iavitù nelle colonie. Candidato alla successione di Isabella II sul trono di Spagna, oppose un rifiuto. Sinceramente religioso, chiamò alla presidenza del governo il vescovo di Vizeu, cui successero il duca di Loulé e il maresciallo duca di Saldanha; ma lo statista preferito dal Re fu il Fontes Pereire de Melo, che resse il ministero dal 1871 al '78, legando il suo nome alle ricordate riforme.
Nel 1862, con il contratto di Tien-Tsin, ottenne dalla Cino la penisola di Macao. Eccellente scrittore, tradusse in portoghese gran parte del teatro di Shakespeare.
Biel.: Diccionario bibliographico portuguez, XIII, pp. 329330; J. P. Oliveira Martins, Portugal contemporaneo, Lisbona 1919; A. Ballesteros, Historia de Espadia, VIII, Barcellona 1936, pp. 264-65.
Renzo U. Montini
LUIGI I, il Grande, re d'Ungheria. - N. nel 1326, m. il 10 sett. 1382. Cavalleresco, religioso, colto, saggio uomo di Stato. Regnò dal 1342, dal 1370 fu anche re di Polonia. Da suo padre, Carlo I d'Angiò, re d'Ungheria, ereditò un forte, ben organizzato e consolidato regno, che egli portò a grande potenza. La sua autorità era quasi assoluta, ma non divenne mai tirannica, anzi creò un giusto equilibrio sociale e politico.
Per la Dalmazia ebbe lunghe guerre con Venezia, ma solo la pace di Torino (1381) gli assicurò l'Adriatico. Falli il suo tentativo di conquista del Regno di Napoli, ma vittoriosamente combatté le prime battaglie con il nuovo fatale nemico dell'Ungheria, il Turco. Era fervido propagatore della religione; favorì le missioni francescane nei Balcani, fondò 12 conventi in Bosnia per Francescani italiani, riorganizzò il vescovato di Milko in Moldavia, diede aiuto al Papa per difendere l'integrità dello Stato della Chiesa. A lui chiese aiuto anche s. Caterina da Siena per Urbano VI. Le relazioni politiche, culturali ed economiche fra l'Italia e l'Ungheria furono intensissime : ne è testimonianza anche la prima università ungherese, da lui fondata a Pécs (Cinquechiese).
Biel.: B. Hóman, Gli Angioini di Napoli in Ungheria (17901403), Roma 1938, pp. 289-99, 312-441; D. Deresényi, Nagy Laios hova (Epoca di L. il Gr.), Budapest s. d. Lajos Pásstor
LUIGI II, re d'Ungheria e di Boemia. - N. il 2 luglio 1506, m. il 29 ag. 1526. Regnò dal 1516 succedendo al padre, Vladislao II Jagellone. Il Re decenne venne educato tra feste e divertimenti e non agli affari dello Stato. Sotto il governo di un consiglio reale l'Ungheria cadde nell'anarchia, mentre i Turchi, ai quali gli Ungheresi già da oltre un secolo resistevano, rinnovarono sempre più i loro attacchi contro il paese. Il Re inerte neppure più tardi riusci a migliorare la situazione. Il paese disorganizzato e discorde era così facile preda dei Turchi. Nella bat-
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taglia di Mohács (1526) morì non solo il Re, ma cadde anche la forte potenza medievale dell'Ungheria.
Bib.: I. Lukinich, Mohdesi Emléhhünyv (Memorie di Mohács), Budapest 1926: B. Hóman Gr. Seckfü, Magyar Történet (Storia dell'Ungheria), II, 3² ed., ivi 1936, pp. 564-611.
Lajos Pásztor
LUIGI BELTRÁN (Bertrand), santo. - Domenicano, n. a Valencia il 1° genn. 1526, m. ivi il 9 ott. 1581. Religioso nella città natale dal 1544 ( 26 ag.), sacerdote nel 1547 ( 23 ott.), maestro dei novizi (dei quali ora è il patrono) in Valencia (1545-51), poi (durante la peste) vicario ad Albaida ( 155 mathrm{I}-60 ), quindi di nuovo maestro dei novizi ( 1560-62 ).
Udite le tristi condizioni degli Indi, sfruttati dai conquistatori spagnoli, volle partire missionario. Realizzò il suo desiderio apostolico raggiungendo nel 1562 la Nova Granada (Colombia), di cui sarà l'apostolo. Per 7 anni fu in Columbia e si spinse fino alle Piccole Antille, dedicandosi alla difesa e alla conversione degli indigeni. Dette il Battesimo a molte migliaia di indiani. Ma dopo sette anni di predicazione ricca di miracoli, non potendo soffrire oltre gli abusi della dominazione spagnola, ritornò in Spagna (18 ott. 1569), fu priore a S. Onofrio (1570-73), poi di nuovo maestro dei novizi (1574-75), infine priore a Valencia (1575-78). Molto amante della penitenza, macerò il suo corpo, predicò con grande zelo, compì miracoli in vita. Fu beatificato da Paolo V (29 luglio 1608) e canonizzato da Clemente X (12 apr. 1671). Festa il 10 ott.
Bib.: V. J. Antist, Verdadera relación de la vida y muerte..., 2a 1583 (Valencia 1593, ivi 1884; trad. it., Genova Bullarium O. P., V. Roma 1733, pp. 660-61, 666-67; vi, ivi 1733, pp. 8. 229. 274-81, 297-98, 367; 393: VII, ivi 1733, pp. 486, 496-97; A. Touron, Histoire des hommes illustres de l'Ordre de St. Dominique, IV, Parigi 1747, pp. 482-326; Acta SS. Octobris, V, ivi 1868, pp. 292-488; I. Taurisano, Catalogus hagiographicus O. P., Roma 1918, pp. 56-57; A. De Zannera, Historia de la provincia de S. Antonino, Caracas 1930, pp. 188214; G. D. Rambaud, Grandes figures de Prêcheurs, I, 2° ed., Parigi 1930, pp. 141-73; G. Carrasco, Los quince primeros, Tucumán 1940, pp. 427-95. Alfonso D'Amato - Abele Redigonda
LUIGI FILIPPO, duca d'Orléans, re dei FranCESI. - N. il 6 ott. 1773 a Parigi, m. il 26 ag. 1850 nel castello di Claremont, contea del Surrey (Inghilterra).
Figlio di Luigi Filippo d'Orléans e di Luisa Maria Adelaide di Bor-bone-Penthièvre, ebbe alla nascita il titolo di duca di Valois. Giacobino, combatté a Valmy, Jemmapes e Neervinden nel 1792 1793. Proscritto, si rifugiò in Svizzera, indi in America e poi in Inghilterra. Nel 1809 si recò a Palermo per sposarvi la principessa Maria Amelia, figlia di Ferdinando IV di Napoli, e vi rimase fino al 1814 , quando rimise pie-

Luigi Filippo, duca d'Orléans, re dei Francesi - L. F. all'inaugurazione di Versailles. Dipinto di Horace Vernet (1846) - Castello di Versailles.
de in Francia alla restaurazione di Luigi XVIII, con cui si era riconciliato fin dal 1799.
