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e Ioiada (v.) a detronizzare la regina Athalia e mettere sul trono il re Ioss (II Par. 23, 1); 3) un figlio, o, come altri suppongono, un servo del re Achaz, ucciso da Zechri dell'esercito del re Phacee (v.) durante l'invasione siro-efraimita del Regno di Giuda (II Par. 28, 7); 4) il governatore di Gerusalemme, che dal re Iosia (v.) ebbe l'incarico di restaurare il tempio (II Par. 34, 8); 5) uno dei sacerdoti che commentava la Legge al popolo, al ritorno dall'esilio, a fianco di Esdra (Noh. 8, 7); 6) uno dei capi del popolo che sottoscrisse al rinnovato patto con Jahweh al tempo di Neemia (Neh. 10, 25).

Gaetano Stano
MAASSEN, Friedrich. - Giurista e canonista, n. a Wismar il 24 sett. 1829, m. a Wilten (Innsbruck) il 9 apr. 1900. Nato da genitori acattolici, si converti al cattolicesimo nel 1851 .

Dopo aver esordito come avvocato, divenne professore di diritto romano e canonico a Innsbruck nel 1858, per passare nel 1880 a Graz e infine nel 1871 a Vienna, dove nel 1883 fu eletto rettore dell'Università. Per la sua alta fama di giurista fu membro della Corte suprema del-
l'Impero austriaco (Reichsgericht) dal 1882 al 1899 e della Camera dei Signori. Insieme con F. von Florencourt fondò il Norddeutscher Korrespondent.

Scrisse molte opere di diritto romano e canonico; tra esse vanno ricordate Der Primat des Bischofs von Rom (Bonn 1853) e gli Pseudo-Isidorstudien (2 voll., Vienna 1885); ma quelle che emerge sulle altre, per la profondità dell'indagine e per il contributo che porta alla storia del diritto canonico medievale, è la Geschichte der Quellen und der Literatur des canonischen Rechts im Abendland bis zum Ausgang des Mittelalters (I, Graz 1870). A lui si deve anche l'edizione dei Concilia anni Merovingici (in MGH, Leges, III).

Biol.: J. F. von Schulte, Die Geschichte der Quellen und Literatur des canonischen Rechts, III, 1, Stoccarda 1880, p. 333 sgg.: H. Leclercq, s. v. in DACL. X, 1, coll. 415-22; A. van Hove, Prologomena, 2² ed., Malines-Roma 1945, p. 578.

Giuseppe Damizia
MAASTRICHT. - Antica diocesi in Olanda, oggi nella diocesi di Ruremonda.

Come indica il nome, la città deve la sua origine a un battello o a un guado della Mosa: «trajectum ad Mosam». Più tardi un ponte congiunse le due rive, e di qui passava la grande strada militare delle Gallie, attraverso Bavay, Tongres e M. per Colonia. Lo stesso avvallamento, che risale all'epoca preistorica, si è esteso oltre le due rive già nel sec. in d. C., senza essere ancora circondato di mura. Nelle agitazioni del sec. III M., come altri luoghi, ebbe il suo castellum a difesa del ponte allora presumibilmente ricostruito.

S. Servazio, vescovo di Tongres, trovò qui una sicura residenza; cosi M. diventò la prima città vescovile dei Paesi Bassi e tale restò per i 21 successori che ebbero sede a M., finché s. Berto si trasferì definitivamente a Lüttich nel 722. I suoi successori, che continuarono spesso a chiamarsi ancora con il titolo di vescovi di Tongres, mantennero i loro diritti su M. e li divisero con i re franchi che avevano a M. una contea palatina, dove anche percepivano gabelle. Condizione, questa, che dette motivo alla lunga lotta tra la "familia s. Lamberti" e la "familia s. Servatii", cioè tra il partito del vescovo e quello dell'imperatore. Con la "Oude Caerte" si giunse a un arbitrato fra il vescovo di Lüttich, Giovanni IV di Fiandra, e suo cognato Giovanni I di Brabante. Questo patto restò in vigore fino alla Rivoluzione Francese, benché nel 1632 la Repubblica olandese intervenisse nei diritti del duca di Brabante. Dopo il ristabilimento della monarchia e l'unione coi Paesi Bassi meridionali, M. diventò la città capitale della provincia di Limburgo e nel 1830 rimase fedele al re, cosi che insieme con la metà del territorio di Limburgo restò unita ai Paesi Bassi.

Famoso è il ponte di S. Servazio (costruito fra il 1280 e il 1298, restaurato dal 1684 al 1714 e 1934-35), accanto al quale nel 1935 fu costruito il ponte Guglielmina. Il Palazzo del Comune fu costruito dall'architetto dell'Aja Pieter Post dal 1659 al 1664 ed è noto anche per i suoi arazzi e per le sue pitture.

Ma più note sono le chiese. Quella romanica di S. Servazio ha ad occidente torri massicce del sec. XI, mentre il grande portale sud risale al sec. XIII e con le sue forme proto-gotiche contrasta col resto.

La chiesa della Vergine data dal sec. XI, ma la parte anteriore con le torri è del sec. x. Essa è interamente romanica. Molto bello è il coro superiore circondato da un doppio colonnato, sotto il quale giacciono due cripte. In una cappella a lato della Basilica è la meravigliosa immagine della Vergine, Stella del Mare. Dietro la cappella esistono chiosiri del sec. x, parte dei quali è adibita a tesoreria per le numerose reliquie.

Vicino alla chiesa di S. Servazio si trova quella di S. Giovanni, cominciata nel sec. XIII e terminata nel 1450. Viene usata dalla Comunità riformata dei Paesi Bassi. Altre chiese antiche sono quelle di S. Mattia (sec. xv), la ex-chiesa dei Crociati (sec. xv), la ex-chiesa dei Domenicani (secc. XIII-XIV), la ex-chiesa dei primi Francescani (secc. XIII-XIV), ora sede dell'Archivio di Stato, e numerose altre chiese di quest'epoca e dei secc. XVII e XVIII.

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MAASTRICHT - Staurotecs di M. Parte posteriore con l'iscrizione greca in metri giambici ( ×, 0 × 1 mathrm{sec}.) - Basilica di S. Pietro, Tesoro.

Bibl.: L. Duchesne, Faster épiscopaux de l'ancienne Gaule, III, Parigi 1915, pp. 184-93; F. Rutten, s. v. in LThK, VI, p. 727 .

Olaf Klesser
Stauboteca di M. - E un reliquiario contenente cinque frammenti della S. Croce conservati nella cattedrale di M. dal sec. xili. L'encolpio a forma di croce patriarcale, cioè a doppia traversa, fu donato da Filippo II di Svevia alla chiesa di M. ed ivi fu conservato fino alla Rivoluzione Francese.

Nella parte anteriore sono fissati cinque medaglioni rappresentanti G. Cristo, la Madonna orante, gli arcangeli Michele e Gabriele, S. Demetrio. Nel rovescio sulla lamina d'oro è incisa un'iscrizione greca in metri giambici del tempo dell'imperatore Romano II (959-63) o di Romano III (Argiro, 1028-32); essa fu edita fin dal sec. xv. La stauroteca fu donata a Gregorio XVI che nel 1837 la pose tra le reliquie insigni della Basilica Vaticana, racchiudendola in un reliquiario d'argento.

