ito da alcun ostacolo atmosferico; come pure ricordando che la notevole porosità della superficie del pianeta rende lenta la condusione del calore assorbito, sia verso l'interno che verso l'esterno.
Esaminata ad occhio nudo o con piccoli cannocchiali, la L. mostra regioni chiare di un colore giallo citrino, dette Terre lunari; e regioni più oscure, di colore grigio che Galileo chiamò Mari lunari e che gli antichi ritenevano regioni meno dense, opinione confutata da Dante (cfr. segni bui in Dante, Paradiso, II, 49 sgg.).
La vicinanza alla Terra e l'assenza di atmosfera ha facilitato l'osservazione telescopica e fotografica della superficie lunare, che i moderni mezzi di indagine portano alla distanza di 50 km . ca. Ma bastano anche modesti cannocchiali per scorgere la forma scoscesa delle montagne lunari, la cui altezza è stata dedotta dall'ombra che esse proiettano ed è stata trovata in qualche caso fino a misurare 7600 metri ca. Ed anzi l'osservazione della superficie lunare appare oltremodo suggestiva, sia nella smagliante luminosità del plenilunio che ne fa splendere i crateri
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minori come conche d'argento; sia nella luce radente del primo ed ultimo quarto che mette in evidenza le montagne ed i rilievi del suolo.
La topografia lunare appare molto diversa da quella terrestre, giacché scarseggiano le catene di montagne, mentre sono numerosissimi i crateri, simili in parte ai crateri vulcanici terrestri, ma estremamente più numerosi e più estesi e con caratteristiche diverse. Infatti, mentre i più grandi crateri terrestri raramente superano i 12 km . di diametro, qualche cratere lunare supera i 200 km . Inoltre questi numerosissimi crateri, spesso aggruppati e sovrapposti, hanno generalmente il fondo situato ad un livello inferiore a quello delle terre circostanti (contrariamente alla generalità dei vulcani terrestri), presentano molte volte un conetto centrale, od anche più coni, sono cinti di un anello di rocce più o meno scoscese e mancano assolutamente di qualsiasi traccia di attività vulcanica. Anzi questi caratteri fanno dubitare parecchi astronomi sopra l'origine vulcanica dei crateri lunari, che alcuni (come, p. es., l'astronomo americano J. J. See) credono invece prodotti dalla caduta di grandi meteoriti.
Le zone oscure della superficie lunare, denominate mari da Galileo, sono costituite probabilmente da grandi estensioni di lava raffreddata. Ciò venne confermato dalle ricerche eseguite all'Osservatorio di Roma, dove con una lunga serie di misure fotometriche si determinò l'albedine delle terre e dei mari lunari, e si trovò che mentre l'albedine delle terre era molto simile a quello del materiale vulcanico più leggero (pomice o trachite) l'albedine dei mari si poteva paragonare a quello delle lave basaltiche del Vesuvio. Più tardi l'astronomo russo Barabascheff trovò che anche l'angolo di polarizzazione delle rocce costituenti i mari lunari era quasi uguale a quello delle lave e dei basalti ciò che conferma la nostra opinione. Deve notarsi però che queste distese di lava raffreddata appaiono solcate da profondi crepacci dovuti probabilmente a fenomeni di contrazione. Inoltre da alcuni crateri lunari portano spesso delle striature che si estendono a grande distanza, formando una specie di raggera. Caratteristica è la raggera di strie partenti dal cratere di Tycho, presso il polo nord lunare, che può scorgersi osservando la L. piena anche con un semplice binocolo.
Sulla superficie lunare non è stata mai notata alcuna manifestazione di vita animale o vegetale, che del resto sarebbe impossibile per la mancanza di acqua e di atmosfera e per i fortissimi sbalzi di temperatura.
Esistono vari atlanti riproducenti l'aspetto della superficie lunare, sia in disegno libero che in fotografia. Uno dei primi astronomi che disegnò una carta della L. fu Hevel di Danzica, il quale dette ai mari lunari nomi tratti dalla credenza che la L. influisse sulle condizioni meteorologiche e su altri fatti. Si hanno così sulla L. il Mare Serenitatis, il Mare Tranquillitatis, il Mare Imbrium, ecc. Ai crateri lunari furono posti dal p. Riccioli nomi di grandi astronomi e filosofi: Aristotele, Platone, Copernico, Tycho, ecc. Alle poche catene di montagne sono stati dati nomi tratti dalla orografia terrestre: si hanno cosi sopra la L. la catena degli Appennini, delle Alpi, ecc.
Oggi le migliori carte lunari, eseguite visualmente col cannocchiale, sono quelle di Schmidt dell'Osservatorio
di Atene e quelle più antiche degli astronomi tedeschi Beer e Maedler. Tra i moderni atlanti fotografici lunari, il più importante è forse quello dell'Osservatorio di Parigi dovuto a Loewy ed a Puiseux ed a cui può aggiungersi quello dell'Osservatorio di Lick. Presentemente si sta cercando di eseguire un atlante della L. con fotografie colorate, in modo da riprodurre esattamente le tinte delle diverse regioni lunari. I tentativi fin qui eseguiti, per mezzo di filtri di luce di diverso colore, sembrano piuttosto incoraggianti. "Vedi iav. CXVI.

pla Guide des manuments visités par les membres du XIIIe Congres International d'Aurolire de l'art. Séveraima (XII, fig. 85) Luvn - Cattedrale di L., eretta nel roSo, consacrata nel 1145 , incendiata nel 1234, ricostruita subito dopo. I due campanili sono del sec. xII.
Tra i molti malati guariti da Gesù presso il lago di Tiberiade c'erano anche dei l. ( σ ε λ η ν α ζ ζ ω ε ν ν; Mt. 4, 24), che, in questo caso, sono distinti dagl'indemoniati ( δ α ι μ ° ν ζ ζ ω ε ν ν ).
Invece il l. guarito da Gesù dopo la Trasfigurazione (v.) era anche indemoniato. Il fatto è narrato dai tre Sinottici (Mt. 17, 15, tra i sintomi del male, scrive : σ ε λ η ν α dot{ζ} ε τ α 1 "Iunaticus est"; Mc. 9, 14-29 dà maggiori particolari; Lc. 9, 37-43 segue una via di mezzo). Che quel ragazzo fosse non solo epilettico, ma anche indemoniato, risulta non solo dall'impressione del padre e degli Apostoli (che potrebbero rispecchiare la comune mentalità popolare, che attribuiva al demonio le malattie, e specialmente queste) ma anche dall'affermazione chiara degli Evangelisti e soprattutto dall'esorcismo di Gesù: «Muto e sordo spirito, te l'impongo io, essi da lui e non entrarvi mai più" (Mc. 9, 23).
I sintomi del mutismo e della sordità ed altri particolari non sono quelli dell'epilessia. Non è sostenibile l'ipotesi che Gesù si sia adattato ad una falsa opinione popolare, parlando cosi : insegnava la realtà delle possessioni diaboliche e, dopo il miracolo, soggiungeva agli Apostoli, dolenti di non aver potuto scacciare lo spirito maligno: "Questa razza non si scaccia se non con l'orazione [e il digiuno]" (Mc., 9, 29).