Alla morte di Luigi XVIII, Carlo X gli conferi il titolo di altezza reale. Dopo la promulgazione delle quattro ordinanze da parte di Carlo X, le quali determinarono lo scoppio della rivoluzione di luglio, il duca d'Orléans, con l'appoggio di Thiers, divenne, il 30 luglio 1830, reggente. Il 7 ag., in seduto comune delle due Camere, fu proclamato re dei Francesi e prestò niummento sulla nuova Costituzione. Il nuovo Re si trovò súbito di fronte due oppositori, i legittimisti ed i repubblicani. Per tenerli a freno egli si appoggiò a ministeri sostenuti dalla maggioranza parlamentare, ma dopo l'insurrezione parigina del giugno 1832, domata dall'esercito, L. F. si imperl sempre di più negli affavi politici e nel governo del paese e si adagiò in una forma di conservatorismo tendente a garantire alla borghesia che lo aveva portato al potere i vantaggi acquisiti, rifuggendo da qualsiasi programma di riforme. Si venne così a creare uno iato tra il paese legale ed il paese reale, tra il Parlamento e l'opinione pubblica, che portò il 24 febbr. 1848 all'abdicazione del Re e dalla proclamazione delle Repubblica. Alla stessa evoluzione fu soggetta la politica estera della Francia in questo periodo. Dapprima il Sovrano appoggiò i movimenti nazionali in Europa, e proclamò durante i moti italiani del 1831 il principio del non intervento, ma in seguito, dopo il 1840, egli si avvicinò all'Austria (al cui intervento armato nello Stato pontificio si era invece opposto nel 1832 con l'occupazione di Ancona per contrastare l'influenza politica di Vienna nella penisola), ed adottò pure in politica estera il rigido conservatorismo della politica interna. Troppo scettico per farsi persecutore, L. F. nelle relazioni con la Chiesa fu in sostanza prigioniero delle forze politiche che l'avevano condotto al potere, tanto da vedersi costretto, durante la seconda parte del suo regno, ad adottare, nella questione scolastica e verso i Gesuiti, una politica contraria alla religione cattolica ed alla S. Sede.
Bibl.: K. Hillebrand, Geschichte Frankreichs (1830-26), Gotha 1877-79, passim; P. Thurcau-Dangin, Histoire de la monarchie de Juillet, 7 voll., Parigi 1884-92, passim; P. Silva, La monarchia di luglio e l'Italia, Milano-Torino 1917, passim; P. de la Gorce, Louis-Philippe, Parigi 1931; J. Lucas Dubreton, LouisPhilippe, ivi 1938; F. Pontell, La monarchic parlementaire 1813 1848, ivi 1949, passim, con bibl. Sulle relazioni con la Chiesa e la S. Sede cf. A. Debidour, Histoire des rapports de l'Eglise et de l'Etat en France de 1789 à 1870 , ivi 1898, pp. 413-80; J.-
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P. Martin, La nonciature de Paris et les affaires reclisiastiques de France sous le règne de LouisPhilippe, ivi 1949; E. Piscitelli, Stato e Chiesa sotto la Monarchia di luglio, Roma 1950.
Silvio Furlani
LUIGI GONZAGA, santo. - N. il 9 marzo 1568 nel Castello di Castiglione delle Stiviere presso Mantova, primogenito di Ferrante G., principe dell'Impero e marchese di Castiglione, e da Marta Tana Santena di Chieri, m. il 21 giugno 1591 a Roma. A cinque anni segui il padre nei campi militari di Cremona, apprendendo la vita del soldato. Nel 1577 fu con il fratello Rodolfo a Firenze, paggio alla corte di Francesco de' Medici granduca di Toscana. Ivi nella chiesa della S.ma Annunziata, davanti alla celebre immagine della Vergine, fece voto a Dio di perpetua verginità.
Prendendo occasione da un'infermità, L. si diede all'austerità con la pratica di digiuni e penitenze, che univa a lunghe ore di orazione. Nel 1580 ricevette la prima Comunione dalle mani di s. Carlo Borromeo, che era passato da Castiglione in visita pastorale; d'allora sentì un affetto grandissimo al sacramento dell'Eucaristia, assistendo ogni giorno alla S. Messa e ricevendo la Comunione tutti i giorni festivi. Nel 1580-81 a Cassle Monferrato ed al santuario di Crea, edificato dalla conversazione dei Barnabiti e Cappuccini, deliberò di abbracciare lo stato di perfezione, cominciando a condurre già alla corte una vita da religioso. Nell'autunno del 1581 accompagnò con i parenti l'imperatrice Maria d'Austria alla corte di Filippo II in Spagna, dove rimase due anni paggio di Don Diego, facendo gli studi di filosofia, di cui diede pubblico soggio all'Università di Alcalá. Leggendo il Compendio de la doctrina espirituol di fra' Luigi di Granada, si diede maggiormente all'orazione mentale, che prolungò a volte fino a cinque e più ore al giorno. Nel 1583 decise d'entrare nella Compagnia di Gesù. Dopo un lungo e tormentoso contrasto con il padre che nulla lasciò inventato per distorglierlo di quella risoluzione, inviandolo in varie corti, finalmente, dopo aver a Milano risolti con molto senno e capacità difficili affari, L. riuscì a strappare il consenso e, rinunciando al principato in favore del fratello Rodolfo, entrò il 25 nov. 1585 nel noviziato dei Gesuiti di Roma. Messosi con ardore all'acquisto della perfezione, attraverso l'orazione più alta ed i gradi di una mortificazione generale, interna ed esterna, unita ad una profonda umiltà e perfetta ubbidienza, giunse ad uno stato abituale d'intima unione con Dio, con tutti gli effetti della carità divina. Pieno di bontà per il prossimo, visitava spesso gli ospedali servendo gli infermi negli uffici più umili, e nei giorni festivi insegnava con zelo il ca-

(da W. Schamoni, Das wahre Gesicke der Heiligen, Monaco 1866, p. 178) Luigi Gonzaga, santo - Particolare di un ritratto giovanile del santo - Vienna. Museo Storico Artistico.

(da V. Capier, iter M. Alaisina G., vers. di Fr. Schröder, Einsiedeln - Stravbargo 1915, tav. fra pp. 192-191) Luigi Gonzaga, santo - Lettera al fratello Rodolfo (Milano o febbr. 1590) - Castiglion delle Stiviere, archivio parrocchiale.
techismo ai poveri. Nutri sempre il desiderio di andare missionario in India. Essendo occorsi contrasti nella famiglia tra il duca di Mantova e suo fratello, che si contendersano la signoria di Solferino, L. a domanda dei congiunti fu inviato dal padre generale a Castiglione, dove rappacificò i parenti e compose anche la situazione del fratello che aveva sposato una donna di condizioni inferiori. Ritornato a Roma, essendo scoppiata una pestilenza, si offrì per l'assistenza dei malati, e, trasportando un appestato, contrasse quella febbre perniciosa, che, durata tre mesi, lo fece morire vittima di carità, alle prime ore dell'ottava del Corpus Domini (21 giugno 1591) a 23 anni e tre mesi di età.