Bibl.: G. Mercati, La stauroteca di M. ora nella Basilica Vaticana e una presunta epigrafe della chiesa del Calvario, in Menarie della Pont. accad. rom. di arch., 3° serie, I, II (1924), p. 45 sgg .

Enrico Josi
MABILLON, Jean. - Benedettino della Congregazione di S. Mauro (v. maurini), n. a St-Pierremont (Reims) il 23 nov. 1632, m. a St-Germain-des-Prés il 27 dic. 1707.

Accolto nel monastero di St-Rémy (1653), passò successivamente, per motivi di salute, a Nogent e a Corbie, dove fu ordinato sacerdote il 27 marzo 1660 . Nel luglio 1663 fu destinato a St-Denis, ma l'anno dopo dom Luc D'Achery, abate di St-Germain-desPrćs, lo chiamò presso di sé, nel centro degli studi maurini, e qui M. rimase fino alla morte.

Nel 1667 intraprese la grandiosa edizione degli Acta SS. Ord. S. Benedicti, usciti in 9 voll. fra il 1668 e il 1701 (un X vol. è rimasto monoscritto alla Biblioteca nazionale di Parigi). Successivamente scrisse i tre libri De liturgia gallicana (Parigi 1685), l'Iter germanicum, apparso nel IV vol. dei Vetera analecta (ivi 1685), il Museum italicum, in a voll. (ivi 1687-89), il Traité des
études monastiques (ivi 1691), una trattazione archeologica, importantissima per quei tempi, stampata sotto il titolo Eusebii Romani ad Theophilum Gallum epistola de cultu sanctorum ignotorum (ivi 1698). Tra il 1703 e la morte curò i primi 4 voll. degli Annales Ordinis S. Benedicti, completati in seguito dai Maurini ( 6 voll., ivi 1703-39). Altri scritti furono pubblicati postumi da V. Thuillier, Oeuvres posthumes de M. et de Ruinart ( 3 voll., ivi 1724).

Ma l'opera di più vasta risonanza è rappresentata dai 6 libri De re diplomatica (il IV fu compilato però da dom Germain), usciti a Parigi nel 1685 , più un supplemento pubblicato nel 1704 in risposta alla confutazione di P. Germon (ivi 1703). Il lavoro trae origine dalle osservazioni del Papebroch (v.), per ribattere il quale M. dà fondo a tutto il campo della diplomatica e avvia questa e la paleografia sul cammino scientifico.

Il I libro comprende le nozioni generali, la classificazione dei documenti, lo studio dei caratteri estrinseci, la classificazione delle scritture; il II esamina i caratteri intrinseci e la cronologia; il III si sofferma sui cartulari e sulle notitiae; il IV costituisce un excursus sulle antiche cancellerie dei re di Francia; il V e il VI comprendono tavole, esempi, applicazioni. L'opera fu accolta con i più ampi consensi, primo fra tutti quello del Papebroch; nel 1709 usciva, sempre a Parigi, la 2ᵃ ed.; nel 1789 , a Napoli, la 3^{text {a }}. Nonostante le lacune e non poche valutazioni errate, essa rappresenta la base degli studi diplomatici e paleografici, e molte osservazioni di carattere generale e metodologico affacciate per la prima volta dal M. conservano ancora oggi il loro valore: inoltre l'opera racchiude la trattazione più ampia che sia mai stata fatta sulla diplomatica merovingica.

Bibl.: H. Jadart, Dom 7. M., Reires 1879; E. de Broglie, M. et la société de l'abbaye de St-Germain, 2 voll., Parigi 1888; R. Rosemund, Die Fortschritte der Diplomatik seit M., Monaco e Lipsia 1897; Mélanges et documents publés à l'occasion du deuxième centenaire de la mort de M., Parigi 1908; L. Traube, Vorlesungen und Abhandlungen, I: Zur Paläographie und Hundschriftenhunde, a cura di P. Lehmann, Monaco 1909, pp. 24-30; J. U. Bergkamp, Dom 7. M. and the benedictine historical school of Saint-Maier, Washington 1928; T. Ruinart, M., Parigi 1933.

Alessandro Pratesi
MABUSE, Jan Gossaert detto. - Olandese, n. fra il 1470 ed il 1480 . Venne a Roma nel 1508.

Della sua permanenza in Italia resta ricordo nel Guicciardini, che lo considerò il primo a portare dall'Italia nelle Fiandre «l'arte del dipingere historie e poesie con figure nude». Ritornato in patria dopo il 1509, dimorò ad Utrecht, al servizio di Filippo di Borgogna e dal 1516 in poi a Bruxelles, dove lavorò anche per Margherita d'Austria, e a Middelburg dove morì poco dopo il 1533 .

Si formò inizialmente sotto l'influsso del Dürer, di Jean Van Eyck, di G. David e di U. van der Goes (dittico della Galleria Doria di Roma, trittico della Pinacoteca di Palermo, Adorazione dei Magi e Cristo nell'oliveto della Galleria nazionale di Londra). Nella Crocifissione, già all'Ermitage di Leningrado, nella tavola del duomo di Praga (1515), nella Madonna e s. Luca della Galleria statale di Vienna ( 1520 ca .) si giova con un gusto tardogotico di elementi rinascimentali, tentando il monumentale in temi mitologici o anche religiosi (come negli Adamo ed Eva di Hampton Court e dei Musei di Berlino), caratterizzati fra l'altro da una ricerca anatomica quasi brutale.

I suoi soggetti religiosi gli acquistarono vasta popolarità e furono molteplicemente replicati o imitati, soprattutto i gruppi della Madonna con il Bambino conservati a Londra, Nuova York, Berlino, Bruxelles, Detroit, Parigi, Copenaghen, nei quali la grazia delle immagini si congiunge ad una elevata finezza rappresentativa, con una libertà di modellazione ed una pienezza romantica di sentimento che li pongono tra i capolavori del Rinascimento fiammingo. Al maestro si devono inoltre numerosi splendidi ritratti, disegni, incisioni e allografie.

Bibl.: M. I. Friedländer, Altniederländische Malerei, VIII, Berlino 1930, pp. 1-47.

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MAGAO, Diocesi di. - Città e diocesi nella Cina. Forma una penisola accanto alla costa sud-est della Cina, nel mezzo del delta costituito dai fiumi dell'Ovest e di Canton. Comprende, inoltre, un piccolo arcipelago, composto delle Isole di Taipa, Coloane (le più importanti e le uniche completamente occupate), Don Giovanni (o Macariva), Lapa e Vong-Kan (o Isola della Montagna).

Su 28 kmq . di superficie conta 374.737 mathrm{ab}., di cui 23.000 cattolici, distribuiti in 28 parrocchie, con 46 sacerdoti diocesani e 30 regolari, un seminario, 5 comunità religiose maschili e 5 femminili e 20 istituti di educazione (1949).

La storia del cattolicesimo in M. è intimamente connessa con quella della Cina (v.). Dopo costituito il dominio portoghese in Cina per opera dei navigatori e mercanti lusitani, M. fu integrata dai missionari gesuiti nello storico Patronato portoghese dell'Ordine, prima sotto la giurisdizione del vescovo di Punchal (Isole Madeira, ad ovest del Portogallo) e poi di Goa (India).

