italiano, Bari 1911; U. Esmotti-Bianco, La Basilicata, Roma 1926; Lanzoni, pp. 319-20; Bibliografia generale in: S. De Pilato, Saggio bibliografico sulla Basilicata, Potenza 1914; G. Consoli Fiego, Aggiunte alla bibliografia sulla Basilicata di S. De Pilato, in Arch. stor. per la Cal. e la L., 8 (1938), pp. 353-70.

Lucania - Campagna materana.
(lol. Exit)
III. Regione conciliare. - La L. forma col salernitano una regione ecclesiastica conciliare che comprende le tre province ecclesiastiche di Salerno, Acerenza e Matera, Conza, più l'arcivescovato di Amalfi e le sedi immediatamente soggette di Campagna, Cava e Sarno, Melfi e Rapolla e infine l'abbazia nullius della S.ma Trinità della Cava.
Le conferenze episcopali si tengono ogni anno sotto la presidenza dell'arcivescovo di Salerno o, in sua vece, dell'arcivescovo di Acerenza o di Conza (S. Congr. dei Vescovi e Regolari, 24 ag. 1889; S. Congr. Conclenziale, 15 febbr. 1919, 22 marzo 1919; S. Congr. del Concilio, 21 giugno 1932); le deliberazioni vengono inviate alla S. Congr. del Concilio per la approvazione e le eventuali osservazioni. Il lavoro di coordinazione è disimpegnato dal segretario delle conferenze. Il concilio plenario re-
gionale deve essere tenuto ogni 20 anni con la partecipazione di tutte le diocesi della regione sotto la presidenza di un legato pontificio (can. 28I). Il Tribunale regionale per le cause matrimoniali in primo grado ha sede in Salerno; competente per il giudizio di appello è il Tribunale regionale di Napoli (motu proprio: Qua Cura, 8 dic. 1938; Normae della S. Congr. dei Sacramento, io luglio 1940).
In Salerno ha pure sede il Pontificio Seminario regionale salernitano-lucano Pio XI, mentre il Pontificio Seminario regionale minore lucano ha sede in Potenza.
Agostino Pudicse
IV. Arte. - I. Architettura. - La signoria bizantina durata dal sec. vi all'xi, e l'influenza del monachesimo basiliano, operarono in L. un profondo rinnovamento artistico e diedero impulso a edifici di notevole pregio, ma oggi sono ben scarse le testimonianze superstiti di quel periodo. Oltre le piccole chiese rupestri, sparse fra il Vulture, il Materano e la Valle dell'Agri, decorate per lo più dagli stessi monaci e esemplate sui modelli delle chiese orientali, e alcuni elementi bizantini rimasti nella costruzione duccentesca della chiesa di Anglona, il solo monumento basiliano della L. che si conservi è la badia di S. Angelo al Monte Raparo del sec. x. E a una sola navata, con tamburo quadrato che ne sopporta un altro cilindrico che poi termina con una cupola tronco-conica ed è decorato all'esterno da archetti ciechi. Della metà del sec. xi è la prima delle due chiese dell'abbazia della Trinità a Venosa, ricostruita su di un'altra del sec. v, della quale sono stati individuati or non è molto alcuni avanzi nell'abside. Nel secolo seguente i Benedettini iniziarono la costruzione della seconda chiesa rimasta però incompiuta. Il mutilo complesso dei due edifici è fra i più suggestivi dell'Italia meridionale. Le forme romantche della seconda chiesa venusina si ripeterono nel duomo di Acerenza, nel campanile di Melfi, decorato con figure di animali di derivazione arabo-sicula, nella S. Lucia di Rapolla e in S. Maria di Fierno costruita tra il 1189 e il 1197 da un Sarlo di Muro Lucano, cui si deve anche il campanile del duomo di Rapolla. Influenze dell'architettura romanica delle regioni finitime sono riconoscibili in molti edifici del sec. xiri: si rifanno, ad es., all'architettura pugliese, di cui la L. fu ripetutamente tributaria, il portale del S. Francesco di Tricarico e la badia di Banzi, rimaneggiata in epoca aragonesse. Caratteri oltremontani presenta invece la chiesa di S. Giovanni Battista di Matera, rigorosamente borgognona, che, insieme a poche altre costruzioni, come la cattedrale di Rapolla di tipo cistercense, ma molto rimaneggiata, e il campanile del duomo di Irsina, che ha un'armoniosa decorazione ad archetti ciechi e belle bifore, documenta la scarsa vitalità del gotico in L. Nel periodo rinascimentale l'architettura della L. si rifece specialmente alle forme catalano-aragonesi immigrate da Napoli. Altre influenze sono leggibili in ritardatari adattamenti di edifici più antichi. Si vedano il castello di Venosa e portali ed altre decorazioni architettoniche del S. Francesco a Potenza e del S. Antonio a Tricarico.