Paolo V gli concesse il titolo di beato (1605), Benedetto XIII lo canonizzò nel 1726 e nel 1729 lo proclamò patrono della gioventù, specialmente studiosa. Le sue ossa riposano sotto l'altare dedicatogli nella chiesa di S. Ignacio a Roma. Il capo è conservato nella basilica di S. Luigi a Castiglione. Al Gesù Vecchio di Napoli si conserva un'ampolla del suo sangue. Un museo zioisiano è conservato presso la sua stanza al Collegio Romano. Nel secondo centenario della canonizzazione (1926) Pio XI lo riconfermò patrono della gioventù. Festa il 21 giugno.
Bist., Gli scritti di s. L. G., oltre le lettere, si riducono a pochi : il Discorso a Filippo II di Spagna, pronunciato a Madrid il 29 marzo 1583; la Meditazione degli angeli santi; l'Ecortazione agli studenti del collegio di Siena; alcuni appunti ascetici per l'acquisto dell'umiltà. Cf. Sommervogel. III, coll. 1575-81; [G. Boero], Gli scritti editi e inediti dell' angelico giovane s. L. G...... ora per la prima volta tutti insieme pubblicati, Roma 1862; L. Molza, Lettere di s. L. G., Modena 1867; un'edizione più accurata e riscontrata sugli autografi e le altre fonti fu pubblicata dal p. E. Rosa, Lettere e scritti spirituali di s. L. G., raccolti e annotati, Firenze 1926 (vers. ted., accresciuta e aggiornata di J. Leufkens, Briefe u. Schriften des M. Alaysius G., Monaco 1928) e da P. Bosio Boz, Lettere di s. L. G., Roma 1949. Tra le vite di s. L. G. celebre quella del p. L. Capori, Roma 1606 (numerose edd., ristampe e versioni in quasi tutte le lingue; ed. a cura di F. Schröder, copiosamente annotata. Einsiedeln 1891; nuova ed. tedesca aggiornata.
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(per cortesia del p. Le Boit) Luigi Maria Grignion, santo - Ritratto. Dipinto nel 1716.
a cura di E. Reitz v. Frentz, iv1 1928); M. Meschler, Leben der h. Aloysius, Friburgo in Br. 1891 (con analogo successo; vers. it., Torino 1923 e 1926); F. Goldie, St. Aloysius, Londra 1891; J. Croiset, St Louis de G., parfait modèle de la jeunesse chrétienne, Lille 1921: A. Lambrette, St Louis de G., sa mission, son dme, Lovanio 1926; C. Martindale, The vocation of Aloysius G., Londra 1927, vers. franc. di E. Del-pierre-A. Noché, St Louis de G. et la Renaissance italienne (1568( 701 ), Le Puy 1946. Cf. E. Rivière, Bibliogr. du 3ᵉ centenaire de st Louis de G., Parigi 1891.
LUIGI MARIA GRIGNION, santo. - N. il 31 genn. 1673 a Monfort-sur-Meu (donde egli prese il nome di Montfort), m. a St-Laurent-surSèvre il 28 apr. 1716. Ordinato sacerdote nel 1700 , e non essendogli consentito di partire per le Missioni del Canada, si unì ad un gruppo di sacerdoti a Nantes, con lo scopo di insegnare il catechismo ai poveri della campagna e destare nei peccatori la devozione verso la Vergine (lettera 6 nov. 1700). Deluso nelle sue speranze, accettò di diventare elemosiniere dei poveri dell'Ospedale di Poitiers; vi attuò la riforma e nel 1703 vi fondò, con la cooperazione di Maria Luisa Trichet (Maria Luisa di Gesù), la Congregazione delle Figlie della Sapienza per la cura dei poveri e degli ammalati e l'istruzione dei fanciulli.
Dopo aver ottenuto un immenso successo dalle sue missioni, allontanato dall'Ospedale e dalla diocesi per gli intrighi dei libertini e dei giansenisti, compi a piedi il pellegrinaggio a Roma, per ottenere luce e consiglio dal Vicario di Cristo. Clemente XI lo dissuase dal partire per le missioni estere, lo nominò missionario apostolico e gli assegnò la Francia come campo di apostolato. Egli ormai si consacrerà senza posa, fino al termine della sua vita, all'opera delle missioni (1706-16), soprattutto nella Bretagna, nel Poitou e nell'Aunis. Dovunque predicò la Croce ed il Rosario, la consacrazione totale di se stesso a Gesù per la mani di Maria, eresse Calvari, restaurò chiese, istitui confraternite con il risultato che fino ai nostri giorni la fede si è mantenuta vivissima nelle regioni evangelizzate. Eroico nella povertà, mortificazione, ubbidienza, amore dei poveri, perseguitato ad oltrezza, vittima di parecchi attentati, respinto da molte diocesi, fu sempre protetto dai due grandi vescovi antigiansenisti di Luçon e di la Rochelle (Jean-François-Valderie de l'Escure e Etienne de Champflour).
L. M. scrisse: Traité de la vraie dévotion à la Ste Vierge (ms. ritrovato nel 1842, 1° ed. Luçon 1843; ed. fototipica, Roma 1942; 1° trad. it. Torino 1851), L'amour de la Sagesse éternelle (Parigi 1856), Le secret admirable du T. S. Rosaire (ivi 1912), Lettre aux amis de la Croix (Nantes 1875), Secret de Marie (Montréal 1899), inoltre cantici vari (cf. ed. critica di F. Fradet, Parigi 1929).
Egli considera la vita spirituale come la totale consacrazione a Gesù, Sapienza Incarnata, per la mani di Maria e la completa dipendenza da questa Divina Madre, di guisa che l'uomo, mosso da Maria, e vivendo in lei, con lei e per lei, viva anche più perfettamente con Gesù, in lui, per lui. Al fine di perpetuare l'opera delle
missioni, fondò i Missionari della Compagnia di Maria, di cui scrisse la Regola, come già aveva scritto quella per le Figlie della Sapienza.
Beatificato da Leone XIII nel 1888, fu canonizzato da Pio XII il 20 luglio 1947. Festa il 28 apr.
Bibl.: J. Grandet, La vie de M. Louis-Marie G. de Monfort, Nantes 1724: J. Picot de Clotinière, La vie de M. Louis-Marie G. de Monfort, Rennes 1785; L. Le Crom, St Louis-Marie G. de Montfort (1813-1716), 2° ed., Pont-Château (Loire inf.) 1947; G. Rigault, St Louis-Marie G. de Monfort (1873-1716), Tourcoing 1947; P. Buondonno, S. L. M. G. de Monfort (1873-1716), Redona di Bergamo 1947; P. Eyykeler, De Heilige Monfort, Louis-Marie G. (1873-1716), Maastricht 1947; Nova requisito super dubio: an B. Ludovicus M. Grignion de Montfort historice haberi positi uti Fundator... Fratrum instructionis christ. a S. Gabriele (S. Rituum Congr., Sectio historica, 66), Città del Vaticano 1947.
Enrico Lemmens
LUIGINE DI ALBA. - Le Suore di S. Luigi furono fondate a la Morra, diocesi di Alba, nel 1815 da d. G. B. Rubino, sacerdote del luogo ed erette canonicamente il 30 luglio 1819 da mons. G. A. Nicola, vescovo di Alba, riconosciute civilmente il 24 nov. 1826 dal re Carlo Felice. Verso il 1870 si scissero in due gruppi indipendenti, quello di Alba e quello di Acqui, i quali tornarono poi a riunirsi con l'approvazione della S. Congregazione dei Religiosi nel 1938. Il decreto di lode, con l'approvazione temporanea delle Costituzioni, è del 29 apr. 1948.