Con la bolla Super specula militantis Ecclesiae del 1576, il pontefice Gregorio XIII, su richiesta del re di Portogallo Don Sebastiano e per provvedere alle necessità provenienti dai progressi del cristianesimo nell'estremo Oriente, eresse la nuova diocesi di M., smembrandola da quella di cui fino allora era stata suffraganea. Comprendeva allora tutta la Cina, il Giappone, le Molucche ed altre terre ed isole confinanti.

Nel 1588 il Giappone fu costituito in un vescovato separato (Funais) e nel 1690 la Cina ebbe diocesi proprie, Pechino e Nanchino. Nel 1903, in virtù di un decreto della S. Congregazione di Propaganda Fide, il vescovo di M. ed il vicario apostolico di Canton scambiarono, rispettivamente, la loro giurisdizione sull'isola di HaiNam ed il distretto di Shiu-Hing. Recentemente, nel 1940, con l'accordo missionario fra la S. Sede e il governo portoghese, celebrato in seguito alla firma del Concordato, anche Timor fu smembrato ed eretto in diocesi separata di Dili (capitale).

BibL.: F. de Almeida, História da Igreja em Portugal, III, 1. Lisbona 1912, pp. 83 sgg. e 114; Portugal missionario, Cuculães 1929, pp. 327-63; Amuário Catolico de Portugallo 1947, Lisbona 1947, pp. 329-63.

Carmo da Silva
MACAPA. - Prelatura «nullius» nel territorio federale di Amapà (Brasile) suffraganea di Belem do Parà.

Ha una superfice di 143.716 kmq . con 40.000 ab. dei quali 38.000 cattolici. Conta 4 parrocchie con 30 chiese e 14 sacerdoti (Ann. Pont. 1951, p. 360).

La prelatura fu eretta dal papa Pio XII con la cost. apost. Unius Apostolicae Sedis del 1° febbr. 1949, per smembramento dalla prelatura nullus di Santarem del territorio federale di Amapà, costituendola sede della nuova prelatura della città di M. ed elevando a Chiesa prelatizia la locale chiesa di S. Giuseppe.

BibL.: AAS, 41 (1949), pp. 402-404. Virgilio Battezzati
MACARIO (Ivanov). - Monaco russo dell'Optina pustyn' presso Kozelsk, n. nel 1788, m. il 19 (il 7 secondo il vecchio stile) sett. 1860; uno dei più celebri starcy nella Russia del sec. xix. Persone di ogni grado e di ogni ceto si affollavano per lungo tempo intorno a lui per ricevere consigli e conforti.

La sua influenza fu immensa. Seppe ancora aumentarla per mezzo di una tipografia stabilita nel monastero dal 1830 . Così poté diffondere in tutta la Russia molti scritti della sua tendenza spirituale, che era tutta basata sugli scritti dei Padri della Chiesa e dei monaci del monte Athos, secondo lo spirito del primo grande starec [starete] russo Paisij Velidavskij. Suo discepolo, più conosciuto ancora di lui, fu Ambrogio Grenkov, il più famoso di tutti gli startzi russi.

BibL.: Sobranie pisem... Ieroschimonacha Mabarija, 2° ed., Mosca 1880; A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa e dei paesi limitrofi, Torino 1948, v. indice. Alberto M. Ammann

MACARIO (Cirillo V). - Sacerdote copto unito, n. a Scenaineh (dioc. di Tebe, Egitto) il 19 febbr. 1867,
m. a Beirut il 18 maggio 1921. Dal 17 marzo 1895 vicario patriarcale dei copti uniti, il 19 giugno 1899 patriarca copto cattolico di Alessandria con il nome di Cirillo V. In seguito a contrasti con la S. Sede, nel 1908 dovette dimettersi e passò ai dissidenti; ma il 9 marzo 1912 fece la sua pubblica ricattazione.
M. scrisse, essendo cattolico, le due opere: L'Eglise copte, sa foi d'aujourd'hui comparée avec la foi de ses Pères (Cairo 1893); Histoire de l'Eglise allexandrine (ivi 1894). Nel periodo del suo allontanamento dalla Chiesa di Roma compose il trattato, edito in Svizzera subito dopo la sua morte, La constitution divine de l'Eglise (Berna 1922).

BibL.: R. Jasin, Les Eglises orientales et les rites orientaux, Parigi 1926, p. 599; C. de Clerq, Les Eglises unies d'Orient, iv 1934, p. 137.

Maurizio Gordillo
MACARIO d'Alessandria. - Sulle diverse persone di nome M. che erano celebri in Egitto ha trattato C. Butler (The Lausiac history of Palladius, II [Texts and Studies, 6, 11], Cambridge 1904, p. 193 sg.). Di M. d'A. parla Palladio, ibid. 18 (pp. 47, 22 sg.) che l'ha conosciuto personalmente. Porta anche il soprannome: dot{mathrm{c}} valeriano (Socrate, Hist., IV, 23), che Sozomeno, Hist. eccl., III, 24 interpreta con a'ieros, ossia l'abitante della città d'Alessandria e anche di M. il Giovane, per distinguerlo dall'omonimo, detto M. l'Egiziano o il Vecchio. Anacoreta in Egitto, morì verso il 393.

È stato attribuito a lui un Sermo de exitu statuque animarum post hanc vitam (PG 34, 385-92; anche in traduzione siriaca: v. A. Baumstork, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, p. 86 e n. I e in traduzione araba G. Graf, op. cit. in bibl., p. 395), ma certamente a torto. Apocrifa è anche la Regola di M. ad monachos (PG 34, 967 sg.).

BibL.: Una vita copta di M. d'Alessandria pubblicata da E. Amélineau in Annales du Musé Guimet, 25 (1894), pp. 235261; vita in lingua araba: G. Graf, Geschichte der christl. arab. Literatur, I, Città del Vaticano 1944, p. 395; A. Amann, Macario d'Alexandrie, in DThC, IX, 11, col. 1440 sg. Erik Peterson

MACARIO I di Gerusalemme, santo. - Fu il 39° vescovo di Gerusalemme dal 313 al 334.

Lo si trova tra i presenti al Concilio di Nicea (325), dove si mostrò avversario acerrimo di Ario, dalla cui eresia cercò con tutte le forze di preservare il suo gregge. Ario stesso lo considerò uno dei suoi più vigorosi nemici (cf. lettere ad Eusebio di Nicomedia in Teodoreto, Hist. eccl., I, 4: PG 82, 911). Suo in parte è il cosidetto Simbolo nicano. Il suo nome è legato specialmente alla costruzione della basilica costantiniana del S. Sepolcro, che l'Imperatore affidò a lui, pregandolo di renderla la più bella di tutte le chiese (cf. Eusebio, Hist. eccl., III, 30-32: PG 20, 1090-94). Pasta il io marzo.

BibL.: Acta SS. Martii, II, Anversa 1668, p. 24 sgg.; A. Heisenberg, 'Grobeshirche u. Apostelkirche, I, Lipsia 1908, p. 66 sgg., 167 sgg.; H. Vincent e F. M. Abel, Jérusalem. Recherches de topographie, d'archéologie et d'histoire, II, Parigi 1914, pp. 154 180; 903-908.