Bibl.: J. Smit, De daemoniacis in historia evangelica, Roma 1912. pp. 472-522: H. Lesêtre, Lunatique, in DB, IV, coll. 417419.
Pietro De Ambroggi
LUND. - Città e antica diocesi già territorio danese, passata alla Svezia nel 1658; posta all'incrocio della strada principale che traversava la Scania da sud-ovest e nord-est, chiamata nel medioevo Londinum Gothorum.
La diocesi fu fondata in questo centro dove si batteva moneta nel ro6o e la chiesa primitiva in legno fu detta S. Maria Minore. Ca. l'anno roSo Canuto re di Danimarca pose la prima pietra della nuova Cattedrale. Nel 1103 L. divenne sede arcivescovile e metropoli per tutti i paesi nordici (Danimarca, Islanda, Norvegia, Svezia). La Cattedrale, dedicata a s. Lorenzo, cominciò a essere modificata e ingrandita. Nel 1123 l'arcivescovo Ascario consacrò l'altare maggiore della cripta, e nel 1145 l'arcivescovo Eskil
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(feL, Gab. fot. naz.)
Lunetta - L. con la Pietd. Dipinto di Carlo Crivelli. Nuova York, Metropolitan Museum.
consacrò la basilica, dovuta all'opera di un "Donatus architectus", come si legge nel Necrologium Lundense. L'edificio ricorda le cattedrali di Magonza e di Spira ma tradisce l'ispirazione lombarda specie nell'ornamentazione e nell'armonia delle sue proporzioni. In alcune colonne della cripta sono rappresentati Dalila che taglia i capelli a Sansone e Sansone che fa crollare il tempio. In un grande sarcofago è deposto l'ultimo arcivescovo di L., B. Gunarsson (1512). La Basilica superiore presenta all'esterno le due torri del sec. xir e nell'interno le grandi volte furono ricostruite dopo l'incendio del 1234. Gli stalli sono della seconda metà del sec. xiv, come la cattedra episcopale, mentre alla fine del xiri sec. appartiene la colonna con la status di s. Lorenzo. La Cattedrale venne restaurata dall'architetto A. Van Düren nel 1833.
L. divenne sempre più fiorente e la sede arcivescovile si fece un centro assai importante. Fra i suoi presuli vanno ricordati Eskil (1127-77), Absalon (1177-1201), Andre Si meson (1201-22), Jacob Erdlenson e Jens Grand. Con il protestantesimo L. decadde. Cominciò a rifiorire dal 1668, quando divenne sede di un'importante università in cui ha preso un grande sviluppo la Facoltà di medicina e una ricchissima biblioteca. In L. fisso la sua residenza il re Carlo XII (1715-18).
Biol.: O. Rydbeck, Lunds donikprhas byggnadshistoria, Lund 1923; E. Wrangel, Lunds donikyrha Konsthistoria, ivi 1923; S. Bolin, Shanelands historia, 2 voll., ivi 1930-33. Enrico Josi
LUNETTA. - Architettonicamente s'intende per l. lo spazio risultante dall'incontro di una vòlta con una superficie piana; quindi in un vano coperto da vòlta a crociera, o a vela, o a botte lunettata, 1 . sono gli spazi fra peduccio e peduccio. A seconda dell'arco che la genera la l. può essere a tutto sesto, o a sesto acuto, o ribassato.
Già nei primi tempi cristiani è frequentissima la decorazione pittorica delle l., a fresco (cubicoli delle catacombe), a musaico (mausolso di Galla Placidia e S. Vitale di Ravenna), a tarsia (battistero degli Ortodossi, pure a Ravenna). La decorazione delle 1. negli atri e soprattutto nei chiostri si prestava a rappresentazioni cicliche; ne restano esempi famosi dal Quattrocento in poi (chiostro verde di S. Maria Novella a Firenze, di Paolo Uccello; chiostrino dei Voti dell'Annunziata di A. Baldovinetti, A. del Sarto, Franciabigio, Pontormo e Rosso; chiostro della
certosa di Val d'Ema, del Pontormo, ecc.); per lo più sono rappresentati episodi della vita di santi dell'Ordine, cui appartiene la chiesa (chiostro di Monteoliveto presso Siena, con Storie di s. Benedetto, del Signorelli e del Sodoma; chiostro di S. Marco a Firenze, con Storie di s. Antonino, del Pocetti).
Il nome di l. viene dato anche allo spazio sovrastante la porta, fra l'arco e l'architrave, e quindi alla formella scolpita che spesso ne forma la decorazione, e in genere a qualsiasi formella scolpita semicircolare. L. di portali e bassorilievo si trovano in epoca romanica (sec. xili): S. Zeno di Verona, S. Clemente a Casuria; sec. xili: pieve di Arezzo, battistero di Parma, duomo di Lucca, ecc.) e ancora più frequentemente nel Trecento (duomo di Lucca, Deposizione attribuita a Nicola Pisano; S. Martino di Pisa, attribuita ad Andrea da Pontedera). Fra gli innumerevoli esempi del Rinascimento si ricorda l'innovazione coloristica portata da Luca dalla Rabbia con le sue 1. di terracotta invetriata, bianca e policroma.
Infine si chiama 1. anche il coronamento semicircolare della pale d'altare in uso nella seconda metà del Quattrocento soprattutto nell'Italia settentrionale e raffiguranti quasi sempre la Pietà (Cosmè Tura, Louvre; Crivelli, Brera e Pinacoteca Vaticana; Lotto, S. Cristina presso Treviso, ecc.). Emma Zucca
LUNGRO, diocesi di. - Per gli Italo-albanesi Benedetto XV con la cost. Catholici fideles del 12 febbr. 1919 eresse in Calabria una diocesi propria con sede a L. la quale si estende a tutto il mezzogiorno dell'Italia continentale.
Conta 20 parrocchie, 37.500 fedeli, 32 sacerdoti e 2 congregazioni di suore: le Piccole Operate dei Sacri Cuori, e le Basiliane di S. Marrina. I sacerdoti vengono formati nel monastero di Grottaferrata e nel Collegio Greco di Roma.
Biol.: Statistica con cenni storici sulla Chiesa e i cattolici di rito orientale, Città del Vaticano 1932, p. 121 sgg.
Guglielmo de Vries
LUNI (La Spezia), SARZANA e BRUGNATO, Diocesi di. - Diocesi unite nella Liguria.
Su un totale di 245.266 mathrm{ab}., si hanno 243.000 cattolici, distribuiti in 150 parrocchie, servite da 216 sacerdoti diocesani e 83 regolari; un seminario, 15 comunità religiose maschili e 79 femminili (Annuario Pontificio, 1951, p. 257).