L'architettura barocca non ha grande rilievo ed è per lo più derivata da quella napoletana: edifici reli-
## Page 968
giosi e civili di un certo interesse sono a Lagonegro, a Maratea, a Melfi.
2. Scultura. - Il più importante esempio di sculture medievali in L. è costituito dalle sontuose decorazioni dell'abbazia di Venosa, in parte ancora in situ, in parte disperse fra vari edifici della città. Alla scultura decorativa pugliese si rifanno portali come quello del duomo di Matera e rilievi dei campanili di Rapolla e di Tricarico. Tombe, sarcofagi ed altari marmorei oltre a qualche gruppo scultoreo ricordano la partecipazione modesta della L. al rinnovamento rinascimentale. Così la tomba del Balzo in S. Biagio a Venosa e quella Ferrillo nel duomo di Acerenza, di discendenza napoletana.
3. Pittura. - Prima testimonianza, ma non tutta ancora delibera, della pittura medievale in L. a partire almeno dal sec. XI, sono i resti degli affreschi nelle grotte eremitiche; ad essi seguono altri bizantineggianti in S . Ambrogio al Monte Raparo, nel duomo di Melfi, nella chiesa di Banzi. Nella cripta della chiesa di S. Francesco a Irsina c'è un interessante

Lucania - Convento di Montescaglioso ricostruito da Carlo II d'Angiò nel 1484.
ciclo trecentesco di modesta qualità, che però rivela l'inflittrazione nella regione di modi della pittura coeva napoletana e dell'Italia centrale.
Con il Rinascimento incomincia in L. un afflusso dall'esterno ed è singolare la preferenza dei committenti per l'arte veneta del Quattrocento. Dipinti dei Vivarini sono a Matera e a Tricarico, un grande polittico di Cima da Conegliano è a Miglionico. E anche vivo un filone meridionale imperniato sul manierismo napoletano e facente capo ad Andrea da Salerno del quale è un trittico a Banzi e palesi influenze in altre opere provinciali sparse nella regione. Il Museo Ridola di Matera e la collezione d'Etrico a Lagonegro, che sono le sole raccolte della L., ne conservano esempi. Un manierista locale della fine del Cinquecento, Pietro Antonio Ferri, e il contemporaneo Giovanni di Gregorio, detto il Pietrefesa, sono operosi in chiese e conventi soprattutto del Materano. Nel Seicento e Settecento pittori come il Giordano, il Lanfranco, il Solimena inviano opere da Napoli, il Monrealese dalla Sicilia, mentre il Maratta immette conoscenze della pittura romana. Dopo tale epoca non vi sono in L. documenti artistici degni di particolare nota. - Vedi tav. CXII.
BibL.: C. Diehl, L'art byzantin dans l'Italie méridionale, Parigi 1894, v. indice; V. di Cicco, L'arte nella L., in Arte e storia, 16 (1897), p. 190 sgg.; W. Arslan, Relazione di una edizione artistica in Basilicata, in Campagne della Società Magna Grecia 1916-17, Roma 1928; P. Orsi, Le chiese basilizne della Calabria, Firenze 1929; id., Bibliografia calabro-lucana e della Magna Grecia, in Archivio storico per la Calabria e la L., 3 (1933), pp. 283-99; 4 (1934), pp. 77-88; M. Nugent, Affreschi dei Trecento nella cripta di S. Francesco a Irsina, Bergamo 1933; M. de Vita, La chiesa di S. Giovanni Battista a Matera, in Biddettino d'arte, 22 (1948), pp. 320-29. Giovanni Carandente
LUCARIE. - Nel più antico ordinamento festivo romano, due giorni separati dal più stretto intervallo ammissibile ( 19 e 21 luglio) figurano sotto il nome L. Nulla si sa della divinità cui la doppia festa era dedicata, né del rito celebrato; si conosce solo il luogo della celebrazione: un lucus (boschetto sacro) tra la Via Salaria e il Tevere. La leggenda
etiologica metteva in connessione la festa con l'invasione gallica (ma la festa è più antica) : i superstiti della battaglia di Allia si sarebbero rifugiati in quel boschetto (il 18 luglio è il dies Allionis). Immediatamente dopo i Lucaria hanno luogo i Neptunalia.
BibL.: W. Warde Fowler, The roman festivals, Londra 1899, p. 182 sg.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2° ed., Monaco 1912, p. 223 ; Schur, Lucaria, in Pauly-Wissowa, XIII, col. 1223.