Celestino Testore
MACARIO il Grande. - Detto anche l'Egiziano o il Vecchio. Di lui parlano Palladio (Hist. Laus., 17; ed. C. Butler, I, Cambridge 1899, pp. 43, 5 sgg.) e Rufino (Hist. monach., 28). Nessuno di loro sa qualche cosa di una sua attività letteraria, però molti credono che una lettera, attribuita in latino ed in siriaco a M. ed indirizzata "Ad filios Dei» (PG 34, 406-10), sia opera autentica di M.

Una edizione critica del testo latino ha dato A. Wilmart: La lettre de Macaire, in Revue d'ascétique et de mystique I (1920), pp. 58-85). L'affermazione della autenticità si basa su Gennadio (De vir. ill., X), che conosce la lettera di un M. "ad iuniores professionis suae" (v.L. Marriott, Jnasc of Nisdee and the switings of Macaire of Egypt; id., Gennadius of Marseilles on Macarins of Egypt, ambedue in fourn. of theol. studies, 20 [1919], pp. 345 49). Ma d'altra parte il contenuto della lettera corrisponde completamente alle idee delle omelie dello Pseudo Macario.

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(fol. Exc. Calt.)
Macario il Grande - Incipit dell'Oratio XVIII - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 694, f. 133 (sec. xili).

Cosi H. Dörries venne nel suo libro Symeon von Mesopotamien ([Texte und Untersuchungen, 55, 1], Lipsia 1941) alla conclusione (p. 378 sg., contro P. Resch, La doctrine des premiers maltres égyptiens, Parigi 1931, p. 39 sg., e M. Viller - K. Rahner, Atzese und Mystik in der Väterzeit, Friburgo 1939, p. 96 sg .) dalla non autenticità della lettera. Si può concedere forse questo fatto al Dörries; rimane però ancora da spiegare come di tutta la grande letteratura apocrifa delle Omelie dello Pseudo Macario si sia conservata in lingua latina solo questa lettera. 50 Omelie greche di M. conteneva la prima edizione di Giovanni Pious ( 1559 , ristampata in PG 34, 449-822; qualche aggiunta da parte di H. I. Floss si trova anche nel Migne); G. L. Mariott aggiungeva da un manoscritto di Oxford di 57 omelie di M. oltre 7 omelie ( 51 -57; v. Macarii Anecdota [Harvard theol. studies, 5], Cambridge 1918). Una grande parte della tradizione delle omelie di M. in lingua greca (esiste anche in lingua georgiana una traduzione: v. J. Karst, Littérature georgienne chrétienne, Parigi 1934, p. 54) è stata raccolta e studiata da H. Dörries (op. cit.) mentre la traduzione siriaca e araba fu studiata da W. Strathmann, Die arabische Makariustradition (Gottinga 1934).

Una edizione critica del testo delle omelie dello Pseudo Macario ha preparato E. Klostermann per il CSKL. Sui principi metodici per questo difficile edizione v. E. Klostermann, Symeon und Makarius (Berlino 1944). Dalla traduzione araba risulta che il vero nome dell'autore di queste omelie è un certo Simeone, asceta che visse in Mesopotamia. L'attribuzione delle omelie a M. il G. doveva forse servire per facilitare l'introduzione delle omelie di carattere eretico in un ambiente ortodosso. Del resto i messaliani, fra i quali si deve cercare l'origine delle omelie, si vantavano di marciare sulle tracce di Antonio e M. (Histoire Nestorieune: PO 3, 279 e Teodoro h. Kuni, Liber scholiorum). L'origine delle omelie in un ambiente di messaliani (v.) è fuori dubbio (di
parere contrario è solo W. Völker, in Theol. Literaturzeitung, 68 [1943], pp. 129-36); la prova fu data da L. Villecourt, La date et l'origine des homélies spirituelles attribuées a Macaire (in Comptes rendus des séances de l'Académie des inscriptions et belles lettres, Parigi 1920, pp. 250-58). Però gli studi particolari di H. Dörries hanno dimostrato che si tratta di un messalianismo attenuato : l'autore polemizza non raramente contro la posizione di messaliani radicali. D'altra parte si vede dalla storia del testo come vi si fecero correzioni per eliminare eresie troppo evidenti (un esempio presso E. Klostermann, loc. cit., p. 24). Per questa ragione lo studio della storia del testo è indispensabile per la valutazione delle singole idee, e una unificazione della raccolta di 64 omelie (rappresentata dal Vat. gr. 694) e della raccolta di 50 omelie non pare possibile (v. lo stemma di E. Klostermann, loc. cit., p. 6). L'interesse di H. Dörries è la ricostruzione dalle omelie dell'« Asceticon» dei messaliani che sarebbe stato alla base della condanna al Concilio di Efeso (431) in seguito all'azione di Anfilochio di Iconio. Rimane però ipotetica questa ricostruzione. Uno studio per inquadrare storicamente le idee e il vocabolario delle omelie di M. non esiste ancora. E però sicuro che l'autore conosceva gli Atti apocrifi degli Apostoli, e non soltanto gli Atti di Tommaso ma anche gli Atti di Pietro, inoltre conosce detti estracanonici di Gesù e nel suo vocabolario ha contatti anche con la letteratura pseudo elementina. Forse viene da un ambiente di encratiti in Mesopotamia e questo spiegherebbe anche la parentela della mistica delle luce (divindi fra lo Pseudo Macario e gli encratiti. Si può dire che la patria di questa ascesi e mistica era la Mesopotamia cristiana.

Bibl.: Oltre la letteratura citata nel testo, v. J. Stoffels, Die mystische Theologie M. des Agypters, Bonn 1908; C. Flemming, De Macarii Aegyptii scriptis quaest., Gottinga 1911; J. Stiglmayr, Sachliches und Sprachliches bei M. Pragr. Feldkirch, Innsbruck 1921. Per la traduzione araba v. anche G. Graf, Geschichte der christlichen arabischen Literatur, I (Studi e testi, 118), Città del Vaticano 1944, pp. 389-95; inoltre M. VillerH. Rahner, Atzese und Mystik in der Väterzeit, Friburgo 1939, p. 216 sg. Sulla Merkaba-Speculazione dello Pseudo Macario (Hom. 1) e la sua parentela con la speculazione giudzica v. G. Scholem, Les grands courants de la mystique iuive, Parigi 1950, p. 92. Interessante è che già un greco del sec. xvut avesse constatato i rapporti fra il messalianismo e le omelie dello Pseudo Macario; V. Viller-Rahner, loc. cit., p. 227 sg. Sulla conoscenza di Diodoco delle omelie v. ibid., p. 226 sg., e H. Dörries, loc. cit., p. 441 sg.

Erik Peterson
MACARIO di Magnesia. - Nel «Sinodo della quercia» (403) un vescovo M. di Magnesia accusa Eraclide di Efeso, amico di s. Giovanni Crisostomo (Fozio, Bibl., cod. 59). Questo M. è con la massima probabilità identico con il M. Magnes a cui è stato attribuito un libro con il titolo: 'Апохргткб́s ξ Moverzcts mpss 'Ekkpyxs, opera che è stata citata dal patriarca Niceforo nei suoi Antirrhetica (v. J. B. Pitra, Spicilegium Solesmense, I, Parigi 1852, p. 307).

