dei morti si permettono le lampade elettriche invece delle candele a cera ( 4778 ).
BibL.: Derreta authentica S. Rituum Congregationis, 6 voll., Roma 1893-1926 (v. indici); AAS, 41 (1949), pp. 476-77; G. Perardi, La dottrina cattolica, I, II culto, Torino 1938, pp. 237 239, 265 -67.
Pietro Siffrin
LUCENA, diocesi di. - Diocesi e città nelle Isole Filippine. La diocesi è stata creata dal papa Pio XII con la cost. apost. Quo aeternae dominici gregis del 28 marzo 1950 per smembramento dalla diocesi di Lipa del territorio dell'Isola Marinduque e della parte meridionale della provincia civile di Quezon, elevando al grado di cattedrale la chiesa di S. Francesco. La diocesi è suffraganea di Manila.
BibL.: AAS, 42 (1930), pp. 383-85.
Enrico Josi
LUCENA, JuAN de. - Scrittore spagnolo, vissuto nel sec. xv. Dimorò per qualche tempo in Roma, ove fu familiare di Enea Silvio Piccolomini (il futuro Pio III) godette la protezione di Alfonso V d'Aragona e di Isabella la Cattolica, alla quale indirizzò una Epistola exhortatoria a las letras; m. nel 1506.
Nel suo Libro de vida beata, composto nel periodo 1452 1453, il vescovo di Burgos, il marchese di Santillana, Juan de Mena e L. stesso, i cui caratteri risultano efficacemente profilati, colloquiano intorno alla vita attiva e contemplativa, esaminando i vari stati degli uomini e conciudendo che sulla terra è preclusa la perfetta felicità. Singolari gli spunti apologetici nei confronti degli Ebrei convertiti. L'opera, in gran parte un rifacimento
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Lucera, diocesi di - Facciata della Cattedrale iniziata nel 1300 e terminata nel 1317.
del Dialogus de felicitate vitae dell'umanista italiano Bartolomeo Facio, ebbe larga diffusione e, per i suoi pregi di lingua, figura tra le autoridades dell'Accademia spagnola. Nella Biblioteca nazionale madrilena se ne conserva un manoscritto, firmato dall'autore nel 1464 e postillato da un anonimo.
BibL.: Il Libro fu edito per la prima volta a Zamora nel 1483 e, successivamente, a Burgos nel 1499 e nel 1502; ed, moderna, a cura di A. Paz y Melia, in Opúsculos literarios de los siglos XIV a XVI (Sociedad de bibliófilos españoles), Madrid 1802, p. 209 sgg. Enzo Navarra
LUCEORIA (Luck), diocesi di. - Città e diocesi in Polonia, suffraganea di Leopoli. La diocesi fu fondata nel 1358 da Innocenzo VI, ma cori sede vescovile a Wlodzimiers Wolynski, confermata nel 1375 da Gregorio XI. Ne fu primo vescovo Pietro Domenicano. Nel 1428 il vescovo Andreas Sptawski trasferì la sede a Luck. Dal principio del sec. xvı i vescovi portano il titolo di Luck e Brześć, perché solevano spesso risiedere in quest'ultima città. Nel 1797 la diocesi fu unita con quella di Żytomierz, dove nel 1844 fu anche trasferita la sede vescovile; ma il 28 ott. 1925 questa tornò a Luck, essendosi di nuovo instaurato il vescovato di Żytomierz.
Attualmente tutta la diocesi è sotto l'occupazione sovietica. Nel 1939 contava: 398.000 cattolici, 185 parrocchie, 246 sacerdoti diocesani e 15 regolari. Vescovi eminenti: Gregorio Domenicano (m. nel 1425); Jerzy Palczewski (m. nel 1548); Wiktorjan Wierzbicki, il quale convocò il primo sinodo (m. nel 1588); Pawel Algimunt principe Holszański, poi vescovo di Wilma, partecipò al Concilio del Laterano nel 1512 (m. nel 1535); Bernard Maciejowski, poi primate e cardinale (1548-1608); Marcin Szyszkowski (1554-1630); Henryk Firlej, poi primate di Polonia (m. nel 1626); Aleksander Lipski, poi vescovo di Cracovia e cardinale (1690-1745); Franciszek Kobielski, (m. nel 1755); Adam Stanisław Naruszewicz, vescovo di Smoleńsk, storico e poeta (1733-96).
IL VESCOVATO DEI RUTENI A Wl.ODZIMIERS WOLYNSKI. - Il vescovato < ortodosso > vi fu fondato nel sec. xi ed ebbe a primo vescovo Stefan (m. nel 1094). Dopo l'Unione con Roma del 1595-96, il primo vescovo unito fu Hipacy Pociej, metropolita di Kiev (1541-1613). Nel 1795, dopo il terzo smembramento della Polonia, il vescovato fu soppresso dalla czarina Caterina II.
IL VESCOVATO DEI RUTENI A LUCK. - Il vescovato <ortodosso > vi fu fondato nel 1327 ed ebbe a primo vescovo Teodozjusz. Egli e i suoi successori portavano il titolo di vescovi di Luck e Ostróg e di «esarchi di tutta la Rutenia». Dopo l'Unione con Roma del 1595-96, il primo vescovo unito fu Cyryl Terlecki (m. nel 1607). Il vescovato cadde nel 1826 sotto la dominazione russa e fu soppresso dall'imperatore Nicolò I.
BibL.: J. Dlugosz, Omnia Opera, IV, V, Cracovia 1863-87, passim; A. Theiner, Vetera Monnmenta Poloniae et Lituaniae, I, Roma 1860, pp. 712-13; III, ivi 1865, pp. 283, 478; A. Bielowski, Monumenta Poloniae Historica, II, Lwów 1872, pp. 630631, 643; J. Polesz, Geschichte der Union der eulhenischen Kirche mit Rom, II, Vienna 1880, pp. 33-39, 64-68; T. Glemma, Luck, in LThK, VI, pp. 749-50; A. J. Shipman, Lutzk, in Cuth. Enc., IX, pp. 463-65. Adam Maciehinski
LUCERA, diOcesi di. - Città e diocesi in provincia di Foggia. Ha una superfice di 65 kmq., 105.000 ab. tutti cattolici; conta 21 parrocchie con 84 sacerdoti diocesani e 19 regolari, un seminario, 6 comunità religiose maschili e 23 femminili (Ann. Pont., 1951, p. 256).
I primi due nomi della lista dei vescovi di L., s. Basso e s. Pardo, non poggiano su alcun argomento solido. Così pure un Giovanni e un Marco, sostenuti da un anonimo medievale, non hanno precise relazioni con L. (cf. Lanzoni, pp. 275-77).