Le origini di L. sono incerte. Secondo Tito Livio vi fu trasferita nel 177 a. C. una colonia romana di 2000 cittadini. L'importanza del luogo è evidente dal richiamo di Ennio: «Lunai portus est operae cognoscere cives». La città fiorisce dopo la vittoria di Claudio Marcello sui liguri apuoni, vellelati e friniati; lo scavo dei marmi di Carrara, iniziato nel sec. t a. C., ne aumenta la fortuna. Vengono costituite la curia, il foro e la basilica; funzionano le magistrature municipali e un anfiteatro. Nel sec. v d. C., Rutilio Namaziano la saluta ancora come una smagliante visione. Durante le invasioni barbariche grazie alla salvaguardia della flotta d'Oriente, che aveva base permanente nella Sardegna, L. diventa la maritima provincia Italorum, legata da frequenti rapporti marittimi con Roma e Bisanzio. All'inizio del sec. viII L. capitolò sotto Liutprando e fu aggregata al ducato longobardo di Lucca. Alla discesa dei Franchi non ebbe diversa sorte, sinché fu assalita dai Saraceni nell'849 e dai Normanni nell'860.
Il cristianesimo fu predicato a L. nei primi tempi, senza che si sappia chi fu il primo vescovo; nel 465 il vescovo lunense s. Felice sottoscrive al Concilio Romano. Altri vescovi noti sono: Vittore (499-503), Giusto (556), s. Venanzio (594-603) ricordato nell'epistolario di s. Gregorio Magno; Tommaso, presente al Concilio Lateranense del 649, e Severo a quello del 680. Un Martirologio lunense elenca vescovi le cui figure sono confuse con la leggenda,
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come a. Solaro, a. Terenzio, s. Ceccardo, ecc. La vita cristiana di L. si manifesta con la cattedrale di S. Maria e con pievi in territori, dove il culto pagano resistette fino al sec. viII, e con l'erezione di abbazie come al Tino, a Brugnato, ad Aulla, a Lione, ecc. Dopo lo sfacelo della marca e del Comitato, la figura del vescovo si affermò decisamente contro le invadenti dinastic obertenghe, conseguendo già nel 900 da Berengario, nel 963 da Ottone I e nel 98 I da Ottone II. l'immunità sulla zona più ricca della Lunigiana. Si inizia così il potere temporale del vescovo, al quale è riconosciuta la sovranità comitale nel territorio della Lunigiana, totum in integrum, prima assai di riceverne l'investitura ufficiale (1183) da Federico I. Il vescovo è di fatto e di diritto il conte della Lunigiana con facoltà di coniare monete, e il Liber Iurium della Chiesa lunense, il famoso Codice Peluvicino, ne ha raccolto gli atti dal 900 al 1297. La sua giurisdizione si estende sulle Isole Capraia e Gorgona, Palmaria e Tino, con i celebri monasteri; nelle tre valli della Magra, della Vara e del Frigido, lungo tutto il versante meridionale dell'Appennino, spingendo le sue propaggini al di là di quelli; a settentrione nelle valli della Parma e del Taro, e a levante nella valle del Serchio e sino quasi a Pietrasanta.
Probabilmente dopo l'incursione saracena agli inizi del Mille, i vescovi posero la loro sede ad Ameglia, a Carrara e a Sarzanello, finché nel 1204, il vescovo Gualtieri, trasferì la Cattedrale a Sarzana, la quale però otterrà il riconoscimento pontificio come sede vescovile definitiva, solo nel 1465 da Paolo II. Ma già nel sec. xvi, la autonomia della Lunigiana va scomparendo; e lo stesso Dante Alighieri, paciere fra i Malaspina dello Spino Secco e il vescovo Antonio di Camilla, ne segna il tramonto, a Castelnuovo Magra, il 6 ott. 1306. Anche la potestà spirituale fu circoscritta : dopo le Isole Capraia e Gorgona, passate alla diocesi di Pisa, nel 1133, Innocenzo II, riconoscendo immediatamente soggetta alla Sede Apostolica la diocesi di L., le toglieva l'abbazia del Tino per aggregarla alla nuova arcidiocesi di Genova, e costituiva in diocesi autonoma con i suoi vasti possedimenti l'abbazia di S. Colombano di Brugnato. Infine Alessandro III, nel 1161, sottraeva anche la zona di Portovenencre, nel golfo della Spezia, per unirla ai possessi di Genova.
La serie dei vescovi guerrieri termina con Gabriele Malaspina, che nel 1355 ottiene da Carlo IV l'inutile riconoscimento dei suoi antichi privilegi e il titolo di Principe dell'Impero. A lui succedono vescovi domenicani e francescani. Ma la gloria più fulgida ebbe la diocesi in Tomaso Parentucelli, poi Niccolò V, il quale, sarzanese, consentì che al nome di L. la diocesi unisse quella di Sarzana e al Capitolo della città incorporò i possessi dell'abbazia del Corvo, sulle foci della Magra, e degli Agostiniani di Vezzano Ligure. I suoi familiari abbellirono con sovrana munificenza la recente Cattedrale e costruirono l'episcopio lasciando impronta di larghissima liberalità.
Nel 1545 Simone Pasqua, vescovo di L.-Sarzana, è presente al Concilio di Trento ed inizia la serie dei vescovi cardinali (1561-65). Lo segue il card. Benedetto Lomellini (1565-72) e, dopo i vescovi G. B. Bracelli, insigne prelato e diplomatico di Curia (1575-89) e G. B. Salvago (1590-1632), fondatore del Seminario diocesano, il cardinale vescovo G. D. Spinola (1632-36). Altre figure emi-
nenti della diocesi, in quel tempo sono i due cardd. Zacchia (Emilio, m. nel 1605 e Ludovico, m. nel 1637), mons. Favoriti Agostino, segretario di Stato di quattro pontefici (m. nel 1682) e il card. Lorenzo Casoni.
Anche la sede di Brugnato ebbe un periodo di floridezza nel ' 500 per merito soprattutto del vescovo Filippo Sauli (1512-28) il quale combinò con l'arcivescovo di Genova, come da bolla di Leone X (1518), la permuta di alcune parrocchie, così da ottenere la zona a mare di Sestri Levante; suscitò a nuova vita il Capitolo cattedrale, fondando sei canonicati, e segnò la ripresa della vita spirituale in diocesi. Gli successero come amministratori il card. Grimaldi (1528), il card. Trivulzio (1535) e il vescovo Antonio di Cogorno che intervenne al Concilio di Trento. In seguito, per gli avvenimenti politici si andò sempre più disgregando il senso dell'unità lunigianese; la regione fu governata con alterne vicende dai Genovesi, dagli Sforza, dal granduca di Toscana e dal duca di Modena, e le nuove egemonie politiche suscitarono nuove circoscrizioni diocesane. Pio VI, nel 1787, con la bolla In suprema, creò la diocesi di Pontremoli, togliendo 124 parrocchie a quella di L. e a quella di Brugnato le chiese di Zeri, Teglia, la vicaria di S. Pietro di Pontremoli, Gotta e Buzzò nella Val di Taro. La nuova diocesi fu dichiarata suffraganza di Pisa alla quale, nel 1798, dové cedere il vicariato di Serravezza. Parve allora opportuno trasferire la sede vescovile di Brugnato alla Spezia, ma fu lo stesso re di Sardegna, Vittorio Emanuele I, a proporre alla S. Sede la definitiva unione di Brugnato con Sarzana e di Noli (un tempo retta dal vescovo di Brugnato) a Savona "attese le ristrette popolazioni e la tenuità dei redditi delle mense vescovili ". Ciò avveniva nel dic. 1820, per decisione di Pio VII. Nel 1822 Pio VII, con la bolla del 20 febbr., faceva di Massa, compresa nella diocesi, un nuovo vescovato suffraganeo di Modena, togliendo a L. rog parrocchie. Un progetto ministeriale del 1865 , mirava persino a sopprimere il vescovato di Sarzana.
