rito. Si aggravò così la rivalità fra il Capetingio e il Plantageneto. L. VII non conobbe vittorie, ma approfitò delle discordie del suo nemico con i suoi figli, i suoi baroni, ed i suoi vescovi, in particolare Thomas Hecket. Il mancato accordo di L. con l'imperatore Federico Barbarossa rischiò di provocare una alleanza anglo-tedesca. Le difficoltà di L. VII non ostacolarono però i progressi iniziatisi sotto il suo predecessore. La Chiesa sostenne il Re, che accolse a Sens il papa Alessandro III, fuggiasco. La gestione del dominio reale venne migliorata e il Re espresse i suoi voleri per mezzo di ordinanze. I matrimoni successivi di L. VII stanno a dimostrare i progressi della dinastia. Dopo Eleonora di Aquitania, sposò Costanza di Castiglia (1154) e sua sorella diviene contessa di Tolosa; i Capetingi si orientarono verso il Sud. Con la terza sposa, Adele di Champagne (i 160), la potente famiglia dei Thibaut si ravvicinò alla corte formando così un potente partito. Questi orientamenti dànno il senso del progresso futuro della dinastia.
Bibl.: H. R. Hirsch, Studien zur Geschichte König Ludviges VII. von Franbreich, Lipsia 1892; E. Lavisse, Hist. de France, III, 1, Parisi 1901, pp. 1-83; E. Magne, La reine Alidour, ivi 1931; Ch. Petit-Dutaillis, L'essor des Etats d'Occident, ivi 1937; R. Foetier, Les Capétiens et la France, ivi 1942; M. Aubert, Suger, ivi 1950.
Guglielmo Mollat
LUIGI VIII, detto il Leone, re di Francia. Figlio di Filippo Augusto, n. a Parigi il 5 sett. i 187 , m. durante un viaggio a Parigi, nel 1226. Non regnò sulla Francia che 40 mesi (1223-26), ma in tale breve periodo meritò l'appellativo di «leone»: «era difficile ad eccitarsi e difficile a calmarsi». Prima di regnare aveva collaborato all'opera di conquista di suo padre, Filippo Augusto; eletto re, la prosegui.
Poco mancò che non conquistasse l'Inghilterra; solo la sottomissione di re Giovanni a papa Innocenzo III (1213) e la morte di costui (1216) salvarono l'Inghilterra dalla dominazione capetingia. Divenuto re, L. continuò la riconquista dei feudi inglesi in Francia, annettendo alla corona il Poitou con la Rochelle.
L. VIII rappresentò soprattutto «il braccio secolare» nella crociata contro gli Albigesi, dopo la morte di Simone di Montfort. Riuscì a prendere Avignone, ma morì prima di aver portato a termine la conquista della Linguadoca. L'acquisto del siniscalcato di Beaucaire estendeva il dominio regio, per la prima volta, sino al Mediterraneo.
In questo momento i Capetingi hanno degli interessi meridionali sempre più estesi. Morendo, L. VIII lascia alla sua vedova, Bianca di Castiglia, reggente di un bambino di pochi mesi, un regno più esteso ed un potere più saldo.
Bibl.: Ch. Petit-Dutaillis, Etude sur la vie et le régue de Louis VIII, Parigi 1894; E. Lavisse, Hist. da France, III, 1, ivi 1901; Ch. Petit-Dutaillis, L'essor des Etats d'Occident, IV, II, ivi 1937; R. Fawtier, Les Capétiens et la France, ivi 1942; P. Belperron, La guerre des Albigeois et l'union du Languedoc à la France, ivi 1942.
Guglielmo Mollat
LUIGI IX, re di Francia, santo. - N. il 25 apr. 1214, forse a Poissy, m. presso Tunisi il 25 ag. 1270.
Allevato dalla madre Bianca di Castiglia, rigidamente cattolica, s. L. ebbe per caratteristiche il culto della giustizia ed il rispetto dei diritti altrui.

(per cortesia di mons. A. P. Frutaz)
Luigi XI, re di Francia - Quadro attribuito a Colin d'Amiens.
La sua equità gli valse una tale fama che i suoi contemporanei sollecitarono il suo arbitrato nelle contese che li dividevano. L'arbitrato di Péronne ( 24 sett. 1256) ristabilì la pace fra lo Hainaut e le Fiandre. L'abitrato di Amiens ( 24 genn. 1264) costituisce la sentenza più famosa pronunciata nel conflitto tra Enrico III d'Inghilterra ed i suoi baroni.
In Francia il Parlamento cominciò, sotto il regno di s. L., a render sentenze nelle cause particolarmente difficili, venute in appello. Il principe, seduto all'ombra d'un castagno a Vincennes, amava ascoltare le ragioni dei litiganti e decidere sulle loro controversie. Uomini di fiducia del re, scelti per la loro probità, furono inviati per tutta la Francia per scoprire e reprimere gli abusi commessi dagli ufficiali della corona. I rendiconti del tesoro furono severamente controllati al «Temple». Ebbe corso una buona moneta che soppiantò in breve tutte le altre, coniate dai vari signori feudali. Quanto alla sua carità e bontà basta citare le cure che egli ebbe per gli ammalati di peste e per i labbrosi, la fondazione delle Filles-Dieu per le donne cadute, dei Quinze-Vingra per gli infelici colpiti dalla cecità, gli ospedali da lui fondati a Pontoise, a Compiègne, ecc. La pietà del re si manifestò inoltre in quell'ammirabile gioiello che è la SteChapelle, costruita in onore della corona di spine del Salvatore.
In politica estera L. IX tese ad eliminare - una volta per tutte - le cause di attrito fra la Francia ed i paesi confinanti. Il Trattato di Corbeil (i i maggio 1258) assicurò alla casa d'Aragona il possesso della Catalogna, contro la rinuncia a tutti i diritti in Provenza e in Linguadoca. Il Trattato di Parigi del 28 maggio 1258, ratificato nel dic. 1259, che fu assai criticato ai suoi tempi, cedette al re d'Inghilterra la Guyana, le diocesi di Limoges, di Cahors e di Périgueux, contro la rinuncia del
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re d'Inghilterra alla Normandia, all'Anjou, alla Turenna, al Maine e al Poitou.
L'appello rivolto da Innocenzo IV alla cristianità in favore della Crociata, venne raccolto dal re di Francia. Il 7 giugno 1249 un'armata entrava a Damietta. Invece di attendere l'arrivo del grosso delle truppe, Roberto d'Artois attaccò il nemico a la Mansura. S. L. accorse in aiuto del fratello in pericolo, ma dopo un furioso combattimento cadde prigioniero in mano dei Saraceni ( 5.8 apr. 1250 ) edovette versare una somma assai considerevole per il suo riscatto.
Il 17 luglio il re sbarcò di nuovo sulle coste africane con l'intenzione di congiungersi con le bande del Sultano di Tunisi, pronte, si diceva, ad irrompere in Egitto. Ma il clima micidiale decimo le forze dei cristiani e s. L. stesso, colpito dalla peste, vi perdette la vita. Fu canonizzato da Bonifacio VIII, l'11 ag. 1297. E venerato come patrono principale del Terz'ordine francescano.