Ad ogni modo, la diocesi lucerina è storicamente accertata alla fine del sec. v, allorché per la prima volta in due lettere di papa Gelasio I (Jaffé-Wattenbach, 631,58) si fa menzione di un Lucerinus episcopus (493-95), cui segue, in ordine di tempo, Anastasio ( 558 -60), ordinato da Pelagio I e raccomandato dal Pontefice a vari personaggi. Il catalogo lucerino comincia poi a farsi meno oscuro con Marco, che partecipò al Sinodo del 743, tenuto da papa Zaccaria, quindi un Ailalchio o Adelchisio (957), e poi Alberto, presente al Concilio Lateranense di Leone VIII (964), Azzo, che prese parte al Sinodo beneventano del 1075, ecc. Tra i successivi si ricordano: Rainaldo, presente al Concilio Lateranense di Alessandro III (1179); Nicola, nunzio apostolico in Oriente (1261); Agostino, domenicano, poi santo (m. nel 1323); Luca de' Gentili (1388), poi cardinale; Andrea Matteo Palmieri (1534), cardinale; Scipione Borruto, ucciso dai banditi (1591); e Domenico de' Liguori, patrizio napoletano (1717-29), fondatore dell'episcopio e del seminario.
Monumenti. - Il monumento cristiano più importante di L. è la cattedrale gotica, superba testimonianza dell'arte francese in Puglia. Ben a ragione, Benedetto XI si congratulava con Carlo II d'Angiò che l'aveva costruita in onore della Vergine Assunta in Cielo, sulle rovine della moschea sanscena, voluta dallo svevo Federico II. La chiesa, iniziata nell'ott. del 1300 e terminata il 1317, ha tre navate, con abside terminale a raggiera, come le chiese di Provenza, poggiata su robusti contrafforti. La facciata, l'interno e il transetto esprimono tutti un'armonia rude di linee e di masse, che il gotico ingentilisce con le sue ogive e le sue finezze. Nell'interno sono da segnalare : l'altar maggiore, un monolita già monsa nel palazzo svevo di Castel Fiorentino, una statua della Vergine (xit sec. ?), alcuni affreschi del ' 300 con la statua di Carlo II, un S. Francesco del Solimena, e, nel tesoro, il ciborio di G. da Nola e la croce in oro e argento del francese G. Verdelay (1305). Altre chiese notevoli sono: la trecentesca chiesetta di S. Francesco, con bella facciata e magnifico soffitto; S. Domenico e il Convento di S. Salvatore, ambedue coeve, ma scarsamente conservate.
BibL.: Jaffé-Wattenbach, pp. 84, 87 e 130, nn. 631, 658, 988; B. Gama, Series episcop. eccl. cath., suppl., Ratisbona 1886, p. 891; G. D'Amely, Storia della città di L., Lucera 1861,
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pp. 121-24, 297-305; F. Lenormant, A travers l'Apolio et la Lucanie, I, Parigi 1883, pp. 95-100; R. Caggese, Foggia e la Capitanata, Bergamo 1910, pp. 102-34; V. Coletti, Indagini storiche sopra L., Pompei 1934, pp. 27-92; G. Gifuni, Le opere della fede e dell'arte : il domno di L., in L'Ilbutr. Vatic., 8 (1937), pp. 713718; id., L., Urbino 1937, pp. 18-31 e passim: Cottincau, I, col. 1667; D. Vendola, Raitones decimarono Italiae nel sec. XIII e XIV, Apulia, Lucania, Calabria (Studi e testi, 84), Città del Vaticano 1939, pp. 25-61. Pasquale Testini
LUCCERNA. - Per quanto riguarda la tipologia e l'uso delle l.: v. Illuminazione nelle chiese antiche.
Talvolta la l. ha assunto un significato simbolico. Cosí, ad. es., in qualche iscrizione è stata rappresentata la l. accesa, come nell'epitaffio di una Ianuaria (cf. G. B. De Rossi, Roma sotterranea, III, Roma 1877, p. 353 e terv. 27 -29 n. 22) e in due sepolcri in Panfilo (cf. E. Josi, Il cimitero di Panfilo, in Rie. di arch. crist., 5 [1906], p. 79 e fig. 13, p. 89 e fig. 18). Nel primo e nel terzo esempio la l. esprime, secondo G. B. De Rossi, l'anima che si presenta a Cristo portando la lampada accesa, come nella parabola evangelica delle dieci vergini, ovvero il desiderio che l'anima praemia lucis habeat (cf. G. B. De Rossi, Inscr. Christ., I, Roma 1857-61, n. 412); nel secondo esempio è il signum del nome del defunto Lucernio.
In una lastra marmorea del Cimitero Maggiore è graffita la defunta orante tra i due suoi santi protettori, quello di destra tiene in mano una l. accesa. G. B. De Rossi spiegò la scena con la visione narrata negli Acta dei martiri africani del 259 Lucio e Montano, in cui si dice che Cristo è lucerna pedibus nostris et qui est sermo scilicet Dei (Una visione narrata dai martiri africani del III sec. e nn graffito simbolico trovato nel cimitero Ostriano, in Bull. d'arch. crist., 3^{text {a }} serie, 5 [1880], p. 67 e tav. III).
Enrico Josi
LUCERNARE. - L'ora della preghiera serale quando nelle case si accendeva la luce. Non è da confondersi con il vespro, benché i tempi delle due preghiere siano cosi vicini che nome e significato talvolta si confondono: Hora lucernalis (Cassiano), Lucernarium (Cesario, Eteria), Eucharistia lucernalis (Basilio), Gratia vespertina (Gregorio di Tours).
Presso gli Ebrei c'era l'uso alla sera del sabato di accendere più solennemente la luce e di salutarla ritualmente come simbolo di quella divina. Da ciò si spiega bene la circostanza che a Troade, dove s. Paolo presiedeva alla notturna "frazione di pane", il cenacolo era illuminato sfarossamente (Act. 20, 8). Per i cristiani questo tempo di accendere la luce coincideva con la veglia domenicale, e cosí il rito simboleggiava la Risurrezione di Cristo e la sua parusis.
Anche i Greci ed i Romani salutavano il lume come "buono", "amabile", "piacevole", il portaluce pronunciava un augurio, ed all'accendersi della luce si aggiungevano sacrifici e preghiere. Nelle case dei cristiani e nelle sedi delle loro riunioni, questo divenne un rito religioso. S. Basilio (PG 32, 205) cita l'antico inno Lumen hilare, proveniente forse dai tempi dei martiri, che si recitava in questa occasione e che occorre anche oggi nel greco esperinos e nelle liturgia dei presantificati. Suo fratello, s. Gregorio di Nissa, racconta che, all'accendersi della luce, la sorella Macrina morente recitò per l'ultima volta il consucto ringraziamento lucernale (PG 46, 985). La Costituzioni apostoliche (II, 59, 2; VIII, 35-37) prescriveno per le riunioni liturgiche questo rito: si recita il salmo 140 , già citato da s. Giovanni come preghiera quotidiana, cui seguono altre preci di ringraziamento. Si recitava come cantico l. anche il Nunc dimittis. Simili orazioni erano in uso alla cerimonia dell'agape, secondo la recensione etiopica della Tradizione apostolica d'Ippolito. Nota è la descrizione del l. a Gerusalemme, fatta da Eteria nella Peregrinatio. Ciò dimostra che nell'Oriente era praticato quasi universalmente. Si hanno molte testimonianze per il suo uso in Occidente. Cipriano (De dom. orat., 35) ammoniva di pregare "recedente sole ac die». S. Girolamo raccomandava (Ep., 107, 9, 3) a Leta romana di fare alla figlia "accensa lucerna
reddere sacrificium vespertinum \%. Di s. Paolino si narra che nell'ultima agonia al tempo del l. cantava lenta voce "Paravi lucernam Christo meo" (Ps. 131, 17; Uranio, De morte Paulini, 4: PL 53, 862). Nell'Ufficio milanese il 1. precede il vespro. Nella Spagna, osserva Eteria, si usava il l. come a Gerusalemme. Prudenzio compose l'inno lucernale Inventar rutili, che si cantava nel medioevo al Sabato Santo dopo la benedizione del fuoco. Il rito monarchico conserva anche oggi, come Milano, il ricordo di questo l. : prima del vespro il diacono canta "In nomine Domini nostri Iesu Christi, lumen cum pace» e il popolo risponde Deo gratias (simile al nostro Lumen Christi del Sabato Santo). Nelle Gallie le Regole monastiche di s. Cesario e di s. Aureliano (PL 68, 395) attestano l'uso del 1. sull'esempio della Regola di Lerin; si distingue il l. (con salmi ed antifone) dal vespro. La Regola magistri (PL 88, 1004) allude almeno con il nome al l., benché parli del vespro. Secondo l'antifonale di Bangor (PL 72, 588), anche in Irlanda il l. era in uso; nota la benedizione del cero con l'inno Ignis creator (senza qualsiasi allusione alla Pasqua) con una speciale colletta.