All'inizio del sec. xx, lo sviluppo della Spezia, in breve tempo assurta a grande città, impose un rimaneggiamento delle antiche circoscrizioni diocesane in Lunigiana. Nel 1923 La Spezia fu dichiarata capoluogo di provincia e, nel 1929, Pio XI con la cost. apost. Quisceri dominici gregis del 12 genn. 1929 (AAS, 21 [1929], pp. 144-46) riconobbe La Spezia legittima erede della sede vescovile di L., assegnandole la denominazione: "diocesi di L., ossia La Spezia, Sarzana e Brugnato ". Alle tre città vengono riconosciuti i diritti di sedi vescovili, però sotto un unico Pastore ed un'unica Curia, stabilita definitivamente a La Spezia, la quale eredita tutti i privilegi di L. Primo vescovo-conte fu eletto mons. Giovanni Costantini, già amministratore apostolico e ideatore del concorso nazionale per il progetto della nuova cattedrale da dedicarsi a Cristo Re. - Vedi tav. CXVII.
Bibl.: G. B. Semeria, I secoli cristiani della Liguria..., II, Torino 1843, pp. 1-184; L. Podestà, Catalogus chronologicus praesulum Lumensis-Sarzanensis Ecclesiae, in Synodus dianessana Iunensis-Sarzanensis et Brugnatensis quam habuit in ecclesia cathedralis Sarzanensi Ir. Hyncinius Rossi, Bologna 1887; id., I vescovi di L. dall'anno 203 al 1269. Studi sul Codice Peluvicino dell' A cbisio capitolare di Sarzana, in Atti e memorie della R. deput. di st. patria per le province madenesi, 4° serie, 6 (1894), pp. 2165; E. Branchi, Storia della Lunigiana feudale, Pistoia 1897; V. Lucardo, Memorie antiche di Brugnato e della sua celebre badia, Genova 1910; M. Lupo Gentile, Il regesto del Codice Peluvicino, in Atti della soc. figura di st. patria, 44 (1912), pp. 1-734; (M. G.), Per il risorgimento della Chiesa lunense, La Spezia 1913, pp. 7-22; U. Mazzini, Di una zecca di L. dei secc. VI e VII
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finora ignorata, Luccs 1918; id.. L'epitaffio di Leodegar vescovo di L. nel sec. VIII, in Giornale storico della Lunigiana, 10 (1919). pp. 1-111; id.. Inttus vescovo di L. e la sua epigrafe sepolcrale, ibid., 11 (1920), pp. 33-67; id.. Il registro della Curia senovile di Brugnato, ibid., 12 (1922) pp. 19-51, 81-102; G. Volpe, Lunigiana medievale, Firenze 1923; U. Formentini, I vescovi di L. nel periodo coralingio, in Giornale storico della Lunigiana, 13 (1923), p. 81 sgg.; id.. Leggende della "Maritima", in Giornale stor. e lett. della Liguria, nuova serie, 3 (1927), pp. 281-308; id.. Introduzione alla storia ed all'archéologia cristiana di L. in Memorie dell'Accademia lunigianese di scienze G. Capellini, 9 (1928), pp. 3-37; id.. L'abbazia di S. Solvatore di Linnar e le sue strade, in Giornale stor. e lett. della Liguria, nuova serie, 9 (1933), pp. 1620; id.. Brugnato. Gli abati, i vescovi, i "rives", in Memorie dell'Accademia lunigianese di scienze G. Capellini, 20 (1939), pp. 3-47 (numero unico); id.. Un nuovo vescovo nella serie dei primi vescovi di L., Pontremoli 1940; P. F. Ferro, Il monastero del Tinetto, La Spezia 1928; F. Rosso, Vita di mons. Giacinto Rossi O. P., vescovo di Sarzana, ivi 1940. Per la storia dell'arte: A. Neri, La cattedrale di Sarzana, Sarzana 1900; F. Podestà, Arte antica del duomo di Sarzana, Genova 1904; U. Mazzini, Il primitivo battistero di L., in Atti della R. arc. delle scienze di Torino, 24 (1918-19), pp. 381-90; U. Formentini, Arte francescana, monumenti e marmi gotici e Sarzana, La Spezia 1927; id.. Intorno al duomo di Sarzana, in Giorn. stor. e lett. della Liguria, nuova serie, 3 (1927), pp.43-47; id., La Spezia, il suo duomo, il suo biscone, La Spezia 1927; N. M. Conti, Chiese medievali e due navate in Lunigiana, in Memorie dell'Accademia lunigianese di scienze G. Capellini, 8 (1927), pp. 7-22; C. M. Richter, The Crucifix of Guglielmo at Sarzana, in The Burlington Magazine, 1927.
Casimiro Bonfigli
LUOGHI SANTI. - I. Nozione. - Designazione antonomastica, nel linguaggio cristiano, dei luoghi santificati dalla presenza di Greci in Palestina. Nei siti in cui si svolsero le gesta del Redentore, della Vergine e degli Apostoli, spesso furono innalzati edifici sacri, detti santuari; spesso perciò l'espressione l. s. equivale a "santuari». I l. s. possono considerarsi in relazione all'importanza dei ricordi che racchiudono, o all'autenticità storica, o al santuario di cui sono abbelliti, o al diritto che su di essi hanno quanti li possiedono e li venerano. Sotto quest'ultimo punto di vista si è sviluppata la cosiddetta "questione dei 1. s. s, che anche oggi è tutt'altro che risolta.
Sotto l'aspetto religioso, i l. s. che ricordano fatti importanti della vita del Redentore (Natività, Agonia, Risurrezione, ecc.) presentano maggiore interesse di quelli che ricordano solo fatti secondari o relativi ai santi: Piscina di Siloe o Bethsaida ovvero luogo della conversione di 2 . Paolo o del martirio di s. Stefano.