LUCAS, FRANCiscus, detto di Bruces (Brugensis). - Specialista della critica testuale biblica, n. a Bruges nel 1548 , ivi canonico, dal 1602 arcidiacono e decano a St-Omer, in. ivi il 19 febbr. 1619. Studio a Lovanio, ove divenne magister artium (1568) e licenziato in teologia (ca. il 1575 o il 1576). Nel 1574 L., e soli 26 anni, aiutato dal suo antico macstro, il gesuita Jean Guillelmi (Harlemius) o Willemsz di Haarlem, diede una nuova edizione considerevolmente riveduta della Bibbia di J. Henten.
L. cooperò anche alla edizione sistina della Volgata; poi continuò i suoi lavori, non esitando a mettere in luce i difetti dell'edizione pontificia. Nel 1606 pubblicò delle lezioni varianti sui Vangeli e nel 1617 una nuova collezione di varianti, che si estendeva all'intera Bibbia: Libellus alter continens alias lectionum variantes (Anversa 1617; riprodotto in J.-P. Migne, S. Scripturae curans completus, XXVIII, Parigi 1840, pp. 599-620). La Bibbia sisto-clementina del 1592 non fu dunque considerata opera perfetta da L., che la corresse nella propria edizione plantiniana del 1603 . Tuttavia, a Roma si pensò che non vi era da procedere a una nuova edizione "autentica" dopo quelle che erano uscite nel 1592, 1593, 1598.
Discepolo di Arias Montano (v.), L. fu suo collaboratore per la Bibbia poliglotta di Anversa. Si devono anche a lui le Concordantiae Scripturarum (1617). Le opere complete di L. furono pubblicate in 8° ed., postuma, per cura di Von Velden, ad Anversa nel 1712.
BibL.: Th. J. Lamy, La Bible royale en cinq langues imprimée par Plantin, in Bulletin de l'Académie royale de Belgique, 20 (1892, III), parte 2°, pp. 628-68; A. C. de Schrevel, Documents relatifs à la biographie de François L., in Annales de la Société d'émulation, Bruges 1892; anon., s. v. in Biographia nationale de Belgique, XII (1892-93), coll. 220-63; H. Quentin, La Volgate à travers les siècles et sa révision actuelle, Roma 1926, p. 6 sgg.; F. Stummer, Einführung in die lateinische Bibel, Paderborn 1928, pp. 176, 204 sg.; J. O. Smit, De Volgaat, Ruremonde 1948, passim.
Giuseppe Coppone
LUCCA, ARCidiocesi di. - Arcidiocesi e città capoluogo della provincia omonima in Toscana. Ha una superfice di 950 kmq . con una popolazione di 259.270 ab., dei quali 259.227 cattolici. Conta 253 parrocchie, servite da 415 sacerdoti diocesani e 123 regolari, un seminario, 19 comunità religiose maschili e 42 femminili (Annuario Pontificio, 1951, p. 255).
Stazione dei Liguri, occupata poi dagli Etruschi, L. divenne colonia latina nel 180 a. C. quindi municipio ( 90-89 a. C.); con Augusto fece parte dell'Etruria e poi della Tuscia Annonaria. Divenne quindi ducato longo-
## Page 969
bardo verso il 570 ; poi fece parte del Marchesato di Toscana e fu compresa nei domini della casa di Canossa. Il Comune, già retto da consoli fin dal 1107, riesce ben presto a svincolarsi definitivamente dagli impacci imperiali e feudali ( 1197 ) e raggiunge il massimo splendore della sua potenza politica ed economica nel sec. xili. L'imnatura fine della signoria che Castruccio aveva costruita (1314-28), apri il varco alle dominazioni straniere (1328-69) alle quali poneva fine Carlo IV restaurando l'antica libertà ( 15 apr. 1369). Ma la Repubblica, dopo le breve parentesi della signoria di P. Guinigi (1400-30), lentamente si venne trasformando, dalle sue origini democratiche, in chiusa costituzione aristocratica e quindi oligarchica (1556). Costituita a principato in favore di Elisa Bonaparte, moglie di Felice Baciocchi (1805-14) divenne ducato (1817) con Maria Luisa e Carlo Lodovico di Borbone finché nel 1847 passò sotto il dominio di Leopoldo II di Toscana, per entrare poi a far parte del Regno d'Italia.