E da notare che s. Benedetto non vi accenna affatto nella sua Regola perché non era in uso a Roma, ed ordind di cantar il vespro alla luce del giorno, escludendo cosi lumi e lucerne. In tutto il Mediterraneo al tempo di s. Girolamo, di s. Agostino, di Ennodio di Pavia (m. nel 391) ed anche di s. Gregorio Magno (in una lettera del 60r all'arcivescovo di Ravenna), al Sabato Santo era in uso il l. della Laus cerei, non nell'Urbe, ma soltanto in suburbanis civitatibus (Ord. Rom., I : PL 78,960). Nel Laterano il Giovedi Santo ed i seguenti giorni c'era una processione cum supplici silentio; con una scintilla tratta dalla pietra si accendeva una candela fissata alla sommità d'una canna, con le quale poi si accendevano le sette lampade dell'altare.
Oggi, al Sabato Santo, il rito romano-latino riunisce e fonde insieme i tre riti e preci, originariamente distinti : a) la benedizione del fuoco con le 4 collette, che sono un richiamo alla primitiva Eucaristia lucernale; b) la processione del Lumen Christi, un altro avanzo del l.; c) il rito dell'Exultet, la classica Laus cerei, già attribuita a s. Agostino.
Bial.: J. Schuster, L'Eucaristia lucernaris nella liturgia ambrosiana, in Ambrosius, 7 (1931), p. 57 sg.; id., Liber Sacramentarum, IV, Torino 1934, pp. 1-14, 45-54; F. J. Dölger, Lumen Christi, Untersuchungen zum abendlichen Licht-Segen, in Antike und Christentum, 5 (1936), pp. 1-43; C. Callewaert, Vesperae antiquae in officio praesertim Romano, in Sacris erudiri, Steenbrugge 1940, pp. 91-96; M. Righenti, Manuale di storia liturgica, II, Milano 1946, nn. 441-42.
Pietro Siffrin
## LUCERNARIO : v. LUMINARE.
LUCIA, santa, martire. - Vencratissima in tutta la Chiesa, subí il martirio a Siracusa durante la persecuzione di Diocleziano, il 13 dic. del 304. Il più antico ed autentico documento del culto tributato a L. è un'iscrizione trovata nel cimitero di S. Giovanni a Siracusa nel 1894; essa risale agli inizi del sec. v, e si riferisce ad una certa Eusebia morta « 7 bar{ρ} 6097 ì 7 ì́s Koupias μ ° mathrm{v} Aovaias».
Il culto di L. varcò ben presto i confini della Sicilia. La sua festa si trova già nel Sacramentarium Gelasianum (Reg. 316) e nel Sacramentarium Gregorianum (Pad. D. 47), segnata al 13 dic.; alla stessa data è commemorata nel Martirologio geronimiano. Nel sec. vi esisteva anche a Roma, oltre che a Siracusa, un monastero a lei dedicato (s. Gregorio Magno, Reg. epist., VII, 36; XI, 13), e nel sec. vii Onorio I (625638) le consacrò una chiesa. Probabilmente s. Gregorio Magno ne inserí il nome, insieme con quello di Agata, nel Canone della Messa, e verso lo stesso tempo il suo culto fu introdotto anche nelle chiese di Milano e Ravenna. Quivi la sua immagine fu anche rappresentata nel famoso corteo delle Vergini della chiesa di S. Apollinare nuovo. Il calendario marmoreo di Napoli ed i sinassari greci la commemorano concordemente il 13 dic.
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La Passio, della quale esistono redazioni in greco (BHG, 995 sg .) ed in latino (BHL 4992-5003), composta tra il sec. v ed il vi, è un centone da annoverarsi tra le leggende agiografiche scritte per esaltare la grandezza della verginità cristiana, sebbene vi si possa scorgere un certo nucleo primitivo sull'interrogatorio del tribunale. Secondo la Passio, L. era una giovane e ricca siracusana, già promessa ad un'buo concittadino. Andata a Catania al sepolcro di s. Agata, per imperrare la guarigione della madre, le apparve la Santa, assicurandola dell'esaudimento della sua preghiera e preannunziandole il martirio. Tornata a casa, infatti, decise di restare vergine, perciò il fidanzato l'accusò come cristiana al prefetto mathrm{Pa}- scasio. Questi la fece chiamare al suo tribunale; ma tornate inutili minacce ed esortazioni, ordinò che la vergine fosse condotta in un luogo infame, ma, per quanti sforzi si facessero, né uomini né buoi adibiti riuscirano a smuoverla di un sol passo. Fu cosparsa di materie incendiarie, ma il fuoco non la toccò; finalmente fu trafitta con un pugnale. Prima di spirare, L. ebbe ancora il tempo di preannunziare la prossima pace, che sarebbe venuta alla Chiesa con l'abdicazione di Diocleziano, e di ricevere l'Eucaristia dalle mani del vescovo. Sul suo sepolcro fu poi edificata una chiesa, divenuta ben presto meta di pellegrinaggi e centro di prodigi. Pascasio invece, accusato per aver depredato la provincia, fu condotto a Roma e giustiziato.
Sulle reliquie di L. esiste una doppia tradizione. Secondo l'uno, esse sarebbero rimaste a Siracusa fino al sec. viII, quando Faroaldo, duca di Spoleto, impadronitosi di Siracusa, le avrebbe portate a Corfino ( = Pèntima), nell'Abruzzo. In sarebbero rimaste per oltre due secoli e nel 969 sarebbero state trasferite a Metz dal vescovo Teodoricu, per concessione dell'imperatore Ottone. Nel 1042, un braccio sarebbe stato donato all'imperatore Enrico III, che lo avrebbe regalato al monastero di Luitbourg. Secondo l'altra versione, invece, da Siracusa le reliquie di L. sarebbero state trasferite a Costantinopoli nell'822 da Giorgio Maniace, per sottrarle al furore devastatore dei Saraceni. Quando nel 1024 la città fu presa dai Crociati, sarebbero state da questi trasportate a Venezia e collocate nel monastero di S. Giorgio. Nel 1280 sarebbero state trasferite in una chiesa dedicata a L., eccetto un braccio che sarebbe rimasto in S. Giorgio, ma che poi Pio IX, nel 1860, avrebbe fatto trasferire nella chiesa di S. Geremia.