Il giudizio sulla loro "autenticità" viene stabilito da due fatti : come un l. s. corrisponde ai dati evangelici e come è attestato in quanto tale da antiche e costanti affermazioni. Solo quando si avverano questi due casi si ha un l. s. "autentico"; in caso contrario, un l. s. è commemorativo e mantenuto dalla pietà dei fedeli. Esempi del primo sono Betlemme, il Gethsemani, il S. Sepolcro, ecc.; del secondo parecchie stazioni della Via Crucis a Gerusalemme. Naturalmente fra la grande serie dei 1. s. si ha tutta una graduazione; tanto più essi realizzano i due requisiti, tanto più godono di valore storico. In ogni caso non si arriva che ad una certezza morale. Per la maggior parte dei l. s. si ha il vuoto letterario fino al sec. IV, ma si può facilmente colmare pensando alla serie ininterrotta dei vescovi, che in principio erano anche parenti del Signore, ed ai movimenti sia devozionali, attestati già con il sec. II, sia scientifici, iniziati già con Origene, nonostante i tragici avvenimenti in cui incorse la Palestina nei primi secoli cristiani.
Fino alla pace costantiniana, ad eccezione del Sion (v.), non si ebbero che l. s. venerati, mentre dopo vennero eretti i santuari. Nell'erigere questi si distinsero i membri della famiglia imperiale: s. Elena e Costantino eressero i santuari del S. Sepolcro, dell'Eleona, di Betlemme e di Mambre, Eudocia il Martyrium di s. Stefano, Giustiniano rifece Betlemme. Non minor zelo ebbero il clero, i monaci e i forestieri venuti ad abitare nei l. s. Il massimo sviluppo si ebbe dai secc. Iv-vi, e non soltanto i testi evangelici ma anche testi apocrifi suggerirono l'erezione di santuari. Molti santuari furono rovinati dall'invasione
persiana (614); altri, anche se restaurati poco dopo, furono destinati al disfacimento con l'occupazione araba della Palestina (634). Nel periodo crociato i santuari furono nuovamente innalzati; ma caduto il regno latino furono di nuovo condannati all'abbandono. Solo alcuni poterono essere salvati dai Latini della Custodia (v.) di Terra Santa, che li risarcirono dietro compenso di lieghe somme. Con il secolo scorso si iniziò di nuovo un movimento edilizio, che oggi comincia ad essere paralizzato. Lo stile in cui i santuari vennero eretti fu il tardo romano e bizantino da principio, poi il romanico e in tempi moderni il neo-classico e il ritorno ai vecchi stili. Notevole è la corrente, promossa dalla Custodia di Terra Santa e diretta dall'architetto A. Barluzzi, di creare dei santuari atti a disporre l'animo al mistero, p. es., gioia al Thabor, dolore al Gethsemani, con stile ecletico.
Appunto perché cari ai cristiani, i l. s. furono spesso occasione di lotte fra di loro per averli ed ufficiarli. Il clero fu ed è maggiormente interessato; anche i vari governi si sono occupati di tutelare i diritti dei loro connazionali. Cosi le lotte originate da motivo religioso ricevettero pure un aspetto politico. Durante il periodo bizantino le competizioni per avere i l. s. erano mosse da motivi teologici; basta ricordare la consacrazione del S. Sepolcro (335) e l'assalto alla Città Santa di 10 mila monaci ( 512 -18). Durante il periodo crociato i Latini ebbero la preponderanza, senza però escludere gli altri riti. Ricerupata la Palestina dagli Arabi, quando ormai la Chiesa si era andata suddividendo in chiese più o meno nazionali, sorsero le lotte di rito e di nazione.
Durante il periodo manelucos ebbero maggiori diritti i Francescani (ibid 1335) ed i Georgianı, non senza qualche lotta fra di loro, p. es., relativamente al Calvario (512). Con il periodo turco (1517-1919) si ebbe la vera lotta, che sfociò in fatti nauseanti e in guerre tra nazioni. Si ricordi quella di Crimea. Il movente fu il fatto che i Greci, approfittando dei vantaggi che loro provenivano dalla sudditanza turca, intendevano allontanare i Latini da tutti i santuari, con il pretesto che i Latini erano forestieri. Le potenze europee, con a capo la Francia, favorirono generalmente i Latini, mentre la Prussia appoggiò i Greci. Le lotte più vive si ebbero dal 1622 al 1690 , poi parzialmente nei secc. xvili-xix. Per venire a capo di qualcosa, fu fissato anche uno status quo, ma così vago che non riuscì ad impedire accanto lotte.
Bibs.: H. Vincent, L'authenticité des lieux saints, Parigi 1931. D. Baldi, Enchiridion Locorum Sanctorum, Gerusalemme 1935: Sulla questione dei l. s.: D. Baldi, La questione dei l. s. in generale e in particolare. Santuari contestati, Torino 1919: G. Testa - H. Vincent - D. Baldi, Il S. Sepolcro di Gerusalemme. Splendori, miserie, speranze, Bergamo 1949.
II. Condizione giuridica attuale del L. s. La risoluzione del 29 nov. 1947 dell'Assemblea dell'O.N.U., la quale divideva la Palestina tra gli Arabi e gli Ebrei e creava una nuova città internazionale, Gerusalemme, disponeva l'internazionalizzazione dei 1. s. Tale risoluzione non ha avuto però, per ragioni di varia natura, piena applicazione.
In essa sono contenute cinque disposizioni fondamentali: 1) non sarà fatto alcun attestato contro i diritti esistenti concernenti i l. s., edifici o siti religiosi; 2) in ciò che riguarda i l. s., la libertà d'accesso, di visita e di transito sarà garantita, in conformità dei diritti esistenti, per tutti i residenti o cittadini dell'altro Stato e della città di Gerusalemme, come a tutti gli stranieri, senza distinzione di nazionalità, salvo che per ragioni di sicurezza nazionale o relative al mantenimento dell'ordine pubblico e della quiete; 3) I l. s., gli edifici o siti religiosi, saranno preservati. Ogni azione di natura atta a compromettere in qualunque maniera il loro carattere sacro sarà interdetta. Se, in determinate circostanze, il governo ritiene che vi siano riparazioni urgenti da fare a un santuario, a un edificio o a un sito religioso qualunque, egli potrà invitare le comunità interessate a procedere alle riparazioni. In caso che, entro un termine ragionevole di tempo, non sia ascoltata la
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sua richiesta, potrà egli stesso procedere alle riparazioni a spese delle comunità interessate; 4) nessuna imposta sarà percepita sui l. s., edifici e siti religiosi che ne erano esenti al momento della creazione dello Stato. Alla incidenza delle imposte non sarà apportata alcuna modificazione che costituisca una discriminazione tra i proprietari od occupanti dei l. s., edifici o siti religiosi, o che ponga i proprietari od occupanti in una situazione meno favorevole, in rapporto all'incidenza generale delle imposte, di quello che fosse al momento dell'adozione delle raccomandazioni dell'Assemblea. 5) il Governo della città di Gerusalemme avrà il diritto di decidere se le disposizioni della Costituzione dello Stato, concernenti i l. s., sono bene osservate e applicate. Avrà egualmente il diritto di prendere tutte le decisioni relative alle contestazioni delle diverse comunita.