Di questa opera esistevano alla fine del sec. xv ancora due manoscritti nella penisola salentina (v. G. Mercati, Nuove note di letteratura biblica e cristiana antica [Studi e testi, 95], Città del Vaticano 1941, p. 49 e n. 2); un manoscritto fu registrato nel 1524 da Laskaris a Venezia ed un estratto copiato da Francesco Torres (o Turciano) nel 1552 per scopi polemici contro i protestanti ed un altro manoscritto completo apparve presso Epiro ad Atene e fu copiato dal Blondel. Tutti questi manoscritti originali sono andati perduti, ma ultimamente il card. Mercati scoprì in un codice vaticano gli indici ( π i v a x c s ) dei 3 primi libri di M. (v. Mercati, loc. cit., p. 49 sg.). Per mezzo di queste tavole del S. I e II si conoscono ora una quindicina di questioni mosse all'avversario pagano, delle quali non si sapeva nulla. Sulla persona dell'avversario pagano che viene combattuto da M. nella sua risposta alle obiezioni a certi testi biblici nulla si sa di sicuro. Pare che l'avversario pagano abbia fatto uso della grande opera di Porfirio contro i cristiani. M. non è stato un forte apologeta di fronte al polemista greco. La sua teologia però non è stata ancora ben studiata. Probabilmente

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![img-8.jpeg](img-8.jpeg)
(Ist. Enc. Catt.)
o di Magnesia - Gli indici dei tre primi libri della
mathrm{m}² mathrm{c} attribuito a M. di M. - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 1650, f. 187° (sec. xili-xiv).
M. è stato anche autore di una collezione di omelie. Un frammento da una omelia su Gen. 3,21 pare autentico. La questione se il Macario, citato nella catena a s. Luca, è differente da M. di Magnesia (I. Sickenberger, Die Lukaskatene des Niketas v. Heraklea [Texte und Untersuchungen 22], Lipsia 1902, p. 90 sg. a 107) è ancora allo studio (v. Mercati, loc. cit., p. 52, n. 1).

Bibl.: Edizione del manoscritto di Atene : Macarii Magnetis quae superunt, ed. C. Blondel, Parigi 1876. Studi: G. Schalkhausser, Zu den Schriften des M. v. Magnesia (Texte u. Unters., 31. iv), Lipsia 1907; J. Geffcken, Zwei griechische Apologeten, ivi 1907, pp. 301-304; A. Harnack, Kritik des Neuen Testaments von einem griech. Philosophen (Texte und Unters., 37, iv), ivi 1911; id., Porphyria, Gegen die Christen, Berlino 1912; H. Dörries, s. v. in Pauly-Wissowa, XXVII, col. 627 sg.; P. de Labriolle, La réaction païenne, Parigi 1934, p. 244 sg. Erik Peterson

MACARIO, metropolita di Mosca - Arcivescovo di Novgorod, nel 1543 metropolita di Mosca. N. nel 1482, m. nel 1583, fu uno dei più cospicui metropoliti di quest'ultima città. Il suo governo segna l'acme dell'influsso delle tendenze politico-religiose di Giuseppe di Volokalamsk e con ciò il culmine del medioevo russo. Di propria autorità M. incoronò il giovane Ivan il Terribile zar della Russia e gli diede un padre spirituale della sua tempra nella persona del monaco Silvestro.

Fu il primo a comporre i «menei» e cioè le vite dei santi russi distribuite secondo i giorni e i mesi dell'anno (12 voll., Mosca 1868 sgg.). Canonizzò in due volte un gran numero di nuovi santi. Inoltre scrisse una nuova cronaca della famiglia regnante, non più secondo gli anni ma secondo le generazioni (gradini) di essa (il «Libro dei gradini»). Accanto al libro della legislazione civile di Ivan pubblicò in cento capitoli una serie di direttive per la vita ecclesiastica (in Steglavi). M. fu promotore di una nuova specie di arte religiosa, meno tradizionale e più moscovita di quella antecedente, che non evita più i simbolismi e le figurazioni di persone viventi, il che mostra la fine delle conce-
zioni platoniche in questo campo. Incoraggiò lo Zar alla guerra contro Kasan e Astrakan ed aprì così per la Moscovia la via verso l'est e verso la Siberia.

Bibl. A. M. Ammann, Storia della Chiesa rossa e dei paesi limitrofi, Torino 1948, v. indice, con bibl.; P. Pascal, Le métropolite Macaire et ses grandes entreprises littéraires, in Russie et chrétienté, Parigi 1949, nn. 1-2, pp. 7-17. Alberto M. Ammann

MACARIO, abate di Pelecete, santo. - N. a Costantinopoli, m. co. l'829. Successore di s. Ilarione (fine del sec. viII), lo eguagliò nello zelo per le sacre immagini; è chiamato taumaturgo per la sua intercessione nel curare le malattie e per ottenere la pioggia. Uomo istruito oltre il comune, fu da s. Tarasio ordinato sacerdote; ma ebbe a soffrire non poco dagli imperatori iconoclasti Leone Armeno e Michele Balbo. Alla sua morte era più che settantenne, relegato in esilio nell'ignota Isola di Afrosia, forse la Dalnusia di Tolomeo. Festa il 18 ag., della traslazione il 1° apr.

Bibl.: Acta SS. Aprilis, I, Anversa 1675, pp. 815-20; Acta graeca, scritti dal suo successore Saba, in Ausl. balland., 16 (1897), pp. 142-63; Ch. von de Vorst, Note sur Macaire de Peleccète, ibid., 32 (1913), pp. 270-73. Emanuele Candal

MACARIUS. - Nome grecizzato di Giovanni L'Heureux, archeologo, filologo, ellenista, n. nel 1540 o 1551 in Gravelines sulla Manica, m. in Aire (Artois) l'11 giugno 1614. Dopo gli studi filosofici a Lovanio, viaggiò molto, anche in Grecia, riportando molti oggetti di scavo, che poi lasciò in Roma, dove dimorò per vent'anni, in relazione con i più colti studiosi di antichità cristiane : quali A. Chacon (v.), A. Bosio (v.), F. de Winghe, proponendosi di combattere l'eresia protestante con la documentazione derivata dai monumenti cristiani antichi. Si occupò di patristica e di filologia, dandosi all'insegnamento per vivere. Ritornato in patria, ebbe un canonicato nella città di Aire dove morì, lasciando vari manoscritti al collegio trilingue di Lovanio.

Le sue opere sono tutte postume: Disquisitio antiquaria de gemmis basildionis, cui titulus Abraxas seu Apistopistus, pubblicata da G. Chiflet (Anversa 1657); Commentarius de picturis et sculpturis sacris antiquioribus, praesertim quae Romae reperiuntur cui titulus Hagioglipta, pubblicata da R. Gorrucci (v.; Parigi 1856); De antiqua scribendi ratione; De natura verbi medii, ac fere de tota natura verborum graecorum; Inscriptiones graecos, Macario interprete, cum notis; Emendatio bibliorum romana; altri scritti trattano argomenti scritturali e patristici.