Scopo speciale dell'Istituto è l'istruzione e l'educazione cristiana della gioventù in asili e scuole elementari, e l'assistenza agli infermi negli ospedali e istituzioni affini. Le Suore si occupano degli oratori festivi, associazioni femminili, laboratori, ecc. e della preparazione alla prima Comunione.
Nel 1948 le Suore, che formano una sola categoria con voti semplici, erano 166 e le novizie 5. La casa generalizia è ad Alba. Le case, erette generalmente nelle località di campagna, erano 42.
Bibl.: Arch. S. Congregazione dei Religiosi, A. 73.
Agostino Pugliese
LUINI, Bernardino. - Pittore lombardo, n. tra il 1480 e il 1490 , m. a Milano nel 1532 ; la sua formazione tipicamente lombarda si manifesta nelle prime opere, dove sono via via individuabili i riflessi dei modi del Foppa, del Bergognone, del Civerchio (Cristo deposto, nella chiesa della Passione a Milano; Annunciazione, 1516, a Brera), e poi, più ancora, quelli del Bramantino (affreschi della Pelucca, 1522; ante d'organo, 1524, già in S. Eustorgio e ora nella Parrocchiale di Paderno Milanese).
L'attribuzione al L., tuttora discussa, di una pala segnata «Bernardino Mediolonensis, 1507 » nel Museo Jacquemart André, condurrebbe a riconoscere assai per tempo nel pittore gli influssi veneti, identificabili più tardi, e per la mediazione di Andrea Solario, nella Deposizione (1516) della cappella del Sacramento in S. Giorgio al Palazzo a Milano. Nella Madonna col Bambino e angeli, a Chiaravalle Milanese, del 1512, la prima opera certa datata, i diversi motivi confluenti nella maniera del L. appaiono già fusi con echi leonardeschi, dei quali il pittore terrà sempre conto in seguito, ripetendo talvolta le composizioni del maestro (S. Anna, all'Ambrosiana) o più spesso traendo libera ispirazione dai suoi modelli (Madonna con s. Giovannino, a Brera; S. Giovannino, all'Ambrosiana; Salomé, Louvre; Ritratto di donna, collezione Levy, Nuova York; Maddalena e Marta, collezione Rotschild, Parigi.)
Tipiche del L. furono una religiosità mite, una grazia serena ed umana, di cui appaiono dotate le sue Madonna (Madonna delle Rose, Brera; Madonna tra s. Antonio e s. Barbara, 1521, a Brera, già nella cappella di S. Maria di Brera; Madonna tra s. Sebastiano e s. Rocco, Ringling Museum, Sarasota) e le scene, sempre ricomposte in ritmi pacati ed in quiete armonie di colori (S. Caterina trasportata dagli angeli, 1522, affresco già alla Pelucca, ora a Brera; affreschi nel santuario di Saronno, ca. 1525);
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come riposati e sereni sono i suoi passaggi, di un persistente arcaismo lombardo (Caduta della manna, 1522, affresco già alla Pelucca, ora a Brera; predella, collezione Benson a Londra). Pittore di grandi cicli di affreschi, oltre a quelli accennati in S. Giorgio al Palazzo (1516), nella villa della Pelucca ( 1522 , oggi per la maggior parte a Brera) e nel santuario di Saronno (ca. 1525), vanno rammentati l'Incoronazione di Spine della Biblioteca Ambrosiana (1521-22), gli affreschi in S. Maurizio a Milano (1521-23) e nella cappella Besozzi presso S. Maurizio (1530), in S. Maria degli Angeli a Lugano (1529-30), e quelli già nella chiesa della Pace a Milano, ora a Brera.
Bibl.: A. Venturi, An unpublished portrait by B. L., in The Burlington Magazine, 1930, pp. 121-22; A. Morassi, s. v. in Enc. Ital., XXI (1934), pp. 636-37 (con bibl.); L. Parigi, I pittori lombardi e la musica: B. L., Milano 1934; W. Suida, Cat. of the Ringling Museum, 1949, p. 39. Maria Vittoria Brugnoli
LUISA de MARILLAC, santa. - Confondatrice delle Figlie della Carità (v.); n. a Parigi il 12 ag. 1591, m. ivi il 15 marzo 1660.
Andò sposa nel 1613 ad Antonio Le Gras, ma rimasta nel 1625 vedova, si consacrò maggiormente a una vita di devozione, nella quale era diretta dal vescovo JeanPierre Camus, il grande discepolo di s. Francesco di Sales (nel 1619, in una penosa prova spirituale, era stata guidata dal vescovo di Ginevra) ; dal Camus, fin dal 1624, fu messa in relazione con s. Vincenzo de' Paoli (v.), delle cui opere di carità divenne ben presto una delle principali collaboratrici. Dal 1633, anzi, incominciò ad ospitare nella propria casa alcune giovani, come lei occupate al buon andamento di quelle molteplici iniziative; il sodalizio, contraddistinto da un dimesso abito grigio che gli frutto la denominazione popolare di "soeurs grises", ottenne nel 1646 il riconoscimento vescovile come Confraternita delle "figlie della Carità ", ed ebbe i suoi definitivi statuti nel 1655, acquistando ben presto ampia diffusione. La fondatrice, rimasta sempre a capo della casa di Parigi, continuò ad impegnarsi con la più grande abnegazione nelle cure ospitaliere fino alla morte. Fu beatificata da Benedetto XV il 9 maggio 1920; canonizzata da Pio XI l'i i marzo 1934. Festa il 15 marzo.
Bibl.: N. Gobillon, La vie de m. Ile Le Gras, fondatrice et première supérieure de la Compagnie des Filles de la charité (Parigi 1676; nuova edizione, con aggiunto del Collot, ivi 1769). Un più ampio e completo lavoro storico è quello di mons. L. Bannard, La vénérable Louise de M., M. Ile Le Gras, fondatrice des Filles de la charité de si Vincent de Paul, Parigi 1698; v. pure E. de Broglie, La vénérable Louise de M., ivi 1011 ; P. Coste, Le grand saint du grand siècle: M. Vincent, 3 voll., ivi 1932, passim; A. Troisi, Vita di s. L. di M., Roma 1934; L. Calvet, St Vincent de Paul, ivi 1948, p. 127 sgg. Enzo Bottasso
LUKARIS, Cibillo: v. cibillo lukaris.
LULLI, Giovanni Battista. - Musicista, n. a Firenze il 29 nov. 1632, m. a Parigi il 22 marzo 1687.
