volume-07

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]). Alcuni (G. Estio, A. Calmet, ecc.) ve-

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dono in Phil. 2, 6-11 un contrasto con la titanica scalata tentata da L. (Is. 14, 14); cosi s. Bernardo (PL 183,36; cf. 184, 793 sg.; 184, 684: oppone il «Magnificat» di Maria al cantico di L.).

La stella del mattino simboleggia lo splendore morale del pontefice Simone di Onia (Excli. 30, 6: á σ τ dot{η} ρ ε ω vartheta v ν hat{c} c, o Volg. a stella matutina s; ma l'ebr. ha a stella luminosa n). Nel Nuovo Testamento indica Gesù a astro mattutino che sorge nei cuori a con la fede che prepara alla parousia ( 1 dot{I} Pt. 1, 19); Gesù è a l'astro fulgente del mattino * (Apoc. 22, 16: 6 á σ τ η̂ ρ 6 λ α μ π ρ hat{ρ} ς 6 π ρ ω hat{v} ν hat{ς} ), e darà al vincitore a l'astro del mattino a ( τ dot{η} ν á σ τ η̂ ρ α τ η̂ ν π ρ ω hat{v} ν hat{v} v: Apoc. 2,28), cioè la sua gloria. La liturgia latina, nell'Exultet, invoca Cristo quale a Lucifer matutinus... Lucifer qui nescit occasum s.

Nel linguaggio patristico latino si ando fissando il senso peggiorativo del termine, in seguito all'applicazione a Satana di Is. 14, 12, ove è descritta la traiettoria dal più alto fastigio al più profondo abisso (Dante, Inf., 31, 143; 34, 89; Furg. 12,25 = Lc. 10, 18). Già Lucifer (Lucifera per la donna) fu nell'ambiente romano nome e cognome abbastanza frequente (J. Perin, Onomasticon, II, Padova 1940, p. 141). Secondo una tradizione, la stella mattutino era stata la prima creazione di Dio (cf. Ps. 109, 3 Volg., e Apoc. 22, 16 b; s. Agostino, Serm., 119, 14 e 174, 1).

Bibl.: H. Lesêtre, Lucifer, in DB, IV, col. 407 sge.: F. H. Woods, Lucifer, in A dictionary of the Bible, III (1900), p. 120; J. Knibenbauer-F. Zorell, Comm. in Isolam prophetam. I. Parigi 1923, pp. 336-60; W. Foerster, in G. Kittel, Theol. Wörterbuch zum Nauen Test., I. Stoccarda 1933, p. 302; P. Henry, Kitaset, in DBs, fasc. 24 (1930), col. 42 sg. Per il pianeta L. nella simbologia classica: A. Rehm, Hesperas, in Pauly-Wissowa, VIII (1913), coll. 1250-57. L. nel linguaggio medievale: N. Tom-masco-B. Bellini, Dizionario della lingua italiana, IV, 4ᵃ ristampa, Torino 1924, p. 1899.

Antonino Romeo
LUCIFERO di Cagliari. - Vescovo di Cagliari, m. secondo s. Girolamo (De viris ill., 95) verso il 370-71. Nulla si conosce della sua vita ed educazione fino al 354, quando appare già come vescovo di Cagliari e venne a Roma offrendosi a papa Liberio di recarsi come ambasciatore presso l'imperatore Costanzo II per trattare sulla questione ariana. Il Papa accettò, e frutto della missione fu la convocazione a Milano del Concilio del 355 nel quale quasi tutti i vescovi, pressati da minacce e violenze, sottoscrissero la condanna di s. Atanasio e solo L. Eusebio di Vercelli e Dionigi di Milano seppere resistere; furono perciò arrestati e cacciati in esilio. A L. fu assegnata come dimora Germanicia in Siria, poi fu trasferito ad Eleuteropoli in Palestina e più tardi nella Tebalde.

Nel 361 per l'editto di Giuliano l'Apostata, poté ricuperare la libertà; ma invece di tornare alla sua sede, si fermò qualche tempo in Oriente, specialmente ad Antiochia, funestata dalle lotte dogmatiche e disciplinari, tra i seguaci del vescovo Melezio e i fedeli alla memoria del vescovo Eustazio. L. peggiorò la situazione; ordinando vescovo Paolino, capo degli rustaziani, si rifiutò di accettare le decisioni del Concilio di Alessandria (362) ispirata a desiderio di pace, e si mantenne nella sua intransigenza verso gli ariani e i semiariani anche convertiti, anche dopo il suo ritorno a Cagliari. Gli ultimi anni della vita di L. sono oscuri, ed è difficile dire se morì nel seno della Chiesa o no. In Sardegna è onorato come santo, e se ne celebra anche oggi la festa nelle diocesi di Cagliari ed Oristano con la Messa de Commune Doctorum.

Durante l'esilio tra il 356 ed il 361 L . compose una serie di opuscoli polemici contro l'imperatore Costanzo e cioè: Pro s. Athanasio o Quia obseatem nemo debet indicare nec dommare; De regibus apostaticis; De non parcendo in Deum delinquentibus; Mariendum esse pro Dei Filio; De non conveniendo cum haereticis. Essi non sono ricchi di contenuto dottrinale, e lasciano anche a desiderare per la lingua e lo stile molto trascurati; abbondano le citazioni scritturistiche che ne rendono la lettura pe-
sante; scarsa è anche la cultura classica. Sono però molto importanti sia perché rivelano il carattere indomabile dell'autore, sia, e principalmente, per la conoscenza del testo biblico prima della Volgata curata da s. Girolamo. Sembra che s. Atanasio li abbia lodati e tradotti in greco. L. scrisse anche alcune lettere, ma quelle che oggi si conoscono non sono tutte autentiche o genuine.

Le idee rigoriste di L., nei riguardi di coloro che si erano macchiati degli errori degli ariani, furono abbracciate da parecchi vescovi ed ecclesiastici, tanto che dopo la sua morte si sente parlare di una setta di luciferiani. Essa aveva un bagaglio dottrinario ed era anche molto diffusa. Le principali fonti per la sua conoscenza sono l'opuscolo di s. Girolamo : Altercatio Luciferiani et Orthodoxi (PL 23, 163-92) per la parte dottrinaria, ed il cosiddetto Libellus precum (CSEL, XXXV, pp. 5-44) per la diffusione della setta nelle varie regioni. Secondo l'Altercatio i luciferiani sostenevano che nella riammissione degli ariani alla Chiesa, se si trattava di vescovi, essi dovevano rinunziare ad ogni dignità e contornare del semplice stato laicale. S. Agostino riferisce inoltre (De haeres., 81) di aver letto in un opuscolo anonimo che i luciferiani eredevano anche che l'anima è generata con il corpo dai genitori. La notizia però non è certa. Dal Libellus poi, scritto dai presbiteri luciferiani Faustino e Marcellino e diretto agli imperatori Valentiniano II, Teodosio ed Arcadio, per implorare protezione contro le ostilità dei cattolici, si sa che, oltre che in Sardegna, i luciferiani erano nella Spagna, dove i rappresentanti più quotati erano Gregorio vescovo di Divira ed un presbitero di nome Vincenzo; a Treviri, dove era il presbitero Bonoso; ad Ossirinca, diretti dal vescovo Eraclida, e ad Eleuteropoli in Palestine, con l'abbielessa Ermione e tutto il suo monastero. Anche a Roma esisteva una comunità di luciferiani presieduta da un certo vescovo Aurelio, cui successe Efesio; ad essa appartenevano i due autori del Libellus. Dopo la morte di L. i suoi seguaci fecero parlare di sé ancora per ca. 20 anni; scomparvero tra la fine del sec. Iv e l'inizio del v.