Bibl.: A. Molinier, Les sources de l'histoire de France, III, Parigi 1903, pp. 113-165 (enumerazione delle fonti pubblicate). Non esiste ancora alcuna vita di s. L. che possa dirsi scientificamente autorevole, non essendo ancora stato effettuato lo spoglio completo degli atti dal 1c. Tale spoglio è stato intrapreso da Carolus Barre. E stata in genere studiata solo la figura morale del Santo: G. Goyau, St Louis, Parigi 1928. Studi parziali eccellenti sono: E. Berger, St Louis et Innocent IV. Etude sur les rapports de la France et du St-Siège, Parigj 1803; E. Deprez, Les préliminaires de la guerre de Cast Aus, ivi 1902; R. Fawtier, Les Capétiens et la France, ivi 1942; R. Grousset, Histoire des Croisades, 2² ed., ivi 1948-49.
Guglielmo Mollat
LUIGI X, detto le Hutin (=attaccabrighe), re di Francia. - Figlio di Filippo IV il Bello, n. a Parigi il 4 ott. 1289, m. a Vincennes il 5 giugno 1316. La ripetuta variazione del corso delle monete, la posantezza del carico fiscale, il tipo di governo, arbitrario e contrario ai privilegi feudali, avevano provocato, sotto il Regno di Filippo IV il Bello, la formazione di leghe provinciali di cui fecero parte certi membri del clero e soprattutto i baroni, gelosi dell'influenza acquistata, presso il re, a loro detrimento, da parte dei legisti reali.
Non appena salì al trono ( 29 nov. 1314), scoppiarono torbidi nella Borgogna e nella Champagne. Il giovane monarca non tentò nemmeno di lottare con la forza contro l'opposizione, incoraggiata da suo zio, Carlo di Valois. Prodigo, di volontà debole, dedito ai piaceri ed al gioco, sacrificò Enguerrand de Marigny, ministro onnipotente sotto il Regno di Filippo il Bello, e detestato dal popolo, e lo mandò a morte. Con le leghe feudali cercò un accordo e consentì a concedere le "Carte" ai sudditi della Piscardia, della Borgogna, della Champagne, della Normandia, della Linguadoca, ecc. In fondo, però, tali "Carte" erano circondate da tante restrizioni e correttivi che il loro valore pratico era per la maggior parte illusorio. Quando Roberto, conte di Fiandra, rifiutò di prestargli omaggio di persona, L. X fece ricorso alle armi. Ma invece di iniziare la campagna in un'epoca favorevole, quella della primavera, egli attese l'autunno, stagione delle piogge. Le sue truppe si impantanarono nel fango delle Fiandre, e di conseguenza fu obbligato ad una ritirata umiliante ( 1315 ). Il cronista Jean de SaintVictor attribuisce la morte improvvisa di L. X ad un'ingestione esagerata di acqua fredda.
Bibl.: P. Lehuqeur, Histoire de Philippe le Long roi de France (1316-1v), Parigi 1897, pp. 1-9; Artonne, Le mouvement de 1314 et les Chartes preoinciales de 1313, ivi 1912; R. Fawtier, Les Capétiens et la France, ivi 1942, v. indice.
Guglielmo Mollat
LUIGI XI, re di Francia. - Della casa di Valois, n. il 3 luglio 1423 a Bourges, da Carlo VII e Margherita di Anjou, m. il 30 ag. 1483 a Plessy les Tours; sposò Margherita di Scozia, poi Carlotta di Savoia, da cui ebbe Carlo (VIII) e le figlie Anna e Giovanna. Come Delfino fu a lungo in rotta con il padre; re dal 22 luglio 1461 , dovette lottare pauro-
samente con i grandi signori feudali (Lega del bene pubblico) fino alla morte del più pericoloso di essi, Carlo duca di Borgogna (1477).
Benemerito dell'unità nazionale francese, sterminò le grandi case (Nemours, Armagnac, Alençon cct.), riunl allo Stato Maine, Provenza, Artois, ma i metodi usati furono degni della slealtà degli avversari. Si mescolò attivamente alla politica italiana, e fu in relazioni tese con i papi Pio II, Paolo II e Sixti IV per la Prammatica Sanzione e le sue Ordinanze, sospinto a ció dai Parlamenti e dalla Università di Parigi : fu in relazioni devote con s. Francesco di Paola (v.).
BibL.: A. Desjardins, Louis XI, sa politique extérieure et ses rapports avec l'Italie, Parigi 1874; R. Buser, Die Beziehungen der Medizner zu Frankreich, Lipsia 1879, passim; J. Combet, Louis XI et le St-Siège, Parigi 1902; P. Champion, Louis XI, 2 voll., ivi 1927; J. Calmette, Le crand règne de Louis XI, ivi 1938; R. Gandilhon, Politique ciononique de Louis XI, iv 1941. Vastissima bibl. in id., L'ćlaboration du monde moderne, 3² ed., ivi 1949, pp. 225-36; cf. anche J. Ahlhaus, Ludwig XI., in LThK, VI, col. 695 (con bibl.).
Luigi Simeoni
LUIGI XII, re di Francia. - Della casa ValoisOrléans, n. il 27 giugno 1462 a Blois da Carlo d'Orléans e Maria di Clèves, successo al cugino Carlo VIII il 7 apr. 1498 e m. il 1° genn. 1515 . Sposò Giovanna figlia di Luigi XI, poi Anna di Bretagna, vedova di Carlo VIII, per riunire alla corona questo grande feudo; da essa ebbe due figlie, Claudia e Renata: in terze nozze sposò Maria d'Inghilterra (sett. 1514).
Come principe fu spesso ribelle a Luigi XI e alla reggente Anna di Beaujeu; prese parte con Carlo VIII alla spedizione in Italia, rivendicando i suoi diritti al Milanese come nipote di Valentina Visconti, occupando Novara ove fu assediato. Divenuto re, assunse i titoli di duca di Milano e re di Napoli, continuò la politica italiana del cugino e ottenuta l'alleanza di Venezia e di Alessandro VI occupò facilmente il Milanese (1499) e spartì con Ferdinando il Cattolico il Napoletano (Trattato di Granata, 1500); ma presto i Francesi ne furono cacciati dagli Spagnoli (1503). Aiutò la conquista della Romagna di Cesare Borgia e, nel 1507, represse duramente una rivolta di Genova. Fu parte massima della Lega di Cambrai e della sconfitta di Venezia, ma, voltosi Giulio II contro i Francesi, essi furono espulsi dall'Italia. Il re allora ebbe il torto di convocare un conciliabolo a Pisa per far deporre il Papa; fu scomunicato e dovette sottomettersi. In Francia fu ricordato come padre del popolo per tributi diminuiti e buone riforme compiute con il card. d'Amboise.