Bibl.: G. B. De Rossi, La Roma sotterranea, I, Roma 1864, p. 12; H. Leclercq, L'Heureux Jean, in DACL. IX, 1, coll. 75-78; C. Cecchelli, Il Conacalo filippino e l'archeologia cristiana, in Quaderni di studi romani, Roma 1938, p. 21; G. Ferretto, Note storico-bibliografiche di archeologia cristiana, Città del Vaticano 1942, pp. 124-25.
Carlo Carletti
MACARSCA, diocesi di: v. spalato, diocesi di.
MACGABEI (gr. Maxxagà̀́oı, Volg. Machabaei). Con il soprannome "Maccabeo" dato a Giuda, il principale eroe della rivolta giudaica contro il giogo di Antioco IV Epifane, furono fin dal sec. it, designati dagli scrittori ecclesiastici tutti i membri della famiglia del sacerdote Mattatia (Giovanni, Simone, Giuda, Eleazaro e Ionathan) e i loro partigiani, che iniziarono e condussero a termine l'inautrezione detta "maccalbaica", la cui storia è narrata nei libri I e II dei M.

Incerta è l'etimologia ed anche la grafia del nome. Comunemente è derivato da maqqäbhäh ( = martello < ) ad indicare la forza di Giuda nel colpire il nemico; ma con più probabilità è un'abbreviazione di maqqäbhjähü ( v designato da Jahweh n ) con riferimento ad Is. 62, 2.
I. La storia del M. - Le misure vessatorie di Antioco IV Epifane contro il jahwismo: divieto, sotto

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pena di morte, dell'osservanza del sabato, della circoncisione, delle astinenze legali; abolizione del culto legittimo e profanazione dell'altare degli olocausti con l'offerta di sacrifizi a Giove Olimpico (I Mach. 1, 29-51; II Mach. 6, 1-7), determinarono la rivolta.

Molti giudei, specialmente delle città, si piegarono e apostatarono, ma nelle steppe e nei villaggi sorse la reazione. Un sacerdote di Modin (v.; oggi el-Midijeh), Mattatia, della classe di Ioiarib (I Par. 24, 7), ne fu l'iniziatore. Quando l'esecutore degli ordini regì venne nel piccolo villaggio per erigervi un altare al culto straniero, egli uccise un ebreo apostata che stava per sacrificare, poi l'inviato regio, distrusse l'altare e, chiamati a raccolta i fedeli, si diede con i figli alla montagna, iniziando la guerriglia contro gli ebrei rinnegati e contro le truppe siriane (I Mach. 2, 1-48). Morendo, dopo un anno dalla riscossa ( 166 -165 a. C.), affidò ai figli l'incarico di proseguire l'impresa, dando al terzogenito, Giuda, la direzione della guerra, e a Simone l'ufficio di amministratore. Mattatia fu sepolto a Modin (ibid. 2, 49-70; 3, 1-9).

Con il giovane capo Giuda ( 166 -160 a. C.) la lotta prese un andamento più deciso. La prima vittoria fu nelle montagne di Ephraim, contro il generale Apollonio che dalla Samaria veniva in aiuto di Filippo comandante dell'Acra (ibid. 3, 10-12). Accorso il generale Scron dalla Celesiria per riparare allo scacco, Giuda lo batté nella stretta gola di Bethoron (Bejt 'Ûr el-Föqâ; ibid. 3, 13-26). Antioco, che si accingeva a partire in guerra contro i l'arti, informato della situazione giudaica, ordinò al suo luogotenente Lisia di ristabilire l'ordine e porre fine alla ribellione (ibid. 3, { }_{4}^{27-37} ).

Un esercito di 40.000 fanti e 7000 cavalieri, secondo I Mach. 3, 39 (soltanto 20.000 secondo II Mach. 8,9) al comando di Nicanore, al quale era stato aggiunto, come esperto militare, Gorgia, accampò a Emmaus ('Amwâs) nella Sèphélâh. Giuda, raccolti i suoi uomini in Maspha (Tell en-Nasbeh), piombò improvvisamente sul campo nemico, gettandovi il panico. Nicanore, privato delle forze migliori, che nella notte si erano portate con Gorgia sulla montagna per sorprendervi Giuda, si diede alla fuga inseguito sino a Gezer, Azoto e Iamnia. Giuda poi ritornò indietro per prepararsi ad affrontare Gorgia, il quale però rifiutò il combattimento e si ritirò nella Filiana (I Mach. 3, 38-4, 25; II Mach. 8, 8-29; 34-36). Lisia intervenne allora direttamente al comando di un grande esercito e, seguendo la costa, cercò, attraverso un paese amico, di portarsi sulle alture che dominano Hebron e Gerusalemme, accampandosi a Bethsur (Hirbet et-Tabejqah, 28 km . a sud di Gerusalemme). L'urto con i 10.000 uomini di Giuda fu aspro, ma non decisivo (I Mach. 4, 26-34; II Mach. 11, 1-12). Lisia, convinto ormai di non poter riuscire a forzare i Giudei, a risoluti come erano a vivere e morire nobilmente" (I Mach. 4, 35), ad accettare le leggi di Antioco, cercò di intavolare trattative per un armistizio, i cui documenti, riportati in II Mach. 11, 13, sono dalla critica storica e letteraria staccati dal loro immediato contesto. Il memoriale trasmesso da Giuda al reggente e da questi al Re (ibid. 11, 14-21) fu favorevolmente accolto, e con un rescritto regio del 15 di sonticos del 148 (= 15 apr. 164 a. C.) furono revocate tutte le misure vessatorie che avevano acceso la rivolta (ibid. 11, 27-33). In conseguenza di ciò Giuda rientrò in Gerusalemme e rese al culto jahnistico il Tempio, ed il 25 hislite, giusto tre anni dopo la sua profanazione (I Mach. 1, 59), fu ripreso il sacrificio perpetuo sull'altare degli olocausti. A commemorare l'avvenimento fu istituita la festa di bannkhêh (v. dedicazione), da celebrarsi annualmente per otto giorni, a partire dal 25 hislète.

Ottenuto cosl quello che era stato il primo obiettivo
della rivolta, Giuda, coadiuvato dal fratello Simone, cercò di liberare i fratelli ebrei dei paesi vicini oppressi dai pagani. Riuscito nell'intento fece ritorno a Gerusalemme, accolto trionfalmente da tutta la popolazione, nella festa di Pentecoste (ibid. 3, 45-46). Nel frattempo il fratello Simone aveva riportato uguali vittorie nella Galilea (ibid. 5, 21-23) mentre Giuseppe, figlio di Zaccaria, ed Azaria avevano avuto la peggio nella guerra contro Gorgia a Iamnia (ibid. 5, 55-62).