Bibl.: Opere: CSEL, XIV. Studi: Tillemont, VII, pp. 514-29. 763-66: G. Krüger, Lucifer, Bischof von Calaris und das Schisma der Luciferianer. Lipsia 1866: Bardenhewer, III, pp. 469-77; Morisca, II, pp. 163-74; F. Pi-2, L. di C. contro l'imperatore Costanzo, Trento 1928; G. Thörnell, Studia Luciferiana. Uppsala 1934; F. Putau, Una fulgida gloria della Sardegna del sec. IV. Cagliari 1948; C. Zodda, La dottrina trinitaria di L. di C., Roma 1950 (con bibl.).

Agostino Amore
LUCILLA. - Facoltosissima e faziosissima patrizia cartaginex, di origine spagnola, carexponsabile dello scisma donatista. Essendo ancora Ceciliano. diacono della Chiesa di Cartagine, L. fu da questi rimproverata a causa della sua devozione superstiziosa (sembra che tenesse presso di sé un osso di un presunto martire e lo baciasse prima di accostarsi alla Mensa eucaristica). Gli eventi presentarono l'occasione per una rivincita.

Nel 311 moriva, durante il suo viaggio di ritorno da Roma, dove lo aveva chiamato Massenzio, il vescovo Mensurio. A Cartagine si decise di eleggere e consacrare il successore, senza attendere i vescovi della Numidia. Ma contro l'aspettativa dei due candidati Botro e Celestio, riuscì eletto Ceciliano, il quale venne consacrato da tre vescovi vicini, tra cui Felice d'Abtungi. Immediatamente Ceciliano si trovò in contrasto con un gruppo di seniori, i quali avevano dilapidato un contingente di vasi preziosi della Chiesa, affidati loro in custodia dal suo predecessore. Quest'ultimi allora fecero causa comune con Botro, Celestio e L., per impugnare la validità dell'elezione di Ceciliano; si arrecò come pretesto l'indegnità dei vescovi consacranti e l'assenza dei vescovi della Numidia.

La protesta fu portata dinanzi a Secondo, vescovo di Tigisi e primate di Numidia, il quale s'offrettò a raggiungere Cartagine insieme a settante vescovi della regione. L. si valse del suo temperamento e del suo denaro per trarre dalla sua parte il concilio dei dissidenti; e vi riuscì. Ceciliano, dopo essergli stato negato il diritto di precedenza, fu deposto, sebbene avesse manifestato per

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iscritto (si era rifiutato di presentarsi dinanzi al concilio come accusato) l'assenso per una riordinazione.

In sua vece fu eletto il lettore Maggiorino, favorito da L., e la cosa venne resa nota con una lettera sinodale a tutti i vescovi dell'Africa (312). Maggiorino si affrettò ad eleggere nuovi vescovi della sua fazione; cosi la setta estese rapidamente lo sue radici e L. si vide soddisfatta nella sua smodata ambizione. Dopo il 320 non si hanno più notizie di lei (v. Donatismo).

BibL.: P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, IV, Parigi 1912, pp. 12-19; H. Wright Phillst, s. v. in Dictionary of christian biography, III, p. 721. Emanuele Romanelli

LUCINA. - Epiteto di Giunone che sotto questo nome aveva un santuario sull'Esquilino. Questo santuario, la cui festa era il 1° marzo, occupava il posto di un lucus (boschetto sacro) più antico. Gli antichi spiegavano l'appellativo L. riferendolo o alla nascita (la dea dà lucem nascentibus) o alla luce della luna; comunque la dea era considerata sempre come dea delle nascite. A ogni nascita si versava un obolo alla cassa del suo tempio (come ad ogni morte in quella della Libitina, ad ogni maggiore età in quella di Juventas).

BibL.: G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2° ed., Monaco 1912, p. 183 sg.: E. L. Shield, Iuna, Northampton, Mass., 1926, p. 127 sg.: C. Koch, Der römische Iuppiter, Francoforte s. M. 1937, pp. 57 sgg., 108 sgg. Angelo Brelich

LUCINA, santa, martire. - E ignota al Martirologio geronimiano; il suo sepolcro fu venerato alla fine del sec. vi sulla Via Aurelia nel cimitero dove erano deposti i martiri Processo e Martiniano, come attestano l'indice degli Olii di Monza e poco dopo la Notitia ecclesiarum (R. Valentini-G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, pp. 36-37, 93).

Invece la L. segnalata sulla Salaria vetere dall'itinerario inserito nei Gesta Regum Anglorum è corruzione di Longinus (id., loc. cit., p. 143), a sua volta mutato in Longina nell'itinerario de locis (id., loc. cit., p. 118 ).

Questo nome di L., che occorre sia nell'epigrafia pagana che cristiana, è divenuto un luogo comune delle Passiones dei martiri romani (J. P. Kirsch, Die römischen Titelkirchen, Paderborn 1918, pp. 80-84). Infatti una nobilissima L. si fa vivere ai tempi di mathrm{Ne}- rone per seppellire nel suo predio i martiri Processo e Martiniano (BHL, 6497), un'altra L. torna nei Gesta Urbani (BHL, 8372-75); una terza L. secondo il Liber Pontificalis avrebbe tolto le spoglie di s. Paolo dal luogo, "in catacumbas", per deporle nel suo predio sulla Via Ostiense e poi sepolto il papa Cornelio nella sua proprietà sull'Appia presso il cimitero di Callisto (BHL, 7543).

Da questo passo G. B. De Rossi fu tratto a proporre di identificare per cripte di L. la regione dove fu deposto il papa Cornelio, il cui sepolcro però si trova nell'ultimo approfondimento di un ipogeo iniziato da oltre un secolo (G. B. De Rossi, Roma sotterranea, I, Roma 1864, pp. 306-51).

Inoltre una L. avrebbe curato la sepoltura di s. Sebastiano (BHL, 7543), dei ss. Faustino, Simplicio e Beatrice (BHL, 7790), della martire Sofia, dei ss. Ciríaco, Largo e Smaragdo (BHL, 2056) e del papa Marcello: anzi nella biografia di detto Papa, le indicazioni relative a una vedova L. sembrano tratte da un'epigrafe (H. Lietzmann, op. cit. in bibl., pp. 188-89).

Tutte queste L. non hanno alcuna seria documentazione; più infelice è la recente proposta di identificarne una di tali L. con la martire Cecilia (G. Bel-
vederi, Le cripte di L., in Riv. di Archeol. crist., 21 [1944], pp. 121-64).

Un'epigrafe rinvenuta nel cimitero di S. Valentino ricorda la concessione di un sepolcro fatta da un presbitero del titolo di L., la quale non è certo la apostolorum discipula indicata al 30 giugno nel Martirologio di Adone e passata nel Martirologio romano.

Perciò si deve concludere con A. Ferrus che "L. non è altro che un simbolo della pietà femminile cristiana" (Iuxta coemeterium Callisti, in Rendiconti della Pont. Accad. rom. di Arch., 3^{text {a }} serie, 20-21 [1943-44], p. 110 ).