Bibl.: L. G. Pélissier, Louis XII et Ludovico Sforza, 2 voll., Parigi 1896; H. Hauser-A. Renaudet, Les débuts de l'age moderne, ivi 1929, v. indice; Pastor, III, IV, passim (v. indice); H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, I, trad. it., Brescia 1949, v. indice (con ampia bibl. sul Conciliabolo di Pisa). Luigi Simeoni
LUIGI XIII, re di Francia. - Della casa di Borbone, n. a Fontainebleau il 27 sett. 1601 da Enrico IV e Maria de' Medici, m. il 14 maggio 1643 a St-Germain-en-Laye. Sposò nel 1615 Anna d'Austria da cui ebbe Luigi XIV e Filippo d'Orléans. Parduto il padre, ucciso nel 1610 , ebbe una fanciullezza disgraziata, sotto la tutela della madre, tra le lotte dei partiti e il dominio dei favoriti da cui fu liberato con l'assassinio, nel 1617, del Concini.
Cadde allora in mano ad altri prepotenti e incapaci, finché nel 1624 non creò primo ministro il card. Richelieu a cui mantenne la sua fiducia sino alla morte, malgrado la profonda ostilità della Corte e della nobiltà recalcitrante contro il ministro che restaurava l'autorità assoluta del re, schiacciava i Parlamenti, la nobiltà e gli Ugonotti come partito politico. Uomo mediocre ma pieno del senso dei suoi doveri regali, partecipò all'assedio di La Rochelle e a spedizioni nel mezzogiorno e in Piemonte. Assecondò Richelieu nella lotta contro la Casa d'Austria sia in Germania che nei vari domini spagnoli (Fiandra,
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Catalogna, Portogallo, Italia) e, morto il Richelieu, con la nomina del Mazzarino ne assicurò la continuazione e il successo. Ebbe buone relazioni con papa Urbano VIII pure in sospetto della prepotenza spagnola. Il Piemonte, governato da sua sorella Cristina, reggente, segul le sue direttive.
Bias, M. Topin. Louis XIII et Richelien, Parigi 1876; R. de Beauchamps, L. XIII d'opres sa corresp. avec le card. de Richelieu, ivi 1902: (Sotor, XII, XIII, passim (v. indica): J. Conn. Louis XIII et Richelieu, Parigi 1944: B. Champignoulle, Le règne de Louis XIII, ivi 1950. Per altra bibl.: E. Préclin-V, L. Tapié, Le XVIIe siècle, 2° ed., ivi 1949, p. 173 sgg. Luigi Simeoni
LUIGI XIV di
Borbone, re di Francia. - N. a St-Germain-en-Laye il 5 sett. 1638 da re Luigi XIII e Anna d'Austria, figlia di Filippo III re di Spagna, m. a Versailles il 1° sett. 1715; sposato con Maria Teresa, figlia di Filippo IV re di Spagna, in seconde nozze si sposò segretamente con M.me de Maintenon (1683); suo unico figlio legittimo fu il Gran Delfino, premortogli nel 1711 . Triste fu la sua infanzia presso genitori poco concordi; re di nome il 14 mag-

gio 1643, procla-
mato maggiorenne a 14 anni in mezzo alle fughe e ai tumulti della Fronda, non esercitò la sua autorità che alla morte del Mazzarino ( 9 marzo 1661), la cui scomparsa gli permise di iniziare in pace l'organizzazione di quella monarchia assoluta che, modificata da circostanze e dal carattere dei successori, durò nelle sue linee maggiori fino al 1789 . Nel giudicare l'opera di L. XIV non è giusto dimenticare la responsabilità della nazione che, favorita nel suo orgoglio, applaudì al suo re in disegni che poi si dimostrarono deplorevoli; ad es., nei rapporti ecclesiastici. L. XIV talora moderò tuttavia eccessive proposte dei Parlamenti.
Appena prese le redini del governo, fra lo stupore incredulo della Corte, L. XIV fece conoscere che d'ora innanzi nulla doveva farsi nel regno senza suo ordine; l'érs dei primi ministri era chiusa. Di fatto egli esercitò personalmente il potere; tre ministri formarono il Consiglio di Stato o Conseil d'en haut, e furono dapprima il cancelliere Michel Le Tellier, H. de Lionne segretario agli Esteri, e N. Fouquet soprintendente alle Finanze. Quest'ultimo fu poco dopo sostituito dal Colbert, e nel 1666 al cancelliere successe il figlio marchese de Louvois, ministro della Guerra. Con questi tre uomini di origine borghese il re prese nei primi decenni le maggiori decisioni di politica estera ed interna.
L'aspetto più noto e censurato della politica di L. XIV fu certo quello diretto a creare un primato della Francia in Europa (come già con Enrico IV, Richelieu e Mazzarino) ma con mezzi più larghi, disegni ed uomini più preparati nelle armi e nella diplomazia e di fronte ad una Europa da principio assai debole, ma che lentamente organizzò la resistenza contro questa crescente ambizione, che sarà infine contenuta ed umiliata. Del resto già il matrimonio spa-
gnolo di L. XIV era nella finalità, e persino nelle formole del contratto, in funzione di una probabile successione; la prima possibilità fu offerta dalle Fiandre (che tanto si addentravano nel regno) con il pretesto del diritto privato di devoluzione, usato localmente. Alla morte di Filippo IV, nel 1667, L. XIV occupò dodici città (fra cui Lilla) che nella pace di Aquisgrana (apr. 1668), imposta dall'alleanza anglo-slandese-svedese, poté consecvare, restituendo la Franca Contea (Besançon) facilmente conquistata. Lo sdegno di L. XIV e della Francia si rivolse allora contro l'Olanda, autrice della lega; isolata diplomaticamente da Inghilterra e Svezia, fu nel 1672 invasa col famoso passaggio del Reno (12 giugno) a Toll-Huys, esaltato da poeti e pittori. La reazione europea fu vasta e, più che contro l'Olanda, L. XIV dovette lottare contro l'Impero e una forte coalizione europea; Messina, ribellatasi alla Spagna nel 1674, fu occupata e poi abbandonata alle vendette spagnole nella pace di Nimega (ag.sett. 1678 con Olanda e Spagna), nella quale L. XIV conservò la Franca Contea e città delle Fiandre (Cambrai, Valenciennes ecc.): cenuüste di terre francesi, ma che suscitarono il profondo rancore degli Olan-
desi, che avevano allagato il loro territorio per salvare Amsterdam ed avevano rimesso a capo delle loro forze militari quale statolder Guglielmo d'Orange, il nemico più accanito di L. XIV che ne frenò e umiliò l'ambiziosa prepotenza. Il re non sentil lo scarso fondamento del suo successo e, restando potentemente armato, con le famose Camere di riunione reclamò ed occupò le antiche dipendenze (vere o pretese) delle sue nuove terre e fra queste Lussemburgo e Strasburgo (1681), mentre in Italia si faceva cedere dal duca di Mantova il diritto di guarnigione in Casale Monferrato e bombardava Genova (1684) perché costruiva navi per la Spagna. L'Europa non osò reagire e nella tregua di Ratisbona ( 15 ag. 1684) con la Dieta, le occupazioni gli vennero lasciate per 20 anni; l'anno prima i Turchi erano sotto Vienna, anche per suggestione di L. XIV, e solo le armi di Sobieski salvarono la capitale. L'ostilità europea, che la revoca dell'Editto di Nantes (1685) rinfocolava nei paesi protestanti, si precisa nella Lega d'Augusta (1686); e nel 1689 Guglielmo d'Orange diviene re d'Inghilterra al posto del suocero Giacomo II il Cattolico. La guerra era divampra e L. XIV la apre facendo del ridente Palatinato una terra bruciata fra l'orrore dell'Europa. Per la Francia, già esausta, le sconfitte si alternano alle vittorie e L. XIV, togliendo alla Lega Vittorio Amedeo di Savoia col cedergli Pinerolo, può arrivare alla pace di Ryswick (1697), restituendo molte conquiste e riconoscendo l'Orange quale re d'Inghilterra.