Morto l'Epifane (164-163 a. C.) e successogli al trono il figlio minorenne Antioco V Eupatore, sotto la reggenza di Lisia, Giuda, traendo profitto dalle difficoltà che sorgevano nelle successioni al trono, tentò di completare l'opera sua, con l'occupazione dell'Acra. Informato di ciò e chiamato dai Giudei ellenizzanti, Lisia con il giovane Re rifece di nuovo con l'esercito la via per Hebron, assediando la fortezza di Bethsur, che seppe difendersi grazie agli approntamenti militari che gli scavi recenti hanno rimesso in luce. Giuda, accorso in aiuto degli assediati, fu vinto a Bethzachara. Durante il combattimento cadde pure il figlio di Mattatia, Eleazaro, che fu schiacciato da un elefante ch'egli stesso aveva ucciso allo scopo di dare la morte al Re che erroneamente credeva sopra l'elefante (I Mach. 6, 28-47; II Mach. 13, 1. 2. 9-17). Ma la vittoria non portò a Lisia i suoi frutti, perché fu costretto ad abbandonare la regione per rientrare in Siria, ove era giunto dall'est il pretendente Filippo. Lisia stimò più prudente di fare la pace con Giuda e un decreto reale, sotto forma di lettera a Lisia, concedeva l'intera pace religiosa ai Giudei (II Mach. 11, 22-26). Scontenti ne furono i Giudei ellenizzanti, specialmente il sommo sacerdote Menelao, che Lisia fece uccidere per impedire i suoi intrighi; poi rientrò ad Antiochia, scacciandone Filippo, che si rifugiò in Egitto (I Mach. 6, 63; II Mach. 9, 29).

Dei nuovi e più gravi torbidi che attraversava il regno della Siria, Giuda approfittò per ottenere, ora che la pace religiosa era ristabilita, la piena indipendenza nazionale. Ucciso ad Antiochia il giovane re Antioco V con il suo reggente Lisia, e salito al trono Demetrio I, figlio di Seleuco IV, il partito ellenizzante della Giudea insieme al sommo sacerdote Ioachim, eletto da Lisia e che per i suoi sentimenti ellenistici si era chiamato Ahlmo, chiese aiuto a Demetrio per riottenere tutti i privilegi e combattere Giuda. Ma l'esercito inviato da Demetrio, comandato prima da Bacchide e poi da Nicanore, fu battuto da Giuda ad Adazer (Hirbet 'Adaseh, 8 km . a nord di Gerusalemme). Per molto tempo l'anniversario di questa vittoria ( 13 di 'âdhâr del 161 a. C.) fu dagli Ebrei, con il nome di "giorno di Nicanore", celebrato come grande festa (I Mach. 7, 39-50; II Mach. 15, 1-17). Malgrado questo successo, Giuda, sentendo che la sua posizione diveniva sempre più critica, pensò di renderla più salda con un patto di alleanza con i Romani. Ma Demetrio, informatone, mandò contro di lui un esercito comandato da Bacchide e accompagnato da Alcimo.

Nel mese di nîsân 152 dei Seleucidi ( = apr. 160 a. C.) l'esercito siriano, arrivato a Gerusalemme, si diresse nella Gofnitide, a Birzeit ( 20 km . a nord di Gerusalemme), dove si era accampato Giuda. Con l'abituale suo coraggio, Giuda si gettò nella mischia e riuscì a sfondare l'ala destra del nemico e inseguirlo per lungo tempo; ma una conversione concentrica dell'ala sinistra lo prese alle spalle e con molti altri guerrieri rimase morto sul campo, mentre i resti delle sue truppe si sbandarono (I Mach. 9, 1-22).

Scomparso Giuda, i vincitori cercarono di annientare il partito avverso, ricorrendo alle denunzie, allo spionaggio, agli imprigionamenti. Bacchide dominava dall'Acra, Alcimo dal Tempio, ed ambedue colsero l'occasione di una sopraggiunta grave carestia, per favorire soltanto coloro che erano o si atteggiavano ad ellenisti. I nazionalisti ritornarono di nuovo nella steppa, nel deserto di Thecua vicino a Betlemme. Iosiatnan (160-142 a. C.), quinto figlio di Mattatia, riconosciuto come capo, ordinò come centro di rac-

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colta la cisterna di Asphar (Hirbet Bir ez-Z'́ferân, 5 km . a sud di Betlemme).

Ionathan cercò di mettere al sicuro le famiglie e le salmerie, affidandole al fratello Giovanni perché le portasse presso i Nabatei. La carovana, sorpresa dai figli di Iambri presso Madaba, fu razziata e Giovanni uccise. Il delitto fu subito vendicato da Ionathan che, passato il Giordano, irruppe improvvisamente su Madabath (Hirbet et-Tejm, 2 km . a sud di Madaba) durante una festa nuziale (I Mosb. 9, 32. 33-42). Nel ritorno, dopo breve scontro con le truppe di Bacchide, che erano venute ad attenderlo ai guadi del Giordano, si mise in salvo passando a nuovo il fiume insieme ai suoi e disperdendosi di nuovo nel deserto (ibid. 9, 45-49), dove si diede ad organizzare un nuovo esercito.

Gravi dissensi interni indussero gli ellenisti a richiamare Bacchide, con la scusa che Ionathan stava tentando un complotto. Ionathan, informato dei propositi dei suoi avversari, fece una sortita dal deserto, uccidendo una cinquantina dei maggiori agitatori (ibid. 9, 57-61) e poi si ritirò nella fortezza di Bethbesse (Hirbet Bejt Bassah a sud-est di Betlemme), che resise agli assalti di Bacchide. Questi, sdegnato contro coloro che lo avevano invitato, ne fece una carneficina e decise il ritorno ad Antiochia. Ma prima della partenza, Ionathan gli mandò una delegazione per trattare la restituzione dei prigionieri ed un accomodamento generale. Bacchide accettò e cosi Ionathan poté liberamente stabilirsi a Machmas (Muhmâs, 15 km . al nord di Gerusalemme), fortificandosi e impiantandovisi da padrone (ibid. 9, 62-73).

Nella lotta fra i pretendenti al trono di Siria, Alessandro Bala, sostenuto dai Romani, e Demetrio I, Ionathan cercò di ottenere onori e concessioni dall'uno e dall'altro. Da Alessandro ottenne la dignità di sommo sacerdote con il diritto di portare una tonaca di porpora e una corona d'oro, e nel mese di tifrî 152, tra l'entusiasmo di tutta la popolazione, officio per la prima volta nel Tempio (ibid. io,

Ad Alessandro rimase fedele anche quando De tentò di rincarare nelle concessioni e negli onori, e cosi, dopo che Alessandro prevalse definitivamente, fu, nell'occasione del matrimonio di quest'ultimo con Cleopatra, figlia di Tolomeo Filometore, ricevuto a Tolemaide con tutti gli onori e riconosciuto governatore civile e militare di tutta la Giudea (ibid. 10, 51-66).

Sorto come pretendente al trono Demetrio II, figlio di Demetrio I, Ionathan combatté contro Apollonio, amico di Demetrio, e Alessandro lo ricompensò ancora, nominandolo "parente del re" e concedendogli in proprietà personale la città di Accaron (ibid. 10, 78-89). Dopo la scondiva e morte di Alessandro, abbandonato da tutti meno che da Ionathan, questi si mise dalla parte di Demetrio II, ottenendone ampliamenti di territorio, concessioni ed esenzioni (ibid. 11, 20-37). In seguito, Demetrio si trovò in pericolo per essere sorto contro di lui un certo Diodoto, detto Trifone, generale di Alessandro Bala, che sosteneva come pretendente al trono Antioco VI, figlio minorenne di Alessandro, e indusse Ionathan, con la promessa di voler ritirare le truppe dall'Acra, ad aiutarlo militarmente (ibid. 11, 38-50); ma, vinto Antioco, non mantenne le promesse, onde Ionathan passò dalla parte di Antioco e rinnovò l'alleanza con i Romani (ibid. 11, 60-73; 12, 1-23).