Bibl.: F. Lanzoni, I tituli presbiteriali di Roma antica, in Riv. di Arch. crist., 2 (1925), pp. 235-38; H. Lietzmann, Petrus und Paulus in Rom. 2² ed., Berlino 1927, pp. 179-89; H. Delehaye, Etude sur le Légendier romain, Bruxelles 1938, p. 36 .

Enrico Josi
LUCIO. - Console romano ricordato in I Mach. 15, 16-24 come autore di una lettera al re d'Egitto, Tolomeo, in cui informa che il sommo sacerdote ebreo Simone ha rinnovato l'alleanza con i Romani e impone di consegnare al detto Simone i ribaldi giudei fuggiti dalla Palestina.

Tale lettera circolare fu pure inviata da L. a Demetrio re di Siria, ad Attalo re di Pergamo, ad Ariarte re di Cappadocia, ad Arcase re dei Parti e ad altri alleati dei Romani, nonché, per informazione, a Simone. I moderni (Ricciotti, Vaccari) identificano il nostro in L. Calpurnio Pisene, console nel 139 c. C., altri in L. Cecilio Metello Calvo, console nel 142 a. C., oppure nel pretore L. Valerio, di cui parla Giuseppe Flavio in Antiq. Ind., XIV, 8, 3 .

Bibl.: E. Beurlier, Lucins, in DB. IV, col. 409 sg. (con bibl.): G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, Torino 1934, nn. 289290; A. Vaccari, in La S. Bibbia tradotta dai testi originali, III, Firenze 1948, p. 419 sg. Pietro De Ambroggi

LUCIO, santo, martire: v. montano, lucio e CONSOCI, santi martiri.

LUCIO, santo, martire: v. tolomeo e lucio, santi, martiri.

LUCIO di Cirene. - Cristiano ricordato in Act. 13, 1-3 tra «i profeti e i dottori» che imposero le mani a Barnaba ed a Saulo.

I tentativi d'indentificare L. con l'evangelista Luca (v.) non sembrano confermati dall'etimologia e dal fatto che Luca vien presentato come antiocheno. Non sembra neppure identificabile con L. ricordato in Rom. 16, 21. Forse è da ricercarsi tra i cristiani di Cirene che predicarono il Vangelo ad Antiochia (Act. 11, 20).

Secondo le Constitutiones Apostolicae, s. Paolo avrebbe costituito L. vescovo di Cenclire ( 7,46 : PG I, 1053). Lo Pseudo Ippolito elenca L. fra i 72 discepoli di Gesù e lo dice vescovo di Laodicea (PG 10, 953), mentre i Martirologi di Usuardo e di Adone lo dicono vescovo di Cirene. La liturgia latina lo ricorda al 6 maggio.

Pietro De Ambroggi
LUCIO I, papa, santo. - Successe a Cornelio, nel sett. 253. Appena eletto, fu esiliato, insieme con parecchi fedeli, dall'imperatore Gallo; rimase però in esilio poco tempo, poiché, sopravvenuta la morte dell'Imperatore e l'esaltazione di Valeriano (ott. 253), poté ritornare a Roma. Morì nel marzo successivo, dopo aver retto la Chiesa per soli 8 mesi (Eusebio, Hist. eccl., VII, 2). Fu seppellito nel cimitero di Callisto sulla Via Appia, nella cripta dei papi, dove è stata ritrovata la lapide sepolcrale. Nella Deposilio episcoporum del cronografo del 354 è commemorato il 5 marzo, mentre il vero dies natalis è il 4 , ricordato dal Martirologio geronimiano.

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![img-2.jpeg](img-2.jpeg)

CHIESA DI S. MICHELE (fondata nel sec. xII, rinnovata nel xili) - Lucca.

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![img-3.jpeg](img-3.jpeg)

PALAZZO PRETORIO.
Iniziato nel 1492 su disegno di Matteo Cividali - Lucca.

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S. Cipriano, che gli scrisse una calorosa lettera per congratularsi della sua esaltazione e per il ritorno dall'esilio, lo chiama martire insieme con il predecessore Cornelio; sembra però che la Chiesa romana non l'abbia riconosciuto come tale, poiché il suo nome non appare nella Depositio martyrum. Secondo la testimonianza dello stesso s. Cipriano, L. si occupò della questione dei lapsi, stabilende che si devesse conceder loro la pace e la comunione ecclesiastica dopo un'adeguata penitenza. Nessun documento del genere però è stato conservato, e la lettera che oggi si attribuisce a L., diretta ai vescovi della Gallia e della Spagna, è certamente apocrifa.

BibL.: S. Cipriano, Epp., 61, 68 (CSEL. III, it, pp. 692, 748): Lib. Pont., I, p. 153; G. B. De Rossi, La Roma sotterranea cristiana, II, Roma 1867, pp. 62-70; P. Franchi de' Cavalieri, La persecuzione di Gallo in Roma, in Note agiografiche, VI (Studi e testi, 33), Città del Vaticano 1920, pp. 206-208; Martyr. Hieronymionum, p. 126; Martyr. Romanum, p. 84; R. Valentini-G. Zucchetti, Calice topografico della città di Roma, II Roma 1942, p. 14.

Agostino Amore
LUCIO II, PAPA. - Gherardo Caccianemici, n. a Bologna, m. a Roma il 15 febbr. 1145. Canonico regolare, creato cardinale da Onorio II, fu suo legato alla Dieta di Magonza (ag. 1125), dove fu eletto imperatore Lotario di Suplimburgo. Restaurò ed abbellì la chiesa di S. Croce, ch'era il suo titolo. Da Innocenzo II fu nominato cancelliere della Chiesa romana. Eletto a successore di Celestino II, fu consacrato il 22 marzo 1144 con il nome di L. II. Nei pochi mesi del suo pontificato ebbe a lottare con la ribelle cittadinanza romana, la quale, nell'intento di allargare il suo potere, aveva rinnovato il Senato, preponendovi un patrizio nella persona di Giordano Pierleoni, fratello del defunto antipapa Anacleto II, con l'autorità di principe nella città.

Il Papa, per ricuperare il potere, riusci, superando varie difficoltà, a stabilire un'intesa con il normanno Ruggero II, re di Sicilia, e si rivolse anche a Corrado di Helianstaufen per averne aiuti, che non furono concessi. Poi, con le forze rimastegli fedeli e i rinforzi ottenuti dal Re di Sicilia e dai feudatari del Lazio, assalì all'inizio del 1145 il Campidoglio, roccaforte dei suoi nemici. Ma l'assalto fu respinto e il Papa morì poco dopo nel monastero di S. Gregorio al Celio, in seguito (a quanto sembra) a un colpo di pietra ricevuto durante il conflitto.

L. confermò nel Sinedo romano del maggio 1144 l'autorità metropolitana della sede di Tours, contro il vescovo di Dol; e riconobbe la dignità primaziale dell'arcivescovo di Toledo sulla Spagna e il Portogallo. Arcettò l'omaggio del re Alfonso Henriques, il quale dichiarò il Portogallo vassallo della S. Sede, obbligandosi a un tributo.