Era imminente la successione in Spagna e L. XIV, mentre trattava con l'Inghilterra la spartizione della eredità, facendo leva sull'orgoglio nazionale spagnolo riusciva a far designare il nipote Filippo di Angiò unico erede dell'intera monarchia. L'accettazione era una provocazione per Inglesi e Olandesi, ma un rifiuto, che avrebbe sostituito, a Filippo, Carlo d'Asburgo, era difficile e dannoso. Il vero torto di L. XIV fu di aver aggravato la tensione,
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cacciando gli Olandesi dalle Fiandre, ove tenevan certe piazze, inviando truppe francesi a Milano e riconoscendo Giacomo III Stuart re d'Inghilterra. Si formò una coalizione europea e dal 1701 la guerra si combatté su tre scacchieri: Germania, Italia e Fiandre; già nel 1704 la Germania era perduta, e nel 1706 anche l'Italia e le Fiandre; in Spagna era sbarcato l'arciduca Carlo. Le condizioni della Francia, minacciata di invasione, indussero il re a chiedere la pace; ma quando si pretese che cacciasse dalla Spagna il nipote, egli si rifiutò, preferendo untilarsi a fare appello al suo popolo. La salvezza venne dal pericolo che Spagna ed Austria avessero a riunirsi quando, alla morte dell'imperatore Leopoldo, gli successe il fratello Carlo pretendente spagnolo. Olanda ed Inghilterra conclusero con L. XIV a Utrecht (1713) la pace sulla base della spartizione, ed ad essa dovette l'anno dopo adattarsi l'imperatore Carlo VI. Unico vantaggio per la Francia era che la Spagna non fosse più nemica, ma restava la minaccia, sul fianco, dell'Austria insediata nel Belgio.
Se il potere personale di re L. XIV prese forma precisa nel 1661 con il Conseil d'en haut, in cui era deciso ogni affare importante, la centralizzazione si organizzò a poco a poco nel seguente decennio al centro e nel paese specie con lo sviluppo degli intendenti provinciali. Le finanze costituivano il settore più torbido e delicato e L. XIV, liberatosi duramente del Fouquet, imprudente nell'ostentare ricchezze male acquistate, ebbe in G. S. Colbert (che però fu solo controllore generale) l'uomo onesto e capace che diede alla amministrazione il suo nuovo carattere. Il Consiglio delle Finanze si riuniva due volte alla settimana attorno al re che verificava i registri delle entrate e delle spese e firmava i consuntivi. Nelle provincie gli intendenti controllavano le amministrazioni municipali, dapprima per liquidarne i debiti e sanarne le cattive gestioni, poi per un controllo completo che, pur benefico in fondo, sopprimeva le antiche autonomie. Così l'assolutismo penetrava profondamente nel paese per stabilire un ordine, che di fatto non c'era, eliminando le resistenze e gli abusi locali.
Nella politica ecclesiastica L. XIV, sia nei rapporti interni che con il papato, seguì la stessa mentalità assolutista. Con i papi ebbe due conflitti per cause locali: il primo, nel 1662, per la guardia papale còrsa, nel quale il papa Alessandro VII dovette subire un umiliante Trattato (Pisa, 12 febbr. 1664); l'altro con il papa Innocenzo XI, che voleva abolita la «libertà del quartiere» che gli ambasciatori francesi pretendevano conservare, mentre gli altri vi rinunciavano. Ma il vero urto di carattere propriamente ecclesiastico si ebbe per il diritto di regalia (amministrazione delle diocesi vacanti) che L. XIV nel 1673-75 allargò a tutta la Francia. Solo nel 1678-80 il papa Innocenzo XI protestò pubblicamente e il re si servì dell'Assemblea del clero la quale si lagnò che il Papa intervenisse in un affare civile, e, a nuove proteste del Pontefice, in altra assemblea del marzo 1682 vennero votati i famosi 4 articoli delle cosiddette «libertà gallicane», lesive della piena autorità papale, che L. XIV ordinò venissero professate da tutti e insegnate nelle università e nei seminari. Procedendo con lo stesso spirito assolutista, impose la conversione agli ugonotti, più con le vessazioni che con la persuasione, e quando il calvinismo parve spominato per emigrazione o conversione forzata, revocò l'Editto di Nantes come superfluo. Nella Francia cattolica non tutti furono concordi in questo violento procedere, ed a Roma il Papa, pur festeggiando la conversione degli eretici, dubitava che le pretese «libertà» non conducessero la Francia ad uno sistema. Innocenzo XI rifiutò l'investitura ai nuovi vescovi, che avevano partecipato all'assemblea del 1682, e, divenuto vacante l'arcivescovato di Colonia, si oppose al candidato francese. Lo scoppio della guerra
c la sua durezza costrinsero L. a cercare un accomodamento, dopo che il papa Alessandro VIII aveva nel 1691 condannato con una bolla le 4 proposizioni. Solo con Innocenzo XII, nel 1693, si giunse ad un accordo nel quale il Papa tollerava la regalia, ma otteneva che i nuovi vescovi sconfessassero le proposizioni gallicane e il re ritirasse l'ordine di insegnarle. Nelle discordie con i giansenisti il re invece appoggiò l'azione papale; per il quietismo sollecitò dal Papa la condanna. Durante l'ultima guerra di successione di Spagna il papato minacciato, anzi assalito dall'Imperatore, fu in migliori rapporti con il Re.
La morte di L. XIV fu accolta come un sollievo nel regno dopo gli ultimi anni di paurose sofferenze; si tenevano anzi disordini. Cosi finiva il re, già idolo della Francia, alla quale pure aveva assicurato, se non un primato politico impossibile, la supremazia culturale nella civiltà europea, che anche i disastri non potevano cancellare. Purtroppo L. XIV, creando la monarchia assoluta, vi istillò un germe mortale con l'esagerazione dell'arbitrio sovrano, che in lui aveva qualche freno nel suo costante intervento personale negli affari, cosa che non si verificò più nei suoi successori, poveri di volontà. La smania di assolutismo fu aggravata dal suo isolarsi, trabilendosi con la corte a Versailles, ove certo egli anche lavorava seriamente, ma dove invece pareva che si celebrasse solo la pompa della sua regalità, sullo sfondo di una massa di cortigiani, in una pesante etichetta che lo separava dal paese e lo rendeva, insieme ai suoi successori, prigioniero di quelle classi privilegiate con le quali la monarchia avrebbe finito con il precipitare. - Vedi tav. CXV.