Anche per L. una tradizione assai tarda riconnette le sue origini cristiane con un Paolino inviato da s. Pietro con tre compagni ad evangelizzare la città e stabilirvi la cattedra episcopale. Secondo un calcolo approssimativo la diocesi, come quelle di Pisa, Firenze, Siena, Arezzo, comparirebbe nei primi decenni del sec. iv; il primo vescovo sicuro, Massimo, è presente al Concilio di Sardica nel 343. I primi 15 vescovi nell'autentico catalogo episcopale scendono, non però secondo l'ordine originario, sino verso la fine del sec. vi ed il più venerato fra loro, s. Frediano, anteriore all'invasione longobarda, è ricordato da s. Gregorio Magno (Dialog., III, 9). I vescovi Leto ed Eleuterio compaiono rispettivamente nei Concili romani del 649 e del 680 ; e le carte del ricchissimo archivio capitolare documentano l'attività del loro successori. Esse attestano pure la divisione dell'amplissimo territorio diocesano in pievi già per il sec. vi, se non prima, come pure l'esistenza già nel sec. viit entro le circoscrizioni di queste pievi, di chiese minori ad esse subordinate, ma che diverranno vere e proprie parrocchie nell'epoca comunale (sec. xit-xili), di opere caritative, di pie fondazioni. Verso la fine del sec. xi e durante il xir le pievi si trasformano in canoniche, sicché in seguito alcune di esse diventano veri monasteri, come S. Frediano e S. Michele in Foro in città, S. Pietro di Pozzeveri e S. Pantaleone sul Mons Heremitae in campagna; altre ancora sul finire del sec. xiv si trasformarono in collegate secolari come S. Donato (trasferita a S. Paolino nel 1513), S. Alessandro Maggiore, S. Maria di Camaiore: di queste alcune sussistono ancora, mentre altre furono soppresse sotto la dominazione dei Baciocchi.
Nell'antichità la diocesi si estendeva evidentemente su tutto il territorio di pertinenza della città, occupando la Val di Nievole sin oltre S. Miniato al Tedesco. Procedeva poi nel Valdarno inferiore e nella Val d'Era, e nella parte estrema meridionale teneva le Maremme toscane confinando con le diocesi di Volterra, Populonia e Rosselle. Possedeva inoltre nel territorio pisano il monastero di Sesto, Bientina, S. Michele di Verruca, S. Frediano di Vecchiano e S. Maurizio di Filettole. A settentrione toccava il modenese sul Giogo dell'Alpe, dove sorse fin dal rito il santuario e l'ospedale dei SS. Pellegrino e Bianco, internandosi quindi nella Garfagnana per abbracciare le terre di Piazza e Sala, antico feudo dei vescovi lucchesi, toccando infine la Versilia con S. Martino di Pietrasanta e la vetusta pieve di S. Felicita. Ma la necessità di sottrarre alla giurisdizione spirituale dei vescovi di L. terre che politicamente appartenevano ad altri Stati, ridusse notevolmente questa estensione e si calcola che dal 1519 al 1855 la diocesi sia venuta a perdere ca. 200 parrocchie con i monasteri e luoghi pii che esistevano su quei territori.
Leone X. infatti, innalzò a prepositura l'antica pieve di Pescia (15 apr. 1519), e la rese immediatamente soggetta alla S. Sede sottoponendole le chiese della Val di Nievole e della Valloriana rimaste fuori dal dominio politico di L., le quali in seguito alla bolla di Benedetto XIII (17 marzo 1726) costituirono la diocesi di Pescia. Gregorio XV il 9 dic. 1622, ad istanza della granduchessa di

Lucca, ARCIDIOCESI di - Oratorio di S. Giulia (sec. xili-xiv). Lucca.
Toscana Maria Maddalena d'Austria, erigeva la nuova diocesi di S. Miniato. Con questo provvedimento 118 fra chiese, conventi, luoghi pii, ecc. furono sottratti alla giurisdizione del vescovo di L., e tra questi le collegiate di Fucecchio, S. Croce, Castelfranco e S. Maria a Monte. Ad istanza del granduca Pietro Leopoldo, le due vicarie di Barga e di Pietrasanta ( 17 parrocchie) con la pieve di Ripafratta furono unite alla sede primaziale di Pisa da Pio VI ( 18 luglio 1789). Nello stesso documento il Papa ordinava però che passassero dalla diocesi di Pisa a quella di L. alcune parrocchie della marina e delle contigue colline lucchesi. Con l'erezione delle diocesi di Massa (3 luglio 1822), Leone XII assegnò al nuovo vescovato le 48 chiese comprese nella vicaria di Garfagnana e nella prioria di Castiglione (41 parrocchie, 7 cure). Pio IX ( 17 dic. 1853) ordinò il quinto ed ultimo smembramento per cui tutte le chiese situate nel territorio di Gallicano ( 9 parrocchie) passarono alla diocesi di Massa.