BibL.: Lettere e decreti (PL 179, 819-38). Lib. Pont., II, pp. 385-449; J. M. Watterich, Romanorum Pontificum vitae, II, Lipsia 1862, pp. 278-81; F. Gregorovius, Storia della città di Roma nel mediarco, a cura di L. Trompeo, VII, Roma 1940, pp. 160-64; P. Fedele, Per la storia del Senato romano nel sec. XII, in Archivio della Società romana di storia patria, 34 (1911), pp. 351-62; U. Balzani, Italia, Papato e Impero nella prima metà del sec. XII, Messina 1930; P. Brezzi, Roma e l'Impero medievale (774-1152), Bologna 1947, p. 321 sgg. Stanislso Maiarelli

LUCIO III, PAPA. - Ubaldo Allucingoli di Lucca, m. a Verona il 25 nov. 1185. Cistercense, ricevuto nell'Ordine dallo stesso s. Bernardo da Chiaravalle. Creato cardinale dei SS. Giovanni e Paolo nel 1141 da Innocenzo II, fu dal 1159 vescovo di Ostia e Velletri. I papi, specialmente Alessandro III, gli affidarono varie missioni politiche e religiose. Alla morte di Alessandro III fu eletto papa (i sett. i181) in Velletri ed ivi coronato il 6 sett. Dopo una breve dimora a Roma (nov. 1181-marzo 1182), L. III dovette allontanarsene per sempre per la ribellione dei Romani, ai quali si era rifiutato di pagare la somma
pretesa per prestargli giuramento e per la questione di Tusculo, che il papa voleva preservare dalla totale distruzione.

Dimorò successivamente a Velletri, Anagni, Segni, Veroli ed Albano, perché con la morte di Cristiano, arcivescovo di Magonza e cancelliere dell'Impero, gli venne a mancare il forte aiuto che lo avrebbe riportato a Roma. Nell'estate del 1184, L. III per Lucca, Bologna e Modena (ricognizione del corpo di s. Gemignano), raggiunse Verona il 22 luglio, dove si incontrò con Federico Barbarossa, per trattare i grandi problemi religiosi e politici. Il convegno, che ebbe carattere di sinodo, si prolungò per tre mesi, ma L. III non ebbe gli aiuti che sperava contro i Romani, né raggiunse una felice soluzione a proposito dei possessi della contessa Matilde di Canossa. Si rifiutò di coronare imperatore il figlio del Barbarossa, Enrico VI, e si oppose al matrimonio di costui con Costanza, erede del regno normanno delle Due Sicilie. L. III trovò concorde Federico soltanto nelle severe misure di repressione contro gli eretici, divenuti audaci e numerosi, nell'Italia settentrionale, sanzionata il 4 nov. 1184 con la cost. Ad abolendam, che dava norme per la ricerca e la punizione degli eretici. Poco dopo il vecchio Pontefice moriva.

BibL.: Lettere e decreti in PL 201, 1067-1380. Jaffa-Wattenbach, II, pp. 431-92; J. M. Watterich, Pontificum Romanorum vitae, II, Lipsia 1862, pp. 650-62; C. Wenck, Die römischen Päpste zwischen Alexander III. und Innocenz III. und der Desiguations-Versuch Weihnachten 1195, in Papsttum und Kaisertum (Festschrift für P. P. Kehr), Monaco 1926, pp. 413-74; F. Gregorovius, Storia della città di Roma nel medio evo, a cura di L. Trompeo, VII, Roma 1940, pp. 271-75; P. Brezzi, Roma e l'Impero medievale (774-1252), Bologna 1947, pp. 367-69.

Francesco Pascolini
LUCIO DESTRO, Pseudo. - Il Chronicum Flavii Lucii Dextri, pubblicato dallo spagnolo Hieronymus Romanus de la Higuera (m. nel 1619), per gli anni dalla nascita di Gesù fino al 436 (v. il testo in PL 31, 55-572), è un falso, come fu dimostrato già da N. Antonio (m. nel 1684).

BibL.: P. B. Gama, Die Kirchengeschichte von Spanien, II, 1, Batisbona 1864, pp. 334-36; F. H. Reusch, Der Index der serbatenen Bücher, II, Bonn 1885, p. 249 sg. Erik Peterson
"LUCIS CREATOR OPTIME". - Inno del Vespro nell'Ufficio della domenica, composto da s. Ambrogio.

Apre la serie degli inni che cantano nella settimana le meraviglie della creazione. All'avanzarsi delle tenebre della notte, piene di orrori e pericoli, l'anima cristiana si rivolge a Dio, autore della luce nel primo giorno della creazione, e a lui chiede che la liberi del peccato che solo può riportare nel mondo le tenebre dello spirito.

BibL.: G. Belli, Gli inni del Breviario tradotti, Roma 1856, pp. 68-71; S. G. Pimont, Les hymnes du Bréviaire romain, I, Parigi 1884, pp. 116-23; C. Albin, La poèrie du Bréviaire, I, Les hymnes, Lione s. a., pp. 72-74; F. Vanderstruyl, Les hymnes du Bréviaire romain, Parigi 1912, pp. 66-67. Silverio Mattei

LUGIUS, ERnST. - Protestante, studioso di agiografia, n. ad Ernolsheim (Alsazia) il 16 ott. 1852, m. a Strasburgo il 28 nov. 1902.

Studiò al ginnasio protestante ed alla Facoltà di teologia di Strasburgo, dove si laureò con una dissertazione sui terapeuti (Die Therapeuten und ihre Stellung in der Geschichte der Askese, Strasburgo 1879), che sollevò molte polemiche e critiche e diede un notevole impulso agli studi filoniani. Vicario del padre, che era pastore protestante a Sesenheim, ed incaricato quindi dell'amministrazione di una parrocchia a Strasburgo, pubblicò nel 1881 uno studio sui rapporti tra l'essenismo ed il giudaismo (Der Essenismus in seinem Verhältnis zum Judentum). Professore ordinario all'Università di Strasburgo nel 1889, lavorò indefessamente ad un'opera sull'origine del culto dei santi (Die Anfänge des Heiligenkults in der christlichen Kirche, pubblicata postuma da G. Anrich, Tubinga 1904), opera erudita ma criticamente errata nell'impostazione

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generale del problema ivi studiato: il culto dei santi sarebbe una deviazione dallo spirito del Vangelo ed una eredità del paganesimo, in quanto i martiri e i santi sarobbato gli eredi degli eroi pagani. Ciò è storicamente insostenibile, come ha egregiamente dimostrato il bollandista H. Delehaye.

BibL.: P. Lobstein ha premesso alla traduzione francese dell'opera (Les origines du culte des saints dans l'Eglise chrétrenne, Parigi 1908, pp. 1-21) una breve notizia biografica dell'autore. Cf. inoltre, H. Delehaye, in Analecta Ballandiana, 24 (1905), pp. 487-88 (recensione); id., Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1912: 2^{text {a }} ed. ivi 1933, passim. Silvio Furlani

LUCIUS (Lucio, Lučıć), Giovanni. - Fondatore della storiografia critica croata, n. a Traù nel sett. 1604, m. a Roma l'i i genn. 1679.