BibL.: Limitata alle opere essenziali. Fonti: L. XIV, Oeuvres. 6 voll., Parigi 1806 e in particolare i Mémoires, ed J. Longnon, ivi 1927: le lettere sono disperse in numerose raccolte; importanti in numerosi Mémoires di contemporanei e primi quelli (per quanto assai molevoli) del St-Simon, ed. A. e J. de Boislale, 22 voll., ivi 1878 sgg., e le Lettres di M.me de Sévigné, 14 voll., ivi 1861-66. Per la politica estera il Rensel des instructions données aux ambassadeurs... depuis le traité de Westphalia, ivi 1884 sgg. Sulla vita del re: Mémoires du curé de Versailles, a cura di G. Girard, ivi s. d. e J. A. Le Roi, Journal de la soute du roi Louis XIV, ivi 1862; per la politica interna: A. M. De Boislale, Correspondance des contrôleurs généraux des finances avec les intendants, ivi 1874 1883, e in genere E. Bourgeois e L. André, Les sources de l'histoire de France: XVII siécle (1610-1715), 4 voll., ivi 1913-24.
Studí: Per una valutazione generale, oltre il famoso Siècle de Louis XIV del Voltaire, v. le storie gen. di Francia del Michelet, Martin e Lavisse, la Francolisiche Geschichte im XVI, und XVII, Zoleri, di L. Renée, Lipsia 1869; L. Bertrand, Louis XIV, Parigi 1923; per la vita di corte, P. de Nolhac, Versailles résidence de Louis XIV, ivi 1923, e M.me St René-Tuilandier, Le grand roi et sa cour, ivi 1930; per i rapporti con il papato v. Pastor, XIV e XV, v. indice; M. D'Angelo, L. XIV e la S. Sede (1669-93), Roma 1914; J. Oreibal, Louis XIV contre Innocent XI, Parigi 1949; L. O'Brien, Innocent XI and the revocation of the edict of Nantes, Berkeley (California) 1930. Per la politica interna: G. Paglia, La monarchia d'umien régime en France, Parigi 1928; Marquis de Roux, Louis XIV et les provinces conquises, ivi 1938. Per la politica estera: E. Waldteufel, La politique étrangère de Louis XIV, ivi 1898; G. C. Picavet, La diplomatie française au temps de Louis XIV, ivi 1932; sulla rivolta di Messina, E. Laloy, La réudte de Messina, l'expédition de Sicile et la politique française en Italie, 3 voll., ivi 1929-31; v. inoltre P. Gazette, La France de Louis XIV, ivi 1946; Ph. De Vries, Het beeld van Lodewijk XIV in de Franse geschied- schriftwing, Amsterdam 1948; Ph. Sagnac-A. de St-Léger, Louis XIV (1661-1715), 3° ed., Parigi 1949; L. André, Louis XIV et l'Europe, ivi 1950; J. E. King, Science and rationalism in the government of Louis XIV, Baltimore 1950. Luigi Simooni
LUIGI XV, re di Francia. - N. a Versailles il 15 febbr. 17 io da Luigi, duca di Borgogna, secondo Delfino, e da Maria Adelaide di Savoia; erede della corona, il 7 sett. 1715, sotto la tutela di Filippo II duca di Orléans, capo del Consiglio di reggenza. Precettore ascoltato ed amato fin dai primi anni
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(fol. Alinari)
(fot. Alinari)
In alto a sinistra: RITRATTO DI LUIGI XVIII, dipinto di F.-H. Drouais - Versailles, Castello. In alto a destra: RITRATTO DI LUIGI XIV, dipinto di H. Rigaud - Parigi, Museo del Louvre. In basso a sinistra: RITRATTO DI LUIGI XV, busto di E.-P.-A. Gois (1770) - Versailles, Castello. In basso a destra: RITRATTO DI LUIGI XVI, busto di J.-A. Houdon - Versailles, Castello.
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SUPERFICIE PARZIALE DELLA LUNA. In alto a sinistra: Mare Crisium; al centro: Mare Tranquillitatis. Mare Serenitatis; In basso: parte della catena degli Appennini. In alto a dietro: Mare Precambiaris, Mare Neetaris; in basso: Terre lunari con i grandi crateri di Tolomeo, Alfonso, Arzachalc, Teofile, Cirillo, Caterina ecc.
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gli fu H. de Fleury, vescovo di Fréjus, dolce e modesto, che conquistò tanto ascendente sul giovane Re, che, alla morte del duca di Orléans, fece accettare come primo ministro il duca Luigi Enrico di Borbone, (1723), il quale con la marchesa de Prie dominò da padrone la politica interna ed estera. L'intesa con l'Inghilterra e l'urto con gli Orléans portarono la Francia a staccarsi progressivamente dalla Spagna. L. XV sposò il 4 sett. 1725 Maria Leszczyska, figlia di Stanislao, creato re di Polonia da Carlo XII ma detronizzato dall'elettore di Sassonia Augusto II.
Poiché il Borbone cercò di deviare sul Fleury l'odiosità dei nuovi tributi imposti e delle misure di rigore contro giansenisti e protestanti, il Re resgì licenziando il duca, esiliando la marchesa de Prie e si raffreddò con la Regina, che avversava manifestamente il Fleury. Il Fleury ottenne il cappello cardinalizio appena due mesi dopo il licenziamento del duca di Borbone e suggerì di abolire la carica di primo ministro; fu egli stesso di fatto arbitro del governo, fino alla morte (1743).
Il cardinale, moderato e propenso alla pace, segui una politica di raccoglimento all'estero ed all'interno nell'interesse della monarchia e della Francia, e la continuò durante la guerra di successione polacca scatenatasi in Europa in seguito all'improvvisa morte di Augusto II di Sassonia (febbr. 1733). Fu merito soprattutto dalla politica di lui se il trattato di Vienna del 1738 assicurò vantaggi tali da far ritenere L. XV ancora arbitro dell'Europa.
Nella politica interna, L. XV si trovò a dover lottare contro gli avversari della famosa bolla Unigenitus a tendenza giansenista. Si dové all'abilità del Fleury se, pur fra resistenze e proposte elevate fino ai piedi del trono, fu ridotto al silenzio il giansenismo laico ed accettata la bolla Unigenitus ( 24 maggio 1730), e se furono bandite, per la tranquillità dello Stato, le interpretazioni sottili degli avversari della bolla, che finivano per scuotere le regole della gerarchia e il rispetto della legge e proibiti gli scritti di ispirazione giansenista, con pene che andavano dall'ammenda al bando. Solo nel dic. 1737 fu raggiunta la pace secondo il volere del Fleury.