I vescovi di L. furono in ogni tempo immediatamente soggetti alla S. Sede; il pallio fu concesso a Benedetto I (1118-28) da Callisto II (1121) e la croce da metropolita da Lucio III (1181) al vescovo Guglielmo I (1170-94); ottennero l'uso nei pontificali del pileolo o zucchetto rosso alla guisa dei cardinali e soprattutto il titolo e la giurisdizione di conte di Diecimo, Piazza e Sala. Quest'ultima distinzione, che alcuni storici fanno risalire ad Ottone I, e che nel corso dei secoli dette luogo a lunghe ed aspre controversie con la Repubblica, costringendo non pochi vescovi a rinunziare alla dignità o vivere almeno lontani dalla sede, durò fino al 1726 allorché gli Anziani ottennero dal vescovo Bernardino Gunigi (1723-29) la rinunzia ai poteri civili esercitati allora sui territori di Diecimo e di Moriano, per un compenso in denaro, e venne meno del tutto nel 1787 per la cessione fatta dall'arcivescovo Martino Bianchi (1770-88) agli Estensi della contea di Piazza e Sala in Garfagnana. La S. Sede, accondiscendendo alla preghiera del governo lucchese, concesse il titolo di arcivescovo al capo della
## Page 970
diocesi (1742) e pochi anni appresso concesse al governo la presentazione di quattro nomi, poi di tre, per la nomina del vescovo.
Santuari. - Non esistono nella diocesi santuari di larga risonanza, eccetto quello sorto nel 1940 in città, presso il monastero delle Passioniste in onore di s. Gemma Galgani (m. nel 1903) e l'altro che si trova ai confini dei tre paesi Capannori, Antraccoli e Lunata, dove si venera dal 1665 un affresco rappresentante la Madonna del Carmine tra s. Rocco e s. Sebastiano affidato (1940) ai Carmelitani Scalzi della provincia toscana. Ma fin dal medioevo fu celebre a L. il simulacro del Volto Santo, cioè il Crocifisso ligneo che, durante il periodo iconoclasts, sarebbe approdato al lido di Luni e di là trasportato a L. (742), quindi deposto nella sua Cattedrale. Secondo la leggenda di Leobino il culto data dal sec. viII e non v'è ragione di dubbio, ma in tal caso il Volto Santo attuale non è l'antico e di una sostituzione nel sec. xir tacciono tutti i documenti.
Si ricorda ancora s. Zita (m. nel 1278), la cui incorrotta salma riposa presso la basilica di S. Frediano, nel sacello eretto nel 1321 dai Fatinelli, i fortunati signori della povera e santa ancella.
Bias.: Fonti: Archivio di Stato in L., Inventario, 5 voll., Lucca 1872, Pescia 1946; id., Regesti, I, parte 10 e 2², Pergamene del Diplomatico (750-1133), Lucca 1903-11; voll. II-V, Cartaggio degli Anziani (1337-1491), ivi 1903, Pescia 1943; F. Guidi-Parenti, Regesto del Capitolo di L., I-IV, Regesta Chartarum Italiae, Roma 1910-39; L. Schioparelli, Codice diplomatico longobardo, I-II, Roma 1929-33. Storia generale: G. Tommasi, Sommario della storia di L. dall'anno MIV all'anno MDCC, in Archivio storico italiano, 10 (1847), pp. 1 sgg. 387 sgg.; E. Lazzareschi-F. Pardi, L. nella storia, nell'arte, e nell'industria, Pescia 1941; A. Mancini, Storia di L., Firenze 1950. Storia ecclesiastica: Memorie e documenti per servire all'storia del Ducato di L., IV, parte 1² e 2²; V. parte 1² e 3²; VI. Lucca 1818-34; Rassegna ecclesiastica lucchese: Atti dell'Accademia lucchese: Bollettino storico lucchese; C. Biscotti, Notizie sommarie riguardanti le chiese, i benefici ed il clero dell'archidiocesi di L., Lucca 1853; A. Guerra, Delle immagini prodigiose e più venenste di Maria S.ma che si onorano nella città e diocesi di L., ivi 1860; R. Biagini, Le due invenzioni delle in relisole di s. Paolino primo vescovo di L., ivi 1903; A. Cesaretti, Sulla leggenda di s. Paolino vescovo e martire di L., discepolo di s. Pietro. Osservazioni, ivi 1904; P. Guidi, Serie cronologica dei vescovi e degli arcivescovi di L., in Schola clericorum et cura animarum, 2 (1905, II) p. 351 ; id., I vescovi e gli arcivescovi di L., ibid., p. 421 ; id., Serie dei vescovi di L. dal 1269 al 1276, ibid., 2 (1905, iv), pp. 346-52, 376-83; P. Guidi-O. ParentiF. Simonetti, Sinodo inedito celebrato nell'anno 1449 da Stefano Trenta, vescovo di L., Lucca 1905; G. Pisani, La beneficenza in L. prima