Studiò a Roma e a Padova, scrisse : Vita beati Ioannis episcopi Traguriensis (Roma 1657); ma l'opera più importante è De regna Dalmatiae et Croatine libri sex (Amsterdam 1666; 2^{text {a }} ed. in I. G. Schwandtner, Scriptores rerum Hungaricarum, Dalmaticarum et Slavonicarum veteres ac gemini, III, Vienna 1748; la 3^{text {a }} ed., ivi 1758 , è difettosa), che riporta molti documenti d'archivio e scritti degli storici più antichi e contemporanei (in appendice l'inedita Historia Salunitana dello spalatino Tommaso Arcidiacono) la quale tratta del periodo che va dagli esordi sino al 1420 , e poi brevemente fino al 1480 , e si limita anche territorialmente, cioè alla vecchia Croazia dal Monte Gvozda sino alla Narenta e alle città ed isole dalmate. Altre opere importanti: Memorie storiche di Traguria ora detto Traù (Venezia 1673), Inscriptiones Dalmaticae etc. (ivi 1673).

BibL.: F. Rački, Posjestnih Ivan Lučić Tragirauin, in Rad Jugod. Akad., 49 (1879), pp. 63-102; V. Brunelli, G. L., in Rivista dalmatica, Zara 1889, 1900, 1901; F. Silić, Priručnik izvara hrvatske historije (Enchiridion fontium historice Croaticae), I. 1. Zagabria 1914, pp. 21-80. Ivan Vitezić

LUCK: v. LUCEORIA.
LUCKNOW, diOCESI di. - Situata nell'India settentrionale. Fu eretta il 12 genn. 1940 e affidata ai Cappuccini. Il suo territorio fu distaccato dalla diocesi di Allahabad e in minor parte dall'arcidiocesi di Agra, di cui fu dichiarata suffraganea. La difficile opera di evangelizzazione di questa parte dell'India si deve ai Cappuccini, specialmente da quando il vicariato apostolico di Patna venne elevato a diocesi con sede ad Allahabad (1886). Nella città di L. (600.000 ab.) divenuta, durante il regime britannico, capitale dell'India centrale e sede del governo civile delle Province Unite, si trasferirono anche impiegati cattolici, che venivano periodicamente visitati dai missionari. Si aprirono in seguito chiese e scuole in varie parti, finché fu costituita la diocesi di L. affidata ai Cappuccini della provincia di Bologna.

Ha una superfice di 75.000 kmq . con 12.000 .000 di ab., dei quali solo 5000 cattolici; gli altri sono hindú (ro milioni), maomettani ( 1 milione e mezzo) e il resto parsi e buddhiati. Conta su chiese, di cui 10 parrocchie, servite da 26 sacerdoti regolari, cosdiuvati da i comunità religiosa e da 5 femminili. Ha 8 istituti di educazione (Annuario Pontificio, 1951, p. 256).

E stato aperto un seminario minore per reclutare vocazioni indigene. Non mancano associazioni pie e di Azione Cattolica. Si pubblicano il Catholic Life, bollettino parrocchiale mensile; The diocese of L., bollettino ufficiale della diocesi, e Action, bollettino annuale dell'Azione Cattolica.

BibL.: MC. 1930, pp. 233-34; Catholic directory of India, Pakistan, Burma and Ceylon, Madras 1950, pp. 132-36; Arch. della S. Congr., de Prop. Fide., Prospectus Status Missionis 1949, pos. prot. n. 2893/49; Relatio quinquennalis 1943-50, pos. prot. n. 1652/50; AAS. 72 (1940), pp. 296-97. Pompeo Borgna

LUÇON, diOCESI di. - Città e diocesi nel dipartimento della Vandea in Francia. La diocesi ha gli stessi confini del dipartimento; ha una superfice di ca. 6723 kmq . con una popolazione di 400.000 ab.
dei quali 392.000 cattolici. E divisa in 2 arcidiaconati, 4 arcipreture, 30 decanati e 304 parrocchie; conta 611 sacerdoti diocesani e 125 regolari, grande e piccolo seminario; I comunità religiosa maschile e 20 femminili (Annuario Pontificio 1951, p. 256).

La diocesi venne creata dal papa Giovanni XXII il 13 ag. 1317 per smembramento della diocesi di Poitiers, dalla quale dipendeva l'abbazia benedettina di L., eretta nel 675 , distrutta nel sec. iv. e nell'81, ricostruita alla fine del medesimo, con chiesa consacrata il 19 apr. 1121, eretta a cattedrale nel 1317. Il monastero venne secolarizzato nel 1468 da Paolo II. In seguito al Concordato fu soppressa il 29 nov. 1801 e annessa a quella di La Rochelle; ristabilita il 27 luglio 1817 venne diminuita di alcune parrocchie passate alla diocesi di Nantes e aumentata del territorio della soppressa sede di Maillezis, che era stata eretta nel 1317 da Giovanni XXII.

Fra i suoi presidi si ricordano Nicole Coeur (1441-51) i cardd. Giovanni di Lorena (1523-24), Luigi di Borbone (1524-27), Giacomo Duplessis-Richelieu (1584-92) e Armando Duplessis-Richelieu (1606-23); i vescovi De Mercy (1775-90) e R. F. Soyer (1821-45).

La Cattedrale è dedicata a Maria S.ma.
Bibl.: Eubel, I. p. 329; II, pp. 200-201; III, p. 247; N. Labaulère, Recherches historiques sur L., Luçon 1907; Cottineau. I. coll. 1669-70; Guide de la France chvétienne et missionnaire, Parigi 1948, pp. 329-60. 612-12. 1042-47. Enrico Josi

LUCREZIO, Tiro Caro. - Poeta e filosofo romano, n. tra il 99 ed il 95 , m. tra il 55 ed il 51 a. C. Sulla sua vita le notizie sono scarse e incerte: chi lo dice vissuto in Campania (Della Valle), chi a Roma (Traglia). Vissuto in una età di dure lotte politiche e sociali e di profonda rivoluzione culturale e spirituale, si diede alla poesia (Omero, Empedocle, Ennio, tragici greci, Arato), alla storia (Tucidide) e alla filosofia (presocratici, Epicuro, Sirone, Filodemo). Unico scritto rimasto è il De rerum natura, poema filosofico in sei libri, lasciato inedito e incompiuto, pubblicato e forse rivisto da Cicerone; è la fonte più organica e completa sull'epicureismo antico, fedele esposizione delle teorie di Epicuro.

La vita è avvolta da tenebre: «Omnis cum in tenebris praesertim vita laboret» (II, 54 ; cf. V, 1-54). Soprattutto il timore degli dèi e della morte turbano e rattristano l'uomo (I, 102-48; III, 978-1023; VI, 1181-95). La scienza dell'essenza profonda della natura è necessaria e sufficente per liberare l'uomo dalle due opprimenti paure (I, 146-48; III, 91-93; V, 82-90). Sulle orme di Epicuro, L. afferma che atomi e vuoto costituiscono il sostrato profondo del reale (I, 54-61, 127-35) : aggregazione e disgregazione incessante di atomi, in un tempo e in uno spazio infinito, originano tutte le cose (I-II), permanendo eterni gli atomi: «Haud igitur redit ad nihilum res nulla, sed omnes/disci dilo redeunt in corpora materia" (I, 248-49). Il mondo attuale è un caso del divenire eterno ed universale (V). Tutti i fenomeni hanno una spiegazione naturale, senza alcun bisogno di interventi preternaturali (VI). L'anima è composta di atomi levigatissimi e velocissimi ed è mortale: «Multo sunt animae elementa minors/ quam quibus et corpus nobis et viscera conacunt" (III, 374-75); "animam verbi causa cum dicere pergam / mortalem esse docens, animum quoque dicere credas" (III, 422-23; cf. 417-829). Illusione e fole sono i timori della morte e dell'ol di là (III). Gli dèi, composti di materia eterea, abitano negli intermondi, indifferenti alle vicende naturali ed umane (V). La religione è un prodotto storico e trae origine dagli idoli sparsi negli intermondi e dall'ignoranza delle cause naturali di fenomeni singolari ed impressionanti : «ignorantia causarum conferre deorum / cogit ad imperium res et concedere regnum" (VI, 154-55). Una fantasia fervidissima, una partecipazione appassionata all'argomento, un'ispirazione profonda animano di vibrante poesia il De rerum natura.