L. è generalmente invocata come protettrice della vista, e contro tutte le malattie oftalmiche e la cecità. L'iconografia la suole rappresentare con un vassoio in mano contenente un paio di occhi. Così, di tutta la leggenda sul martirio della Santa, l'episodio che più ha colpito la fantasia popolare è quello degli occhi, che L. si strappa e invia in un vassoio al prefetto Pascasio, innamoratosi di lei, soprattutto per lo splendore del suo sguardo. Tuttavia questo episodio non si legge nella Passio e non si inserì che più tardi nel racconto della vita di L., trasportatovi dalla leggenda di un'altra Lucia (cf. Mosco, Pratum spirituale, 60: PL 74, 178). Secondo alcuni la connessione di L. con la rappresentazione degli occhi
sarebbe stata suggerita dal nome della martire: L. = luce, quindi invocata nelle malattie degli occhi, che della luce si servono per vedere. Anzi nel medioevo una specie di collirio si chiamava senz'altro «santalucia».
Boll.: C. Gaetani, Memorie intorno al martirio e culto di r. L. vergine e martire siracusano, Siracusa 1879; A. Beaugrand, Ste Lucie, ex sic, non martyre, ser reliques, non cults, Parigi 1882; P. Gresi, Imigne epigrele del cimitero di S. Giovanni in Siracusa, in Römische Quartalschrift, 8 (1895), pp. 299-308; C. Barreca, S. L. di Siracusa, Roma 1902; A. Dulcatura, Etude sur les Cotes martyrum romains, II, Parigi 1907, pp. 188-94; Martyr. Hieronymionum, p. 647; V. L. Kennedy, The saints of the canon of the Mass, Roma 1938, pp. 169-73; Martyr. Romanum, p. 580. Agostino Amore
## Iconografia. -
1 tenn icenografici relativi alla raffigurazione di s. L. sono assai numerosi: non di rado i suoi attributi vengono accumulati, come nella tavola di Pietro Lorenzetti per la chiesa di S. L. fra le Rovinate, di Firenze, del 1340 ca., nella quale la Santa si presenta con la palma nella mano destra, la lucerna nella mano sinistra e la spada infitta nel collo, simboli rispettivamente del martirio, della saggezza (la lampada delle vergini savie della parabola del Vangelo) e determinazione del martirio. Inoltre sulla bocca della lucerna appaiono due occhi, attributo, questo, entrato solo tardi nella tradizione iconografica di L., ma che resterà costante, almeno nell'arte italiana.
Nelle più antiche raffigurazioni la Santa appare distinta dagli attributi della verginità e del martirio : così nel solenne corteo delle vergini di S. Apollinare nuovo a Ravenna, con le ss. Agata, Cecilia, Agnese, ecc., del sec. vi, recando in mano, come esse, un serto di fiori. Analogamente, rivestita di splendenti vesti bizantine di carattere principesco, s. L. si ritrova negli affreschi di S. Elia presso Nepi, nel Lazio, del sec. xi, accanto a s. Caterina e ad altre sante. La lampada accesa compare già nel musaico dell'abside di S. Maria Maggiore, a Roma, del sec. xitI, e, mentre è assente in Germania, rimane in Italia un attributo costante, unito per lo più alla palma. Oltre al già citato esempio di Pietro Lorenzetti, si ricorda ancora la pala di Sebastiano del Piombo, in S. Giov. Crisostomo a Venezia, ed il bassorilievo di Luca della Robbia nel portale di S. L. a Firenze. Un altro attributo che si è diffuso soprattutto in Italia e nei paesi latini è quello degli occhi sul vassoio, o esposti in altro modo : ma in realtà, come s'è accennato, la leggenda del martirio compiuto mediante estrazione dei bulbi oculari risale solo al sec. xir, e in una tavola di Angelotto da Gubbio l'attributo degli occhi ha un valore meramente simbolico; la Santa sorregge con la mano destra un vassoio, nel quale stanno 6 occhi, e ha nella mano sinistra un altro occhio. Nella volgarizzazione del tema generalmente la Santa conserva il vassoio, con gli occhi, nella mano sinistra, mentre nella destra sorregge la palma, la lucerna, talvolta il calice e raramente un libro. Così in pale d'altare o tavole del Crivelli, del Garofalo, di Sano di Pietro nell'Accademia di Siena, del Mainardi in S. Gimignano, di Andrea da Assisi nella Pinacoteca di Perugia. Si trovano anche squisite variazioni: nella celebre S. L. del Cossa (della collezione Duveen a Londra, già facente parte
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del Polittico Griffoni del 1473 ca.) la Santa regge gli occhi come fiori sullo stelo, per analogia al fantastico attributo di s. Floriano, cui essa è accostata, e che è raffigurato con un fiore in mano. Gli attributi finora descritti compaiono normalmente anche nelle sacre conversazioni, delle quali fa parte la Santa, come in quelle di Tommaso di Vigilia nella Galleria del Museo a Palermo, e del Borgognoe nella Galleria Carrara di Bergamo. Generalmente la Santa è affiancata a s. Caterina.
La spada infitta nel collo, sostituita talvolta da un pugnale, è una indicazione determinati. va del martirio: compare in due tavole del Museo nazionale di Monaco, del monastero di Messkirch a Karlsruhe, ecc. Così anche in una tavola di Holbein il Vecchio a Praga. Talvolta la spada si appoggia al libro, come in una pittura di Jacopo di Michele Gera nel Palazzo dei Priori a Volterra. Un'altra specificazione del martirio, ma diffusa solo in Germania, è quella delle fiamme che avvolgono dal basso la Santa, come si trova a Colonia in una pala di collezione privata della scuola locale e in una tavola di Holbein. Naturalmente esistono altre raffigurazioni che non appartengono a codesti schemi : nella pala del Borgognone a Bergamo i due occhi stanno sulla punta della spada. Il Flandrin in una tavola della chiesa di St-Vin-cent-de-Paul a Parigi e l'Angelico in un reliquiario di S. Maria Novella le pongono fra le mani una corona. Inoltre, nei paesi di lingua tedesca, dove le singole raffigurazioni della Santa risalgono solo al tardo Quattrocento, la Santa porta di consueto un largo mantello aperto davanti, e lunghi abiti raccolti alla cintola. Una grande pala di Palma il Vecchio, per l'altare della chiesa di S. L. a Venezia, ne raffigura poi l'apoteosi. Il martirio della Santa si trova raffigurato nel Menologio di Basilio II (9781025) conservato nella Biblioteca Vaticana, in un codice agiografico del sec. xir nella Biblioteca di Wallerstein in Baviera, e in un Passionario della Biblioteca di Stoccarda, dello stesso secolo, in miniature della Biblioteca dell'Arsenale di Parigi, in numerose predelle di pale d'altare, e soprattutto in quella mirabile di Domenico Veneziano della pala di S. L. de' Magnoli, già al Friedrich Museum di Berlino, in cui si vede la Santa inginocchiata colpita dallo sbirro, mentre l'Imperatore dal balcone del Palazzo dà l'ordine della decapitazione.