Per l'O.N.U., occorre che la pace religiosa regni attorno ai l. s., e poiché questa sembra stabilita sulla base dello statu quo, questo dovrà essere conservato e s.nzionato. Tale è il pensiero, completamente prammatico, degli autori della nuova carta internazionale dei l. s. Poco importa che certe penose situazioni attuali siano dovute a spogliazioni e ad usurpazioni del passato; l'essenziale è che l'equilibrio, realizzato attorno alle posizioni attuali, sia preservato nel più grande interesse delle pace religiosa.
Il 9 dic. 1949 l'O.N.U. riaffermava la sua intenzione - di volere instaurare a Gerusalemme un regime internazionale permanente il quale prevede delle garanzie adeguate per la protezione dei l. s. tanto a Gerusalemme che fuori di questa città s. Il 4 apr. 1950 veniva approvato dal Consiglio per l'amministrazione fiduciaria delle Nazioni Unite il testo del nuovo Statuto per la città di Gerusalemme. Lo Stato d'Israele è contrario alla internazionalizzazione di Gerusalemme come corpo separato dal restante territorio israeliano per ragioni di carattere economico e morale, e propone, invece, l'estratterritorialità dei singoli santuari, sotto la tutela di un commissario, rappresentante locale dell'O.N.U.
Lo Stato arabo di Giordania si rifiuta di accettare il progetto d'internazionalizzazione di Gerusalemme, in quanto esso stesso si dichiara protettore dei l. s. senza bisogno di uno Statuto speciale e di un governo separato. Il 15 genn. 1951 'Abdallāh, re di Giordania, nominava e insediava Rajab Nalašibi Pāšā a s ispettore del Haram eí-Serif e alto custode dei l. s. r. Vi presentarono i consoli d'Inghilterra, America, Irān, Turchia, Libano, Grecia, Olanda, Danimarca e Svizzera; nessun console delle nazioni cattoliche era presente.
Per quanto riguarda i singoli l. s., la situazione attuale è la seguente.
I Santuari in contestazione con altri riti, non cattolici, sono tre: S. Sepolcro, la Natività di Betlemme e la tomba della Madonna nella valle di Giosafat. A questi si deve aggiungere il S. Cenacolo contestato dagli Ebrei.
I. Il S. Sepolcro. a) Luoghi posseduti attualmente dai Francescani: 1) la metà meridionale del Calvario; 2) la cappella dell'Invenzione della Croce e la scala che vi accede; 3) l'altare di S. Maria Maddalena e lo spazio circostante; 4) l'altare e la cappella dell'Apparizione di Gesù risorto alla Vergine; 5) La piccola cappella, detta dello Spasima e anche dei Franchi, situata nella parte meridionale del Calvario, con la scala esterna alla basilica del S. Sepolcro che porta alla detta cappella; 6) metà della galleria che gira attorno alla Rotonda; 7) la galleria sopra i cosiddetti sette archi della Vergine; 8) il passaggio, sullo stesso piano della galleria precedente, per salire alla cupola. b) Luogli rivendicati dai Francescani: 1) tutta l'edicola del S. Sepolcro; 2) la grande cupola di piumbo e la piccola cupola sottostante, che ricoprono lo stesso S. Sepolcro; 3) tutto il pavimento che circonda il S. Sepolcro, e lo spazio circolare tra i pilastri della Rotonda e il muro, oggi occupato da stanze costruite dai Greci dopo l'incendio del 1808; 4) il grande arco che separa la Rotonda dalla navata centrale della basilica, e che attualmente serve da coro ai Latini, quando celebrano le loro funzioni religiose davanti all'Edicola del S. Sepolcro; 5) la Pietra dell'Unzione e il pavimento che la circonda fino alla porta principale della basilica; 6) la stanza attigua
alla Pietra dell'Unzione, attualmente occupata dai Greci; 7) i quattro archi inferiori, che formano la cappella di Adamo, davanti la quale fino al 1810 esistevano le tombe di Goffredo di Buglione e di Baldavino, fatte sparire dai Greci; 8) le altre cinque tombe dei re latini di Gerusalemme, situate ai piedi del muro che chiude il coro dei Greci; 9) la stanza posta a lato della cappella di Adamo; 10) i sette archi detti della Vergine; 11) la cappella detta la Prigione di Cristo; 12) tutto il piazzale antistante la porta della basilica.
2. Sontuario della Natività a Betlemme. a) Luoghi posseduti attualmente dai Francescani: 1) l'altare del Presepio (da non confondere con quello vicino della Natività); 2) la stella d'argento con iscrizione latina, inflasa sotto l'altare della Natività; 3) i drappi di emiante con la stemma di Terra Santa, che rivestono le pareti della Grotta. b) Luoghi rivendicati dai Francescani: 1) tutta la grande Basilica Costantiniana, compreso l'altare maggiore, il presbiterio e l'abside, ad eccezione del battistero; 2) tutta la Grotta del Presepio con l'altare della Natività; 3) le due scale che accedono alla Grotta della Natività; 4) le tre chiavi delle tre porte laterali della Grotta; 5) il piazzale antistante la basilica; 6) il cimitero attiguo; 7) la cosiddetta Grotta dei Pastori e i terreni che la circondano, nella località di Beth Sahūr, poco distante da Betlemme.
3. La Tomba della Vergine. Questo Santuario della valle di Giosafat è rivendicato dai Francescani: 1) nella sua integrità, con gli altari di S. Giuseppe, S. Gioacchino e S. Anna; 2) nella custodia esclusiva, pur permettendo - come già in altri tempi - le funzioni liturgiche agli altri riti orientali non cattolici, dietro loro richiesta.
4. Il S. Cenacolo. Questo Santuario fu in pacifico possesso dei Francescani fino al 1452; da esso furono scacciati definitivamente nel 1551. Alla fine della guerra del 1914-18 il governo italiano stava per ottenere la restituzione di detto Santuario, allorché l'Inghilterra intervenne arbitrariamente e lo fece includere nella cosiddetta «Questione dei l. s.». Oggi il S. Cenacolo si trova in zona israeliana e gli Ebrei lo contestano ai cattolici.
5. Altri santuari esclusivamente ufficiati dai Francescani: 1) Gethsemani; 2) la cappella della Flagellazione; 3) l'oratorio della V stazione della Via Crucis e quello della VII stazione; 4) la grotta del Gethsemani; 5) il «Dominus flevit» sul declivo occidentale del Monte Oliveto; 6) il luogo del Battesimo sulla sponda del Giordano; 7) Bethphage; 8) a Betlemme la Grotta del Latte della Vergine, la Casa di S. Giuseppe e il Campo dei Pastori; 9) ad 'Ajn Kārim il santuario di S. Giovanni in Montana, quello della Visitazione e quello di S. Giovanni il Battista nel deserto; 10) a Emmaus-Qubejbeh la casa di S. Cioefa; 11) a Ramleh il santuario di S. Nicodemo; 12) a Giaffa la chiesa di S. Pietro apostolo, vicina alla casa di Simone il cuoiaio; 13) a Nazareth il santuario dell'Annunziazione della Vergine, la casa e l'officina di S. Giuseppe, la Menna Christi, il santuario del Tremore della Vergine, la cappella di S. Giacomo il Maggiore sulla cosiddetta casa di Zebedeo, il Precipizio; 14) il santuario di Naim; 15) Cana di Galilea; 16) a Sephoris il santuario di S. Anna (diroccato); 17) il santuario della Trasfigurazione sul Monte Thabor; 18) a Cana di Galilea anche la casa di S. Bartolomeo apostolo; 19) al lago di Tiberiade la chiesa del Primato di S. Pietro; 20) a Cafarnao la sinagoga in cui Gesù insegnava; 21) a Damasco la casa di Anania.