Le tenebre che oscurano la vita non furono dissipate: la negazione dell'anima e della divinità la-

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scio l'uomo solo, perduto nella fredda indifferenza di un universo muto e glaciale (III, 825-30, 957 1007), sempre insaziato : «Nec tamen explemur vitai fructibus unquam" (III, 1007; cf. V, 1274-79; 1407-29), accasciato dall'incubo della morte inevitabile (VI, 1238-46). L'amarezza triste e sconsolata che pervade tutto il poena è un'ulteriore conferma della radicale insufficenza del materialismo alla liberazione e alla felicità dell'uomo.

L'influsso lucreziano va da Cicerone, Virgilio, Orazio, Properzio, Ovidio, Manilio, attraverso la letteratura cristiana antica e medievale, fino a noi, provocando anche un poema di confutazione: AntiLucretius, II. 9 del card. De Polignac (Parigi 1749).

Bibl.: Edizioni : Editio princeps, Brescia 1479; altre edizioni di C. Lachmann, Berlino 1850 e 1882 ; H. Munro, Cambridge 1864; C. Giussani, Torino 1896-98; A. Ernout, nella collez. Les Belles Lettres, Parigi 1920; 7 ed. ivi 1942; A. Ernout-L. Robin, Lucrece, commentaire exégétique et critique, 3 voll., Parigi 1923; Il poema della natura, testo latino e versione poetica di F. Parrella, I (II. I-III), Bologna 1943: II (II. IV-VI), ivi 1943. Studi: C. Marthe, Le poime de Lucrece, Parigi 1867 (molte edd.); J. Philippe, Lucrèce dans la théologie chrétienne du IIIe au XIIIe siècle et spécialement dans les écoles carolingiennes, in Revue de l'histoire des religions, 32 (1805), pp. 284-302; 33 (1896), pp. 19-56, 123162; C. Gussani, Studi lucreziani, Torino 1896; E. Bignano, Per la fortuna di L. e dell'epicureismo nel medioevo, in Rivista di fil. class., 48 (1920), pp. 230 sgg.; id., Storia della letteratura latina, II, Firenze 1943, pp. 114-342; P. Vallette, La doctrine de l'ime chez Lucrece, in Revue d'histoire et de philosophie religieuses, 1934, p. I sgg.; G. Della Valle, T. L. C. e l'epicureismo campano, 2* ed., Napoli 1935; A. Traglia, Sulla formazione spirituale di L., Roma 1948; L. Ferrero, Poetica nuova in L., Firenze 1940.

Giacomo Soleri
LUCRO CESSANTE. - Si intende con questa espressione la diminuzione patrimoniale per il mancato acquisto di beni che, se non si fosse verificato un determinato avvenimento, si sarebbero acquistati. La diminuzione patrimoniale infatti può aversi sia per la perdita di ciò di cui si era già in possesso, sia per il mancato acquisto di ciò di cui certamente si sarebbe venuti in possesso. La prima forma si dice damnum emergens; la seconda lucrum cessans.

La diminuzione patrimoniale può considerarsi e da parte di chi la provoca e da parte di chi la subisce. In questo secondo caso può interessare soprattutto come causa legittimante. Il l. c. può legittimare, ad es., l'aumento di prezzo di quella che è la quota oggettivamente rispondente a giustizia, il prestito ad interesse, il procrastinare la restituzione, l'omissione della Messa in giorno di festa. Sotto il primo aspetto, cioè considerando la diminuzione patrimoniale da parte di chi la provoca, è da porsi in rilievo l'obbligo di restituzione.

E fuori di dubbio che chi ha colpevolmente causato un danno è obbligato a ripararlo totalmente, anche per quanto riguarda il l. c. Ciò deriva dal diritto naturale ed è espressamente affermato dai codici civili (cf., per il Codice civile italiano, l'art. 1223).

Senonché appare subito una difficoltà. Come valutare esattamente il l. c.? Come stabilire con precisione quello che uno avrebbe acquistato, se un determinato fatto non fosse avvenuto? Si entra, come si vede, nel campo dei futuribili, ossia nel campo di quegli sviluppi condizionati della storia, che solo Dio può conoscere con sicurezza. Gli uomini non possono andar più in là delle congetture, in base a quello che solitamente avviene. Per tali motivi la valutazione del l. c. non può essere fatta che in base a criteri statistici, desunti dal modo abituale di svolgersi delle cose. Si dovrà guardare a ciò che solitamente avviene, prescindendo da casi eccezionalmente fortunati e da casi eccezionalmente sfortunati. Il Codice civile italiano afferma che «il l. c. è valutato dal giudice con equo apprezzamento delle circostanze del caso» (art. 2056).

BibL.: B. H. Merkelbach, Summa theologiae moralis, II, 5° ed., Parigi 1947, nn. 336, 4; 516, 2; 516, 2; 578, 2; 703, 4; A. Trabucchi, Istituzioni di diritto civile, 4² ed., Padova 1948, p. 176 sgg.

Giovanni Battista Guzzetti
LUDGERO, santo. - N. ca. il 744, probabilmente a Zuylen sul Vecht in Frisia, m. il 26 marzo 809 a Billerbeck in Vestfalia; discepolo di s. Gregorio di Utrecht e di Alcuino di York.

Recatosi in missione nella Frisia, specialmente a Deventer, continuò l'apostolato di s. Lebuin. Sacerdote nel 777, per 7 anni lavorò a Dokkum. Nel 784, espulso dai Sassoni, si recò a Roma e Montesassino, dove prese l'abito manacale senza emettere i voti. Ritornato in patria, Carlomagno gli affidò l'evangelizzazione di 3 distretti al nord-est della Frisia, e come base l'abbazia di Lotusa ( = Zele, presso Termonde). Nel 794 gli fu affidato il vescovato di Mimigardefort (più tardi Münster) appena eretto, ma fu consacrato solo il 30 marzo 804. Eresse molte chiese, fra cui la cattedrale di Münster, il monastero femminile di Nottuln e le badie benedettine di Helmstedt e Werden, dove più tardi fu sepolto. Organizzò la sua diocesi in 40 parrocchie, che visitava ogni anno. Per l'educazione del clero fondò la scuola della Cattedrale. Presto fu venerato come santo; la sua festa, nella diocesi di Münster, è il 26 marzo.

BibL.: La Vita, scritta dal suo successore Alfredo (m.nell'849), fu edita da W. Dickamps, Die Vitee s. Liudgeri, Münster 1881. Cf. anche: Acta SS. Martii, III, Parigi 1865, p. 624 sgg.; BHL, 733 sgg.; S. Abd, Jahrbücher des fedokischen Reichs unter Karl dem Grossen, I, 2° ed. di B. v. Simson, Lipsia 1883, p. 655 sg.