Numerose anche le scene della leggenda. Di esse si ricordano, per limitarsi solo all'Italia, quelle dipinte da un maestro giottesco nel chiostro benedettino di Resca Valle nell'Isola Veglia in Dalmazia, da un affrescante del sec. xiv ad Empoli, da un allievo di Gentile da Fabriano in un altare di Fermo. Ma di tutte, le più importanti sono gli affreschi absidali della chiesa di S. Maria delle Grazie, ad Offida, per opera di un seguace di Allegretto Nuzi, ed il ciclo dell'Oratorio di S. Giorgio a Padova, dell'Arsano (138e ca.), nel quale, in quattro scene che si svolgono sullo sfondo di un mirabile complesso d'architetture gotiche, si osserva la Santa condotta davanti ai giudici che stanno sulle logge del Palazzo, il miracolo dell'immobilità, nonostante che sei buoi spronati dagli sbirri tentino di trascinarla, il martirio, che si svolge in tre scomparti architettonici nelle sue diverse fasi della
tortura con il fuoco, dell'immersione della Santa nuda nell'olio bollente e nel ferimento con la spada, ed infine la deposizione della sua salma nel sepolcro, davanti al Duomo, tra un pio cortco di religiosi e fedeli, mentre alle finestre dell'edificio religioso, sopra una biggetta, ella si affaccia in atto di ricevere la Comunione. Di particolare bellezza e felicità narrativa è la pala di Lorenzo Lotto nella Pinscateca di Jesi ove sono rappresentate scene della vita della Santa.
Bial.: K. Kunstle, Jhonographie der Heiligen, Friburgo in Br. 1926, pp. 408-10; J. Braun, Frecht und Attribute der Heiligen in der deutschen Kunst, Stoccarda 1942, voll. 467-70.
Eugenio Battisti
Folklore. - Il culto di s. L. ha il suo centro nella città natale della Santa, Siracusa, dove il 13 dic. ha luogo una solenne processione che si reca fino alla chiesa di campagna eretta dove la Santa subì il martirio. La Santa è assai festeggiata in tutta la Sicilia con sagre e processioni : in quel giorno i devoti si astengono dal mangiar pane, e si limitano ai legumi, verdure, panelle di farina di ceci, e cuccia (grano ammollato e cotto con altri legumi).
In molte città italiane (come, ad es., a Bologna) ha luogo il 13 dic. una grande fiera che apre il tempo natalizio e in cui già si espongono le figurine del presepe e giocattoli e dolci. Nel Trentino e altrove (Tirolo, Boemia, ecc.), s. L. ha la stessa funzione di s. Nicola o della Belana: si immagina che essa passi, la notte della vigilia, con l'asinello carico di regali, presso le case dei bimbi buoni lasciando per loro balocchi e confetti, nonché una bacchertina.
Prima della riforma gregoriana del calendario, s. L. segnava il giorno più corto dell'anno e ancora un vecchio, diffusissimo proverbio lo ricorda. Perciò in tale giorno si traevano, e tuttora si traggono, i pronostici per il nuovo anno: in varie regioni non solo dell'Italia (Sicilia, Calabria, Puglia, Abruzzo, Venezia Giulia), ma anche della Francia, della Slesia, della Carpazia e della Russia il presagio delle calende ha inizio il 15 dic. anziché per Natale o Capodanno: esso consiste nel ritenere che il tempo che farà in ciascun giorno da s. L. a Natale, corrisponderà a quello che farà per ciascun mese del prossimo anno. Cosi le ragazze traggono gli oroscopi per sapere chi sarà il loro sposo.
Espressioni del culto popolare di s. L. sono ex-cato in cera o in lamina d'argento con due occhi, o amuleti in vari metalli della stessa foggia, o anche piccole forme di pane dette "gli occhi di s. L. ". In molti paesi viene osservato nella vigilia un rigoroso digiuno; e si crede che chi lo rispetta potrà nella notte vedere in sogno la sua futura consorte. E anche diffusa la credenza che nella notte di s. L. gli spiriti e le streghe siano straordinariamente attivi; e si ricorre a vari mezzi per scacciarli. In Croazia si cuoce una focaccia di granturco per gli uomini e il bestiame, con l'idea che li proteggerà dal morso dei cani arrabbiati.
La leggenda della Santa ha ispirato poemetti e canti popolari. Un cantare in seotine pubblicò il De Bartholomaeis dal cod. Ambr. 95 sup. (v. bibl.); una storia in ottave si conserva in antiche stampe popolari alla Biblioteca Marciana di Venezia; un canto narrativo in
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LUCIA da Narni, beata. - Religiosa del Terz'ordine domenicano, n. il 13 dic. 1476 a Narni, m. a Ferrara il 15 nov. 1544. A dodici anni L. fece voto di verginità, ma acconsentì poi ad unirsi in matrimonio con un conte, di nome Pietro, perché questi aveva accettato la condizione di rispettarne la verginità. Calunniata da persone malevoli, fu incarcerata dallo sposo, finché, liberata, ebbe da lui il permesso di vivere come voleva. Allora entrò a Narni nel Terz'ordine di s. Domenico il 30 apr. 1494. Nel 1495 fu trasferita a Roma nel convento di S. Caterina da Siena e nel 1496 passò al monastero di S. Tommaso a Viterbo, dove il 24 febbr. di quello stesso anno ebbe le sacre stimmate.
Avendo il duca Ercole d'Este richiesto d'avere la Beata nella sua città, il Papa acconsentì. A Ferrara L. s'incaricò dell'educazione cristiana e civile di nobili fanciulle, ed ottenne dal duca Ercole la fondazione di un monastero, che intitolò a a. Caterina da Siena (1501); di esso fu fatta, benché riluttante, priora. Dal 1503 L. pregò Iddio che le rendesse invisibili le stimmate, pur lasciandole il dolore, e fu esaudita; le piaghe delle mani e dei piedi si chiusero, rimanendo aprite solo quella del costato, che ella poteva nascondere. Le rivali approfittarono di quell'evento per rafforzare le accuse di precedente fingimento e tanto fecero che riuscirono a persuadere le altre; la Beata fu deposta dalla carica e relegata in una cella appartata, dove tra molte umiliazioni, nel nascondimento e nella solitudine, consumò gli ultimi 38 anni di vita. Alla sua morte, si riconobbe dalla piaga del costato l'indegnità delle macchinazioni mossele contro in vita. Il suo corpo si conserva nella chiesa del monastero; il culto fu ratificato da Clemente XI nel 1710. Festa il 16 nov.