E fin troppo nota la parte che negli affari privati e pubblici ebbero le amanti che dopo la disgrazia della Regina seppero dominare L. XV. Dal 1743 al 1750 dominò completamente sull'animo del re Antonietta Poisson d'Etiofos, creata marchesa di Pompadour, che seppe fargliisi consigliera scaltra e sagsce anche nelle vicende politiche e lo indirizzò su quel ravvicinamento della Francia con l'Austria, che, mutatosi in alleanza, causò una guerra disastrosa contro Prussia ed Inghilterra alleatesi insieme. Ciò fu dovuto in parte a quella irresolutezza, che il Sovrano mostrò anche nella questione dei beni di manomorta suscitata dal Machault, nella quale, mantenutosi per un certo tempo estraneo, rinunziò poi bruscamente al proposito di gravare di tributi i beni del clero; e inoltre nella lotta fra il Parlamento e la Chiesa di Francia e di Roma, quando passò frequentemente da condanne a perdoni, sostenne l'arcivescovo di Parigi ed esilio a Pontoise il Parlamento; per poi richiamare quest'ultimo senza aver ottenuta una sola concessione, quando non impedì l'esilio contro l'arcivescovo, e quando infine fu obbligato, per ottenere silenzio sulla bolla Unigenitus, a ricorrere a Benedetto XIV e a tenere il lit de justice del 1756, in seguito al quale 180 consiglieri dettero le dimissioni.
Anche con i "filosofi" del suo secolo, L. XV tenne condotta vacillante ed incerta. Mentre la Pompadour si affaccendava a proteggerli, L. XV accettò di sostenere unicamente i falocrati perché le loro teorie avevano portata fiscale favorevole alla monarchia, però non rifuggì dall'idea di guadagnare a sé Voltaire. Negli ultimi anni del regno crebbe nel popolo francese il fermento. Le pazze spese del tesoro regio per le favorite (si calcola che per la sola Pompadour il Re avesse speso non meno di trentasei milioni di franchi), la dilapidazione scandalosa dei finanziari irritarono sempre più e furono motivi di torbidi popolari. Satire e pasquinate corsero per le vie
e le piazze di Parigi e della Francia. Sotto questo rispetto, l'attentato di Damiens ( 7 genn. 1757) trovava una giustificazione nell'irritazione popolare.
Dopo la morte della Pompadour (1764) si sperava che, con il ravvedimento del Re, si iniziasse il riordinamento finanziario. Invece venne il momento di una nuova favorita, la Du Barry la quale, pur senza ambizioni politiche, ebbe parte in tutti gli intrighi della Corte, quale avversaria dello Choiseul. Questi, segretarie agli Esteri dal 1758, aveva preso di fatto la direzione della politica dalla pace di Parigi (1763) in poi, e si era dato a riordinare l'amministrazione civile e militare, e a ricollevare il prestigio della Francia all'estero. L'opera sua fu intralciata dalla condotta contraddittoria del Re, e dalle complicazioni interne, cui dettero luogo i preparativi della guerra contro l'Inghilterra, voluta dallo Choiseul. Questi per apprestare i mezzi necessari al conflitto faceva grande assegnamento sui proventi che potevano derivare all'erario dalle proprietà dei Gesuiti. Li abbandonò quindi all'ira del Parlamento, e soffio gagliardamente sulla violenta campagna condotta contro loro, accusati di sedizione e di complotti, e contro la Compagnia stessa. La campagna si concluse, com'è noto, con il sequestro delle case della Compagnia (1762) e con l'espulsione dei Gesuiti dagli Stati dei Borboni (1764-67). L. XV, per piegare il Papa riluttante, dette ordine di occupare Avignone, proprio mentre truppe napoletane procedevano all'occupazione di Benevento e di Pontecorvo, finché la Compagnia di Gesù fu soppressa (21 luglio 1775), per volontà del Papa. La caduta dello Choiseul, dovuta soprattutto alla guerra che egli preparava contro l'Inghilterra, aprì la via ad un triumvirato (duca d'Aguillon, R. C. Maupeou, J. M. Tarray), che ebbe il merito di evitare ad ogni costo la guerra, e che, sopprimendo il Parlamento, tentò di dar forza al potere assoluto. Mancava però al Sovrano corrotto ed alla mercè delle favorite la forza morale necessaria, mancò il sistema finanziario, troppo rovinoso, mancò l'unità d'intenti alla Francia, ormai sul declino nel campo internazionale, come fu, in parte, documentato dal fatto che senza di essa fu compiuta la divisione della Polonia.
Verso gli ultimi di apr. del 1774, il Re si ammalò di vaiolo. La sua sregolatezza lo aveva necessariamente tenuto lontano dai Sacramenti (cf. in proposito : J. Guiraud, Histoire partielle, Histoire vraie, Parigi 1917, IV, p. 248 sgg.): ora ordinò alla Du Barry di lasciare la corte, ottenne i conforti religiosi, dando chiare manifestazioni di pentimento, e mori il io maggio 1774. - Vedi tav. CXV.
Bou., E. Barbier, Journal bistor. et anecdotique du règne de Louis XV, 8 voll., Parigi 1875; C. Ph. Albert de Luyves, Mémoires sur la cour de Louis XV (1735-36), 17 voll., ivi 1860-64; R.-L. de Veyre d'Argenson, Journal et Mémoires (fino al 1757), 9 voll., ivi 1861-67; M. Marais, Journal et mémoires sur la régence et le règne de Louis XV (fino al 1757), 4 voll., ivi 1863-68; H. Bonhomme, Louis XV et sa famille, ivi 1873; C. de Broglie, Le secret du Roi, ivi 1878; H. Carré, La France sous Louis XV, ivi 1891; P. De Nulhac, Louis XV et Marie Lecziouba, ivi 1903; L. Cohen, Les querelles religieuses et parlementaires sous Louis XV, ivi 1913; R. Quazza, Il primo fidanzamento di L. XV, Asti 1920; H. Leclerc, Hist. de la régence pendant la minorité de Louis XV, 3 voll., ivi 1921-22; C. Saint-André, Louis XV, ivi 1921; Pastor, XV, XVI, passim (v. indice); M. Roustan, Le procès de Louis XV, le Roi et les colonies, in Grande revue, 142 (1923), pp 229-44; L. Madelin, Le crépuscule de la Monarchie. La France de Louis XV, in Rcu. hebdomadaire, 1936, p. 135 sgg.; A. Leroy, Louis XV, ivi 1938; cf. inoltre P. Muret, La prépondérance anglaise, 3ᵉ ed., Parigi 1949, passim.
Raffaele Clasca
LUIGI XVI, re di Francia. - N. a Versailles il 23 ag. 1754 da Luigi, delfino di Francia (figlio di Luigi XV) e da Maria Giuseppe di Sassonia, m. a Parigi il 21 genn. 1793. Sposò nel 1770 Maria Antonietta, arciduchessa d'Austria; salì al trono il io maggio 1774. La sua vita semplice ed onesta, il suo carattere mite, l'aver ridotto le spese personali quasi per dare l'esempio al suo popolo di ciò che occorresse fare per riordinare la Francia gli conciliarono larghe simpatie popolari e fecero credere che fosse chiusa l'èra delle favorite, della prodigalità della corte e del di-
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sordine finanziario. Nocque a L. il carattere irresoluto ed oscillante fra tradizioni e riforme, fra il desiderio di innovazioni e il timore di offendere le classi privilegiate. Più rettilinea e costante fu la sua politica estera, per cui sostenne tenacemente il ministro Vergennes, che aveva risollevata la Francia dalla depressione e dall'onta del Trattato di Parigi, resistendo ai suoi avversari ed ai ripetuti tentativi di intromissione della Regina. Anche per volere di L. XVI la Francia aiutò i rivoltoni delle colonie britanniche in America; il che giovò non solo alla causa della libertà, ma anche ad ottenere favorevoli patti commerciali con quel paese.