Fanciullo, fu condotto a Parigi dal cavaliere di Guisa : la sua carriera fu rapida e fortunata per il favore di Luigi XIV, che dapprima lo mise a capo dei Petits violons e nel 1661 lo nominò sovrintendente generale della musica e compositore della chambre du Roi, accordandogli inoltre patenti di nobiltà dopo la naturalizzazione francese (de Lully). Sebbene italiano, il L. è l'iniziatore del teatro musicale francese. Assai scaltro negli affari, rilevò dal Perrin il privilegio su tutta l'attività musicale in Francia e diede prestigio all'Accademia reale di musica da quello fondata. Compose numerosi balletti e intermezzi di gusto francese e le opere teatrali Codmo ed Ermione (1673), Alceste (1674), Teseo (1675), Perseo (1682), Rolando (1685), Armida (1686), ecc. Scrisse anche musica religiosa, specialmente mottetti, fra i quali particolarmente ammirato un Miserere a due cori (verso il 1664).
Bibl.: Le due principali biografie critiche sono quelle di H. Prunieres, L., Parigi 1910, e di L. de la Laurencie, L., ivi 1919. Luigi Ronga
LULLO, Raimondo (Lull Ramón). - Letterato, poeta, filosofo, teologo, mistico (Doctor illuminatus), n. a Palma di Maiorca nel 1232 o, più verosimilmente,

(da J. Calvet, St Vincent de Paul, Parigi 1698, t.an. II) Luisa de Marillac, santa - Ritratto inciso da Du Change (sec. XVII).
nel 1235, di nobile famiglia, ucciso per la fede a Bugia (Barberia) verso la fine del 1315 .
Paggio di Giacomo I, a 14 anni, condusse dapprima vita di corte. Nel 1236, siniscalco del re di Maiorca, sposò donna Bianca Picany, dalla quale ebbe due figlie. In seguito ad una visione, abbandonò la vita mondana e si fece eremita ( 1265 ca .) e terziario francescano, peregrinando di santuario in santuario e dedicandosi allo studio del latino e dell'arabo e alla lettura di varie opere filosofiche e teologiche. Ritiratosi, dopo 9 anni, sul Monte Randa, per dedicarsi alla contemplazione, ebbe la « grande illuminazione ", onde derivò l'Ars magna, scritta nel monastero di S. Maria da la Reyal. Comincia da questo momento l'intensa attività letteraria e scientifica che richiamò l'attenzione del Re di Maiorca. Con il suo aiuto L. fondò a Miramar un collegio ove 13 frati minori venivano preparati allo studio della lingue orientali per la conversione degl'infedeli (1276). Regna grande incertezza sui viaggi che gli sono attribuiti nel periodo 1276-86. Sembra certo tuttavia che sia stato a Roma nel 1278, e poi in Terra Santa, visitando diversi paesi del mondo musulmano. Nel 1286 fu a Parigi, nel 1287 a Miramar e quindi a Roma per indurre Ororio IV a fondare scuole di lingue orientali. Non avendo ottenuto nulla, per la morte del Papa, ritornò a Parigi, ove insisté sulla sua domanda, senza alcun risultato. Nel 1291 fu di nuovo in Italia; l'anno seguente si recò a Tunisi per disputare con i saraceni. Imprigionato, riuscì a salvarsi, sbarcando a Napoli (genn. 1293), ove insegnò pubblicamente e dove presentò a Celestino V la sua petizione Pra conversione infidelium. Nel 1295 a Roma e nel 1297 ad Anagni rinnovò a papa Bonifacio la sua petizione, insieme con quella per una Crociata e per l'unione della Chiesa greca. Sconeggiato, ripartì per Genova e Parigi, ove si scontrò con il suo maggiore avversario, l'averroismo, contro il quale scrisse la Declaratio Raymondi ed altri trattati (dic. 1297-luglio 1299). Tra gli averroisti conosciuti a Parigi è quel Pietro Veneto che nella Consolatio Venetorum inveisce contro la fortuna e che, secondo ogni verosimiglianza, è Pietro d'Abano. Nell'ott. 1299 fu di nuovo in Spagna, e nell'estate 1300 sicuramente a Maiorca. Sperando nella Crociata promessa da Bonifacio VIII, nel 1301 partì per Cipro. In Oriente di-
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sputò con i Saraceni, i nestoriani e i Greci. Nel 1302 approdò in Armenia, ove corse rischio d'essere avvelenato. Nel 1303 fu a Genova; nel 1305 a Barcellona, poi a Montpellier e a Lione, ove assisté all'incoronazione di Clemente V; nel 1306, ritornato a Maiorca, salpò per Bugis, ove si diede a predicare per le vie contro la fede maomettana, e fu imprigionato. Espulso e imbarcato su una nave gemovese, fece naufragio nelle acque pisane perdendo i suoi libri. A Pisa restò fino al 1308 e riprese con nuova alacrità la sua attività letteraria e la sua propaganda in favore della Crociata. Nell'art. 1308 fu di nuovo a Montpellier, onde l'anno appresso partì, mendicando, per Avignone. Ritornato a Parigi, fra il nov. 1309 e il sett. 1310 riprese la sua polemica contro l'averroismo, senza desistere dall'idea della Crociata. Nel febbr. 1310 quaranta maestri e baccellieri di Parigi attestarono che l'Ars brevis del L. non contiene nulla contro la fede. Nel 1311-12 si recò al Concilio di Vienne nel Delfinato, per chiedere fosse proibito l'insegnamento dell'averroismo, fosse bandita la Crociata, si fondessero a quest'uopo tutti gli Ordini cavallereschi e s'aprissero scuole di lingue orientali. Dopo di che ritornò a Montpellier. Si recò quindi alla corte di Federico II d'Aragona a Messina. Ritornato a Maiorca, il 14 ag. 1314 salpò per la Barberia, ove, assalito dalla popolazione fanatica di Bugis, concluse la sua vita erra: bonda, spesa per la causa della fede di Cristo, con il martirio. In Maiorca e in Catalogna fu venerato con il titolo di beato fin dal sec. xiv.
Le sue numerose e svariate opere sono state vergate durante le soste e spesso tra una tappa e l'altra dei suoi viaggi, e con la stessa foga e lo stesso ardore di questi. L'attività letteraria è ordinata all'azione missionaria, che s'intreccia in modo inestricabile con il pensiero speculativo e le mistiche elevazioni. Vi sono, sì, anche opere sistematiche puramente speculative, quali il Libre de conteplació scritto originariamente in arabo in Maiorca e quindi tradotto in catalano, l'Ars magna, il Liber principiorum philosophiae e il Liber principiorum theologiae, ma dopo il 1277 prevalgono gli scritti occasionali e polemici, sia che l'autore confuti l'averroismo, sia che esponga i suoi piani di riforma, sia che esprima l'amarezza dell'animo deluso, come nel Canto de Ramón, del 1299. A Roma, nella primavera del 1296, "in desolatione et fletibus stans Raymundus ", aveva tuttavia portato a termine l'Arbor scientiae, riassunto del suo sapere enciclopedico. In tutto, gli scritti oggi noti si aggirano sui 230 , senza contare quelli perduti o di dubbia autenticità. Numerosi apocrifi circolarono sotto il suo nome alla fine del medioevo e nel Rinascimento.