6. Altri Santuari in non completo possesso dei Francescani: 1) a Gerusalemme la casa di Anna e Caifa (Suore armene); 2) a Bethania il sepolcro di Lazzaro (musulmani); 3) sul Monte Oliveto il luogo dell'Ascensione (musulmani); 4) S. Anna (PP. Bianchi).
7. Santuari non francescani: 1) La Dormizione della Vergine sul Sion (PP. Benedettini); 2) a Gerusalemme il santuario della decapitazione di S. Giacomo il Maggiore (Armeni non-uniti), S. Stefano fuori la porta di Damasco (PP. Domenicani), la grotta di S. Pietro in Galli cantu (PP. Assunzionisti), il santuario del Pinter Noster (Suore carmelitane); 3) a 'Ajn Kārim la fontana della Vergine; 4) a Gerico il Monte della Quarantena (Greci); 5) a Giaffa la casa di Simone il cuoiaio (moschea); 6) a Damasco la casa di Giuda nel vicus rectus (moschea).
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Molti altri 1. s. sono ricordati dalla pietà dei pellegrini del medioevo, che ora in parte sono abbandonati e in parte dimenticati. Nei riguardi di questi santuari e l. s. secondari sarebbe fuori proposito l'uso dello spirito critico.
BibL.: G. Golubovich, Biblioteca bio-bibliografica della Terra Santa e dell'Oriente frumrescano, Quaracchi 1906-13; id., La questione dei l. t. nel periodo degli anni 1610-30, P. 1921; Status descriptivus alnue seraphirate Provinciae seu Custodiae et Merionis Terrae Sanctae, Gerusalemme 1924; A. Giannini, La questione dei l. t., Napoli 1923; A. Gassi, Contributo alla selezione della questione dei l. t., Gerusalemme 1933; A. Giannini, L'ultima fase della questione orientale, Milano 1941; G. Zanella, Memoriale sui l. t. presentato dall'Ordine dei Frati Minori, Roma 1945 (pro manuscripto); La Terra Santa, 20 (1921), p. 32 2gg.
Mastiniano Roncaglia
LUOGHI TEOLOGICI. - Secondo Melchior Cano più che proposizioni generalissime, sono « nomi e titoli delle fonti in cui si ritrovano i principi dell'argomentazione teologica». Né il concetto dialettico dei tepici aristotelici, né quello retorico ciceroniano e umanistico coincide esattamente con quello di l. t.
Pratica e tradizionale, sebbene non rigida, la enumerazione dei l. t. in dieci, distribuiti secondo questo schema :
1. L. t. propri: a) costitutivi (scrittura e tradizione);
b) interpretativi (Chiesa, Concili, Papa); c) testimoni della fede (SS. Padri e teologi).
2. L. t. impropri (ragione umana, filosofia, storia).
Ogni argomentazione teologica si svolge a contatto della Rivelazione e della ragione. Ma la prima giunge al teologo attraverso il magistero della Chiesa (v.), la seconda ha solo valore strumentale.
L'interpretazione teologica della S. Scrittura, anima di tutta la teologia (encicl. Providentissimus, in Enchiridion Biblicum, 99), deve farsi secondo il senso tenuto dalla Chiesa, non mai contraddire al consenso unanime dei Padri e conformarsi all'analogia della fede. Essa offre argomento efficace ovunque il testo ha senso letterale esplicito e certo; argomento di fede ovunque il testo è dogmatico, esplicito, evidente in sé o definito dal magistero. Il senso letterale implicito o incerto è solo argomento probabile, se non è definito dalla Chiesa. Argomento certo si ha in un testo seguendo l'interpretazione unanime dei Padri o dei teologi o l'uso del magistero che la porta a prova di un dogma. Il senso tipico o spirituale ha il medesimo valore del letterale, purché consti dalla Rivelazione stessa. Il senso conseguente ha la forza della deduzione che lo stabilisce. Un senso contrario all'analogia della fede è sempre falso, ma non sempre è vero quello che le appare conforme.
Il teologo si servirà di tutti i testi della Bibbia di uso universale, quali i Settanta, il Nuovo Testamento greco, e delle versioni che abbiano un'approvazione almeno implicita, nonché delle edizioni del testo ebraico, sostanzialmente conformi all'originale; ma per la Chiesa latina la Volgata è giuridicamente autentica, il che suppone un'autenticità critica sostanziale, almeno fino a includere l'immunità da ogni errore intorno alla dottrina rivelata. Ciò non impedisce, «anzi ai nostri giorni quasi esige», il raffronto con testi originali (encicl. Divino afflante Spiritu, e Denz-U, 785-86, 995, 178788, 1942-44, 1948, 2002, 2004, 2012, 2019, 2023 sg., 2188; esempi di testi definiti, ibid., 858, 874, 908-10, 913 e 920,949 ).
La tradizione qui si prende, come nei documenti ecclesiastici (Denz-U, 785-84, 1787, 1792), nel senso di dottrina rivelata trasmessa alla Chiesa, non per mezzo degli scritti ispirati, ma della viva voce. Ha autorità pari a quella della S. Scrittura. La sua attestazione dipende anche più strettamente dal magistero esplicito, essendo più difficile a rilevarsi. Secondo le quattro regole del Cano (Loci theol., 3,4), un dogma, un'istituzione,
un potere ecclesiastico non stabilito da alcun concilio e insieme in ogni tempo e universalmente ritenuto nella Chiesa, è Tradizione. Alla Tradizione appartiene pure ciò che i Padri, gli «uomini ecclesiastici» o il comune consenso dei fedeli di ogni tempo vi hanno concordemente riconosciuto. Dal senso «oggettivo» di Tradizione si passa cosi a quello "soggettivo", al veicolo di trasmissione della Rivelazione orale.
Il quale è costituito dalla Chiesa, presa globalmente. Qui però si considera solo la parte dei fedeli. Questi rappresentano in essa non già una corrente di pensiero che s'impone al magistero (Denz-U, 1958, 2006), ma l'eco di questo (Denz-U, 1936 c.), il mezzo generalissimo senza del quale gli altri mezzi sono inerti. Il loro consenso chiaro, certo, unanime su articoli facili del Credo, storicamente cosi efficace, ad esempio, nella lotta contro l'arianesimo, è ritenuto comunemente dai teologi come criterio sicuro di tradizione (cf. Cano, op. cit., 7,3). Spesso è invocato dai Padri ed è in qualche modo incluso in alcuni documenti solenni della Chiesa (Denz-U, 1795; Rouet de Journal, Enchiridion Précisticum, 226, 295).