Lucchesio Spätling
LUDMILLA (Lidmila), santa, martire. - Patrona della Boemia, n. a Pšovka presso Mělník nell'860, m. a Tetín il 15 sett. 921. Moglie del primo duca cristiano della Boemia Bořivoj; fu battezzata da s. Metodio a Velehrad nell'871.

Dopo l'abdicazione al trono di Boemia in favore del figlio Spitihnëv, s. L. si ritirò a Tetín dove esercitò un grande influsso sul nipote Venceslao, figlio di Vratislav e Drahomira. Si preoccupò soprattutto della vita spirituale di questi, insegnandogli la dottrina cristiana e inculcandogli un grande amore per il S.mo Sacramento. Nel 916, quando Venceslao salì al trono di Boemia, ne fu la consigliera. Allora Drahomira, spinta dalla corrente pagana, decise di sopprimere L. nella speranza di spegnere non solo la consigliera di Venceslao, ma anche il cristianesimo in Boemia. La fece perciò strangolare a Tetin il 15 sett. 921. Il corpo di L. fu trasportato nella chiesa di S. Giorgio a Praga nel itio. Festa il 16 sett.

BibL.: J. Pekař, Die Wenzels- und L.- Legenden und die Echtheit Christians, Praga 1906; Passio s. Ludmillae, ed. O. HolderEgger, in MGH, Scriptores, XV, I (1887), pp. 272-74.

Miroslav Stumpf
LUDOLFO di SAssONIA. - Asceta ed esegeta, n. ca. il 1295, m. a Strasburgo il 10 apr. 1377. A 18 anni entrò tra i Domenicani e vi rimase ca. 26 anni, distinguendosi per dottrina e pietà. Nel 1340 passò ai Certosini a Strasburgo, dove rimase fino al 1343; indi fu nominato priore di Coblenza, ma nel 1348 si dimise, ritirandosi a Slagonza e poi nuovamente a Strasburgo, ove morì in fama di santità.

Notissima è la sua Vita Domini nostri Jesu Christi ex quatuor Evangeliis, opera celebre, che ha immortalato il nome di L. La prima edizione fu fatta a Strasburgo nel 1474; ne seguirono, poi, oltre 420 ; tra le più recenti sono quelle di Bologna (1867, 2 voll.), di Parma (18711873, 2 voll.), di Parigi (1870-99, 7 voll.). Quest'opera ancora oggi è considerata come uno dei migliori commenti dei Vangeli coordinati e fusi in un sol racconto. Già prima dell'invenzione della stampa era sparsa dappertutto e forniva ai sacerdoti e ai pii fedeli una miniera preziosa e ricca di istruzioni e meditazioni spirituali basate sulla Scrittura e sui Padri. Più volte sono state anche pubblicate : la raccolta dell: preghiere con le quali L. termina i capitoli della sua opera, e sono un riassunto sostanziale della dottrina e dei fatti contenuti in ciascuno (Venezia 1557), e l'Expositio in Psalterium Davidis (Parigi 1491), tratta dai commentari di s. Girolamo, s. Agostino, Cassiodoro e Pietro Lombardo.

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Bib.: U. Chevalier, Répertoire des sources historiques du moyen dge, Biographies, II, Parigi 1907, col. 2923 (con ricca bibl.). Felice da Mareto

LUDOVICA di Savoia, beata. - Figlia di Amedeo IX duca di Savoia e di Iolanda di Francia, n. a Ginevra il 28 dic. 1462. Nel 1479 andò sposa ad Ugo di Châlon, signore di Chateau-Guyon, di cui rimase vedova nel 1490 . Si ritirò allora nel Convento delle Clarisse di Orbe (Vaud) dove m. il 24 luglio 1503. La sua pietà, la sua vita di penitenze crearono attorno a L. fama di santità. Il culto resole nel monastero, e poi pubblicamente, venne approvato da Gregorio XVI il 12 ag. 1839.

Bibl.: F. Jeunet-J. H. Thorin, Vie de la b. Louise de Savoie, 2° ed., Digione 1884; A. Butler-Il. Thurston, The lives of the saints, VII, Londra 1932, pp. 344-46. Francesca Cognasso

LUDOVICO da Bessa. - Cappuccino, sociologo, al sec. Alfonso Eliseo Chaix, n. a Besse-sur-Issole il 17 ott. 1831 e m. a S. Remo l'8 ott. 1910. Iniziò ad Angers la sua attività sociale, che lo fece uno dei pionieri di questo genere di apostolato. Nel 1877 fondò in quella città la prima Banca popolare di Francia e nel 1882, a Parigi, il Credito mutuo popolare a vantaggio degli operai e dei mercanti. Fin dal 1875 aveva fondato la "Société protectrice du travail et de la vertu", avanguardia dell'azione sociale francese. Le leggi eversive di Combes (1903) lo costrinsero a rifugiarsi a S. Remo, dove si dedicò a studi di mistica, sulla quale pubblicò numerosi scritti. Il suo capolavoro è La science de la prière.

Bibl.: Analecta Ged. Min. Cap., 26 (1910), pp. 372-73; H. de Barenton, Le p. L. de B. L'apôtre et l'initiateur des oeuvres sociales en France, Parigi 1933 (cf. Collectanea Franciscana, 6 [1936], pp. 620-21). Ireneo Daniele

LUDOVICO di Blois: v. blosio,! françoisLOUIS.

LUDOVICO da Casoria, venerabile. - Francescano, n. a Casoria (Napoli) l'ir marzo 1814, m. a Posillipo il 30 marzo 1885 . Andò in Africa per redimere i moretti, per i quali aprì un collegio. E di lui la frase geniale: «L'Africa convertirà l'Africa».

Nel 1839 fondò la Congregazione dei Frati della Carità, detti Bigi dal colore dell'abito, cui aggiunse le Suore Bigie Elisabethine. Creò innumerevoli opere confidando nel solo aiuto della Provvidenza. Raccolse migliaia di accattarecelli a Napoli, fondò una casa con scuola agraria sul Deserto di Sorrento, una casa a Posillipo per vecchi pescatori e fanciulli scrofolosi.

Nel 1871 aprì in Assisi un Istituto per ciechi e sordomuti; a Roma un convitto con la chiesa dell'Immacolata. A Firenze edificò una chiesa al S. Cuore, la prima in Italia, con un ospizio. Istitul pure un'accademia, cui intervenivano i più dotti del tempo e che fu ammirata anche dagli increduli. Nel 1882, in occasione delle feste centenarie del Poverello di Assisi, offrì un pranzo a cinquemila poveri ed eresse in Napoli, a Posillipo, un monumento a s. Francesco con i terziari Dante, Giotto e Colombo. La causa di beatificazione è stata introdotta il 13 marzo 1907.

Bibl.: A. Capecelatro, Vita del ven. p. L. da C., Napoli 1887; L. Le Monnier, Vie du p. L. de C., Parigi 1892; L. Fabiani, Vita del ven. p. L. da C., Napoli 1931; G. Nardi, Il ven. p. L. da C. e i collegi dei moretti, Milano 1935.

Angelico Martemucci
LUDOVICO da Castelplanio: v. colini, LUDOVICO.

LUDOVICO da Fossombrone. - Della nobile famiglia Tenaglia, dal 1526 promotore e primo organizzatore della riforma francescana dei Frati Minori Cappuccini, m. fuori dell'Ordine, probabilmente nella regione di Cagli, dopo il 1555 .