Il pensiero filosofico e teologico del L. è in sostanza quello dell'agostinianesimo francescano della seconda metà del sec. xiri. Tutto suo invece è il procedimento dimostrativo, l'ardore mistico e il colorito romanzesco di scritti quali il Blanquerna e il Felix de les meravelles del mon, che sono due capolavori della letteratura catalana. La sua Ars magna è un lambiccato modo d'argomentare di teologia simbolica fondato sulle "dignitates divinae" e sull'equipollenza. La sua critica dell'averroismo è debole, perché non colpisce l'avversario sul terreno della critica aristotelica.
Merito del L. è d'aver fatto comprendere che, per guadagnare l'islàm alla fede cristiana, era indispensabile impararne la lingua e la scienza.
BibL.: Obras de Ramón Lull, edició original, in voll., Maiorca 1906-17. Ottimo come avvisamento allo studio della vita, degli scritti (edizioni e codici) e del pensiero del L. il denso studio del p. E. Longpré, s. v. in DTNC, XI, i, coll. 1072-1141; Miscellania Lulliana Homenatge al B. R. L. en ocasió del VII centenari de la seva naixenca, Barcellona 1935. A Palma delle Baleari, dal 1947 in poi si pubblicano gli Studia monographica et recensiones edita a Maiorisensi Schola Lullistica. Bruno Nardi
LULUA, vicariato apostolico di. - E situato nella parte meridionale del Congo Belga, ed è affidato ai Frati Minori (provincia belga di S. Giuseppe, con Padri fiamminghi).
Fu eretto come prefettura apostolica e col nome di L.-Katanga centrale il 18 luglio 1922 con territorio distaccato dal vicariato apostolico del Kassai superiore (ora Luluabourg) e dalla prefettura apostolica del Katanga (v.), elevato a vicariato apostolico il 26 febbr. 1934; caduta l'8 luglio 1948 una parte di territorio per la creazione della prefettura apostolica del Lago Moero, cambiò il nome in quello di L.
Ha una superfice di 90.000 kmq., con 300.000 ab., di cui 35.322 cattolici. Conta 451 tra chiese e cappelle, servite da 2 sacerdoti diocesani e 31 religiosi, coadiuvati da 12 comunità religiose maschili e io femminili; i seminario minore, 602 scuole (tra cui I professionale e 2 normali), 31 opere di carità e beneficenza (tra le quali 9 ospedali, i lebbrosario, i orfanotrofio e i ricovero); i tipografia. Fiorenti le associazioni di Azione Cattolica.
Bibl.: AAS, 14 (1922), pp. 478-88, 595; GM, p. 265; MC, p. 235; Archivio della S. Congr. de Prop. Fide., Prospectus status missionis, pos. prot. n. 2936/48, 3846/49. Carlo Corvo
LULUABOURG, vicariato apostolicO di. Nella parte centro-meridionale del Congo belga, affidato alla Congregazione del Cunov Immascolato di Maria (Missionari di Scheut) che vi lavorano fin dal 1887 .
Fu eretto come missione sui iuris e col nome di Kassai superiore il 26 luglio 1901 con territorio distaccato dal vicariato apostolico del Congo Belga; elevato a prefettura apostolica il 18 marzo 1904, a vicariato apostolico il 13 giugno 1917. Dopo parecchie cessioni di territorio per la creazione di altre missioni, ebbe il io marzo 1949 il nuovo nome di L.
Ha una superficie di 196.000 kmq . con 1.500 .000 ab., di cui 386.558 cattolici, con 2158 tra chiese e cappelle, servite da 26 sacerdoti diocesani e 155 religiosi, coadiuvato da 5 comunità religiose maschili e 29 femminili. Conta i seminario maggiore e uno minore; più di 2200 scuole (tra cui i professionale e 5 normali) e 129 opere di carità e beneficenza (tra le quali is ospedali, 2 lebbrosari, 5 orfanotrofi). Ha una tipografia con un periodico di 13.000 copie.
Bibl.: AAS, 3 (1911), p. 348; 9 (1917), pp. 370-71; 13 (1921), p. 297; 14 (1922), pp. 487-88; 28 (1936), pp. 458-59; 41 (1949), p. 466; GM. p. 263; MC, p. 184. Carlo Corvo
## -LUMEN CHRISTI! DEO GRATIAS!- - Ant
tica acclamazione cristiana, usata all'accendere il lume. Nei monasteri romani (benedettini), quando, durante la cena, per il sopraggiungere della notte si doveva accendere il lume, il portaluce, entrando, ad alta voce esclamava: "Lumen Christi!", e tutti rispondevano "Deo gratias!" (Ovdo di Giovanni archicantor, ed. C. Silva-Tarouca [v. bibl.], p. 214). Forse era in uso già al tempo di s. Benedetto (F. J. Dölger [v. bibl.], p. 37). Vien anche indicato in due lampade del sec. v, trovate l'una a Selinunte (Sicilia), l'altra nell'antico Cuicul (Elyemila in Numidia), ambedue con l'iscrizione "Deo gratias!" intorno al Cristogramma (F. J. Dölger, p. 37 sg.). Similmente si trova la parola di benedizione con il "Lumen Christi!» in molte lampade provenienti dalla Palestina o dall'Asia minore. Si usa nella Messa dei presantificati (di s. Gregorio) del rito greco nella Quaresima (F. J. Dölger, pp. 19-20). In questo modo si spiega bene il fatto che in Africa, quando s'accendeva la luce, dalle case cattoliche si sentivano le voci "Deo gratias!", mentre i donatisti gridavano "Deo laudes!" (F. J. Dölger, pp. 37-38).
Questa acclamazione cristiana del "Lumen Christi!" sostituisce un rito pagano usato già dagli antichi Romani. Secondo Servio (Coment. in Aen., ed. Thilo, I, Lipsia 1881, p. 720), quando s'accendeva la luce i Romani stavano alcuni momenti zitti, per non perdere con una parola inutile la Grazia, quando il portaluce proferiva l'ac-
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clamazione. Similmente, nel sec. iv, si proferiva una acclamazione alla luce nelle case di Spagna, come racconta Ammiano Marcellino "inferentes vespertina lumina pueros exclamasse ex usu "Vincamus"... (F. J. Dölger, pp. 4041). L'uso di un'acclamazione o di una parola di benedizione all'accendere la luce si osserva fin al nostro tempo nei monasteri o nelle regioni meridionali (F. J. Dölger, pp. 143-44). L'antica acclamazione cristiana del "Lumen Christi!» si conserva nel rito del Sabato Santo.