del Mille, ivi 1907; A. Pedemonte, I primi vescovi della - Paroecia Lucensis -, studio critico, ivi 1915; P. Guidi-E. Pellegrinetti, Inventarii del vescovato, della cattedrale e di altre chiese di L. (Studi e testi, 24), Roma 1921; G. Barsotti, L. Sacra, Lucca 1923; A. Guerra-P. Guidi, Compendio di storia ecclesiastica lucchese, Lucca 1924; P. Guidi, Tuscia I (Studi e testi, 28), Città del Vaticano 1932; P. Pfanner, Di alcuniistituti di beneficenza in L., Lucca 1933; E. Nucci, I vescovi di Pescia dall'anno 1716 al 1918, Pescia 1938; A. Silvagni, Monumento epigraphica christiana, sec. XIII antiquiora, III, I, Lucca, Città del Vaticano 1938; D. Corsi, La diocesi di Pescia ed una corrispondenza inedita tra gli Anziani di L. ed i cardd. Spinola e Bannvizi del 1684, in Arpa serafica, 33 (1940), nn. 5-6; M. Giusti-P. Guidi, Tuscia II (Studi e testi, 98), Città del Vaticano 1942; M. Giusti, L'Ordo Officiorum della cattedrale di L., in Miscellanea Mercati, II, ivi 1946, p. 532 sgg.; P. Guidi, A proposito delle Note polemiche, di A. Pedemonte,
ivi 1943. Organizzazione della diocesi: M. Giusti, Le canoniche della città e diocesi di L. al tempo della riforma gregoriana, in Studi gregoriani, III, Roma 1948, p. 321 sgg.; L. Nanni, La parrocchia studiata nei documenti lucchesi dei secc. VIII-XIII, in Analecta Gregoriana, 1948. Sul Volto Santo: P. Guidi, La Luminaxà di S. Croce nel medio evo, Lucca 1920; id., La data nella leggenda di Leobino, in Archivio storico italiano, 7² serie, 18 (1932), p. 133 sgg.; A. Guerra-P. Guidi, Storia del Volto Santo, I, Sors 1926; P. P. Luiso, La leggenda del Volto Santo, I, Storia di un cimelio, Pescia 1928; F. Baroni, Il Volto Santo di L. e le sue glorime origini, Lucca 1932; G. Schnürer-J. Ritz, Saale Kümmarnis und - Volto Santo-, Düsseldorf 1933; A. Pedemonte, Quando come il Volto Santo a L., Lucca 1936.
Domenico Corsi
Arte. - 1. Architettura. - Le forme dell'architettura lucchese, da principio, rivelano un adattamento di quelle pisane - non solo nella città, ma anche nel suo territorio (pieve di Segromigno, di S. Andrea in Gattaini, di S. Maria del Giudici, in S. Giovanni presso Pietrasanta del sec. xili); e a L. lavorarono architetti pisani, anche se un particolare gusto per la profusione di ornati rivela un diretto influsso di maestranze lombarde (il S. Frediano, consacrato nel 1147; S. Maria Farisportam, S. Michele e S. Giovanni, tutte e tre della fine del sec. xir, e la fronte della cattedrale di S. Martino, datata 1204 e firmata da maestro Guidetto, movimentata nei suoi vani d'ombra e nella ricchezza degli ornamenti a tarsia e ad intuglio). Queste tendenze all'allaggerimento della massa romanica, si ritrovano anche nella facciata di S. Michele in Foro e di S. Pietro Somaldi (sec. xili), e si accentuano al sopraggiungere dell'influsso gotico, determinante specialmente, sul finire del Trecento, nell'opera di ricostruzione interna del Duomo.
Nel territorio della diocesi, caratteri pisani, commisti ancora a forme lombarde, si trovano nella facciata del duomo di Barga, nelle pievi di S. Cassiano di Controne, di Castelvecchio a Vellano, di S. Gennaro a Capannori, di Villabasilica, di Brancoli; mentre l'arte gotica è presente nella parte superiore della fronte di S. Agostino a Pietrasanta e in S. Michele di Castiglione Garfagnana. Nel Rinascimento sono preponderanti le influenze fiorentine, accentuate dall'attività di artisti venuti da Firenze, quali Baccio da Montelupo, cui si deve l'architettura del S. Paolino (1522), e Bartolomeo Ammannati, che iniziò il Palazzo della Signoria (1578) e costruì i Palazzi Bernardino e Orsetti. Ma glorie locali sono Matteo Civitali (1435-1501), che costruì il Palazzo Pretorio, e poi il figlio Nicolao (n. nel 1482) e il figlio di questo, Vincenzo (1523-97). Per il periodo barocco si ricorda la Villa Garzoni di Collodi e l'ampliamento del Palazzo della Signoria ad opera dello Juvara e del lucchese Francesco Pini; e lucchesi sono anche Fr. Buonamici (che si trasferì poi a Malta) e D. Martinelli (che si recò in Austria). Per il xix sec. si rammenta L. Nottolini (1787-1851).