Dalla carriera militare passò tra i Minori Osservanti; verso la fine del 1525 , si unì a Matteo da Bascio, per instaurare una rigida osservanza della Regola francescana.

Ottenne una prima autorizzazione dalla S. Sede il 18 maggio 1526, che fu ampliata con la bolla Religionis zelus (Clemente VII, 3 luglio 1528) di costituzione canonica; promulgò nel 1529 le prime Costituzioni; dopo che Matteo da Bascio ebbe ripreso la sua libertà d'azione, come vicario generale (1529-35) difese con destrezza l'Ordine contro ostacoli e opposizioni, gli guadagnò religiosi di notevole tempra, ne diffuse i conventi. Ma ebbe il torto di voler mantenersi al comando, per far prevalere il suo indirizzo di vita eremitica, contemplazione, lavoro manuale, contro il Capitolo del nov. 1535 , ripetuto il 22 sett. 1536, che contemperava la primitiva forma con la liturgia corale, gli studi, la predicazione e il ministero della carità. Estromesso dall'Ordine, mantenne una condotta edificante; ca. il 1550 fu riammesso dal Superiore generale nel Convento d'Amelia; ma il card. protettore R. Pio Leonelli ne ordinò l'allontanamento. Visse da penitente eremita.

Bibl.: Cutberto da Brighton, I Cappuccini, Faenza 1930, possim: Melchior e Pabladora, Historia generalis Ordinis Min. Capuccinorum, I. Roma 1947, passim (con bibl.). F. Canuti, La tragedia di un'anima, Fano 1920, e G. Londei, Rivolta serafica, Fossombrone 1930, ne tantanmo l'apologia (cf. L'Italia francese., 5 [1930], pp. 279-81; 6 [1931], pp. 354-36; 18 [1943], pp. 11-18). Ilarino da Milano

LUDOVICO di Granata (Luís de Granada). Predicatore, scrittore e teologo domenicano spagnolo, n. a Granada nel 1504, m. a Lisbona il 31 dic. 1588.

Da Granata fu mandato nel 1534 a Cordova per restaurare il convento locale di Escalaceli, di cui fu priore. Nei 10 anni 1545-55 fu priore anche a Palma del Rio e a Badajoz. Nell'apr. 1556 venne eletto provinciale del Portogallo dove passò il resto della sua vita, quasi sempre a Lisbona. Fu confessore e consigliere della reggente Caterina, vedova di Giovanni III, e dell'infante don Enrico, cardinalearcivescovo di Evora e re di Portogallo (1578-80). Amico intimo del b. Giovanni d'Avila, ne scrisse poi la prima biografia.

Ancora da provinciale era stato proposto dalla regina Caterina per l'arcivescovato di Bragu, ch'egli invece fece accettare al ven. Bartolomeo (v.) de Martyribus. L'ultimo decennio della sua vita fu rattristato dalle morti della Reggente (1578) e del re don Enrico (1580), e dagli intrighi che portarono sul trono di Portugalie Filippo II re di Spagna (1580), e infine dal malizioso inganno d'una finta stigmatizzata, già sua penitente.
L. di G. lasciò una vasta produzione letteraria, specialmente ascetica e predicabile, che ebbe molteplici traduzioni in lingue straniere e numerose edizioni anche complete (cf. M. Llanesa [v. bibl.]). A ragione è considerato come il principe degli oratori sacri spagnoli, che dette alla lingua castigliana sonorità e magnificenza, e uno fra i primi scrittori di ascetica, che abbia formulato un metodo di orazione per i laici, per condurli alla pratica, così utile, della meditazione. Scrisse pure in latino e in portoghese. Si ricordano: Libro de la oración y meditación... (Salamanca 1554); Guia de pecadores... (Lisbona 15551556); Introducción al símbolo de la fe (Salamanca 1583, forte opera apologetica); le raccolte di sermoni Concionum de tempore (4 tomi, Lisbona 1575-76); Concionum de praecipuis sanctorum festis ( 2 tomi, ivi 1576); Collectanea moralis philosophiae ( 3 tomi, ivi 1571), ed altre.

Bibl.: L. Muñoz, Vida y virtudes del ven. varón el p. m. fr. L. de G., Madrid 1639; Quétif-Echard, II, pp. 2850-916; J. Cuervo, Biografia de fr. L. de Gr., Madrid 1896; P. Quirós, Verdadere retrato de fr. L. de Gr., in La ciencia tomista, 13-14 (1916), pp. 298-307 (con 4 tavole); P. Pourrat, La spiritualité chrétienne, III, Parigi 1925, pp. 143-53; M. Llanesa, Bibliografia del ven. p. m. fr. L. de G., 4 voll., Salamanca 1926-28 (opera monumentale); G. De Arriaga, Historia del Colegio de S. Gregorio de Valladolid, ed. E. Hoyos, II, Valladolid 1930, pp. 29-64. Abele Redigonda

LUDOVICO il Pio, re dei Franchi, imperatore. Le caratteristiche dominanti del carattere e del regno del figlio (n. a Chasseneuil nel 778) e successore di

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(1st. Enc. Catt.)
LUDOVICO II. PIO, RE DEI FRANCHI, IMPERATORE - Ritzatto delI'Imperatore, Miniatura (ca. 840 ) nel codice contenente la Laudes conclus Crasis di Rabano Mauro, proveniente dal monastero di Fulda - Biblioteca Vaticana, cod. Reg. lat. 124, f. 4°.

Carlomagno sono l'influenza ecclesiastica e la debolezza dell'autorità. Benché dotato di vigore fisico e d'una solida cultura greco-latina, acquistata alla scuola di s. Benedetto di Aniane, L. mancava della risolutezza indispensabile ad un uomo di governo. Preferendo l'umiltà monastica, dimenticò la grandezza della dignità imperiale al punto d'accettare, ad Attigny (822), la confessione pubblica del suo pentimento per la punizione inflitta al nipote Bernardo d'Italia. Si prestò al gioco della corte, e le rivalità degenerarono in aperte guerre civili.

La struttura dell'Impero restò senza dubbio simile a quella che era sotto il regno precedente: identica estensione geografica, stessa organizzazione. Ma dal fatto che l'opera di Carlomagno era rimasta incompiuta nacque una crisi : Carlomagno s'era fatto protettore della S. Sede; L., docile al clero che l'aveva educato, si fece incoronare da Stefano V (ott. 816) e rinunciò ad ogni giurisdizione su Roma (privilegio dell'817); ma più tardi ( 824 ) sotto l'influenza dell's imperialista» Wala, abate di Corbie, ritirò le concessioni precedentemente fatte e pretese dal Papa il giuramento di fedeltà. I vescovi tuttavia affermarono la preminenza del sacerdozio sull'Impero e imposero una riforma del clero (829).

L'ideale imperialista dell'unità fu contrastato dal perdurare della prassi delle spartizioni territoriali, dalle ambizioni, dagli interessi individuali che giunsero fino all'esasperazione, e dai particolarismi regionali: l'Ovdinatio dell'817 aveva associato al trono Lotario, primogenito dell'Imperatore, e assegnato la Aquitania e la Germania ai due cadetti Pipino e Luigi. Per compiacere alla seconda moglie Giuditta, sposata nell'819, l'Imperatore fece una quarta parte per il figlio avuto da lei, Carlo (d