BibL.: S. Razzi, Vita della b. L. da N., Firenze 1278; D. Ponsi, Vita della b. L. Vergine di Narni, Roma 1711; T. M. Granello, La b. L. da N., Ferrara 1879. Altra bibl. in A. Butler, The lives of the Saints, nuova ed. a cura di H. Thurston e D. Attwater, XI, Londra 1941, p. 206 sgg.
LUCIA FILIPPINI, santa. - N. il 23 genn. 1672 a Corneto (oggi Tarquinia), m. il 25 marzo 1732 a Montefiascone.
Orfana d'entrambi i genitori a sette anni, fu insieme con la sorella ed il fratello accolta nella famiglia dello zia materno Picci Palzacappa ed educata nobilmente. Giovinetta frequentò il monastero benedettino di S. Lucia, prestandosi a fare il catechismo alle ragazze in parrocchia. Il nuovo vescovo di Montefiascone, card. Marco Antonio Barbarigo (v.), nel 1688 collocò L. F. nel monastero di S. Chiara di Montefiascone, alquanto decaduto, con l'intenzione di servirsi di lei per riformarlo. Convintosi poi il cardinale dell'urgente necessità di provvedere alla istruzione religiosa e civile delle fanciulle, dopo alcuni vani tentativi, venendo a sapere che già sin dal 1685 la ven. Rosa Venerini aveva aperto scuole gratuite femminili a Viterbo, la chiamò a Montefiascone per introdurre l'ottima opera anche nella sua diocesi. Cosi sorsero, fra gli anni 1692-94, sotto la direzione di Rosa, con personale da essa formato e con il valido appoggio del cardinale, la fondazione delle scuole femminili di Montefiascone, Corneto (Tarquinia), Valentano, Gradoli, Latera, Cel. lano, Tessemano, Capodimonte, Marta e Pianzano, cioè quasi in tutti i paesi della diocesi. Dovendo Rosa Venerini tornare in Viterbo per continuare la propria opera, propose al Barbarigo come direttrice delle scuole per Montefiascone L. F., continuando essa, vivente il cardinale, a visitare le scuole. Dopo la morte del Barbarigo (1706), sotto il successore, Pompilio Bonaventura, i legami fra i due Istituti di Viterbo e di Montefiascone si sciolsero: quello di Viterbo rimase sotto la direzione dei pp. Gesuiti, quello di Montefiascone passò sotto quella dei pp. Piú operai, prendendo direzione e spirito alquanto diverso. Questa differenziazione si manifestò quando L. F. aprì la sua prima scuola a Roma (1707); costretta poi a ritirarsi da Roma, chiamò la Venerini a sostituirla; ma questa non riuscì a salvare la scuola (1708) che fu chiusa. Il fratello del vescovo di Montefiascone, l'elemosiniere pontificio Alessandro Bonaventura, aprì, in seguito, altre scuole, secondo il metodo di Montefiascone, a Roma e fuori, per cui si sviluppò poi l'attuale Istituto Pontificio delle Maestre Pie Filippine (v.), mentre a Montefiascone rimase l'Istituto diocesano. La F., pur risindendo a Montefiascone, continuò a dirigere tutte le scuole. Donna di grande virtù, fu beatificata da Pio XI nel 1926 e canonizzata nel 1930; la sua salma si venera nella cattedrale di Montefiascone; la festa cade il 25 marzo.
BibL.: G. Marangoni, Vita del servo di Dio, card. Marco Antonio Barbarigo, vescovo di Montefiascone e Corneto, ed. di E. Chiorichetti, Montefiascone 1230 (l'autore è il noto archeologo, amico del Barbarigo); F. Di Simone, Della vita della serva di Dio L. F., superiore dello scudo Pie, Roma 1732; A. Andreucci, Ragguaglio della vita della serva di Dio Rosa Venerini, Viterbese istitutrice delle Scuole e Maestre Pie, ivi 1732, passim (ristampate insieme a Roma nel 1868); P. Bergamaschi, Vita della sen. L. F., a voll., Montefiascone 1916; C. Salotti, La s. L. F., 3⁴ ed., Roma 1930; [G. Löw], Positio super virtutibus [Rouse Venerini] ex officio compilata (S. R. Congr. Sectio Historica, 48), Città del Vaticano 1942. pp. xv, xxxv-xxxix, 119-73, 248 sgg., 375-80. Giuseppe Löw
LUCIA e GEMINIANO, santi, martiri. - Sono commemorati nel Martirologio romano il 16 sett. Molto probabilmente L. non è altro che la celebre martire omonima siracusana, in onore della quale Onorio I (625-38) costruì a Roma una chiesa, dove appunto si celebrava la festa il 16 sett. G. invece è del tutto sconosciuto alla tradizione agiografica autentica.
Una Passio, scritta probabilmente nel sec. VII, poco dopo l'edificazione della chiesa, narra che L., vedova romana, fu accusata dal figlio presso l'imperatore Diocleziano. Condotta davanti al giudice e costretta a sacrificare, si rifiutò; fu sottoposta perciò ai tormenti. Esposta poi al ludibrio della folla per le vie della città, si trovò a passare davanti alla casa di G. che, spinto da un miracolo, si convertí e fu accomunato con L. L'uno e l'altra furono allora condotti in Sicilia ed ivi martirizzati insieme con altre 79 persone.
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BibL.: Lib. Pont., I, pp. 324-26; Acta SS. Septembris, V. Parisi 1868, pp. 286-92; Lanzoni, p. 321 sg.; Martyr. Romanum, pp. 224, 399.
LUCIANI, Agostino. - Apostata ussita, nativo di Vicenza, m. a Praga il 1° marzo 1493. Consacrato vescovo di Santorino, non esitò a dare l'ordinazione sacerdotale ad alcuni candidati ussiti a Mirandola ed a Modena. Diffidato per questo dalla S. Sede, pensò addirittura di trasferirsi in Boemia (1482), accoltovi dagli eretici come loro vescovo.
A nulla valsero i tentativi posti subito in atto da Sisto IV con ogni mezzo per richiamarlo ai suoi precisi doveri, ché il L., volendosi della protezione del partito utraquista, seguitò impunemente ad esplicare in Boemia la sua illecita attività. Pentitosi nondimeno della sua apostasia e decisa a ritornare in Italia, si rivolse all'uopo una prima volta al vescovo di Passau sulla fine del 1484 , e quindi, nel 1486, al card. G. Arciboldi, onde ottenere il perdono della S. Sede. Ma, intimorito dall'ingiunzione di Innocenzo VIII di rientrare senza alcun indugio a Roma, cambiò nuovamente parere, preferendo rimanersene sino alla fine tra gli eretici boemi.
Bibl.: N. Del Re, A. L., apostata bussita, in Bio. di storia della Chiesa in Italia, 1 (1947), pp. 418-28. Niccolò Del Re
LUCIANI, Luigi. - Insigne fisiologo, n. ad Ascoli Piceno il 23 nov. 1840, m. a Roma il 23 giugno 1919. Compiuti ( 1860 ) gli studi medi presso i Gesuiti nella sua città, studiò dal nov. 1862 nella Università di Bologna, dove si laureò nel 1868. Professore di patologia generale a Parma nel 1875 , passò professore di fisiologia a Siena nel 1880, a Firenze nel 1882, dove compì buona parte delle sue ricerche sperimentali, a Roma nel 1893, chiamato a succedere al Moleschott.