2. Scultura. - L'influenza lombarda è preponderante anche nella scultura dei secc. xii-xiil: nelle storie di Mosè nella conca del fonte battesimale di S. Frediano (fine sec. xit), opera di un Maestro Roberto; nelle decorazioni delle facciate delle chiese, in massima parte legate alla maniera del Guidetto; nell'opera di Boluino, che segnò il suo nome nel portale laterale della chiesa di S. Salvatore (fine sec. xit); e in quella dell'anonimo scultore, probabilmente pisano, che ha lasciato il bel gruppo
## Page 971
con la Carità di s. Martino nella facciata della Cattedrale. Quest'ultimo sembra veramente preludere all'arte di Giovanni Pisano, mentre da quella di Nicola derivano le sculture del portale di sinistra della medesima chiesa. Le forme della scultura pisana dominano nel Trecento, e tra gli scultori locali che lavorarono assieme alle maestranze di Giovanni si ricorda Coluccio di Collo, che architetto anche l'oratorio di S. Giulio. Agli albori del secolo seguente, la tomba d'Ilaria del Carretto in S. Martino, di J. della Quercia (1406) inizia un periodo d'influenza senese-forentina, accentuata dall'arrivo già rammentato di Baccio da Montelupo che, come scultore, lavorò la tomba di Silvestro de' Gigli (m. nel 1521) in S. Michele. Dai fiorentini post-donatelliani deriva invece l'opera di Matteo Civitali, da ricordare per il sepolcro di Pietro Noceto, per il tempietto del Volto Santo (1484) in Duomo e per la Madonna della Tosse nella chiesa della Trinità; suo collaboratore fu Lorenzo Stagi da Versilia ( 1455-1506 ). Nell'età barocca si ricordano i carraresi Giovanni Lazzoni (1617/18-1688), per la statua di Maria in Piazza S. Francesco e le opere nelle chiese di S. Caterina e di S. Angelo in Campo, e Giovanni Isidoro Baratta ( 1670-1747 ) per l'altare del Sacramento in S. Ponsiano. Qualche rinomanza abbero nell'Ottocento gli scultori V. Consoni e A. Passaglia.
3. Pittura. - La pittura, che anche a L. trovò le prime manifestazioni nella decorazione delle facciate delle chiese (si vedano, ad es., i musaici bizantineggianti nella parte superiore della fronte di S. Frediano), vide all'opera nel Duecento i Berlinghieri e Deodato Orlandi. I primi sono ricordati a L. fin dal 1228, e di Berlinghiero padre è la Croce (firmata) nella Pinacoteca, mentre Bonaventura firmava nel 1235 la tavola con s. Francesco e storic della sua vita nella chiesa di S. Francesco a Pescia; Deodato Orlandi ha lasciato il suo nome nella Croce del 1288 (Pinacoteca) e a lui si può anche attribuire l'affresco sul sepolcro di Bonaiuta (1274) nel chiositro di S. Francesco. Nel Trecento, la scuola locale ha lasciato opere di qualche merito di Angelo Puccinelli, attivo fino al primo decennio del secolo seguente, influenzato da Siena (Trittico del 1350 nel Museo) e poi dal Traini e da A. Gaddi (Tranato della Madonna del 1386 in S. Maria Forisportam); e di Francesco Anguilla (1386-1440), seguace anch'egli degli Orcagna e del Traini. Ma nel Quattrocento e nel Cinquecento l'afflusso di opere fiorentine è determinante per l'evolversi della pittura locale. E si ricordano tra i fiorentineggianti Paolo Zacchia (Ascensione, datata 1561, nel coro di S. Salvatore; Assunta, nella Pinacoteca) e il nipote Lorenzo Zacchia (opere delle chiese, datate dal 1530 al 1587), nonché Agostino Marti (lunetta del 1516 in S. Paolino; Sposalizio della Vergine del 1520 in S. Michele). Nel sec. xvir la scuola pittorica tucchese è soggetta agli influssi di quella di Bologna : e da G. Reni derivano Paolo Biancucci (Purgatorio nella chiesa del Suffragio; tavola con vari santi in S. Francesco) e Pietro Ricchi (due quadri in S. Francesco). Al Domenichino e ai Veneti si ispira invece Pietro Paolini (Martirio di s. Andrea, in S. Michele; S. Gregorio che dà da mangiare ai pellegrini, nella Libreria di S. Frediano). E forse dal Paolini apprese i primi rudimenti dell'arte il più celebre Pietro Testa, detto il Lucchesino (suoi dipinti sono a S. Romano e a S. Paolino, e un affresco con La libertà è in Palazzo pubblico). Nel Settecento grande rinomanza si acquistava Pompeo Batoni, tra gli artisti italiani più dotati del primo neoclassicismo. - Vedi tavv. CXIII-CXIV.