Il prestigio e la potenza che acquistava Ionathan presso Antioco VI dava ombra a Trifone, che, appena libero dal pericolo di Demetrio, pensava di liberarsi del Re pupillo per prenderne la successione. Per eliminare un avversario probabile alla sua usurpazione, Trifone attrasse con profferte pacifiche Ionathan a Tolemaide; ma appena vi giunse fu fatto prigioniero, ed i suoi uomini trucidati (ibid. 12, 39-53).

Diffusasi la notizia della cattura e morte di Ionathan, il fratello Simone (142-134 a. C.), che trovavasi nella fortezza di Adiada, si recò subito a Gerusalemme e, assunto il comando, provvide alla difesa della città ed all'occupazione di Ioppe, porto strategico sulla via delle invasioni (ibid. 13, 1-11).

Trifone si mosse contro di lui, ma non volendo rischiare il combattimento, preferi negoziare, promettendo a Simone la liberazione di Ionathan dietro pagamento di una somma e consegna dei figli di questo come ostaggi. Le condizioni furono accettate; ma Ionathan, invece di essere liberato, fu ucciso (ibid. 13, 20-24). I suoi resti mortali furono sepolti a Modin, dove il fratello Simone fece erigere un grande monumento a piramide (ibid. 13, 25-30), che si poteva scorgere dal mare ed era riconoscibile ancora nel sec. IV; le tracce ne esistono ancora nel santuario musulmano di Sejh el-Garba'vi.

Trifone, rientrato a Antiochia e messo a morte il giovane re Antioco VI, si era cinto della corona reale prendendo il titolo di "autocrate" ( 142 a. C.). La sua delittuosa usurpazione fu il segnale di numerose rivolte. Simone seppe trarne profitto per fare riconoscere l'indipendenza giudaica. Si mise dalla parte di Demetrio II, che, felice di associarsi un alleato, concesse un'amnistia generale, l'esenzione perpetua da ogni tributo e il legittimo possesso delle piazzeforti occupate, proclamando infine la pace religiosa (ibid. 13, 35-40). Così, l'anno 170 dei Seleucidi ( 142 a. C.), secondo la tradizione rabbinica «il giogo delle nazioni fu tolto da Israele " e con quest'anno si tinizia la data del principato di Simone "sommo sacerdote, stratega ed igumeno dei Giudei" (ibid. 13, 41).

Primo risultato del trattato fu, da parte di Simone, la conquista della piazzaforte di Gazara (Gezer, dove gli scavi hanno rimesso in luce la fortezza costruitavi da Simone) e l'assedio della potente fortezza dell'Acra, che capitolò il 23 del secondo mese del 171 (giugno 141 a. C.). I Giudei vi entrarono con palme di vittoria e al canto di inni (ibid. 13, 49-52) e la conquista fu celebrata con grande festa per molti anni. Per assicurarsi e rendere più saldi i privilegi acquistati, Simone rinnovò l'alleanza con i Romani e con gli Sportani (ibid. 14, 18-24; 15, 15-24). Le sue benemerenze nazionali furono riconosciute dal popolo, che seguendo l'uso ellenistico, in un'assemblea tenuta nel mese 'ifid (=ag.-sett.) fece iscrivere su bronzo tutte le sue gesta e lo nominò sommo sacerdote, comandante supremo dell'esercito e iniziatore di una nuova dinastia (ibid. 14, 25-49), quella degli Asmonoi (v.).

E molto probabile che da allora Simone abbia coniato moneta propria. Gli ultimi suoi anni furono agitati da nuove lotte con i re della Siria. Caduto Demetrio II prigioniero dei Parri ( 138 a. C.), il fratello Antioco VII Sidete, da Rodi scrisse a Simone e alla nazione giudaica per ottenere il loro aiuto nella lotta che voleva intraprendere contro Trifone, confermando tutti i privilegi di cui godeva, come quello di coniare moneta (ibid. 15, 1-9). Ma dopo che il Sidete ebbe vinto Trifone, cambiò politica, richiedendo a Simone la consegna delle piazzeforti di Gaza, di Ioppe e dell'Acra, oppure il pagamento di 1000 talenti, condizioni rigettate da Simone (ibid. 15, 32-36), che offrì la decima parte della somma richiesta. Antioco VII inviò allora un esercito al comando di Candebe contro Simone, ma nella battaglia di Cedro (Qatrah, 6 km . a sud-est di lamnia) il generale fu sconfitto da Giuda e Giovanni, figli di Simone (ibid. 16, 1-10).

Fu questa l'ultima vittoria per il vecchio Simone. Nel febbr. 134 a. C., durante un giro d'ispezione alle fortezze e alle truppe insieme ai figli Giuda e Mattatia, fu ucciso a tradimento, in un banchetto offertogli dal genero Tolomeo, figlio di Abulos, nella fortezza di Dök (Gebel Qarantal), di cui resta il nome alla fontana di 'Ajn Dôq. I due figli con la madre furono ritenuti prigionieri.

Con Simone si estinsero i figli di Mattatia e al trono successe il figlio scampato dal complotto di Tolomeo (ibid. 16, 11-24) che prese il nome di Giovanni Ircano (v.).

Bibl.: F.-M. Abel, Topographie des campagnes machabéennes, in Reo. bibl., 32 (1923), pp. 493-521; 33 (1924), pp. 201-17. 371-87; 34 (1925), pp. 194-216; 35 (1926), pp. 208-22. 510-33; A. Momigliano, Prime linee di storia della tradizione morsabaira, Torino 1931: L. M. Vincent, Acra, ibid., 43 (1934), pp. 202-18; G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, Torino 1934, pp. 183-329.
II. I Libri Dei M. - Sono due libri «deuterocanonici» del Vecchio Testamento, che narrano la rivolta condotta principalmente da Giuda Maccabeo. Ciascun

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libro è opera originale; pur avendo il soggetto in comune, sono distinti per l'autore, per la lingua, per lo scopo e specialmente per i dati cronologici. Il I M. abbraccia infatti un periodo di ca. 41 anni, dall'inizio del regno di Antioco IV Epifane (175-63 a. C.) fino all'uccisione di Simone, capo del nuovo Stato giudaico ( 135 a. C.). Il II M., iniziando dagli ultimi tempi di Seleuco Filopatore, predecessore di Antioco Epifane, si ferma alla morte di Giuda Maccabeo (16r), comprendendo cosi uno spazio di ca. 14 anni.

I M. - La narrazione, esposte le cause che originarono la rivolta (I Mach., 1,1-2,70), si divide in tre parti secondo i tre fratelli che la diressero e condussero a termine: Giuda (ibid. 3,1-9,22), Jonathan (ibid. 9,23-12,54), Simone (ibid. 13,1 - 19,22). L'epilogo racconta l'inizio del governo di Giovanni Ircano (ibid. 22-24).

L'autore, sconosciuto, appare un pio e fervente giudeo di Gerusalemme, versatissimo nella lingua ebraica delle S. Scritture, conoscitore del terreno della Palestina, partigiano convinto degli Asmonei ed in contatto con i dirigenti della politica e degli affari.

Il libro fu scritto in ebraico, come indicano le testimonianze di alcuni Padri (s. Girola