Per l'intepretazione teologica dei documenti conciliari e pontifici, occorre ricordare i tre grandi principi : a) l'estensione della definizione si misura dall'intenzione dei mostri definienti; b) la Chiesa può infallibilmente insegnare una verità come dogma o come certa ecc., con sanzioni diverse contro gli oppositori (v. CENSURA, II. C. dottrinale o teologico); c) solo la sostanza della definizione è garantita dall'infallibilità, non le motivazioni o le affermazioni incidentali che l'accompagnano.
Può però trovarsi definizione infallibile anche nei capitoli conciliari, che espongono positivamente quanto è poi sanzionato in forma negativa negli anatematismi; ma ciò deve constare con certezza (p. es., in Denz-U, 792, 929, 1782, 1785, 1789, 1793). Nei canoni si ha generalmente definizione indiretta del dogma con la condanna dell'eresia ad esso contraddittoria, ma la sanzione della scomunica colpisce talora anche dottrine condannate con censura inferiore.
I Padri non sono qui considerati né come dottr né come vescovi, ma solo come testimoni della fede, approvati, almeno tacitamente, ma talvolta anche esplicitamente, dalla Chiesa. In tale veste sono invocati a testimoniare fin dall'antichità cristiana. La loro autorità, storicamente e teologicamente sempre grande, è decisiva nel caso di un loro consenso moralmente unanime, che affermi una dottrina rivelata o un'interpretazione della Bibbia. Questo consenso si ha equivalentemente anche se solo un gruppo cospicuo di Padri, di diversi luoghi e tempi, afferma un dogma particolarmente importante, senza incontrare opposizioni da altri Padri (cf. encicll. Providentissimus ed Aeterni Patris; Denz-U, 148 sg., 212, 270, 786, 1320, 1657, 1788, 1942, 1944, 1948, 2145-47).
I teologi approvati almeno tacitamente dall'episcopato, divengono un segno o una testimonianza della predicazione ecclesiastica e hanno parte rilevante nella formulazione del dogma. Il loro consenso moralmente unanime, certo, diuturno, intorno a una dottrina rivelata è argomento sicuro. Il consenso dei capiscuola più celebri equivale a quello delle scuole stesse (Denz-U, 609, 1576, 1579, 1652, 1680, 1683-84). Massima fra i teologi è l'autorità di s. Tommaso d'Aquino (v.), godendo egli di una specialissima approvazione, che ordina agli ecclesiastici di seguirne, in filosofia e teologia, il metodo, la dottrina e i principi (can. 1366 § 2). Questo non gli conferisce la certezza teologica in tutto, ma indica la preferenza da dargli su altre scuole teologiche, secondo il sesto proprio di Pio X, Desteris Angelici, 29 giugno 1914 (cf. Benedetto XV, encicl. Fausta appetente die, AAS, 13 [1921], pp. 329-35; in senso più largo invece Pio XI, encicl. Studiorum Ducem, 29 giugno 1923, Denz-U, 2192).
Uno solo è in realtà il l. t. improprio, la ragion naturale, ma la si considera nella sua forza individuale, nell'autorità dei filosofi e infine nella storia. E proprio della ragione dimostrare i fondamenti della
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fede, analizzare, spiegare con analogie naturali, organizzare a sistema il dogma (Denz-U, 1796, 1799), apportando così alla teologia un contributo di termini razionali che vengono purificati, vitalmente assunti e assimilati dagli autori. L'autorità dei filosofi giova al teologo particolarmente nella polemica. La storia ha nella teologia positiva la parte che la ragione filosofica ha nella speculativa.
BibL. Oltre agli articoli appositi e corrispondenti del DThC e dei testi di propedeutica alla teologia dogmatica, cf. S. di Bartolo, Criteri teologici, Roma 1889; P. Bernard, Quelques réflexions sur la méthode en théologie, in Etudes, 101 (1904), pp. 103-17; A. Giradell, La notion de lieu théologique, Parigi 1908; G. Cavigioli, Avviamento allo studio delle scienze teologiche, Torino 1920; G. Rabesu, Introduction à l'étude de la théologie, Parigi 1926; M. Schump, Bedeutung und Behandlung der Heiligen Schrift in der systematischen Theologie, in Theologie und Glaube, 21 (1929), pp. 179198; E. Carretti, La propedeutica alla s. teologia, Bologna 1931; A. Landgraf, Les preuves scripturales et patristiques dans l'argumentation théologique, in Revue des sciences phil. et théol., 20 (1931), pp. 287-92; J. Bils, Einführung in die Theologie, Friburgo in Br. 1933; A. M. Piratta, De methodologia theologiae scholasticae, in Ephem. theol. Lovan., 15 (1933), pp. 232-57; R. Cagneliet, La nature de la théologie spéculative, in Angelicum, 13 (1938), p. 240 sgg.; H. D. Simorin, Note sur l'argument de tradition en théologie, ibid., pp. 409-18; A. Stolz, Introdusio in s. theologiae, Friburgo in Br. 1941; C. M. Berti, Note di metodologia teologica, in La scuola cattolica, 70 (1942), pp. 36-69; T. Zapolena, Problema theologicum, in Gregoriamon, 24 (1943), pp. 23-47, 287-321; 25 (1944), pp. 38-73, 247-82 (confutazione di L. Charlier, Essai sur le problème théologique, Thaillies 1938 : all'Indice nel 1942); G. M. Perrella, Introduzione generale alla s. Bibbia, Roma 1948, pp. 227-29; E. Marcotte, La nature de la théologie d'après Melchior Cano, Ottawa 1949; G. Cattani, Itinerario alla teologia, Brescia 1949.
Federico dell'Addolorata
LUGGO SACRO. - I. Concetto. - Si dice sacro il luogo che, in virtù della consacrazione o della benedizione liturgica, è destinato all'esercizio immediato ed esclusivo del culto divino o alla sepoltura dei fedeli.
Agli effetti della sacertà non è sufficiente la semplice benedizione invocativa (quale suole impartirsi, ad es., alle case o alle campagne), ma è richiesta la benedizione costitutiva, cosi appunto chiamata perché costituisce la res in uno stato di permanente sottrazione all'uso profano. Il rito liturgico prescritto sia per la consacrazione che per la benedizione è richiesto ad validitatem (cann. 1130, 1154, 1457 § 2).
II. Condizione giuridica. - La condizione giuridica di res sacra, a cui il luogo resta elevato in virtù della speciale destinazione, ha per effetto la sottrazione di esso ad ogni uso profano o comunque meno conveniente allo scopo al quale è destinato; non determina, tuttavia, la condizione di cosa assolutamente extra commercium. Il diritto ca