Benedetto fuori della chiesa il nuovo fuoco, il diacono nella processione accende a tre riprese le tre candele poste sulla sommità della arundine (v.), ed elevando la voce dice ogni volta: "Lumen Christi!»; tutti rispondono: "Deo gratias !". A Roma, questa processione con il nuovo fuoco, introdotta nel sec. vini (Ordo Suburbicalis; B. Capelle [v. bibl.], pp. 113114], si faceva sotto silenzio ("cum supplici silentio"), non soltanto il Sabato Santo, ma di sera nei tre ultimi giorni della Settimana Santa. Nel rito mozarabico invece, benedetto il nuovo fuoco la sera del
Sabato Santo, il vescovo, all'entrare nella chiesa, diceva tre volte "Deo gratias !", e il popolo lo ripeteva. Il rito silenzioso dell'Ordo Suburbicalis si usava ancora nell'Ordo del Pontificale romano-germanico del sec. x (M. Andrieu [v. bibl.], I, pp. 495-525; B. Capelle, pp. 117-18). Ma da un Ordo dell'alta Italia del sec. x (edito da H. M. Bannister, in Miscellanea Ceriani, Milano 1910, p. 135), viene ricordato per la prima volta il grido "Lumen Christi!»; lo stesso nell'Ordo Cassinensis hebd. maj. del sec. xII (ed. T. Leuterman, Montecassino 1941, p. 78 sg.), forse di origine beneventana: il diacono, dopo la processione ancora silenziosa, avendo salutato ed additato ai fedeli il cero pasquale acceso dall'accolito con la fiamma ricavata dal nuovo fuoco portata da fuori, proferiva tre volte "Lumen Christi !"; quel grido si riferiva al cero pasquale stesso, non, come oggi, alla triplice candela. Della nostra usanza, cioè del "Lumen Christi !" nella processione e dell'arundine si trova menzione per la prima volta nell'Ordo Apameus dell'anno 1114 (B. Capelle, p. 118), nell'Ordo Romanus XII, n. 30 (del sec. xII) e nell'Ordo Romanus XIV, n. 94 (del sec. xiv). Il tricereo (arundine) aveva prima un fine puramente pratico : se il vento ne spegneva una, un'altra fiamma rimaneva accesa (Ordo offic. Eccl. lat.; F. J. Dölger, pp. 32-33). Il grido del "Lumen Christi !" invece, nell'uso spagnolo, è derivato dall'antica acclamazione cristiana usata nell'accendere il lume (F. J. Dölger, p. 40). Invece del "Lumen Christi !" si cantava nella processione in alcuni riti particolari fin ai tempi moderni l'inno di Prudenzio "Inventor rutilo" (B. Capelle, p. 118; Missale Trevavense, 1608); i Cluniacesi alla processione della luce in questi tre ultimi giorni della Settimana Santa recitavano i salmi 52.50.66.69 (B. Albers, Conquet. Forfenses, in Conquet. Monast., I, pp. 48, 55). L'uso della luce cosi splendida nella Notte Santa deriva dal rito vigente a Gerusalemme in questa notte.
Bist.: C. Silva Tarouca, Giovanni a archicantor * di S. Pietro a Roma e l'Ordo Romanus da lui composto (22n), Roma 1923; M. Andrieu, Les Ordines Romani du haut moyen dée, Lovanio 1931, pp. 13-332; A. I. Schuster, Liber Sacramentorum, IV, Torino 1932, pp. 1-14, 48-52; B. Capelle, La procession du Lumen Christi au Samuel-Staist, in Revue bledlistine, 44 (1932), pp. 105-
119; F. J. Dölger, Lumen Christi. Untersuchungen zum abendlichen Licht-Sezen. Die Deo Gratias Lampen von Selinunt in Sizilien, und Cuicul in Numidien, in Antike und Christentum, 5 (1936), pp. 1-43, 143-44; T. Leuterman, Ordo Cassinensis Hebdomadue Maioris (ssec. XII), Montecassino 1941, pp. 78-80, 114-15; M. Righetti, Manuale di storicilitergica, II, Milano 1946, pp. 171174.
Pietro Siffrin
LUMI. - Intuizioni distinte, di ordine teorico o pratico, destinate a guidare l'anima nella fede o nell'azione.
Il termine nella teologia spirituale non ha ancora un significato preciso e determinato; è frequentemente usato per indicare anche le illustrazioni dell'intelletto. Propriamente però le illustrazioni sono conoscenze soprannaturali d'origine prevalentemente estrinseca (Dio, angeli), mentre i l. sono piuttosto effetto di personali meditazioni, sempre sotto l'influsso dell'abito di fede e dei doni dello Spirito Santo, particolarmente della scienza, dell'intelletto e del consiglio.
Appartengono
all'ordine discorsivo, rivestendo l'aspetto di sintesi chiare e luminose, di verità che si possono raggiungere con adeguati ragionamenti, ma che nel caso si percepiscono più rapidamente e vividamente. Si potrebbero dire conclusioni, che invece d'essere raccolte con lungo travaglio mentale da un complesso di premesse, risultano in poche operazioni. Sogliono aversi specialmente nelle persone di grande intelligenza, dedite all'orazione meditativa, ed abituate ad astrarre dal contingente le verità essenziali, ma anche in anime più semplici, ed allora d'ordinario più passivamente per doni infusi.
I l. spesso sono improvvisi, analogamente ai cosiddetti colpi di genio, e fanno approfondire molto la scienza delle cose celesti (attributi di Dio, misteri della vita, morte e risurrezione di Cristo, eventi provvidenziali, relazioni tra la Chiesa, il Pontefice e la vita spirituale ecc.). Essendo personali e non ricalcando d'ordinario soggetti e schemi già elaborati, si fissano di più nell'anima che ne fruisce, movendola con più efficacia nel bene e nella santità. Sono più frequenti nel periodo dell'ascesi detto illuminativo.
Arnaldo M. Lanz
LUMINARE. - Nell'epigrafia cristiana antica ricorre talvolta questo vocabolo per indicare un'apertura verticale o obliqua praticata nel tufo dei cimiteri sotterranei per illuminare e dare aria a uno o più cubicoli o gallerie. Spesso era rinforzata in opere murarie (esempi in Roma, Napoli, Siracusa). Ma si è riscontrato che tali pozzi di aereazione furono usati e frequenti anche negli arenari o cave di pozzolana, come nell'arenario poi trasformato in cimitero di Commodilla, presso la Via Ostiense.
S. Girolamo ricorda questi l. che rompevano raramente l'orrore delle tenebre cimiteriali (In Ex. 60); anche Prudenzio descrive la luce penetrante nei cava viscera montis delle cripte cristiane (Peristephanon, XI, v. 165). Un'iscrizione oggi perduta menzionava l'acquisto d'un sepolcro bisomo situato in luminare maiore, fatto, per due
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soldi d'oro, da un tale Saturnino (G. Marchi, Monumenti delle arti cristiane primitive, Roma 1844, p. 165); quella di un Eusebio di Antiochia, attestante l'acquisto del sepolcro *in catacumbas * presso il l., è ora nella Biblioteca Ambrosiana in Milano. Nel cimitero di Domitilla si conserva invece l'epigrafe di un Gallicano che acquistò un sepolcro bisomo, in cripta ad l. Notissima è l'epigrafe del discono Severo, in Callisto, con la menzione del 1. Talvolta questi l. erano anche rivestiti d'intonaco e più raramente decorati. Fra questi si ricordano gli affreschi nel 1. della cripta di S. Cecilia, in Callisto, con le immagini dei ss. Sebastiano, Quirino e Policamo (G. Wilpert, La cripta dei papi e la cappella di S. Cecilia, Roma 1910, tav. 6); nella cripta dette di S. Gennaro, in Pretestato (Wilpert, Pitture, tav. 34); in un cubicolo del secondo piano nel cimitero inter duas lauros (id., loc. cit., tav. 151) e nel cimitero detto di S. Gennaro dei poveri, in Napoli, con la maestosa rappresentazione di Gesù Cristo tra due angeli (H. Achelis, Die Katakomben von Neapel, Berlino 1936, tav. 42).