Fu capo-scuola, in Italia, di una numerosa schiera di valenti fisiologi. Lasciò una settantina di memorie sull'attività diastolica del cuore (1871-74), sul digiuno (1882-89), sulle localizzazioni dei centri corticali del cervello ( 1878-85 ), sulle funzioni del cervelletto (1884-91), sulla fisiologia del baco da seta ( 1885 -97) e su altri argomenti minori. Compilò un pregevole e voluminoso trattato sulla Pisiologia dell'uomo (tradotto in spagnolo, inglese e tedesco), al quale dedicò tutte le energie degli ultimi 25 anni di vita.
Il suo pensiero positivista, ma antimaterialista e vitalista, affiora abbastanza chiaro nei suoi discorsi e nelle sue opere: «...il grande mistero della vita rimarrà sempre tale, anche quando i metodi avranno raggiunto la massima perfezione sperimentale immaginabile»; ed inoltre: «...sempre più mi riaffermo nell'opinione che la posizione del positivismo, che traccia una linea netta di separazione tra la metafisica e la scienza, sia l'unica che convenga assumere al fisiologo" (Discorso per il XXV anniversario d'insegnamento, 3 maggio 1900). "La vita guardata dal di fuori è meccanicismo, guardata dal di dentro è anima o, come più timidamente si afferma, psiche" (Onoranze a L. L., in La tribuna, 23 giugno 1913).
Bibl.: S. Baglioni, L. L., in Rend. dell'Accademia dei Lincei, Scienze fisiol., 29 (1920), p. 218; Comitato italiano coec. onor., L. L., Ascoli Piceno 1923.
Cesco Toffali
LUCIANI, Sebastiano: v. sebastiano del PIOMBO.
LUCIANO di Antiochia, santo. - Prete della Chiesa di Antiochia, ucciso in odio della fede a Nicomedia il 7 genn. 312.
Cepiose le fonti su di lui, ma non tutte pure, né sempre concordanti. Convengono però nel riconoscere in L. vasta dottrina, grande zelo per lo studio delle Scritture, e lunghi anni d'insegnamento, che gli attirò molti e affezionati scolari da tutto l'Oriente; dalla sua scuola uscirono illustri vescovi delle principali sedi dell'Asia. Ne uscì pure quella che fu la
più duratura opera di L. e la sua principale benemerenza verso la Chiesa, ancor oggi apprezzata dagli studiosi: una speciale recensione della Bibbia greca, tanto del Vecchio che del Nuovo Testamento, la quale di L. porta il nome presso gli antichi e i moderni.
Per il Vecchio Testamento, sia che L., come affermano le fonti, sapesse d'ebraico, sia che si giovasse dell'aiuto altrui, è certo che in quella recensione la versione greca dei Sacri Libri fu corretta su d'un testo ebraico sovente diverso o diversamente inteso da quello della tradizione rabbinico, e più volte evidentemente migliore. Di qui il grande valore della recensione lucianza della Bibbia, specialmente nei libri storici del Vecchio Testamento; ma non bisogna, con molti moderni, esagerare con accogliere, senza molta cautela, le lezioni speciali a L. Esse sono conservate in un numero relativamente esiguo di manoscritti, della cui provenienza, per il carattere testuale, è sicura garanzia la conformità con i commenti o le citazioni dei Padri della Chiesa antiochena, come Diodoro di Tarso, s. Giovanni Crisostomo, Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto.
Per il Nuovo Testamento le cose vanno un po' diversamente. Non sono così numerose e indiscutibili le antiche testimonianze di una recensione elaborata da L. La grande maggioranza dei manoscritti conservatisi ha tramandato un testo che, in opposizione a parecchi altri rami della tradizione, mostra evidenti, specialmente nei Vangeli, le caratteristiche letterarie della recensione lucianza del Vecchio Testamento. E appunto il testo che si nota presso gli scrittori della Chiesa antiochena. Ebbe la massima diffusione nei manoscritti e nelle stampe sino al sec. xix. Non è certo che L. abbia lasciato degli scritti originali. S. Girolamo (De viris illustribus, 77) ne menziona, ma con un prudente "feruntur", alcune operette intorno alla fede e brevi lettere a diverse persone. Di una lettera di L. da Nicomedia agli Antiocheni ha conservato qualche riga il Chronicon Paschale (PG 92, 689).
Con i trattatelli sulla fede possono avere qualche relazione il Simbolo del Concilio antiocheno alle Encenie (PG 26, 721-24; PL 10, 502-504), presentato appunto come di L., e il discorsente apologetico, che Rufino inserisce nel racconto del processo e martirio di L., nella Storia ecclesiastica di Eusebio (CB, 9, II, pp. 813-815).
Qualche nube oscura la persona e la dottrina di L. E certo che suoi scolari si vantavano i primi campioni dell'arianesimo. Non è altrettanto sicuro che L. abbia parteggiato per l'eretico Paolo da Samosata, e che sotto i tre immediati successori di lui nella cattedra di Antiochia sia stato escluso dalla comunione cattolica, ciò che di un Luciano afferma Alessandro di Alessandria presso Teodoreto, Storia ecclesiastica 1, 4 (PG 82, 901). Se ci fu errore, esso venne riparato dalla restante attività di L. e lavato dal suo glorioso martirio. La Chiesa greca lo onora martire (anticamente al 7 genn., da secoli al 16 ott.) e come tale è pur inserito nel Martirologio romano al 7 genn.; s. Giovanni Crisostomo ne tessé uno splendido elogio (PG 50, 519-526).
Bibl.: Eusebio, Hist. eorl., VIII, 25; IX, 5; Fr. Field, Origenis Henaplorum quae supersunt, I. Proleg., Oxford 1867, cap. 9; H. B. Sweet, An introduction to the Old Testament in Greek, Cambridge 1902, pp. 80-85; J. Bidez, Philostomios Kirchengeschichte, Lipsia 1913, pp. 184-201; G. Banks, Recherches sur Lucien d'Antioche et son école, Parigi 1936; G. Mercati, Di alcune testimonianze antiche sulle cure bibliche di s. L., in Biblica, 24 (1943), pp. 1-17. Alberto Vaccari
LUCIANO ( triangle ounavés) di Samosata. - Retore e sofista, n. a Samosata (Siria) presso l'Eufrate verso il 125 d. C., m. ca. il 190. Viaggiò attraverso l'Impero: Gallia, Italia e da ultimo Egitto; si trattenne per un ventennio in Atene ( 165-85 ) dove si perfezionò nella sofistica e nell'uso della lingua greca da forbito atticiata.