Ma perdurando lo sperpero del pubblico erario, dove la Regina, la corte, i principi avevano campo libero, suscitò nubi, foriere di tempesta, e disperando di altri rimedi, apparve come unico mezzo di salvezza la convocazione degli Stati Generali, decisione che rialzò la fiducia nel Re e l'ottimismo nella nozione. Quando il 3 maggio 1789 gli Stati Generali si adunarono a Versailles, L. XVI era infatti circondato dalla simpatia popolare, ché la quasi totalità dell'opinione pubblica parteggiava per una monarchia costituzionale di tipo inglese, ché desse maggior posto ad interessi democratici.
La decisione di L. XVI di appoggiare nobiltà e clero contro la borghesia, produsse viva irritazione nel terzo stato: nel 1789 con un lit de justice volle imporre ad esso, proclamatosi in Assemblea nazionale, la votazione per ordini, ma quando i deputati si ribellarono, egli non osò sciogliere l'Assemblea; pentitosi di aver ceduto, voleva prendere una rivincita; ma di fronte alla sùbita reazione rivoluzionaria dopo la presa della Bastiglia, umiliando ancor più la monarchia accordò la mairie e la guardia nazionale. Poté così trovar credito l'opinione che i mali dello Stato derivavano dal fatto che L. XVI, singolarmente buono e pensoso delle sorti della Francia, era dagli interessati tenuto all'oscuro di tutto. Da questo convincimento derivarono i provvedimenti dell'Assemblea per una guardia del corpo che avrebbe seguito dappertutto il Re, i tentativi di «liberare il Re » dagli intrighi, la dichiarazione di devozione per "il migliore dei padri e il più grande dei monarchi" (discorso del presidente Beaumetz), l'invito al Re di fissare egli stesso, a suo arbitrio, la lista civile. La festa della Federazione del 14 luglio 1790 fu giornata nazionale e parigina, non meno che giornata monarchica. Tuttavia il Re pensava alla fuga. Progettò di recarsi a St-Cloud per la Pasqua, dove avrebbe officiato un prete refrattario, ma dové rinunciarvi (18 apr. 1791), impedito dalla folla in tumulto e dalla guardia nazionale; ritentò l'ir giugno; poi il 20 giugno, allorché, sulla via di Montmédy, fu arrestato a Varennes, poco lungi dalla frontiera, e ricondotto a Parigi. Dichiarato sospeso, finché non avesse giurato la Costituzione, la giurò il 13 sett. 1791, e sembrò che volesse lealmente applicarla. Ma il veto posto alle rigorose leggi sugli emigrati e sui preti refrattari offrì l'atteso pretesto ad alcune decine di migliaia di persone, fra cui moltissimi operai del quartiere popolare di S. Antonio, eccitati dalle infiammate parole di Robespierre, di Petion e di altri giacobini, ad invadere ( 20 giugno 1792) le Tuileries.
Il supremo tentativo di La Fayette, per salvare la monarchia con il marciare contro i giacobini, fu sventato dalla corte; anche la proposta che il Re si rifugiasse a Compiègne, più sicura e più vicina alla frontiera, fu lasciata cadere dalla Regina, la quale
attendeva che il duca di Brunswick, alla testa delle truppe germaniche vittoriose, entrasse a Parigi per liberarli. Parve chiaro allora che l'esercito coalizzato agiva nell'interesse di L. XVI; il popolo francese si sentì tradito: 47 su 48 sezioni di Parigi furono per la decadenza della monarchia; un battaglione di 516 marsigliesi, traversata la Francia, entrò a Parigi il 30 luglio, con il proposito di liberare la Francia dal tiranno. La zuffa dei marsigliesi e delle guardie nazionali contro i granatieri del Re, nella quale vi furono morti e feriti, segnò l'inizio della guerra civile. La corte credeva che questa facilitasse l'arrivo del duca di Brunswick; ma dopo l'insurrezione del ro ag. 1792, vittoriosa per la Comune parigina, installatasi all'Hôtel de Ville, votto la spinta dell'energico ed eloquente Danton, e l'occupazione ed il saccheggio delle Tuileries, L. XVI si vide perduto. Relegato con la famiglia dapprima al Lussemburgo, poi nella fortezza del Tempio sotto stretta sorveglianza, non poté più comunicare col di fuori. Sospeso la seconda volta dopo Valmy (ro ag.), fu il 21 sett. dichiarato decaduto dalla Convenzione. L'indomani, 22 sett., fu proclamata la Repubblica.
Dai documenti sottratti, il ro ag., dall'armadio di ferro delle Tuileries, la Convenzione poté convincersi ( 20 nov.) che la Regina fin dal 16 ag. 1790 aveva, anche a nome del Re, scritto che entrambi contavano solo sulle forze straniere, e si era negoziato con Prussia ed Austria, perché le loro truppe si collegassero con quelle del Re, e che questi s'era impegnato a rimborsare agli alleati le spese di guerra. La Convenzione, su proposta di Robespierre, il ro dic. 1792, citò il Re a scolparsi delle accuse, accordandogli un consiglio di difesa. L. XVI rispose negando alcuni fatti, di altri attribui la colpa ai ministri, per altri invocò la Costituzione del 1791; e quanto ai documenti dell'armadio di ferro, dei quali egli forse non conosceva esattamente il contenuto, fece un'esposizione menzognera, inutile e maldestra. Nulla valse contro l'intransigenza della Costituente, che parve a molti composta di accusatori piuttosto che di giudici. Il quesito della «condanna a morte senza condizioni» ( 16 genn. 1793) ottenne 387 voti, contro 334 per la detenzione o la morte condizionata. La sera del 20 genn. L. XVI rivide, per l'ultima volta, la sua famiglia; la mattina dopo, alle ore 10, 22, munito dei conforti religiosi, dopo aver ascoltato la s. Messa ginocchioni per terra, assistito da un sacerdote fino agli ultimi istanti, lasciava la testa sul patibolo, dicendo : «Muoio innocente : possa il mio sangue non ricadere sulla Francia». Anche nel suo testamento ( 25 dic. 1792) perdonava ai propri nemici e prescriveva ai figli di dimenticare, com'egli faceva, ogni risentimento. Una sola cosa egli aveva a rimproverarsi : di aver firmato la Costituzione civile del clero. - Vedi tav. CXV.