Bib.: G. Marchi, Monumenti delle arti cristiane primitive, Roma 1844, p. 165 sg.; G. B. De Rossi, Roma sotterranea, III. ivi 1877, pp. 422-24.
Enrico Josi
LUNA: v. NEOMENIA.
LUNA. - Satellite della Terra, da cui probabilmente ha avuto origine per suddivisione della massa terrestre ancora fluida (v. cosmogonIA). Secondo la teoria dell'astronomo G. Darwin (figlio del naturalista Ch. Darwin), nei primi tempi la L. sarebbe stata molto vicina alla Terra e avrebbe compiuto la sua rivoluzione intorno a questa in sole cinque ore. Poi se ne sarebbe allontanata per effetto della marce, ed anzi continuerebbe ancora ad allontanarsi, fino ad arrivare ad una distanza uguale a ca. una volta e mezza l'attuale, in cui compirà una rivoluzione in cinquantacinque giorni. Si dimostra che allora anche la Terra compirà una rotazione nello stesso tempo, onde alla fine il giorno ed il mese lunare diverranno uguali a 55 giorni attuali. Probabilmente anche quando la L. si solidificò, la sua distanza era minore dell'utuale. Armellini anzi ha dimostrato che ciò spiegherebbe esattamente la forma lievemente ellissoidica allungata (simile ad uovo) del globo lunare. Attualmente la L. ruota intorno alla Terra da ponente a levante (senso diretto), lungo un'orbita ellittica, avente per fuoco il baricentro terrestre, ad una distanza media di 384.440 mathrm{~km}., compiendo un giro in 27ᵈ 7ᵇ 43ᵐ mathrm{II} .{ }ˢ
Questo intervallo di tempo si chiama rivoluzione siderea, da non confondersi con la rivoluzione sinodica, che è il tempo che la L. impiega per tornare in congiunzione col Sole (intervallo tra due noviluni consecutivi =29° 12^{′} 44^{′ ′} 3 ) che determina la fasi lunari e le conseguenti feste mobili. Il punto dell'orbita lunare più vicino alla Terra si chiama perigeo e dista 363.000 mathrm{~km}. ; il più lontano apogeo e dista 406.000 km . La congiungente il perigeo con l'apogeo si chiama linea degli absidi e ruota sul piano dell'orbita lunare da ponente a levante in 8 anni e 310 giorni. Il piano dell'orbita lunare taglia il piano dell'eclittica lungo una linea detta linea dei nodi che ruota sul piano dell'eclittica da levante a ponente in 18 anni e 219 giorni. La L. ruota rivolgendo alla Terra sempre la stessa faccia, il che vuol dire che essa ruota intorno al proprio asse in un tempo uguale alla durata della rivoluzione siderea. Però, essendo l'orbita lunare di forma leggermente ellittica, per la legge delle aree (v. kepler), la velocità di rivoluzione non è uniforme, mentre invece è uniforme quella di rotazione, onde il disco lunare sembra subire piccole oscillazioni (che gli astronomi chiamano librazioni in longitudine) mostrando e celando delle regioni presso i bordi per un'ampiezza di ca. 8°. Inoltre, essendo l'asse lunare di rotazione inclinato di 83° 30^{′} sull'orbita della L. intorno alla Terra, si ha una librazione in latitudine per cui si scorgono ora l'uno, ora l'altro dei due poli lunari per una
ampiezza di ca. 6°. E ancora per il fatto che l'osservatore è alla superficie, e non al centro della Terra, si ha una terza forma di oscillazione apparente, detta librazione diurna per un'ampiezza di ca. 1°. Tutte queste librazioni (scoperte da Galileo) fanno si che si possa osservare ca. i 6/10 della superficie lunare. Nel suo moto di rivoluzione intorno alla Terra, la L. si trova due volta allineata con la Terra stessa e col Sole: una volta in congiunzione (cioè tra il sole e la Terra) ed allora essa mostra la faccia in ombra e si ha il novilunio; mentre un'altra volta in opposizione (e cioè dalla parte opposta al Sole) ed allora essa mostra la faccia illuminata e si ha il plenilunio. Si hanno invece le quadrature (cioè il primo e l'ultimo quarto) quando la congiungente Terra-Sole forma un angolo retto con la congiungente Terra-L. Se i noviluni ad i pleniluni avvengono in vicinanza della linea dei nodi, vi può essere eclisse di Sole o di L.
Il diametro del globo lunare è di ca. 3470 km .; e cioè poco maggiore della quarta parte del diametro terrestre che è di ca. 12.700 km . La massa lunare risulta di ca. 1/81 della massa terrestre, onde la densità media della L. rispetto all'acqua risulta eguale a 3,33 ossia notevolmente inferiore alla densità terrestre che è uguale a 5,52 . La gravità alla superficie della L. è ca. 1 / 6 della gravità alla superficie terrestre, onde un uomo del peso di 72 kg ., peserebbe sulla superficie selenica ca. 12 kg . La L. non ha atmosfera, o ne ha tracce talmente minime da non potere essere messe in evidenza dai nostri strumenti. Ciò è mostrato al cannocchiale dalla assoluta mancanza di nubi, dalla nitidezza del rilievo lunare anche presso i bordi, dalla assoluta mancanza di fenomeni di rifrazione nelle eclissi di Sole, dalla sparizione istantanea senza cambiamento di colore delle stesse eventualmente occultate, ed infine dall'esame spettroscopico della luce riflessa dalla superficie lunare. Si ritiene però che la L., data la probabile comune origine con la Terra, abbia avuto inizialmente un'atmosfera simile alla terrestre, che però è andata presto disposta nello spazio anche a causa della debole forza attrattiva del globo lunare. Ne consegue sopra la L. la mancanza di acqua, che altrimenti evaporerebbe formando un'atmosfera di vapore.
La L. riflette la luce del Sole, e le moderne ricerche fotometriche hanno precisato che la sua albedine (potere riflettente) è di ca. 0,07 ; e cioè che la L. piena riflette ca. il 7 \% della luce che riceve dal Sole. La luminosita diminuisce molto rapidamente con le fasi e al crescere dell'elongazione (distanza angolare della L. dal Sole) ciò che fa pensare ad una grande rugosità del suolo lunare. Si è trovato pure che la temperatura superficiale della L., esaminata con la pila termoelettrica posta al fuoco dei grandi telescopi, varia da ca. 80° sopra zero durante il giorno lunare, che ha la durata di mezza lunagione e cioè di 14 giorni terrestri, a ca. 200° sotto zero e forse anche meno durante la notte lunare. Questo forte salto di temperatura, si spiega ricordando che le rocce lunari sono esposte a 14 giorni di continua illuminazione solare non attenuata dalle schermo dell'atmosfera e a 14 giorni di notte, in cui l'irraggiamento del calore immagazzinato non è impedito da alcun ostacolo atmosferico; come pure ricordando che la notevole porosità della superficie del pianeta rende lenta la condusione del calore assorbito, sia verso l'interno che verso l'esterno.
Esaminata ad occhio nudo o con piccoli cannocchiali, la L. mostra regioni chiare di un colore giallo citrino, dette Terre lunari; e regioni più oscu