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Scrisse 82 opuscoli di vario argomento nei quali sfoggiò il suo spirito sarcastico contro ogni forma di credenza teologica e di manifestazione religiosa da lui considerate superstiziose, ma assai in voga all'epoca sua. Predilesse la forma dialogica nella quale sono scritti i Dialoghi degli dèi, in numero di 26 , in cui pone in ridicolo la religiosità popolare; i Dialoghi dei morti (30) in cui satireggia la fama usurpata da personaggi ritenuti illustri; i Dialoghi marini (15) di spirito affine a quelli degli dèi; i Dialoghi delle cortigiane specchio della vita sociale del tempo. Non fu ateo, anche se ritenuto tale per la sua spregiudicatezza in materia teologica, ma certamente antimistico e oppositore dei molti filosofastri contro i quali scrisse: Il pescatore, I filosofi all'incanto, Nigrino, Simposio; e dei ciarlatani in vena di taumaturghi e di aretologhi da lui smascherati in Alessandro o il falso profeta. Non è il caso di dar notizia di tutta la produzione di L. Si segnalano il Sogno, dove narra la sua vita; l'Anacarsi, finissima ironia del sistema educativo dei Greci basato sull'agonistica; la Storia serva, satira delle fantastiche narrazioni di viaggi a cominciare da quella di Ulisse nell'Odissea; il Modo di scrivere la storia, anch'esso di contenuto elegantemente satirico. Contro il cristianesimo non ebbe la violenza e il vigore dialettico di Celso, ma pose i suoi seguaci in luce non simpatica, seppur non ostile, tra la categoria dei fanatici e quasi dei pazzi. Il cristiano è raffigurato (De morte Peregrine) da un filosofo cinico, di nome Proteo che, dopo una vita scandalosa macchiata anche di parricidio, si converte al cristianesimo e, data la sua abilità, riesce ben presto a divenir direttore delle assemblee dei cristiani, a interpretare i loro libri sacri, a scriverne egli stesso, sl che dai confratelli di culto è tenuto in altissima stima (alludendo a Cristo, L. afferma che fu un grande uomo, crocifisso in Palestina perché introduceva nella vita nuovi misteri). Questa stima non venne meno neppure quando Peregrino fu incarcerato per parricidio, anzi gli procurò ricchezze e una fedele assistenza, dopo la sua scarcerazione fino al giorno in cui fu abbandonato perché fu visto gustare carni immolate agli idoli. Ritornato cinico, PeregrinoProteo si dette la morte su un rogo da lui stesso preparato durante i giochi olimpici forse del 165 . A parte la figura di troppo creduli che i cristiani fanno ritenendo Peregrino un "nuovo Socrate» e "un dio», L. traccia di essi un profilo che, in sostanza, risponde alla realtà: uno di libri sacri e di assemblee, fede nell'immortalità, amore fraterno, assistenza reciproca, nessuna accusa di turpitudini a loro carico, disprezzo della morte, prontezza a sconfessare chi non mette in pratica i precetti della religione. Molti sono gli scritti di L. considerati spuri ma è da escludere da questo elenco il De Syria Deo che descrive il santuario di Atargatis, la grande divinità della sua regione nativa; mentre v'è da includere il Philopateris, scritto bizantino (si sa che L. fu assai in voga nell'età bizantina) dell'epoca dell'imperatore Niceforo Foca (ca. 968) dove è descritta una contesa tra un conservatore (Triefone), che aburriva la retorica ellenistica rifiorente in quell'epoca a Costantinopoli, e un difensore della medesima (Crizia).
In sostanza L. è scrittore che non ha approfondito nessuno degli argomenti di cui parla, solo pago di presentare in forma viva una fedele pittura dei costumi del tempo, con inesauribile brìo, abbondando di spiritose facesie, con abile uso dell'ironia e della satira, con disprezzo profondo per tutte le forme della superstizione. Bisogna tuttavia osservare, a questo proposito, che pur descrivendo i cristiani come inclini al fanatismo religioso ha tracciato del cristianesimo un breve profilo che ne coglie alcuni dati essenziali.
Birl.: M. Croiset, Essai sur la vie et l'oeuvre de Lucien, Parigi 1882; W. von Christ, W. Schmid, Gesch. der griech. Literatur, 6a ed., Monaco 1924, pp. 693-704; G. Gallavotti, L. nella sua evoluzione artistica e spirituale, Lanciano 1932.
Nicola Turchi
LUCIFERIANI: v. lucifero di cagliari.
LUCIFERO. - Nome latino (lucifer) del pianeta Venere o "stella del mattino", che nella Volgata

(da Herrade di Landsberg. Hurlus deliciarum, Strosburga 1681. tav. 8)
LUCIFERO - Rivolta di L. e sua caduta, Miniatura dell'Hortus deliciarum, f. 30.
traduce l'ebr. hélēl (saplendente» Is. 14, 12) o mazzárāth (Iob 38, 32) o böger (a mattino» Iob 11, 17) o šóhar (a aurora» Ps. 109, 3), in corrispondenza a ε вoopópos dei Settanta; vi ricorre anche, metaforicamente, in II Pt. 1, 19 ( varphi uoopópos). Attraverso Is. 14, 12 (Volgata) L. divenne sinonimo di Satana.
Già gli Egizi avevano ravvisato l'identità della stella solitaria che appare al tramonto (Uáiti) e del dio (Tiumitiri) che saluta il sole al suo sorgere. "Infima est quinque errantium terrae proxima stella Veneris, quae quopópos Greece, lucifer Latine dicitur quam anregreditur solem, quum subsequitur autem hesperos" (Cicerone, De nat. deorum, II, 20; cf. Plinio, Hist. nat., II, 8-6 [36]).
Nel suo oracolo contro Babilonia, Isaia (14, 12) interpella il potente e superbo re, nemico di Dio, morto (precipitato nello 8° 60^{′} ) : "Come cadesti tu dal cielo, splendente figlio dell'aurora? (hélēl ben šóhar; la Volgata segue i Settanta: dot{ε} ε ε α σ varphi ópos dot{ε} α ρ ω dot{ε} dot{α} α σ ε^{′} ε^{′} λ α α )"; anche presso i Greco-Romani il mitico Lucifer era figlio di Aurora. Aquila, la Pélittá, probabilmente i vocalizzatori masoreti vedono in hélēl non una forma di hélal "splendere" ma un hiph'il di jálal "urlare»; s. Girolamo consente (Comm. in Is., V, 14: PL 24, 161): «in hebraico ... legitur : ... ulula fili diluculi; significatur autem aliis verbis lucifer; et dicitur ei quod flere debeat et lugere, qui quondam sic fuerit gloriosus ut fulgori luciferi comparatus sit », e fa di L. il più alto angelo decaduto, che deve lamentare la perdita del suo splendore originario. Dopo i Giudei, i Padri (Origene, Tertulliano, Cipriano, Ambrogio, Cirillo Al., ecc.) videro il diavolo (v.) in questo L., in quanto denota lo stato glorioso da cui è caduto (D. Petavius, De angelis, III, 3, 4).
Alla caduta di L. espressa in Is. 14, 12 sembrano alludere L c .10,18 e Apoc. 9, 1-11 (L. che s'inabissa è Abaddon [v.]). Alcuni (G. Estio, A. Calmet, ecc.) ve-
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dono in Phil. 2, 6-11 un contrasto con la titanica scalata tentata da L. (Is. 14, 14); cosi s. Bernardo (PL 183,36; cf. 184, 793 sg.; 184, 684: oppone il «Magnificat» di Maria al cantico di L.).
La stella del mattino simboleggia lo splendore morale del pontefic