BibL.: E. Ridolfi, Guida di L., Lucca 1877; P. Campetti, Catal. della Pinacoteca di L., ivi 1909; id., Guida di L., ivi 1912; Touring Club Italiano, Toscana, parte 2² (Atrusceros l'Italia, 6), Milano 1935 (v. indice); P. Toesca, Storia dell'arte italiana, I, Torino 1927; II, ivi 1930, v. indice.
Gilberto Ronci
LUCCHESIO da Poggibonsi, beato. - Primo terziario francescano. N. ca. il 1181, m. il 28 apr. 1260. Datosi in giovinezza a vita di mondo, si sposò con la b. Bona dei Segni; sempre insoddisfatto del suo stato di vita, si diede dapprima alla carriera delle armi, divenendo condottiero e parteggiando per i
guelfi; indi passò alla mercatura; finché non trovò pace nel darsi alla vita ascetica.
Venduti e distribuiti ai poveri tutti i suoi beni, si dedicò a una vita di pietà e di carità verso il prossimo, specialmente i poveri e gli infermi dell'Ospedale di Poggibonsi e della maremma toscana. Quando nel 1221 s. Francesco istituì il Terz'ordine, egli fu tra i primi che vi appartennero e ne viene considerato come il primogenito. Fu suo discepolo il b. Davanzato Davanzati. Ebbe estasi frequenti e compì miracoli anche in vita. Nell'Ordine francescano se ne celebra la festa il 28 apr.
BibL.: Una Vita antica, riassunta d'una anteriore, andata perduta e scritta poco dopo la morte del Beato, in Acta SS. Aprilis, III, Parigi 1868, pp. 600-16; A. Neri, Vita del b. Lucchese, Assisi 1890; F. Giallard, Breve vita del b. L. da P., Quaracchi 1921.
Alberto Ghinato
LUCE ELETTRICA. - Uso liturgico. - Per precise disposizioni della S. Congregazione dei Riti la 1. e. è proibita nell'uso liturgico del culto, ma è permessa per illuminare le chiese o per ornarle con maggiore solennità (decreti nn. 3859 e 4322 ).
1) Sugli altari debbono stare solo candele di cera ed è proibito collocarvi candele elettriche (unitamente a quelle di cera o per i gruppi; decr. n. 4097). E proibito collocare candele elettriche avanti o attorno al trono per l'esposizione del S.mo Sacramento o nell'interno del ciborio (4275), avanti alle sacre reliquie o a sacre immagini poste sopra gli altari ( 4206 e 4322). Davanti l'altare, dove è conservato il S.mo Sacramento e dove sono esposte sacre reliquie, dove trovarsi almeno una lampada ad olio (4334 e 86). Nelle ultime due guerre (1914-18 e 1939-45), data la difficoltà di procurarsi olio o cera a prezzo conveniente o in quantità sufficente, è stato permesso l'uso delle lampade elettriche ( 4334 e 86), con obbligo di ritornare appena possibile alla tradizione secolare, ciò che è avvenuto con decreto del 18 ag. 1949. Quest'uso venerabile della cera e dell'olio si fonda sul significato simbolico e sul carattere del culto in una distruzione visibile della materia da ardere (86).
2) Si usa la l. e. per l'illuminazione interna della chiesa, per ornamento dei quadri o delle sacre immagini (fuori degli altari) o per maggior solennità ( 4206 e 4322 ). L'illuminazione deve essere seria e sobria ( 3859 ). Non si permettono figure, corone, iscrizioni, monogrammi, simboli, raggi, stelle, ecc., composte di lampade a l. e. (4210 ed 1), più che mai di lampade a vari colori (4322). Si preferiscono sorgenti luminose nascoste. Nei cimiteri ai sepolcri dei morti si permettono le lampade elettriche invece delle candele a cera ( 4778 ).
BibL.: Derreta authentica S. Rituum Congregationis, 6 voll., Roma 1893-1926 (v. indici); AAS, 41 (1949), pp. 476-77; G. Perardi, La dottrina cattolica, I, II culto