BibL.: Fonti: oltre ai documenti ufficiali Moniteur, ecc., cf. Oeuvres de Louis XVI, 2 voll., Parigi 1864; Journal de Louis XVI, a cura di L. Nicolardot, ivi 1873. V. anche: J. Saulirie, Mémoires historiques et politiques du règne de Louis XVI, 6 voll., ivi 1801: La correspondance de M.ne de Vergennes (Archivio nazionale, Carton des Rois, K 164); Archives judiciaires, Documents, Parigi 1869. Studi: J. Droz, Histoire du règne de Louis XVI, 3 voll., Parigi 1839-42; 2* ed. ivi 1860: F. De Mouiner, La Convention nationale, I: Le roi Louis XVI, ivi 1866; A. Du Chantellier, La mort de Louis XVI, ivi 1875; A. Jobez, La France sous Louis XVI, 2 voll., ivi 1877; id., La vérité sur la condamnation de Louis XVI, in Revue de la Révolution, 3 (1884), pp. 122-67; J. Zimmermann, Mégolations secrètes de Louis XVI et du baron de Bretzull avec la cour de Berlin (décembre 1791-quillet 1792). Lettres et doc. authentiques, Parigi 1885; G. de Beaucourt, Captivité et derniers moments de Louis XVI, 2 voll., ivi 1892; M. Sou-
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riau, Louis XVI et la Révolution, ivi 1893; P. de Vainnière, La mort du Roi, ivi 1910; H. Fleischmann, Louis XVI franc-maçon, in Revue des curiosités révolutionnaires, I (1910-11), pp. 335-43, 368-74; H. Labroue, Le procès de Louis XVI. Documents inédits, in La Revue et revue des revues, 93 (1911), pp. 82-90; G. Giardini, I processi di L. XVI e di Maria Antonietta (1751), Milano 1932; id., Varriones. La fuga di L. XVI (1751), ivi 1932; L. Madelin, Le crépuscule de la monarchie, Louis XVI et Marie Antoniette, Parigi 1936; Louis XVI. Extraits des mènoires du temps, raccolti de I.-B. Ebeling, prof. di J. Bainville, ivi 1939; G. Ubertazzi, L. XVI, Milano 1939; Ch. Kunstler, La vie quotidienne sous Louis XVI, Parigi 1950. Altra bibl. recente in L. Villat, La Révolution et l'Empère, I, ivi 1947, p. 213 passim. Raffaele Ciasca
LUIGI XVIII di Borbone, re di Francia. N. a Versailles il 17 nov. 1755, m. a Parigi il 16 sett. 1824. Luigi Stanislao Saverio, conte di Provenza, figlio del delfino Luigi (figlio di Luigi XV) e di Maria Costeppina di Sassonia, e pertanto fratello minore di Luigi XVI, in gioventù si dedicò a studi letterari, pur partecipando alla vita politica come avversario della cognata Maria Antonietta.
Scoppiata la Rivoluzione, riparò a Coblenza e quivi - come più tardi a Verona, a Mittau e in Inghilterra - fu il capo riconosciuto dell'emigrazione realista. Proclamatosi reggente alla morte del Re suo fratello e quindi sovrano nel 1795, appena avuta notizia della morte del nipote Luigi XVII nella prigione del Tempio, inutilmente trattò con Napoleone perché valesse restaurare la monarchia : l'assassinio del duca d'Enghien fu la sanguinosa risposta del primo console. Sconfitto l'Imperatore a Lipsia e costretto all'abdicazione, L. rientrò a Parigi nel maggio 1814 e promulgò una carta costituzionale, nel tempo stesso in cui personalmente dirigeva l'azione politica del Talleyrand al Congresso di Vienna perché la Francia fosse reintegrata nelle frontiere del 1789 , con in più, malgrado le proteste e l'opera del card. Consalvi, gli ex-territori pontifici di Avignone e del contado Venassino.
I «cento giorni» lo costrinsero nuovamente all'esilio, dal quale ritornò dopo Waterloo, ma questa volta la restaurazione apparve imposta dagli eserciti coalizzati, mentre l'anno precedente egli era stato accolto a Parigi con sincero entusiasmo. Con tutto ciò, L. non abrogò la Costituzione del ' 14 , cercò di moderare gli eccessi del «terrore bianco» e disciolse, perché troppo reazionaria, la Camera uscita dalle elezioni del 1815 , la cosiddetta «Camera irreovabile». Egregiamente coadiuvato dal duca di Richelieu e dal Décazes, governò con moderazione, sordo ai consigli del fratello conte d'Artois, capo degli «ultra»; ma dopo l'assassinio dell'erede presuntivo, duca di Berry (1820), dovette chiamare al governo il Villèle, con un programma autoritario. Nel 1822 autorizzò il nipote duca di Angoulome a capitanare la spedizione francese oltre i Pirenei, contro i liberali spagnoli, decisa dalla S. Alleanza nel Congresso di Verona. Bonariamente scettico per natura ed intinto di volterianesimo, la sua politica ecclesiastica non fu esente da tendenze gallicane, sia pur moderate, tendenze la cui prevalenza anche alla Camera fecero fallire le negoziazioni concordatarie del 1816 e ' 17 con puro e semplice ritorno non al Concordato del 1516 , come voleva L., ma a quello napoleonico, come volle Pio VII.
Gli successe - ultimo del ramo diretto dei Borbone il fratello Carlo X, non avendo egli avuto prole maschile da Maria Luisa di Savoia, sposata nel 1771. - Vedi tav. CXV.
Biel.: Oltre alle numerose storie di Francia e, particolarmente, della Restaurazione, cf.: A. Besuchamp, Vie de Louis XVIII, Parigi 1825; E. Daudet, Louis XVIII et le duc Décazes, ivi 1807-1903; Correspondance inédite du prince de Talleyrand et du roi Louis XVIII pendant le Congrès de Vienne, ivi 1902; P. de la Gorce, Louis XVIII, ivi 1926; J. Schmidlin, Histoire des Papes, I, trad. franc., ivi 1938, v. indice.
Renzo U. Montini
LUIGI I di Braganza, re del Portogallo. N. a Lisbona il 31 ott. 1838, m. a Cascais il 19 ott. 1889. Secondogenito della regina Maria II e del so-
vrano consorte Ferdinando di Coburgo, successe nel 1861 al fratello Pietro V. L'anno successivo sposò Maria Pia di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele II, dalla quale ebbe un erede di nome Carlo, successogli come Carlo I nel 1889.
Il suo regno, tempestoso per le rivalità dei partiti lusitani, fu caratterizzato da importan- ^{-} ti riforme, tra cui l'abolizione del maggiorascato, la promulgazione del Codice civile, la soppressione della pena di morte, l'abolizione della schiavitù nelle colonie. Candidato alla successione di Isabella II sul trono di Spagna, oppose un rifiuto. Sinceramente religioso, chiamò alla presidenza del governo il vescovo di Vizeu, cui successero il duca di Loulé e il maresciallo duca di Saldanha; ma lo statista preferito dal Re fu il Fontes Pereire de Melo, che resse il ministero dal 1871 al '78, legando il suo nome alle ricorda